rimanga.... Ci sembra che, dopo qualche giorno, tu debba fuggire. Non è
facile resistere a questa nostra vita. Massimilla, vedi, preferisce il
monastero.... Non sai che Massimilla sta per lasciarci?
Come io saliva rasente la parete vegetale, un forte sentore d'amarezza
mi prendeva le nari emanato dalle piccole foglie nuove del bosso che
brillavano in guisa di berilli tra il verde opaco. -- Ah, ecco Violante!
-- esclamò Oddo toccandomi il braccio.
L'apparizione improvvisa mi diede un gran palpito; e sentii che il mio
volto si colorava.
Ella era sotto un alto arco di bosso, con i piedi nell'erba; e un lembo
di prato per l'apertura si dileguava, in liste d'oro, dietro la sua
persona.
Sorrideva senza avanzare, attendendo che noi le giungessimo da presso; e
pareva ch'ella offrisse al mio sguardo attonito la sua bellezza intera
in quell'attitudine calma, su quella soglia verde ove forse le sue dita
avevano reciso le numerose viole che le ornavano la cintura. Mi tese la
mano guardandomi in volto, e mi disse con una voce che era la perfetta
espressione musicale della forma onde esciva:
-- Siate il benvenuto. Noi vi aspettavamo già da ieri. Oddo e Antonello
ci portarono invece il vostro dono, che non fu meno gradito.
Io le dissi:
-- Rientro nel vostro dominio dopo molti anni ricordandomi che ci venni
la prima volta accompagnando mia madre, e già provo il rammarico
d'esserne rimasto troppo tempo lontano. Partendo da Roma io sapevo che
avrei trovato a Rebursa una casa vuota ma non sapevo che Trigento mi
avrebbe compensato con tanta larghezza. Io vi debbo molta
riconoscenza....
-- Vi dovremo noi riconoscenza -- ella interruppe -- se non vi parrà grave
la nostra compagnia. Voi sapete che questo luogo è senza gioia.
-- Anche la tristezza ha la sua bontà per chi la sa gustare, non è vero?
-- Forse.
-- E poi, veramente, da che ho oltrepassato il cancello, io non ho qui se
non sensazioni squisite. Questo grande giardino mi sembra delizioso.
Come si può non sentire la poesia della sua vecchiezza? Ieri, quando
vidi Oddo e Antonello pieni di meraviglia d'avanti a quei mandorli come
se non avessero mai guardato un albero fiorito, pensai che qui tutto
fosse arido e morto. Invece trovo qui dentro una primavera più dolce di
quella che ho lasciata fuori. Non vi siete voi forse stancata a cogliere
le mammole nell'erba? Ne avete carica la cintura!
Ella sorrise abbassando gli occhi sul suo fianco e toccando con le sue
dita nude le viole che l'ornavano.
-- Voi venite dalla città -- ella disse con quella sua voce sonora ma pur
velata, in cui la ricchezza del timbro era un poco spenta come da
un'incrinatura esilissima -- voi venite dalla città e la campagna vi dà
le sue primizie.
-- Non so; ma certe cose debbono sembrar sempre nuove.
-- Noi non le vediamo e non le amiamo più, certe cose -- disse Oddo con
malinconia. -- Forse Violante non sente l'odore dei fiori che coglie.
-- È vero? -- le chiesi volgendomi verso di lei, incontrando con gli occhi
il suo profilo marmoreo reclinato sotto la capellatura voluminosa e
divenuto impassibile come quello delle statue immortali.
-- Che cosa? -- ella domandò, in atto di chi torni da un'assenza, non
avendo udito le parole del fratello.
-- Dice Oddo che voi non sentite l'odore dei fiori che cogliete. È vero?
Un tenue rossore le colorì il sommo delle gote.
-- Oh no! -- rispose con una vivacità che contrastava i ritmi lenti cui
pareva sottomessa la sua vita. -- Non credete a Oddo. Egli dice così
perchè io amo i profumi acuti; ma sento anche i più deboli, sento anche
quelli delle pietre....
-- Delle pietre? -- fece Oddo ridendo.
-- Che sai tu, Oddo? Taci.
Eravamo su per le grandi scalee coperte di pergole, salienti in
ordinanza simmetrica verso il palazzo; ed ella ascendeva tra noi due,
con lentezza, di grado in grado. Poichè i gradi erano assai larghi, ella
su ciascuno faceva un passo e si soffermava un istante prima di
sollevare il piede sul rialto, successivamente; e la vicenda voleva
ch'ella sollevasse sempre il medesimo piede. Affaticata dalla frequenza
dell'atto, ella abbandonava alquanto il busto su la flessione del
ginocchio rilasciando la volontà orgogliosa che pur dianzi ergeva la sua
figura a similitudine del perfetto stelo. Una mollezza impreveduta
ondeggiava allora nel corpo superbo; un ritmo nuovo ne rivelava le
grazie quasi direi obedienti, le virtù pieghevoli di amore. Così forte
era il potere emanato da quella creatura bella che io non sapevo
distrarre i miei occhi dai suoi moti; e mi trattenevo in dietro per
circondarla col mio sguardo intera. Ella pareva respingere il mio
spirito verso l'epoca meravigliosa in cui gli artefici estraevano dalla
materia dormente le forme perfette che gli uomini consideravano come le
sole verità degne di essere adorate in terra. E io pensava, guardandola,
salendo dietro la sua traccia: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella
non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio.„ E, mentre il
suo capo sovrano passava nella luce come in un elemento natale, io
sentivo che la sua bellezza era per attingere la perfezione della
maturità, l'ora breve del massimo pregio; e ringraziavo la fortuna
d'avermi concesso un tanto spettacolo. “Ah io l'adorerò ma non oserò
amarla; non oserò guardare nella sua anima per sorprendere il suo
segreto. Pure ogni suo moto rivela ch'ella è fatta per l'amore; ma per
l'amore sterile, per la voluttà che non crea. Giammai le sue viscere
porteranno il peso difformante; giammai l'onda del latte sforzerà il
puro contorno del suo seno.„
Ella si arrestò impaziente dello sforzo, un poco anelante; e disse:
-- Come affaticano questi gradi! Facciamo una sosta qui, se non vi
dispiace.
-- Antonello e Anatolia scendono -- avvertì Oddo scorgendo i due vegnenti
attraverso l'intrico della pergola nella scalea superiore. --
Aspettiamoli.
Veniva verso di noi quella che m'era stata rappresentata come la datrice
di forza, la vergine benefica e possente, l'anima ricca e prodiga. Ella
già appariva come un sostegno, poichè Antonello teneva il suo braccio
sotto il braccio di lei misurando il suo passo incerto su la cadenza di
quel passo sicuro.
-- Di quale fra noi -- mi domandò Violante all'improvviso ma con un
accento leggero che toglieva alla domanda ogni senso indiscreto -- di
quale tra noi avevate un ricordo meno confuso?
Esitai un istante.
-- Non saprei dirvelo -- risposi incerto, mentre il mio orecchio si
tendeva al fruscio della veste di Anatolia. -- Ma, senza dubbio, le
figure del mio ricordo non hanno quasi nulla di comune con la realtà
presente. Dal giorno che io mi allontanai, si è svolto per noi quel
periodo della vita in cui le trasformazioni sono più rapide e più
profonde....
I due già sopraggiungevano. Anche Anatolia disse, tendendomi la mano:
-- Siate il benvenuto.
E il suo gesto aveva una franchezza virile; e la sua mano nel contatto
parve comunicarmi quasi direi un senso di forza generosa e di bontà
efficace, parve d'improvviso infondere nel mio spirito una specie di
confidenza fraterna.
Era una mano spoglia di anelli, non troppo bianca, nè troppo allungata,
ma robusta nella sua forma pura, atta a raccogliere e a sostenere,
pieghevole e ferma nel tempo medesimo, con un'impronta di fierezza sul
dosso variato dai rilievi delle congiunture e dalle trame delle vene,
con solchi di dolcezza nella palma concava e tiepida dove pareva
risiedere un focolare irradiante di sensibilità.
-- Siate il benvenuto -- disse la calda voce cordiale. -- Voi ci portate da
Roma il sole e la primavera....
-- Oh no! -- interruppi. -- Io trovo qui l'uno e l'altra. A Roma ho
lasciato la nebbia e molte simili cose grige. Esprimevo dianzi il
rammarico d'esser rimasto troppo tempo lontano.
-- Tu dovrai dunque compensarci della dimenticanza -- fece Antonello, con
quel suo sorriso penoso.
-- Come trovate Trigento? -- mi domandò Anatolia. -- Quasi in nulla mutato;
è vero? Voi venivate qui con vostra madre.... Ve ne ricordate bene; è
vero? Noi non avremmo potuto dimenticarlo; nè potremo mai. Troverete
qui, tra le cose rimaste intatte, la memoria della santa anima, di
quella immensa bontà.
Un silenzio grave seguì le sue parole evocatrici. Per qualche attimo il
sentimento della morte, addensatosi intorno al mio cuore filiale, diede
anche agli esseri e alle cose presenti un aspetto d'inesistenza. Mi
parve, per qualche attimo, che tutto divenisse lontano e vacuo non meno
di quel cielo ch'io vedevo impallidire a traverso le nude viti della
pergola simili a una rete lógora. Ma nel dileguarsi dell'illusione
breve, mi sentii più avvicinato a colei che l'aveva prodotta; e mi
sentii incapace di disperdermi ancora in parole oziose, provando il
bisogno di penetrare nella verità di quella tristezza.
-- E Donna Aldoina? -- chiesi a voce bassa, rivolto verso Anatolia,
comunicando ora con lei sola.
Non era ella forse la vera custode dell'abitazione oscura? Evocando la
morta, non aveva ella medesima suscitato l'imagine della demente?
-- È rimasta così, sempre -- rispose, a voce bassa anch'ella. -- Meglio per
voi non vederla, almeno per oggi. Vi farebbe troppa pena. E per noi,
imaginate!, è il supplizio di tutti i giorni; un supplizio che dura da
anni, senza tregua, disfacendoci l'anima....
I suoi occhi in un batter di palpebre gittarono ad Antonello uno sguardo
furtivo, dove io potei leggere il segreto terrore che le ispirava il
povero infermo pericolante su l'orlo dell'abisso.
-- Non abbiamo mai avuto il coraggio di separarcene, di allontanarla --
soggiunse -- perché non è violenta anzi è dolce. Qualche volta sembra
guarita, ci dà quasi l'illusione d'un miracolo; ci chiama per nome, si
ricorda d'un piccolo fatto lontano, ha il sorriso calmo. Benchè sappiamo
oramai che tutto questo è un inganno, pure ogni volta la speranza ci fa
palpitare, ogni volta l'ansietà ci soffoca. Voi comprendete....
La sua voce nel dolore perdeva il suono come una corda che s'allenti.
-- Non è possibile confinarla nelle sue stanze, tenerla chiusa; non è
possibile. Nè abbiamo cuore di sfuggirla quando si mostra, quando ci
viene incontro, quando ci parla. Così, quasi di continuo, vive al nostro
fianco, si mescola alla nostra esistenza....
-- Certi giorni -- interruppe d'improvviso Antonello, quasi con impeto,
come spinto da un'eccitazione infrenabile -- certi giorni tutta la casa è
piena di lei. Noi respiriamo la sua follia. Qualcuno di noi rimane ore
ed ore a sentirla parlare, seduto di fronte a lei seduta, con le mani
imprigionate in quelle mani che tremano.... Comprendi?
Un nuovo silenzio, più grave, cadde su noi tutti. E ciascuno di noi
soffriva riconoscendo in sé la realtà del dolore che le esili ombre
azzurrine della pergola miste all'oro docile del sole involgevano come
in un velario di sogno. S'udiva nel silenzio il suono d'un passo leggero
che s'avvicinava su per le scalee di sotto. S'udiva a intervalli eguali
uno scroscio sordo come d'un bacino che trabocchi. Una vibrazione
misteriosa pareva salire dal giardino solitario. E io compresi come
l'anima debole e triste potesse con quelle apparenze comporre il
fantasma d'una vita innaturale e alimentarlo di sé e restarne
sopraffatta.
Così, subitamente, mi si rivelava nella sua atrocità il supplizio a cui
il Destino aveva condannato quegli ultimi superstiti d'una stirpe
caduta; e la figura evocata dalle parole d'una vittima certa mi appariva
ingigantita sotto una luce tragica. Io vedeva nella mia imaginazione la
vecchia principessa demente, seduta nell'ombra di una stanza remota, e
uno de' suoi figli chino verso di lei, con le mani imprigionate nelle
mani materne. L'atto della lugubre fascinatrice mi sembrava fatale e
inesorabile. Mi sembrava ch'ella dovesse inconsciamente attrarre nella
sua follia tutte le creature del suo sangue, l'una dopo l'altra, e che
nessuna di loro potesse sottrarsi alla volontà cieca e crudele. Simile a
una Erinni familiare, ella presiedeva alla dissoluzione della sua
progenie.
Allora, a traverso l'arido intrico, guardai in alto il palazzo
silenzioso che nella sua oscura profondità aveva chiuso sino a quel
giorno tanta angoscia disperata e aveva nascosto tante lacrime inutili:
-- lacrime espresse da occhi puri e ardenti, degni di riflettere i più
superbi spettacoli del mondo e di versare la gioia in anime di poeti e
di dominatori.
“Occhi della Bellezza!„ pensai riconducendo il mio sguardo verso
Violante immobile. “Quale miseria terrena può velare lo splendore della
verità che in voi riluce? Quale anima afflitta può disconoscere la virtù
consolatrice che da voi fluisce?„ La mia sofferenza cessava subitamente
come per il potere di un balsamo; le imagini torbide si dileguavano come
un tristo vapore.
Ella era immobile, seduta su un plinto di pietra che un tempo aveva
forse sostenuto un'urna. Poggiato il gomito sul ginocchio, ella si
reggeva il mento con la palma; e tutta la sua figura nell'attitudine
semplice mi offriva quella successione di mute cadenze in cui è il
segreto dell'arte suprema. Anche una volta io la considerai presente e
pur discosta. Su la sua fronte breve era visibile il riflesso della
corona ideale ch'ella portava in sommo de' suoi pensieri; e i suoi
capelli, costretti su la nuca in un gran nodo, parevano avere obbedito
al ritmo che regola i riposi del mare.
-- Massimilla -- disse Oddo annunziando la terza sorella.
Io mi volsi e la vidi già prossima. Ella saliva gli ultimi gradi, col
suo passo lieve, recando sul volto e in tutta la persona i vestigi del
sogno in cui s'era immersa, l'intima poesia dell'ora trascorsa con un
libro fedele nella solitudine d'un recesso noto a lei sola.
-- Dove sei stata? -- le chiese Oddo, prima ch'ella giungesse fino a noi.
Ella sorrise con timidezza; e una tenue fiamma le tinse le gote
ondulate.
-- Laggiù -- rispose -- a leggere.
La sua voce era liquida e argentina tra le labbra esigue. Il suo libro
aveva per segnale tra le pagine un filo d'erba.
Come io m'inchinai, ella mi porse la mano continuando il suo sorriso
timido. E parve risvegliare in fondo alla mia anima qualche cosa di
quella tenera compassione da me provata nel tempo lontano verso la
piccola inferma visitata da mia madre; poiché la sua mano era tanto
gracile e soave che mi diede imagine d'uno di quei fini gigli, chiamati
emerocàli, fiorenti per un giorno nelle arene calde.
Com'ella non mi parlò, anch'io non seppi trovare le delicate parole che
convenivano alla sua pavida grazia di ermellino.
-- Vogliamo dunque salire? -- disse Anatolia volgendosi a me e rompendo
con la sua voce chiara quella specie d'incantamento inerte che nel
tepore della pergola i nostri pensieri e le nostre malinconie non
esprimibili avevano formato vaporando. -- Nostro padre ha molto desiderio
di rivedervi.
E riprendemmo insieme a salire per le scalee verso il palazzo.
Le tre sorelle ci precedevano, l'una discosta dall'altra, prima
Anatolia, Massimilla ultima, proferendo alcune parole, alternativamente,
poiché il silenzio delle cose chiedeva il suono delle loro voci ed esse
credevano forse dissipare di sul capo dell'ospite la tristezza del
silenzio. Quelle brevi onde sonore, sgorgando dalle labbra che io non
vedevo, dichinavano investendomi; e io salivo quindi nelle voci e nelle
ombre virginee, come nelle parvenze d'un prestigio, attonito e
perplesso. Ma se i tre ritmi al mio udito erano alterni, alla mia vista
erano simultanei e continui, così che il mio spirito a volta a volta si
tendeva curioso per distinguerli o si faceva quasi direi concavo per
fonderli in una armonia profonda. E, come quelli episodii che nella fuga
riempiono il silenzio del tema, gli aspetti delle cose al passaggio o le
particolarità delle figure entravano ad arricchire il mio sentimento
musicale, senza turbarlo. Erano i segni dell'abbandono e della
dimenticanza sparsi su per le antiche scalee qua e là ancora ingombre
dalle spoglie dell'ultimo autunno. La statua d'una ninfa giacente teneva
nel sonno la testa china in atto di pena, poiché il sostegno del braccio
mancava alla sua tempia maculata dal musco. In un vaso d'argilla
rossastra, lungo come un sarcofago, occupato dalle dure erbe selvagge,
una sola pianticella di giunchiglia fioriva debole e tremula fra
l'invasione ostile. In una rovina del parapetto disgregato dalle radici
penetranti dell'edera, appariva scoperto un canale interno simile a una
arteria rotta; e vi si scorgeva il luccichio e vi si udiva il susurrio
dell'acqua che scendeva a riempire il cuore delle fontane piangenti.
Erano i segni dell'abbandono e della dimenticanza sparsi lungo la nostra
salita. La statua, il fiore e l'acqua mi dicevano una medesima verità. E
Violante e Massimilla e Anatolia si trasfiguravano nella mia mente per
virtù di analogie misteriose.
“O belle anime„ io pensava, misurando i ritmi della loro esistenza
visibile “nella vostra trinità non è forse la perfezione dell'amore
umano? Voi siete la forma triplice che finse il mio desiderio nell'ora
della grande armonia. In voi tutti i bisogni della mia carne e del mio
spirito più altieri potrebbero appagarsi; e, per l'opera ch'io debbo
compiere, voi potreste divenire gli strumenti meravigliosi delle mie
volontà e dei miei destini. Non siete voi quali io vi avrei create per
ornare di una bellezza e di un dolore sublimi il mondo occulto di cui
sono l'artefice infaticabile? Oggi non conosco di voi se non le
sembianze e qualche parola fugace; ma sento che domani ciascuna di voi
in tutto il suo essere corrisponderà all'imagine che dentro di me
respira e palpita.„
Così le tre sorelle salivano nella mia aspirazione e nella mia
preghiera, ciascuna obbedendo alla musica segreta che conduceva la sua
vita verso il termine incognito. E le loro figure gettavano su la pietra
grandi ombre.
Quando posi il piede su la soglia, l'imagine fantastica della demente mi
riapparve così viva e così fiera ch'io n'ebbi un segreto brivido. Tutto
il luogo mi sembrò tenuto dalla sua dominazione sinistra, attristato e
atterrito dalla sua onnipresenza. Mi sembrò di leggere nel volto dei
figli la mia stessa inquietudine. E pensai che l'avremmo trovata in cima
della scala ad aspettarci.
Indovinando il mio pensiero, Anatolia mi disse piano, per rassicurarmi:
-- Non vorrei che temeste.... Voi non la vedrete.... Ho potuto fare in
modo che non la vediate, in queste ore almeno.... Cercate di non
pensarci, perché non vi sembri troppo triste la nostra ospitalità.
Antonello guardava su per le vetrate delle logge che circondavano il
cortile, vigilando con quei suoi occhi inquieti su cui palpitavano di
continuo i cigli.
-- Vedi l'erba? -- esclamò Oddo, indicandomi il verde che cresceva lungo i
muri, negli interstizii delle lastre.
-- Segno e augurio di pace -- io dissi, cercando di scuotere da me
l'oppressura e di risollevarmi. -- Mi dispiacque di non trovarla ieri nel
mio cortile. L'avevano tolta, mentre io l'avrei preferita alle foglie
festive del mirto e del lauro. Bisogna lasciar crescere l'erba,
specialmente nelle case troppo grandi. È una cosa viva di più.
Il cortile era sonoro come una navata; e gli echi vi erano pronti a
raccogliere pur le parole sommesse. Guardando la fontana muta, pensai le
musiche misteriose a cui l'acqua avrebbe potuto invitare quegli echi
attenti e favorevoli.
-- Perchè la fontana tace? -- domandai, volendo cogliere tutte le
occasioni per sostenere la causa della vita in quel claustro pieno di
cose obliate o estinte. -- Dianzi, su per la scalea, ho sentito correre
l'acqua.
-- Rivolgetevi ad Antonello -- disse Violante. -- Egli ha imposto il
silenzio.
Il povero infermo si colorò lievemente nel volto e s'intorbidò negli
occhi come chi sia per cedere a un impeto d'ira. Quasi pareva che la
denunzia innocua di Violante gli facesse onta e dolore o che riaprisse
una disputa già composta. Si contenne; ma il dispetto gli alterò la
voce.
-- Imagina, Claudio, che le mie stanze sono proprio là -- disse, indicando
un lato della loggia -- e che di là si sente la fontana scrosciare come
una cascata. Imagina! Un rumore che toglie il senno: incredibile. Già,
non senti che rimbombo ha la voce qui? Di giorno!
In tutto il suo corpo lungo e scarno vibrava l'avversione contro lo
strepito, l'orrore nervoso, l'aborrimento invincibile di cui egli mi
aveva già dato i segni il giorno innanzi nell'udire i colpi delle
carabine e le grida umane.
-- Ma vorrei che tu sentissi, di notte -- seguitò eccitandosi. -- Vorrei
che tu sentissi! L'acqua non è più l'acqua; diventa un'anima perduta che
urla, che ride, che singhiozza, che balbetta, che sbeffa, che si lagna,
che chiama, che comanda. Incredibile! Qualche volta, nell'insonnio,
ascoltando, ho dimenticato che fosse l'acqua; e non ho potuto più
ricordarmene.... Intendi?
Egli s'arrestò d'un tratto, con uno sforzo palese per dominarsi; e
guardò Anatolia, smarritamente. La pena che contraeva il volto di lei
scomparve sotto quello sguardo, s'internò, si nascose. Ed ella, come per
dissipare il malessere che ci teneva tutti, disse con un'aria quasi
gaia:
-- Veramente, Antonello non esagera. Volete che evochiamo l'anima
perduta? È facile.
Eravamo tutti là, presso la fontana arida. La sosta imprevista e le
parole e l'aspetto del tormentato e la solennità del luogo chiuso e la
freddezza argentina della luce che vi pioveva dall'alto e l'imminenza
della metamorfosi parevano conferire a quella vecchia cosa inerte quasi
il mistero d'un'opera di magia. La mole marmorea -- componimento pomposo
di cavalli nettunii, di tritoni, di delfini e di conche in triplice
ordine -- sorgeva innanzi a noi coperta di croste grigiastre e di licheni
disseccati, biancheggiante qua e là come il tronco del gáttice; e le sue
molte bocche umane e bestiali parevano quasi aver conservato nel
silenzio l'attitudine della liquida voce ultimamente prodotta.
-- Scostatevi -- soggiunse Anatolia chinandosi verso un disco di bronzo
che chiudeva un'apertura circolare nel lastrico presso il margine del
bacino inferiore. -- Do l'acqua.
Ed ella mise le dita nell'anello che sporgeva dal centro del disco e
tentò di sollevare il peso; ma, non riuscendo, si rialzò invermigliata
nel volto dallo sforzo. Come io le venni in aiuto ed apersi, ella di
nuovo si chinò e di sua mano ritrovò il congegno nascosto.
Indietreggiammo entrambi, con un moto concorde, mentre s'udiva già
borbogliare l'acqua saliente su per le vene della fontana esanime.
E fu un attimo di aspettazione ansiosa, quasi che le bocche dei mostri
dovessero dare un responso. Involontariamente io imaginai la voluttà
della pietra invasa dalla fresca e fluida vita; finsi in me medesimo
l'impossibile brivido.
Le bùccine dei tritoni soffiavano, le fauci dei delfini gorgogliavano.
Dalla sommità uno zampillo eruppe sibilando, lucido e rapido come un
colpo di stocco vibrato contro l'azzurro; si franse, si ritrasse, esitò,
risorse più diritto e più forte; si mantenne alto nell'aria, si fece
adamantino, divenne uno stelo, parve fiorire. Uno strepito breve e netto
come lo schiocco d'una frusta echeggiò da prima nel chiuso; poi fu come
uno scroscio di risa poderose, fu come uno scoppio di applausi, fu come
un rovescio di pioggia. Tutte le bocche diedero i loro getti, che si
curvarono in arco a riempire le conche sottoposte. La pietra bagnandosi
qua e là si copriva di macchie oscure, luccicava nelle parti levigate,
si rigava di rivoli sempre più spessi: -- infine gioì tutta quanta al
contatto dell'acqua, parve aprire alle gocce innumerevoli tutti i suoi
pori, si ravvivò come un albero beneficato da una nube. Rapidamente le
cavità più anguste si riempirono, traboccarono, composero corone
argentee di continuo distrutte, di continuo rinnovellate. Come si
moltiplicavano i giochi istantanei giù per la diversità delle sculture,
crescevano i suoni ininterrotti formando una musica sempre più profonda
nel grande echéggio delle pareti. Gagliardi, su la volubile sinfonia
dell'acqua cadente nell'acqua, dominavano gli scrosci e gli schianti
dello zampillo centrale che frangeva contro le cervici dei tritoni i
fiori miracolosi fiorenti d'attimo in attimo alla cima del suo stelo.
-- Senti? -- esclamò Antonello che guardava quel trionfo con occhi di
nemico. -- Ti sembra tollerabile a lungo, questo frastuono?
-- Ah, io starei ore e giorni ad ascoltare -- parvemi dicesse Violante
mettendo su la sua voce un velo più grave. -- Nessuna musica vale questa,
per me.
Ella era rimasta tanto vicina alla fontana che riceveva su la persona
gli spruzzi dei getti, e aveva già i capelli sparsi d'un pulviscolo
lucente. Il potere della sua bellezza anche una volta escludeva dal mio
spirito qualunque pensiero estraneo, qualunque imagine discordante.
Anche una volta ella m'appariva isolata e intangibile, fuori della vita
comune, piuttosto simile a una finzione dell'arte che a una creatura di
nostra specie. Tutte le cose intorno riconoscevano la sovranità della
sua presenza poichè tutte si riferivano e si sottomettevano e si
accordavano alla sua bellezza. Come già il grande arco verde ch'erasi
incurvato su lei nel primo apparire, come già l'antico plinto che
l'aveva sostenuta, quel sonoro vase aperto verso il cielo sembrava
creato per lei sola, sembrava rispondere perfettamente all'armonia
ideale ch'ella effettuava con la sua semplice attitudine. Segrete
affinità, non intelligibili, congiungevano al suo essere le cose più
diverse, rapportavano i circostanti misteri al suo mistero. Poichè la
natura aveva manifestato per mezzo di tal forma umana una sua idea di
perfezione somma, sembravami che ogni altra idea racchiusa in ogni altro
naturale involucro dovesse necessariamente servire come un segno per
condurre lo spirito del contemplatore a comprender quella altissima ed
unica. Onde avvenne che, considerando la vergine presso la fontana, io
trovassi e cogliessi una pura verità. “Quando la Bellezza si mostra,
tutte le essenze della vita convergono in lei come in un centro; ed ella
ha quindi per tributario l'intero Universo.„
-- Una delle nostre pene -- mi diceva Oddo mentre salivamo per
l'amplissima scala balaustrata sul cui silenzio gli svolazzi e i nuvoli
delle allegorie secentesche simulavano la furia d'una bufera -- una delle
nostre pene è questo spazio; che ci dà una specie di smarrimento
continuo e quasi un senso di diminuzione umiliante...
Troppo ampio e troppo vacuo era infatti l'edificio. Restaurato nel
secolo XVII e da ròcca feudale trasformato in villa di delizia,
conservava tuttavia l'enormità formidabile delle sue mura e delle sue
volte su cui le epoche successive avevano lasciato impronte varie di
arte e di lusso talora in contrasto e talora sovrapposte. Il gran numero
degli specchi, ond'erano coperte intere pareti, moltiplicava lo spazio
all'infinito. E nulla era più triste di quei pallidi abissi illusorii
che sembravano schiudersi in un mondo soprannaturale e allo sguardo dei
viventi promettere d'attimo in attimo apparizioni funeree.
-- Claudio, figliuolo mio! -- esclamò con voce commossa il principe Luzio,
appena mi vide, venendomi incontro. -- Caro, caro figliuolo!
Sentii tremare quel vecchio corpo esausto, quando egli mi abbracciò e mi
baciò in fronte con atto paterno. Tenendo ancora una mano su la mia
spalla, egli mi fissò poi lungamente in volto come trasognato mentre
nell'azzurro cinereo dei suoi occhi indeboliti passava un'onda di
memorie, di cordogli e di rimpianti.
-- Come rammenti tuo padre! -- soggiunse con la voce sempre più
affettuosa, comunicandomi la sua commozione. -- È una somiglianza
incredibile. Mi pare di rivedere Massenzio nella sua gioventù,
quand'eravamo compagni nei Cavalleggieri della Guardia.... Mi pare di
rivederlo vivo. Come gli somigli, figliuolo mio!
Egli mi prese per la mano e mi condusse verso la finestra, quasi volesse
appartarsi con me e attrarmi nella evocazione delle cose lontane.
-- Come gli somigli! -- ripetè quando il mio volto gli apparve alla chiara
luce. -- Oh se l'anima benedetta vivesse ancora! Non doveva morire, mio
Dio, non doveva morire.
Egli scoteva il capo, in atto di rammarico, verso il fantasma di quella
bellissima vita troppo presto recisa. E tanta era la sincerità del suo
affetto che io ne fui penetrato sin nel fondo dell'anima; e non più mi
sentii estraneo in quella casa dove io ritrovavo la memoria dei miei
morti conservata così puramente.
-- Guarda -- soggiunse il principe sfiorando con le dita i fili estremi
della sua barba candida e sorridendo d'un sorriso in cui travidi un che
della nobile dolcezza di Anatolia -- guarda come sono invecchiato!
Egli mostrava in tutta la persona un accasciamento penoso, ma lo
splendore della canizie precoce conferiva alla sua testa una maestà
veneranda; e nella fronte egli portava ancor vivida la nota ereditaria
della sua stirpe dominatrice. Le sue mani, quasi per miracolo, non
avevano sofferto alcuna ingiuria dalla malattia e dalla vecchiezza, non
mostravano alcuna deformazione senile. S'erano conservate belle e pure,
come rese inalterabili da un balsamo, quelle prodighe mani con cui il
signore munifico aveva dissipato la ricchezza su la via dell'esilio per
mantener più a lungo negli occhi del suo Re un riflesso della regalità
caduta. E quasi a memoria dei tesori profusi risplendeva su l'anulare un
cammeo.
Quelle mani con i loro gesti lenti, mentre il torpido sangue si
ravvivava al calore dei ricordi, parevano trarre da una zona d'ombra
qualche lembo d'un mondo estinto; e tale officio le rendeva agli occhi
del mio spirito più singolari. Quando il vecchio essendo seduto le posò
lungo i bracciuoli, entrambe mi divennero simili a reliquie e io le
considerai con un sentimento sconosciuto di rispetto quasi
superstizioso. Esse fecero sì che in quell'ora io mi credessi di vivere
nella mia poesia e non nella realtà degli atti, indicibilmente.
Poichè il mio sguardo restava fisso nella gemma effigiata, il principe
sorrise dicendo:
-- È il ritratto di Violante.
E si tolse l'anello, e me lo porse.
L'opera sottile era d'artefice antico, non indegna di Pirgotele o di
Dioscoride; ma il divino lineamento medusèo, rilevato sul campo
sanguigno del sardonio, corrispondeva con tanta perfezione alla
sembianza della creatura superba che io pensai: “Veramente ella dunque
illuminò l'arte delle età scomparse e da tempo immemorabile conferì alle
materie durevoli il privilegio di perpetuare l'Idea ch'ella oggi
incarna!„
-- La madre, quando incinse di lei, portava quest'anello -- soggiunse il
principe col medesimo sorriso dolce -- e lo guardava sempre.
Per tali modi, a ogni momento, le concordanze delle cose ponevano il mio
spirito in uno stato ideale che s'avvicinava allo stato del sogno e
della prescienza pur senza attingerlo, porgendo esse una materia
armonica alla mia sensibilità e alla mia imaginazione. E io assistevo in
me medesimo alla continua genesi d'una vita superiore in cui tutte le
apparenze si trasfiguravano come nella virtù di un magico specchio.
Le tre elette creature parevano illuminarsi e oscurarsi vicendevolmente;
e le ombre e i lumi avevano in loro le significazioni d'un linguaggio
che io già interpretavo con una straordinaria lucidità come se da gran
tempo mi fosse familiare. Onde io rimasi abbagliato non solo dai
riverberi della roccia ma anche dai baleni confusi del mio pensiero
percosso, quando Violante avvicinandosi a una finestra aperta mi mostrò
uno spettacolo ch'ella avrebbe potuto creare con un gesto e mi disse:
-- Guardate.
Era una finestra rivolta a settentrione, nella faccia del palazzo
opposta al giardino; ed era spalancata su una voragine. Come mi sporsi,
una specie di vibrazione impetuosa mi attraversò tutto l'essere
esaltandolo d'improvviso al sentimento d'una grandezza muta e terribile.
“È forse questo il vostro segreto?„ io chiesi alla rivelatrice; ma senza
parole, tanto al suo fianco sembravami parlante il silenzio.
Il dirupo scendeva quasi a picco, sotto i contrafforti massicci da cui
era munita la muraglia settentrionale, profondandosi fino a un aspro
alveo biancastro che pur nella sua aridità minacciava le rovinose
collere del torrente. Con la stessa violenza atroce e disperata con cui
i fiumi di lava discesi al mare siciliano rimbalzarono si drizzarono si
contorsero neri e rossi stridendo ruggendo fischiando al primo contatto
dell'acqua, con la stessa violenza la roccia dalla bassura dell'alveo si
rialzava e si scagliava contro il cielo opponendo alla muraglia
costruita dagli uomini una massa gigantesca travagliata da un muto
furore. Tutte le più crude convulsioni e contrazioni dei corpi posseduti
da energie demoniache o da spasimi letali, tutte parevano fisse in
quella compagine orrida come la balza ove Dante ebbe l'indizio dei nuovi
martirii prima di giungere alla riviera del sangue custodita dai
Centauri. Tutti i modi delle materie pieghevoli e scorrevoli vi parevano
finti a contrasto del duro sasso: i cirri delle capellature ribelli, i
viluppi delle serpi azzuffate, gli intrichi delle radici divelte, gli
avvolgimenti delle viscere, i fasci dei muscoli, i circoli dei gorghi,
le pieghe delle tuniche, i rotoli delle funi. Il fantasma d'una
turbolenza frenetica si levava da quella immobilità perfetta a cui il
meriggio toglieva qualunque ombra. La palpitazione d'una febbre veemente
sembrava compressa dalla crosta inerte.
“È questo il vostro segreto?„ io ripetei alla rivelatrice, pur senza
parole, poiché l'émpito interiore non mi consentiva di scegliere e di
dominare i suoni della mia voce.
Ella anche taceva, al mio fianco; e io non la guardava né ella mi
guardava. Ma, stando noi reclinati verso la roccia multiforme, eravamo
congiunti l'uno all'altra da quel fascino che accomuna coloro i quali
leggono insieme in un medesimo libro. Noi leggevamo insieme in un
medesimo libro affascinante e periglioso.
Ella disse, ergendo il capo con un lieve sussulto:
-- Udite gli sparvieri?
E cercammo entrambi con occhi allucinati le vette.
-- Udite!
La roccia assaliva il cielo con un'arme irta di punte, maculata d'un
color rossastro come di ruggine o di grumo; e i gridi degli uccelli
predaci aumentavano l'impeto della sua fierezza.
Allora una vertigine repentina m'investì, che era come l'orrore d'un
desiderio e d'un orgoglio troppo vasti. Si risvegliò forse nelle radici
stesse della mia sostanza l'ebrietà barbarica dei lontani padri, poiché
l'indefinibile turbamento si tradusse in una successione fulminea
d'imagini balenanti ove io vidi uomini che mi somigliavano irrompere
nella città espugnata, saltare oltre i mucchi dei cadaveri e degli
arredi, affondare le spade nelle carni con un gesto infaticabile,
portare in arcione le donne seminude a traverso le lingue innumerevoli
dell'incendio mentre il sangue saliva al ventre dei loro cavalli agili e
crudeli come i leopardi.
“Ah io avrei saputo possederti in mezzo alla strage, in un talamo di
fuoco, sotto l'ala della morte!„ diceva in me l'antica anima a colei che
mi stava da presso. “La mia volontà avrebbe saputo costringere al
prodigio il mio corpo, e io mi sarei inerpicato su per le pietre lisce
di questa muraglia difesa da mille balestre e pur vivo t'avrei tolta.„
Pieni della desolazione magnifica e tremenda che s'esaltava nel cielo, i
miei occhi incontrarono il volto della vergine così violentemente
irradiato dal riverbero che n'ebbero una gioia quasi dolorosa. E io
provai un desiderio folle di stringere quella testa fra le mie mani di
rovesciarla indietro, di accostarla al mio respiro, di investigarla
sempre più da presso, d'imprimerne ogni linea nel mio pensiero, -- non
dissimile a colui il quale abbia rinvenuto sotto le glebe sterili il
frammento sublime da cui il mondo riavrà la gloria di un'idea che pareva
estinta.
Ella era come la statua collocata in vista del sole oriente: la sua
perfezione non temeva la luce. Io vidi nella sua forma corporea
l'impronta del tipo eterno e riconobbi nel medesimo attimo la fralezza
della sua carne non immune dal fato umano. Ella era come il frutto
delizioso che tocca il punto della sua maturità, oltre il quale è il
corrompimento. La pelle del suo volto aveva l'ineffabile trasparenza
della corolla che domani sarà appassita.
“Chi ti sottrarrà al sacrilegio del tempo dissolvitore? Chi ti arresterà
con un dardo mortifero su la cima della tua perfezione quando tu
accennerai a declinare miseramente?„ Le oscure parole del fratello mi
risorsero nella memoria: -- Violante si uccide coi profumi.... -- E in
silenzio io la lodai, per il bisogno religioso di celebrarla in ogni suo
atto. “O creatura sovrana, sentendoti perfetta tu senti la necessità
della morte. Tu senti che la morte sola può preservarti da ogni ingiuria
vile; e, poiché tutto in te è nobile, tu mediti di offerire alla custode
solenne un corpo regalmente impregnato di profumi.„
Qual mai sapore poteva avere per noi, dopo quei sorsi di vino mirrato,
la mensa a cui sedemmo?
Cose vaghe e trascolorite intorno a me assorto componevano non so che
armonia sommessa ove doveva a poco a poco sedarsi la passione comunicata
alla mia anima dalla rupe ignea.
Le pareti erano coperte di specchi compartiti in giro simmetricamente da
colonnette d'oro e nei campi delle compartiture erano dipinti festoni e
corimbi di rose in ordine alterno; e gli specchi erano appannati e
inverditi come le acque degli stagni soli, e le colonnette erano fini e
attorte come le trecce delle fanciulle bionde, e le rose erano languide
e pie come le ghirlande che cingono le màrtiri di cera nei tabernacoli.
Ma, forse per un omaggio all'ospite donatore, i lunghi rami di mandorlo
ingegnosamente fermati ai viticci dei candelabri spandevano l'ancor viva
e fresca fioritura di contro agli antichi specchi e riflettendosi e
moltiplicandosi nella glauca pallidità creavano la parvenza d'una
lontana primavera acquàtile.
Tutte quelle cose avevano una tacita gentilezza che scendeva a
mescolarsi con la grazia umile di Massimilla; cosicchè sembravami che la
vergine già promessa a Gesù partecipasse della loro specie e del loro
velamento, e ch'ella già mostrasse il sembiante d'una creatura “partita
di questo secolo„ come Beatrice nel sogno della -Vita nuova-, e che nel
suo aspetto d'umiltà dicesse anch'ella: “Io sono a vedere lo principio
della pace.„
Poiché ella m'era di fronte e io la guardava, questa mia imaginazione si
fece tanto forte ch'io giunsi a considerar lei assente e vuoto il suo
posto per qualche attimo. E subito quel vuoto si empì di un'ombra così
cupa che parve quasi la bocca d'un baratro in cui dovessero precipitare
l'un dopo l'altro i consanguinei. E io potei per tal modo elevarmi a una
visione unica e tragica di tutti quei vivi nel rilievo straordinario che
diede loro quel fondo di ombra.
Prendevano il cibo seduti intorno alla mensa consueta: facevano i comuni
gesti che richiede la necessità naturale, proferivano a quando a quando
parole semplici. Ma i loro atti e i loro accenti sembravano accompagnati
da un mistero che a volta a volta li gravava di significanze quasi
terribili o li rendeva quasi ridevoli come il gioco degli automi. Un
contrasto crudelmente palese era tra i modi della funzione vitale
ch'essi compievano e i segni della distruzione inevitabile che si
compieva in loro. Seduto a destra di Massimilla, Antonello mostrava in
tutto il suo contegno una specie d'impazienza repressa, come s'egli
fosse costretto a nutrire con le sue mani non sé medesimo ma un
estraneo. E, fissandolo io, ebbi in un baleno l'intuito dell'orrore che
lo soffocava nel sentire dentro di sé la presenza dell'estraneo forse
ancora confusa ma pur non dubbia. E i miei occhi, correndo per istinto
su Oddo seduto a sinistra di Massimilla, sorpresero nell'attitudine sua
qualche cosa che era come il riflesso attenuato del turbamento fraterno.
E nulla mi parve più lugubre di quella rispondenza occulta tra i due
fratelli nati in un medesimo parto e sacri a un medesimo fato; nulla mi
parve più dolce di quella verginale figura composta tra le loro
inquietudini come l'imagine della Preghiera.
I fiori di mandorlo esalavano uno strano odore di miele nell'aria
tiepida. Talvolta qualche petalo, che pareva divenuto più roseo, cadeva
lungo gli specchi come in un silenzio di acque. E io ripensavo la sosta
nel frutteto.
Ah, veramente, come potevano quei miseri occhi sbigottiti da tanti
fantasmi vedere le cose belle e pure? Che facevo io medesimo in quel
luogo se non una commemorazione della morte? Tutto si offuscava intorno
a simiglianza delle pareti, sembrava retrocedere in un passato lontano;
tutto assumeva un aspetto antiquato e stinto, sembrava quasi coprirsi di
polvere. I due servi, con le livree azzurre e le lunghe calze bianche,
lenti e disattenti, avevano l'aria d'esser venuti fuori da una
guardaroba del secolo scorso, tristi avanzi d'un lusso abolito. Quando
si ritraevano in disparte, parevano dileguare come ombre nella
lontananza illusoria degli specchi, rientrare nel loro mondo inanimato.
Ma la voce del principe, assidua risvegliatrice di memorie, trasmutava
l'incanto. Tutti tacevano con rispetto, quando egli parlava; e non
s'udiva se non la profonda voce senile che a tratti diventava rauca di
collera soffocata o tremava di cordoglio e di rammarico.
Era quello un giorno nefasto per il vecchio: era l'anniversario della
partenza del Re da Gaeta. Compivasi in quel giorno il ventunesimo anno
di esilio.
-- Ebbene -- egli diceva, rivolto a me, accendendosi nella sua fede,
mentre la bella barba candida gli dava quasi una sembianza profetica --
ebbene, Claudio, quando un Re cade come cadde Francesco di Borbone a
Gaeta, da martire e da eroe, non è possibile che Iddio non lo risollevi
e non gli restituisca il regno. Ascolta la mia parola, figlio di
Massenzio Cantelmo, e non dimenticarla. Il Re delle Due Sicilie finirà i
suoi giorni in gloria sul suo trono legittimo. E mi conceda Iddio che
questo si compia prima ch'io chiuda gli occhi! Ecco l'unico mio voto.
Egli componeva al pallido fantasma regale un'apoteosi di fiamme e di
sangue su le rovine della città forte.
“Ammirabile fede!„ io pensava scorgendo le faville che ancora potevano
accendersi nell'azzurro cinereo di quegli occhi indeboliti. “Ammirabile
fede e vana! La virtù dei Borboni dorme a San Dionigi.„ E, poiché nelle
parole del vecchio passava l'imagine lampeggiante dell'eroina bávara,
più fiero mi risorse il dispetto contro quel re di ventitré anni a cui
la Fortuna aveva presentato il cavallo che portò a Parigi Enrico di
Navarra, mentre il pusillanime, come Filippo V inebetito, non avrebbe
voluto montare se non i cavalli figurati nelle tappezzerie che paravano
le sue stanze.
“Quale magnifica impresa aveva innanzi a sè quel Borbone, quando uscì
dal palazzo di Caserta dove i dottori attendevano a imbalsamare il
cadavere del padre coperto di mille piaghe putride!„ io pensava,
nell'alacrità che mi ridavano le imagini di guerra evocate dal vecchio
venerabile. “Nulla gli mancava: neppure lo spettacolo e l'odore della
putredine, potentissimi per eccitare i grandi pensieri. In verità, egli
aveva tutto: la forza imperiosa dell'antico nome, la giovinezza che
seduce e trascina, un reame su tre mari bellissimo e assuefatto alle
tirannie, una reggia opulenta in vista d'un golfo ricurvo e sonoro come
una cetra, un'appassionata compagna le cui narici feline parevano
respirare in un sogno eroico e palpitare di voluttà presentendo
l'effluvio elettrico degli uragani. Egli aveva da godere e da difendere
tutti questi beni; e, sposo reduce dalla riva estrema dell'altro mare,
egli recava ancor nell'orecchio il clamore dei popoli fedeli, ma udiva
anche un altro clamore; e l'occasione d'una superba lotta gli si offriva
di là dai confini del suo dominio, su campi già irrigati di sangue e
fumidi d'una fermentazione violenta, aperti al pensiero più forte, al
verbo più nobile e alla spada più veloce. In verità, tutto egli aveva:
fuor che la natura del leone. Perché dunque la Fortuna volle imporre il
cumulo di tanto favore a un debole agnello? Mai sangue fu più timido in
vene giovenili e mai sensualità fu più torpida. La stessa bellezza del
dominio legittimo, la divina forma dei lidi, l'aura voluttuosa, il
mistero delle notti, tutti gli incanti dell'estate moriente dovevano
almeno turbare i sensi di quel giovine e irritare in lui l'istinto
profondo del possesso e comunicargli un impeto selvaggio di vita. Ah,
l'ultima sera trascorsa nella reggia quasi deserta, abbandonata dai
cortigiani, attraversata dai grandi soffii del vento marino che recava i
profumi di settembre e la suprema dolcezza del golfo, mentre le cortine
investite garrivano diffondendo vaghe paure, mentre i lumi vacillavano e
si spegnevano su i tavoli coperti delle tristi carte con cui i servitori
creduti più devoti avevan preso congedo nell'ora dell'agonia! E la
desolazione di quella partenza nel crepuscolo, su la piccola nave
comandata da un uomo della plebe, da uno dei rari fedeli; e l'incontro
silenzioso dei vascelli da guerra pieni di tradimento, dati già al
nemico; e la lentissima notte insonne passata sul ponte in vani
rammarichi mentre la Regina stanca dormiva sotto le stelle esposta
all'umidità della brezza; e infine al sorgere del sole la rupe di Gaeta,
l'ultimo rifugio destinato all'ultima ruina, dove la dignità regale
doveva sottomettersi ai patti di un soldato millantatore!„
-- Il tradimento era da per tutto come il fumo e l'odore del nitro --
seguitava il principe, sempre più turbato da quei ricordi sanguinosi, di
tratto in tratto avvivando la parola con un gesto della mano bianca su
cui risplendeva il cammeo. -- La più terribile giornata dell'assedio fu
quella del cinque di febbraio; e la polveriera della batteria
Sant'Antonio scoppiò per tradimento....
-- Ah, che cosa atroce! -- esclamò Violante, scossa da un sussulto,
accennando l'atto istintivo di chiudersi gli orecchi con le palme. -- Che
terrore!
-- Tu te ne ricordi sempre -- le disse il padre, posando su lei gli occhi
divenuti più dolci.
-- Sempre.
-- Violante era rimasta con noi a Gaeta -- soggiunse egli rivolto verso di
me. -- Aveva appena cinque anni; era il grande amore della Regina. Gli
altri erano partiti per Civitavecchia, sul -Vulcano-, con la contessa di
Trapani. Noi stavamo nella casamatta, sotto le batterie del Fronte di
mare....
-- Io mi ricordo di tutto! -- interruppe Violante, mossa da un'animazione
subitanea che pareva venirle da quel gran bagliore purpureo diffuso su
la sua infanzia lontana. -- Di tutto, di tutto mi ricordo, come delle
cose accadute ieri! La stanza era isolata da due tramezzi fatti di
bandiere cucite insieme. Veggo i colori distintamente: erano bandiere
per segnali, azzurre, gialle e rosse. I lumi erano accesi perchè le
blinde coprivano le finestre. Quando avvenne lo scoppio, potevano essere
le tre o le quattro di sera. Nina Rizzo, la camerista della Regina, era
uscita allora allora. Io tenevo fra le mani una tazza di latte che mi
avevano mandata le suore dell'Ospedale....
Ella parlava così, a tratti brevi, con la voce un po' sorda, con lo
sguardo un po' incantato, rivelando l'una dopo l'altra le particolarità
precise, come se le vedesse in una successione di baleni. E le imagini
evocate dalla sua parola di veggente si distinguevano per una
straordinaria potenza di rilievo sul fondo confuso delle altre imagini.
La vergine e il vecchio, commemorando a vicenda la ruina e la strage,
parevano abolire le cose vaghe e trascolorite d'intorno, creare una
specie di atmosfera fumosa in cui la mia anima respirò per qualche
minuto ansiosamente. -- Era l'assedio con tutti i suoi orrori, nella
città ingombra di soldati di cavalli e di muli, sprovvista di
vettovaglie e di danaro, armata d'armi fiacche o inutili, travagliata
dal tifo e dalla fellonia. Le piogge torrenziali la riempivano d'una
melma nerastra ove i giumenti famelici erranti per le strade
stramazzavano e agonizzavano. La grandine di ferro la traforava, la
smantellava, l'atterrava, l'incendiava, sempre più spessa e più
fragorosa, non interrotta se non dalle brevi tregue pattuite per
seppellire i cadaveri già putrefatti. Nelle chiese si celebrava
l'ufficio divino e s'invocava la Patrona Invincibile, mentre le pietre
si staccavano dalle pareti, cadevano i vetri infranti, giungevano i
gemiti dei feriti trasportati nelle barelle. I malati negli Ospedali si
sollevavano su i letti quando una bomba penetrava il muro della corsia e
nell'attimo dello scoppio credendo di morire gridavano: -- Viva il Re! --
D'improvviso una polveriera si squarciava scrollando dalle fondamenta
tutta la città che rimaneva soffocata dal fumo e dal terrore, mentre
nella voragine aperta scomparivano i bastioni, i cannoni, le blinde, le
casematte, le case, e cento e cento uomini. Ma, a intervalli, nei giorni
di gran sole, una specie di delirio eroico prendeva gli assediati, una
specie di ebrezza della morte li spingeva al pericolo su le batterie
dove il fuoco era più terribile. In vista del nemico, al suono delle
fanfare gli artiglieri cantavano e danzavano freneticamente; se taluno
cadeva colpito, crescevano nella gazzarra. Un immenso grido di gioia e
d'amore accoglieva l'apparizione della Regina su le spianate ove
grandinava il ferro. Ella s'avanzava con un passo audace, nella grazia
libera de' suoi diciannove anni, chiusa in un busto fulgido come un
corsaletto, sorridendo sotto le piume del suo feltro. Senza battere le
ciglia ai sibili delle palle, ella fissava su i soldati il suo sguardo
inebriante come l'ondeggiamento delle bandiere; e sotto quello sguardo
l'orgoglio pareva allargar le ferite, mentre gli incolumi si
rammaricavano di non aver la gloria d'una macchia rossa. Di tratto in
tratto, uomini con gli occhi ardenti nel viso annerito, con le vesti
ridotte in tritume come dalle mascelle d'un ruminante, coperti di sangue
e di polvere, si slanciavano dai cannoni verso di lei chiamandola per
nome e le baciavano il lembo della gonna....
-- Ah com'era bella e com'era degna del suo trono! -- esclamò il principe,
che ritrovava i più maschi accenti della sua voce nel celebrare quella
prodezza. La sua presenza aveva su i soldati un potere magnetico. Quando
ella era là, tutti diventavano leoni. Il ventidue di gennaio fu il più
glorioso giorno dell'assedio perchè ella rimase su le batterie fino a
notte.
Successe una pausa, quasi di raccoglimento, in cui ciascuno di noi parve
contemplare la figura ideale dell'eroina su un campo di macerie e di
cadaveri.
-- Erano strane le lacrime ne' suoi occhi! -- disse Violante con lentezza,
tutt'assorta nella lontana memoria. -- All'ultima ora, quando la vidi
piangere, rimasi sbigottita e attonita come d'avanti a un fatto
impreveduto e quasi incredibile. Baciandomi, ella mi bagnò tutta la
faccia.
Dopo un intervallo, soggiunse:
-- Portava al cappello una piccola piuma verde.
Soggiunse ancora:
-- Aveva un grande smeraldo sotto la gola.
Poichè ella era seduta al mio fianco, un nuovo turbamento m'invase
quando con un atto involontario mi chinai un poco verso di lei e aspirai
il profumo che mi parve divenir più forte e dominare la fragranza mèllea
dei fiori. Gli esseri e le cose presenti mi ispirarono un'avversione
subitanea, mi diedero una specie d'impazienza e di fastidio quasi acre
come se in quel punto più mi pesassero e opprimessero. Guardai con
un'ostilità istintiva il germano del principe, Ottavio Montaga, seduto a
una estremità della tavola, taciturno e un po' sinistro come un uomo
mascherato: simbolo d'un divieto oscuro e intrasgredibile. Sentii
insorgere l'odio della mia sanità, del mio vigore e del mio desiderio
contro la malattia, contro la tristezza, contro il mortale tedio in cui
la portentosa creatura si disfaceva senza scampo. Respingendo le
inquietudini generate pur dianzi nel mio spirito dalle tre forme diverse
nel loro successivo apparire, io credetti d'aver già posta la mia
elezione su quella in cui sembravano adunarsi tutti i prestigi e pur la
solennità del passato per annobilirla. Anche una volta ella sola agitava
tutto il mio essere come quando aveva erto il capo alle strida degli
sparvieri.
Mi disse il principe:
-- Non è singolare, Claudio, che Violante conservi di quel tempo una
memoria così lucida? Non ti sembra molto singolare?
Poi, sorridendo di quel suo primo dolce sorriso:
-- Maria Sofia non ha mai cessato di prediligerla. Sapendola appassionata
degli odori, ogni anno pel natalizio le manda in dono una gran quantità
di essenze. E, da che siamo qui, non ha mancato una volta!
Volgendosi alla figlia teneramente:
-- Oramai tu non potresti più farne a meno; è vero?
E a me, con un'ombra di tristezza:
-- Ella ne vive! E tu la vedi, Claudio, come s'è fatta bianca.
Mi parve che Anatolia bisbigliasse:
-- Ella ne muore.
Quando ci levammo dalla mensa, Anatolia ci propose di discendere nel
giardino.
-- Andiamo a prendere ancóra un po' di sole! -- ella invitò, sollevando la
mano verso un fascio di raggi che penetrava pel più alto vetro d'una
finestra non coperto dalla tendina scolorita. -- Chi vuol venire?
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