divine d'un sacrificio volontario. Antigone conducente per mano il
vecchio padre cieco o prostrata a ricoprire di polvere il cadavere
fraterno non era più tenera e più forte di lei, non aveva una fronte più
pura e un cuore più largo. In quella sorta di languido tedio, in
quell'ombra snervante ove un infermo approfondiva il suo male mentre una
voce inquieta evocava l'imagine d'un vano supplizio tra una flora
defunta, la consolatrice apparendo dava d'un tratto al mio spirito una
sollevazione di vita e, come una subita luce percotendo la parete oscura
fa scintillar nel trofeo la spada immobile, traeva un gran lampo dalla
mia volontà riposta. V'era in lei una virtù che avrebbe potuto produrre
un frutto portentoso. La sua sostanza avrebbe potuto nutrire un germe
sovrumano. Ella era veramente la “nutrice„ ma quale appariva la vergine
Antigone al cieco Edipo esule ed errante. Un'immensa moltitudine di
creature avide avrebbe potuto abbeverarsi nella sua tenerezza senza
esaurirla. Non conservava ella sola, come l'eroina antica, in sé, nel
suo gran cuore, la fiamma geniale mancata al focolare di sua stirpe
moribonda? Non era ella unicamente l'anima della triste casa? Massimilla
nel suo orto arido, Violante nella sua nube di profumi impallidivano
dinnanzi a quella loro sorella che camminava con sì fermo passo e con sì
dolce sorriso nella via dell'immolazione.
E io pensai a Colui che doveva venire.
Eravamo seduti, io e il principe Luzio, presso un balcone aperto,
nell'ora pomeridiana in cui l'ardenza già troppo forte di quel maggio
morente cominciava a temperarsi e le nuvole pellegrine stampavano
qualche vasta ombra cerulea su la valle accesa. Poiché ricorreva
l'anniversario della morte di Re Ferdinando, il principe fedele a
commemorare il suo lutto evocava nel mio spirito tutte le tristezze e
tutti gli orrori della lunga agonia regale; e là, su i profumi salienti
dal giardino chiuso, i lugubri fantasmi si succedevano senza tregua
risvegliati dalla voce senile. Il muto viaggio su per l'alture di Ariano
e nel Vallo di Bovino tra bufere di neve; i funesti presagi che si
levavano a ogni passo; i primi segni del male apparsi in una sera gelida
mentre il Re assiderato arrancava su i ghiacci che inasprivano l'erta;
la sua smania ansiosa di proseguir nel cammino senza indugi come se il
destino inesorabile lo incalzasse; lo spaventevole pallore di cui
tingevasi all'improvviso in conspetto della folla tra le onoranze
ch'egli presentiva estreme; le grida che gli strappava lo spasimo e che
copriva il clamore della festa nuziale; il turbamento dei medici adunati
intorno al suo letto dubitanti sotto lo sguardo ostile e sospettoso
della Regina; il suo scoppio di lagrime al primo entrare della duchessa
di Calabria, freschissimo fiore di giovinezza, nella camera già infetta
dalle esalazioni del morbo, dov'egli giaceva invecchiato e quasi
inebetito dalle sofferenze; poi il tragico addio da lui rivolto alla sua
propria statua mentre gli infermieri lo trasportavano in un'altra
camera; poi l'imbarco su la nave, cerimonia triste come un mortorio, e
il suo lugubre motto quando la barella fu discesa nel boccaporto
allargato a colpi di scure; poi l'arrivo a Caserta, il rapido
aggravamento, la dissoluzione putrida del suo corpo nel gran letto
circondato d'imagini sacre, di reliquie miracolose, di crocefissi, di
lampade, di ceri; infine la pompa del Viatico, il sollevarsi del Re su i
guanciali irriconoscibile fra il terrore degli astanti, le ultime
parole, la cristiana serenità della morte, la disputa tra la Regina e i
dottori per l'imbalsamazione del cadavere, l'assistenza dei soldati
intorno alla bara addetti a nettar di continuo le innumerevoli piaghe
purulente: tutte le tristezze e tutti gli orrori passavano nelle
memorie. E io ascoltando pensavo al duca di Calabria singhiozzante in un
angolo come una femminetta. “Ah, che bello e terribile sogno avrebbero
potuto alimentare in lui giovine gli odori della morte, per quelle
torbide settimane di primavera! In quali superbe e inebrianti
meditazioni si sarebbe profondata la mia anima all'ombra dei vasti
alberi, e come l'impetuosa agitazione constretta nei tronchi possenti mi
sarebbe parsa piccola al confronto della mia!„
Il principe Luzio narrava come un giorno il Duca di Calabria fosse
entrato all'improvviso, tutto sbigottito e ansante, nella camera del
padre infermo, ad annunziargli la cacciata del Granduca di Toscana, e
con qual violenza di parole il Re avesse giudicata la pusillanimità del
parente.
-- Ah, se Ferdinando non fosse morto! -- esclamò il vecchio, con un gesto
quasi minaccioso. -- Poche ore prima di spirare, egli diceva: “Mi è stata
offerta la corona d'Italia....„ Non pensi tu, Claudio, che un Borbone la
porterebbe oggi sul capo?
-- Forse -- io risposi con grande rispetto. -- E, se così fosse, ai primi
onori del Regno dovrebbe essere esaltato il Principe di Castromitrano.
Lasciate che io vi dica quanto ammiri la vostra dignità e la vostra
fede. Voi siete dei pochissimi, tra i nostri pari, che abbiano mantenuto
intatto e intenso il sentimento della virtù di stirpe. Piuttosto che
rinunziare al privilegio e prendere un'attitudine disconveniente al
vostro orgoglio legittimo, piuttosto che apparire il superstite di voi
medesimo, vi siete ritratto dal mondo, ma dopo averlo abbagliato con un
supremo splendore di magnificenza; e siete venuto in solitudine ad
aspettar l'evento che il Destino riserba alla vostra Casa. La sventura
vi ha trattato da grande; poiché v'è anche un privilegio di dolore, e il
vostro fu ben riconosciuto.
Il volto paterno del principe s'era fatto grave e attento. La
venerazione che la sua bella canizie inspirava alla mia anima era assai
più profonda di quella manifestata dalla mia parola; ma vi s'aggiungeva
una tenerezza di qualità così pura che non poteva essermi data se non da
una presenza feminile. Sentii infatti lo spirito di Anatolia. Apparsa su
la soglia della porta che si apriva in fondo alla stanza, ella era
passata in silenzio lungo la parete e s'era seduta nell'ombra di un
angolo, bianca, misteriosa e propizia come un Genio familiare.
-- Lontano dal mondo, -- io soggiunsi -- chiuso in una nube così densa di
tristezza, voi avete potuto nutrire fino a oggi la speranza in una
risurrezione delle cose che sono morte; ed ho ancora nell'orecchio la
profezia della vostra fede. Certo, le cose che sono morte risorgeranno;
ma trasformate. Se voi voleste per un sol momento affacciarvi su lo
spettacolo che dà oggi il mondo, sentireste il vostro sogno antico
cadervi dall'anima come una foglia arida e vi parrebbe inutile per
Francesco di Borbone il ricupero del suo piccolo Stato e pur l'acquisto
d'Italia. Sia un Borbone o sia un Sabaudo sul trono, il Re è pur sempre
assente; poiché non si chiama Re un uomo il quale, essendosi sottomesso
alla volontà dei molti nell'accettare un officio ben determinato e
angusto, si umilia a compierlo con la diligenza e la modestia di un
publico scriba che la tema d'esser licenziato aguzzi senza tregua. Non
dico il vero? Né diversamente saprebbe regnare Francesco. Subito dopo la
morte del padre, non scrisse egli di suo pugno un editto per ristabilire
gli effetti della Costituzione abolita? e non fu Alessandro Nunziante
quegli che impedì fosse promulgato? Ma richiamate alla vostra memoria la
lamentosa proclamazione dell'8 dicembre, data dalle casematte di Gaeta.
È quello il linguaggio di un Re, e d'un Re vinto?
Avendo ascoltato in silenzio, con le sopracciglia contratte, il principe
Luzio disse non senza un'ombra di severità:
-- Si vede che è in te il sangue di Gian Paolo Cantelmo.
-- È in me il sangue di tutti i miei maggiori. Ah, caro padre (lasciate
che io vi dia questo nome!), so bene quanto vi riesca dolorosa la
rinunzia a un sogno di giustizia, innanzi a cui tanti e tanti anni è
rimasta accesa la fiamma della vostra fede; ma io voglio dirvi che per
noi e per i nostri pari non v'è omai salvezza se non a patto di
sostituire il proposito energico all'inutile speranza. Sopportate che io
vi parli senza ambagi. È inutile sperare che si levi d'improvviso un
qualche bollore eroico nel sangue stagnante di San Luigi. Io ho visitato
l'Esule, di recente: egli è pieno d'una placida rassegnazione, dedito
alla beneficenza e alla preghiera, memore del suo brevissimo regno come
d'un lontano sogno angoscioso. La vostra profezia trarrebbe dalle sue
labbra un sorriso incredulo e mite: nulla più. Se il suo spirito migra
qualche volta verso il Golfo, non forse Capodimonte ma la cima dei
Camaldoli è la sua mèta. Egli s'è assuefatto a una vita modesta e pia:
non vede più brillare la corona nelle sue notti. Lasciamolo placidamente
dormire!
Il principe fedele aveva chinato il capo sul petto; e io vedevo nella
sua fronte china le rughe approfondirsi come solchi pieni di pensiero.
-- Non per lui soltanto è opaco il fato. Il crepuscolo dei Re è tutto
cinereo, cieco d'ogni splendore. Spingete lo sguardo pur oltre i paesi
latini. All'ombra di troni posticci vedrete falsi monarchi compiere con
esattezza le loro funzioni publiche in aspetto di automi o attendere a
coltivar le loro manìe puerili e i loro vizii mediocri. Il più potente,
il padrone di più vaste turbe, corroso nei suoi muscoli erculei dal
tarlo del sospetto, si consuma solo in una cupa misantropia, non avendo
nemmeno il gusto di contrapporre alle piccole formule chimiche dei suoi
ribelli una qualche magnifica strage ad arme bianca per irrigare e
concimare le sue terre isterilite. V'ha però un'anima veramente regale,
e voi forse avete potuto considerarla da presso: è della stirpe di Maria
Sofia. Quel Wittelsbach mi attrae per l'immensità del suo orgoglio e
della sua tristezza. I suoi sforzi per rendere la sua vita conforme al
suo sogno hanno una violenza disperata. Qualunque contatto umano lo fa
fremere di disgusto e di collera; qualunque gioia gli sembra vile se non
sia quella che egli stesso imagina. Immune da ogni tossico d'amore,
ostile a tutti gli intrusi, per molti anni egli non ha comunicato se non
con i fulgidi eroi che un creatore di bellezza gli ha dato a compagni in
regioni supraterrestri. Nel più profondo dei fiumi musicali egli
estingue la sua sete angosciosa del Divino, e poi ascende alle sue
dimore solitarie ove sul mistero delle montagne e dei laghi il suo
spirito crea l'inviolabile regno che solo egli vuol regnare. Per questo
sentimento infinito della solitudine, per questa facoltà di poter
respirare su le più alte e più deserte cime, per questa consapevolezza
d'essere unico e intangibile nella vita, Luigi di Baviera è veramente un
Re; ma Re di sé medesimo e del suo sogno. Egli è incapace di imprimere
la sua volontà su le moltitudini e di curvarle sotto il giogo della sua
Idea; egli è incapace di ridurre in atto la sua potenza interiore. Nel
tempo medesimo egli appare sublime e puerile. Quando i suoi Bavari si
battevano con i Prussiani, egli era ben lungi dal campo di battaglia:
nascosto in una delle sue isolette lacustri, obliava l'onta sotto uno di
quei ridicoli travestimenti ch'egli usa per favorire le sue belle
illusioni. Ah, meglio sarebbe per lui, piuttosto che frapporre tra la
sua maestà e i suoi ministri un paravento, meglio sarebbe raggiungere
alfine il meraviglioso impero notturno cantato dal suo Poeta! È
incredibile ch'egli non si sia già partito dal mondo, trascinato dal
volo delle sue chimere....
Il principe teneva ancora la fronte china, in un'attitudine così grave
che pur nella foga del dire io mi sentivo premere il cuore dalla tema
d'averlo addolorato; e un'ansietà filiale m'invase, di consolarlo, di
risollevare il suo bel capo candido, di vedergli brillare negli occhi
l'insolita gioia. La presenza di Anatolia mi comunicava non so quale
ardore generoso e quasi un bisogno di rivelare quanto eravi in me di più
superbo e di più forte. Ella era immobile e tacita nell'ombra, come un
simulacro; ma la sua attenzione m'irradiava l'anima, come un fascio di
luce.
-- Voi vedete, mio caro padre -- io ripresi a dire, senza poter frenare i
palpiti che mi sembravano ripercuotersi nella voce -- voi vedete che da
per tutto le antiche regalità legittime declinano e che la Folla sta per
inghiottirle nei suoi gorghi melmosi. Veramente esse non meritano altra
sorte! E non le regalità soltanto, ma tutte le cose grandi e nobili e
belle, tutte le idealità sovrane che furono un tempo la gloria dell'Uomo
pugnace e dominatore, tutte sono sul punto di scomparire nell'immensa
putredine che fluttua e si solleva. Io non vi dirò fin dove giunga
l'ignominia, perchè dovrei usar parole che offenderebbero il vostro
orecchio; e, dopo, converrebbe purificar l'aria con qualche granello
d'incenso. Io mi son partito dalla città, soffocato dal disgusto. Ma ora
penso al dissolvimento quasi con giubilo. Quando tutto sarà profanato,
quando tutti gli altari del Pensiero e della Bellezza saranno abbattuti,
quando tutte le urne delle essenze ideali saranno infrante, quando la
vita comune sarà discesa a un tal limite di degradazione che sembri
impossibile sorpassarlo, quando nella grande oscurità si sarà spenta pur
l'ultima fiaccola fumosa, allora la Folla si arresterà presa da un
pànico ben più tremendo di quanti mai squassarono la sua anima
miserabile; e, mancata a un tratto la frenesia che l'accecava, ella si
sentirà perduta nel suo deserto ingombro di rovine, non vedendo innanzi
a sé alcuna via e alcuna luce. Allora scenderà su lei la necessità degli
Eroi; ed ella invocherà le verghe ferree che dovranno novamente
disciplinarla. Ebbene, caro padre, io penso che questi Eroi, che questi
nuovi Re della terra debbano sorgere dalla nostra razza e che fin da
oggi tutte le nostre energie debbano concorrere a prepararne l'avvento
prossimo o lontano. Ecco la mia fede.
Il principe aveva sollevato la fronte; e mi guardava con occhi intenti e
un poco attoniti, quasi che io gli apparissi in un aspetto inopinato. Ma
una vivacità insolita, che rianimava tutta la sua persona, mi diceva
com'egli fosse già tocco dal mio ardore.
-- Ho vissuto alcuni anni in Roma -- continuai, con una confidenza più
sicura -- in quella terza Roma che doveva rappresentare “l'Amore indomato
del sangue latino alla terra latina„ e raggiare dalle sue sommità la
luce oltremirabile di un Ideale novissimo. Sono stato testimonio delle
più ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano
disonorato un luogo sacro. E ho compreso l'alto simbolo che si cela
nell'atto di quel conquistatore asiatico, il quale gittò cinque miriadi
di teste umane nei fondamenti di Samarcanda volendo instituirla
capitale. Non credete voi che il savio tiranno volesse significare la
necessità delle crude recisioni nel punto di dar principio a un ordine
veramente nuovo di cose? Bisognava immolare e poi gittar nei fondamenti
della terza Roma gli uomini chiamati liberatori e, seguendo l'antico uso
funerale, anche porre ai piedi loro e ai fianchi loro e tra le loro mani
liberatrici le cose che essi amarono ed ebbero più familiari, e
divellere e trascinar dai vertici delle montagne i più gravi massi di
granito per chiudere in eterno le sepolture profonde. Ma non mai si
videro in terra vite più tenaci e più pestifere! Primieramente dunque,
caro padre, in Roma ho appreso questo: -- Il naviglio dei Mille salpò da
Quarto sol per ottenere che l'arte del baratto fosse protetta dallo
Stato. -- Pur tuttavia, tra lo schiamazzo dei trafficatori, ho potuto
intendere la voce misteriosa e remota che persiste quivi in tutti i
sassi come nei nicchi marini; e allo spettacolo sublime dell'Agro ho
potuto consolarmi d'ogni disgusto. Ah, padre, chi potrà mai disperare
delle sorti del Mondo finchè Roma sia sotto i cieli? Quando io la penso
e l'adoro, non so vederla se non nell'atto in cui ella fu effigiata su
la medaglia di Nerva: col timone fra le mani. Quando io la penso e
l'adoro, non so specificare la sua virtù se non con la parola di Dante:
“in ogni generazione di cose, quella è ottima che è massime Una„. E il
suo principio di unità, come già fu, dovrà ancor essere adunatore
ordinatore e conservatore di tutto ciò che è buono e pieghevole
all'ordine, nel Mondo. Le similitudini dantesche delle glebe e delle
fiamme ben le si convengono, potendosi le prime concepire come formanti
una base unica e le seconde come riunite in un solo e medesimo apice.
Fermamente credo che la più gran somma di dominazione futura sarà
appunto quella che avrà in Roma la sua base e il suo apice; poichè io
Latino mi glorio d'aver posto a principio della mia fede la verità
mistica enunciata dal Poeta: “Non è dubbio che la Natura abbia disposto
nel mondo un luogo atto all'universale imperio; e questo è Roma„. Ora,
per qual misterioso concorso di sangui, da qual vasta esperienza di
culture, in qual propizio accordo di circostanze sorgerà il nuovo Re di
Roma?
La bella febbre, che nel deserto laziale aveva infervorato le mie
meditazioni fino all'ebrezza, si riaccendeva nelle mie vene; e i grandi
fantasmi già espressi dal suolo sacro mi rioccupavano lo spirito in
tumulto; e tutte le speranze generate dal mio orgoglio violento su
quella solitudine memore della più sanguigna fra le tragedie umane,
tutte si risollevavano e si riagitavano in confuso, dandomi un'ansia che
a pena io poteva sostenere. L'aspetto del vecchio venerabile assumeva
per me una solennità più grave, poichè in quell'ora io considerava in
lui il depositario della virtù che sul tronco secolare di sua stirpe
erasi dischiusa alla luce della gloria in magnifiche forme; e a lui, già
inclinato verso il sepolcro e reso veggente dal dolore, io stava per
dimostrare come a un giudice i diritti del mio sogno ambizioso e per
chiedere come a un augure il buono auspicio e per proporre come al mio
pari l'alleanza che m'era necessaria. La muta presenza della vergine
nell'ombra aumentava quella mia ansia, poiché ella veracemente
m'appariva come la destinata a divenir per l'amore “Colei che propaga e
perpetua le idealità di una stirpe favorita dai Cieli„. Io non osava
rivolgermi verso di lei, tanto sembravami sacro in quel punto il mistero
della sua verginità; ma si definiva in me l'imagine indistinta degli
occulti tesori suscitatami alcuna volta da uno straordinario lume
intraveduto nel fondo de' suoi occhi trasparenti; e, pur senza
rivolgermi, io sentivo palpitare in quel lembo d'ombra una specie di
animata ricchezza, una viva forma carica d'un pregio inestimabile, non
so che d'infinitamente augusto e arcano come le sostanze divine
custodite sotto i veli nei penetrali dei templi.
-- Voi siete, con me, convinto -- soggiunsi -- come ogni eccellenza del
tipo umano sia l'effetto di una virtù iniziale che per innumerevoli
gradi, d'elezione in elezione, giunge alla sua intensità massima e si
manifesta ultimamente nella progenie col favore delle congiunture
temporanee. Il valor del Sangue non è soltanto vantato dal nostro
orgoglio patrizio, ma è pur anche riconosciuto dalla più severa
dottrina. Il più alto esemplare di coscienza non potrà apparire se non
alla cima di una stirpe che si sia elevata nel tempo per
un'accumulazione continua di forze e di opere: alla cima di una stirpe
in cui sieno nati e si sieno conservati per un lungo ordine di secoli i
sogni più belli, i sentimenti più gagliardi, i pensieri più nobili, i
voleri più imperiosi. Considerate ora una gente di remotissima origine
regale, fiorita al sole latino in una terra felice rigata dai ruscelli
di una nova poesia. Traspiantatasi in Italia, ella vigoreggia con tal
rigoglio che in breve tempo nessun'altra può sostenerne il paragone.
“Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro„ ha sentenziato
il Vinci. E quella gente sembra aver posto a principio della sua
grandezza una sentenza anche più ardua: “Tristo è quel figliuolo che non
avanza il padre suo„. Per uno sforzo concorde e ininterrotto, di
genitura in genitura ella va elevandosi verso le superiori apparizioni
della vita. In tempi di cieca ira, in cui la ragione non s'affida se non
all'arme, ella già sembra comprendere “che quegli uomini, che sopra gli
altri hanno vigore di intelletto, sono degli altri per natura signori„.
E fin dall'inizio la sua disciplina ha un carattere intellettivo e par
dettata da Dante, consistendo nel ridurre in atto sempre tutta la
potenza dell'intelletto possibile, in prima a speculare e quindi per
questo ad operare. Tanto negli offici più gravi, quanto su i campi più
sanguinosi, quanto nelle feste più liberali, ovunque ella primeggia:
ottima egualmente nel capitanare gli eserciti, nel governare gli stati,
nel condurre le ambascerie, nel proteggere gli artefici e i saggi,
nell'erigere i palazzi e le chiese. A tutta la vita italiana nelle sue
più diverse forme ella si mescola; in ogni più fresca fonte di cultura
ella s'immerge. Vivere è per lei affermarsi e accrescersi di continuo, è
lottare e vincere di continuo: vivere è per lei predominare. Un
formidabile istinto di dominio la scaglia innanzi senza tregua, mentre
un lucido e sicuro pensiero dirige l'impeto durevole. E sempre -- come
quelli arcieri prudenti che il Machiavelli dà in esempio -- ella pone la
mira assai più alto che il luogo destinato. Tanto i suoi fatti sono
insigni che i maggiori poeti ne perpetuano la fama, e gli scrittori
d'istorie li paragonano a quelli dei capitani antichi e li arrecano ad
esempio dei venturi. Tuttavia sembra che la sua virtù non siasi ancor
manifestata intera, non abbia ancora attinto l'altezza insuperabile;
sembra che le sue energie accumulate debbano, domani o fra un secolo o
nel tempo indefinito, espandersi in una suprema apparizione...
-- -Cave adsum!- -- interruppe il principe sorridendo d'un magnifico
sorriso. -- Non è forse l'impresa di cotesta tua gente?
-- Ella potrebbe anche portar l'impresa dei Montaga -- io risposi pronto.
-- -Sub se omnia.-
Il principe s'inchinò con un atto che valeva da solo a dimostrare come
la mia risposta non fosse una semplice cortesia, ma bene si addicesse
alla dignità del suo gran nome. Egli mi riappariva simile all'imagine
che di lui era rimasta nella mia memoria al tempo della puerizia:
bellissimo esemplare di una superiore umanità, manifestante in ogni suo
atto la sua essenza diversa, il sentimento della sua assoluta
separazione dalla moltitudine, dai comuni doveri, dalle comuni virtù.
Sembravami ch'egli avesse potuto scuotere dalla sua anima il peso della
sciagura che l'accasciava e risollevarsi in tutta la sua prestanza
virile, quasi assumendo la qualità meravigliosa delle sue mani: di
quelle sue mani belle e pure, come rese inalterabili da un balsamo,
ministre superstiti di una liberalità non paragonabile se non all'antica
“che per piccoli servigi amava ricompensar grandemente„.
Volgeva l'ultima ora della luce; e dai cieli accesi l'annunziazione
dell'Estate discendeva sul giardino gentilizio ove tra l'odore austero
dei bossi centenarii le statue -- pallide e pur vigili come memorie in
un'anima fedele -- evocavano con i loro gesti i fantasmi dell'abolita
grandezza. Ma di là dal claustro si apriva l'immensa corona di rocce
foggiata dal fuoco primordiale, così aspra e superba che sembrava degna
di sostener su ciascuna delle sue punte un Prometeo incatenato.
Quelle punte aveva io veduto fiammeggiare nel cielo della prima sera
come piropi, d'un lume incredibile, e la più alta restar di fiamma su
l'ombra comune, acutissima ferire il cielo simile al grido della
passione senza speranza. Solo io era in quel crepuscolo remoto, e le tre
principesse misteriose erano lungi nel loro chiuso giardino, e la mia
sorte era ancor estranea alle sorti loro. Ma ecco, in una simigliante
congiuntura di cose, stava per effettuarsi il fato presentito in quella
prima agitazione del mio desiderio; io stava per proferire una parola
solenne e irrevocabile. -- Era io dunque escito d'ogni perplessità? Fra
le tre beatrici che in quella lontana sera io aveva creduto intraveder
nell'atto di ricevere su le braccia protese il mio dono primaverile, una
alfine era da me eletta per l'alleanza necessaria? E io avrei dunque
proferito il suo nome al conspetto del padre? -- Un nuovo turbamento
m'invase; e mi parve che Anatolia nell'ombra non fosse più sola, ma che
le sorelle fossero venute in silenzio a sedersi presso di lei e che i
loro occhi fossero sopra di me intentissimi.
Come mi volsi, scorsi nell'ombra la figura immobile e bianca; e ogni
altra imagine si disperse, e ogni vana inquietudine cadde.
Ella era il simbolo vivente della securità, era la Vegliante e la
Tutelare. Con la sua forza e la sua pazienza, al lume del suo proprio
sorriso, ella aveva saputo convertire il dolore in un'armatura
adamantina che la rendeva invincibile. Ella era fatta per custodire, per
alimentare e per difendere sino alla morte quel ch'era commesso alla sua
fede. E io la vidi un'altra volta -- nel mio sogno -- vegliare con la pura
fronte raggiante di presagi sul figlio del mio sangue e della mia anima.
Allora dalle radici stesse della mia sostanza -- là dove dorme la virtù
indistruttibile degli avi -- sorse e andò verso l'eletta la volontà di
crear quell'Uno in cui dovevano trasmettersi tutte le ricchezze ideali
della mia gente e le mie proprie conquiste e le perfezioni materne.
Profondissimo mi divenne allora il sentimento di dipendenza originaria
che legava il mio essere attuale agli antenati più lontani; e, come la
cima dell'albero compendia in sé tutta la vita del tronco ramoso fino
alle estreme radici, io sentii vivere in me tutta la stirpe, che la
morte non aveva distrutta se non nelle specie corporee, nelle forme
transitorie delle generazioni. E la pienezza e la veemenza di quella
vita parevano abolire i limiti del mio natural potere.
-- Voi avete riconosciuto in me dianzi, non senza un'ombra di severità,
il discendente di Gian Paolo Cantelmo -- io dissi al principe sorridendo.
-- Bisogna ch'io confessi che nella mia Casa gli esempi di disobbedienza
e di ribellione al Re non sono rari. Ma v'è il Leon rosso che li
giustifica; e voi certo non ignorate la patente ch'ebbero i Cantelmi da
Carlo II d'Inghilterra. Di antichissimo sangue regio, essi non hanno mai
potuto facilmente rassegnarsi a non considerare il Re come un loro
eguale. Sembra, anzi, che essi non combattano mai altro avversario con
tanto ardore con quanto combattono il Re. E, se Gian Paolo turba i sonni
a Ferdinando d'Aragona e umilia Alfonso, Giacomo I e Menappo abbattono
in Benevento Manfredi, Giacomo VIII guerreggia con fortuna contro
Ladislao a fianco di Braccio da Montone e dello Sforza, Antonio si
oppone a Renato d'Angiò. E in ogni Cantelmo una tendenza originale a far
parte da sé solo, a separarsi, a ben determinar la persona e la potestà
proprie. Sembra che ognuno fondi la concezione della sua dignità sul
fermissimo convincimento “che l'essere uno è radice dell'essere buono e
che ciò che è buono è tale perchè consiste in uno„. In questo io
riconosco con gioia uno dei caratteri essenziali del dominatore a
venire: del Monarca, del Despota. Ma v'ha anche un'altra singolarità che
mi conforta, ed è la gran somma delle signorie raccolta nelle mani dei
Cantelmi in terra latina. Si può dire che, in diversi tempi e
partitamente, essi abbiano tenuto il governo di tutta Italia. Giacomo I
è ambasciatore di pace alla Repubblica di Genova, è Vicario in
Lombardia, Capitan generale nella Marca d'Ancona, Viceré negli Abruzzi;
Giacomo II è Vicario e Podestà di Firenze; Bonaventura VIII, Viceré di
Sicilia; Rostaino VII, Capitan generale della Serenissima, Senatore di
Roma.... Ovunque essi esercitano l'imperio e, nell'esperimento dei
popoli diversi, apprendono a “ben conoscere come gli uomini s'abbino a
guadagnare o perdere„. Ovunque anche combattono e lasciano la vita
nell'atto di compiere un qualche prodigio: “il buon Cantelmo„, immortale
nel verso del Tasso, tinge di suo sangue regio le mura di Gerusalemme;
Giacomo II muore in pro dei Fiorentini contro Castruccio Castracane; il
primo duca di Sora Nicolò muore alla difesa di Costantinopoli con
Costantino Paleologo; Ascanio muore nelle acque di Lepanto a fianco di
Don Giovanni d'Austria; Bonaventura VIII è da Carlo V reputato degno
della difesa di tutto l'Impero, e di lui dice l'Imperatore che lo
eleggerebbe a suo campione se dovesse rischiar la corona in una giostra;
il grande Andrea dà l'esempio straordinario di una vita intesa tutta a
combattere senza mai tregua, dalla primissima giovinezza fino all'ultimo
respiro.... Ecco, veramente, il tipo più compiuto che sia escito fino ad
oggi dalla mia razza. Andrea è uno dei più alti eroi della volontà e
della constrizione. Tralasciamo il novero delle sue fortune. In Italia,
in Germania, in Fiandra, in Francia, in Ispagna, quasi innumerevoli sono
le città e i luoghi da lui acquistati e aggiunti al Cattolico Impero,
gli assedii posti e sostenuti. Egli è il Poliorcete per eccellenza,
negli stratagemmi maestro fecondo quant'altri mai, ardentissimo e
prudentissimo nel tempo medesimo, “scorgendosi in lui„ come dice uno dei
suoi storici “unite tutte quelle doti e qualità ch'in altri più illustri
Capitani separatamente osservate si sono„. Ma quel che ai miei occhi lo
innalza sopra tutti è l'inaudito rigore della disciplina a cui egli
sottoponeva sé medesimo e le sue milizie. Certi suoi tratti di severità
m'inebriano più che la vista delle bandiere da lui tolte ai nemici.
Comandando sempre milizie senza paga e male in arnese, egli riesce ad
averle in pugno pronte e diritte come una spada sola. Nessuno mai
conobbe meglio di lui il modo d'imprimer sé stesso su la condotta
altrui. Eloquente e nervoso nel discorso, egli preferisce pur sempre
alla virtù della parola la diretta efficacia dell'esempio. Va sempre
innanzi alle sue schiere, a piedi quando guida i fanti; dorme sempre
vestito; non mangia e non beve se non quel che mangiano e bevono i suoi
soldati; è il primo sempre all'assalto, l'ultimo a ritirarsi; coperto di
ferite rifiuta di deporre l'armatura; sul campo della vittoria o nella
città espugnata, non tocca mai bottino. E nella guerra delle Fiandre si
rende così terribile che le madri, per ottenere obbedienza dai
fanciulli, li spaventano col suo nome. Può un uomo determinar la sua
propria effigie con un rilievo più schietto e più gagliardo? Escì mai da
conio medaglia battuta con impronta più fiera? Nel suo secolo Andrea è
soprannominato novello Epaminonda. Ebbene, anche in questo infaticabile
guerriero risalta il carattere intellettuale della stirpe. Non pure egli
è dottissimo nelle lingue, matematico insigne, maestro di architettura
militare, scrittore di scienza bellica, ma è buon conoscitore e
splendido proteggitore delle arti liberali. Eritio Puteano dedicandogli
un'opera latina lo invoca -Armorum gloria, Litterarum tutela-. Cornelio
Scheut d'Anversa offrendogli un suo libro di disegni capricciosi lo
rappresenta Eroe cultor di eleganze fra le armi, -Heros inter arma
elegantias colens-. Prosegue Andrea in questo la tradizion familiare,
alla cui origine risplende inghirlandata Fanetta Cantelma, Dama di
Romanino, poetante “con un certo furor divino„ tra i lauri di Provenza
in una Corte d'Amore. E non sembra siasi anche trasmessa in lui qualcuna
delle attitudini prodigiose per cui Alessandro si eleva tra i discepoli
del Vinci a Milano? Egli imagina novissime forme di fortificare;
costruisce su la Mosa il celebre Forte chiamato a gloria del suo
inventore il Forte Cantelmo; fabbrica armi strane che ai contemporanei
paiono quasi magiche.... Non v'è qualche cosa di leonardesco in questi
suoi ingegni, che ricorda Alessandro?
Avevo proferito il nome di Colui che vivendo in continua comunione col
mio spirito era da me tenuto come il Genio della stirpe destinato a
risorgere un giorno su dal tronco superstite in un'apparizione di vita
sublime. “O tu, sii quale devi essere„. Sotto il suo sguardo e sotto il
suo ammonimento erasi determinato in linee definitive il mio cómpito; ed
ecco, nell'ora in cui stava per risolversi una grande cosa, egli
ponevasi al mio fianco. Io l'aveva dinnanzi agli occhi vivo, come se la
sua mano pallida e tirannica fosse poggiata allo spigolo del tavolo che
m'era da canto e quivi posassero la statuetta di Pallade e la melagrana
dalla foglia aguzza e dal fiore ardente. “O tu, sii quale devi essere„.
E un'altra figura giovenile, che sembrava il minor fratello di lui, gli
si teneva di contro come un riflesso.
-- Alessandro ed Ercole! Ecco i due purpurei fiori succisi che due divini
artefici, Leonardo e Ludovico, raccolsero e commutarono in
indistruttibili essenze. Andrea Cantelmo quando morì aveva già
manifestato tutte le sue energie ch'egli portava in sé; e la morte lo
colse al limitare della vecchiezza, coperto di gloria, súbito dopo
quell'assedio di Balaguer che fu la massima delle sue imprese eroiche.
Ma questi due, affacciatisi alla vita con le mani colme di tutti i semi
della speranza, avevano dinnanzi a loro ogni più vasta possibilità. Le
loro teste giovenili parevano fatte per portar la corona regale,
l'antica corona già portata dai padri. In un d'essi il Vinci divinava il
futuro fondatore di un nuovo principato, il Tiranno trionfante che
doveva imporre alle moltitudini il giogo di quella Scienza e di quella
Bellezza a cui il grande maestro aveva iniziato il discepolo prediletto.
Ma la sorte volle differire il compimento della profezia. Entrambi
gittarono la loro vita nel primo impeto, poiché un troppo veemente
ardore li divorava: Ercole nelle arene del Po contro gli Schiavoni;
Alessandro su le rive del Taro alla battaglia di Fornovo. Ricordate i
versi con cui l'Ariosto celebra il bellissimo figliuolo di Sigismondo
Cantelmo?
Il più ardito garzon che di sua etade
Fosse da un polo a l'altro e da l'estremo
Lito de gli Indi a quello ove il Sol cade....
Troppo la sua morte fu crudele! Nell'incursione temeraria fatto
prigioniero, ebbe il capo tronco su lo scalmo d'un naviglio, che servì
di ceppo, al conspetto del padre. Imagino che il sangue irruppe dal
taglio come una fiamma e bruciò il fianco della galèa. Non imagino,
anzi, ma vedo. Qual prodigiosa e terribile tempesta di giovinezza
dovette esser quella che provocò il colpo di sprone, onde il cavallo fu
lanciato a furia contro il riparo del nemico! Ah, caro padre, ho
conosciuto anch'io qualcuna di tali tempeste e la sa il mio cavallo e la
sanno le macerie della campagna di Roma... Certo, Ercole in quell'attimo
si sentiva degno di stringere fra i suoi ginocchi la fiera alata che
nacque dal sangue di Medusa. -Cave adsum!- Celebrandolo, l'Ariosto ha un
verbo che da solo lo irraggia di gloria significando come l'audace
morisse per non mancare al proposito tenuto da ogni Cantelmo: che è quel
di persistere pur contro la peggior morte nel posto ove uno collochi sé
riputandolo il più bello. Nell'assalto egli aveva al suo fianco un
compagno. Come entrambi furono sopra al nemico,
Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo.
Egli restò, uno contro mille. E il divino Ludovico pone la sua figura
bella e cruenta sul principio di un canto ove Bradamante fa prodigi con
la sua lancia d'oro. Ma la morte di Alessandro somiglia quella di un
semidio. A Fornovo, nel più forte della battaglia, scoppia un uragano e
il Taro straripa con terribile violenza. Alessandro scompare
d'improvviso, come uno di quelli antichissimi eroi ellenici che un
turbine sollevava dalla terra assumendoli trasfigurati nel Cielo. Il suo
corpo non si ritrova nè sul campo nè in altro luogo. Ma egli vive, vive
nei secoli, d'una vita più intensa della nostra. Di lui non l'effigie
soltanto ha tramandato sino a me il Vinci, ma la vita, la vera vita. Ah,
caro padre, se voi aveste veduto una sola volta l'imagine non avreste
potuto dimenticarla. È indimenticabile. Nessuna cosa al mondo ha per me
un egual pregio, e nessun tesoro mai fu custodito con più appassionata
gelosia. Chi mi ha dato la forza di sostenere una così lunga solitudine
e una così dura constrizione? Chi ha infuso nel mio spirito, pur tra i
più aspri rigori della disciplina quella specie di sobria ebrezza che fa
sembrar leggero qualunque sforzo? Chi se non egli Alessandro? Egli
rappresenta per me la potenza misteriosamente significativa dello Stile,
non violabile da alcuno e neppur da me medesimo nella mia persona mai.
Tutta la mia vita si svolge sotto il suo sguardo seguace; e, in verità,
caro padre, chi resiste alla prova assidua di un tal fuoco non è
degenere. “O tu, sii quale devi essere!„ ecco il suo quotidiano
ammonimento. Ma, mentre egli così m'incita ad integrarmi, anche mi tiene
dinnanzi agli occhi la visione di un'esistenza superiore alla mia in
dignità e in forza. E sempre io penso a Colui che deve venire.
M'arrestai, sentendo che la mia voce si mutava, temendo che traboccasse
a un tratto l'onda che mi riempiva il cuore. E così profondamente
l'anima del vecchio comunicava con la mia, che in quel punto egli fece
l'atto involontario di tendere verso di me le due mani.
-- Poichè è necessaria una volontà duplice a crear quest'Uno, che deve
avanzare i suoi creatori, -- io soggiunsi quasi a voce bassa,
inclinandomi verso di lui -- non potrei ambire a un'alleanza più alta di
quella che mi darebbe il diritto di chiamarvi padre come vi chiamo...
E, vinto dalla commozione, rimasi inclinato stringendo nelle mie le sue
mani che tremavano, mentre egli mi sfiorava la fronte con le labbra
senza dir parola. Ma udii nel silenzio, pur tra i palpiti del mio cuore
e il respiro affannoso del padre, il lievissimo passo di Anatolia che
usciva dalla stanza. -- Andava ella a piangere in disparte? -- La sua
imagine, che avevo veduta immobile e bianca nell'ombra, scintillò nel
mio cielo interiore come una costellazione di lacrime. -- Andava ella a
piangere sola? Forse ella stava per incontrare su la sua via le
sorelle... -- Quel dubbio mi turbò a dentro, d'improvviso. Il mio sguardo
cadde sul cammeo che splendeva nella mano paterna.
E, mentre saliva dal giardino chiuso il profumo della sera, mi si
spandeva per l'anima un sentimento oscuro come di un fascino che
s'addensasse intorno a me con la lentezza di quell'ombra crepuscolare.
Quale intanto era il cuor di colei che stava per dipartirsi? In quali
modi la sua mistica vita si disponeva intorno al ricordo dell'ora
suprema segnata dallo stilo sul marmo luminoso?
ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.
Ella era forse tornata più d'una volta al piccolo cimitero dei tassi e
degli anemoni; e novellamente forse aveva posto le sue gracili mani sul
quadrante per patirne il calore; e forse aveva ripensato la mia
esortazione. “Riscaldate le vostre mani al sole, immergetele nel sole,
queste povere mani; perchè fra poco le terrete incrociate sul petto o
nascoste sotto il grembiale di lana bruna, nell'ombra....„ E più d'una
volta forse, coperta con la palma la cifra indicatrice dell'ora divina,
ella aveva atteso palpitando nel gran silenzio per veder l'ombra dello
stilo attingere l'estremità dell'anulare come in quel giorno di sogno; e
forse aveva pianto perché il prodigio d'amore non s'era rinnovato.
SINE SOLE SILEO.
Io congiungeva l'imagine della custode di erbarii fintami da Oddo e
l'imagine di quella triste anima errante intorno all'orologio solare che
aveva segnato per lei l'ora della beatitudine invano. E pensavo: “Se io
possedessi la potenza di foggiarti un bel fato in quella guisa che
l'artefice forma la cera obbediente, o tu che mi venisti incontro
uscendo da un orto arido ove un voto funebre ti aveva chiusa,
Massimilla, io così compirei con la morte la tua figura ideale, con
l'opportuna morte io compirei la tua perfezione; poiché nessun'altra ora
ti attende, in cui tu possa trovar qualche pregio, essendo tu giunta una
volta in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più
per intendimento di ritornare. Io farei che, guidata dal divino ricordo,
tu ritornassi al luogo ove in sogno io colsi i coronali anemoni per
versarli sul tuo capo, e quivi tu ritrovassi presso il marmo orario
l'attitudine armoniosa in che prima io ti lodai. E l'attimo in cui il
punto d'ombra attingesse l'estremità dell'anulare, quello sarebbe della
tua morte. Allora io medesimo, sotto l'immobile sguardo della cariatide
prostrata, vorrei cavar la fossa per il tuo frale; e ti vorrei comporre
come le gentili donne composero Beatrice nella visione di Dante, e
coprirti anche la testa di quel loro velo. Ma non porrei la croce sul
tuo sepolcro né altro segno pio; sì bene, per incidervi un epitaffio
degno della tua gentilezza, evocherei l'ultimo figliuolo delle Grazie
nato in Palestina come il tuo Sposo celeste: un cantore di fanciulle
colpite da morte precoce, Meleagro di Gadara, ghirlandato di giacinti,
dal flauto soave. -- O Terra, universal madre, salute! Sii or tu leggera
per questa vergine: tanto poco ella pesò su te! -- „
Così mi piaceva ornare il sentimento ch'ella m'inspirava e convertire in
poesia la sua tristezza.
-- Il bulbo di narcisso nell'erbario ha germogliato per la terza volta? --
le domandai d'improvviso un giorno, mentre eravamo su le acque del
Saurgo in vicinanza della città morta.
Ella si turbò tutta, e mi guardò con occhi quasi sbigottiti.
-- Come sapete?
Io sorrisi e ripetei:
-- Ha dunque germogliato?
-- No, non più! -- ella rispose chinando la faccia.
Eravamo soli in una piccola scafa che io stesso guidava con l'unico
remo. Violante, Anatolia e Oddo erano in altri battelli condotti dai
navalestri. Il fiume era quivi così largo e lento che somigliava quasi
uno stagno; e una innumerevole greggia di ninfee lo ricopriva. I grandi
fiori candidi a foggia di rose galleggiavano tra le foglie lucide
esalando un'umida fragranza che pareva posseder la virtù di dissetare.
Quivi Simonetto aveva compiuto le sue erborazioni, nell'autunno
micidiale. Io imaginavo la figura del giovine erborista chino su le
acque ad esplorare il limo, nel tempo in cui le ninfee stavano per
nascondersi. Il suo -hortus siccus- doveva certo contenere gli esemplari
inerti di tutta quella flora acquatica diffusa intorno alla ruina.
Come gli occhi di Massimilla seguivano i moti dei mio remo che a quando
a quando fendevano qualche foglia o spezzavano qualche stelo, io dissi
pianamente:
-- Pensate a Simonetto?
Ella trasalì.
-- Come sapete? -- mi chiese di nuovo, agitata, coprendosi di rossore.
-- So da Oddo....
-- Ah! -- fece ella senza dissimulare il suo rammarico per questa mia
consapevolezza che pareva ferirla. -- Oddo vi ha raccontato....
Ella si chiuse in un silenzio che io indovinavo quanto le fosse penoso.
Fermai il remo per qualche istante; e il leggerissimo legno restò
immobile tra quell'immenso candore di corolle vive.
-- Lo amavate molto? -- domandai alla taciturna, con una dolcezza che
forse le ricordò i nostri primi colloquii.
-- Come amo Oddo, come amo Antonello -- rispose con un tremito nella voce,
senza sollevare le palpebre.
Dopo un intervallo, le domandai:
-- Entrate nel monastero per sacrificarvi alla sua memoria?
-- No, non per questo. Sarebbe omai troppo tardi....
-- Perché, dunque?
Ella non rispose. Ma io guardai le sue mani che si contraevano come per
un bisogno di torcersi; e compresi tutta l'involontaria crudeltà della
mia domanda inutile.
-- È vero che siete risoluta a partire fra pochi giorni? -- soggiunsi
quasi timidamente.
-- È vero.
Le labbra le tremavano, impallidite.
-- Oddo e Anatolia vi accompagneranno?
Ella accennò col capo, serrando la bocca come per contenere un singulto.
-- Perdonatemi, Massimilla, se vi ho fatto male -- io le dissi con una
commozione profonda, sentendo una pesante tristezza piombare su me
d'improvviso.
-- Tacete, vi prego! -- ella supplicò con una voce irriconoscibile. -- Non
mi fate piangere! Che penserebbero le sorelle? Non potrei nascondere le
lacrime.... E mi sento soffocare.
Il grido di Oddo ci richiamava, dalle rovine. Già Anatolia e Violante
avevano messo il piede nella città morta. Un uomo con la sua scafa
veniva verso di noi, giudicando forse l'indugio causato dalla mia
inesperienza nello spingere il legno fra l'intrico delle ninfee.
“Ah, sempre io porterò in me il rammarico d'averti perduta!„ io dicevo
in silenzio a colei che stava per dipartirsi. “Vorrei vederti composta
nella perfezione della morte piuttosto che saperti diminuita in
un'esistenza difforme a quella che il mio amore e la mia arte ti
promettevano. E forse tu mi avresti indotto a esplorare qualche
lontanissima regione del mio mondo, che senza di te rimarrà forse
abbandonata e incolta....„
Il naviglio scorreva su la nivea greggia lievemente: pel solco i calici
e le foglie ondeggiavano lasciando scorgere nella limpidità cristallina
la pallida selva degli steli, pallida e pigra come se la nutrisse il
limo letèo. La ruina di Linturno, tutta abbracciata dalle acque e dai
fiori, aveva nella sua secolare inerzia lapidea l'apparenza d'una
congerie di grandi scheletri infranti. Non è nelle orbite dei teschi
umani tanta vacuità esanime quanta era nei cavi di quelle pietre
consunte, imbianchite come ossa dalle brume e dalle canicole. E io
pensai che traghettavo una vergine morta.
Poi tutto fu tocco dalla mia tristezza, in quel pomeriggio senza nube.
Vagammo lungamente per l'antica ruina, cercando i vestigi della vita
scomparsa. Erano vestigi incerti, che suscitavano discordi fantasmi. --
Una teoria di giovinetti inghirlandati discendeva al fiume paterno
cantando per offerirgli le intonse chiome crescenti? O una processione
bianca di catecumeni, nutriti di latte e di miele come pargoli, vi
discendeva per ricevere il battesimo? -- Un'oscura leggenda di martiri
diffondeva su i ruderi pagani una specie di santità dolorosa. “-Martyris
ossa jacent-....„ leggemmo su un frammento di sarcofago; e qua e là
nelle sparse pietre effigiate ritrovammo gli emblemi e i simboli
ambigui: l'aquila di Giove e il leone di Cibele assoggettati agli
Evangelisti; le viti di Dioniso piegate ad esprimere il verbo del
Salvatore; il cervo di Diana significante l'anima sitibonda; il paone di
Era, la gloria dell'anima risorta. A quando a quando un colubro sbucava
di tra i sassi e gli sterpi dileguandosi rapido come una saetta. Un
uccello invisibile imitava stranamente lo strepito delle tabelle che
indicano l'ora nel silenzio del Venerdì Santo.
-- E la vostra grande Madonna dov'è? -- mi chiese Anatolia, ricordandosi
delle mie lontane parole.
Cercammo fra le macerie un tramite per giungere alla basilica diruta,
che era all'estremità dell'isoletta, sul ramo del Saurgo contiguo alle
rocce.
-- Forse l'acqua c'impedirà di passare -- dissi io, scorgendo presso le
mura un luccichio di specchi.
Il fiume in fatti aveva inondato una parte della ruina sacra; e una
selva acquatica vi ramificava in pace. Ma scoprimmo una breccia, e per
quella potemmo penetrare nell'absida. Ciascuna delle tre sorelle
entrando si fece il segno della croce, tra un gran frullo d'ali.
V'era una frescura umida in una luce glauca e palpitante. L'absida e
qualche pilastro della nave centrale, rimasti in piedi, formavano una
specie di antro che le acque avevano invaso fin presso la mensa diserta
dell'altare; e una moltitudine di ninfee, più ampie e più bianche di
quelle su cui avevamo navigato, si addensava come in adorazione a piè
della grande Madonna musiva che sola occupava il concavo cielo d'oro.
Ella non portava su le sue braccia l'Infante, ma era sola e tutt'avvolta
in un'ammantatura di color plumbeo come in un'ombra di lutto; e un
profondo mistero di dolore era nei suoi occhi larghi e fissi. Su su per
la curva dell'arco le rondini avevano composto una gentile corona di
nidi, seguendo l'ordine delle parole scritte in giro.
QVASI PLATANVS EXALTATA SVM JVXTA AQVAS.
E quivi le tre vergini insieme s'inginocchiarono e pregarono.
“Se noi ti lasciassimo in questo asilo, con le ninfee e con le rondini!„
pensai guardando Massimilla che nella preghiera pareva inchinarsi sempre
più verso la terra. “Tu vi abiteresti come una najade romita che avesse
obliato Artemide per adorare la dolorosa divinità novella.„ E io
imaginava la sua metamorfosi: -- compiuti i suoi riti solitarii tra il
coro delle rondini, ella s'immergeva nelle acque e discendeva alle
radici dei fiori....
Ma nulla veramente quivi ai miei occhi vinceva di bianchezza una nuca
quasi oppressa dal peso d'una capellatura più densa dei grappoli
marmorei che ornavano la fronte dell'altare. Per la prima volta io
vedeva Violante in ginocchio; e quell'atto era così disdicevole alla
qualità della sua bellezza, che io ne soffrivo come di una disarmonia; e
con una strana inquietudine aspettavo ch'ella si levasse di tra i due
paoni simbolici che in mezzo ai grappoli aprivano le loro penne
occhiute.
Prima delle altre ella si levò, con una di quelle stupende movenze per
cui la sua bellezza pareva superar sé stessa in quella guisa che una
luce continua sembra crescere se d'un tratto renda una scintillazione.
-Exaltata juxta aquas!-
Al ritorno ella venne meco sul fiume, seduta su la piccola prora di
contro a me che in piedi spingevo il battello col remo. Un turbamento
invincibile mi teneva, mentre mi riapparivano nella memoria la mano
imperlata di sangue e il roveto carico di fiori. Da quell'ora lontana,
per la prima volta io mi ritrovava solo con Violante, a viso a viso.
-- Ho una gran sete -- ella disse inclinandosi in dietro verso l'acqua con
una movenza che nell'esprimere il desiderio pareva quasi agguagliarla
all'elemento fluido e voluttuoso.
-- Non bevete di quest'acqua! -- io la pregai, vedendo ch'ella si nudava
le mani.
-- Perché?
-- Non ne bevete!
Allora ella immerse le mani ignude, recise una ninfea, e si chinò a
respirarne l'umidità fragrante. Pareva che intorno a noi una
trepidazione indistinta invadesse la greggia floreale. Come il sole era
caduto dietro le rocce, un riflesso roseo appena percettibile cadeva dal
cielo vespertino su l'innumerevole candore.
-- Guardate le ninfee! -- esclamai, fermando il remo. -- Non vi sembra che
in questo momento abbiano una straordinaria espressione di vita?
Ella immerse di nuovo le mani fino ai polsi e le tenne abbandonate,
carnei fiori natanti; e, mentre il suo sguardo correva su la moltitudine
commossa, il sorriso della sua bocca era così divino che la mia anima
volle attribuirgli la virtù del prodigio.
Veramente ella era degna di operare tutte le meraviglie e di
sottomettere alla sua bellezza pur l'anima delle cose. Io non osavo dir
parola, tanto al suo fianco parevami parlante il silenzio. Ma, stando
noi chini verso l'acqua, eravamo congiunti l'uno all'altra da un fascino
non dissimile a quello che ci aveva accomunati il primo giorno in
conspetto della rupe ardente. Non stridevano sul nostro capo gli
sparvieri ma garrivano le rondini a volo gittando a tratti dai loro
bianchi petti quasi un lampo.
-- Ebbene? Non ci moviamo? Non avete più forza? -- mi disse ella
rivolgendosi, con un accento indefinibile d'irrisione, e penetrandomi in
fondo agli occhi. -- Non vedete che gli altri battelli sono già discosti?
Considerò la flottiglia per un poco, corrugando leggermente la fronte.
-- Anatolia ci richiama -- soggiunse. -- Affrettatevi!
Il Saurgo sembrava allargarsi nel tramonto, dileguarsi in una infinita
lontananza, riacquistare la forza della sua correntìa, promettere di
condurci in paesi più belli. E in quella creatura sovrana, tutta
inclinata verso quel grande e dolce fiume roseo dall'ardor della sete
come da un violento desiderio di fluidità conforme alla sua essenza
voluttuosa, era tal mistero di bellezza e di poesia che la mia anima si
protese verso di lei col più fervente atto di adorazione.
-- Guardate! -- mi disse allora la rivelatrice, mostrandomi lo spettacolo
ch'ella avrebbe potuto crear con un gesto. -- Guardate!
Intorno a noi, su l'acqua scorsa da un leggero brivido, le corolle vive
si chiudevano con un moto quasi labiale, esitavano per qualche istante,
si ritraevano, si sommergevano, scomparivano sotto le foglie, l'una dopo
l'altra o insieme a gruppi, come se dal profondo una virtù sonnifera le
attirasse. Larghe plaghe rimanevano deserte, ma talvolta quivi nel mezzo
una sola ninfea s'attardava effondendo la sua estrema grazia in
quell'indugio. Una vaga malinconia fluttuava su l'acqua nel punto ove
scompariva ciascuna delle ritardanti. E sembrava, allora, che pel grande
e dolce fiume roseo incominciassero a vaporare i sogni notturni della
moltitudine sommersa.
Ma su la vetta del Corace fu l'apparizione impreveduta per cui si
determinarono le nostre sorti ultimamente.
Avevamo fatta una sosta a Scultro per visitarvi l'antichissima badia
dove si conservano i resti del mausoleo suntuoso, opera di Maestro
Gualtiero d'Alemagna, elevato da una Cantelma a memoria di sé medesima e
de' suoi tre figli: da quella magnifica -Domina Rita- che, sposata a
Giovanni Antonio Caldora, fu madre del gran condottiere Jacopo. E io e
Anatolia eravamo rimasti ultimi nella cappella umidiccia a contemplare
la figura supina del giovine eroe tutto chiuso in arme grave sino alla
gola ma scoperto il capo chiomato che riposa così regalmente sul
guanciale marmoreo.
Poi, dopo un lungo tratto, avendo lasciato le mule in un pianoro,
eravamo giunti su per un calle aspro e angusto al ciglio settentrionale
del cratere primitivo cangiato nel lago a cui Secli dà il nome. Ai
nostri piedi avevamo, da una banda, la valle fulva del Saurgo;
dall'altra, i forti sproni che la maggiore giogaia protende nelle
sottoposte pianure limitate dal mare in lontananza. Su le nostre teste,
dall'immenso cristallo ceruleo pendevano alcune nuvole quasi immobili,
coerenti e abbaglianti come acervi di neve.
Seduti su i macigni, guardavamo in silenzio. Violante e Massimilla
apparivano affaticate; e Oddo non riusciva ancora a calmare il suo
ànsito. Ma Anatolia andava cogliendo nelle fenditure i piccoli fiori.
Era in me un'inquietudine confusa e ineguale, che talvolta s'addensava
fino a opprimermi come un'angoscia. Io sentivo che omai l'ora della
scelta mi stava sopra inevitabile e che non potevo più indugiarmi nelle
vicende tormentose e dilettose del desiderio e della perplessità né più
studiarmi di fondere in una armonia i tre nobili ritmi. Per l'ultima
volta in quel giorno le tre beatrici m'apparivano congiunte, sotto la
luce d'un medesimo cielo. -- Qual tempo era trascorso dall'ora prima in
cui salendo per le antiche scalee, nelle voci e nelle ombre virginee
come nelle parvenze d'un prestigio, tra i segni dell'abbandono e della
dimenticanza, avevo composta la prima musica e compiuta la prima
trasfigurazione? -- Al dimane il maldurevole incanto sarebbe caduto, e
per sempre.
Io sentivo omai la necessità di ripetere con la viva voce ad Anatolia le
parole già da me rivolte in silenzio alla pura imagine segreta ch'era
stata testimone del mio colloquio col padre. -- Pur dianzi, nella
cappella deserta, al conspetto di quella tomba elevata dalla fede di una
virago, non avevamo ambedue comunicato in un medesimo sentimento e in un
medesimo pensiero? Pur dianzi io le avevo detto, senza parole: “Anche tu
potresti essere una genitrice di eroi, o consapevole. Io so che tu hai
raccolta la mia volontà e l'hai riposta nel tuo cuore fedele, dov'ella
fiammeggia come un diamante. So che, in sogno, tu hai vegliato tutta una
notte misteriosamente sul sonno di un fanciullo. Mentre il suo corpo
dormiva con un respiro profondo, tu reggevi nelle tue palme la sua anima
tangibile come una sfera di cristallo; e il tuo petto si gonfiava di
divinazioni meravigliose.„
Io sentivo omai la necessità di scambiare con lei la promessa sicura,
già che ella era sul punto di partire con la monacanda e col fratello in
ben triste viaggio. Ma la mia inquietudine si faceva grave come
un'angoscia, quasi che un pericolo vero mi soprastasse. E non potevo non
riconoscerne la causa nel turbamento che Violante mi dava di continuo
con ogni suo atto.
Era là sotto di noi, nella valle, la ruina di Linturno, simile a un
mucchio di pietre bianche, simile a un lembo scoperto del greto, in
mezzo alle dolci acque morte; dove ella pur jeri, quasi per un duplice
prodigio, aveva incantato le ninfee e la mia anima. Ancora ella
m'incantava, se i miei occhi la guardavano. Seduta sul macigno come il
primo giorno sul plinto, ella era simile alle statue immortali. Anche
una volta io la considerai presente e pur discosta, come in quel giorno;
e ripensai: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere
posseduta senza onta se non da un dio. Giammai le sue viscere porteranno
il peso difformante; giammai l'onda del latte sforzerà il puro contorno
del suo seno....„
Con un impeto interiore, come per liberarmi da un giogo, balzai in
piedi; e, rivolto a colei che andava cogliendo nelle fenditure i piccoli
fiori, dissi:
-- Giacché non siete stanca, Anatolia, volete salire con me fino alla
cima?
-- Eccomi pronta -- assentì ella, con la sua chiara voce cordiale; e,
accostandosi a Massimilla, le depose nel grembo i piccoli fiori.
Violante rimase nella sua attitudine, tenendo fra le dita il suo velo: --
impassibile, come se non avesse inteso. Ma io sentivo che le sue pupille
non guardavano le cose, e mi turbai come se giungesse sino a me un
raggio del fascino emanato dalla profondità occulta in cui era fisso il
suo sguardo.
-- Non tardate a discendere! -- fece Oddo con suono di preghiera,
mostrando nel suo volto scarno il malessere che gli davano quelle
alture: quasi un timore continuo della vertigine. -- Noi vi aspettiamo.
La cima del Corace insorgeva contro il cielo nuda e acuta come un
elmetto, inclinata alquanto verso austro; e il tramite per giungervi
correva lungo la costola ripida, angusta quasi come uno scrimolo,
ond'erano spartiti nettamente i due pendii. Così difficile era quivi il
passo e così periglioso che io offersi ad Anatolia la mia mano per
sostegno ed ella vi poggiò la sua mentre vacillava su le asperità della
roccia sorridendo. Eravamo già fuor d'ogni vista, liberi e soli,
dominatori dello spazio immenso. Ci pareva che ogni respiro purificasse
il sangue nelle nostre vene e alleggerisse il peso della nostra carne. E
l'aroma essenziale che il fuoco del sole esprimeva dalle rare erbe
alpestri, simile a un farmaco possente, accelerava il ritmo della nostra
vita.
'
.
1
2
,
3
.
,
4
'
5
'
'
6
,
'
7
,
8
,
9
.
'
10
.
11
.
«
12
.
'
13
14
.
,
'
,
,
15
,
16
?
'
?
17
,
18
19
'
.
20
21
.
22
23
24
,
,
,
25
'
'
26
27
.
28
'
,
29
30
;
,
31
,
32
.
'
33
;
34
;
35
'
;
36
37
;
38
'
39
'
;
40
;
41
42
;
43
,
,
44
,
'
45
;
46
'
47
;
'
,
,
48
49
;
'
,
50
,
51
'
,
,
,
52
,
;
,
53
,
54
,
,
55
'
,
'
56
57
:
58
.
59
.
«
,
60
,
61
!
62
'
63
,
'
64
!
65
66
67
'
,
,
68
,
,
69
70
.
71
72
-
-
,
!
-
-
,
73
.
-
-
,
:
«
74
'
.
.
.
.
,
,
75
?
76
77
-
-
-
-
.
-
-
,
,
78
.
79
80
.
,
,
81
.
82
'
83
,
84
,
,
85
;
86
'
.
87
;
'
,
88
.
89
90
'
.
91
92
;
'
93
94
.
.
95
,
96
'
'
97
,
,
.
98
99
-
-
,
-
-
-
-
100
,
101
;
'
102
.
,
;
103
.
104
,
105
'
106
'
107
'
.
,
108
;
,
109
'
110
,
111
'
.
112
?
.
113
,
114
?
115
?
116
'
,
.
117
,
'
?
118
119
,
,
120
'
:
121
122
-
-
.
123
124
-
-
.
,
(
125
!
)
,
126
,
127
;
128
'
129
'
.
130
.
'
131
.
132
'
,
:
'
,
133
,
134
'
.
135
:
.
136
,
137
.
'
:
138
.
139
!
140
141
;
142
.
143
144
-
-
.
145
,
'
.
146
.
'
147
148
.
,
149
,
150
,
,
151
152
153
.
'
'
,
154
:
155
.
'
156
.
157
.
158
;
159
.
'
,
160
,
161
162
.
163
,
164
165
'
.
166
,
167
,
168
'
,
169
;
.
170
171
;
.
172
.
173
,
:
174
,
'
175
'
176
.
,
,
177
,
178
!
179
'
,
180
.
.
.
.
181
182
,
'
183
184
'
;
'
'
,
,
185
,
186
'
.
187
188
.
'
,
189
;
'
'
,
190
.
191
192
-
-
,
-
-
,
193
-
-
194
195
.
196
!
,
197
,
'
198
,
'
199
.
200
'
,
201
;
,
,
'
202
'
.
,
.
203
.
,
204
,
205
,
206
207
,
208
'
,
209
210
;
,
'
,
211
,
212
.
213
;
214
.
,
,
,
215
216
'
217
.
.
218
219
;
220
,
.
221
,
,
222
'
.
223
224
-
-
-
-
,
225
-
-
«
'
226
227
.
228
229
.
'
230
'
,
231
232
.
233
234
?
235
,
'
236
,
237
,
238
239
.
240
!
,
241
,
:
-
-
242
'
243
.
-
-
,
,
244
245
;
'
246
'
.
,
,
247
?
248
'
,
'
249
:
.
250
'
,
:
251
«
,
.
252
,
,
253
254
'
,
.
255
,
256
.
257
258
;
259
'
260
:
«
261
'
;
.
,
262
,
263
,
264
?
265
266
,
267
'
,
;
268
269
;
270
,
271
,
'
272
.
'
273
,
'
274
275
;
,
276
,
277
278
279
'
'
.
280
'
,
281
'
'
«
282
.
283
,
284
;
'
285
286
'
;
,
287
,
'
288
,
'
,
289
'
290
.
291
292
-
-
,
,
-
-
-
-
293
'
294
,
'
,
295
296
.
297
,
298
.
299
300
'
:
301
302
,
,
,
303
.
304
,
305
.
,
306
'
.
307
«
308
.
309
:
«
310
.
,
311
312
.
,
'
313
'
,
«
,
314
,
.
315
'
316
,
317
'
,
318
.
,
319
,
,
:
320
,
,
321
,
,
322
'
.
323
;
324
'
.
,
325
:
.
326
,
327
'
.
-
-
328
-
-
329
.
330
,
331
'
332
.
333
,
'
;
334
,
335
,
.
.
.
336
337
-
-
-
!
-
-
-
'
338
.
-
-
'
?
339
340
-
-
'
-
-
.
341
-
-
-
.
-
342
343
'
344
,
345
.
'
346
:
347
,
348
,
349
,
,
.
350
'
351
'
352
,
:
353
,
,
354
'
355
«
.
356
357
'
;
'
358
'
'
359
-
-
360
'
-
-
'
361
.
'
362
,
363
.
364
365
366
,
'
,
367
'
,
368
.
,
369
,
370
.
,
371
,
372
;
373
.
-
-
'
?
374
375
'
,
376
'
?
377
?
-
-
378
'
;
'
,
379
380
.
381
382
,
'
;
383
,
.
384
385
,
386
.
,
387
,
'
388
.
,
389
'
390
.
'
-
-
-
-
391
.
392
393
-
-
394
-
-
'
395
'
396
.
397
398
;
,
399
'
400
,
,
401
,
402
.
403
.
404
405
-
-
,
'
,
406
-
-
.
407
-
-
'
408
.
'
409
;
'
410
'
.
,
411
412
.
,
,
413
.
,
414
'
,
415
,
416
,
417
'
.
418
,
,
419
.
420
«
'
'
421
.
422
423
:
,
.
'
'
424
,
425
.
,
426
,
.
427
,
428
,
'
,
;
429
;
,
430
;
,
,
431
.
.
.
.
'
,
'
432
,
«
'
433
.
434
'
:
«
,
435
,
;
436
;
437
438
;
439
'
;
440
'
,
'
441
;
442
'
443
,
'
444
.
.
.
.
,
,
445
.
446
.
.
,
447
,
,
,
,
448
,
449
.
,
450
'
,
451
,
«
452
«
'
453
.
454
'
455
.
456
'
.
457
,
458
.
459
'
460
.
,
461
'
.
462
,
;
463
;
464
;
'
,
'
;
465
'
;
466
,
.
467
,
468
,
.
469
?
470
?
471
.
,
472
.
473
,
,
474
,
,
475
.
476
'
-
,
-
.
477
'
478
,
-
479
-
.
,
480
,
481
,
«
482
'
.
483
484
?
;
485
486
;
487
.
.
.
.
'
488
,
?
489
490
491
492
'
493
.
«
,
.
494
;
495
,
'
,
496
.
'
,
497
498
'
499
.
«
,
.
500
'
,
,
501
.
502
503
-
-
!
504
,
,
505
.
506
'
;
507
,
,
508
'
.
509
,
510
,
.
511
,
512
'
.
'
513
,
514
515
.
516
.
517
,
518
:
;
519
.
520
'
521
?
522
523
524
'
'
525
.
.
.
.
526
527
!
'
528
,
'
,
529
,
.
530
.
,
531
,
.
532
,
533
!
,
,
534
'
535
.
.
.
,
'
536
537
.
-
!
-
,
'
538
'
539
:
540
541
.
'
542
.
,
543
544
,
.
545
546
,
.
547
548
'
.
549
.
,
,
550
.
551
'
,
552
.
553
.
,
554
,
'
.
'
555
,
,
.
,
556
,
'
557
.
.
558
,
559
.
560
?
,
561
562
?
?
563
,
564
.
565
;
,
,
566
,
567
.
«
,
!
568
.
,
'
,
569
'
570
.
.
571
572
'
,
,
573
'
.
574
'
,
575
'
.
576
577
-
-
'
,
578
,
-
-
,
579
-
-
'
580
.
.
.
581
582
,
,
583
,
584
.
,
585
,
586
.
-
-
?
-
-
587
,
'
,
588
.
-
-
589
?
590
.
.
.
-
-
,
'
.
591
.
592
593
,
,
594
'
595
'
'
.
596
597
598
?
599
'
600
?
601
602
,
.
603
604
'
605
;
606
;
607
.
«
,
,
608
;
609
,
'
.
.
.
.
'
610
,
'
,
611
'
612
'
'
;
613
'
'
.
614
615
.
616
617
'
618
'
'
619
'
.
:
«
620
621
'
,
622
,
623
,
,
624
'
;
'
625
,
,
626
,
627
.
,
,
628
629
,
630
'
.
'
631
'
'
'
,
632
.
,
'
633
,
;
634
,
635
.
636
;
,
637
,
'
638
:
639
,
,
,
640
.
-
-
,
,
!
641
:
!
-
-
642
643
'
'
644
.
645
646
-
-
'
?
-
-
647
'
,
648
.
649
650
,
.
651
652
-
-
?
653
654
:
655
656
-
-
?
657
658
-
-
,
!
-
-
.
659
660
'
661
.
,
662
.
663
;
.
664
665
'
.
666
667
,
'
668
.
669
,
670
.
-
-
671
.
672
673
674
,
675
:
676
677
-
-
?
678
679
.
680
681
-
-
?
-
-
,
,
.
682
683
-
-
.
.
.
.
684
685
-
-
!
-
-
686
.
-
-
.
.
.
.
687
688
.
689
;
690
'
.
691
692
-
-
?
-
-
,
693
.
694
695
-
-
,
-
-
,
696
.
697
698
,
:
699
700
-
-
?
701
702
-
-
,
.
.
.
.
.
703
704
-
-
,
?
705
706
.
707
;
'
708
.
709
710
-
-
?
-
-
711
.
712
713
-
-
.
714
715
,
.
716
717
-
-
?
718
719
,
.
720
721
-
-
,
,
-
-
722
,
723
'
.
724
725
-
-
,
!
-
-
.
-
-
726
!
?
727
.
.
.
.
.
728
729
,
.
730
.
731
,
'
732
'
.
733
734
«
,
'
!
735
.
«
736
737
'
738
.
739
,
740
.
.
.
.
741
742
:
743
744
,
745
.
,
746
,
'
'
747
.
748
749
,
.
750
.
751
752
,
.
753
'
,
754
.
,
.
-
-
755
756
?
757
,
,
758
?
-
-
'
759
.
«
-
760
-
.
.
.
.
;
761
762
:
'
763
;
764
;
'
;
765
,
'
.
766
.
767
768
'
.
769
770
-
-
'
?
-
-
,
771
.
772
773
,
774
'
'
,
775
.
776
777
-
-
'
'
-
-
,
778
.
779
780
;
781
.
,
782
'
.
783
,
'
.
784
785
'
.
'
786
,
,
787
788
'
;
,
789
,
790
'
.
791
'
,
'
792
'
'
;
793
.
794
'
795
,
'
.
796
797
.
798
799
'
.
800
801
«
,
!
802
803
.
«
804
.
805
:
-
-
806
,
'
807
.
.
.
.
808
809
810
'
811
'
.
812
;
'
813
,
;
814
'
815
816
.
817
818
,
819
820
'
.
821
-
!
-
822
823
824
,
825
.
826
,
827
.
'
,
828
,
.
829
830
-
-
-
-
'
831
'
832
'
.
833
834
-
-
'
!
-
-
,
'
835
.
836
837
-
-
?
838
839
-
-
!
840
841
,
,
842
'
.
843
.
844
,
845
'
.
846
847
-
-
!
-
-
,
.
-
-
848
?
849
850
,
851
;
,
852
,
853
.
854
855
856
'
.
857
,
.
,
858
'
,
'
'
859
860
.
861
862
.
863
864
-
-
?
?
?
-
-
865
,
'
,
866
.
-
-
?
867
868
,
.
869
870
-
-
-
-
.
-
-
!
871
872
,
873
,
,
874
.
,
875
'
876
877
,
878
.
879
880
-
-
!
-
-
,
881
'
.
-
-
!
882
883
,
'
,
884
,
,
885
,
,
,
'
886
'
,
887
.
,
888
'
889
'
.
'
890
.
,
,
891
892
.
893
894
895
'
896
.
897
898
'
899
,
900
'
,
901
'
:
-
-
,
902
,
.
903
904
905
906
.
907
908
,
,
,
909
910
.
911
,
,
;
912
'
,
913
.
,
914
'
,
915
.
916
917
,
.
918
;
919
.
.
920
921
'
,
'
922
'
.
'
923
924
925
.
'
926
'
,
927
'
.
-
-
'
928
,
929
'
,
'
930
,
931
?
-
-
,
932
.
933
934
935
'
936
.
-
-
,
937
,
938
,
939
?
,
:
«
940
,
.
941
'
,
'
942
.
,
,
943
.
944
,
945
;
946
.
947
948
,
949
950
.
951
'
,
.
952
953
.
954
955
,
,
,
956
,
,
957
;
,
958
,
.
959
'
,
.
960
,
.
961
,
;
962
:
«
'
.
963
.
964
;
'
965
.
.
.
.
966
967
,
,
968
;
,
969
,
:
970
971
-
-
,
,
972
?
973
974
-
-
-
-
,
;
,
975
,
.
976
977
,
:
-
-
978
,
.
979
,
980
981
.
982
983
-
-
!
-
-
,
984
985
:
.
-
-
.
986
987
988
,
;
989
,
,
990
'
.
991
992
993
.
'
,
,
994
.
995
.
996
'
997
,
,
998
.
999
1000