seguirono l’esempio. Cirù rimase di guardia.
Prima di scendere, Gialluca, mostrando al compagno una parte del collo,
disse:
“Guarda che tenghe a qua.”
Massacese guardò e disse:
“’Na cosa da niente. N’n ce penzà.”
C’era un rossore simile a quello che produce la puntura di un insetto, e
in mezzo al rossore un piccolo nodo.
Gialluca soggiunse:
“Me dole.”
Nella notte si mutò il vento; e il mare cominciò ad ingrossare. Il
trabaccolo si mise a ballare sopra le onde, trascinato a levante,
perdendo cammino. Gialluca, nella manovra, gittava ogni tanto un piccolo
grido, perchè ad ogni movimento brusco del capo sentiva dolore.
Ferrante La Selvi gli domandò:
“Che tieni?”
Gialluca, alla luce dell’alba, mostrò il suo male. Su la cute il rossore
era cresciuto, ed un piccolo tumore aguzzo appariva nel mezzo.
Ferrante, dopo avere osservato, disse anche lui:
“’Na cosa da niente. N’n ce penzà.”
Gialluca prese un fazzoletto e si fasciò il collo. Poi si mise a fumare.
Il trabaccolo, scosso dai cavalloni e trascinato dal vento contrario,
fuggiva ancora verso levante. Il romore del mare copriva le voci.
Qualche ondata si spezzava sul ponte, ad intervalli, con un suono sordo.
Verso sera la burrasca si placò; e la luna emerse come una cupola di
fuoco. Ma poichè il vento cadde, il trabaccolo rimase quasi fermo nella
bonaccia; le vele si afflosciarono. Di tanto in tanto sopravveniva un
soffio passeggiero.
Gialluca si lamentava del dolore. Nell’ozio, i compagni cominciarono ad
occuparsi del suo male. Ciascuno suggeriva un rimedio differente. Cirù,
ch’era il più anziano, si fece innanzi e suggerì un empiastro di mele e
di farina. Egli aveva qualche vaga cognizione medica, perchè la moglie
sua in terra esercitava la medicina insieme con l’arte magica e guariva
i mali con i farmachi e con le cabale. Ma la farina e le mele mancavano.
La galletta non poteva essere efficace.
Allora Cirù prese una cipolla e un pugno di grano; pestò il grano,
tagliuzzò la cipolla, e compose l’empiastro. Al contatto di quella
materia, Gialluca sentì crescere il dolore. Dopo un’ora si strappò dal
collo la fasciatura e gittò ogni cosa in mare, invaso da un’impazienza
irosa. Per vincere il fastidio, si mise al timone e resse la sbarra
lungo tempo. S’era levato il vento, e le vele palpitavano gioiosamente.
Nella chiara notte un’isoletta, che doveva essere Pelagosa, apparve in
lontananza come una nuvola posata su l’acqua.
Alla mattina Cirù, che omai aveva impreso a curare il male, volle
osservare il tumore. La gonfiezza erasi dilatata occupando gran parte
del collo ed aveva assunta una nuova forma ed un colore più cupo che su
l’apice diveniva violetto.
“E che è quesse?” egli esclamò, perplesso, con un suono di voce che fece
trasalire l’infermo. E chiamò Ferrante, i due Talamonte, li altri.
Le opinioni furono varie. Ferrante imaginò un male terribile da cui
Gialluca poteva rimanere soffocato. Gialluca, con li occhi aperti
straordinariamente, un po’ pallido, ascoltava i prognostici. Come il
cielo era coperto di vapori e il mare appariva cupo e stormi di gabbiani
si precipitavano verso la costa gridando, una specie di terrore scese
nell’animo di lui.
Alla fine Talamonte minore sentenziò:
“È ’na fava maligna.”
Li altri assentirono:
“Eh, po ésse’.”
Infatti, il giorno dopo, la cuticola del tumore fu sollevata da un siero
sanguigno e si lacerò. E tutta la parte prese l’apparenza di un nido di
vespe, d’onde sgorgavano materie purulente in abbondanza.
L’infiammazione e la suppurazione si approfondivano e si estendevano
rapidamente.
Gialluca, atterrito, invocò san Rocco che guarisce le piaghe. Promise
dieci libbre di cera, venti libbre. Egli s’inginocchiava in mezzo al
ponte, tendeva le braccia verso il cielo, faceva i voti con un gesto
solenne, nominava il padre, la madre, la moglie, i figliuoli. D’in
torno, i compagni si facevano il segno della croce, gravemente, ad ogni
invocazione.
Ferrante La Selvi, che sentì giungere un gran colpo di vento, gridò con
la voce rauca un comando, in mezzo al romorío del mare. Il trabaccolo si
piegò tutto sopra un fianco. Massacese, i Talamonte, Cirù si gittarono
alla manovra. Nazareno strisciò lungo un albero. Le vele in un momento
furono ammainate: rimasero i due fiocchi. E il trabaccolo, barcollando
da banda a banda, si mise a correre a precipizio su la cima dei flutti.
“Sante Rocche! Sante Rocche!” gridava con più fervore Gialluca, eccitato
anche dal tumulto circostante, curvo su le ginocchia e su le mani per
resistere al rullío.
Di tratto in tratto un’ondata più forte si rovesciava su la prua:
l’acqua salsa invadeva il ponte da un capo all’altro.
“Va a basse!” gridò Ferrante a Gialluca.
Gialluca discese nella stiva. Egli sentiva un calore molesto e
un’aridezza per tutta la pelle; e la paura del male gli chiudeva lo
stomaco. Là sotto, nella luce fievole, le forme delle cose assumevano
apparenze singolari. Si udivano i colpi profondi del flutto contro i
fianchi del naviglio e li scricchiolii di tutta quanta la compagine.
Dopo mezz’ora, Gialluca riapparve su ’l ponte, smorto come se uscisse da
un sepolcro. Egli amava meglio stare all’aperto, esporsi all’ondata,
vedere li uomini, respirare il vento.
Ferrante, sorpreso da quel pallore, gli domandò:
“E mo’ che tieni?”
Li altri marinai, dai loro posti, si misero a discutere i rimedi; ad
alta voce, quasi gridando, per superare il fragore della burrasca. Si
animavano. Ciascuno aveva un metodo suo. Ragionavano con sicurezza di
dottori. Dimenticavano il pericolo, nella disputa. Massacese aveva
visto, due anni avanti, un vero medico operare su ’l fianco di Giovanni
Margadonna, in un caso simile. Il medico tagliò, poi strofinò con pezzi
di legno intinti in un liquido fumante, bruciò così la piaga. Levò con
una specie di cucchiaio la carne arsa che somigliava fondiglio di caffè.
E Margadonna fu salvo.
Massacese ripeteva, quasi esaltato, come un cerusico feroce:
“S’ha da tajià! S’ha da tajià!”
E faceva l’atto del taglio, con la mano, verso l’infermo.
Cirù fu del parere di Massacese. I due Talamonte anche convennero.
Ferrante La Selvi scoteva il capo.
Allora Cirù fece a Gialluca la proposta. Gialluca si rifiutò.
Cirù, in un impeto brutale ch’egli non potè trattenere, gridò:
“Muòrete!”
Gialluca divenne più pallido e guardò il compagno con due larghi occhi
pieni di terrore.
Cadeva la notte. Il mare nell’ombra pareva che urlasse più forte. Le
onde luccicavano, passando nella luce gittata dal fanale di prua. La
terra era lontana. I marinai stavano afferrati a una corda per resistere
contro i marosi. Ferrante governava il timone, lanciando di tratto in
tratto una voce nella tempesta:
“Va a basse, Giallù!”
Gialluca, per una strana ripugnanza a trovarsi solo, non voleva
discendere, quantunque il male lo travagliasse. Anch’egli si teneva alla
corda, stringendo i denti nel dolore. Quando veniva una ondata, i
marinai abbassavano la testa e mettevano un grido concorde, simile a
quello con cui sogliono accompagnare un comune sforzo nella fatica.
Uscì la luna da una nuvola, diminuendo l’orrore. Ma il mare si mantenne
grosso tutta la notte.
La mattina Gialluca, smarrito, disse ai compagni:
“Tajiáte.”
I compagni prima s’accordarono, gravemente; tennero una specie di
consulto decisivo. Poi osservarono il tumore ch’era eguale al pugno di
un uomo. Tutte le aperture, che dianzi gli davano l’apparenza di un nido
di vespe o di un crivello, ora ne formavano una sola.
Disse Massacese:
“Curagge! Avande!”
Egli doveva essere il cerusico. Provò su l’unghia la tempra delle lame.
Scelse infine il coltello di Talamonte maggiore, ch’era affilato di
fresco. Ripetè:
“Curagge! Avande!”
Quasi un fremito d’impazienza scoteva lui e li altri.
L’infermo ora pareva preso da uno stupidimento cupo. Teneva li occhi
fissi su ’l coltello, senza dire niente, con la bocca semiaperta, con le
mani penzoloni lungo i fianchi, come un idiota.
Cirù lo fece sedere, gli tolse la fasciatura, mettendo con le labbra
quei suoni istintivi che indicano il ribrezzo. Un momento, tutti si
chinarono su la piaga, in silenzio, a guardare. Massacese disse:
“Cusì e cusì,” indicando con la punta del coltello la direzione dei
tagli.
Allora, d’un tratto, Gialluca ruppe in un gran pianto. Tutto il suo
corpo veniva scosso dai singhiozzi.
“Curagge! Curagge!” gli ripetevano i marinai, prendendolo per le
braccia.
Massacese incominciò l’opera. Al primo contatto della lama, Gialluca
gittò un urlo; poi, stringendo i denti, metteva quasi un muggito
soffocato.
Massacese tagliava lentamente, ma con sicurezza; tenendo fuori la punta
della lingua, per una abitudine ch’egli aveva nel condur le cose con
attenzione. Come il trabaccolo barcollava, il taglio riusciva ineguale;
il coltello ora penetrava più, ora meno. Un colpo di mare fece affondare
la lama dentro i tessuti sani. Gialluca gittò un altro urlo,
dibattendosi, tutto sanguinante, come una bestia tra le mani dei beccai.
Egli non voleva più sottomettersi.
“No, no, no!”
“Vien’ a qua! Vien’ a qua!” gli gridava Massacese, dietro, volendo
seguitare la sua opera perchè temeva che il taglio interrotto fosse più
pericoloso.
Il mare, ancora grosso, romoreggiava in torno, senza fine. Nuvole in
forma di trombe sorgevano dall’ultimo termine ed abbracciavano il cielo
deserto d’uccelli. Oramai, in mezzo a quel frastuono, sotto quella luce,
una eccitazione singolare prendeva quelli uomini. Involontariamente,
essi, nel lottare col ferito per tenerlo fermo, s’adiravano.
“Vien’ a qua!”
Massacese fece altre quattro o cinque incisioni, rapidamente, a caso.
Sangue misto a materie biancastre sgorgava dalle aperture. Tutti n’erano
macchiati, tranne Nazareno che stava a prua, tremante, sbigottito
dinanzi all’atrocità della cosa.
Ferrante La Selvi, che vedeva la barca pericolare, diede un comando a
squarciagola:
“Molla le scòtteee! Butta ’l timone a l’ôrsa!”
I due Talamonte, Massacese, Cirù manovrarono. Il trabaccolo riprese a
correre beccheggiando. Si scorgeva Lissa in lontananza. Lunghe zone di
sole battevano su le acque, sfuggendo di tra le nuvole; e variavano
secondo le vicende celesti.
Ferrante rimase alla sbarra. Li altri marinai tornarono a Gialluca.
Bisognava nettare le aperture, bruciare, mettere le filacce.
Ora il ferito era in una prostrazione profonda. Pareva che non capisse
più nulla. Guardava i compagni, con due occhi smorti, già torbidi come
quelli delli animali che stanno per morire. Ripeteva, ad intervalli,
quasi fra sè:
“So’ morto! So’ morto!”
Cirù, con un po’ di stoppa grezza, cercava di pulire; ma aveva la mano
rude, irritava la piaga. Massacese, volendo fino all’ultimo seguire
l’esempio del cerusico di Margadonna, aguzzava certi pezzi di legno
d’abete, con attenzione. I due Talamonte si occupavano del catrame,
poichè il catrame bollente era stato scelto per bruciare la piaga. Ma
era impossibile accendere il fuoco su ’l ponte che ad ogni momento
veniva allagato. I due Talamonte discesero sotto coperta.
Massacese gridò a Cirù:
“Lava nghe l’acqua de mare!”
Cirù seguì il consiglio. Gialluca si sottometteva a tutto, facendo un
lagno continuo, battendo i denti. Il collo gli era diventato enorme,
tutto rosso, in alcuni punti quasi violaceo. In torno alle incisioni
cominciavano ad apparire alcune chiazze brunastre. L’infermo provava
difficoltà a respirare, a inghiottire; e lo tormentava la sete.
“Arcummánnete a sante Rocche,” gli disse Massacese che aveva finito di
aguzzare i pezzi di legno e che aspettava il catrame.
Spinto dal vento, il trabaccolo ora deviava in su, verso Sebenico,
perdendo di vista l’isola. Ma, quantunque le onde fossero ancora forti,
la burrasca accennava a diminuire. Il sole era a mezzo del cielo, tra
nuvole color di ruggine.
I due Talamonte vennero con un vaso di terra pieno di catrame fumante.
Gialluca s’inginocchiò, per rinnovare il voto al santo. Tutti si fecero
il segno della croce.
“Oh sante Rocche, sálveme! Te ’mprumette ’na lampa d’argente e l’uoglie
pe’ tutte l’anne e trenta libbre de ciere. Oh sante Rocche, sálveme tu!
Tenghe la mojie e li fijie.... Pietà! Misericordie, sante Rocche mi’!”
Gialluca teneva congiunte le mani; parlava con voce che pareva non fosse
più la sua. Poi si rimise a sedere, dicendo semplicemente a Massacese:
“Fa.”
Massacese avvolse in torno ai pezzi di legno un po’ di stoppa; e a mano
a mano ne tuffava uno nel catrame bollente e con quello strofinava la
piaga. Per rendere più efficace e profonda la bruciatura, versò anche il
liquido nelle ferite. Gialluca non mosse un lamento. Li altri
rabbrividivano, in conspetto di quello strazio.
Disse Ferrante La Selvi, dal suo posto, scotendo il capo:
“L’avet’accise!”
Li altri portarono sotto coperta Gialluca semivivo; e l’adagiarono sopra
una branda. Nazareno rimase a guardia, presso l’infermo. Si udivano di
là le voci gutturali di Ferrante che comandava la manovra e i passi
precipitati dei marinai. La -Trinità- virava, scricchiolando. A un
tratto Nazareno si accorse d’una falla da cui entrava acqua; chiamò. I
marinai discesero, in tumulto. Gridavano tutti insieme, provvedendo in
furia a riparare. Pareva un naufragio.
Gialluca, benchè prostrato di forze e d’animo, si rizzò su la branda,
immaginando che la barca andasse a picco; e s’aggrappò disperatamente a
uno dei Talamonte. Supplicava, come una femmina:
“Nen me lasciate! Nen me lasciate!”
Lo calmarono; lo riadagiarono. Egli ora aveva paura; balbettava parole
insensate; piangeva; non voleva morire. Poichè l’infiammazione crescendo
gli occupava tutto tutto il collo e la cervice e si diffondeva anche pe
’l tronco a poco a poco, e la gonfiezza diveniva ancora più mostruosa,
egli si sentiva strozzare. Spalancava ogni tanto la bocca per bevere
l’aria.
“Portateme sopra! A qua me manghe l’arie; a qua me more....”
Ferrante richiamò li uomini sul ponte. Il trabaccolo ora bordeggiando
cercava di acquistare cammino. La manovra era complicata. Ferrante
spiava il vento e dava il comando utile, stando al timone. Come più il
vespro si avvicinava, le onde si placavano.
Dopo qualche tempo, Nazareno venne sopra, tutto sbigottito, gridando:
“Gialluca se more! Gialluca se more!”
I marinai corsero; e trovarono il compagno già morto su la branda, in
un’attitudine scomposta, con li occhi aperti, con la faccia tumida, come
un uomo strangolato.
Disse Talamonte maggiore:
“È mo’?”
Li altri tacquero, un po’, smarriti, dinanzi al cadavere.
Risalirono su ’l ponte, in silenzio. Talamonte ripeteva:
“È mo’?”
Il giorno si ritirava lentamente dalle acque. Nell’aria veniva la calma.
Un’altra volta le vele si afflosciavano e il naviglio rimaneva senza
avanzare. Si scorgeva l’isola di Solta.
I marinai, riuniti a poppa, ragionavano del fatto. Un’inquietudine viva
occupava tutti li animi: Massacese era pallido e pensieroso. Egli
osservò:
“Avéssene da dice che l’avéme fatte murì nu áutre? Avasséme da passà
guai?”
Questo timore già tormentava lo spirito di quelli uomini superstiziosi e
diffidenti. Essi risposero:
“È lu vere.”
Massacese incalzò:
“Mbè? Che facéme?”
Talamonte maggiore disse, semplicemente:
“È morte? Jettámele a lu mare. Facéme vedé ca l’avéme pirdute ’n mezz’a
lu furtunale.... Certe, n’arrièsce.”
Li altri assentirono. Chiamarono Nazareno.
“Oh, tu.... mute come nu pesce.”
E gli suggellarono il segreto nell’animo, con un segno minaccioso.
Poi discesero a prendere il cadavere. Già le carni del collo davano
odore malsano; le materie della suppurazione gocciolavano, ad ogni
scossa.
Massacese disse:
“Mettémele dentr’a nu sacche.”
Presero un sacco; ma il cadavere ci entrava per metà. Legarono il sacco
alle ginocchia, e le gambe rimasero fuori. Si guardavano d’in torno,
istintivamente, facendo l’operazione mortuaria. Non si vedevano vele; il
mare aveva un ondeggiamento largo e piano, dopo la burrasca; l’isola di
Solta appariva tutt’azzurra, in fondo.
Massacese disse:
“Mettémece pure ’na preta.”
Presero una pietra fra la zavorra, e la legarono ai piedi di Gialluca.
Massacese disse:
“Avande!”
Sollevarono il cadavere fuori del bordo e lo lasciarono scivolare nel
mare. L’acqua si richiuse gorgogliando; il corpo discese da prima con
una oscillazione lenta; poi si dileguò.
I marinai tornarono a poppa, ed aspettarono il vento. Fumavano, senza
parlare. Massacese ogni tanto faceva un gesto inconsciente, come fanno
talora li uomini cogitabondi.
Il vento si levò. Le vele si gonfiarono, dopo avere palpitato un
istante. La -Trinità- si mosse nella direzione di Solta. Dopo due ore di
buona rotta, passò lo stretto.
La luna illuminava le rive. Il mare aveva quasi una tranquillità
lacustre. Dal porto di Spálatro uscivano due navigli, e venivano
incontro alla -Trinità-. Le due ciurme cantavano.
Udendo la canzone, Cirù disse:
“Toh! So’ di Piscare.”
Vedendo le figure e le cifre delle vele, Ferrante disse:
“So’ li trabaccule di Raimonde Callare.”
E gittò la voce.
I marinai paesani risposero con grandi clamori. Uno dei navigli era
carico di fichi secchi, e l’altro di asinelli.
Come il secondo dei navigli passò a dieci metri dalla -Trinità-, vari
saluti corsero. Una voce gridò:
“Oh Giallù! Addò sta Gialluche?”
Massacese rispose:
“L’avéme pirdute a mare, ’n mezz’a lu furtunale. Dicétele a la mamme.”
Alcune esclamazioni allora sorsero dal trabaccolo delli asinelli; poi li
addii.
“Addio! Addio! A Piscare! A Piscare!”
E allontanandosi le ciurme ripresero la canzone, sotto la luna.LA GUERRA DEL PONTE. CAPITOLO DI CRONACA PESCARESE.
Verso gl’idi d’agosto (per tutte le campagne il grano lavato si
asciugava felicemente al sole), Antonio Mengarino, un vecchio
agricoltore pieno di probità e di saggezza, stando nel Consiglio del
Comune a giudicare sulle cose pubbliche, come udì taluni consiglieri
cittadini discorrere a voce bassa del -cholèra- che in qualche provincia
d’Italia andavasi ampliando e udì altri proporre ordini a conservazion
della salute ed altri esporre timori, si fece innanzi con un’aria tra di
incredulità e di curiosità ad ascoltare.
Erano con lui nel Consiglio, agricoltori, Giulio Citrullo della pianura
e Achille di Russo dei colli; e il vecchio, mentre ascoltava, volgevasi
di tratto in tratto a quei due con cenni delle palpebre e delle labbra
come per avvertirli dell’inganno ch’egli credeva si celasse nelle parole
dei consiglieri signori e del sindaco.
Finalmente, non più potendo trattenersi, disse, con la sicurtà di un
uomo che sa e vede molto:
“’Mbè, levàme ssti chiacchiere in tra di nu áutre. Le vuleme fa’ veni nu
poche de culere, u ne le vuleme fa’ veni? Dicémecele ’n segrete, mo.”
A queste inaspettate parole, tutti i consiglieri furono da prima presi
dalla meraviglia, e quindi dal riso.
“Vatténne, Mengarì! Che ti mitte a dice, sangue de Crimie!” esclamò don
Aiace, il grande assessore, spingendo con la mano una spalla del
vecchio. E li altri, scotendo il capo o battendo il pugno in su ’l
tavolo sindacale, commentavano la pertinace ignoranza dei cafoni.
“’Mbè, ma ve pare mo ca nu credeme a ssi chiacchiera quisse?” fece
Antonio Mengarino, con un gesto vivo, poichè sentivasi punto
dall’ilarità che le sue parole avevano suscitata. Nell’animo di lui e in
quello delli altri due agricoltori la diffidenza e la nativa ostilità
contro -la signoria- insorgevano. -- Dunque essi erano esclusi dai
segreti del Consiglio? Dunque ancora erano considerati come cafoni? Ah,
brutte cose, per la Majella!... --
“Facéte vu, Nu ce ne jame,” concluse il vecchio, acre, coprendosi il
capo. E i tre villici uscirono dalla sala, con un passo pieno di
dignità, in silenzio.
Come furono fuori del paese, nella campagna opulenta di vigne e di gran
ciciliano, Giulio Citrullo, soffermatosi per accender la pipa,
sentenziò:
“Ocche bádene a isse! Ca ssta vote sa coma va sgrizzenrie li cocce, pe’
la Majelle!... I nin vulesse esse lu sínnache.”
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Intanto nel territorio contadino il timore del morbo imminente
sconvolgeva tutti li animi. In torno alli alberi fruttiferi, in torno
alle viti, in torno alle cisterne, in torno ai pozzi, li agricoltori
vigilavano, sospettosi e minacciosi, con una costanza instancabile.
Nella notte colpi di fucile frequenti turbavano il silenzio; i cani,
aizzati, latravano fino all’alba. Le imprecazioni contro i -Governanti-
scoppiavano di giorno in giorno con maggior violenza d’ira. Tutte le
pacifiche ed auguste fatiche agresti erano intraprese con una sorta
d’incuria e d’insofferenza. Sorgevano dai campi le canzoni di ribellione
rimate all’improvviso.
Poi, i vecchi rinnovavano i ricordi delle passate mortalità, confermando
la credenza nei veleni. Un giorno, nel 54, alcuni vendemmiatori di
Fontanella, avendo colto un uomo in cima a un albero di fico e avendolo
costretto a discendere, videro che questi nascondeva una fiala piena di
un unguento gialliccio. Con minacce essi gli fecero inghiottire tutto
l’unguento; e d’un tratto l’uomo (ch’era uno dei Paduani) stramazzò,
torcendo le membra su ’l terreno, livido, con li occhi fissi, con il
collo teso, con alla bocca una schiuma. A Spoltore, nel 37, Zinicche, un
fabbro, uccise in mezzo alla piazza il cancelliere Don Antonio Rapino; e
le morti cessarono subitamente, il paese fu salvo.
Poi, a poco a poco, le leggende si formavano e di bocca in bocca
variavano, e, se bene recenti, divenivano meravigliose. Una diceva che
al Palazzo del Comune erano giunte sette casse di veleno distribuito dai
-Governanti- perchè fosse sparso nelle campagne e mescolato nel sale. Le
casse erano verdi, cerchiate di ferro, con tre serrature. Il sindaco
aveva dovuto pagare settemila ducati per sotterrar le casse e liberare
il paese. Un’altra voce recava che al sindaco i -Governanti- davano
cinque ducati per ogni morto. La popolazione era troppo grande: toccava
ai poveri morire. Il sindaco stava facendo le liste. Ah, si arricchiva,
-il figlio di Sciore-, questa volta!
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Così il fermento cresceva. Li agricoltori al mercato di Pescara nulla
compravano, nè portavano mercanzia in traffico. I fichi dalli alberi,
giunti a maturità, cadevano e si corrompevano su ’l suolo. I grappoli
rimanevano intatti fra i pampini. I ladroneggi notturni più non
seguivano, poichè i ladri temevano di cogliere frutti attossicati. Il
sale, l’unica merce presa nelle botteghe della città, era prima offerto
ai cani e ai gatti, per esperimento.
Giunse quindi un giorno la novella che a Napoli i cristiani morivano in
gran numero. E al nome di Napoli, di quel gran reame lontano dove
-Ggiuanne senza pahure- un dì trovò fortuna, le immaginazioni si
accendevano.
Sopravvennero le vendemmie. Ma, come i mercanti di Lombardia compravano
le uve nostrali e le portavano nei paesi del settentrione per trarne
vini artifiziosi, la letizia del rinato mosto fu scarsa e poco le gambe
dei vendemmiatori si esercitarono a danzare nel tino e poco si
esercitarono al canto la bocche femminili.
Ma, quando tutte le opere della raccolta furono terminate e tutti li
alberi furono spogliati dei loro frutti, cominciarono i timori e i
sospetti a dileguarsi; poichè oramai eran diminuite pe’ i -Governanti-
le opportunità di spargere il veleno.
Grandi piogge beneficatrici caddero su le campagne. Il terreno ora,
nutrito d’acqua, andavasi temperando pe ’l lavoro dell’aratro e per la
seminazione, co ’l favore dei dolci soli autunnali; e la luna ne ’l
primo quarto influiva su la virtù dei semi.
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Una mattina, per tutto il territorio si sparse d’improvviso la voce che
a Villareale, presso le querci di Don Settimio, su la riva destra del
fiume, tre femmine erano morte dopo aver mangiato in comune una minestra
di pasta comprata; nella città. L’indignazione irruppe da tutti li
animi; e con maggior veemenza, poichè tutti oramai s’erano pacificati in
una securtà fiduciosa.
“Ah, va bbone; lu fije de Sciore nen ci ha vulute arnunzià a li
ducato.... Ma a nu nen ce po fa’ niente mo, pecché frutte nen ce ne sta,
e a Pescare nen ci jeme.”
“Lu fije de Sciore joca na mala carte.”
“A nu ce vo fa’ muri? ’Mbè, esse ha sbajate lu tombe, povere
Sciurione....”
“Addò le po mette la pruvelette? A la paste, a lu sale.... Ma la paste
nu ne la magneme; e lu sale le deme prime a pruvà a li hatte e a li
cane.”
“Ah, Signure birbune! Ch’aveme fatte nu, puveritte? Mannajia Crimie, ha
da venì chilu journe....”
Così le mormorazioni si levavano da ogni parte, miste ai dileggi e alle
contumelie contro li uomini del Comune e contro i -Governanti-.
A Pescara, d’un tratto, tre, quattro, cinque persone del volgo furono
prese dal male. Cadeva la sera; e su tutte le case discendeva una grande
paura funerea, insieme con l’umidità del fiume. Per le vie la gente si
agitava correndo verso il Palazzo comunale; dove il sindaco e i
consiglieri e i gendarmi, avvolti in una confusion miserevole, salivano
e scendevano le scale parlando tutti insieme ad alta voce, dando
contrari ordini, non sapendo che risolvere, dove andare, come
provvedere. Per un naturai fenomeno, il commovimento dell’animo si
propagava al ventre.
Tutti, sentendo dentro le viscere romorii cupi, si mettevano a tremare e
a battere i denti; si guardavano in volto l’un l’altro; si allontanavano
a rapidi passi; si chiudevano nelle case. Le cene rimasero intatte.
Poi, a tarda ora, quando il primo tumulto del pánico fu sedato, le
guardie cominciarono ad accendere su i canti delle vie fuochi di zolfo e
di catrame. Il rossore delle fiamme illustrava i muri e le finestre; e
l’inutile odore del bitume spandevasi per la città sbigottita. Da
lontano, come la luna era serena, pareva che i calafati verso il mare
spalmassero carene allegramente.
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Tale fu in Pescara l’entrata dell’Asiatico.
E il male, serpeggiando lungo il fiume, s’insinuò nei borghi della
Marina, in quelli adunamenti di casupole basse dove vivono i marinai e
alcuni vecchi dediti a piccole industrie.
Li infermi morirono quasi tutti, poichè non volevano prendere i rimedi.
Nessuna ragione e nessuna esperienza valse a persuaderli. Anisafine, un
gobbo che vendeva ai soldati acqua mista a spirito di ánace, quando vide
il bicchiere del medicamento, strinse forte le labbra e cominciò a
scuotere il capo in segno di rifiuto. Il dottore prese ad eccitarlo con
parole di persuasione; bevve egli pe ’l primo la metà del liquido; e,
dopo, quasi tutti li assistenti accostarono la bocca all’orlo del
bicchiere. Anisafine seguitava a scuotere il capo.
“Ma vedi,” esclamò il dottore, “abbiamo bevuto prima noi....”
Anisafine si mise a ridere per beffa:
“Ah, ah, ah! Ma vu, mo che arreuscite, ve pijate lu contravvelene,”
disse. E, poco dopo, morì.
Cianchine, un macellaio idiota, fece la stessa cosa. Il dottore, per
ultima prova, gli versò a forza tra i denti il medicinale. Cianchine
sputò tutto, con ira e con orrore. Poi si mise a scagliar vituperii
contro li astanti; tentò due o tre volte di levarsi per fuggire; e morì
rabbiosamente, dinanzi a due gendarmi esterrefatti.
Le cucine pubbliche, instituite per concorso spontaneo d’uomini
caritatevoli, furono in su ’l principio credute dal volgo un laboratorio
di tossici. I mendicanti pativano la fame più tosto che mangiare la
carne cotta in quelle pentole. Costantino di Corròpoli, il cinico,
andava spargendo i dubbi tra la sua tribù. Egli vagava in torno alle
cucine, dicendo a voce alta, con un gesto indescrivibile:
“A me nen mi ci acchiappo!”
La Catalana di Gissi fu la prima a vincere il timore. Ella, un poco
esitante, entrò; mangiò a piccoli bocconi, esaminando in sè stessa
l’effetto del cibo; bevve il vino a piccoli sorsi. Poi, sentendosi tutta
ristorata e fortificata, sorrise di meraviglia e di piacere. Tutti i
mendicanti attendevano ch’ella uscisse. Quando la rividero incolume, si
precipitarono per la porta; vollero anch’essi bere e mangiare.
Le cucine sono in un vecchio teatro scoperto, nelle vicinanze di
Portanova. Le caldaie bollono nel luogo dell’orchestra, il fumo invade
il palco scenico: tra il fumo si vedono al fondo le scene raffiguranti
un Castel feudale illuminato dal plenilunio. Quivi, su ’l mezzodì si
raccoglie in torno a una mensa rustica la tribù dei poveri. Prima che
l’ora scocchi, nella platea s’agita un brulichio multicolore di cenci e
si leva un mormorio di voci roche. Alcune figure nuove appaiono tra le
figure già cognite. Io amo una tal Liberata Lotta di Montenerodòmo, che
ha una mirabile testa di Minerva ottuagenaria, piena di regalità e di
austerità nella fronte, con i capelli tutti tesi in su ’l cranio come un
casco aderente. Ella tiene fra le mani un vaso di vetro verde; e resta
in disparte, taciturna, aspettando d’essere chiamata.
----
Ma il grande episodio epico di questa cronaca del -cholèra- è la Guerra
del Ponte.
Un’antica discordia dura tra Pescara e Castellammare Adriatico, tra i
due comuni che il bel fiume divide.
Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e in rappresaglie,
l’una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell’altra. E poichè
oggi è prima fonte di prosperità la mercatura, e poichè Pescara ha già
molta dovizia d’industrie, i Castellammaresi da tempo mirano a trarre i
mercanti su la loro riva con ogni sorta di astuzie e di allettamenti.
Ora, un vecchio ponte di legname cavalca il fiume su grossi battelli
tutti incatramati e incatenati e trattenuti da ormeggi. I canapi e le
gómene s’intrecciano nell’aria artifiziosamente, scendendo dalle antenne
alte dell’argine ai parapetti bassissimi; e dànno imagine di un qualche
barbarico attrezzo ossidionale. Le tavole mal connesse scricchiolano al
peso dei carri. Al passaggio delle schiere militari, tutta la mostruosa
macchina acquatica oscilla e balza da un capo all’altro e risuona come
un tamburo.
Sorse un dì da questo ponte la popolar leggenda di san Cetteo
liberatore; e il santo annualmente vi si ferma nel mezzo, con gran pompa
cattolica, a ricevere le salutazioni che dalle barche ancorate mandano i
marinai.
Così, tra la vista di Montecorno e la vista del mare, l’umile
costruzione sta quasi come un monumento della patria, ha quasi in sè la
santità delle cose antiche e dà alli estranei indizio di genti che
ancora vivano in una semplicità primordiale.
Li odii tra i Pescaresi e i Castellamaresi cozzano su quelle tavole che
si consumano sotto i laboriosi traffici cotidiani. E, come per di là le
industrie cittadine si riversano su la provincia teramana e vi si
spandono felicemente, oh con qual gioia la parte avversa taglierebbe i
canapi e respingerebbe i sette rei battelli a naufragare!
Sopraggiunta dunque la bella opportunità, il gonfaloniere nemico con
molto apparato di forze campestri impedì ai Pescaresi il passaggio
nell’ampia strada che dal ponte si dilunga per gran tratto congiungendo
innumerevoli paesi.
Era nell’intendimento di colui chiudere la città rivale in una specie
d’assedio, toglierle ogni modo di traffico ed interno ed esterno,
attrarne al suo mercato i venditori e i compratori che per consuetudine
praticavano su la destra riva; e, quindi, dopo avere ivi oppressa in una
forzosa inerzia ogni arte di lucro, sorgere trionfatore. Offerse egli ai
padroni delle paranze pescaresi venti carlini per ogni cento libbre di
pesce, mettendo come patto che tutte le paranze approdassero e
scaricassero alla sua riva e che la convenzion del prezzo durasse fino
al giorno della Natività di Cristo.
Ora, nella settimana precedente la Natività, il prezzo del pesce suol
salire a più che quindici ducati per ogni cento libbre. Manifesta
appariva dunque l’insidia.
I padroni rifiutarono ogni offerta, preferendo tenere inoperose le reti.
Lo scaltro nemico fece ad arte spargere voce che una mortalità grande
affliggeva Pescara. Si adoperò per via d’amicizia a sollevare tutti li
animi della provincia teramana e li animi anche dei Chietini contro la
pacifica città dove il morbo già era scomparso.
Respinse con violenza o ritenne prigionieri alcuni onesti viandanti che,
usando d’un comun diritto, prendevano la strada provinciale per recarsi
altrove. Lasciò che sulla linea di confine un branco di suoi
lanzichenecchi stesse dall’alba al tramonto schiamazzando contro
chiunque si avvicinava.
La ribellione cominciò allora a fermentare nei Pescaresi, contro li
ingiusti arbitrii; poichè sopraggiungeva la miseria e tutta la numerosa
classe dei lavoratori languiva nell’inerzia e tutti i mercanti
incorrevano in gravissimi danni. Il -cholèra-, scomparso dalla città,
accennava a scomparire anche dalla marina dove soltanto alcuni vecchi
invalidi erano morti. Tutti i cittadini, fiorenti di salute, amavano
riprendere le consuete fatiche.
I tribuni sorsero: Francesco Pomárice, Antonio Sorrentino, Pietro
D’Amico. Per le vie la gente si divideva in gruppi, ascoltava la parola
tribunizia, applaudiva, proponeva, gittava gridi. Un gran tumulto
andavasi preparando fra il popolo. Per eccitazione, taluni raccontavano
il fatto eroico del Moretto di Claudia. Il quale, preso dai
lanzichenecchi a forza e imprigionato nel lazzeretto ed ivi trattenuto
per cinque giorni senz’altro cibo che pane, riuscì a fuggire dalla
finestra; passò a nuoto il fiume, e giunse tra i suoi grondante di
acqua, alenante, famelico, raggiante di gloria e di gioia.
Il sindaco, nel frattempo, sentendo il mugolío precursore della
tempesta, si accinse a parlamentare co ’l Gran Nimico castellammarese. È
il sindaco un picciolo dottor di legge cavaliere, tutto untuosamente
ricciutello, con omeri sparsi di forfora, con chiari occhietti
esercitati alle dolci simulazioni. È il Gran Nimico un degenere nepote
del buon Gargantuasso; enorme, sbuffante, tonante, divorante. Il
colloquio avvenne in terra neutrale; e presenti vi furono li illustri
prefetti di Teramo e di Chieti.
Ma, verso il tramonto, un lanzichenecco, entrato in Pescara per recare
un messaggio a un consiglier del Comune, si mise in cantina con atti
bravi a bevere; e quindi prese bravamente a girovagare. Come lo videro i
tribuni, gli corsero sopra. Tra le grida e le acclamazioni della plebe
lo spinsero lungo la riva, sino al lazzeretto. Era il tramonto su le
acque luminosissimo; e il bèllico rossore dell’aria inebriava li animi
plebei.
Allora dall’opposta riva ecco una torma di Castellammaresi, uscente di
tra i salici ed i vimini, darsi con molta veemenza di gesti ad inveire
contro l’oltraggio.
Rispondevano i nostri con eguale furia. E il lanzichenecco imprigionato
percoteva con tutta la forza dei piedi e delle mani la porta della
prigione, gridando:
“Apríteme! Apríteme!”
“Tu adduòrmete a esse, e nen te n’incaricà,” gli gridavano per beffa i
popolani. E qualcuno crudelmente aggiungevagli:
“Ah, si sapisse quante se n’hanne muorte a esse dendre! Siente l’uddore?
Nen te s’ha cumenzate a smove nu poche la panze?”
“Urrà! Urrà!”
Verso la Bandiera scorgevasi un luccichio di canne di fucile. Il
sindachetto veniva a capo di un manipolo militare per liberar dal
carcere il lanzichenecco, a fin di non incorrere nelle ire del Gran
Nimico.
Subitamente la plebe, irritata, tumultuò; grida altissime si levarono
contro quel vil liberatore di Castellammaresi.
Per tutta la via, dal lazzeretto alla città, fu un clamoroso
accompagnamento di sibili e di contumelie. Al lume delle torce, la
gazzarra durò fin che le voci non furon roche.
----
Dopo quel primo impeto, la rivolta si andò svolgendo a mano a mano con
nuove peripezie. Tutte le botteghe si chiusero. Tutti i cittadini si
raccolsero su la strada, ricchi e poveri, in famigliarità, presi da una
furiosa smania di parlare, di gridare, di gesticolare, di manifestare in
mille diversi modi un unico pensiero.
Ad ogni tratto giungeva un tribuno recando una notizia. I gruppi si
scioglievano, si ricomponevano, variavano, secondo le correnti delle
opinioni. E, poichè su tutte le teste la libertà del giorno era vitale e
i sorsi dell’aria letificavano come sorsi di vino, si ridestò nei
Pescaresi la nativa giocondità beffarda; ed essi seguitarono a far
ribellione in una maniera gaia ed ironica, così, per il diletto, per il
dispetto, per l’amore delle cose nuove.
Li stratagemmi del Gran Nimico si moltiplicavano. Qualunque accordo
rimaneva inosservato a causa di abili temporeggiamenti che la debolezza
del piccolo sindaco favoriva.
----
Il mattino d’Ognissanti, verso la settima ora, mentre nelle chiese si
celebravano i primi uffici festivi, i tribuni si misero in giro per la
città, seguiti da una turba che ad ogni passo accrescevasi e diveniva
più clamorosa. Quando l’intero popolo fu raccolto, Antonio Sorrentino
arringò. La processione, in ordine, quindi si diresse al Palazzo
comunale. Le strade erano ancora azzurre nell’ombra e le case erano
coronate dal sole.
In vista del Palazzo un immenso grido scoppiò. Tutte le bocche
scagliavano vituperii contro il leguleio; tutti i pugni si levavano in
attitudine di minaccia; tra un grido e l’altro, certe lunghe
oscillazioni sonore rimanevano nell’aria, come prodotte da uno
stromento; e su la confusion delle teste e delle vesti i lembi vermigli
delle bandiere sbattevano, come agitati dal largo soffio popolare.
Su ’l comunal balcone non appariva alcuno. Il sole discendeva a poco a
poco dal tetto verso la gran meridiana tutta nera di cifre e di linee su
cui lo gnomone vibrava l’ombra indicatrice. Dalla Torretta dei
D’Annunzio al campanil badiale torme di colombi svolazzavano
nell’azzurro superiore.
Le grida si moltiplicarono. Una mano di animosi diede l’assalto alle
scale del Palazzo. Il piccolo sindaco, pallido e pavido, si arrese al
volere del popolo; lasciò il seggio; rinunziò all’ufficio; discese su la
strada, tra i gendarmi, seguito dai consiglieri. Uscì quindi dalla
città; si ritrasse su ’l colle di Spoltore.
Le porte del Palazzo furono chiuse. Un’anarchia provvisoria si stabilì
nella città. Le milizie, per impedire l’imminente lotta tra i
Castellammaresi e i Pescaresi, fecero argine su l’estremità sinistra del
ponte. La turba, deposte le bandiere, si avviò alla strada di Chieti;
poichè di là era per giungere il Prefetto chiamato in furia da un
Commissario reale. I proponimenti parevano feroci.
Ma la mite virtù del sole a poco a poco pacificò le ire. Nell’ampia
strada venivano, uscenti dalla chiesa, le femmine del contado tutte in
vesti di seta multicolori e coperte di gioielli giganteschi, di
filigrane d’argento, di collane d’oro. Lo spettacolo di quelle facce,
rubiconde e gioconde come grandi pomi, rasserenava ogni animo. I motti e
le risa nacquero spontaneamente; ed il non breve tempo dell’aspettazione
parve quasi dilettevole.
Su ’l mezzodì la vettura prefettizia giunse in vista. Il popolo si
dispose in semicerchio per chiuderle la via. Antonio Sorrentino arringò,
non senza un certo sfoggio d’eloquenza fiorita. Li altri, fra le pause
dell’arringa, chiedevano in vari modi giustizia contro li abusi,
sollecitudine e validità di provvedimenti nuovi. Due grandi scheletri
equini, ancora animati, scotevano di tratto in tratto le sonagliere,
mostrando ai ribelli le gencive pallidicce, con una smorfia di
derisione. E il delegato di polizia, simile non so a qual vecchio
cantator di teatro che ancora portasse per divozione in torno al volto
una finta barba di druido, moderava dall’altitudine del serpe l’ardor
del tribuno, con cenni gravi della mano.
Come il perorante nella foga saliva a culmini di eloquenza troppo
audaci, il Prefetto, sorgendo su ’l predellino, colse il momento per
interrompere. Proferì una frase ambigua e timida che le grida del popolo
copersero.
“A Pescara! A Pescara!”
La vettura camminò quasi sospinta dall’onda popolare ed entrò in città;
e, poichè il Palazzo era chiuso, si fermò dinanzi alla Delegazione.
Dieci nominati a voce dal popolo salirono insieme col Prefetto, per
parlamentare. La turba occupò tutta la via. Impazienze qua e là
scoppiavano.
La via era angusta. Le case riscaldate dal sole irraggiavano un tepor
dilettoso; e non so qual lenta mollezza emanava dal cielo oltremarino,
dall’erbe fluttuanti lungo le gronde, dalle rose delle finestre, dalle
mura bianche, dalla fama stessa del luogo. Ha il luogo fama d’albergare
le più belle popolane pescaresi: vive e di generazione in generazione
nella contrada si va perpetuando una tradizion di beltà. La immensa casa
decrepita di Don Fiore Ussorio è un vivaio di bimbi floridi e di
fanciulle leggiadre; ed è tutta coperta di piccole logge che sono
esuberanti di garofani e che si reggono su rozze mènsole scolpite di
mascheroni procaci.
A poco a poco, le impazienze della folla si placavano. I parlari oziosi
propagavansi da un capo all’altro; dall’uno all’altro bivio.
Domenico di Matteo, una specie di Rodomonte villereccio, motteggiava ad
alta voce sull’asinità e l’avidità dei dottori che facevano morire li
infermi per prendere dal Comune una maggior mercede. Egli narrava certe
sue cure mirabili. Una volta egli aveva un gran dolore al petto ed era
quasi prossimo all’agonia. Poichè il medico gli proibì di bere acqua,
egli ardeva di sete. Una notte, mentre tutti dormivano, si levò piano
piano, cercò a tentoni la conca, vi tuffò la testa e rimase lì a bevere
come un giumento, fin che la conca non fu vuota. La mattina dopo egli
era guarito. Un’altra volta egli ed un suo compare, avendo da lungo
tempo la febbre terzana contro cui ogni virtù di chinino pareva inutile,
decisero di fare una esperienza. Si trovavano su la riva del fiume, ed
alla riva opposta una vigna solatía li allettava con i grappoli. Si
spogliarono, si gittarono nelle fredde acque, tagliarono la corrente,
toccarono l’altra riva, si saziarono d’uva; poi di nuovo attraversarono.
La terzana disparve. Un’altra volta, essendo egli infermo di mal
francioso ed avendo speso più di quindici ducati vanamente in opera di
medici e di medicine, come vide la madre attendere al bucato, fu colto
da un pensiero felice. Tracannò, l’un dopo l’altro, cinque bicchieri di
lisciva; e si liberò.
Ma ai balconi, alle finestre, alle logge la bella tribù muliebre si
affacciava tumultuariamente. Tutti li uomini dalla via levavano li occhi
a quelle apparizioni e restavano con la faccia al sole per guardare; e
tutti, poichè la consueta ora del pasto era già trascorsa, si sentivano
la testa un poco vacua e nello stomaco un languore infinito. Brevi
dialoghi dalla via alle finestre si intrecciavano. I giovini gittarono
motti salaci alle belle. Le belle risposero con gesti schivi, con
scuotere di capo; o si ritrassero, o forte risero. Le fresche risa di
quelle bocche si sgranellavano come collane di cristallo, cadendo su li
uomini che già il desio incominciava a pungere. Dalle mura il calore
s’irradiava più largo e mescevasi al calor dei corpi agglomerati. I
riverberi bianchissimi abbarbagliavano. Qualche cosa di snervante e di
stupefacente discendeva su quella turba digiuna.
Apparve su una loggia, d’improvviso, la Ciccarina, la bella delle belle,
la rosa delle rose, l’amorosa pèsca, colei che tutti han desiato. Per un
moto unanime, li sguardi si volsero verso di lei. Ella, nel trionfo,
stava semplicemente, sorridendo, come una dogaressa dinanzi al suo
popolo. Il sole le illuminava la piena faccia di cui la carne è simile
alla polpa di un frutto succulento. I capelli, di quel color castaneo di
sotto a cui par trasparisca una fiamma d’oro aranciato, le invadevano la
fronte, le tempia, il collo, mal frenati. Un nativo fáscino afrodisiaco
le emanava da tutta la persona. Ed ella stava semplicemente, tra due
gabbie di merli, sorridendo, non sentendosi offesa dalle brame che
lucevano in tutti quelli occhi intenti a lei.
I merli fischiarono. I madrigali rustici batterono l’ali verso la
loggia. La Ciccarina si ritrasse, sorridendo. La turba rimase nella via,
quasi abbacinata dai riverberi, dalla vista di quella femmina, dalle
prime vertigini della fame.
Allora uno dei parlamentari, affacciatosi a una finestra della
Delegazione, disse con voce squillante:
“Cittadini, si deciderà la cosa fra tre ore!”
L’EROE.
Già i grandi stendardi di san Gonselvo erano usciti su la piazza ed
oscillavano nell’aria pesantemente. Li reggevano in pugno uomini di
statura erculea, rossi in volto e con il collo gonfio di forza, che
facevano giuochi.
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