“Quali sontuosità!„ mi diceva il demonico apparendomi non senza letizia
e orgoglio. “Quali magnificenze in un sol giorno! Tu non potresti meglio
servire il tuo scopo, che è di vivificar tutto e di estrarre da ogni più
arida cosa la vita. Non riconosci ora la saggezza del mio ammonimento
mattutino? Non benedici al rigore della tua lunga constrizione, onde hai
questo frutto che t'inebria? La tua poesia, come la tua volontà, è senza
limiti. Tutto ciò che nasce ed esiste, intorno a te, nasce ed esiste per
un soffio della tua volontà e della tua poesia. E pur nondimeno tu vivi
nell'ordine delle cose più reali, perocché nulla al mondo sia più reale
di una cosa poetica.„
Dichinava il giorno su la valle ondulata del Saurgo; e ai raggi obliqui
le terre fulve s'arricchivano di oro, mentre le chiare nuvole stavano
assise in cerchio su i culmini delle rocce come su' più alti gradi d'un
anfiteatro, con attitudini feminee, aspettando che la sera le vestisse
di porpora.
“Omai tu potresti fecondare il sale„ mi diceva il demonico. “Là dove il
tuo spirito s'inclina, l'ubertà si dilata subitamente. Ma pur tu hai
teco il favore della Fortuna: tu sei entrato nell'ignoto e
nell'impreveduto non come colui che tenta ed esplora incerto, ma come
colui che è atteso ed eletto alla ricolta in un campo ove s'adunano
tutte le maturità più superbe, intatte ancora e pronte a riempiere il
cavo delle sue mani quante volte gli piaccia di protenderle nella luce o
nell'ombra. Tu sei entrato in un giardino chiuso, delizioso e spaventoso
come quello delle antiche Esperidi. La felicità ti ha sorriso per tre
sembianze, tra la follia e la morte, a similitudine di quell'effigiato
marmo lunense che splendeva tra due nere colonne. Non v'è forse per te
nel componimento di tal figura un senso nascosto?„
“O despota,„ io gli risposi “v'è certo un senso nascosto nella figura
che tu mi rischiari, e io lo conoscerò. Ma, poiché la perfezione di
quella trinità m'attira e poiché è necessario pel mio cómpito eleggere,
io rimango perplesso e non senza timore d'esser deluso come un uomo.„
E il demonico: “Non pur da mane ma a sera tu temi vanamente! Né è questo
il tuo solo fallo; ché già dianzi, al conspetto delle beatrici, dopo
aver composto su la bellezza delle loro mani ignude una bella musica, tu
rammaricandoti di non poterle tutte a un tempo condurre alle tue case ti
sei sdegnato contro il sopruso del pregiudizio e del costume. Ora, così
facendo, tu ti sei umiliato non pure a riconoscere la potenza
dell'altrui legge ma a disconoscere la potenza del tuo sogno, che sola è
sacra. Perché aspiri tu al possesso legittimo dei corpi, quando le
imagini ideali ornano già della loro triplice grazia la casa del tuo
sogno? Tu non potresti togliere le tre prigioniere dalla loro carcere
senza toglierle pur dall'incanto che le trasfigura. Grandissimo numero
di misteriose rispondenze ondeggia tra quelle vite profonde e i luoghi
taciti ove elle soffersero e t'aspettarono. La loro grazia, la loro
desolazione e il loro orgoglio traggono dalle virtù occulte d'infiniti
elementi il fascino in che ti sei compiaciuto. Così le nobili piante con
lunghe radici suddivise in miriadi di fibrille assorbono dall'intimo
grembo della terra le energie immortali che pel sagliente impeto dello
stelo espresse alla luce si sublimano nel prodigio della corolla e del
profumo. Puoi tu, o poeta, raffigurarti Egle Aretusa e Ipertusa cacciate
dal loro giardino? Eracle vestito-di-stelle, quando penetrò in quel
paradiso occidentale per rapirvi i frutti d'oro, rinunziò a trar seco le
figlie della Notte poiché pur nella sua anima atroce sentì ch'egli
avrebbe menomato e forse distrutto il mistero paradisiaco di lor
bellezza.„
“O despota,„ gli dissi allora “io penso a Colui che deve venire.„
E il demonico: “Ben sia questo sempre il sommo de' tuoi pensieri. Ma pur
dianzi la necessità della scelta ti si presentava come una prova
crudele, cagione di dolore e di sacrifizii inevitabili; e il cuore te ne
doleva. Considera che nessuna Moira è più del Dolore degna che uno la
invochi perché presieda a una generazione. Nulla nel mondo va perduto; e
cose inaudite possono talora nascere dalle lacrime. Considera che la
potenza massima del volere non si manifesta nella prontezza
dell'eleggere tra più offerte o nella fermezza del resistere a più
impulsi, ma sì nell'arte di conferire agli indistinti moti della natura
efficacia lucidità e dignità di forze riconosciute e dirette. Considera
che v'è un modo di esser pari sempre all'evento, nelle vicissitudini
dell'incertissima vita. Fuvvi già alcuno il quale a fianco del suo
tiranno, che pur con un cenno poteva dannarlo a morire, ebbe tal
sembiante da far dubitare chi dei due fosse il verace signore. Sii tu
dunque simile a colui, trattando l'evento con animo regale.„
La cupola del cielo s'era tinta d'una pallidità giacintina, e gli
oliveti ne ricevevano la calma su le chiome ond'erano dissimulate le
attitudini dolorose dei tronchi negri. Su i culmini delle rocce le
nuvole assise non avevano ottenuto la porpora ma una veste di più
delicato colore, che le faceva languire: pur taluna levava su le
compagne il capo altiero aspirando a una corona di stelle.
“Tu puoi comporre intanto le tue musiche„ proseguiva il demonico “su le
meravigliose generazioni di cose che nascono dalle affinità e dai
rapporti delle tre forme integrali quando le contempli puramente. V'è
nelle loro congiunture e nelle loro attenenze un linguaggio
straordinario che tu già comprendi come se tu medesimo lo avessi
inventato. Di ciascuna delle loro linee tu puoi fare l'asse d'un mondo.
Elle sembrano darti la gioia del continuo creare e del continuo
scoprire, e aiutarti a compiere la tua unione con una parte di te
medesimo rivelata inaspettatamente. Elle sembrano riversare in te la
vita che da te ricevettero in un tempo immemorabile. -- Non avevi tu
gioito di loro prima ch'elle oggi ti sorridessero? Stando in silenzio al
loro fianco, non sentivi tu la tua anima carica come una nube?„
“O despota,„ io gli dissi sentendo la mia anima rivolgersi con desiderio
infinito verso il giardino da cui mi allontanavo nel vespero armonioso
“o despota, è vero: stando in silenzio al loro fianco ho provato una
voluttà più forte che se avessi disciolto le loro capellature o premuto
con le labbra le loro nuche belle; e ancor ne sono pieno. Ma pur vorrei,
cadendo l'ombra, tornare laggiù nascostamente e chinarmi invisibile su i
petti virginei e quivi molto indugiare; perchè penso che una grande
dolcezza e una grande tristezza quei petti esaleranno nell'ombra verso
di me, le quali io non conoscerò mai!„
III.
-.... a sedere, con le dita delle
mani insieme tessute, tenendovi
dentro il ginocchio stanco.-
LEONARDO DA VINCI.
-Dov'è più sentimento, lì è più
martirio.-
LO STESSO.
E le condussi sotto i fiori.
Con un turbamento visibile elle ascoltavano le melodie infinite della
primavera, inclinandosi o volgendosi talvolta verso le loro proprie
ombre che le precedevano o le seguivano quali azzurre figure prostese a
baciare la terra. Una confusa gioia di libertà e di speranza passava
talvolta nei loro occhi abbagliati; una parola senza suono schiudeva
talvolta le loro labbra rendendole simili agli orli delle coppe
traboccanti. E, quando elle si soffermavano, io pensavo con un'intima
ebrezza alla piena che le soffocava.
Quel che di tratto in tratto noi dicevamo doveva sembrare anche a loro
inutile; ma valeva a farci sentire quanto fosse profonda la nostra vera
vita. Uno sguardo fuggevole, una reclinazione del capo, una pausa breve
bastavano a commuovere in imo quegli abissi ove assai raro e fievole
giunge il lume della coscienza comune; mentre quel che dicevamo era per
noi lontano come per le infime radici degli alberi il susurro delle
cime.
Nulla poteva eguagliare in singolarità di bellezza quella campagna
austera che fioriva. Su quella terra fulva e aspra come la giubba del
leone le candide e rosee fioriture evocavano i fantasmi delle donzelle
trepidamente piegate su i petti vasti e vellosi dei giganti leggendarii.
I raggi del sole creavano intorno ai petali diafani quello splendore
mobile che hanno le pietre fini. Qua e là refulgevano in duplice baleno
i bidenti politi dalla gleba infranta.
Noi sentivamo quanto fosse profonda la nostra vera vita. E a poco a
poco, per consenso concorde, tralasciammo di proferire quelle parole
vane che non valgono se non a rompere la gravità dei silenzii e a
dissipare la nube troppo densa dei sogni o dei pensieri. Una comunione
più lucida ci congiunse; si formò intorno a noi un'atmosfera divinatoria
simile forse a quella in cui respirano i mistici; e, senza parlare, ci
scambiammo qualche stupendo segreto. Eravamo talvolta così impregnati di
voluttà che le nostre pupille n'esalavano un flutto in uno sguardo e i
nostri minimi gesti ne trasmettevano senza contatto quanta ne può dare
la carezza più lenta. I petali che cadevano ai nostri piedi, dai rami
appena commossi, ci ammollivano stranamente come una confessione di
languore e una complicità degli alberi felici nell'allegarsi. Le viti in
punto di gemmare, inclinate su la zolla e torte e quasi convulse, ci
eccitavano con l'esempio di uno sforzo spasimoso che doveva convertirsi
in un dono inebriante. E dalla foglia caduca e dal magro sermento noi
sentivamo in virtù ideale l'olio odorifero della mandorla e la fiamma
d'oblio espressa dall'uva.
Una sùbita vertigine di desiderio mi prese un giorno, quando vidi una
goccia di sangue su la mano di Violante ferita da uno spino a traverso i
fiori nivei di una siepe. Ella sorridendo ritrasse la bella mano che
s'imperlava: e, poichè eravamo per caso discosti alquanto dalle sorelle
e forse non veduti, io provai una bramosia selvaggia di premere le mie
labbra su quel sangue e di sentirne il sapore. E la violenza ch'io feci
a me medesimo per contenermi fu tale che ne tremai.
-- La vista del sangue vi sbigottisce? -- mi chiese ella, con una voce che
la dissimulazione non valeva a render sicura nè irrisiva.
E, come le sue pupille si fissarono nelle mie, mi parve ch'io mi
coprissi tutto di pallore, poichè ebbi dentro di me un sentimento
indefinibile che non si può rendere se non confusamente con l'imagine di
una immensa ruota girante in giri precipitosi la quale d'un colpo si
arresti. Una grande cosa stava per essere risoluta in quell'attimo, da
entrambi; e, se bene fossimo l'uno di fronte all'altra in un'apparenza
composta, la nostra attitudine interiore era quella della tensione che
precede lo scatto inarrestabile. Le nostre due vite si protendevano con
tutte le forze loro.
Ah, come potrei dimenticare io quel silenzio ardente in cui palpitò
l'ala invisibile d'un messaggero che portava una parola non proferita?
Qual virtù d'oblio potrebbe cancellare dalla mia memoria quella mano
imperlata di sangue e quel roveto carico di fiori?
La voce di Anatolia da lontano ci richiamò; e noi ci movemmo, l'uno a
fianco dell'altra, invasi subitamente da una stanchezza e da una
tristezza corporali come se fossimo esciti da una lunga notte di
piaceri.
Ma anche vi fu qualche istante in cui la mia anima più s'inclinò verso
colei che ci aveva richiamati e verso colei che stava per dipartirsi. Io
mi compiacqui in quella vicenda di amore, che non dissipava la mia forza
ma la stimolava come il contrasto dei soffii eccita la vampa. Sembravami
di aver trovato una nuova specie di percezioni: le più strane e le più
diverse si coordinavano spontaneamente in me. Talvolta ne nasceva una
musica così nuova e così bella che sembravami d'esser sul punto di
trasfigurarmi; e pensavo che fosse per effettuarsi il mio desiderio di
divenire un dio.
Pensavo: “Se già vi fu un dio che nel tempo novello amò assidersi sotto
gli alberi floridi ed estrarre dagli involucri di scorza le amadriadi
segrete per accarezzarle su le sue ginocchia, egli certo non provò
maggior gaudio di quel ch'io provo raccogliendo in me le essenziali
bellezze di queste creature deliziose e mescendole con la stessa
facilità con cui egli potè confondere le varie chiome obedienti delle
sue ninfe arboree a comporre un'armonia di ori.„
Così talvolta io mi credeva di vivere in un mito formato da me medesimo
a simiglianza di quelli che produsse la giovinezza dell'anima umana
sotto i cieli dell'Ellade. L'antico spirito di deità vagava per la terra
come quando la figlia di Rea fece dono a Trittolemo delle sue spiche
affinchè le spandesse ne' solchi e per lui tutti gli uomini godessero
del beneficio divino. Le energie immortali circolanti nelle cose
parevano pur sempre risovvenirsi dell'antica trasfigurazione che per la
gioia degli uomini le aveva convertite in grandi imagini di bellezza.
Come le Cariti, come le Gorgoni e come le Moire, tre erano le vergini
che m'accompagnavano per mezzo a quella primavera misteriosa. E io amavo
imaginar me medesimo simile a quel giovine, raffigurato sul vaso di
Ruvo, cui adduce sul limitare d'un mirteto un Genio aligero. Sopra il
suo capo è scritto il nome di Felicità; e tre vergini lo circondano:
l'una recante nelle sue mani un piatto carico di frutti, e l'altra
tutt'avvolta in un manto costellato, e la terza col filo di Lachesi tra
le dita agili.
Un giorno ci abbattemmo in uno spazio di terra recinto ove gli
agricoltori aborigeni, perpetuando il costume religioso dei Gentili,
avevano consecrato una quercia colpita dal fulmine.
-- Ecco una bella morte! -- esclamò Violante, appoggiandosi al riparo
fatto di pali in forma d'un parallelogrammo.
Una santità quasi terribile stava sul luogo solitario. Non dissimile
doveva essere l'aspetto del bidentale che i sacerdoti latini
consecravano col sacrificio di un'agnella bienne.
-- Voi commettete un sacrilegio -- io dissi a Violante. -- Non si può
toccare il recinto sacro senza profanarlo; e il Cielo punisce con la
frenesia la persona colpevole....
-- Con la frenesia? -- fece ella scostandosi, per un istinto
superstizioso, e col suo atto segnando d'un'impreveduta gravità la mia
allusione alla credenza pagana.
In un lampo rividi il volto gonfio ed esangue della madre folle e gli
occhi smarriti di Antonello, e riudii quel tragico grido: “Noi
respiriamo la sua follia„; e non so qual sensazione gelida di fatalità
mi corse.
-- No, no, non temete! -- dissi io involontariamente, aumentando forse
l'ombra con quel segno palese di rammarico per l'accenno che doveva
sembrare un tristo augurio o un presagio crudele.
-- Non temo -- rispose colei, senza sorridere, appoggiandosi di nuovo al
recinto.
Così da una vana parola nacque una grande ombra.
L'albero fulminato sorgeva dinnanzi a noi, nerastro e lapideo come il
basalto, mostrando il suo possente tronco aperto fino alle radici da una
squarciatura che evocava la terribilità d'una forza vindice. Privo de'
rami nel fianco percosso, ne conservava in sommo dell'altro fianco
alcuni, simili a braccia contratte, che levavano verso il sole la
disperazione implacabile dei loro gesti. Ad ogni angolo del recinto
stava infisso un teschio d'ariete dalle corna ricurve, divenuto
bianchissimo sotto intemperie senza numero. Tutto era immoto e morto, e
sacro, e d'aspetto primordiale.
Giungevano dall'alto azzurro, di tratto in tratto, strida di sparvieri.
Veloci passarono i giorni; e sembrarono giorni d'addio verso colei che
stava per dipartirsi.
-- Guardate la primavera con tutta l'intensità delle vostre pupille -- io
le diceva -- perchè non la vedrete più, mai più!
Io le diceva:
-- Riscaldate le vostre mani al sole, immergetele nel sole, queste povere
mani; perchè fra poco le terrete incrociate sul petto o nascoste sotto
il grembiale di lana bruna, nell'ombra.
Io le diceva, mostrandole un fiore:
-- Ecco un prodigio di cui bisogna lodare il Cielo. Considerate le
innumerevoli scritture che contiene il tessuto argentino di questa
corolla, e il rapporto occulto che corre tra il numero dei petali e
quello degli stami, e la tenuità dei filamenti che sostengono i lobi
delle ántere, e queste tuniche diafane e queste reticole e queste valve
e queste membrane coperte d'una pelurie quasi impercettibile, ov'è
chiusa l'agitazione misteriosa della fovilla, e tutta la divina arte che
si rivela nella struttura di questo corpuscolo vivente, pur nella sua
fralezza dotato d'infinite potenze per amare e per fecondare.
Considerate la rete mobile delle ombre che fa sul terreno il fremito
delle foglie e quella che fa su la parete il raggio riverberato
dall'acqua tremolante, l'una azzurra, l'altra d'oro per cullare la
vostra malinconia; e le piccole dita bionde che si alzano in cima ai
rami dei pini; e le stille di rugiada che pendono in cima alle reste
dell'avena; e le esilissime nervature nelle ali delle api; e gli occhi
verdi splendenti delle libellule fuggevoli; e le iridi che variano la
gola gonfia dei palombi; e le strane imagini che sorgono dalle macchie
dei licheni, dagli screpoli dei tronchi, dalla disposizione delle
selci.... Raccogliete tutte queste meraviglie sotto le vostre palpebre
che dovranno rimaner tanto tempo abbassate dinnanzi al Signore Gesù
crocifisso. Nel vecchio monastero della regina Sancia non vi sono orti,
io credo, ma cortili di pietra.
-- Perchè mi tentate? -- ella mi chiedeva. -- Perchè vi compiacete nel
turbare la mia volontà così debole? Siete forse inviato da Dio per
esperimentarmi?
-- Non voglio turbare la vostra volontà -- io le rispondeva -- ma oso darvi
un consiglio fraterno perchè possiate meno soffrire. Penso che quando
sarete sepolta, quando non potrete accostare la guancia a una grata
senza ferirvi contro le punte, voi cresciuta in un giardino, avrete
qualche settimana di furiose impazienze, e tutte le visioni dell'aria
aperta passeranno nella vostra memoria. Allora proverete una tortura
inaudita se non potrete rappresentarvi con esattezza i minuti screzii
neri e gialli che ornano il dorso della lucertola o la tenera foglia
lanuginosa che spunta sul ramo del melo. Io conosco la smania di queste
curiosità tardive. Una volta amavo appassionatamente un gran levriere di
Scozia donatomi da mio padre. Era una bestia magnifica, elegantissima,
d'una nobiltà senza pari. Quando morì, io caddi in una profonda
afflizione; e mi tormentava singolarmente il rammarico di non potermi
rappresentar in forma precisa i granelli d'oro che costellavano i suoi
occhi bruni e le macchie grige che maculavano il suo bel palato roseo
intraveduto talvolta in uno sbadiglio o in un latrato. Bisogna dunque
che noi guardiamo sempre con pupille attente, specie le creature che più
amiamo. Non amate voi le cose che dianzi indicavo alla vostra attenzione
e non siete per abbandonarle? Non siete per mettere tra voi e loro una
specie di morte?
Ella stava a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi
dentro il ginocchio stanco. La sua grazia delicata era un po' contratta
dall'inquietudine che le dava l'ambiguità del mio dire tra grave e
futile, tra ingannevole e sincero. E così parlandole io provavo un
piacere analogo a quello che avrei provato scompigliandole le bende
lisce dei capelli su cui pendevano le forbici argentee della tonsura.
“-Tondeantur in rotundum-...„ Avevo ancor limpida nella memoria la
freschezza del giovenile riso ch'erale sgorgato dalla bocca il primo
giorno, nell'ultima ora, empiendomi di meraviglia. E mi piaceva
d'assembrar le imagini di quelle cose variopinte ed esigue intorno alla
monacanda che nel già lontano pomeriggio di febbraio m'aveva rivelato
come un segreto miracolo la fioritura notturna d'un suo biancospino.
Io la ricercava come si ricerca quel bene del quale si conosce la
brevità. Ella m'attraeva come una pura forma di giovinezza che si
volgesse a me lacrimosamente sorridendo dalla soglia di una porta
oscura, sul punto di entrarvi e di perdervisi. Avrei voluto dire alle
sue sorelle: “Lasciate ch'io l'ami finché ella è di questo mondo, e
ch'io versi qualche aròmato su i suoi piccoli piedi!„
Spesso m'avvenne di rimanere solo con lei, nelle mie lunghe visite, e di
poter trattare in qualche spirituale colloquio la sua anima così duttile
e così bisognosa di servire. A quando a quando Anatolia scompariva, come
una delle due donne grige si presentava a invocarla con lo sguardo.
Violante da alcuni giorni si mostrava difficilmente, pareva schivare la
mia compagnia, considerarmi con indifferenza, rioccupata dal suo tedio
consueto. I due fratelli non sopportavano a lungo la gran luce del cielo
aperto. Onde m'avvenne più volte di rimaner solo con la clarissa,
nell'atrio esterno su un sedile di marmo ch'era sotto la statua
dell'Estate, o nell'ombra delle scalee già verdeggianti, o su la sponda
del vivaio inaridito.
Io le diceva:
-- Forse voi vi siete ingannata nell'elezione del vostro sposo, cara
sorella. Quando udrete il vescovo annunziare -Ecce sponsus venit-, voi
tremerete nell'intimo cuore credendo che una mano bella e forte sia per
distendersi verso di voi e per raccogliervi tutta quanta nel cavo della
palma come acqua; poichè è ben questo l'atto dolce e imperioso che voi
aspettate dal vostro dominatore e che si conviene alla vostra naturale
fluidità, cara sorella. Ma forse rimarrete delusa, a piè dell'altare. E,
se oserete levar gli occhi, vedrete fra i ceri ardenti immobile lo Sposo
annunziato e le mani di Lui trafitte e il capo di Lui cinto di spine.
Sembra, cara sorella, che sia necessario sconficcare i ferri crudeli; i
quali furono assai profondamente infissi. E sembra che a compiere un
tale atto occorra una forza terribile. Bisogna quindi curar le piaghe
con infinita pazienza e con balsami composti di erbe che non si posson
cogliere se non in certe sommità vertiginose ove l'aria è irrespirabile.
E, rimarginate le piaghe, convien rinfondere nelle vene il sangue che ne
sgorgò. E, compiuta alfine la durissima opera, accade talvolta che le
mani sanate si ritraggano d'improvviso. Sembra che assai rare sieno
quelle spose cui è concesso vederle veracemente rivivere; e pur di
quelle elette appena una, in qualche mistica sera, ha la suprema gioia
di sentirsi prendere tutta quanta, chiudere tutta quanta nel pugno
constrittore, com'è ne' vostri voti....
Mormorava la vergine servile:
-- Voglia Iddio ch'io sia quell'una!
-- Ah, cara sorella -- io le diceva -- pensate quale immensa forza debba
avere in sè quell'una per ravvivare una mano morta e per contrarla così
violentemente!
-- Io non ho alcuna forza, ma la implorerò dal Signore.
-- Il Signore non potrà se non rendervi la forza che voi medesima gli
avrete infusa, Massimilla.
-- Tacete, vi prego! -- ella supplicava. -- Temo che le vostre parole sieno
empie.
-- Non sono empie: potete ascoltarle. Non avete voi nella memoria la
prima strofe della Glosa di Santa Teresa? V'è là un Dio fatto
prigioniero. Pensate qual potenza occorra per incatenare il Signore! Voi
vedete bene, suor Acqua, come sempre si richiedano importuni atti virili
dalla sposa decantata nelle Antifone e nei Responsorii. Per ciò, avendo
io verso di voi una sollecitudine fraterna, vorrei almeno preparare la
vostra anima all'amarezza del disinganno. Non la cullate troppo nelle
promesse dei Salmi! V'è, mi sembra, qualche magnifica e voluttuosa
promessa nei versetti che avete appresi “-Veni, Electa mea-.... Vieni, o
Eletta, perchè un re ebbe desiderio della tua bellezza. Vieni! Passò
l'inverno, la tortora canta, le vigne fiorenti auliscono....„ Ah, è
veramente incomparabile quel latino psalmistico per dare l'imagine
dell'ebrietà d'amore profondata sotto un'opulenza soffocante. Certi
versetti paiono grondare d'olii odoriferi come capellature di schiave o
pesare e rilucere come masselli d'oro. Quando il vescovo vi porrà sul
capo la corona della verginale eccellenza, le vostre labbra dovranno
pronunziare alcune parole ammirabili; nelle quali io sento e vedo non so
che pondo e che splendore misteriosi. “-Et immensis monilibus ornavit
me.-„ Parole ammirabili! Non è vero?
Ella ora mi guardava con tanta passione che tutta la sua piccola anima
tremava tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla
inclinandomi appena.
-- Forse io vi faccio male, un poco -- le dissi. -- Ma veggo in fondo ai
vostri occhi un sogno così ardente che temo per voi, cara sorella;
poichè la vita a cui vi apparecchiate non potrà essere conforme al
vostro sogno e alla vostra natura. Vi aspetta una vita mediocre, sempre
eguale, quasi torpida, misurata dalla Regola immutabile, in quel vecchio
monastero della regina Sancia che già fu sepolcro a più d'una Montaga e
a più d'una Cantelma. Io ho nella mia memoria una visione di quelle
clarisse in un giorno di Cenere. Quando ero a Napoli, la chiesa angioina
di Santa Chiara m'attraeva non solo perchè vi riposa qualcuno dei miei
maggiori, non solo perchè vi si può invidiare il duca di Rodi che dorme
nel sarcofago pagano di Protesilao e Laodamia, ma anche perchè chiudendo
gli occhi vi si può assaporare la poesia diffusavi da qualche bel nome
di donna morta. V'è Maria duchessa di Durazzo e imperatrice di
Costantinopoli, v'è la principessa Clemenza, v'è Isotta d'Altamura, e
Isabella di Soleto, e Beatrice di Caserta, e quella deliziosa Antonia
Gaudino che vi rassomiglia, così dolcemente addormentata nel marmo sotto
il velo che Giovanni da Nola tolse alla più giovine delle Càriti. Ho
nella memoria una visione di clarisse in un giorno di Cenere. V'è dietro
l'altare maggiore un'ampia grata nera, tutta irta di punte, che chiude
il coro monacale; e vi s'intravedono gli ordini degli stalli ove seggono
le suore, mentre il vescovo assistito da un cappuccino siede di qua
dall'ostacolo reggendo tra le mani un bacile d'argento pieno di cenere.
Uno sportello è aperto nella grata, e le clarisse a una a una vengono e
s'inginocchiano. Il vescovo introduce pel vano il braccio vacillante e
segna di cenere le fronti a una a una. Le segnate si levano e tornano ai
loro stalli, come larve, disfiorando il pavimento con i silenziosi piedi
calzati di panno. Tutto si compie in silenzio e tutto è gelido come la
cenere. Ah, cara sorella, quando avrete ricevuto anche voi quel gelo,
chi mai riscalderà la vostra piccola anima?
-- Chi riscaldava l'anima di Santa Chiara e la faceva ardere? -- mi oppose
la monacanda, come riscotendosi per non esser vinta, mentre le sue gote
si coloravano.
-- Un uomo: Francesco d'Assisi. Voi non potete imaginare la Damianita se
non in ginocchio ai piedi di Francesco. Un artefice religioso la figurò
nell'atto di scambiare un bacio col Serafico. E ripensate il lungo
idillio che fu tessuto fra l'eremo di San Damiano e la Porziuncula;
ripensate le settimane di passione, di dolore e di pietà trascorse nel
giardino del monastero, all'ombra degli olivi, in una estate di gran
sete, quando Chiara beveva le lacrime effuse dagli occhi di Francesco
quasi ciechi; ripensate infine il colloquio tra i due mistici amanti,
che precedette quella suprema estasi ond'eruppe come un getto di luce il
Cantico delle Creature. Avete là accanto a voi i -Fioretti-. Ebbene,
rileggete il capitolo in cui si narra “come Santa Chiara mangiò con San
Francesco„. Mai convito nuziale fu illuminato da più splendide faci di
amore. Ecco: “Gli uomini d'Assisi e da Bettona, e que' della contrada
d'intorno, vedevano che Santa Maria degli Angeli e tutto il luogo e la
selva ch'era allora allato al luogo ardevano fortemente, e parea che
fosse un fuoco grande che occupava la chiesa e il luogo e la selva
insieme: per la qual cosa gli Assisiani con gran fretta corsero laggiù
per ispegnere il fuoco, credendo veramente che ogni cosa ardesse. Ma,
giugnendo al luogo e non trovando ardere nulla, intrarono dentro e
trovarono San Francesco con Santa Chiara....„ Voi vedete bene, cara
sorella, in quali modi la patrona della vostra Regola potesse ripararsi
dal gelo. Convenite che la differenza è grande fra l'eremo luminoso di
San Damiano e la clausura del vostro monastero angioino. Qui nessun
incendio ma un'eguale ombra grigia ove l'umiltà si fa inerte.... Di
quale specie è la vostra umiltà, Massimilla? Io penso che il vostro
bisogno di schiavitù sia molto altiero.
Ella taceva, scoraggiata e anelante; ed era così dolce e così misera nel
suo sbigottimento che io avrei voluto prenderla su le mie ginocchia.
-- Quando appariste su per la scalea, il primo giorno, sùbito mi deste
imagine dell'ermellino. Ora, sembra che nella nostra imaginazione il
candore dell'ermellino non possa andar disgiunto dall'orgoglio della
porpora, tanto siamo assuefatti a considerar l'uno e l'altra riuniti nei
manti regali. Non forse voi portate il vostro manto a rovescio,
Massimilla, per modo che la porpora è di sotto invisibile? Tale è bene
la maniera d'una Montaga.
-- Io non so -- ella rispondeva smarritamente. -- Tutto quel che voi dite,
pare che debba essere.
Ed era come se ella confessasse: -- Io sarò quale voi mi vorrete.
-- Se io fossi il vostro sposo, Massimilla -- soggiunsi, per accarezzare
la sua piccola anima tremante -- io vi darei una casa ove il giorno
entrasse a traverso lamine d'alabastro color di miele o vetri istoriati
d'istorie sibilline; e vi farei servire da cameriste e da silenziarie,
calzate di feltro e vestite di stoffe placide, che passerebbero dinnanzi
a voi come grandi farfalle notturne; e certe stanze avrebbero pareti di
cristallo guardanti su immensi aquarii, nascoste da cortine che la
vostra mano potrebbe agevolmente aprire quante volte vi venisse il
desiderio di viaggiare in sogno con gli occhi per una valle oceanica
piena di vite ricche e strane; e intorno alla casa vorrei crearvi un
giardino di alberi che prodigassero fiori e lacrimassero aromi, e
popolarlo di animali leggiadri e miti come gazzelle, colombe, cigni,
paoni. E quivi, in armonia con tutte le cose, voi vivreste per me solo.
E io, ogni giorno, dopo aver appagato con qualche atto efficace il mio
bisogno di predominio su gli uomini, verrei a respirare l'aria sublimata
dal vostro silenzioso amore, verrei a vivere presso di voi la vita pura
e profonda dei miei pensieri. E qualche volta io vi comunicherei una
febbre veemente; e qualche volta io vi farei piangere un pianto
inesplicabile; e qualche volta io vi farei morire e rivivere per essere
ai vostri occhi più che un uomo.
S'apparecchiava ella intanto alla dipartita o s'indugiava attendendo con
impazienza quel che per lei tuttavia era inatteso?
Come io saliva pel viale dei vecchi bossi ove prima erami apparsa
Violante sotto il grande arco, ella m'uscì incontro quasi nel medesimo
luogo sorridendo d'un sorriso nuovo.
-- Voi avete oggi l'aspetto d'un angelo che rechi il buon messaggio -- io
le dissi. -- È tutto in voi lo spirito d'aprile.
Ella mi porse la mano ch'io presi e tenni nella mia alquanto.
-- Che cosa dunque dovete annunziarmi? -- le domandai leggendole negli
occhi la novità che la trasfigurava.
Ella si smarrì, sotto il mio sguardo; e anche una volta si tinse d'un
rossore che mi parve quasi violento in quella pallidezza.
-- Nulla -- rispose.
-- Eppure -- io le dissi -- v'è in tutta la vostra figura un'annunciazione.
Voi me la comunicherete senza parlare, se mi concederete di camminare al
vostro fianco per qualche tratto. Non ho mai sentito come in questo
momento, Massimilla, la vostra armonia.
Ella certo credeva ch'io le parlassi di amore, tanto era confusa. E
raggiava da tutta la sua figura uno spirito di gentilezza così vivo
ch'io ripensai quelle gentili donne adunate nelle imaginazioni di Dante
giovine; dalle cui labbra a quando a quando, come cade “l'acqua
mischiata di bella neve„, cadono parole mischiate di sospiri. E poichè
io l'amava inumanamente, anche mi tornarono alla memoria alcune delle
antiche parole. “A che fine ami tu?... Dilloci, chè certo il fine di
cotale amore conviene che sia novissimo.„
Noi avevamo lasciato il viale medio per internarci nel labirinto erboso.
Cantavano gli uccelli ospiti del claustro, gli insetti lucidi ronzavano
intorno; ma il mio orecchio era attento al fruscio che l'orlo della
gonna produceva inclinando le cime dell'erbe cresciute.
Confessò alfine Massimilla, con timida voce:
-- La mia partenza è differita.
Soggiunse, come per giustificarsi:
-- Potrò così celebrare con i miei l'ultima Pasqua....
Ma a me parve, subitamente, ch'ella mi fosse caduta fra le braccia e che
la sua guancia aderisse al mio petto e che per disgiungerla da me io
dovessi farla sanguinare.
Nondimeno esclamai:
-- Ecco la buona novella!
E non altro dissi, perchè il mio turbamento al contatto di quella vita
palpitante fu così fiero che m'impedì qualunque simulazione pietosa.
Certo, ella attendeva da me parole di amore e di allegrezza, e ch'io le
prendessi le mani, e ch'io le domandassi: -- Volete rinunziar per sempre
ai vostri voti ed essere tutta mia? -- Questo ella attendeva. E, sentendo
così vicina a me la sua angoscia, sentendomi quasi ventar sul viso come
una vampa la sua bramosia di donarsi e d'esser felice, io era agitato da
un fremito non dissimile a quello dell'uomo cui d'un tratto è posta
sotto gli occhi una larga lacerazione che discopre gli intimi tessuti
della carne viva. V'era qualche cosa di quel raccapriccio nella mia
sofferenza. Fino a quell'ora io m'ero dilettato della cara anima come
d'una capellatura morbida ove sia dolce insinuare le dita pensando che
domani sarà recisa. Ed ecco, quell'anima aderiva alla mia con tutte le
sue pene.
“Io potrei fare di te un essere di gioia!„ Era come una promessa, era
quasi un desiderio. E l'una e l'altro trasparivano pur nelle ultime mie
parole; e veramente, fino a quell'ora, inclinandomi verso la cara anima
io aveva di tratto in tratto inteso l'orecchio a percepire un indizio di
quella vena occulta ond'era sorto un giorno il bel riso repentino. Ah
perchè doveva io dunque deludere una speranza tanto dolorosa e
rinunziare a cingere di quella silente adorazione il mio potere?
Noi eravamo soli, in una strana solitudine ove io sentiva quasi direi la
vacuità dello spazio aereo che avrebbero occupato le altre due figure se
presenti accanto a noi. E l'ansietà che quell'assenza produceva nel mio
spirito era penosa come l'affanno dell'attesa. -- Dov'erano, che facevano
Anatolia e Violante in quell'ora? Stavano anch'elle nel giardino? -- Io
le vedevo spuntare alla svolta d'ogni sentiero, e imaginavo
l'espressione del loro primo sguardo nell'incontrarci. E consideravo la
singolarità del contegno che entrambe avevano mantenuto in quei giorni e
cercavo di penetrarne il significato vero. Anatolia m'appariva con quel
suo benigno ed eroico sorriso di martire, rassegnata a spremere fino
all'ultima stilla tutte le virtù del suo cuore per lenire mali
immedicabili; m'appariva con que' suoi occhi puri che avevano talvolta
un bagliore invitevole, come le acque dei laghi nelle leggende rivelano
con un insolito riflesso l'esistenza dei sommersi tesori. Chiusa nel suo
tedio e nel suo disdegno, Violante m'appariva in un'attitudine
enigmatica che poteva sembrar quasi ostile, infondendomi una specie di
malessere non dissimile a quello che dànno i presentimenti funesti;
poichè ella aveva dietro di sè per la mia imaginazione l'ombra della sua
roccia fatidica e il mistero delle sue remote stanze pregne di profumi
mortali.
Io avrei voluto chiedere a colei che mi veniva da presso: -- V'è qualche
cosa di mutato nella voce delle vostre sorelle dilette quando elle vi
parlano quando parlano tra loro? Hanno elle talvolta nella voce e nello
sguardo qualche cosa che vi fa male? E piomba talvolta su voi, mentre
siete l'una accanto all'altra respiranti nel medesimo cerchio, piomba su
voi un silenzio che vi soffoca, simile a quello che precede gli uragani?
E sentite allora inaridirsi d'un tratto la vostra tenerezza e sollevarsi
dal fondo un'acredine simile a un tossico? E, ditemi, piangono le vostre
sorelle in disparte? O anche v'accade, talvolta, di piangere insieme?
Così avrei voluto interrogare la taciturna e soffrire d'amore con lei.
Io la guardai. Ella soffriva e gioiva.
-- Voi portate sempre un libro -- io le dissi, per rompere alfine
l'incanto ambiguo -- al modo di una sibilla.
Ella mi mostrò il volume.
-- È il libro che portavo il primo giorno -- disse ella, con quel suono
indefinibile che rivela nella voce l'umidità delle lacrime.
-- E il filo d'erba?
-- S'è bruciato.
-- Metteteci dunque una rosa rossa.
Ma ella aveva nella sua commozione una grazia così umile, e tanto
ingenuamente lasciava trasparire l'intimo ardore da cui era compresa,
ch'io non seppi discostarla da me nè seppi rifiutar la dolcezza di
sentirla struggere a poco a poco.
-- Sediamoci -- le dissi. -- Leggiamo insieme qualche pagina. Vi piace il
luogo?
Era una piccola eminenza prativa, constellata di anemoni, quieta, a cui
alcuni tassi in forma di piramidi davano quasi un aspetto cimiteriale.
Nel centro una cariatide, ripiegata in modo che il petto toccava quasi
le ginocchia, sosteneva la lastra marmorea d'un orologio solare. E
quivi, come presso una mensa, stavano due sedili per una coppia di
amanti che guardando l'ombra dello gnomone volessero provare la voluttà
malinconica di un lento e concorde perire. Ancora scorgevasi incisa nel
marmo, sotto le linee orarie, la sentenza:
ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.
-- Sediamoci qui -- io dissi. -- È un luogo delizioso per godere il sole
d'aprile e per sentir fluire la vita.
Una lucertola verde ci guardava con i suoi piccoli occhi lucenti, ferma
sul quadrante, senza timore, come un essere familiare. Quando ci
sedemmo, disparve. Allora io posi le mani sul marmo, che era caldissimo.
-- Quasi scotta. Sentite!
Massimilla vi pose anch'ella ambe le mani, bianche sul bianco; e ve le
mantenne. Il punto d'ombra attingeva l'estremità dell'anulare, restando
coperta dalla palma la cifra indicatrice dell'ora.
-- Ecco che voi siete designata dallo stilo come l'ora della beatitudine
-- io le dissi perchè gustavo profondamente l'armonia della sua grazia in
quell'atto e perchè così l'amavo.
Ella socchiuse gli occhi; e anche una volta la sua piccola anima tremò
tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla
inclinandomi appena.
-- La santa -- soggiunsi toccando il libro -- ha per voi nel flutto della
sua prosa un verso divino, d'una soavità suprema, più soave di quelli
che germinavano nella mente di Dante prima dell'esilio. “Stava quasi
beata e dolorosa.„
Ella si sentiva circonfusa di luce e d'amore, come già forse ne' suoi
sogni reconditi; e beveva dalla mia parola e dalla mia presenza e dalla
sua illusione e dall'aperta primavera un'ebrezza il cui ricordo doveva
forse riempire tutta la sua vita. Non parlava, immobile nell'atto in che
io l'avevo lodata; ma io compresi le cose ineffabili che diceva il
sangue eloquente nelle vene delle sue belle mani ignude.
“Lasciate ch'io l'ami finchè ella è di questo mondo!„ ripetevo alle sue
sorelle, poichè mi sembrava di veder rilucere i loro occhi tristi a
traverso la fronda dei tassi. “Lasciatemi cogliere questi anemoni e
versarli su la sua chioma che sarà tonduta!„
Ella stava quasi beata, e la sua inconsapevolezza più m'inteneriva,
perchè io l'amavo e le dicevo: “Io t'amo, ma a patto che domani tu
muoia. Io ti do questa fiamma purchè tu la porti teco nel tuo sepolcro.
Tale è la necessità che ci preme.„
Ella si scosse, e si passò le mani su la faccia; e mormorò:
-- Questo sole dà lo stupore.
-- Volete che andiamo? -- le chiesi.
-- No -- rispose ella con un debole sorriso. -- Secondo il vostro
consiglio, io debbo saturarmi di sole. Restiamo ancora un poco qui.
Dianzi, volevate leggere qualche pagina.
Ella appariva estenuata come se fosse a pena rinvenuta da un deliquio.
-- Leggete, dunque! -- pregò, spingendo il libro verso di me.
Io lo presi, lo apersi e lo sfogliai qua e là, scorrendo con gli occhi
qualche linea. L'ombra fugace d'una rondine passò su la pagina; e udimmo
da vicino il fremito delle ali.
-- Che meraviglia fu per me -- ella soggiunse -- quando quel giorno voi mi
ripeteste l'esortazione di Santa Caterina! Io era ancora tutta piena del
suo spirito, e voi quasi indovino mi parlavate di lei....
Sentivo nella voce della clarissa una confidenza e un abbandono così
profondi ch'ella non avrebbe saputo più palesemente significarmi:
“Eccomi, io sono tua, io t'appartengo tutta quanta come nessun'altra
creatura viva, come nessuna cosa inanimata potrebbe appartenerti. Io
sono la tua schiava e la tua cosa.„
Veramente ella pareva possedere una qualità innaturale, pareva per sè
abolire la legge che vieta agli uomini nell'amore il dono e il possesso
perpetui e perfetti. Ella pareva veramente, nella gran luce del sole,
trasfigurarsi per la mia imaginazione in una forma cristallina e fluida,
in una liquida essenza ch'io potessi assorbire, di cui potessi
impregnarmi come d'un profumo.
-- Io credo -- le dissi -- che qualche volta leggendo questo libro voi
dobbiate sentir la vostra anima evaporare come una goccia su un ferro
arroventato. Non è vero? “Fuoco e abisso di carità, dissolvi oggimai la
nuvola del corpo mio!„ grida la santa. E voi avete segnato in margine
queste parole. V'è in voi un'aspirazione costante a vanire.
Il suo volto bianco mi sorrise nel sole, su la bianchezza del marmo,
quasi sparente.
-- Ecco un altro segno. “Anima ebra, ansietata e affocata d'amore.„
Eccone anche un altro. “Siate un'arbore d'amore, innestata nell'arbore
della Vita.„ Quale eloquenza di passione ha questa vergine! Ella
affascina tutte le taciturne, perchè parla e grida per loro. Ma ciò che
rende prezioso il libro, a chiunque ami la vita, è l'abondanza del
sangue che vi scorre, vi bolle e vi fiammeggia di continuo come su un
altare di sacrifizio nel giorno delle grandi immolazioni. Pare che
questa domenicana non abbia del mondo se non una visione vermiglia. Ella
vede tutte le cose a traverso un velo di sangue ardentissimo. “La
memoria s'è empiuta di sangue„ ella dice. “Troverò il sangue e le
creature, e berrò l'affetto e l'amore loro nel sangue.„ Una specie di
rossa demenza l'assale talvolta. “Annegatevi nel sangue„ ella grida
“bagnatevi nel sangue, saziatevi di sangue, inebriatevi di sangue,
vestitevi di sangue, doletevi di voi nel sangue, rallegratevi nel
sangue, crescete e fortificatevi nel sangue!„ Ella conosce tutto il
pregio del dolce e terribile liquore poichè lo vede non solo nel calice
ma erompere dalle vene degli uomini, ella che è presa nel turbine della
vita, ella che porta il suo velo in mezzo al fremito degli odii atroci e
delle passioni violente onde il suo secolo è bello. Ecco qua la
meravigliosa lettera a Frate Raimondo da Capua. Avete voi potuto
leggerla senza tremare nelle midolle? “E teneva il capo suo in sul petto
mio. Io allora sentiva uno giubilo e uno odore del sangue suo....„ Quel
che qui io sento non è soltanto l'estasi eucaristica ma la voluttà
reale. Mi par di veder palpitare e dilatarsi le narici delicate della
giovine donna. È ben di lei questa frase che io ammiro: “Armarsi della
propria sensualità.„ Ella doveva avere i sensi acuti, perchè tutta la
sua scrittura è brulicante d'imagini vive, fierissima di colorito e di
movimento, quasi dantesca nel vigore e nell'audacia. Ah, cara sorella,
non è questa una guida che possa condurvi in pace alla porta del
chiostro! Voi sentite nella tunica della Mantellata non soltanto l'odore
del sangue ma tutti gli odori della vita superba per mezzo a cui ella è
corsa, indòmita. Una moltitudine innumerevole, vestita di bigello e di
porpora, di ferro e d'oro, l'ha avvolta come un turbine, con “il fuoco
dell'ira e dell'odio„, che non è men fervido del fuoco d'amore. Frati,
monache, eremiti, donne di delizia, condottieri, principi, cardinali,
regine, pontefici, tutte le tempre d'un secolo duro e magnifico ella
tratta con la sua volontà infaticabile. Ella è possente in
contemplazione e in azione. Ella chiama “carissimo fratello„ Alberico da
Balbiano, e i cavalieri della Compagnia di San Giorgio “carissimi
figliuoli„. E alla regina Giovanna di Napoli osa scrivere: “Ahimè,
piangere si può sopra di voi come morta!„ E a Gregorio XI: “Siatemi uomo
virile, e non timoroso.„ E al re di Francia dice: “Voglio„. Per ciò,
Massimilla, io la prediligo; e anche perchè ella possiede un Giardino,
una Casa e una Cella del conoscimento di sè; e anche perchè è di lei
questo motto: “Mangiare e gustare anime„; e infine perchè, prima del
Vinci, ella ha scritto: “L'intelletto nutrica l'affetto. Chi più conosce
più ama; e più amando più gusta.„ Alta parola, che è la regola d'ogni
bella vita interiore.
Io seguivo, parlando, negli occhi aperti e fissi di Massimilla il ritmo
lento di un'onda che pareva aver non so qual rispondenza musicale con il
suono della mia voce; e così nuova e strana era per me quella sensazione
che io prolungavo il mio dire per tema d'interromperla.
Appena tacqui, in fatti, ella chinò la fronte; e in silenzio lasciò
sgorgare dai suoi limpidi occhi due rivi di lacrime.
Non le chiesi perchè piangesse; ma le presi le mani che erano come dolci
foglie arse dal meriggio. E sotto quel cielo d'aprile estuoso, presso
quel marmo abbagliante su cui l'ombra dello stilo sembrava immobile da
indefinito tempo, tra quei tassi funerei e quei coronali anemoni, io
ebbi alcuni attimi d'indicibile esultanza. Io -vidi- uno spirito, che
non era il mio, giungere di repente e mantenersi per alcuni attimi in
quella parte della vita, di là dalla quale -- secondo il verbo di Dante --
non si può ire più per intendimento di ritornare.
E mi parve che, dopo, il resto dell'amore e della vita non dovesse per
quello spirito aver pregio alcuno.
Dopo, mi parve che la beatrice riprendesse per me il sembiante ch'ella
m'aveva mostrato il primo giorno sedendo tra i due fratelli come
l'imagine della Preghiera. Avendo sollevato il suo velo per guardare
nella profondità de' suoi occhi, io avevo veduto sotto la mia
investigazione compiersi un rapido prodigio. Ne conservavo ancora dentro
di me una specie d'abbagliamento; ma il velo era ricaduto, e per sempre.
Di nuovo ella mi parve “partita di questo secolo„.
Cosicchè, quando un giorno Oddo mi raccontò una storia pietosa di nozze
impedite dalla morte, io l'ascoltai come si ascolta una leggenda di
tempi remoti; e sentii allora come fosse vero e profondo il mio
distacco.
Ella era stata amata e richiesta in isposa da Simonetto Belprato, due
anni innanzi; e, a similitudine d'Ifianea, aveva perduto il promesso
quasi alla vigilia del maritaggio.
Già vicina alle sue nozze, beata
Le ghirlande apprestava; e le fu spento.
Oddo mi ravvivò nella memoria il ricordo pallido di Simonetto; e mi
rappresentò la mite figura giovenile di quello studioso, erede ultimo di
una famiglia nobile di Trigento, ritrattosi nella provincia presso la
madre vedova per erborare e morire.
-- Povero Simonetto! -- diceva Oddo rimpiangendolo con animo fraterno. --
Lo vedo ancora in arnese di erborista, col suo tubo di latta appeso a
una spalla, col suo bastone uncinato e col suo portafoglio di marocchino
verde. Passava quasi tutti i giorni a erborare o a preparare e a
disseccare le piante raccolte. Aveva riempito la sua casa di erbarii; e
su le custodie egli poteva ben mettere per emblema la sua arme fiorita.
Tu sai: i Belprato usano per arme un campo partito in linea retta da una
fascia d'oro, il cui mezzo campo superiore è rosso con un giglio
d'argento e quel di sotto è verde tutto seminato di fiori rossetti con
fronde d'oro. Non ti par singolare, Claudio, questa congiuntura?
L'ultimo dei Belprato erborista! Io predicavo a Massimilla, per ridere:
-- Tu finirai tra due fogli di carta grigia. -- S'erano fidanzati nel
giardino, erborando, e parevano fatti l'uno per l'altra. Noi anche
eravamo contenti, perché Massimilla non si sarebbe allontanata troppo da
noi e sarebbe entrata in una buona casa. (I Belprato sono, come sai, di
nobiltà antica, benchè decaduti negli ultimi secoli. Vennero di Spagna
nel Regno con Alfonso d'Aragona.) Tutto era pronto per le nozze. Mi
ricordo bene del giorno in cui arrivò da Napoli l'abito nuziale con la
ghirlanda di fiori d'arancio, dono magnifico di nostra zia Sabrano.
Massimilla se lo provò: era deliziosa. Io e Antonello volemmo che anche
Anatolia e Violante se lo provassero, per augurio: povere creature
adorate! La ghirlanda -- mi ricordo -- s'impigliò nelle trecce di Violante
in un modo così strano che non fu possibile toglierla senza strappar
qualche capello che rimase tra i fiori. Una delle serventi mormorò
ch'era un cattivo presagio. Non mentiva. Simonetto, in fatti, doveva
rimaner vittima della sua manìa. Era d'autunno; ed egli si recava spesso
a Linturno per raccogliere le piante acquatiche nel fiume morto. Certo
là, e non altrove, prese il germe della febbre perniciosa che lo
distrusse in due giorni. Avemmo un funerale invece d'uno sposalizio.
Fortunati sempre!
Eravamo nelle stanze di Antonello, che le tendine abbassate rendevano
quasi oscure poiché il giorno di fuori s'annuvolava. Io non vedevo per
le finestre il cielo; eppure avevo su me la sensazione del tepore
esterno, un po' snervante, ed ero certo che di fuori cominciava a cader
qualche goccia di pioggia, qualcuna di quelle lagrime calde che sono
così dolci quando toccano il viso o le mani. Antonello stava disteso sul
suo letto, immobile, senza parlare. S'udiva di tratto in tratto garrire
una rondine.
-- Per questo, forse -- domandai a Oddo -- Massimilla entra nel monastero?
-- Non so; non credo -- egli rispose. -- È già passato molto tempo. Ma,
certo, la vita per lei in questa casa dev'essere più incresciosa che per
le altre. Io sempre penso ch'ella debba credersi disseccata ed estinta
come le piante degli erbarii che Simonetto le lasciò in testamento. Ah
quell'abito nuziale rimasto chiuso in un armadio come una reliquia! Ci
pensi tu? Quella spoglia bianca che omai deve aver preso l'odore delle
piante secche! Ci pensi tu? Credi tu che la Morte possa avere nel mondo
un museo più triste di quello che Massimilla custodisce? Io qualche
volta sono ingiusto; qualche volta non so dissimulare una specie
d'amarezza che mi sale dal cuore quando penso che Massimilla se ne va,
ci abbandona. Mi sembra che alla sua partenza debba seguire il
dissolvimento finale; mi sembra che un turbine ci debba dissipare e
disperdere tutti, come un mucchio di stracci. Ella intanto cerca di
salvarsi. Ma io sono ingiusto. Veramente, ella è forse qui la più
infelice. S'è avverato per lei quel che io le dicevo ridendo. Ella crede
d'esser divenuta simile ai fiori e alle foglie degli erbarii. Per
rivivere, per riavere un'illusione di vita, ella si sforza di comunicare
con le cose vive. Non l'hai tu veduta quando affonda le mani nella
verzura e resta in quell'atto per sentirsi scorrere su la pelle i
bruchi? Non sai tu ch'ella passa ore ed ore nel giardino a cercare le
bestiole e a farsele amiche? In questo ella è, come tu dicesti, un
esemplare di perfezione francescana. Ma che diresti se tu sapessi che
questo non è se non un desiderio angoscioso di sentire la vita? Io l'ho
compreso; io solo forse l'ho compreso....
Egli proferì le ultime parole a bassa voce, quasi che le dicesse
soltanto a sé medesimo; e poi tacque, forse per considerare entro di sé
la creatura della sua imaginazione conturbata. -- Era un sogno d'infermo
quel suo? O la Massimilla vivente rispondeva in realtà a quella
derelitta custode di piante morte? -- Io non m'indugiai in questo dubbio;
ma volli assaporare tutta la poesia che le strane imagini diffondevano
nell'ombra della stanza ove ora giungeva il crepitío fioco della pioggia
svegliando nelle mie narici il bisogno di aspirare il sentor della terra
inumidita. Mi levai per aprire un poco la vetrata più vicina: l'odor
terrestre entrò.
-- Nei primi mesi, dopo la morte di Simonetto -- riprese a dire Oddo --
ella aveva molta cura degli erbarii. Passava lunghe ore nella camera
ov'erano riposti, a esaminare i fogli e a leggere le schede. E spesso io
le tenevo compagnia, tanto ella mi faceva pena. Un giorno -- ricordo -- la
sorpresi mentre apriva l'armadio dove ella conserva l'abito nuziale,
nella camera stessa. Un altro giorno -- ricordo -- di primavera, ella
m'apparve tutta commossa perché un bulbo di narcisso aveva
germogliato.... È strano; non è vero, Claudio? Ho veduto quel bulbo
rimettere ancora una volta, nella primavera scorsa. E questa volta? Non
ho chiesto a Massimilla.... Vuoi che andiamo a vedere?
Egli si levò in piedi, come preso da un'impazienza febrile; e diede
qualche passo verso l'uscio. Ma Antonello, che era ancor disteso sui
suoi guanciali, anche si levò col medesimo aspetto -- vivo nella mia
memoria -- con cui egli aveva annunziato il passaggio della lugubre
portantina; e, mettendosi l'indice su la bocca per significarci di
tacere, si chinò verso la parete guardante la loggia, e stette a
origliare. Nel silenzio non s'udiva se non lo strèpere eguale e dolce
del tiepido nembo primaverile sul giardino chiuso.
-- Non uscite! -- bisbigliò Antonello.
Non chiedemmo il perché, tanto era palese sul viso emaciato e contratto
di lui la causa di quel timore. E, come ci giunse un suono di voci e di
passi, Oddo s'accostò all'uscio e l'aprì un poco per intraguardare. Io
anche m'accostai; e, stando alle sue spalle, scorsi per la fenditura
Anatolia che conduceva al suo braccio la madre, seguíta da una delle due
donne grige, nella loggia coperta. La principessa Aldoina camminava a
fatica, appoggiandosi alla figlia con tutto il suo peso, vestita
stranamente d'un abito pomposo a lungo strascico, ornata di falsi
gioielli, pallida ed enorme, con il capo alzato e un poco piegato in
dietro, con gli occhi socchiusi, con un indescrivibile sorriso errante
su le labbra appassite, quasi che il romore della pioggia sul lastrico
del cortile fosse per lei un susurro d'omaggio in mezzo a cui ella
passasse regina andando verso il suo trono. E tutta la luce della pietà
dolorosa era nel volto filiale che si chinava verso la demente.
Come l'apparizione si dileguò, rimanemmo per qualche attimo sospesi in
un'angoscia affettuosa. E, mentre udivasi ancora il suono dei passi
tristi, io rivedevo entro di me con una straordinaria evidenza l'effigie
della vergine atteggiata di pietà e di dolore, quale erami apparsa nella
sua luce vera e suprema. E mi sorgeva dall'intimo un sentimento quasi
religioso come dinnanzi a un mistero sacro, poiché nessuno degli atti
anteriori compiuti dalla pura consolatrice al mio conspetto aveva il
pregio e la significazione di quello compiuto da lei inconscia sotto il
mio sguardo nascosto. Ella attingeva d'un tratto nella mia anima
un'altitudine sublime, irradiata da tutto lo splendore della sua
bellezza morale, sollevata da tutta la forza della sua volontà eroica.
Contemplata così, fuor d'ogni attenenza con me medesimo, nel segreto
della sua propria vita a cui io era estraneo, nell'assoluta sincerità
del suo sentimento, ella assumeva una specie ideale che nel mio spirito
l'accomunava alle intrepide creature fatte immortali dai poeti, vittime
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