Le vergini delle rocce
Gabriele d'Annunzio
-I ROMANZI DEL GIGLIO-
Le Vergini delle Rocce
-Io farò una finzione, che significherà
cose grandi.-
LEONARDO DA VINCI.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1896
=Settimo Migliaio.=
PROPRIETÀ LETTERARIA
-Riservati tutti i diritti.-
Tip. Fratelli Treves.
PROLOGO.
-.... una cosa naturale vista in un
grande specchio.-
LEONARDO DA VINCI.
Io vidi con questi occhi mortali in breve tempo schiudersi e splendere e
poi sfiorire e l'una dopo l'altra perire tre anime senza pari: le più
belle e le più ardenti e le più misere che sieno mai apparse
nell'estrema discendenza d'una razza imperiosa.
Su i luoghi dove la loro desolazione, la loro grazia e il loro orgoglio
passavano ogni giorno, io colsi pensieri lucidi e terribili che le
antichissime rovine delle città illustri non mi avevano mai dato. Per
scoprire il mistero delle loro ascendenze remote, esplorai la profondità
dei vasti specchi familiari dove talvolta esse non ravvisarono le loro
proprie imagini soffuse d'un pallore simile a quello che annunzia il
dissolvimento dopo la morte; ed a lungo scrutai le vecchie cose consunte
su cui le loro mani fredde o febrili si posarono col medesimo gesto,
forse, che avevano usato altre mani già fatte polvere da gran tempo.
Tali io le conobbi nel tedio dei giorni comuni o sono esse le creature
del mio desiderio e della mia perplessità?
Tali io le conobbi nel tedio dei giorni comuni ed esse sono le creature
del mio desiderio e della mia perplessità.
Quel brano della trama di mia vita, che fu da loro medesime operato
inconsapevolmente, ha per me tal pregio inestimabile ch'io voglio
impregnarlo del più acuto aroma conservatore per impedire che il tempo
in me lo impallidisca o lo distrugga.
Per ciò oggi io tento l'arte.
Ah, qual sortilegio dunque potrebbe dare la coerenza delle materie
tangibili e durevoli a quel tessuto spirtale che le tre prigioniere
ordirono nel tedio dei giorni aridamente e quindi a poco a poco
riempirono con le imagini delle cose più nobili e più desolanti in cui
la passione umana siasi mai rimirata senza speranza?
Dissimili alle tre sorelle antiche perchè non figlie ma vittime della
Necessità, tuttavia nel comporre la più ricca zona della mia vita esse
parvero anche preparare il destino di colui che doveva venire. Insieme
si affaticavano, quasi mai accompagnandosi con un canto ma men di rado
versando lacrime visibili in cui erano sublimate le essenze delle loro
anime inesauste e chiuse.
Perchè fin dalla prima ora io le conobbi sovrastate da una cupa
minaccia, colpite da un divieto tirannico, scoraggiate e anelanti e
prossimamente periture, -- tutte le loro attitudini e i loro gesti e le
loro più vaghe parole mi sembrarono gravi e significare ciò che esse
medesime ignoravano nella loro profonda inconsapevolezza.
Piegandosi e rompendosi sotto il peso della loro maturità come in
autunno gli alberi troppo carichi di frutti troppo grandi, esse non
sapevano misurare tutto il loro male nè confessarlo. Le loro labbra
gonfie d'angoscia non mi rivelarono se non una piccola parte dei loro
segreti. Ma io seppi comprendere le cose ineffabili che diceva il sangue
eloquente nelle vene delle loro belle mani ignude.
-E il ricettacolo delle virtù sarà
pieno di sogni e vane speranze.-
LEONARDO DA VINCI.
L'ora che precedette il mio arrivo nell'antico giardino gentilizio dove
esse mi aspettavano -- quando la imagino -- m'appare illuminata da un lume
d'insolita poesia.
Per colui che sa di quali fecondazioni lente o subitanee, di quali
inaspettate trasfigurazioni sia capace un'anima intensa comunicante con
altre anime nelle vicissitudini dell'incertissima vita; per colui che,
riponendo tutta la dignità dell'essere nell'esercitare o nel patire una
forza morale, si avvicina al suo pari con l'ansia segreta di dominare o
d'esser dominato; per ogni uomo curioso del mistero interiore, ambizioso
di potere spirituale o bisognoso di schiavitù, nessuna ora ha l'incanto
di quella in cui egli si muove con una vaga antiveggenza verso l'Ignoto
e l'Infinito viventi, verso un oscuro mondo vivente ch'egli conquisterà
o dal quale sarà assorbito.
Io era per penetrare in un giardino chiuso.
Le tre principesse nubili aspettavano quivi l'amico non veduto da lungo
tempo, il quasi coetaneo a cui erano legate da qualche ricordo di
puerizia e di adolescenza, l'unico erede di un nome non meno antico e
non meno insigne del loro. Aspettavano così un loro eguale, un reduce
dalle città magnifiche apportatore d'un soffio di quella grande vita a
cui esse avevano rinunziato.
E ciascuna forse nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo.
Veemente m'appare l'ansietà di quell'aspettazione, quando io penso alla
nuda e cupa solitudine della casa in cui esse fino a quel giorno avevano
languito, con le belle mani colme di tutti i beni della giovinezza, nel
conspetto dei simulacri di non so qual vita e qual pompa regali che la
follia materna creava per popolarne la vacuità degli specchi troppo
vasti. Dalle infinite lontananze di quei dominii pallidi come stagni
crepuscolari dove l'anima della madre forsennata si sommergeva
delirando, non aveva ciascuna veduto apparire la forma giovenile e
ardente dello Sposo che doveva toglierla all'oscura consunzione e
sollevarla d'improvviso in un turbine di allegrezze?
Così ciascuna, nel suo chiuso giardino, aspettava con inquietudine colui
che doveva conoscerla per deluderla e per vederla perire senza
possederla.
“Ah, chi sarà di noi l'eletta?„
Non mai forse -- io penso -- i loro belli occhi velati si fecero intenti
come in quell'ora: occhi velati di malinconia e di tedio, ove la troppo
lunga consuetudine delle apparenze sempre eguali aveva abolito la
mobilità dell'indagine; occhi velati di mutua pietà, ove le forme degli
esseri familiari si riflettevano senza mistero e senza mutamento, fisse
nelle linee e nel colore della vita inerte.
E d'improvviso ciascuna vide in ciascuna una creatura nuova, cinta di
armi.
Io non so quale evento sia più triste di queste rivelazioni fulminee che
fa ai cuori teneri il desiderio della felicità. Respiravano le virtuose
sorelle nel medesimo cerchio di dolore, premute dal medesimo destino; e,
nelle sere gravi d'ambascia, a volta a volta l'una reclinava la fronte
su l'omero o sul petto dell'altra, mentre l'ombra agguagliava la
diversità dei volti e confondeva le tre anime in una sola. Ma, come il
passeggiere annunziato era per porre il piede su la loro soglia deserta
e già appariva alla loro attesa col gesto di colui che elegge e che
promette, esse risollevarono il capo con un fremito e disciolsero le
dita avvinte e scambiarono uno sguardo ch'ebbe la violenza d'una
illuminazione repentina. E, mentre saliva dalla profondità delle loro
anime turbate un sentimento ignoto ch'era privo della dolcezza primiera,
esse conobbero alfine in quello sguardo tutta la loro grazia declinante,
e qual fosse il contrasto delle loro sembianze illuminate dal medesimo
sangue, e quanta notte si raccogliesse nel volume d'una capellatura
addensata come un castigo su una nuca troppo pallida, e le meravigliose
persuasioni espresse dalla curva di una bocca in silenzio, e
l'incantesimo tessuto come una rete dall'ingenua frequenza d'un atto
inimitabile, ed ogni altro potere.
E un oscuro istinto di lotta le sbigottiva.
Tali io imagino quelle che m'aspettavano nell'ora lucente.
Il primo fiato della primavera appena tiepido, che aveva toccato i
culmini aridi delle rocce, blandiva le tempie delle vergini inquiete.
Sul grande claustro fiorito di giunchiglie e di violette, le fontane
ripetevano il comento melodioso che da secoli le acque fanno ai pensieri
di voluttà e di saggezza espressi nei distici leonini delle dedicazioni.
Su taluni alberi, su taluni arbusti le foglie tenui brillavano come
inviluppate d'una gomma o d'una cera diafana. Alle cose antichissime e
immobili nel tempo, che soltanto potevano consumarsi, comunicavano una
indefinita mollezza le cose che potevano rinnovellare.
“Ah, chi sarà di noi l'eletta?„
Divenute rivali in segreto dinnanzi all'offerta ingannevole della vita
apparente le tre sorelle componevano la loro attitudine secondo il ritmo
interiore della lor bellezza nativa già dal tempo minacciata, che forse
soltanto in quel giorno esse avevano compreso nel suo senso verace, come
l'infermo ode il suono insolito del sangue riempire l'orecchio premuto
su l'origliere e comprende per la prima volta la musica portentosa che
regge la sua sostanza peritura.
Ma forse quel ritmo in loro non aveva parole.
Sembra, tuttavia, che in me oggi sorgano distinte le parole di quel
ritmo secondando le pure linee delle imagini ideali.
“Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire„ dice Massimilla
silenziosamente, seduta sul sedile di pietra, con le dita delle mani
insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco, “Io non ho il
potere di comunicare la felicità, ma nessuna creatura viva e nessuna
cosa inanimata potrebbe, come la mia persona tutta quanta, divenire il
possesso perfetto e perpetuo di un dominatore.
Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire. Mi divora un desiderio
inestinguibile di donarmi tutta quanta, di appartenere ad un essere più
alto e più forte, di dissolvermi nella sua volontà, di ardere come un
olocausto nel fuoco della sua anima immensa. Invidio le cose tenui che
si perdono, inghiottite da un gorgo o trascinate da un turbine; e guardo
sovente e a lungo le gocce che cadono nel gran bacino svegliandovi
appena un sorriso leggero.
Quando un profumo m'involge e vanisce, quando un suono mi tocca e si
dilegua, talvolta io mi sento impallidire e quasi venir meno,
sembrandomi che l'aroma e l'accordo della mia vita tendano a quella
medesima evanescenza. Pure talvolta la mia piccola anima è stretta
dentro di me come un nodo. Chi la scioglie e l'assorbe?
Ahi me, forse io non saprei consolare la sua tristezza; ma il mio volto
ansioso e muto si volgerebbe sempre verso di lui spiando le speranze
rinascenti nel suo segreto cuore. Forse non saprei spargere sul suo
silenzio le sillabe rare, semi dell'anima, che in un attimo generano un
sogno smisurato; ma nessuna fede al mondo vincerebbe d'ardore la mia
fede nell'ascoltare pur quelle cose che debbono rimanere inaccessibili
al mio intelletto.
Io sono colei che ascolta, ammira e tace.
Fin dalla nascita la mia fronte porta tra i sopraccigli il segno
dell'attenzione.
Dalle statue assise e intente ho appreso l'immobilità di un'attitudine
armoniosa.
Posso tenere a lungo gli occhi aperti e fissi verso l'alto perchè le mie
palpebre sono lievi.
Nella forma delle mie labbra è la figura viva e visibile della parola
-Amen-.„
“Io soffro„ dice Anatolia “d'una virtù che dentro di me si consuma
inutilmente. La mia forza è l'ultimo sostegno d'una rovina solitaria,
mentre potrebbe guidar sicura dalle scaturigini alla foce un fiume colmo
di tutte le abondanze della vita.
Il mio cuore è infaticabile. Tutti i dolori della terra non
riescirebbero a stancare il suo palpito; la più fiera violenza della
gioia non l'infrangerebbe, come non l'estenua questa lunga e lentissima
pena. Un'immensa moltitudine di creature avide potrebbe abbeverarsi
nella sua tenerezza senza esaurirla.
Ah perchè dunque il destino mi costringe a quest'officio così angusto, a
questa pena così lenta? Perchè mi vieta l'alleanza sublime a cui il mio
cuore anela?
Io potrei assumere un'anima virile alla zona eccelsa, là dove il valore
dell'atto e lo splendore del sogno convergono in un medesimo apice; io
potrei estrarre dalla profondità della sua inconscienza le energie
occulte, ignorate come i metalli nelle vene della pietra bruta.
Il più dubitoso degli uomini ritroverebbe al mio fianco la sicurezza;
colui che smarrì la luce rivedrebbe in fondo al suo cammino il segnale
fermo; colui che fu percosso e mutilato ritornerebbe sano ed integro. Le
mie mani sanno avvolgere la benda intorno alle piaghe e strapparla di su
le palpebre oppresse. Quando io le tendo, il più puro sangue del mio
cuore affluisce all'estremità delle mie dita magneticamente.
Io posseggo i due doni supremi che amplificano l'esistenza e la
prolungano oltre l'illusione della morte. -- Non ho paura di soffrire e
sento su i miei pensieri e su i miei atti l'impronta dell'eternità.
Per ciò mi agita questo desiderio di creare, di divenir per l'amore
colei che propaga e perpetua le idealità di una stirpe favorita dai
Cieli. La mia sostanza potrebbe nutrire un germe sovrumano.
In sogno, io vegliai tutta una notte misteriosamente sul sonno di un
fanciullo. Mentre il suo corpo dormiva con un respiro profondo, io
reggeva nelle mie palme la sua anima tangibile come una sfera di
cristallo; e il mio petto si gonfiava di divinazioni meravigliose.„
Dice Violante: “Io sono umiliata. Sentendo su la mia fronte pesare la
massa dei miei capelli, ho creduto di portare una corona; e i miei
pensieri sotto quel peso regale erano purpurei.
La memoria della mia infanzia è tutta accesa d'una visione di stragi e
d'incendii. I miei occhi puri videro correre il sangue; le mie narici
delicate sentirono l'odore dei cadaveri insepolti. Una regina giovine e
ardente, che aveva perduto il trono, mi sollevò nelle sue braccia prima
di partire per un esilio senza ritorno. Da tempo io ho dunque su la mia
anima lo splendore dei destini grandiosi e tristi.
In sogno, ho vissuto mille vite magnifiche, passando per tutte le
dominazioni sicura come chi ricalca un sentiere già cognito. Negli
aspetti delle cose più diverse ho saputo scoprire segrete analogie con
gli aspetti della mia forma, e per un'arte nascosta indicarle alla
meraviglia degli uomini; e assoggettare le ombre e le luci, come le
vesti e i gioielli, a comporre l'ornamento impreveduto e divino della
mia caducità.
I poeti vedevano in me la creatura speciosa, nelle cui linee visibili
era incluso il più alto mistero della Vita, il mistero della Bellezza
rivelata in carne mortale dopo intervalli secolari, a traverso
l'imperfezione di discendenze innumerevoli. E pensavano: -- Ben è questa
la compiuta effigie dell'Idea che i popoli terrestri intuirono
confusamente fin dalle origini e gli artefici invocarono senza tregua
nei poemi, nelle sinfonie, nelle tele e nelle argille. Tutto in lei
esprime, tutto in lei è segno. Le sue linee parlano un linguaggio che
renderebbe simile a un dio colui che ne comprendesse la verità eterna; e
i suoi minimi moti producono nei confini del suo corpo una musica
infinita come quella dei cieli notturni.
Ma eccomi umiliata, priva dei miei regni! La fiamma del mio sangue
impallidisce e si estingue. Scomparirò, men venturosa delle statue che
testimoniavano la gioia della vita su le fronti delle città scomparse.
Mi dissolverò ignorata per sempre, mentre esse dureranno custodite nelle
tenebre umide con le radici dei fiori e un giorno dissepolte sembreranno
auguste come i doni della Terra all'anima estatica dei poeti genuflessi.
Ho sognato omai tutti i sogni, e i capelli mi pesano più di cento
corone. Stupefatta dai profumi, amo rimanere a lungo presso le fontane
che raccontano di continuo la medesima favola. A traverso le ciocche
dense che mi coprono gli orecchi, odo come in lontananza scorrere
indefinitamente il tempo nella monotonia delle acque.„
Così parlano in me le tre principesse mentre le evoco aspettanti
nell'ora irrevocabile. Forse così, credendo che un messaggere della Vita
s'affacciasse ai cancelli del chiuso giardino, ciascuna riconosceva la
sua virtù, emanava la sua seduzione, ravvivava la sua speranza,
esagitava il sogno ch'era per congelarsi. -- Ora illuminata da una grande
e solenne poesia, lucentissima ora in cui emergevano e splendevano
dall'interno cielo dell'anima tutte le possibilità!
I.
-Non si può avere maggior signoria
che quella di sè medesimo.-
LEONARDO DA VINCI.
-E se tu sarai solo, tu sarai tutto
tuo.-
LO STESSO.
Domati i necessarii tumulti della prima giovinezza, battute le bramosie
troppo veementi e discordi, posto un argine all'irrompere confuso e
innumerevole delle sensazioni, nel momentaneo silenzio della mia
coscienza io aveva investigato se per avventura la vita potesse divenire
un esercizio diverso da quello consueto delle facoltà accomodative nel
variar continuo dei casi; ciò è: se la mia volontà potesse per via di
elezioni e di esclusioni trarre una sua nuova e decorosa opera dagli
elementi che la vita aveva in me medesimo accumulati.
Mi assicurai, dopo qualche esame, che la mia coscienza era giunta
all'arduo grado in cui è possibile comprendere questo troppo semplice
assioma: -- Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del
pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi
ampliato e ornato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo
e ornandolo nel futuro. Il mondo, quale oggi appare, è un dono magnifico
largito dai pochi ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che
pensano e sentono a coloro che debbono lavorare. -- E riconobbi quindi la
più alta delle mie ambizioni nel desiderio di portare un qualche
ornamento, di aggiungere un qualche valor nuovo a questo umano mondo che
in eterno s'accresce di bellezza e di dolore.
Messomi al conspetto della mia propria anima, io ripensai quel sogno che
più volte occorse a Socrate prendendo ciascuna volta una diversa figura
ma persuadendolo sempre al medesimo officio: -- O Socrate, componi e
coltiva musica. -- Allora appresi che l'officio dell'uomo nobile sia ben
quello di trovare studiosamente nel corso della sua vita una serie di
musiche le quali, pur essendo varie, sieno rette da un sol motivo
dominante ed abbiano l'impronta d'un solo stile. Onde mi parve che da
quell'Antico -- eccellentissimo nell'arte di elevare l'anima umana
all'estremo grado del suo vigore -- potesse anche oggi discendere un
grande ed efficace insegnamento.
Scrutinando sè medesimo e i suoi prossimi, colui aveva scoperto i pregi
inestimabili che conferisce alla vita una disciplina assidua e intenta
sempre in uno scopo certo. La sua somma saggezza mi sembra risplendere
in questo: ch'egli non collocò il suo Ideale fuori della sua pratica
quotidiana, fuori delle realità necessarie, ma ne formò il centro vivo
della sua sostanza e ne dedusse le proprie leggi e secondo quelle si
svolse ritmicamente negli anni, esercitando con tranquilla fierezza i
diritti che quelle gli consentivano, separando -- egli cittadino d'Atene,
e sotto la tirannide dei Trenta e sotto la tirannide plebea -- separando
per deliberato proposito la sua esistenza morale da quella della Città.
Egli volle e seppe conservarsi a sè medesimo fino alla morte. “Io non
obbedisco se non all'Iddio„ voleva significare “Io non obbedisco se non
alle leggi di quello stile a cui, per attuare un mio concetto di ordine
e di bellezza, ho assoggettato la mia natura libera.„
Egli con mano ferma, artefice assai più raro di Apelle e di Protogene,
riuscì a descrivere per una linea continua l'imagine integra di sè
medesimo. E la sublime letizia nell'ultima sera non gli veniva dalla
speranza di quell'altra vita ch'egli aveva rappresentata nel discorso,
ma sì bene dalla visione di quella sua propria imagine che s'integrava
con la morte.
Ah perchè non rivive oggi in qualche terra latina il Maestro che sapeva
con un'arte così profonda e così nascosta risvegliare ed eccitare tutte
le energie dell'intelletto e dell'animo in quanti gli s'accostavano per
ascoltarlo?
Una strana malinconia mi occupava, nell'adolescenza, alla lettura dei
Dialoghi, quando volevo raffigurarmi quel cerchio di discepoli avidi e
inquieti intorno a lui. Ammiravo i più belli, ornati di più nitide
eleganze, su i quali i suoi occhi rotondi e sporgenti -- quei suoi occhi
-nuovi-, in cui era una vista -propria a lui solo- -- si posavano più
spesso. Si prolungavano nella mia imaginazione le avventure dei
forestieri venutigli di lontano come quel trace Antistene che faceva
quaranta stadii al giorno per udirlo e come quell'Euclide che -- avendo
gli Ateniesi fatto divieto d'entrare in Atene ai cittadini di Megara e
decretato per i trasgressori l'ultima pena -- si vestiva di abiti
muliebri, e così vestito e velato esciva dalla sua città in sul vespro,
compiva un lungo cammino per trovarsi presente ai colloquii del Saggio,
quindi all'alba riprendeva la sua via sotto la stessa larva pieno il
petto di un entusiasmo inestinguibile. E mi commoveva la sorte di quel
giovinetto elèo Fedone bellissimo che, fatto prigioniero di guerra nella
sua patria e venduto a un tenitor di postriboli, dal luogo di vergogna
erasene fuggito a Socrate, e aveva ottenuto per opera di lui il riscatto
e partecipato alle feste del puro pensiero.
Pareva a me veramente che quel gioviale maestro vincesse di generosità
il Nazareno. Forse l'Ebreo, se i suoi nemici non l'avessero ucciso nel
fiore degli anni, avrebbe scosso alfine il peso delle sue tristezze e
ritrovato un sapor nuovo nei frutti maturi della sua Galilea e indicato
al suo stuolo un altro Bene. Il Greco aveva sempre amata la vita, e
l'amava, ed insegnava ad amarla. Profeta e divinatore quasi infallibile,
egli accoglieva tutte le anime in cui il suo sguardo profondo scoprisse
una forza, ed in ciascuna sviluppava ed esaltava quella forza nativa;
cosicchè tutte, investite dalla sua fiamma, si rivelavano nella lor
diversità possenti. Il suo più alto pregio era in quell'effetto di cui
l'accusavano i nemici: che dalla sua scuola -- dove convenivano l'onesto
Critone e Platone uranio e il delirante Apollodoro e quel gentil Teeteto
simile a un rivo d'olio fluente senza strepito -- escissero il molle
cirenaico Aristippo e Critia, il più violento dei Trenta Tiranni, e
l'altro tiranno Caricle, e il meraviglioso violator di leggi Alcibiade
che non conobbe limiti alla sua licenza meditata. “Il cuor mi balza
assai più che ai coribanti, quando io odo i discorsi di costui„ diceva
il figliuolo di Clinia, leggiadra fiera coronata di edera e di violette,
tessendo il più fulgido elogio con cui siasi mai deificato in terra un
uomo, alla fine di un convito che dalla bocca del Sileno aveva raccolto
la grande iniziazione di Diotima.
Or quali energie avrebbe stimolate in me un tal maestro? Quali musiche
mi avrebbe condotto a trovare?
Primieramente mi avrebbe cattivato l'animo per quella eletta facoltà
ch'egli possedeva di sentire anche il fascino della bellezza caduca e di
distinguere con una qualche misura i piaceri comuni e di riconoscere il
pregio che l'idea della morte conferisce alla grazia delle cose terrene.
Puro ed austero quant'altri mai nell'atto dello speculare, egli
possedeva tuttavia sensi così squisiti che potevan essere quasi direi
gli artefici eleganti delle sue sensazioni.
Non v'era nei banchetti -- secondo Alcibiade ottimo giudice -- alcuno che
sapesse goderne com'egli sapeva. Sul principio del Simposio di Senofonte
egli contempla con gli altri in lungo silenzio la perfetta bellezza di
Autolico, quasi riconoscendo una presenza sovrumana. Con sottil gusto
discorre, in séguito, dei profumi e della danza e del bere non senza
ornare il discorso d'imagini vivide, come un saggio e come un poeta.
Gareggiando quivi di venustà con Critobulo per gioco, esce in queste
parole carnali: “Poichè ho le labbra tumide non credi tu che io abbia
anche il bacio più molle del tuo?„ Al Siracusano, che dà quivi
spettacoli con una sua auleda e con una danzatrice mirifica e con un
fanciullo ceteratore, consiglia di non più costringere quei tre giovini
corpi a sforzi crudi e a prodigi perigliosi i quali non dànno piacere,
ma di lasciare che la lor puerile freschezza secondando il suono del
flauto prenda le attitudini proprie delle Grazie, delle Ore e delle
Ninfe nelle insigni pitture. Così al disordine che stupisce egli oppone
l'ordine che diletta, rivelandosi anche una volta cultore di musica e
maestro di stile.
Ma il suo ultimo gesto verso una cosa bella vivente amata e frale fu ben
quel che più a dentro mi commosse nel tempo lontano e ancor mi commuove;
perocché la mia anima talvolta ami allentare la sua tensione nelle
malinconie voluttuose e nelle appassionate perplessità che può produrre
in una vita ornata di nobili eleganze il sentimento del continuo
trasmutare, del continuo trapassare, del continuo perire.
Nel dialogo dell'ultima sera non tanto mi conturba quel punto in cui
Critone per incarico di chi deve propinar la cicuta interrompe il
discorso del morituro ammonendolo di non riscaldarsi se vuol che il
veleno abbia rapida efficacia e l'impavido ne sorride e va innanzi
nell'indagine; né tanto mi è dolce quella musicale similitudine dei
cigni indovini e del lor canoro giubilo; né tanto mi stupiscono i
momenti estremi in cui l'uomo compie con brevi atti e con brevi detti la
sua perfezione sì lucidamente e, come quell'artefice il quale abbia dato
alla sua opera l'ultimo tocco, contento riguarda alfine la sua propria
imagine -- miracolo di stile -- che rimarrà immortale in terra; quanto mi
rapisce l'impreveduta pausa che segue i dubbii opposti da Cebete e da
Simmia alla certezza manifestata dal maestro eloquente.
Profonda pausa fu quella, in cui tutte le anime a un tratto cieche si
profondarono come in un abisso, spentosi a un tratto il raggio di foco
appuntato verso il Mistero da colui che stava per entrarvi.
Indovinò il maestro la tristezza di quell'oscurazione subitanea ne' suoi
fedeli; e le ali della sua idea per poco si ripiegarono. La realità gli
si ripresentò nei sensi e lo ritenne anche per poco nel campo del finito
e del percettibile. Egli sentì il tempo scorrere, la vita fluire. Forse
i suoi orecchi raccolsero qualche romore della città magnifica, le sue
nari aspirarono forse il profumo della nuova estate sopravveniente, come
i suoi occhi si posarono sul bel Fedone chiomato.
Poiché era seduto sul letto e accanto a lui sopra uno sgabello basso era
Fedone, pose egli la mano sul capo del discepolo e gli accarezzò e gli
premette i capelli sul collo, avendo già consuetudine di scherzare così
con le dita in quella ricca selva giovenile. Non parlava ancora, tanto
la sua commozione doveva essere intensa e rigata di delizia. Per mezzo
di quella cosa bella vivente e caduca egli comunicava anche una volta
con la vita terrena in cui aveva compiuto la sua perfezione, in cui
aveva effettuato il suo ideale di virtù; e sentiva forse che nulla eravi
oltre, che la sua esistenza finita bastava a sè stessa, che il
prolungamento nell'eterno non era se non una parvenza -- simile all'alone
di un astro -- prodotta dallo splendore straordinario della sua umanità.
Non mai la capellatura del giovinetto d'Elide aveva avuto per lui un
pregio tanto sublime. Egli ne godeva per l'ultima volta, dovendo morire;
e anche sapeva che al dimane in segno di lutto sarebbe stata recisa.
Disse alfine -- e i suoi discepoli non gli avevano mai conosciuto nella
voce un tal suono -- disse: “Domani, o Fedone, tu te le taglierai queste
belle chiome.„ E il chiomato: “Sembra, o Socrate.„
Questo sentimento -- che súbito assunsi ed esaltai in me medesimo
leggendo per la prima volta l'episodio nel dialogo platonico -- mi
divenne in séguito per via di analogie tanto complesso, e tanto l'ebbi
familiare, ch'io ne feci il tema aperto o dissimulato delle musiche alle
quali volli attendere.
Così l'Antico m'insegnò la commemorazione della morte in un modo
consentaneo alla mia natura, affinchè io trovassi un pregio più raro e
un significato più grave nelle cose a me prossime. E m'insegnò a
ricercare e discoprire nella mia natura le virtù sincere come i sinceri
difetti per disporre le une e gli altri secondo un disegno premeditato,
per dare a questi con pazienti cure un'apparenza decorosa, per sollevar
quelle verso la perfezione somma. E m'insegnò ad escludere tutto ciò che
fosse difforme alla mia idea regolatrice, tutto ciò che potesse alterare
le linee della mia imagine, rallentare o interrompere lo sviluppo
ritmico del mio pensiero. E m'insegnò a riconoscere con sicuro intuito
quelle anime su cui esercitare il beneficio e il predominio o da cui
ottenere una qualche straordinaria rivelazione. E anche mi comunicò in
fine la sua fede nel demònico; il quale non era se non la potenza
misteriosamente significativa dello Stile non violabile da alcuno e
neppur da lui medesimo nella sua persona mai.
Pieno di tale ammaestramento e solitario, io mi posi all'opera con la
speranza di riuscire a determinar per un contorno preciso e forte quella
effigie di me alla cui attualità avevan concorso tante cause remote,
operanti da tempo immemorabile a traverso un'infinita serie di
generazioni. La virtù di stirpe, quella che nella patria di Socrate
nomavasi -eugenéia-, mi si rivelava più gagliardamente come più fiero
diveniva il rigore della mia disciplina; e mi cresceva l'orgoglio
insieme con la contentezza, poiché pensavo che troppe altre anime sotto
la prova di quel fuoco avrebbero rivelato o prima o poi la loro essenza
volgare. Ma talvolta dalle radici stesse della mia sostanza -- là dove
dorme l'anima indistruttibile degli avi -- sorgevano all'improvviso getti
di energia così veementi e diritti ch'io pur mi rattristavo riconoscendo
la loro inutilità in un'epoca in cui la vita publica non è se non uno
spettacolo miserabile di bassezza e di disonore. “Certo, è meraviglioso„
mi diceva il demònico “che queste antiche forze barbare si sieno
conservate in te con tanta freschezza. Esse sono ancor belle, se bene
importune. In un altro tempo ti varrebbero a riprendere quell'officio
che si conviene ai tuoi pari; ciò è l'officio di colui che indica una
mèta certa e guida i seguaci a quella. Poiché un tal giorno sembra
lontano, tu cerca per ora, condensandole, di trasformarle in viva
poesia.„
Assai lontano, in verità, appariva il giorno; poichè l'arroganza delle
plebi non era tanto grande quanto la viltà di coloro che la tolleravano
o la secondavano. Vivendo in Roma, io era testimonio delle più
ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano
disonorato un luogo sacro. Come nel chiuso d'una foresta infame, i
malfattori si adunavano entro la cerchia fatale della città divina dove
pareva non potesse novellamente levarsi tra gli smisurati fantasmi
d'imperio se non una qualche magnifica dominazione armata d'un pensiero
più fulgido di tutte le memorie. Come un rigurgito di cloache l'onda
delle basse cupidige invadeva le piazze e i trivii, sempre più putrida e
più gonfia, senza che mai l'attraversasse la fiamma di un'ambizione
perversa ma titanica, senza che mai vi scoppiasse almeno il lampo d'un
bel delitto. La cupola solitaria nella sua lontananza transtiberina,
abitata da un'anima senile ma ferma nella consapevolezza de' suoi scopi,
era pur sempre il massimo segno, contrapposta a un'altra dimora
inutilmente eccelsa dove un re di stirpe guerriera dava esempio mirabile
di pazienza adempiendo l'officio umile e stucchevole assegnatogli per
decreto fatto dalla plebe.
Una sera di settembre, su quell'acropoli quirina custodita dai Tindaridi
gemelli, mentre una folla compatta commemorava con urli bestiali una
conquista di cui non conosceva l'immensità spaventosa (Roma era
terribile come un cratere, sotto una muta conflagrazione di nubi), io
pensai: “Qual sogno potrebbero esaltare nel gran cuore d'un Re questi
incendii del cielo latino! Tale che sotto il suo peso i cavalli
giganteschi di Prassitele si piegherebbero come festuche.... Ah chi
saprà mai abbracciare e fecondare la Madre col suo pensiero
oltrapossente? A lei sola -- al suo grembo di sasso che fu nei secoli
l'origliere della Morte -- a lei sola è dato generar tanta vita che se ne
impregni il mondo un'altra volta.„
E io vedevo, nella mia imaginazione, dietro le vetrate fiammeggianti del
balcone regale, una fronte pallida e contratta su cui, come su quella
del Còrso, era inciso il segno d'un destino sovrumano.
Ma che valeva quel torbido bollore di passioni servili, considerato a
traverso il silenzio da cui Roma è circonfusa per nove giri come da un
fiume tartareo? Mi consolava d'ogni disgusto lo spettacolo sublime
dell'Agro seminato delle più grandi cose morte, onde non sorge mai altro
che fili d'erba, germi di febbre e formidabili pensieri. “Si agita
dentro le mura urbane una gente nuova? Fra poco il vento mi porterà un
po' di cenere. La mia sterilità è fatta di ceneri sovrapposte, preziose
o vili. E non è anche escito dalla montagna il ferro per l'aratro che
dovrà solcarmi.„ Tanto mi significava il sepolcro delle nazioni.
Tuttavia, se lo spettacolo di quel deserto vorace è un sinistro
ammonimento per un popolo vano, esso è per il solitario l'inspiratore
delle più sfrenate ebrezze che possano trascinare un'anima. Fuma dalle
fenditure di quel suolo un vapor febrile che opera sul sangue di certi
uomini come un filtro, producendo una specie di demenza eroica dissimile
ad ogni altra.
D'una tal demenza si sentivano invasi, io penso, i giovinetti delle
bande garibaldine quando entravano nell'Agro. Essi d'un tratto si
trasfiguravano, a un fuoco che li ardeva come sarmenti. E in taluno
quella febbre magnificava l'intimo sogno così ch'egli cessava di far
parte d'una torma compatta e unanime, per assumere una sua persona
propria, un aspetto di combattente singolare, sacro a una gesta che gli
pareva novissima. Bello e nobile di stirpe come un vergine eroe del
tempo d'Ajace, taluno cadendo parve rinnovare in sè il tipo delle
antiche idealità guerriere ma accresciuto d'un ardore senza esempio, che
non gli veniva se non dal premere quel suolo.
Gli invidiai l'evento favorevole, che a me mancava. Più volte, dopo una
meditazione esaltante, divorato da un furioso bisogno di prove, lanciai
il mio cavallo contro una troppo alta maceria e, superando il pericolo
inutile, sentii che sempre e dovunque avrei saputo morire.
Ricordo, come uno dei periodi più intensi nella mia vita, un autunno
trascorso in quotidiana comunione col deserto laziale.
Su quel teatro, ove dinnanzi agli occhi della mia mente si svolgeva un
dramma di stirpi, passavano le vicende dei nuvoli rappresentate da
grandi ombre mutabili comentando le mie finzioni interiori. Talvolta il
silenzio si faceva così cupo e l'odore della morte su dalle gramigne
putride mi ventava in viso così soffocante che io per istinto aderivo
più forte al mio cavallo, quasi volendo riconoscermi vitale dalla sua
vitalità impetuosa. Si lanciava allungandosi come un felino la bella
bestia possente e pareva comunicarmi la fiamma inestinguibile che ardeva
nel suo sangue puro. Allora, per qualche minuto, m'occupava l'ebrezza.
Sviluppando l'impeto della corsa e del pensiero in una linea parallela
alle gigantesche vertebre degli acquedotti, verso l'orizzonte ingombro,
io sentivo nascere e dilatarsi in me un fervore indescrivibile, misto di
orgasmo fisico, di orgoglio intellettuale, di speranze confuse; e
secondava e moltiplicava le mie energie la presenza di quelle opere
d'uomini, di quei superstiti testimonii umani su la totale morte, di
quei terribili archi rossastri che cavalcano da secoli in una catena
invitta contro la minaccia del cielo.
Solo, senza consanguinei prossimi, senz'alcun legame comune,
indipendente da ogni potestà familiare, padrone assoluto di me e del mio
bene, io aveva allora profondissimo in quella solitudine -- come in
nessun altro tempo e in nessun altro luogo -- il sentimento della mia
progressiva e volontaria individuazione verso un ideal tipo latino. Io
sentiva accrescersi e determinarsi il mio essere nei suoi caratteri
proprii, nelle sue particolarità distinte, di giorno in giorno, sotto
l'assiduo sforzo del meditare, dell'affermare e dell'escludere.
L'aspetto della campagna, così preciso e sobrio nella sua membratura e
nel suo colore, m'era di continuo esempio e di continuo stimolo, avendo
pel mio intelletto l'efficacia di un insegnamento sentenziale. Ciascuno
sviluppo di linee, in fatti, s'inscriveva sul cielo col significato
sommario di una sentenza incisiva e con l'impronta costante di un unico
stile.
Ma la virtù mirabile d'un tale insegnamento era in questo: che, mentre
mi portava a conseguire nella mia vita interiore l'esattezza di un
disegno studiato, non inaridiva le fonti spontanee della commozione e
del sogno, anzi le eccitava a un'attività più alta. D'improvviso un solo
pensiero mi diveniva così intenso e così ardente che m'appassionava sino
al delirio, come una speciosa forma creata da un prestigio; e tutto il
mio mondo n'era sparso d'ombre e di luci nuove. Un getto di poesia
erompeva dall'intimo empiendomi l'anima di musica e di freschezza
ineffabili; e i desiderii e le speranze s'alzavano con un felice ardire.
-- Così talvolta su l'Agro il tramonto d'autunno versava la lava
impalpabile delle sue eruzioni: lunghe correnti sulfuree solcavano il
piano ineguale; le bassure s'empivano di tenebra, simili a voragini
allora aperte; gli acquedotti s'incendiavano dalle basi ai fastigi;
tutta la landa pareva tornata alle sue origini vulcaniche nell'alba dei
tempi. -- Così talvolta su dall'erba molle disfavillante al mattino le
allodole si partivano subitamente cantando con un'ascensione
vertiginosa, come spiriti di gioia in alto in alto rapiti nel più puro
azzurro, invisibili ad occhi umani, e su la mia anima attonita la cupola
del cielo echeggiava tutta quanta della loro ebrezza canora.
Quella solitudine poteva dunque dare, più d'ogni altra, il grado di
follia e il grado di lucidità necessarii a un asceta ambizioso: a un
asceta il quale, rinnovellando il senso originario della parola austera,
volesse come gli antichi agonisti prepararsi con rigida disciplina alle
lotte e alle dominazioni terrene.
“Quale ardua colonna, quale igneo deserto, qual cima inaccessa, qual
caverna senza fondo, quale stagno febrifero, qual più ermo più nudo e
più tragico luogo può vincer questo nella virtù di accendere la
scintilla sacra della follia in colui che si creda destinato a incidere
su nuove tavole nuove leggi per l'anima religiosa dei popoli?„ io
pensava, mentre i presentimenti delle forme increate sorgevano in me
favorite da quel silenzio medesimo in cui si adunavano tante forme
estinte di nostra umanità. “Qui tutto è morto, ma tutto può rivivere
all'improvviso in uno spirito che abbia una dismisura e un calore
bastevoli a compiere il prodigio. Come imaginare la grandezza e la
terribilità d'una tal resurrezione? Colui il quale potesse contenerla
nella sua coscienza parrebbe a sè medesimo e agli altri invasato da una
forza misteriosa e incalcolabile, assai maggiore di quella che assaliva
la Pitia antica. Per la sua bocca non parlerebbe il furor d'un dio
presente nel tripode, ma sì bene il genio stesso delle stirpi custode
funereo d'innumerevoli destini già compiuti. Il suo oracolo non sarebbe
uno spiraglio dischiuso verso un mondo soprasensibile ma l'ammonimento
di tutte le saggezze umane mescolato al soffio della Terra, di questa
prima vaticinatrice secondo il verbo di Eschilo. E un'altra volta le
moltitudini si chinerebbero d'avanti all'apparenza divina della sua
follia, non come in Delfo per sollecitare le oscure sentenze del dio
obliquo, ma per ricevere il lucido responso della vita anteriore, quel
responso che non diede il Nazareno. Troppo era ignaro costui e troppo
era petroso il deserto ch'egli scelse per trovarvi la sua rivelazione,
laggiù sotto le montagne della Giudea, alla riva occidentale del Mar
Morto: luogo di rupi e d'abissi, privo d'ogni vestigio, cieco d'ogni
pensiero. Non temeva gli sciacalli famelici il giovine solitario ma
temeva i pensieri. La sua mano scarna sapeva mansuefare le bestie
selvagge; ma qualche pensiero, se ardente e dominatore come quelli che
errano nel deserto laziale, lo avrebbe divorato. Quando l'angelo malo lo
spinse alla vetta della montagna e gli additò le contrade fertili
sottoposte e gli indicò la direzione dei varii regni del mondo e le
correnti profonde e vorticose del desiderio umano, egli chiuse le
palpebre: non volle vedere, non volle sapere. Ma il Rivelatore deve
estendere oltre ogni limite l'orizzonte della sua coscienza abbracciando
e i giorni e gli anni e i secoli e i millennii perchè la sua verità,
emanante dalla somma della vita vissuta dagli uomini fino all'ora
presente, sembri un foco in cui possano raccogliersi armonizzarsi e
moltiplicarsi le energie ascensionali del più gran numero di generazioni
per proseguire più dirittamente e più concordemente verso idealità
sempre più pure.„
Anche m'accompagnava talvolta il fantasma di colui che un giorno
credette di aver creato il nuovo Re di Roma. “Mancò„ pensavo “mancò
anche a questo sovrammirabile suscitatore di volontà eroiche e allegro
vendemmiatore di sangue giovenile un esercizio ascetico sul sepolcro
delle nazioni. S'egli avesse potuto per poco torcere il suo spirito
dalle cose che l'incalzavano e inclinarlo verso le cose immobili,
avrebbe forse scoperta un'idea più grande della sua persona mortale e
l'avrebbe eletta regolatrice della sua gesta; e il suo latin sogno
d'imperio si sarebbe addensato e fatto grave e tenace così che la forza
degli eventi ed egli medesimo non avrebbero potuto dissiparlo e
distruggerlo per sempre come fecero. Ma la sua idea, troppo legata alla
sua vita cotidiana, troppo umana, doveva morire con lui. Egli non potè
conoscere il segreto per cui l'uomo prolunga nel tempo l'efficacia
dell'atto. Veementi quant'altri mai erano gli impulsi che partivano
dall'uomo, ma breve e malcerto era il loro propagarsi perchè essi
avevano origine in un centro di potenze spontanee non sottoposte a
nessun concetto superiormente formato da un ordine severo di
meditazioni. La sua opera non fu quindi superiore a lui stesso e non
durò se non quanto può durare una strage. I vecchi oracoli regolarono il
suo destino. Il responso pronunciato dalla Pitia intorno alle sorti di
Corinto potè, dopo millennii, valere anche per lui: -- -Un'aquila ha
concepito posando sopra una rupe; e partorirà un fierissimo leone,
cupido di carne umana, e che opererà molta strage.- -- Egli non fece se
non obbedire a questo fato, come il tirannello Cipselo. E il Re di Roma
si dileguò come un filo di fumo, vanissimamente.„
Di tal colore erano i pensieri che mi suscitava l'aspetto di un luogo il
qual fu -- secondo il verbo di Dante -- dalla stessa natura disposto
all'universale imperio: -ad universaliter principandum.- E, mentre mi
tornavano alla memoria gli argomenti danteschi a dimostrare il buon
diritto della dominazione romana, occupava la cima del mio intelletto
quella sentenza che nella sua forma esatta e rigida i popoli latini, se
volenterosi di rinascere, dovrebbero adottare a norma dei loro istituti
di vita: -- MAXIME NOBILI, MAXIME PRÆESSE CONVENIT; al massime nobile si
conviene massime essere preposto.
E io pensava, accompagnato dal grande e tirannico spirito: “O venerando
padre di nostro eloquio, tu avevi fede nella necessità delle gerarchie e
delle differenze tra gli uomini; tu credevi alla superiorità della virtù
trasferita per ragione ereditaria nel sangue; fermamente credevi a una
virtù di stirpe la qual potesse per gradi, d'elezione in elezione,
elevar l'uomo al più alto splendore di sua bellezza morale. Esponendo la
genealogia di Enea, tu vedesti nel “concorso del sangue„ una certa
predestinazion divina. Ora, per qual misterioso concorso di sangui, da
qual vasta esperienza di culture, in qual propizio accordo di
circostanze sorgerà il nuovo Re di Roma? -Natura ordinatus ad
imperandum-, dalla natura ordinato a imperare, ma dissimile ad ogni
altro monarca, egli non verrà a riconfermare o a rialzare i valori che
da troppo tempo i popoli -- sotto l'influsso delle varie dottrine --
soglion dare alle cose della vita; ma sì bene verrà ad abolirli o ad
invertirli. Conoscendo tutte le significazioni dei casi che compongono
la storia degli uomini e avendo penetrata l'essenza di tutte le volontà
sovrane che determinarono i maggiori moti, egli sarà capace di construir
compiutamente e di gittar verso l'avvenire quell'ideal ponte su cui
alfine le stirpi privilegiate potranno valicar l'abisso che oggi sembra
dividerle dal dominio ambito.„
E questa imagine di re, tra tutte le imagini espresse dal suolo sacro ed
entrate nella mia anima, mi era talvolta così visibile che quasi
parevami una forma creata; e ardentemente io la contemplavo, mentre sul
mio intelletto balenavano d'indescrivibile bellezza idee repentine e
s'oscuravano per non risplendere forse mai più.
Così la campagna di Roma col suo severo insegnamento mi confortava a
conseguire la mia piena virilità, ad affermare la mia sovranità
interiore, a disegnare con man ferma quella “linea circonferenziale di
che si genera la bellezza umana„ secondo il verbo di Leonardo. E io mi
chiedeva, alla fine di ciascun giorno: “Di quali pensieri si è
accresciuto il mio tesoro? Quali nuove energie si sono sviluppate dalla
mia sostanza? Quali nuove possibilità ho intraveduto?„ E volevo che
ciascun giorno portasse l'impronta del mio stile, si distinguesse per un
segno d'arte vigorosa, per un qualche fiero emblema di vittoria,
porgendomi la familiarità di Tucidide l'esempio di que' suoi strateghi
che costantemente fanno una bella e precisa concione, combattono poi con
tutte le forze ed in ultimo elevano sul campo un trofeo.
-- -Cui bono?- -- ripeteva intanto da lungi e da presso uno stuolo
crepuscolare con voci non dissimili a quelle degli eunuchi. -- Quale è il
senso, quale è il pregio della vita? Perchè vivere? Perchè affaticarsi?
Tutti gli sforzi sono inutili, tutto è vanità e dolore. Noi dobbiamo
uccidere le nostre passioni l'una dopo l'altra e intendere ad estirpar
dalle radici la speranza e il desiderio che sono la causa della vita. La
rinuncia, la piena inconscienza, il dissolvimento di tutti i sogni,
l'annientamento assoluto: -- ecco la liberazione finale!
Era una misera gente affetta di lebbra quella che iterava il lagno
stucchevole. Gli antichi Persiani, come narra il freschissimo Erodoto,
arrecavano a falli commessi -contro il Sole- la turpe infermità. E
quella gente servile aveva, in fatti, offeso il Sole.
Una parte di essa, sperando di mondarsi, si immergeva in grandi lavacri
di pietà e vi si mollificava e distemperava con molta compunzione. Ma lo
spettacolo non era men disgustoso.
Volgevo gli occhi e tendevo gli orecchi altrove; e una superba
allegrezza mi agitava allora i precordii, poiché i miei occhi non velati
di lacrime vedevano tutte le linee e tutti i colori, poiché i miei
orecchi sani e vigili udivano tutti i suoni e tutti i ritmi, poiché il
mio spirito poteva senza limiti gioire delle apparenze fugaci e sapeva
coltivare in sè ben altre melancolie e trovare il più amabile pregio
della vita appunto nella rapidità delle sue metamorfosi e nella densità
dei suoi misteri. “O molteplice Bellezza del Mondo„ io pregava allora
“non a te soltanto sale la mia lode; non a te soltanto, ma anche ai miei
maggiori, ma anche a quelli che seppero gioire di te nei secoli remoti e
mi trasmisero il loro fervido e ricco sangue. Lodati sieno ora e sempre
per le belle ferite che apersero, per i belli incendii che suscitarono,
per le belle tazze che votarono, per le belle vesti che vestirono, per i
bei palafreni che blandirono, per le belle femmine che godettero, per
tutte le loro stragi, le loro ebrezze, le loro magnificenze e le loro
lussurie sieno lodati; perchè così mi formarono essi questi sensi in cui
tu puoi vastamente e profondamente specchiarti, o Bellezza del Mondo,
come in cinque vasti e profondi mari!„
Chiedevano intanto i poeti, scoraggiati e smarriti, dopo aver esausta la
dovizia delle rime nell'evocare imagini d'altri tempi, nel piangere le
loro illusioni morte e nel numerare i colori delle foglie caduche;
chiedevano, alcuni con ironia, altri pur senza: “Qual può essere oggi il
nostro officio? Dobbiamo noi esaltare in senarii doppii il suffragio
universale? Dobbiamo noi affrettar con l'ansia dei decasillabi la caduta
dei re, l'avvento delle repubbliche, l'accesso delle plebi al potere?
Non è in Roma, come già fu in Atene, un qualche demagogo Cleofonte
fabbricante di lire? Noi potremmo, per modesta mercede, con i suoi
stessi strumenti accordati da lui, persuadere gli increduli che nel
gregge è la forza, il diritto, il pensiero, la saggezza, la luce....„
Ma nessuno tra loro, più generoso e più ardente, si levava a rispondere:
“Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio. Difendete il
sogno che è in voi! Poichè oggi non più i mortali tributano onore e
riverenza ai cantori alunni della Musa che li predilige, come diceva
Odisseo, difendetevi con tutte le armi, e pur con le beffe se queste
valgano meglio delle invettive. Attendete ad inacerbire con i più acri
veleni le punte del vostro scherno. Fate che i vostri sarcasmi abbiano
tal virtù corrosiva che giungano sino alla midolla e la distruggano.
Bollate voi sino all'osso le stupide fronti di coloro che vorrebbero
mettere su ciascuna anima un marchio esatto come su un utensile sociale
e fare le teste umane tutte simili come le teste dei chiodi sotto la
percussione dei chiodajuoli. Le vostre risa frenetiche salgano fino al
cielo, quando udite gli stallieri della Gran Bestia vociferare
nell'assemblea. Proclamate e dimostrate per la gloria dell'Intelligenza
che le loro dicerie non sono men basse di quei suoni sconci con cui il
villano manda fuori per la bocca il vento dal suo stomaco rimpinzato di
legumi. Proclamate e dimostrate che le loro mani, a cui il vostro padre
Dante darebbe l'epiteto medesimo ch'egli diede alle unghie di Taide,
sono atte a raccattar lo stabbio ma non degne di levarsi per sancire una
legge nell'assemblea. Difendete il Pensiero ch'essi minacciano, la
Bellezza ch'essi oltraggiano! Verrà un giorno in cui essi tenteranno di
ardere i libri, di spezzare le statue, di lacerare le tele. Difendete
l'antica liberale opera dei vostri maestri e quella futura dei vostri
discepoli, contro la rabbia degli schiavi ubriachi. Non disperate,
essendo pochi. Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del
mondo: il Verbo. Un ordine di parole può vincere d'efficacia micidiale
una formula chimica. Opponete risolutamente la distruzione alla
distruzione!„
E i patrizii, spogliati d'autorità in nome dell'uguaglianza, considerati
come ombre d'un mondo scomparso per sempre, infedeli i più alla loro
stirpe e ignari o immemori delle arti di dominio professate dai loro
avi, anche chiedevano: “Qual può essere oggi il nostro officio? Dobbiamo
noi ingannare il tempo e noi stessi cercando di alimentare tra le
memorie appassite qualche gracile speranza, sotto le volte istoriate di
sanguigna mitologia, troppo ampie pel nostro diminuito respiro? O
dobbiamo noi riconoscere il gran dogma dell'Ottantanove, aprire i
portici dei nostri cortili all'aura popolare, coronar di lumi i nostri
balconi di travertino nelle feste dello Stato, diventar soci dei
banchieri ebrei, esercitar la nostra piccola parte di sovranità
riempiendo la scheda del voto coi nomi dei nostri mezzani, dei nostri
sarti, dei nostri cappellai, dei nostri calzolai, dei nostri usurai e
dei nostri avvocati?„
Qualcuno tra loro -- mal disposto alle rinunzie pacifiche, ai tedii
eleganti e alle sterili ironie -- rispondeva: “Disciplinate voi stessi
come i vostri cavalli da corsa, aspettando l'evento. Apprendete il
metodo per affermare e afforzare la vostra persona come avete appreso
quello per vincere nell'ippòdromo. Costringete con la vostra volontà
alla linea retta e allo scopo fermo tutte le vostre energie, e pur le
vostre passioni più tumultuose e i vostri vizii più torbidi. Siate
convinti che l'essenza della persona supera in valore tutti gli
attributi accessorii e che la sovranità interiore è il principal segno
dell'aristòcrate. Non credete se non nella forza temprata dalla lunga
disciplina. La forza è la prima legge della natura, indistruttibile,
inabolibile. La disciplina è la superior virtù dell'uomo libero. Il
mondo non può essere constituito se non su la forza, tanto nei secoli di
civiltà quanto nelle epoche di barbarie. Se fossero distrutte da un
altro diluvio deucalionico tutte le razze terrestri e sorgessero nuove
generazioni dalle pietre, come nell'antica favola, gli uomini si
batterebbero tra loro appena espressi dalla Terra generatrice, finchè
uno, il più valido, non riuscisse ad imperar su gli altri. Aspettate
dunque e preparate l'evento. Per fortuna lo Stato eretto su le basi del
suffragio popolare e dell'uguaglianza, cementato dalla paura, non è
soltanto una costruzione ignobile ma è anche precaria. Lo Stato non deve
essere se non un instituto perfettamente adatto a favorire la graduale
elevazione d'una classe privilegiata verso un'ideal forma di esistenza.
Su l'uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia, voi
andrete dunque formando una oligarchia nuova, un nuovo reame della
forza; e riuscirete in pochi, o prima o poi, a riprendere le redini per
domar le moltitudini a vostro profitto. Non vi sarà troppo difficile, in
vero, ricondurre il gregge all'obedienza. Le plebi restano sempre
schiave, avendo un nativo bisogno di tendere i polsi ai vincoli. Esse
non avranno dentro di loro giammai, fino al termine dei secoli, il
sentimento della libertà. Non vi lasciate ingannare dalle loro
vociferazioni e dalle loro contorsioni sconce; ma ricordatevi sempre che
l'anima della Folla è in balia del Pánico. Vi converrà dunque,
all'occasione, provvedere fruste sibilanti, assumere un aspetto
imperioso, ingegnar qualche allegro stratagemma. Il polítropo Ulisse,
quando trascorreva il campo per ridurre tutti nel fòro, se imbattevasi
in qualche plebeo vociferante lo castigava con lo scettro, -taci-,
garrendo, -taci, tu codardo, tu imbelle e nei consigli nullo-. Il nobile
demagogo Alcibiade, perito quant'altri mai nel governo della Gran
Bestia, così dava principio a una sua concione per l'impresa di Sicilia:
-- -A me, più che ad altri, si aspetta, o Ateniesi, il comando; e del
comando io mi stimo degno.- -- Ma nessuno ammaestramento, in verità, è
più profondo e più per voi opportuno di quello offertovi da Erodoto sul
principio del libro di Melpomene. Eccolo. -- Gli Sciti, rimasti
ventott'anni lungi dalla patria per aver tenuto l'imperio dell'Asia
superiore, dopo sì lungo intervallo volendo ad essa ritornare,
incontrarono un non minor travaglio di quello che avevan durato nella
guerra medica. Un grande esercito ostile lor precludeva l'accesso. E
tanto avveniva perchè le donne scitiche, prive per lungo tempo dei loro
uomini, ai servi s'erano abbandonate. E dai servi e dalle donne era
sorta una generazione di giovani; i quali, consapevoli della propria
origine, s'eran messi contro a coloro che tornavan dalla Media e
primieramente, ad impedire il passo, avevano praticato uno scavo e dai
monti taurici prolungatolo fino alla Palude Meotide, che molto è vasta.
Seguitarono poi a respingere con valide opere di difesa il tentato
assalto degli Sciti; e come questi ultimi dopo varii conflitti vedevano
di non potere in alcun modo avanzar con le armi, un d'essi appunto così
prese a dire: O Sciti, a che mai stiamo qui travagliando? Nel combattere
coi nostri servi noi ci assottigliamo per le continue morti, e se noi li
uccidiamo non facciam altro che scemare il numero dei nostri futuri
soggetti. Onde io penso che ci convenga smettere e le aste e i dardi e
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