che ognuno di noi debba imbrandir soltanto lo scudiscio del suo cavallo
e in tal modo affrontar quella gente. Perchè sino ad ora avendoci veduto
procedere in armi, essi al certo credettero di essere nostri eguali e
figli di eguali; ma, come avranno veduto che in vece d'armi noi
maneggiamo lo scudiscio, súbito sentiranno d'esser nostri servi; e, ben
persuasi del loro stato, non sapranno più resisterci. Il qual discorso
avendo udito gli Sciti, eseguirono il consiglio. E gli avversarii,
fieramente percossi dal nuovo fatto, cessarono dal combattere e si
diedero alla fuga. Questo pertanto è il modo onde gli Sciti riebbero la
patria. -- O dominatori senza dominio, meditatelo!„
Forse nella mia solitudine laboriosa -- se bene io non temessi nè
l'infermità nè la demenza nè la morte possedendo questa tutelare fiamma
di orgoglio di pensiero e di fede -- forse talvolta la mia malinconia
celava in sè un verace bisogno di comunioni con il fraterno spirito non
incontrato ancóra o con un'adunanza di spiriti predisposti ad
appassionarsi sinceramente di ciò che mi appassionava. Un tal bisogno
parevami si rivelasse nel mio abito mentale di fermare le teorie delle
idee e delle imagini in una concreta forma oratoria o lirica, quasi a
riguardo d'un imaginario uditore. Caldi getti d'eloquenza e di poesia
m'inondavano all'improvviso, cosicchè all'anima traboccante il silenzio
talvolta era grave.
Per confortare la mia solitudine, allora pensai di dare una figura
corporea a quel demònico in cui, secondo il documento del mio primo
maestro, io aveva fede come nell'infallibile segno che mi conduceva
all'integrazione della mia effigie morale. Io pensai di commettere a una
bocca bella e imperiosa e colorita dal mio medesimo sangue l'officio di
ripetermi: -- O tu, sii quale devi essere.
Tra le imagini dei miei maggiori una m'è sopra tutte le altre carissima,
e sacra come una icona votiva. È il più nobile e il più vivido fiore di
mia stirpe, rappresentato dal pennello di un artefice divino. È il
ritratto di Alessandro Cantelmo conte di Volturara, dipinto dal Vinci
tra l'anno 1493 e il '94 a Milano dove Alessandro aveva preso stanza con
una sua compagnia di gente d'arme, attratto dall'inaudita magnificenza
di quello Sforza che voleva fare della città lombarda -una nuova Atene-.
Nessuna cosa al mondo ha per me un egual pregio, e nessun tesoro mai fu
custodito con più appassionata gelosia. Io non mi stanco di ringraziar
la Fortuna che ha voluto far risplendere su la mia vita una tanto
insigne imagine e concedermi la voluttà incomparabile di un tanto
segreto. “Se tu possiedi una cosa bella, ricòrdati che ogni sguardo
altrui usurpa il tuo possesso. Il godimento della contemplazione
parteggiato è menomato: e tu rifiùtalo. Qualcuno, per non confondere il
suo sguardo con quello dello sconosciuto, non entrò nel museo publico.
Ora, se tu veramente possiedi una cosa bella, chiudila con sette porte e
coprila con sette velarii.„ E un velario copre la figura magnetica; ma
il suo sogno è così profondo, la sua fiamma è così possente che talvolta
il tessuto palpita alla veemenza del respiro.
Io diedi dunque al demònico la forma di questo genio familiare; e lo
sentii nella solitudine vivere d'una vita assai più intensa della mia.
Non aveva io dinnanzi a me, per il prodigio durevole d'uno fra i più
grandi rivelatori del mondo, non aveva io dinnanzi a me uno spirito
eroico escito dal mio stesso ceppo e costituito da tutti quei caratteri
distintivi della prosapia i quali io così acutamente cercava di rivelare
in me medesimo e che in esso apparivano con una fierezza di rilievo
quasi spaventosa?
Eccolo ancóra dinnanzi a me, eguale sempre e pur sempre nuovo! Un tal
corpo non è la carcere dell'anima ma ne è il simulacro fedele. Tutte le
linee del volto quasi imberbe sono precise e ferme come in un bronzo
cesellato con insistenza; la pelle ricopre d'un pallor fosco i muscoli
asciutti, usi per certo a palesarsi con un tremito ferino nel desiderio
e nella collera; il naso diritto e rigido, il mento ossuto e stretto, le
labbra sinuose ma energicamente serrate esprimono la volontà temeraria;
e lo sguardo è come una bella spada, all'ombra d'una capellatura densa e
greve e quasi violetta come i grappoli d'uva che il sole affoca sul
tralcio più vivace. Egli sta in piedi, visibile dal ginocchio in su,
immoto; e pure l'imaginazione si rappresenta al primo attimo lo scatto
repentino delle gambe flessibili e forti come gli acciari delle
balestre, che scaglieranno pericolosamente quel busto elegante appena il
nemico si mostri. “CAVE ADSVM„: ben gli si addice l'antica insegna.
Vestito d'un'arme leggerissima, damaschinata certo da un artiere sommo,
egli ha le mani ignude: mani pallide e sensitive ma pur con un non so
che di tirannico e quasi di micidiale nel lor disegno netto: la sinistra
appoggiata su la gòrgone dell'elsa, la destra contro lo spigolo d'un
tavolo coperto di velluto cupo, del quale appare un lembo. Accanto alle
manopole e al morioncello, posano sul velluto una statuetta di Pallade e
una melagrana che porta sul gambo anche la sua foglia aguzza e il suo
fiore ardente. Dietro il capo allontanasi per entro al vano d'una
finestra una campagna spoglia terminata da una chiostra di colline su
cui si eleva un còno, solo come un pensiero superbo. E in basso, su un
cartiglio, leggesi questo distico:
FRONS VIRIDIS RAMO ANTIQVO ET FLOS IGNEVS VNO TEMPORE
[PRODIGIVM] FRVCTVS ET VBER INEST.
In qual luogo e per quale evenienza Alessandro erasi incontrato la prima
volta col maestro fiorentino che allora attingeva il massimo splendore
della sua virilità? Forse in un festino di Ludovico, pieno delle
meraviglie create dalle arti occulte del Mago? O piuttosto nel palazzo
di Cecilia Gallerani, dove gli uomini militari ragionavano di scienza
bellica, i musici cantavano, gli architetti e i pittori disegnavano, i
filosofi disputavano delle cose naturali, i poeti recitavano i loro e
gli altrui componimenti “alla presenza di questa eroina„, come narra il
Bandello. Quivi appunto mi piace imaginare il primo incontro, nel tempo
in cui la favorita del Moro già incominciava ad amar segretamente
Alessandro.
Quale fiamma d'intelligenza audace e di volontà dominatrice doveva
trasparire dalle sembianze del giovine perchè Leonardo ne fosse preso
fin da quel giorno! Forse Alessandro ragionò con lui in disparte “su i
modi di ruinare ogni rocca o altra fortezza se non fondata in sul sasso„
e si appassionò ai segreti formidabili di quell'affascinante creator di
madonne il qual superava in novità d'ingegni tutti i maestri e
compositori di strumenti bellici. Forse, nel corso del ragionamento,
Leonardo proferì qualcuna di quelle sue parole profonde su l'arte della
vita; e, scrutando gli occhi del giovine fattosi muto, riconobbe in lui
uno spirito deliberato a trarre dalla vita tutto ciò ch'ella poteva
dargli, un ambizioso disposto non già a seguir ciecamente la sua ventura
ma a conquistare il dominio con il soccorso di quella scienza che
moltiplica e converge allo scopo le forze dell'operatore. E colui che
alcuni anni dopo doveva divenire l'architetto militare di Cesare Borgia,
colui che invocava ed aspettava un principe magnanimo il quale gli
offerisse senza misura i mezzi per porre in atto i suoi innumerevoli
disegni, colui vide forse nel patrizio chiomato il futuro fondatore di
una dinastia regale e lo amò riponendo in lui le più superbe speranze.
Mi piace imaginare che si riferisca alla sera del primo incontro il
breve ricordo nei comentarii del Vinci (allora tutto intento agli studii
per la statua equestre di Francesco Sforza): “A dì penultimo d'Aprile
1492. Ginnetto grosso di Messer Alessandro Cantelmo: ha bel collo e
assai bella testa.„
Uscendo insieme dal palazzo di Cecilia si soffermarono entrambi su la
via sempre ragionando; e, come Leonardo scorse il ginnetto, gli si
appressò per osservarlo. Palpando il bel collo egli espresse con qualche
esclamazione spontanea il terribile travaglio che davano al suo spirito
incontentabile le continue ricerche intorno al monumento con cui il Moro
voleva glorificar la fortuna del padre conquistatore del ducato ed
espugnatore di Genova. La sua mano creatrice delineò nell'aria il
colosso con qualche largo gesto rendendolo visibile agli interni occhi
del giovine. Cadeva il giorno; l'ora del vespero primaverile fluttuava
su i pinnacoli della città gaudiosa; una compagnia di musici passava
cantando; e il cavallo per l'impazienza nitrì. Un sentimento eroico
dilatò allora l'anima di Alessandro agguagliandola al fantasma del gran
capitano. “Ah, partire per la mia conquista!„ egli pensava balzando in
sella. E poichè in realtà egli non partiva se non verso una qualche cura
della vita comune, disse d'improvviso in un impeto d'amarezza: “Pare a
voi, maestro Leonardo, che metta conto di vivere a un uomo nel mio
stato?„ E Leonardo che quelle inattese parole non meravigliarono: “Tutto
è che l'aquila pigli il primo volo.„ E forse il cavaliere imberbe che si
allontanava con la sua gente gli parve essere stato fatto re dalla
natura “come quello che nell'alveare nasce condottiero delle api„.
Il mattino seguente un servo condusse il ginnetto in dono allo statuario
insieme col saluto del suo signore.
Tale imagino il principio delle mutue liberalità. Il maestro compensava
il discepolo con la vera ricchezza, poichè “non si dimanda ricchezza
quello che si può perdere„. Come Socrate egli prediligeva i discepoli
ornati di rare eleganze e di belle capellature. Come Socrate, egli
eccelleva nell'arte di elevare l'anima umana all'estremo grado del suo
vigore. Alessandro fu certo per qualche tempo l'eletto in quella
-Academia Leonardi Vincii- dove una nobile genitura spirituale
dischiudevasi a poco a poco sotto un insegnamento che traeva il suo
calore dalla verità centrale come da un sole non oscurabile. “Nessuna
cosa si può amare, nè odiare, se prima non si ha cognizion di quella.
L'amore di qualunque cosa è figliuolo di essa cognizione. L'amore è
tanto più fervente quanto la cognizione è più certa.„
Si trovano qua e là negli interrotti comentarii di Leonardo i segni
della curiosità appassionata con cui lo sperimentatore indefesso
vigilava l'anima preziosa del suo giovine amico. Egli non aveva segreti
per lui, volendo concorrere con tutti i suoi mezzi ad accrescerne le
potenze accumulate, a renderne più efficace l'azione futura su un vasto
campo. Egli notava per ricordarsene: “Parla col Volturara di questi tali
modi di trarre i dardi.„ E ancóra: “Mostra al Volturara modi di levare e
ponere ponti, modi di ardere e disfare quelli dell'inimico e come si
piantan bombarde e bastioni di dì e di notte.„ Oppure: “Messer
Alessandro mi vol dare il Valturio -De re militari- e le Deche e
Lucrezio -Delle cose naturali-.„
Come i detti brevi e fieri del giovine lo colpivano, egli ne notava
alcuno. “Disse Messer Alessandro che convien prender la fortuna a man
salva dinanti, perchè retro è calva.„ E ancóra: “Sendo io in sul libro
del dividere li fiumi in molti rami e farli guadabili, disse ardito il
Volturara: Affè che Ciro di Cambise ben seppe fare il simile al fiume
Ginde per castigarlo, sol per avere quello toltogli uno cavallo bianco.„
Un giorno -- imagino -- erano entrambi convenuti nella casa magnifica di
Cecilia Gallerani; e Leonardo aveva rapito gli animi sonando quella nova
lira fabbricata di sua mano quasi tutta d'argento in forma d'un teschio
di cavallo. Nella pausa che seguì l'entusiasmo, la rinata Saffo si fece
recare un mirabile cofanetto ricco di smalti e di gemme inviatole dal
duca in dono; e mostrandolo chiedeva ai presenti quale oggetto tanto
prezioso potesse a lor giudizio meritare d'esservi riposto. Ciascuno
espresse un diverso parere. -- E voi, Messer Alessandro? -- domandò
Madonna Cecilia, con dolci occhi. Rispose l'audace: -- Di quello che fra
i tesori di Dario fu trovato, del quale nulla fu visto che fosse più
ricco, uno antico Alessandro volle far la custodia alla Iliade di Omero.
Sùbito il Vinci segnò nei comentarii quella risposta; e v'aggiunse: “Ei
si vede chi si nutrica di midolle e nervi di lione.„
Un altro giorno erano entrambi convenuti nel giardino della medesima
ospite, e Alessandro, dopo aver disputato con qualcuno di quei “famosi
spiriti„, s'era tratto in disparte per seguire qualche pensiero nuovo
che il calor della disputa aveagli dischiuso nell'intelletto denso di
germi. Chiamandolo la bella contessa bergamina a più riprese, egli non
si voltò se non tardi perchè tardi udì il richiamo. A un grazioso
rimprovero, o forse a un motto pungente, rispose egli sorridendo: -- Non
si volta chi a stella è fisso.
La sera, il Vinci segnò nei comentarii anche quella risposta; e
v'aggiunse la sua profezia: “Presto piglierà il primo volo, empiendo
l'universo di stupore, empiendo di sua fama tutte le scritture e gloria
eterna al loco dove nacque.„
Forse in quella sera medesima, considerando l'intensità e la
molteplicità di quella precoce giovinezza, il suo spirito inclinato alle
significazioni occulte degli emblemi e delle allegorie trovò il bel
simbolo della melagrana compendiosa che reca sul gambo la foglia aguzza
e il fiore ardente.
Ma a dì 9 di luglio dell'anno 1495, tre giorni dopo la battaglia di
Fornovo, egli segnava: “Morto il Volturara in campo, da par suo. Mai
cieco ferro al mondo troncò più grande speranza.„
Tal visse e morì il giovine eroe in cui parve sublimata la genuina virtù
della mia stirpe militante. Tale intieramente mi si rivelava nella
effigie vera che di lui tramandò al lontano erede un artefice
soprannominato Promèteo.
“O tu„ egli mi diceva impadronendosi della mia anima col suo magnetico
sguardo “sii quale devi essere.„
“Per te sarò„ io gli diceva “per te sarò qual debbo essere; poichè io ti
amo, o bellissimo fiore di mio sangue; poichè io voglio riporre tutto il
mio orgoglio nell'obbedire alla tua legge, o dominatore. Tu portavi in
te una forza bastevole a soggiogare la terra, ma il tuo destino regale
non doveva compiersi nel tempo in cui prima apparisti. Tu non fosti, in
quel tempo, se non l'annunciatore e il precursore di te medesimo,
dovendo riapparire su dal tuo ceppo longevo nella maturità dei secoli
futuri, alla soglia di un mondo non anche esplorato dai guerrieri ma già
promesso dai sapienti: riapparire come il messaggio l'interprete e il
padrone d'una vita nuova. Per ciò scomparisti d'improvviso, a
similitudine d'un semidio, presso un fiume gonfio di acque, tra il
fragore della battaglia e dell'uragano, stando il sole per attingere il
segno del Leone. La morte non troncò la grande speranza, sì bene la
sorte volle differirne il compimento meraviglioso. La tua virtù, che non
potè allora manifestarsi in una gesta trionfale al conspetto della
terra, dovrà necessariamente risorgere un giorno nella tua stirpe
superstite. E sia domani! Ed esca il tuo eguale dalla mia genitura! Io
invoco ed attendo e preparo il rinascimento della tua virtù con una fede
indefettibile, adorando la tua imagine vera, o dominatore pensoso, o tu
che mettesti per segno nei libri della Sapienza il filo della tua bella
spada ignuda!„
Così io gli diceva. E sotto il suo sguardo e sotto la sua ammonizione,
non soltanto mi si moltiplicavano le forze efficaci ma il mio cómpito mi
si determinava in linee definitive. -- Tu, dunque, lavorerai ad
effettuare il tuo fato e quello della tua stirpe. Tu avrai dinnanzi, nel
tempo medesimo, il disegno premeditato della tua esistenza e la visione
di un'esistenza superiore alla tua. Tu vivrai nell'idea che ciascuna
vita, essendo la somma delle vite precedenti, è la condizione delle
future. Tu non crederai dunque di essere soltanto principio, motivo e
fine del tuo proprio fato, ma sentirai tutto il pregio e tutto il peso
dell'eredità che hai ricevuta dai tuoi maggiori e che dovrai trasmettere
al tuo discendente contrassegnata dalla tua più gagliarda impronta. La
concezione sovrana della tua dignità sorga su la certezza, in te ferma,
d'essere il tramite conservatore d'una energia molteplice che potrà
domani o tra un secolo o nel tempo indefinito affermarsi con una
manifestazione sublime. Ma tu spera che sia domani! Triplice è il tuo
cómpito, dunque, poichè tu hai il dono della poesia e ti studii
d'acquistare la scienza delle parole. Triplice è il tuo cómpito: --
condurre con diritto metodo il tuo essere alla perfetta integrità del
tipo latino; adunare la più pura essenza del tuo spirito e riprodurre la
più profonda visione del tuo universo in una sola e suprema opera
d'arte; preservare le ricchezze ideali della tua stirpe e le tue proprie
conquiste in un figliuolo che, sotto l'insegnamento paterno, le
riconosca e le coordini in sè per sentirsi degno d'aspirare
all'attuazione di possibilità sempre più elevate.
Allora, avendo così lucida dinnanzi a me la tavola delle mie leggi, io
conobbi non soltanto la tristezza del dubbio ma un'ansietà che
somigliava alla paura, un'ansietà nova e orribile. “Se una violenza
cieca e impreveduta delle forze esteriori urtasse difformasse
infrangesse la mia opera! Se io dovessi piegarmi e soggiacere a un
sopruso bestiale del Caso! Se il mio edificio crollasse, prima della
coronazione, per uno di quei soffii deleterii che all'improvviso
irrompono dal buio!„ Questa paura io conobbi, in una strana ora di
smarrimento e di abbattimento sentendo vacillare la mia fede. Ma poco
dopo n'ebbi vergogna, quando l'ammonitore mi disse: “A giudicarne dalla
qualità dei tuoi pensieri, tu sembri contaminato dalla folla o preso da
una femmina. Per avere attraversato la folla che ti guardava, ecco, tu
già ti senti diminuito dinnanzi a te medesimo. Non vedi tu gli uomini
che la frequentano divenire infecondi come i muli? Lo sguardo della
folla è peggio che un getto di fango; il suo alito è pestifero. Vattene
lontano, mentre la cloaca si scarica. Vattene lontano, a maturare tutto
quel che hai raccolto. Verrà poi la tua ora. Di che temi? Che varrebbe
tanta disciplina se non ti rendesse più forte delle cose? Tu non dovrai
invocare dalla fortuna se non l'occasione; ma pur questa è possibile
talvolta, con la volontà, crearla. Vattene lontano, dunque, mentre la
cloaca si scarica. Non t'indugiare; non ti lasciar contaminare dalla
folla, nè ti lasciar prendere da una femmina. Certo, tu hai bisogno di
un'alleanza per fornire una parte del cómpito che hai assegnato a te
stesso. Ma meglio è per te attendere e rimaner solo, pur anche uccidere
la tua speranza è meglio che sottomettere la tua carne e la tua anima a
un vincolo indegno. -- Se la cosa amata è vile, l'amante si fa vile. --
Bisogna che tu non dimentichi mai questa sentenza del tuo Leonardo, e
che tu possa sempre rispondere superbamente come Castruccio: -- Io ho
preso lei non ella me„.
Giusta scendeva l'ammonizione, in quell'ora. E senza indugio io mi
disposi a partire dalla città infetta.
Era il tempo in cui più torbida ferveva l'operosità dei distruttori e
dei costruttori sul suolo di Roma. Insieme con nuvoli di polvere si
propagava una specie di follìa del lucro, come un turbine maligno,
afferrando non soltanto gli uomini servili, i famigliari della calce e
del mattone, ma ben anche i più schivi eredi dei majorascati papali, che
avevano, fin allora guardato con dispregio gli intrusi dalle finestre
dei palazzi di travertino incrollabili sotto la crosta dei secoli. Le
magnifiche stirpi -- fondate, rinnovellate, rafforzate col nepotismo e
con le guerre di parte -- si abbassavano a una a una, sdrucciolavano
nella nuova melma, vi s'affondavano, scomparivano. Le ricchezze
illustri, accumulate da secoli di felice rapina e di fasto mecenatico,
erano esposte ai rischi della Borsa.
I lauri e i roseti della Villa Sciarra, per così lungo ordine di notti
lodati dagli usignuoli, cadevano recisi o rimanevano umiliati fra i
cancelli dei piccoli giardini contigui alle villette dei droghieri. I
giganteschi cipressi ludovisii, quelli dell'Aurora, quelli medesimi i
quali un giorno avevano sparsa la solennità del loro antico mistero sul
capo olimpico del Goethe, giacevano atterrati (mi stanno sempre nella
memoria come i miei occhi li videro in un pomeriggio di novembre)
atterrati e allineati l'uno accanto all'altro, con tutte le radici
scoperte che fumigavano verso il cielo impallidito, con tutte le negre
radici scoperte che parevano tenére ancor prigione entro l'enorme
intrico il fantasma di una vita oltrapossente. E d'intorno, su i prati
signorili dove nella primavera anteriore le violette erano apparse per
l'ultima volta più numerose dei fili d'erba, biancheggiavano pozze di
calce, rosseggiavano cumuli di mattoni, stridevano ruote di carri
carichi di pietre, si alternavano le chiamate dei mastri e i gridi
rauchi dei carrettieri, cresceva rapidamente l'opera brutale che doveva
occupare i luoghi già per tanta età sacri alla Bellezza e al Sogno.
Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie e minacciasse di
strapparle quella raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è
paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia. Perfino su i bussi
della Villa Albani, che eran parsi immortali come le cariatidi e le
erme, pendeva la minaccia dei barbari.
Il contagio si propagava da per tutto, rapidamente. Nel contrasto
incessante degli affari, nella furia feroce degli appetiti e delle
passioni, nell'esercizio disordinato ed esclusivo delle attività utili,
ogni senso di decoro era smarrito, ogni rispetto del Passato era
deposto. La lotta per il guadagno era combattuta con un accanimento
implacabile, senza alcun freno. Il piccone, la cazzuola e la mala fede
erano le armi. E, da una settimana all'altra, con una rapidità quasi
chimerica, sorgevano su le fondamenta riempite di macerie le gabbie
enormi e vacue, crivellate di buchi rettangolari, sormontate da
cornicioni posticci, incrostate di stucchi obbrobriosi. Una specie
d'immenso tumore biancastro sporgeva dal fianco della vecchia Urbe e ne
assorbiva la vita.
Poi di giorno in giorno, su i tramonti -- quando le torme rissose degli
operai si sparpagliavano per le osterie della via Salaria e della via
Nomentana -- giù per i viali principeschi della Villa Borghese si
vedevano apparire in carrozze lucidissime i nuovi eletti della fortuna,
a cui nè il parrucchiere nè il sarto nè il calzolaio avevan potuto
togliere l'impronta ignobile; si vedevano passare e ripassare al trotto
sonoro dei bai e dei morelli, riconoscibili alla goffaggine insolente
delle loro pose, all'impaccio delle loro mani rapaci e nascoste in
guanti troppo larghi o troppo stretti. E parevano dire: “Noi siamo i
nuovi padroni di Roma. Inchinatevi!„
Tali, in fatti, i padroni di quella Roma che sognatori e profeti, ebri
dell'ardente esalazione di tanto latino sangue sparso, avevano
assomigliata all'arco di Ulisse. -- Bisogna curvarlo o morire. -- Ma
quegli stessi uomini, i quali da lungi erano apparsi fiamme nel cielo
eroico della patria non ancor libera, ora diventavano “carboni sordidi,
buoni soltanto a segnare su i muri una turpe figura o una parola
sconcia„, secondo l'atroce imagine d'un rètore indignato.
S'industriavano anch'essi a vendere, a barattare, a legiferare e a
tender trappole, nessuno più facendo allusione all'arco micidiale. E non
pareva probabile, in verità, che a spaventarli si levasse d'improvviso
il grido: “O Proci, divoratori della sostanza altrui, badate, Ulisse è
già approdato in Itaca!„
Ottimo consiglio era dunque il ritrarsi dallo spettacolo, per qualche
tempo. E io partii con i miei cavalli e con le mie cose più familiari,
senza commiati.
Avevo scelto per soggiorno Rebursa, la prediletta delle mie terre
ereditarie, prediletta già da mio padre come da me: rifugio favorevole a
un'anima valida, paese dalle vertebre di roccia, disegnato con rara
sobrietà e gagliardìa di stile: che poteva accogliere e nutrire il sogno
imperioso della mia ambizione come aveva accolto e nutrito l'altera
tristezza di mio padre dopo la caduta del suo Re e dopo la morte di
Colei che vivente era parsa la luce della nostra casa, il nostro più
sicuro bene.
Anche, io aveva poco lungi di là -- a Trigento -- alcuni amici, non veduti
da molti anni ma non obliati, a cui mi legavano grati ricordi della
puerizia e dell'adolescenza. E il pensiero di rivederli mi rallegrava.
Vivevano a Trigento, nell'antico palazzo baronale circondato da un
giardino quasi vasto come un parco, i Capece Montaga: famiglia tra le
più illustri e magnifiche delle Due Sicilie, caduta in rovina nei dieci
anni che seguirono la disgrazia del Re, quindi ritiratasi a vita oscura
nell'ultimo dei suoi feudi, in fondo alla provincia silenziosa. Il
vecchio principe di Castromitrano -- che aveva goduto i supremi onori
alla corte di Ferdinando e di Francesco, e che aveva seguito fedelmente
l'esule a Roma e oltralpe senza mai rinunziare alle suntuosità del tempo
felice -- sognava da anni nell'ombra e da anni invano aspettava la
Restaurazione, mentre la sua canizie precoce andavasi chinando sempre
più verso il sepolcro e la sua figliuolanza andavasi disfacendo nel
tedio inerte. Soltanto la demenza della principessa Aldoina turbava la
lunga agonia gittandovi sopra a sprazzi lo splendore fantastico del
Passato. E nulla poteva eguagliare in desolazione il contrasto tra la
realtà miserevole e i pomposi fantasmi espressi dal cervello della
demente.
Quella grande stirpe moribonda aggiungeva a quel paese di rocce una
specie di funebre bellezza, per la mia anima che cercava già di
raccogliere tutta l'anima inclusa nella chiostra lapidea. Mi nasceva già
dal profondo un presentimento misterioso in cui il mio destino si
avvicinava e si mescolava a quel destino solitario. E nella memoria mi
risonavano con una tenue magia musicale i nomi delle principesse nubili:
Massimilla, Anatolia, Violante: nomi in cui parevami fosse qualche cosa
di vagamente visibile come un ritratto pallido a traverso un vetro
offuscato; nomi espressivi come volti pieni di ombre e di lumi, in cui
già parevami scoprire un infinito di grazia, di passione e di dolore.
II.
-Grandissima grazia d'ombre e di lumi
s'aggiunge ai visi di quelli che
seggono sulle porte di quelle
abitazioni che sono oscure....-
LEONARDO DA VINCI.
Ebbi un moto di sincera gioia quando riconobbi su la via di Rebursa Oddo
e Antonello Montaga che, avendo saputo l'ora del mio arrivo, venivano a
incontrarmi. Entrambi mi abbracciarono con effusione, mi diedero tutti i
saluti di Trigento, mi rivolsero mille domande a un tempo; sembravano
felici di rivedermi, anche più felici quando io espressi il proposito di
rimanere nel paese a lungo.
-- Rimarrai con noi! -- esclamò Antonello, come fuori di sè, stringendomi
le mani. -- Tu sei mandato da Dio, dunque....
-- Bisogna che tu venga oggi stesso a Trigento, -- disse Oddo
interrompendo il fratello. -- Tutti ti aspettano là. Bisogna che tu venga
oggi stesso....
Mi sembravano entrambi tenuti da un'agitazione strana, quasi febrile;
avevano i gesti disordinati e un po' convulsi, la parola rapida e quasi
ansiosa: l'aspetto di due prigionieri infermicci, esciti allora allora
dal carcere come da un sogno opprimente, turbati e smarriti e quasi ebri
nel primo contatto con la vita estranea. Come più io li guardava, più
manifesti mi apparivano nelle loro persone i segni singolari; e
cominciavano a darmi pena e inquietudine.
-- Non so, -- risposi, -- non so se oggi stesso potrò venire. Tante ore di
viaggio mi hanno stancato. Ma domani...
Provavo un bisogno vago di star solo, di raccogliermi, di assaporare
quella malinconia ch'era caduta su me all'improvviso. I miei occhi
cercavano il paese intorno per riconoscerlo. Veniva dalle cose verso di
me quasi un'onda di memorie, che la presenza di quei due esseri dolorosi
m'impediva di ricevere.
-- Allora -- disse Oddo -- verrai domattina a colazione da noi. Consenti?
-- Sì, verrò.
-- Tu non puoi imaginare come ti aspettino tutti, laggiù.
-- Non mi avevate dunque dimenticato.
-- Oh no! Tu ci avevi dimenticati.
-- Tu ci avevi dimenticati -- ripetè Antonello, con un sorriso un po'
convulso. -- È giusto. Noi siamo sepolti.
Gli accenti della sua voce mi colpivano più che le sue parole.
Un'intensità singolare avevano i suoi accenti, i suoi gesti, i suoi
sguardi, tutti i suoi atti, come quelli di un uomo posseduto da un morbo
misterioso, tormentato da un'allucinazione continua, vivente in mezzo ad
apparenze non percettibili dai sensi altrui. Non mi sfuggiva una specie
di sforzo ch'egli faceva come per uscire da un'atmosfera che
l'involgesse e per comunicar più da vicino con me. Un tale sforzo dava
qualche cosa di contratto e di convulso a tutta la sua persona. La mia
pena e la mia inquietudine crescevano.
-- Tu vedrai la nostra casa -- egli soggiunse, con quel medesimo sorriso.
Senza volere, domandai:
-- Come sta Donna Aldoina?
Ambedue i fratelli chinarono il capo, non risposero.
Si somigliavano. Erano, in fatti, gemelli: ambedue lunghi, magri, un po'
curvi. Avevano gli stessi occhi chiari, la stessa barba rada e fine, le
stesse mani pallide nervose e inquiete come quelle delle isteriche. Ma
in Antonello i segni della debolezza e del disordine si mostravano più
profondi e irreparabili. Egli era perduto.
Nella pausa, invano io cercavo parole. Mi teneva una specie di stupore
triste, quasi che su l'anima avessi tutto il peso del corpo stanco.
Poichè la strada costeggiava una catena di rocce, il trotto dei cavalli
risonando sul terreno duro svegliava gli echi nelle cavità deserte. Alla
svolta, apparve nella valle il fiume rilucente per sinuosità
innumerevoli. Chiusa nei meandri come un'isola, apparve una massa
biancastra di rovine.
-- Non è Linturno, là? -- chiesi io riconoscendo la città morta.
-- È Linturno -- rispose Oddo. -- Ti ricordi? Una volta ci andammo
insieme....
-- Mi ricordo.
-- Quanto tempo è passato!
-- Quanto tempo!
-- Ora non c'è molta differenza tra Linturno e Trigento -- disse
Antonello, toccandosi incertamente la barba su la guancia con le dita
affilate, mentre i suoi occhi parevano perdere lo sguardo esteriore. --
Domani vedrai.
-- Ma tu lo scoraggi! -- interruppe Oddo, con una leggera irritazione. --
Domani non verrà.
-- Verrò, verrò -- assicurai, sforzandomi di sorridere e di vincere la mia
tristezza medesima che più si chiudeva. -- Verrò; e troverò bene il modo
di rianimarvi. Mi sembrate un po' malati di solitudine, un po'
depressi....
Antonello, ch'era seduto di fronte a me, pose una mano sul mio ginocchio
chinandosi fino a guardarmi nelle pupille, mentre il suo volto prendeva
un'indefinibile espressione di sgomento e di ansietà, come s'egli avesse
trovato nelle mie parole un senso spaventoso e volesse interrogarmi. E
di nuovo quel suo volto bianco, che mi si avvicinava, pur nella luce
diurna mi parve escire da un mondo in cui respirasse solo; mi suscitò
l'imagine di quei volti emaciati e spiritali che escono soli dai fondi
misteriosi dei quadri sacri anneriti dal tempo e dal fumo dei cèrei.
Non fu se non un attimo. Egli si ritrasse e non parlò.
-- Ho portato meco i cavalli -- io soggiunsi, dominando il mio turbamento.
-- Faremo grandi cavalcate, ogni giorno. Bisogna muoversi, scuotere la
pigrizia e la noia. Come passate voi le ore?
-- Contandole -- disse Oddo.
-- E le sorelle?
-- Oh quelle povere creature! -- mormorò Oddo con un tremito di tenerezza
nella voce. -- Massimilla prega; Violante si uccide coi profumi che le
manda la Regina; Anatolia.... Anatolia è quella che ci fa vivere, è la
nostra anima, è per noi tutto.
-- E il principe?
-- È molto invecchiato; è diventato interamente bianco.
-- E Don Ottavio?
-- Non esce quasi mai dalle sue stanze. Abbiamo quasi dimenticato il
suono della sua voce.
-- E Donna Aldoina? -- stavo per chiedere di nuovo, ma mi trattenni; e
tacqui.
Eravamo nella valle ondulata del Saurgo, in una conca di tepore.
-- Com'è precoce qui la primavera! -- esclamai, per un bisogno di
consolare quei due dolenti e di consolar me medesimo. -- In febbraio
vedete i primi fiori. Non è già questo un privilegio? Voi non sapete
godere delle cose che la vita vi offre. Mutate un giardino in una
carcere per torturarvi.
-- Dove sono i fiori? -- domandò, con quel suo sorriso penoso, Antonello.
Cercammo tutt'e tre i fiori con gli occhi, per quella terra fulva e
aspra come la giubba del leone, che sembrava fatta per nutrire le piante
dall'aspetto arido e tormentato ma datrici d'un opulento frutto.
-- Eccoli! -- gridai con un moto vivo di piacere additando un filare di
mandorli su un'eminenza che aveva la forma lunga e nobile di un'onda.
-- Sono nella tua terra -- disse Oddo.
Eravamo in fatti nelle vicinanze di Rebursa. La catena rocciosa con le
sue cime frastagliate e aguzze piegava a destra, lambita dal Saurgo
serpentino, sollevandosi a grado a grado verso il massimo culmine del
monte Corace che scintillava al sole come un elmetto. A sinistra della
strada il suolo svolgevasi ondulato ad imagine di una spiaggia coperta
di larghe dune, trasformandosi poco lungi in una successione di colline
fulve e gibbose come i cammelli del deserto.
-- Guarda, guarda! Un altro filare laggiù! -- gridai scorgendo un'altra
nube argentea e leggera di fiori. -- Non vedi, Antonello?
Egli non tanto guardava i mandorli quanto me, con un sorriso trepido e
attonito, meravigliandosi forse della puerile allegrezza che suscitava a
un tratto in me la vista dei primi fiori. -- Ma qual più lieta
accoglienza avrebbe potuto farmi la terra amata da mio padre? Qual più
gentile spettacolo di festa avrebbe potuto offrirmi quel robusto paese
dalle vertebre di roccia?
-- Se fossero qui Anatolia, Violante, Massimilla! -- esclamò Oddo, a cui
s'era comunicata la mia animazione impreveduta. -- Ah se fossero qui!
E la sua voce esprimeva il rammarico.
-- Bisogna condurle sotto i fiori -- disse Antonello dolcemente.
-- Guarda quanti! -- io seguitai, abbandonandomi al novissimo piacere con
più confidenza perchè sentivo già di poterne trasfondere almeno una
parte in quelle povere anime chiuse. -- Sono felice che sieno miei, Oddo.
-- Bisogna condurle sotto i fiori -- ripetè Antonello dolcemente, come
trasognato.
Mi pareva che i suoi occhi febrili si rinfrescassero nella visione di
quelle cose pure e che le sue parole piane mescolassero a quelle cose le
imagini indistinte delle tre sorelle: “Massimilla prega; Violante si
uccide coi profumi; Anatolia è quella che ci fa vivere, è l'anima
nostra.„
-- Ferma! -- ordinai al cocchiere, sollevandomi a un tratto, colpito da un
pensiero subitaneo che mi fece gioire singolarmente. -- Scendiamo;
entriamo nel campo. Voglio che portiate a casa un fascio di rami. Sarà
una festa, laggiù.
Oddo e Antonello si guardarono un po' confusi, un po' sorridenti, quasi
timidi, come dinnanzi a un fatto impensato e straordinario che nel tempo
medesimo li sbigottisse e li empisse d'una sensazione deliziosa. Essi mi
avevano mostrato il loro male, mi avevano rivelata la loro pena, mi
avevano parlato del triste carcere ond'erano esciti e dov'erano per
rientrare; ed ecco, su la via aperta, io li invitavo a riconoscere e a
festeggiare la primavera: la primavera ch'essi avevano dimenticata,
ch'essi parevano rivedere per la prima volta dopo lunghi anni e
considerare con un misto di temenza e di allegrezza, come un miracolo.
-- Scendiamo!
Non più io mi sentivo stanco, ma sentivo in me la consueta abondanza di
vita e quella elevazione che dánno allo spirito gli atti spontanei di
generosità. Io era liberale di me a quei due indigenti, li riscaldavo
con la mia fiamma, li abbeveravo col mio vino. Leggevo già nei loro
occhi (ed essi mi guardavano quasi di continuo) una specie di
sommessione e di dedizione fiduciosa. Essi già mi appartenevano
entrambi; ed io poteva esercitare su loro il beneficio e il predominio
senza fallire.
-- Che aspetti? Non discendi? -- chiesi ad Antonello che, col piede sul
predellino, pareva esitare come davanti a un pericolo.
Egli aveva ancora quel suo sorriso contratto. Fece uno sforzo visibile
nel mettere il piede a terra; vacillò come se nel calcolare l'altezza si
fosse ingannato; e i suoi primi passi furono saltellanti e mal fermi. Lo
aiutai nel varcare la callaia. Sentendo cedere le zolle, egli si
soffermò; e, rivolto agli alberi fioriti, respirò forte, accolse tutta
la bella apparenza ne' suoi occhi chiari, ne rimase quasi abbacinato.
Io gli dissi, toccandogli il braccio:
-- Tu non ti ricordavi di queste cose. Oddo, ch'era già entrato nel
frutteto, esclamò come ebro:
-- Ah se Violante fosse qui! Quest'odore val bene le essenze di Maria
Sofia.
Antonello ripetè dolcemente:
-- Bisogna condurle sotto i fiori.
Pareva che il suono di queste parole gli avesse affascinato l'orecchio
come una cadenza, fin dalla prima volta. La sua voce nel ripeterle aveva
le stesse inflessioni. E io nel riudirle provai non so che turbamento,
quasi che mi fossero dirette. Il desiderio di tagliare i rami, ch'era
caduto dinnanzi a tanta bellezza vivente, mi risorse; e imaginai in
confuso l'arrivo del gran dono primaverile al palazzo lùgubre nel
crepuscolo.
-- Non c'è nessuno nelle vicinanze? -- domandai, impaziente.
Un colono sopraggiungeva di corsa. Ansando si curvò e si mise a baciarmi
le mani con una specie di furia.
-- Taglia i più bei rami -- io gli dissi.
Era egli un magnifico esemplare della sua specie, degno abitatore di
quella roggia terra sparsa di pietre focaie. Mi pareva in vero un
superstite dell'antica razza lapidea di Deucalione. Brandì la róncola, e
con colpi netti e rapidi si diede a mutilare le felici creature
vegetali. Ad ogni colpo cadevano i petali meno tenaci e imbiancavano il
suolo.
-- Guarda! -- dissi ad Antonello accostandogli un ramo. -- Hai tu mai
conosciuta una cosa più delicata e più fresca di questa?
Egli levò la debole mano feminina e toccò con la punta delle dita una
corolla. Il suo gesto era quello dell'infermo o del convalescente che
tocca una cosa viva con la vaga illusione che essa gli lasci nel
contatto qualche piccola parte di vitalità come le farfalle lasciano la
polvere labile delle loro ali. Egli si volse al fratello con una
malinconia quasi tenera nel suo sorriso penoso:
-- Vedi, Oddo? Noi avevamo dimenticato, non sapevamo più....
-- Ma non vivete voi in un giardino? -- io domandai meravigliandomi di
quel loro stupore e di quella loro commozione innanzi a un semplice ramo
di mandorlo come innanzi a una novità inopinata. -- Non passate tutti i
giorni tra le foglie e i fiori?
-- Sì, è vero -- rispose Antonello. -- Ma io non li vedevo più. E poi
questi sono o mi sembrano, io non so, -un'altra cosa-. Non so dirti
l'impressione che mi fanno. Tu non puoi comprendere.
Poichè la ròncola risonava ancora, egli si volse verso il mandorlo che
gemeva sotto i colpi. L'uomo, sollevato da terra, stringeva il tronco
nella tenaglia delle gambe nerborute, avendo sul capo fosco come quel
d'un mulatto la fresca nuvola argentina che tremava al luccichìo del
ferro adunco.
-- Digli che cessi! -- mi pregò Antonello. -- Noi non potremo caricarci di
tanti rami.
-- Vi farò portare dalla carrozza fino a Trigento, col carico.
M'indugiavo tuttora a imaginare l'arrivo del dono primaverile innanzi ai
cancelli del parco ove le tre sorelle attendevano. Le loro figure mi
balenavano indistinte, pur con qualche lineamento che mi pareva di
rinvenire nei ricordi della puerizia e dell'adolescenza. E il desiderio
di rivederle, di riudire la loro voce, di ravvivare quei ricordi alla
loro presenza, di conoscere il loro male, di mescolarmi alla loro vita
ignota mi cresceva a poco a poco e cominciava a prendere l'acutezza di
un'inquietudine.
Seguendo il mio pensiero e il mio sentimento (già la carrozza correva
verso Rebursa), io dissi:
-- Un tempo, il parco di Trigento era pieno di giunchiglie e di violette.
-- Anche ora -- disse Oddo.
-- C'erano grandi siepi di bosso.
-- Ci sono ancóra.
-- Mi ricordo bene dell'anno che arrivaste da Monaco per rimanere.
Massimilla era molto malata. Accompagnavo a Trigento quasi ogni giorno
mia madre....
Noi eravamo immersi nella primavera. I rami di mandorlo ingombravano la
carrozza: ne avevamo dietro le spalle, ne avevamo su le ginocchia. Il
viso così bianco di Antonello m'appariva tra quella bianchezza odorosa
più consunto; e la malinconia dei suoi occhi febrili, troppo in
contrasto con quella vivente espressione di una gioventù sempre
rinnovellata, mi si adunava intorno al cuore.
-- Peccato che tu non venga oggi a Trigento! -- disse Oddo, con un
profondo rammarico nella voce. -- Mi dispiace di lasciarti.
-- È vero -- aggiunse Antonello. -- Ti abbiamo riveduto soltanto oggi, dopo
anni, dopo anni di silenzio e di dimenticanza; e ora già ci sembra di
non poter fare a meno di te.
Essi proferivano le parole affettuose con quella semplicità e con quel
candore che conservano gli uomini solitarii, non abituati alle
simulazioni della vita comune. Sentivo già ch'essi mi amavano e che io
li amavo, e che tra noi la grande lacuna degli anni si colmava a un
tratto, e che la loro sorte stava per congiungersi alla mia sorte
indissolubilmente. -- Perchè la mia anima s'inclinava con tanta pena
verso quei due vinti, si protendeva con tanto desiderio verso grazie e
tristezze intravedute, mostrava tanta impazienza di versare la sua
dovizia su quella povertà? Era dunque vero che la lunga e dura
disciplina non aveva inaridite in lei le fonti spontanee della
commozione e del sogno ma le aveva rese più profonde e più fervide. -- Un
vapore di poesia si diffondeva per me in quel pomeriggio di febbraio
intiepidito dall'alito d'una primavera precoce. Il corso volubile del
Saurgo a piè delle rocce plasmate dal fuoco; la città morta nel fiume
impaludato; il vertice del Corace sfavillante come un elmetto su una
fronte minaccevole; le fulve glebe seminate di selci risvegliatrici
delle scintille dormenti; le viti e gli olivi contorti dall'atroce
sforzo d'esprimere frutti così ricchi da membra così magre: tutti gli
aspetti del paese intorno significavano la potenza dei pensieri nutriti
in segreto, il mistero tragico dei destini compiuti, l'energia dolorosa,
la constrizione tirannica, la passione superba, ogni più aspra e più
rigida virtù della terra solitaria e dell'uomo solo. Pur nondimeno il
più mite dei tepori primaverili si raccoglieva nell'austera chiostra; le
fioriture argentee dei mandorli coronavano i poggi come le schiume
coronano le onde; ai raggi obliqui i declivii qua e là prendevano
l'apparenza morbida di un velluto disteso; i culmini delle rocce si
convertivano in un oro quasi roseo, sul cielo che delicatamente
inverdiva. L'influsso della stagione e la magia dell'ora potevano dunque
addolcire il duro genio dei luoghi, velare di grazie quella fierezza,
temperare quella violenza, versare un lene incantesimo in quel bacino
foggiato con arte ignea dalla volontà terribile di un antico vulcano e
poi con vece assidua corroso dalla cupidigia o arricchito dalla
liberalità di un antico fiume.
-- Noi ci vedremo assai spesso -- io dissi, dopo una pausa rispondendo
alle parole buone. -- Da Rebursa a Trigento la via è breve. E io so che
in voi ho ritrovato due miei fratelli....
Entrambi trasalirono, poichè un guardiano a cavallo oltrepassò di
galoppo scaricando in alto la sua carabina per dare il segnale alle
salve di saluto e di gioia. Rebursa si levava innanzi a me con le sue
quattro torri di pietra, ancor bella e forte, mostrando ancora intatta
l'impronta dell'orgoglio originario, distendendo la sua ombra e la sua
dominazione su una gente gagliarda in cui l'obedienza e la fedeltà si
trasmettevano di padre in figlio come caratteri della sostanza vitale.
Ma mi strinse l'anima un'angoscia non provata da lungo tempo quando posi
il piede su la soglia cosparsa di mirto e d'alloro, dove nessuna voce
cara mi dava il benvenuto chiamandomi per nome. Le imagini dei miei
morti mi comparvero a piè della scala e mi fissarono con gli occhi
trascolorati, senza un gesto, senza un cenno e senza un sorriso.
Più tardi, seguii con lo sguardo a lungo a lungo su la via di Trigento
la carrozza che portava i due tristi malati quasi sepolti sotto i fiori.
E la mia anima precorse al cancello del parco dove le tre sorelle
attendevano -- Anatolia, Violante, Massimilla! -- ; e le intravide
nell'atto di ricevere su le braccia protese il fresco dono della
primavera; e cercò di riconoscere i nobili volti a traverso la siepe
fragrante, cercò di scoprire la fronte di colei ch'ella avrebbe eletta
per l'alleanza necessaria. Il crepuscolo cadendo aumentava quella strana
e impreveduta agitazione del desiderio d'amore. Un'ombra azzurra
occupava la valle del Saurgo, celava la città morta, ascendeva
lentamente su per le aspre gradinate rocciose; ma come in cielo
pullulavano gli astri così in terra s'accendevano fuochi di festa,
divampavano, si moltiplicavano, formavano larghe corone. Soli,
altissimi, estranei a quei segni della vita infera, quasi retrocessi
nella lontananza d'un mito, quasi culminanti in un'atmosfera
supraterrestre, i pinnacoli delle rocce risplendevano ancóra. E a un
tratto fiammeggiarono come piropi, d'un lume incredibile che durò pochi
attimi; impallidirono, si fecero violacei, si confusero, si spensero.
Ultima l'eccelsa punta del Corace restò di fiamma; acutissima ferì il
cielo, simile al grido della passione senza speranza; poi, con la
rapidità d'un baleno anch'essa si spense; entrò nella notte comune.
“Se il rigore della tua lunga constrizione non avesse altro compenso che
l'ineffabile turbamento a cui t'abbandoni da ieri, già dovresti teco
medesimo rallegrarti di tanti sforzi compiuti„ mi diceva il demònico, la
mattina seguente, cavalcando noi al passo verso il giardino chiuso.
“Eccoti alfine maturo! Prima di ieri tu non sapevi che la tua anima
fosse giunta a tanta maturità e a tanta pienezza. La felice rivelazione
ti viene dal bisogno che provi, subitaneo, di versare la tua dovizia, di
spanderla, di prodigarla senza misura. Tu ti senti inesauribile, capace
di alimentare mille esistenze. È ben questo il premio dei tuoi assidui
sforzi: -- ora tu possiedi l'impetuosa fecondità delle terre
profondamente lavorate. Goditi dunque la tua primavera; rimani aperto a
tutti i soffii; lasciati penetrare da tutti i germi; accogli l'ignoto e
l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto.
Omai il tuo primo cómpito è fornito. La tua natura, che tu hai resa
integra e intensa, ti sia sacra. Rispetta i minimi moti del tuo pensiero
e del tuo sentimento perchè ella sola li produce. Già che ella ti
appartiene tutta quanta, ora tu puoi abbandonarti a lei e gioirne senza
limiti. Tutto, ora, ti è permesso: pur quello che odiasti o disprezzasti
in altrui: perocché tutto divenga nobile passando a traverso la
sincerità della fiamma. Non temere d'esser pietoso, tu che sei forte e
che sai imporre il tuo dominio e il tuo castigo. Non avere onta delle
tue inquietudini e dei tuoi languori, tu che ti sei fatta una volontà di
tempra dura come le spade battute a freddo. Non respingere la dolcezza
che t'invade, l'illusione che ti avvolge, la malinconia che ti attira,
tutte le cose nuove e indefinibili che oggi tentano la tua anima
attonita. Esse non sono se non le vaghe forme del vapore che si sviluppa
dalla vita fermentante nelle profondità della tua natura ferace.
Accoglile dunque senza sospetto, poichè non ti sono estranee nè ti
diminuiscono nè ti corrompono. Ti appariranno forse domani come le prime
annunziatrici velate di una natività che è nei tuoi voti.„
Io non ho mai ritrovato di poi un'ora tanto deliziosa e tanto penosa a
un tempo. Non so se gli alberi carichi di fiori avessero della lor
vitale potenza un senso così pieno come io aveva della mia in quel
mattino limpido; ma certo ad essi mancava quella vasta e confusa ansietà
in cui s'agitavano innumerevoli affetti e innumerevoli pensieri. Per
prolungare la pena e la delizia io tenevo il mio cavallo al passo
indugiandomi nella via, quasi che quell'ora dovesse chiudere per sempre
una fase della mia intima vita e al mio giungere sul luogo destinato una
fase nuova e imprevedibile dovesse aprirsi; di cui era già il
presentimento oscuro in fondo alla mia ansietà che non si placava. Ad
intervalli il soffio della primavera investendomi d'improvviso col suo
susurro e col suo tepore pareva rapirmi in un etere di sogno, abolire in
me per qualche attimo la coscienza della persona reale e infondermi
l'anima vergine e ardente d'uno di quelli amanti eroi che nelle favole
cavalcano verso le Belle addormentate nei boschi. Non cavalcavo anch'io
verso le principesse nubili, prigioniere nel giardino chiuso? E non
forse ciascuna di loro nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo?
Già m'apparivano quali le fingeva il mio desiderio e già l'imagine
triplice suscitava dal mio desiderio la prima perplessità. Io mi
chiedeva: “Chi sarà l'eletta?„, comprendendo in me, nel tempo medesimo,
l'allegrezza nuziale dell'una e la sepolcrale tristezza delle altre,
sentendo già in me tutti i germi delle inquietudini future, intravedendo
già sotto la speranza il rammarico. E di nuovo mi attraversò lo spirito
quel timore che una volta mi aveva turbato nel mezzo della mia opera
volontaria: il timore delle forze cieche e fatali contro cui qualunque
più dura volontà si può infrangere; il timore del turbine fulmineo che
in un attimo può avviluppare qualunque più tenace e audace uomo per
trascinarlo ben lontano dalla mèta prefissa.
Fermai il cavallo. La via in quel punto era deserta; il palafreniere mi
seguiva a distanza. Un silenzio altissimo regnava i luoghi grandiosi e
solitarii, rotto a intervalli dal susurro degli oliveti; una luce
immobile illuminava tutto egualmente; e nella luce e nel silenzio, dalle
ésili foglie alle rocce gigantesche, le cose apparivano disegnate con
una nitidezza di contorni quasi cruda. Meglio sentii allora quel che di
ambiguo era entrato in me. E pensai: “Non aveva io fino a ieri ottenuto
nel mio spirito la stessa perspicuità mattutina che rivela tutte le
linee di questa contrada alla mia vista attenta? E ora non nasconde la
nuova ambiguità un qualche pericolo? Forse una troppo grande copia di
poesia s'è accumulata in me, pericolosamente, nella solitudine; e deve
spandersi senza misura. Ma, se io mi abbandono al torrente impetuoso,
fin dove sarò trascinato? Gioverà forse ancóra la vigilanza contro la
vita estranea; gioverà forse non entrare nel cerchio che mi si apre
d'avanti all'improvviso come un'opera di magia per includermi.„ E il
demònico mi ripetè con chiara voce: “Non temere! Accogli l'ignoto e
l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto;
procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere.
Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita.„
Spinsi il cavallo al trotto, quasi con veemenza, come se in quel punto
un grande atto fosse stato risoluto. E Trigento apparve sul declivio del
poggio con le sue case di pietra figliate dalle rocce tutelari. Alla
sommità apparve l'antico palazzo col suo giardino murato che discendeva
sul declivio opposto sino al piano dando imagine d'un vasto claustro
pieno di cose obliate o estinte.
Quando posi il piede a terra, d'avanti al cancello; udii la voce di Oddo
che stava alla vedetta.
-- Benvenuto, Claudio!
Egli mi corse incontro festoso come la prima volta, con le braccia tese.
-- Credevo che tu venissi più presto -- disse con un tono di rimprovero. --
Ti aspetto qui da due ore.
-- Mi sono indugiato per la via -- risposi. -- Ho voluto riconoscere gli
alberi e i sassi....
Con uno di quei suoi atti repentini e disordinati, misto di curiosità e
di timidezza, egli si accostò al mio cavallo e gli palpò il collo.
-- Com'è bello! -- mormorò, mentre sotto la sua mano pallida e gracile il
collo dell'animale aveva una rapida vibrazione di sensibilità.
-- Lo potrai montare quando vorrai -- io gli dissi. -- Questo o un altro.
-- Credo che non mi reggerei più in sella -- rispose. -- Credo che avrei
paura.... Ma vieni! Vieni! Sei aspettato.
E mi condusse su per un viale compreso tra pareti di bosso indebolite
dalla vecchiezza, sparse di radure profonde come buche, donde sembravami
escissero freschi odori d'invisibili violette, strani come aliti
giovenili in bocche deformi.
-- Iersera -- diceva Oddo, un poco in affanno -- iersera con i tuoi
mandorli portammo la gioia.... Che provammo quando rimanemmo noi due in
fondo a quella carrozza, seppelliti sotto tutti quei fiori! Antonello
era come un bambino. Non l'avevo mai veduto così....
A intervalli le pareti verdi s'aprivano in archi scoprendomi allo
sguardo lembi di terra erbosa ove qualche lunga ed esigua lista di sole
fendeva l'ombra con un taglio netto.
-- Non l'avevo mai veduto così; non gli avevo mai sentito dire tante
parole insensate....
Urne di pietra dai larghi fianchi rotondi si alternavano con statue
quasi vestite dai licheni, monche o acefale, in attitudini che mi
parevano eloquenti. E alcune giunchiglie fiorivano presso i loro plinti.
-- Quando poi arrivammo qui, non potevamo scendere perchè i rami
c'ingombravano. Le sorelle vennero a liberarci. Come erano felici!
Risalirono cariche. Le sentivamo ridere su per le scalee. Tutte cose
nuove, Claudio, per noi.
Mi giungeva all'orecchio una voce soffocata; che era il chioccolio
sommesso d'una fontana nascosta nella vicinanza. E un'ansietà
indefinibile mi premeva il cuore.
-- Tutta la sera abbiamo parlato di te, ricordato tante cose del tempo
lontano, fatto anche qualche sogno per l'avvenire. Chi avrebbe mai
potuto imaginare il tuo ritorno? Ma nessuno di noi crede ancora che tu
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