divine d'un sacrificio volontario. Antigone conducente per mano il vecchio padre cieco o prostrata a ricoprire di polvere il cadavere fraterno non era più tenera e più forte di lei, non aveva una fronte più pura e un cuore più largo. In quella sorta di languido tedio, in quell'ombra snervante ove un infermo approfondiva il suo male mentre una voce inquieta evocava l'imagine d'un vano supplizio tra una flora defunta, la consolatrice apparendo dava d'un tratto al mio spirito una sollevazione di vita e, come una subita luce percotendo la parete oscura fa scintillar nel trofeo la spada immobile, traeva un gran lampo dalla mia volontà riposta. V'era in lei una virtù che avrebbe potuto produrre un frutto portentoso. La sua sostanza avrebbe potuto nutrire un germe sovrumano. Ella era veramente la “nutrice„ ma quale appariva la vergine Antigone al cieco Edipo esule ed errante. Un'immensa moltitudine di creature avide avrebbe potuto abbeverarsi nella sua tenerezza senza esaurirla. Non conservava ella sola, come l'eroina antica, in sé, nel suo gran cuore, la fiamma geniale mancata al focolare di sua stirpe moribonda? Non era ella unicamente l'anima della triste casa? Massimilla nel suo orto arido, Violante nella sua nube di profumi impallidivano dinnanzi a quella loro sorella che camminava con sì fermo passo e con sì dolce sorriso nella via dell'immolazione. E io pensai a Colui che doveva venire. Eravamo seduti, io e il principe Luzio, presso un balcone aperto, nell'ora pomeridiana in cui l'ardenza già troppo forte di quel maggio morente cominciava a temperarsi e le nuvole pellegrine stampavano qualche vasta ombra cerulea su la valle accesa. Poiché ricorreva l'anniversario della morte di Re Ferdinando, il principe fedele a commemorare il suo lutto evocava nel mio spirito tutte le tristezze e tutti gli orrori della lunga agonia regale; e là, su i profumi salienti dal giardino chiuso, i lugubri fantasmi si succedevano senza tregua risvegliati dalla voce senile. Il muto viaggio su per l'alture di Ariano e nel Vallo di Bovino tra bufere di neve; i funesti presagi che si levavano a ogni passo; i primi segni del male apparsi in una sera gelida mentre il Re assiderato arrancava su i ghiacci che inasprivano l'erta; la sua smania ansiosa di proseguir nel cammino senza indugi come se il destino inesorabile lo incalzasse; lo spaventevole pallore di cui tingevasi all'improvviso in conspetto della folla tra le onoranze ch'egli presentiva estreme; le grida che gli strappava lo spasimo e che copriva il clamore della festa nuziale; il turbamento dei medici adunati intorno al suo letto dubitanti sotto lo sguardo ostile e sospettoso della Regina; il suo scoppio di lagrime al primo entrare della duchessa di Calabria, freschissimo fiore di giovinezza, nella camera già infetta dalle esalazioni del morbo, dov'egli giaceva invecchiato e quasi inebetito dalle sofferenze; poi il tragico addio da lui rivolto alla sua propria statua mentre gli infermieri lo trasportavano in un'altra camera; poi l'imbarco su la nave, cerimonia triste come un mortorio, e il suo lugubre motto quando la barella fu discesa nel boccaporto allargato a colpi di scure; poi l'arrivo a Caserta, il rapido aggravamento, la dissoluzione putrida del suo corpo nel gran letto circondato d'imagini sacre, di reliquie miracolose, di crocefissi, di lampade, di ceri; infine la pompa del Viatico, il sollevarsi del Re su i guanciali irriconoscibile fra il terrore degli astanti, le ultime parole, la cristiana serenità della morte, la disputa tra la Regina e i dottori per l'imbalsamazione del cadavere, l'assistenza dei soldati intorno alla bara addetti a nettar di continuo le innumerevoli piaghe purulente: tutte le tristezze e tutti gli orrori passavano nelle memorie. E io ascoltando pensavo al duca di Calabria singhiozzante in un angolo come una femminetta. “Ah, che bello e terribile sogno avrebbero potuto alimentare in lui giovine gli odori della morte, per quelle torbide settimane di primavera! In quali superbe e inebrianti meditazioni si sarebbe profondata la mia anima all'ombra dei vasti alberi, e come l'impetuosa agitazione constretta nei tronchi possenti mi sarebbe parsa piccola al confronto della mia!„ Il principe Luzio narrava come un giorno il Duca di Calabria fosse entrato all'improvviso, tutto sbigottito e ansante, nella camera del padre infermo, ad annunziargli la cacciata del Granduca di Toscana, e con qual violenza di parole il Re avesse giudicata la pusillanimità del parente. -- Ah, se Ferdinando non fosse morto! -- esclamò il vecchio, con un gesto quasi minaccioso. -- Poche ore prima di spirare, egli diceva: “Mi è stata offerta la corona d'Italia....„ Non pensi tu, Claudio, che un Borbone la porterebbe oggi sul capo? -- Forse -- io risposi con grande rispetto. -- E, se così fosse, ai primi onori del Regno dovrebbe essere esaltato il Principe di Castromitrano. Lasciate che io vi dica quanto ammiri la vostra dignità e la vostra fede. Voi siete dei pochissimi, tra i nostri pari, che abbiano mantenuto intatto e intenso il sentimento della virtù di stirpe. Piuttosto che rinunziare al privilegio e prendere un'attitudine disconveniente al vostro orgoglio legittimo, piuttosto che apparire il superstite di voi medesimo, vi siete ritratto dal mondo, ma dopo averlo abbagliato con un supremo splendore di magnificenza; e siete venuto in solitudine ad aspettar l'evento che il Destino riserba alla vostra Casa. La sventura vi ha trattato da grande; poiché v'è anche un privilegio di dolore, e il vostro fu ben riconosciuto. Il volto paterno del principe s'era fatto grave e attento. La venerazione che la sua bella canizie inspirava alla mia anima era assai più profonda di quella manifestata dalla mia parola; ma vi s'aggiungeva una tenerezza di qualità così pura che non poteva essermi data se non da una presenza feminile. Sentii infatti lo spirito di Anatolia. Apparsa su la soglia della porta che si apriva in fondo alla stanza, ella era passata in silenzio lungo la parete e s'era seduta nell'ombra di un angolo, bianca, misteriosa e propizia come un Genio familiare. -- Lontano dal mondo, -- io soggiunsi -- chiuso in una nube così densa di tristezza, voi avete potuto nutrire fino a oggi la speranza in una risurrezione delle cose che sono morte; ed ho ancora nell'orecchio la profezia della vostra fede. Certo, le cose che sono morte risorgeranno; ma trasformate. Se voi voleste per un sol momento affacciarvi su lo spettacolo che dà oggi il mondo, sentireste il vostro sogno antico cadervi dall'anima come una foglia arida e vi parrebbe inutile per Francesco di Borbone il ricupero del suo piccolo Stato e pur l'acquisto d'Italia. Sia un Borbone o sia un Sabaudo sul trono, il Re è pur sempre assente; poiché non si chiama Re un uomo il quale, essendosi sottomesso alla volontà dei molti nell'accettare un officio ben determinato e angusto, si umilia a compierlo con la diligenza e la modestia di un publico scriba che la tema d'esser licenziato aguzzi senza tregua. Non dico il vero? Né diversamente saprebbe regnare Francesco. Subito dopo la morte del padre, non scrisse egli di suo pugno un editto per ristabilire gli effetti della Costituzione abolita? e non fu Alessandro Nunziante quegli che impedì fosse promulgato? Ma richiamate alla vostra memoria la lamentosa proclamazione dell'8 dicembre, data dalle casematte di Gaeta. È quello il linguaggio di un Re, e d'un Re vinto? Avendo ascoltato in silenzio, con le sopracciglia contratte, il principe Luzio disse non senza un'ombra di severità: -- Si vede che è in te il sangue di Gian Paolo Cantelmo. -- È in me il sangue di tutti i miei maggiori. Ah, caro padre (lasciate che io vi dia questo nome!), so bene quanto vi riesca dolorosa la rinunzia a un sogno di giustizia, innanzi a cui tanti e tanti anni è rimasta accesa la fiamma della vostra fede; ma io voglio dirvi che per noi e per i nostri pari non v'è omai salvezza se non a patto di sostituire il proposito energico all'inutile speranza. Sopportate che io vi parli senza ambagi. È inutile sperare che si levi d'improvviso un qualche bollore eroico nel sangue stagnante di San Luigi. Io ho visitato l'Esule, di recente: egli è pieno d'una placida rassegnazione, dedito alla beneficenza e alla preghiera, memore del suo brevissimo regno come d'un lontano sogno angoscioso. La vostra profezia trarrebbe dalle sue labbra un sorriso incredulo e mite: nulla più. Se il suo spirito migra qualche volta verso il Golfo, non forse Capodimonte ma la cima dei Camaldoli è la sua mèta. Egli s'è assuefatto a una vita modesta e pia: non vede più brillare la corona nelle sue notti. Lasciamolo placidamente dormire! Il principe fedele aveva chinato il capo sul petto; e io vedevo nella sua fronte china le rughe approfondirsi come solchi pieni di pensiero. -- Non per lui soltanto è opaco il fato. Il crepuscolo dei Re è tutto cinereo, cieco d'ogni splendore. Spingete lo sguardo pur oltre i paesi latini. All'ombra di troni posticci vedrete falsi monarchi compiere con esattezza le loro funzioni publiche in aspetto di automi o attendere a coltivar le loro manìe puerili e i loro vizii mediocri. Il più potente, il padrone di più vaste turbe, corroso nei suoi muscoli erculei dal tarlo del sospetto, si consuma solo in una cupa misantropia, non avendo nemmeno il gusto di contrapporre alle piccole formule chimiche dei suoi ribelli una qualche magnifica strage ad arme bianca per irrigare e concimare le sue terre isterilite. V'ha però un'anima veramente regale, e voi forse avete potuto considerarla da presso: è della stirpe di Maria Sofia. Quel Wittelsbach mi attrae per l'immensità del suo orgoglio e della sua tristezza. I suoi sforzi per rendere la sua vita conforme al suo sogno hanno una violenza disperata. Qualunque contatto umano lo fa fremere di disgusto e di collera; qualunque gioia gli sembra vile se non sia quella che egli stesso imagina. Immune da ogni tossico d'amore, ostile a tutti gli intrusi, per molti anni egli non ha comunicato se non con i fulgidi eroi che un creatore di bellezza gli ha dato a compagni in regioni supraterrestri. Nel più profondo dei fiumi musicali egli estingue la sua sete angosciosa del Divino, e poi ascende alle sue dimore solitarie ove sul mistero delle montagne e dei laghi il suo spirito crea l'inviolabile regno che solo egli vuol regnare. Per questo sentimento infinito della solitudine, per questa facoltà di poter respirare su le più alte e più deserte cime, per questa consapevolezza d'essere unico e intangibile nella vita, Luigi di Baviera è veramente un Re; ma Re di sé medesimo e del suo sogno. Egli è incapace di imprimere la sua volontà su le moltitudini e di curvarle sotto il giogo della sua Idea; egli è incapace di ridurre in atto la sua potenza interiore. Nel tempo medesimo egli appare sublime e puerile. Quando i suoi Bavari si battevano con i Prussiani, egli era ben lungi dal campo di battaglia: nascosto in una delle sue isolette lacustri, obliava l'onta sotto uno di quei ridicoli travestimenti ch'egli usa per favorire le sue belle illusioni. Ah, meglio sarebbe per lui, piuttosto che frapporre tra la sua maestà e i suoi ministri un paravento, meglio sarebbe raggiungere alfine il meraviglioso impero notturno cantato dal suo Poeta! È incredibile ch'egli non si sia già partito dal mondo, trascinato dal volo delle sue chimere.... Il principe teneva ancora la fronte china, in un'attitudine così grave che pur nella foga del dire io mi sentivo premere il cuore dalla tema d'averlo addolorato; e un'ansietà filiale m'invase, di consolarlo, di risollevare il suo bel capo candido, di vedergli brillare negli occhi l'insolita gioia. La presenza di Anatolia mi comunicava non so quale ardore generoso e quasi un bisogno di rivelare quanto eravi in me di più superbo e di più forte. Ella era immobile e tacita nell'ombra, come un simulacro; ma la sua attenzione m'irradiava l'anima, come un fascio di luce. -- Voi vedete, mio caro padre -- io ripresi a dire, senza poter frenare i palpiti che mi sembravano ripercuotersi nella voce -- voi vedete che da per tutto le antiche regalità legittime declinano e che la Folla sta per inghiottirle nei suoi gorghi melmosi. Veramente esse non meritano altra sorte! E non le regalità soltanto, ma tutte le cose grandi e nobili e belle, tutte le idealità sovrane che furono un tempo la gloria dell'Uomo pugnace e dominatore, tutte sono sul punto di scomparire nell'immensa putredine che fluttua e si solleva. Io non vi dirò fin dove giunga l'ignominia, perchè dovrei usar parole che offenderebbero il vostro orecchio; e, dopo, converrebbe purificar l'aria con qualche granello d'incenso. Io mi son partito dalla città, soffocato dal disgusto. Ma ora penso al dissolvimento quasi con giubilo. Quando tutto sarà profanato, quando tutti gli altari del Pensiero e della Bellezza saranno abbattuti, quando tutte le urne delle essenze ideali saranno infrante, quando la vita comune sarà discesa a un tal limite di degradazione che sembri impossibile sorpassarlo, quando nella grande oscurità si sarà spenta pur l'ultima fiaccola fumosa, allora la Folla si arresterà presa da un pànico ben più tremendo di quanti mai squassarono la sua anima miserabile; e, mancata a un tratto la frenesia che l'accecava, ella si sentirà perduta nel suo deserto ingombro di rovine, non vedendo innanzi a sé alcuna via e alcuna luce. Allora scenderà su lei la necessità degli Eroi; ed ella invocherà le verghe ferree che dovranno novamente disciplinarla. Ebbene, caro padre, io penso che questi Eroi, che questi nuovi Re della terra debbano sorgere dalla nostra razza e che fin da oggi tutte le nostre energie debbano concorrere a prepararne l'avvento prossimo o lontano. Ecco la mia fede. Il principe aveva sollevato la fronte; e mi guardava con occhi intenti e un poco attoniti, quasi che io gli apparissi in un aspetto inopinato. Ma una vivacità insolita, che rianimava tutta la sua persona, mi diceva com'egli fosse già tocco dal mio ardore. -- Ho vissuto alcuni anni in Roma -- continuai, con una confidenza più sicura -- in quella terza Roma che doveva rappresentare “l'Amore indomato del sangue latino alla terra latina„ e raggiare dalle sue sommità la luce oltremirabile di un Ideale novissimo. Sono stato testimonio delle più ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano disonorato un luogo sacro. E ho compreso l'alto simbolo che si cela nell'atto di quel conquistatore asiatico, il quale gittò cinque miriadi di teste umane nei fondamenti di Samarcanda volendo instituirla capitale. Non credete voi che il savio tiranno volesse significare la necessità delle crude recisioni nel punto di dar principio a un ordine veramente nuovo di cose? Bisognava immolare e poi gittar nei fondamenti della terza Roma gli uomini chiamati liberatori e, seguendo l'antico uso funerale, anche porre ai piedi loro e ai fianchi loro e tra le loro mani liberatrici le cose che essi amarono ed ebbero più familiari, e divellere e trascinar dai vertici delle montagne i più gravi massi di granito per chiudere in eterno le sepolture profonde. Ma non mai si videro in terra vite più tenaci e più pestifere! Primieramente dunque, caro padre, in Roma ho appreso questo: -- Il naviglio dei Mille salpò da Quarto sol per ottenere che l'arte del baratto fosse protetta dallo Stato. -- Pur tuttavia, tra lo schiamazzo dei trafficatori, ho potuto intendere la voce misteriosa e remota che persiste quivi in tutti i sassi come nei nicchi marini; e allo spettacolo sublime dell'Agro ho potuto consolarmi d'ogni disgusto. Ah, padre, chi potrà mai disperare delle sorti del Mondo finchè Roma sia sotto i cieli? Quando io la penso e l'adoro, non so vederla se non nell'atto in cui ella fu effigiata su la medaglia di Nerva: col timone fra le mani. Quando io la penso e l'adoro, non so specificare la sua virtù se non con la parola di Dante: “in ogni generazione di cose, quella è ottima che è massime Una„. E il suo principio di unità, come già fu, dovrà ancor essere adunatore ordinatore e conservatore di tutto ciò che è buono e pieghevole all'ordine, nel Mondo. Le similitudini dantesche delle glebe e delle fiamme ben le si convengono, potendosi le prime concepire come formanti una base unica e le seconde come riunite in un solo e medesimo apice. Fermamente credo che la più gran somma di dominazione futura sarà appunto quella che avrà in Roma la sua base e il suo apice; poichè io Latino mi glorio d'aver posto a principio della mia fede la verità mistica enunciata dal Poeta: “Non è dubbio che la Natura abbia disposto nel mondo un luogo atto all'universale imperio; e questo è Roma„. Ora, per qual misterioso concorso di sangui, da qual vasta esperienza di culture, in qual propizio accordo di circostanze sorgerà il nuovo Re di Roma? La bella febbre, che nel deserto laziale aveva infervorato le mie meditazioni fino all'ebrezza, si riaccendeva nelle mie vene; e i grandi fantasmi già espressi dal suolo sacro mi rioccupavano lo spirito in tumulto; e tutte le speranze generate dal mio orgoglio violento su quella solitudine memore della più sanguigna fra le tragedie umane, tutte si risollevavano e si riagitavano in confuso, dandomi un'ansia che a pena io poteva sostenere. L'aspetto del vecchio venerabile assumeva per me una solennità più grave, poichè in quell'ora io considerava in lui il depositario della virtù che sul tronco secolare di sua stirpe erasi dischiusa alla luce della gloria in magnifiche forme; e a lui, già inclinato verso il sepolcro e reso veggente dal dolore, io stava per dimostrare come a un giudice i diritti del mio sogno ambizioso e per chiedere come a un augure il buono auspicio e per proporre come al mio pari l'alleanza che m'era necessaria. La muta presenza della vergine nell'ombra aumentava quella mia ansia, poiché ella veracemente m'appariva come la destinata a divenir per l'amore “Colei che propaga e perpetua le idealità di una stirpe favorita dai Cieli„. Io non osava rivolgermi verso di lei, tanto sembravami sacro in quel punto il mistero della sua verginità; ma si definiva in me l'imagine indistinta degli occulti tesori suscitatami alcuna volta da uno straordinario lume intraveduto nel fondo de' suoi occhi trasparenti; e, pur senza rivolgermi, io sentivo palpitare in quel lembo d'ombra una specie di animata ricchezza, una viva forma carica d'un pregio inestimabile, non so che d'infinitamente augusto e arcano come le sostanze divine custodite sotto i veli nei penetrali dei templi. -- Voi siete, con me, convinto -- soggiunsi -- come ogni eccellenza del tipo umano sia l'effetto di una virtù iniziale che per innumerevoli gradi, d'elezione in elezione, giunge alla sua intensità massima e si manifesta ultimamente nella progenie col favore delle congiunture temporanee. Il valor del Sangue non è soltanto vantato dal nostro orgoglio patrizio, ma è pur anche riconosciuto dalla più severa dottrina. Il più alto esemplare di coscienza non potrà apparire se non alla cima di una stirpe che si sia elevata nel tempo per un'accumulazione continua di forze e di opere: alla cima di una stirpe in cui sieno nati e si sieno conservati per un lungo ordine di secoli i sogni più belli, i sentimenti più gagliardi, i pensieri più nobili, i voleri più imperiosi. Considerate ora una gente di remotissima origine regale, fiorita al sole latino in una terra felice rigata dai ruscelli di una nova poesia. Traspiantatasi in Italia, ella vigoreggia con tal rigoglio che in breve tempo nessun'altra può sostenerne il paragone. “Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro„ ha sentenziato il Vinci. E quella gente sembra aver posto a principio della sua grandezza una sentenza anche più ardua: “Tristo è quel figliuolo che non avanza il padre suo„. Per uno sforzo concorde e ininterrotto, di genitura in genitura ella va elevandosi verso le superiori apparizioni della vita. In tempi di cieca ira, in cui la ragione non s'affida se non all'arme, ella già sembra comprendere “che quegli uomini, che sopra gli altri hanno vigore di intelletto, sono degli altri per natura signori„. E fin dall'inizio la sua disciplina ha un carattere intellettivo e par dettata da Dante, consistendo nel ridurre in atto sempre tutta la potenza dell'intelletto possibile, in prima a speculare e quindi per questo ad operare. Tanto negli offici più gravi, quanto su i campi più sanguinosi, quanto nelle feste più liberali, ovunque ella primeggia: ottima egualmente nel capitanare gli eserciti, nel governare gli stati, nel condurre le ambascerie, nel proteggere gli artefici e i saggi, nell'erigere i palazzi e le chiese. A tutta la vita italiana nelle sue più diverse forme ella si mescola; in ogni più fresca fonte di cultura ella s'immerge. Vivere è per lei affermarsi e accrescersi di continuo, è lottare e vincere di continuo: vivere è per lei predominare. Un formidabile istinto di dominio la scaglia innanzi senza tregua, mentre un lucido e sicuro pensiero dirige l'impeto durevole. E sempre -- come quelli arcieri prudenti che il Machiavelli dà in esempio -- ella pone la mira assai più alto che il luogo destinato. Tanto i suoi fatti sono insigni che i maggiori poeti ne perpetuano la fama, e gli scrittori d'istorie li paragonano a quelli dei capitani antichi e li arrecano ad esempio dei venturi. Tuttavia sembra che la sua virtù non siasi ancor manifestata intera, non abbia ancora attinto l'altezza insuperabile; sembra che le sue energie accumulate debbano, domani o fra un secolo o nel tempo indefinito, espandersi in una suprema apparizione... -- -Cave adsum!- -- interruppe il principe sorridendo d'un magnifico sorriso. -- Non è forse l'impresa di cotesta tua gente? -- Ella potrebbe anche portar l'impresa dei Montaga -- io risposi pronto. -- -Sub se omnia.- Il principe s'inchinò con un atto che valeva da solo a dimostrare come la mia risposta non fosse una semplice cortesia, ma bene si addicesse alla dignità del suo gran nome. Egli mi riappariva simile all'imagine che di lui era rimasta nella mia memoria al tempo della puerizia: bellissimo esemplare di una superiore umanità, manifestante in ogni suo atto la sua essenza diversa, il sentimento della sua assoluta separazione dalla moltitudine, dai comuni doveri, dalle comuni virtù. Sembravami ch'egli avesse potuto scuotere dalla sua anima il peso della sciagura che l'accasciava e risollevarsi in tutta la sua prestanza virile, quasi assumendo la qualità meravigliosa delle sue mani: di quelle sue mani belle e pure, come rese inalterabili da un balsamo, ministre superstiti di una liberalità non paragonabile se non all'antica “che per piccoli servigi amava ricompensar grandemente„. Volgeva l'ultima ora della luce; e dai cieli accesi l'annunziazione dell'Estate discendeva sul giardino gentilizio ove tra l'odore austero dei bossi centenarii le statue -- pallide e pur vigili come memorie in un'anima fedele -- evocavano con i loro gesti i fantasmi dell'abolita grandezza. Ma di là dal claustro si apriva l'immensa corona di rocce foggiata dal fuoco primordiale, così aspra e superba che sembrava degna di sostener su ciascuna delle sue punte un Prometeo incatenato. Quelle punte aveva io veduto fiammeggiare nel cielo della prima sera come piropi, d'un lume incredibile, e la più alta restar di fiamma su l'ombra comune, acutissima ferire il cielo simile al grido della passione senza speranza. Solo io era in quel crepuscolo remoto, e le tre principesse misteriose erano lungi nel loro chiuso giardino, e la mia sorte era ancor estranea alle sorti loro. Ma ecco, in una simigliante congiuntura di cose, stava per effettuarsi il fato presentito in quella prima agitazione del mio desiderio; io stava per proferire una parola solenne e irrevocabile. -- Era io dunque escito d'ogni perplessità? Fra le tre beatrici che in quella lontana sera io aveva creduto intraveder nell'atto di ricevere su le braccia protese il mio dono primaverile, una alfine era da me eletta per l'alleanza necessaria? E io avrei dunque proferito il suo nome al conspetto del padre? -- Un nuovo turbamento m'invase; e mi parve che Anatolia nell'ombra non fosse più sola, ma che le sorelle fossero venute in silenzio a sedersi presso di lei e che i loro occhi fossero sopra di me intentissimi. Come mi volsi, scorsi nell'ombra la figura immobile e bianca; e ogni altra imagine si disperse, e ogni vana inquietudine cadde. Ella era il simbolo vivente della securità, era la Vegliante e la Tutelare. Con la sua forza e la sua pazienza, al lume del suo proprio sorriso, ella aveva saputo convertire il dolore in un'armatura adamantina che la rendeva invincibile. Ella era fatta per custodire, per alimentare e per difendere sino alla morte quel ch'era commesso alla sua fede. E io la vidi un'altra volta -- nel mio sogno -- vegliare con la pura fronte raggiante di presagi sul figlio del mio sangue e della mia anima. Allora dalle radici stesse della mia sostanza -- là dove dorme la virtù indistruttibile degli avi -- sorse e andò verso l'eletta la volontà di crear quell'Uno in cui dovevano trasmettersi tutte le ricchezze ideali della mia gente e le mie proprie conquiste e le perfezioni materne. Profondissimo mi divenne allora il sentimento di dipendenza originaria che legava il mio essere attuale agli antenati più lontani; e, come la cima dell'albero compendia in sé tutta la vita del tronco ramoso fino alle estreme radici, io sentii vivere in me tutta la stirpe, che la morte non aveva distrutta se non nelle specie corporee, nelle forme transitorie delle generazioni. E la pienezza e la veemenza di quella vita parevano abolire i limiti del mio natural potere. -- Voi avete riconosciuto in me dianzi, non senza un'ombra di severità, il discendente di Gian Paolo Cantelmo -- io dissi al principe sorridendo. -- Bisogna ch'io confessi che nella mia Casa gli esempi di disobbedienza e di ribellione al Re non sono rari. Ma v'è il Leon rosso che li giustifica; e voi certo non ignorate la patente ch'ebbero i Cantelmi da Carlo II d'Inghilterra. Di antichissimo sangue regio, essi non hanno mai potuto facilmente rassegnarsi a non considerare il Re come un loro eguale. Sembra, anzi, che essi non combattano mai altro avversario con tanto ardore con quanto combattono il Re. E, se Gian Paolo turba i sonni a Ferdinando d'Aragona e umilia Alfonso, Giacomo I e Menappo abbattono in Benevento Manfredi, Giacomo VIII guerreggia con fortuna contro Ladislao a fianco di Braccio da Montone e dello Sforza, Antonio si oppone a Renato d'Angiò. E in ogni Cantelmo una tendenza originale a far parte da sé solo, a separarsi, a ben determinar la persona e la potestà proprie. Sembra che ognuno fondi la concezione della sua dignità sul fermissimo convincimento “che l'essere uno è radice dell'essere buono e che ciò che è buono è tale perchè consiste in uno„. In questo io riconosco con gioia uno dei caratteri essenziali del dominatore a venire: del Monarca, del Despota. Ma v'ha anche un'altra singolarità che mi conforta, ed è la gran somma delle signorie raccolta nelle mani dei Cantelmi in terra latina. Si può dire che, in diversi tempi e partitamente, essi abbiano tenuto il governo di tutta Italia. Giacomo I è ambasciatore di pace alla Repubblica di Genova, è Vicario in Lombardia, Capitan generale nella Marca d'Ancona, Viceré negli Abruzzi; Giacomo II è Vicario e Podestà di Firenze; Bonaventura VIII, Viceré di Sicilia; Rostaino VII, Capitan generale della Serenissima, Senatore di Roma.... Ovunque essi esercitano l'imperio e, nell'esperimento dei popoli diversi, apprendono a “ben conoscere come gli uomini s'abbino a guadagnare o perdere„. Ovunque anche combattono e lasciano la vita nell'atto di compiere un qualche prodigio: “il buon Cantelmo„, immortale nel verso del Tasso, tinge di suo sangue regio le mura di Gerusalemme; Giacomo II muore in pro dei Fiorentini contro Castruccio Castracane; il primo duca di Sora Nicolò muore alla difesa di Costantinopoli con Costantino Paleologo; Ascanio muore nelle acque di Lepanto a fianco di Don Giovanni d'Austria; Bonaventura VIII è da Carlo V reputato degno della difesa di tutto l'Impero, e di lui dice l'Imperatore che lo eleggerebbe a suo campione se dovesse rischiar la corona in una giostra; il grande Andrea dà l'esempio straordinario di una vita intesa tutta a combattere senza mai tregua, dalla primissima giovinezza fino all'ultimo respiro.... Ecco, veramente, il tipo più compiuto che sia escito fino ad oggi dalla mia razza. Andrea è uno dei più alti eroi della volontà e della constrizione. Tralasciamo il novero delle sue fortune. In Italia, in Germania, in Fiandra, in Francia, in Ispagna, quasi innumerevoli sono le città e i luoghi da lui acquistati e aggiunti al Cattolico Impero, gli assedii posti e sostenuti. Egli è il Poliorcete per eccellenza, negli stratagemmi maestro fecondo quant'altri mai, ardentissimo e prudentissimo nel tempo medesimo, “scorgendosi in lui„ come dice uno dei suoi storici “unite tutte quelle doti e qualità ch'in altri più illustri Capitani separatamente osservate si sono„. Ma quel che ai miei occhi lo innalza sopra tutti è l'inaudito rigore della disciplina a cui egli sottoponeva sé medesimo e le sue milizie. Certi suoi tratti di severità m'inebriano più che la vista delle bandiere da lui tolte ai nemici. Comandando sempre milizie senza paga e male in arnese, egli riesce ad averle in pugno pronte e diritte come una spada sola. Nessuno mai conobbe meglio di lui il modo d'imprimer sé stesso su la condotta altrui. Eloquente e nervoso nel discorso, egli preferisce pur sempre alla virtù della parola la diretta efficacia dell'esempio. Va sempre innanzi alle sue schiere, a piedi quando guida i fanti; dorme sempre vestito; non mangia e non beve se non quel che mangiano e bevono i suoi soldati; è il primo sempre all'assalto, l'ultimo a ritirarsi; coperto di ferite rifiuta di deporre l'armatura; sul campo della vittoria o nella città espugnata, non tocca mai bottino. E nella guerra delle Fiandre si rende così terribile che le madri, per ottenere obbedienza dai fanciulli, li spaventano col suo nome. Può un uomo determinar la sua propria effigie con un rilievo più schietto e più gagliardo? Escì mai da conio medaglia battuta con impronta più fiera? Nel suo secolo Andrea è soprannominato novello Epaminonda. Ebbene, anche in questo infaticabile guerriero risalta il carattere intellettuale della stirpe. Non pure egli è dottissimo nelle lingue, matematico insigne, maestro di architettura militare, scrittore di scienza bellica, ma è buon conoscitore e splendido proteggitore delle arti liberali. Eritio Puteano dedicandogli un'opera latina lo invoca -Armorum gloria, Litterarum tutela-. Cornelio Scheut d'Anversa offrendogli un suo libro di disegni capricciosi lo rappresenta Eroe cultor di eleganze fra le armi, -Heros inter arma elegantias colens-. Prosegue Andrea in questo la tradizion familiare, alla cui origine risplende inghirlandata Fanetta Cantelma, Dama di Romanino, poetante “con un certo furor divino„ tra i lauri di Provenza in una Corte d'Amore. E non sembra siasi anche trasmessa in lui qualcuna delle attitudini prodigiose per cui Alessandro si eleva tra i discepoli del Vinci a Milano? Egli imagina novissime forme di fortificare; costruisce su la Mosa il celebre Forte chiamato a gloria del suo inventore il Forte Cantelmo; fabbrica armi strane che ai contemporanei paiono quasi magiche.... Non v'è qualche cosa di leonardesco in questi suoi ingegni, che ricorda Alessandro? Avevo proferito il nome di Colui che vivendo in continua comunione col mio spirito era da me tenuto come il Genio della stirpe destinato a risorgere un giorno su dal tronco superstite in un'apparizione di vita sublime. “O tu, sii quale devi essere„. Sotto il suo sguardo e sotto il suo ammonimento erasi determinato in linee definitive il mio cómpito; ed ecco, nell'ora in cui stava per risolversi una grande cosa, egli ponevasi al mio fianco. Io l'aveva dinnanzi agli occhi vivo, come se la sua mano pallida e tirannica fosse poggiata allo spigolo del tavolo che m'era da canto e quivi posassero la statuetta di Pallade e la melagrana dalla foglia aguzza e dal fiore ardente. “O tu, sii quale devi essere„. E un'altra figura giovenile, che sembrava il minor fratello di lui, gli si teneva di contro come un riflesso. -- Alessandro ed Ercole! Ecco i due purpurei fiori succisi che due divini artefici, Leonardo e Ludovico, raccolsero e commutarono in indistruttibili essenze. Andrea Cantelmo quando morì aveva già manifestato tutte le sue energie ch'egli portava in sé; e la morte lo colse al limitare della vecchiezza, coperto di gloria, súbito dopo quell'assedio di Balaguer che fu la massima delle sue imprese eroiche. Ma questi due, affacciatisi alla vita con le mani colme di tutti i semi della speranza, avevano dinnanzi a loro ogni più vasta possibilità. Le loro teste giovenili parevano fatte per portar la corona regale, l'antica corona già portata dai padri. In un d'essi il Vinci divinava il futuro fondatore di un nuovo principato, il Tiranno trionfante che doveva imporre alle moltitudini il giogo di quella Scienza e di quella Bellezza a cui il grande maestro aveva iniziato il discepolo prediletto. Ma la sorte volle differire il compimento della profezia. Entrambi gittarono la loro vita nel primo impeto, poiché un troppo veemente ardore li divorava: Ercole nelle arene del Po contro gli Schiavoni; Alessandro su le rive del Taro alla battaglia di Fornovo. Ricordate i versi con cui l'Ariosto celebra il bellissimo figliuolo di Sigismondo Cantelmo? Il più ardito garzon che di sua etade Fosse da un polo a l'altro e da l'estremo Lito de gli Indi a quello ove il Sol cade.... Troppo la sua morte fu crudele! Nell'incursione temeraria fatto prigioniero, ebbe il capo tronco su lo scalmo d'un naviglio, che servì di ceppo, al conspetto del padre. Imagino che il sangue irruppe dal taglio come una fiamma e bruciò il fianco della galèa. Non imagino, anzi, ma vedo. Qual prodigiosa e terribile tempesta di giovinezza dovette esser quella che provocò il colpo di sprone, onde il cavallo fu lanciato a furia contro il riparo del nemico! Ah, caro padre, ho conosciuto anch'io qualcuna di tali tempeste e la sa il mio cavallo e la sanno le macerie della campagna di Roma... Certo, Ercole in quell'attimo si sentiva degno di stringere fra i suoi ginocchi la fiera alata che nacque dal sangue di Medusa. -Cave adsum!- Celebrandolo, l'Ariosto ha un verbo che da solo lo irraggia di gloria significando come l'audace morisse per non mancare al proposito tenuto da ogni Cantelmo: che è quel di persistere pur contro la peggior morte nel posto ove uno collochi sé riputandolo il più bello. Nell'assalto egli aveva al suo fianco un compagno. Come entrambi furono sopra al nemico, Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo. Egli restò, uno contro mille. E il divino Ludovico pone la sua figura bella e cruenta sul principio di un canto ove Bradamante fa prodigi con la sua lancia d'oro. Ma la morte di Alessandro somiglia quella di un semidio. A Fornovo, nel più forte della battaglia, scoppia un uragano e il Taro straripa con terribile violenza. Alessandro scompare d'improvviso, come uno di quelli antichissimi eroi ellenici che un turbine sollevava dalla terra assumendoli trasfigurati nel Cielo. Il suo corpo non si ritrova nè sul campo nè in altro luogo. Ma egli vive, vive nei secoli, d'una vita più intensa della nostra. Di lui non l'effigie soltanto ha tramandato sino a me il Vinci, ma la vita, la vera vita. Ah, caro padre, se voi aveste veduto una sola volta l'imagine non avreste potuto dimenticarla. È indimenticabile. Nessuna cosa al mondo ha per me un egual pregio, e nessun tesoro mai fu custodito con più appassionata gelosia. Chi mi ha dato la forza di sostenere una così lunga solitudine e una così dura constrizione? Chi ha infuso nel mio spirito, pur tra i più aspri rigori della disciplina quella specie di sobria ebrezza che fa sembrar leggero qualunque sforzo? Chi se non egli Alessandro? Egli rappresenta per me la potenza misteriosamente significativa dello Stile, non violabile da alcuno e neppur da me medesimo nella mia persona mai. Tutta la mia vita si svolge sotto il suo sguardo seguace; e, in verità, caro padre, chi resiste alla prova assidua di un tal fuoco non è degenere. “O tu, sii quale devi essere!„ ecco il suo quotidiano ammonimento. Ma, mentre egli così m'incita ad integrarmi, anche mi tiene dinnanzi agli occhi la visione di un'esistenza superiore alla mia in dignità e in forza. E sempre io penso a Colui che deve venire. M'arrestai, sentendo che la mia voce si mutava, temendo che traboccasse a un tratto l'onda che mi riempiva il cuore. E così profondamente l'anima del vecchio comunicava con la mia, che in quel punto egli fece l'atto involontario di tendere verso di me le due mani. -- Poichè è necessaria una volontà duplice a crear quest'Uno, che deve avanzare i suoi creatori, -- io soggiunsi quasi a voce bassa, inclinandomi verso di lui -- non potrei ambire a un'alleanza più alta di quella che mi darebbe il diritto di chiamarvi padre come vi chiamo... E, vinto dalla commozione, rimasi inclinato stringendo nelle mie le sue mani che tremavano, mentre egli mi sfiorava la fronte con le labbra senza dir parola. Ma udii nel silenzio, pur tra i palpiti del mio cuore e il respiro affannoso del padre, il lievissimo passo di Anatolia che usciva dalla stanza. -- Andava ella a piangere in disparte? -- La sua imagine, che avevo veduta immobile e bianca nell'ombra, scintillò nel mio cielo interiore come una costellazione di lacrime. -- Andava ella a piangere sola? Forse ella stava per incontrare su la sua via le sorelle... -- Quel dubbio mi turbò a dentro, d'improvviso. Il mio sguardo cadde sul cammeo che splendeva nella mano paterna. E, mentre saliva dal giardino chiuso il profumo della sera, mi si spandeva per l'anima un sentimento oscuro come di un fascino che s'addensasse intorno a me con la lentezza di quell'ombra crepuscolare. Quale intanto era il cuor di colei che stava per dipartirsi? In quali modi la sua mistica vita si disponeva intorno al ricordo dell'ora suprema segnata dallo stilo sul marmo luminoso? ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT. Ella era forse tornata più d'una volta al piccolo cimitero dei tassi e degli anemoni; e novellamente forse aveva posto le sue gracili mani sul quadrante per patirne il calore; e forse aveva ripensato la mia esortazione. “Riscaldate le vostre mani al sole, immergetele nel sole, queste povere mani; perchè fra poco le terrete incrociate sul petto o nascoste sotto il grembiale di lana bruna, nell'ombra....„ E più d'una volta forse, coperta con la palma la cifra indicatrice dell'ora divina, ella aveva atteso palpitando nel gran silenzio per veder l'ombra dello stilo attingere l'estremità dell'anulare come in quel giorno di sogno; e forse aveva pianto perché il prodigio d'amore non s'era rinnovato. SINE SOLE SILEO. Io congiungeva l'imagine della custode di erbarii fintami da Oddo e l'imagine di quella triste anima errante intorno all'orologio solare che aveva segnato per lei l'ora della beatitudine invano. E pensavo: “Se io possedessi la potenza di foggiarti un bel fato in quella guisa che l'artefice forma la cera obbediente, o tu che mi venisti incontro uscendo da un orto arido ove un voto funebre ti aveva chiusa, Massimilla, io così compirei con la morte la tua figura ideale, con l'opportuna morte io compirei la tua perfezione; poiché nessun'altra ora ti attende, in cui tu possa trovar qualche pregio, essendo tu giunta una volta in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per intendimento di ritornare. Io farei che, guidata dal divino ricordo, tu ritornassi al luogo ove in sogno io colsi i coronali anemoni per versarli sul tuo capo, e quivi tu ritrovassi presso il marmo orario l'attitudine armoniosa in che prima io ti lodai. E l'attimo in cui il punto d'ombra attingesse l'estremità dell'anulare, quello sarebbe della tua morte. Allora io medesimo, sotto l'immobile sguardo della cariatide prostrata, vorrei cavar la fossa per il tuo frale; e ti vorrei comporre come le gentili donne composero Beatrice nella visione di Dante, e coprirti anche la testa di quel loro velo. Ma non porrei la croce sul tuo sepolcro né altro segno pio; sì bene, per incidervi un epitaffio degno della tua gentilezza, evocherei l'ultimo figliuolo delle Grazie nato in Palestina come il tuo Sposo celeste: un cantore di fanciulle colpite da morte precoce, Meleagro di Gadara, ghirlandato di giacinti, dal flauto soave. -- O Terra, universal madre, salute! Sii or tu leggera per questa vergine: tanto poco ella pesò su te! -- „ Così mi piaceva ornare il sentimento ch'ella m'inspirava e convertire in poesia la sua tristezza. -- Il bulbo di narcisso nell'erbario ha germogliato per la terza volta? -- le domandai d'improvviso un giorno, mentre eravamo su le acque del Saurgo in vicinanza della città morta. Ella si turbò tutta, e mi guardò con occhi quasi sbigottiti. -- Come sapete? Io sorrisi e ripetei: -- Ha dunque germogliato? -- No, non più! -- ella rispose chinando la faccia. Eravamo soli in una piccola scafa che io stesso guidava con l'unico remo. Violante, Anatolia e Oddo erano in altri battelli condotti dai navalestri. Il fiume era quivi così largo e lento che somigliava quasi uno stagno; e una innumerevole greggia di ninfee lo ricopriva. I grandi fiori candidi a foggia di rose galleggiavano tra le foglie lucide esalando un'umida fragranza che pareva posseder la virtù di dissetare. Quivi Simonetto aveva compiuto le sue erborazioni, nell'autunno micidiale. Io imaginavo la figura del giovine erborista chino su le acque ad esplorare il limo, nel tempo in cui le ninfee stavano per nascondersi. Il suo -hortus siccus- doveva certo contenere gli esemplari inerti di tutta quella flora acquatica diffusa intorno alla ruina. Come gli occhi di Massimilla seguivano i moti dei mio remo che a quando a quando fendevano qualche foglia o spezzavano qualche stelo, io dissi pianamente: -- Pensate a Simonetto? Ella trasalì. -- Come sapete? -- mi chiese di nuovo, agitata, coprendosi di rossore. -- So da Oddo.... -- Ah! -- fece ella senza dissimulare il suo rammarico per questa mia consapevolezza che pareva ferirla. -- Oddo vi ha raccontato.... Ella si chiuse in un silenzio che io indovinavo quanto le fosse penoso. Fermai il remo per qualche istante; e il leggerissimo legno restò immobile tra quell'immenso candore di corolle vive. -- Lo amavate molto? -- domandai alla taciturna, con una dolcezza che forse le ricordò i nostri primi colloquii. -- Come amo Oddo, come amo Antonello -- rispose con un tremito nella voce, senza sollevare le palpebre. Dopo un intervallo, le domandai: -- Entrate nel monastero per sacrificarvi alla sua memoria? -- No, non per questo. Sarebbe omai troppo tardi.... -- Perché, dunque? Ella non rispose. Ma io guardai le sue mani che si contraevano come per un bisogno di torcersi; e compresi tutta l'involontaria crudeltà della mia domanda inutile. -- È vero che siete risoluta a partire fra pochi giorni? -- soggiunsi quasi timidamente. -- È vero. Le labbra le tremavano, impallidite. -- Oddo e Anatolia vi accompagneranno? Ella accennò col capo, serrando la bocca come per contenere un singulto. -- Perdonatemi, Massimilla, se vi ho fatto male -- io le dissi con una commozione profonda, sentendo una pesante tristezza piombare su me d'improvviso. -- Tacete, vi prego! -- ella supplicò con una voce irriconoscibile. -- Non mi fate piangere! Che penserebbero le sorelle? Non potrei nascondere le lacrime.... E mi sento soffocare. Il grido di Oddo ci richiamava, dalle rovine. Già Anatolia e Violante avevano messo il piede nella città morta. Un uomo con la sua scafa veniva verso di noi, giudicando forse l'indugio causato dalla mia inesperienza nello spingere il legno fra l'intrico delle ninfee. “Ah, sempre io porterò in me il rammarico d'averti perduta!„ io dicevo in silenzio a colei che stava per dipartirsi. “Vorrei vederti composta nella perfezione della morte piuttosto che saperti diminuita in un'esistenza difforme a quella che il mio amore e la mia arte ti promettevano. E forse tu mi avresti indotto a esplorare qualche lontanissima regione del mio mondo, che senza di te rimarrà forse abbandonata e incolta....„ Il naviglio scorreva su la nivea greggia lievemente: pel solco i calici e le foglie ondeggiavano lasciando scorgere nella limpidità cristallina la pallida selva degli steli, pallida e pigra come se la nutrisse il limo letèo. La ruina di Linturno, tutta abbracciata dalle acque e dai fiori, aveva nella sua secolare inerzia lapidea l'apparenza d'una congerie di grandi scheletri infranti. Non è nelle orbite dei teschi umani tanta vacuità esanime quanta era nei cavi di quelle pietre consunte, imbianchite come ossa dalle brume e dalle canicole. E io pensai che traghettavo una vergine morta. Poi tutto fu tocco dalla mia tristezza, in quel pomeriggio senza nube. Vagammo lungamente per l'antica ruina, cercando i vestigi della vita scomparsa. Erano vestigi incerti, che suscitavano discordi fantasmi. -- Una teoria di giovinetti inghirlandati discendeva al fiume paterno cantando per offerirgli le intonse chiome crescenti? O una processione bianca di catecumeni, nutriti di latte e di miele come pargoli, vi discendeva per ricevere il battesimo? -- Un'oscura leggenda di martiri diffondeva su i ruderi pagani una specie di santità dolorosa. “-Martyris ossa jacent-....„ leggemmo su un frammento di sarcofago; e qua e là nelle sparse pietre effigiate ritrovammo gli emblemi e i simboli ambigui: l'aquila di Giove e il leone di Cibele assoggettati agli Evangelisti; le viti di Dioniso piegate ad esprimere il verbo del Salvatore; il cervo di Diana significante l'anima sitibonda; il paone di Era, la gloria dell'anima risorta. A quando a quando un colubro sbucava di tra i sassi e gli sterpi dileguandosi rapido come una saetta. Un uccello invisibile imitava stranamente lo strepito delle tabelle che indicano l'ora nel silenzio del Venerdì Santo. -- E la vostra grande Madonna dov'è? -- mi chiese Anatolia, ricordandosi delle mie lontane parole. Cercammo fra le macerie un tramite per giungere alla basilica diruta, che era all'estremità dell'isoletta, sul ramo del Saurgo contiguo alle rocce. -- Forse l'acqua c'impedirà di passare -- dissi io, scorgendo presso le mura un luccichio di specchi. Il fiume in fatti aveva inondato una parte della ruina sacra; e una selva acquatica vi ramificava in pace. Ma scoprimmo una breccia, e per quella potemmo penetrare nell'absida. Ciascuna delle tre sorelle entrando si fece il segno della croce, tra un gran frullo d'ali. V'era una frescura umida in una luce glauca e palpitante. L'absida e qualche pilastro della nave centrale, rimasti in piedi, formavano una specie di antro che le acque avevano invaso fin presso la mensa diserta dell'altare; e una moltitudine di ninfee, più ampie e più bianche di quelle su cui avevamo navigato, si addensava come in adorazione a piè della grande Madonna musiva che sola occupava il concavo cielo d'oro. Ella non portava su le sue braccia l'Infante, ma era sola e tutt'avvolta in un'ammantatura di color plumbeo come in un'ombra di lutto; e un profondo mistero di dolore era nei suoi occhi larghi e fissi. Su su per la curva dell'arco le rondini avevano composto una gentile corona di nidi, seguendo l'ordine delle parole scritte in giro. QVASI PLATANVS EXALTATA SVM JVXTA AQVAS. E quivi le tre vergini insieme s'inginocchiarono e pregarono. “Se noi ti lasciassimo in questo asilo, con le ninfee e con le rondini!„ pensai guardando Massimilla che nella preghiera pareva inchinarsi sempre più verso la terra. “Tu vi abiteresti come una najade romita che avesse obliato Artemide per adorare la dolorosa divinità novella.„ E io imaginava la sua metamorfosi: -- compiuti i suoi riti solitarii tra il coro delle rondini, ella s'immergeva nelle acque e discendeva alle radici dei fiori.... Ma nulla veramente quivi ai miei occhi vinceva di bianchezza una nuca quasi oppressa dal peso d'una capellatura più densa dei grappoli marmorei che ornavano la fronte dell'altare. Per la prima volta io vedeva Violante in ginocchio; e quell'atto era così disdicevole alla qualità della sua bellezza, che io ne soffrivo come di una disarmonia; e con una strana inquietudine aspettavo ch'ella si levasse di tra i due paoni simbolici che in mezzo ai grappoli aprivano le loro penne occhiute. Prima delle altre ella si levò, con una di quelle stupende movenze per cui la sua bellezza pareva superar sé stessa in quella guisa che una luce continua sembra crescere se d'un tratto renda una scintillazione. -Exaltata juxta aquas!- Al ritorno ella venne meco sul fiume, seduta su la piccola prora di contro a me che in piedi spingevo il battello col remo. Un turbamento invincibile mi teneva, mentre mi riapparivano nella memoria la mano imperlata di sangue e il roveto carico di fiori. Da quell'ora lontana, per la prima volta io mi ritrovava solo con Violante, a viso a viso. -- Ho una gran sete -- ella disse inclinandosi in dietro verso l'acqua con una movenza che nell'esprimere il desiderio pareva quasi agguagliarla all'elemento fluido e voluttuoso. -- Non bevete di quest'acqua! -- io la pregai, vedendo ch'ella si nudava le mani. -- Perché? -- Non ne bevete! Allora ella immerse le mani ignude, recise una ninfea, e si chinò a respirarne l'umidità fragrante. Pareva che intorno a noi una trepidazione indistinta invadesse la greggia floreale. Come il sole era caduto dietro le rocce, un riflesso roseo appena percettibile cadeva dal cielo vespertino su l'innumerevole candore. -- Guardate le ninfee! -- esclamai, fermando il remo. -- Non vi sembra che in questo momento abbiano una straordinaria espressione di vita? Ella immerse di nuovo le mani fino ai polsi e le tenne abbandonate, carnei fiori natanti; e, mentre il suo sguardo correva su la moltitudine commossa, il sorriso della sua bocca era così divino che la mia anima volle attribuirgli la virtù del prodigio. Veramente ella era degna di operare tutte le meraviglie e di sottomettere alla sua bellezza pur l'anima delle cose. Io non osavo dir parola, tanto al suo fianco parevami parlante il silenzio. Ma, stando noi chini verso l'acqua, eravamo congiunti l'uno all'altra da un fascino non dissimile a quello che ci aveva accomunati il primo giorno in conspetto della rupe ardente. Non stridevano sul nostro capo gli sparvieri ma garrivano le rondini a volo gittando a tratti dai loro bianchi petti quasi un lampo. -- Ebbene? Non ci moviamo? Non avete più forza? -- mi disse ella rivolgendosi, con un accento indefinibile d'irrisione, e penetrandomi in fondo agli occhi. -- Non vedete che gli altri battelli sono già discosti? Considerò la flottiglia per un poco, corrugando leggermente la fronte. -- Anatolia ci richiama -- soggiunse. -- Affrettatevi! Il Saurgo sembrava allargarsi nel tramonto, dileguarsi in una infinita lontananza, riacquistare la forza della sua correntìa, promettere di condurci in paesi più belli. E in quella creatura sovrana, tutta inclinata verso quel grande e dolce fiume roseo dall'ardor della sete come da un violento desiderio di fluidità conforme alla sua essenza voluttuosa, era tal mistero di bellezza e di poesia che la mia anima si protese verso di lei col più fervente atto di adorazione. -- Guardate! -- mi disse allora la rivelatrice, mostrandomi lo spettacolo ch'ella avrebbe potuto crear con un gesto. -- Guardate! Intorno a noi, su l'acqua scorsa da un leggero brivido, le corolle vive si chiudevano con un moto quasi labiale, esitavano per qualche istante, si ritraevano, si sommergevano, scomparivano sotto le foglie, l'una dopo l'altra o insieme a gruppi, come se dal profondo una virtù sonnifera le attirasse. Larghe plaghe rimanevano deserte, ma talvolta quivi nel mezzo una sola ninfea s'attardava effondendo la sua estrema grazia in quell'indugio. Una vaga malinconia fluttuava su l'acqua nel punto ove scompariva ciascuna delle ritardanti. E sembrava, allora, che pel grande e dolce fiume roseo incominciassero a vaporare i sogni notturni della moltitudine sommersa. Ma su la vetta del Corace fu l'apparizione impreveduta per cui si determinarono le nostre sorti ultimamente. Avevamo fatta una sosta a Scultro per visitarvi l'antichissima badia dove si conservano i resti del mausoleo suntuoso, opera di Maestro Gualtiero d'Alemagna, elevato da una Cantelma a memoria di sé medesima e de' suoi tre figli: da quella magnifica -Domina Rita- che, sposata a Giovanni Antonio Caldora, fu madre del gran condottiere Jacopo. E io e Anatolia eravamo rimasti ultimi nella cappella umidiccia a contemplare la figura supina del giovine eroe tutto chiuso in arme grave sino alla gola ma scoperto il capo chiomato che riposa così regalmente sul guanciale marmoreo. Poi, dopo un lungo tratto, avendo lasciato le mule in un pianoro, eravamo giunti su per un calle aspro e angusto al ciglio settentrionale del cratere primitivo cangiato nel lago a cui Secli dà il nome. Ai nostri piedi avevamo, da una banda, la valle fulva del Saurgo; dall'altra, i forti sproni che la maggiore giogaia protende nelle sottoposte pianure limitate dal mare in lontananza. Su le nostre teste, dall'immenso cristallo ceruleo pendevano alcune nuvole quasi immobili, coerenti e abbaglianti come acervi di neve. Seduti su i macigni, guardavamo in silenzio. Violante e Massimilla apparivano affaticate; e Oddo non riusciva ancora a calmare il suo ànsito. Ma Anatolia andava cogliendo nelle fenditure i piccoli fiori. Era in me un'inquietudine confusa e ineguale, che talvolta s'addensava fino a opprimermi come un'angoscia. Io sentivo che omai l'ora della scelta mi stava sopra inevitabile e che non potevo più indugiarmi nelle vicende tormentose e dilettose del desiderio e della perplessità né più studiarmi di fondere in una armonia i tre nobili ritmi. Per l'ultima volta in quel giorno le tre beatrici m'apparivano congiunte, sotto la luce d'un medesimo cielo. -- Qual tempo era trascorso dall'ora prima in cui salendo per le antiche scalee, nelle voci e nelle ombre virginee come nelle parvenze d'un prestigio, tra i segni dell'abbandono e della dimenticanza, avevo composta la prima musica e compiuta la prima trasfigurazione? -- Al dimane il maldurevole incanto sarebbe caduto, e per sempre. Io sentivo omai la necessità di ripetere con la viva voce ad Anatolia le parole già da me rivolte in silenzio alla pura imagine segreta ch'era stata testimone del mio colloquio col padre. -- Pur dianzi, nella cappella deserta, al conspetto di quella tomba elevata dalla fede di una virago, non avevamo ambedue comunicato in un medesimo sentimento e in un medesimo pensiero? Pur dianzi io le avevo detto, senza parole: “Anche tu potresti essere una genitrice di eroi, o consapevole. Io so che tu hai raccolta la mia volontà e l'hai riposta nel tuo cuore fedele, dov'ella fiammeggia come un diamante. So che, in sogno, tu hai vegliato tutta una notte misteriosamente sul sonno di un fanciullo. Mentre il suo corpo dormiva con un respiro profondo, tu reggevi nelle tue palme la sua anima tangibile come una sfera di cristallo; e il tuo petto si gonfiava di divinazioni meravigliose.„ Io sentivo omai la necessità di scambiare con lei la promessa sicura, già che ella era sul punto di partire con la monacanda e col fratello in ben triste viaggio. Ma la mia inquietudine si faceva grave come un'angoscia, quasi che un pericolo vero mi soprastasse. E non potevo non riconoscerne la causa nel turbamento che Violante mi dava di continuo con ogni suo atto. Era là sotto di noi, nella valle, la ruina di Linturno, simile a un mucchio di pietre bianche, simile a un lembo scoperto del greto, in mezzo alle dolci acque morte; dove ella pur jeri, quasi per un duplice prodigio, aveva incantato le ninfee e la mia anima. Ancora ella m'incantava, se i miei occhi la guardavano. Seduta sul macigno come il primo giorno sul plinto, ella era simile alle statue immortali. Anche una volta io la considerai presente e pur discosta, come in quel giorno; e ripensai: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio. Giammai le sue viscere porteranno il peso difformante; giammai l'onda del latte sforzerà il puro contorno del suo seno....„ Con un impeto interiore, come per liberarmi da un giogo, balzai in piedi; e, rivolto a colei che andava cogliendo nelle fenditure i piccoli fiori, dissi: -- Giacché non siete stanca, Anatolia, volete salire con me fino alla cima? -- Eccomi pronta -- assentì ella, con la sua chiara voce cordiale; e, accostandosi a Massimilla, le depose nel grembo i piccoli fiori. Violante rimase nella sua attitudine, tenendo fra le dita il suo velo: -- impassibile, come se non avesse inteso. Ma io sentivo che le sue pupille non guardavano le cose, e mi turbai come se giungesse sino a me un raggio del fascino emanato dalla profondità occulta in cui era fisso il suo sguardo. -- Non tardate a discendere! -- fece Oddo con suono di preghiera, mostrando nel suo volto scarno il malessere che gli davano quelle alture: quasi un timore continuo della vertigine. -- Noi vi aspettiamo. La cima del Corace insorgeva contro il cielo nuda e acuta come un elmetto, inclinata alquanto verso austro; e il tramite per giungervi correva lungo la costola ripida, angusta quasi come uno scrimolo, ond'erano spartiti nettamente i due pendii. Così difficile era quivi il passo e così periglioso che io offersi ad Anatolia la mia mano per sostegno ed ella vi poggiò la sua mentre vacillava su le asperità della roccia sorridendo. Eravamo già fuor d'ogni vista, liberi e soli, dominatori dello spazio immenso. Ci pareva che ogni respiro purificasse il sangue nelle nostre vene e alleggerisse il peso della nostra carne. E l'aroma essenziale che il fuoco del sole esprimeva dalle rare erbe alpestri, simile a un farmaco possente, accelerava il ritmo della nostra vita. ' . 1 2 , 3 . , 4 ' 5 ' ' 6 , ' 7 , 8 , 9 . ' 10 . 11 . « 12 . ' 13 14 . , ' , , 15 , 16 ? ' ? 17 , 18 19 ' . 20 21 . 22 23 24 , , , 25 ' ' 26 27 . 28 ' , 29 30 ; , 31 , 32 . 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