seguirono l’esempio. Cirù rimase di guardia. Prima di scendere, Gialluca, mostrando al compagno una parte del collo, disse: “Guarda che tenghe a qua.” Massacese guardò e disse: “’Na cosa da niente. N’n ce penzà.” C’era un rossore simile a quello che produce la puntura di un insetto, e in mezzo al rossore un piccolo nodo. Gialluca soggiunse: “Me dole.” Nella notte si mutò il vento; e il mare cominciò ad ingrossare. Il trabaccolo si mise a ballare sopra le onde, trascinato a levante, perdendo cammino. Gialluca, nella manovra, gittava ogni tanto un piccolo grido, perchè ad ogni movimento brusco del capo sentiva dolore. Ferrante La Selvi gli domandò: “Che tieni?” Gialluca, alla luce dell’alba, mostrò il suo male. Su la cute il rossore era cresciuto, ed un piccolo tumore aguzzo appariva nel mezzo. Ferrante, dopo avere osservato, disse anche lui: “’Na cosa da niente. N’n ce penzà.” Gialluca prese un fazzoletto e si fasciò il collo. Poi si mise a fumare. Il trabaccolo, scosso dai cavalloni e trascinato dal vento contrario, fuggiva ancora verso levante. Il romore del mare copriva le voci. Qualche ondata si spezzava sul ponte, ad intervalli, con un suono sordo. Verso sera la burrasca si placò; e la luna emerse come una cupola di fuoco. Ma poichè il vento cadde, il trabaccolo rimase quasi fermo nella bonaccia; le vele si afflosciarono. Di tanto in tanto sopravveniva un soffio passeggiero. Gialluca si lamentava del dolore. Nell’ozio, i compagni cominciarono ad occuparsi del suo male. Ciascuno suggeriva un rimedio differente. Cirù, ch’era il più anziano, si fece innanzi e suggerì un empiastro di mele e di farina. Egli aveva qualche vaga cognizione medica, perchè la moglie sua in terra esercitava la medicina insieme con l’arte magica e guariva i mali con i farmachi e con le cabale. Ma la farina e le mele mancavano. La galletta non poteva essere efficace. Allora Cirù prese una cipolla e un pugno di grano; pestò il grano, tagliuzzò la cipolla, e compose l’empiastro. Al contatto di quella materia, Gialluca sentì crescere il dolore. Dopo un’ora si strappò dal collo la fasciatura e gittò ogni cosa in mare, invaso da un’impazienza irosa. Per vincere il fastidio, si mise al timone e resse la sbarra lungo tempo. S’era levato il vento, e le vele palpitavano gioiosamente. Nella chiara notte un’isoletta, che doveva essere Pelagosa, apparve in lontananza come una nuvola posata su l’acqua. Alla mattina Cirù, che omai aveva impreso a curare il male, volle osservare il tumore. La gonfiezza erasi dilatata occupando gran parte del collo ed aveva assunta una nuova forma ed un colore più cupo che su l’apice diveniva violetto. “E che è quesse?” egli esclamò, perplesso, con un suono di voce che fece trasalire l’infermo. E chiamò Ferrante, i due Talamonte, li altri. Le opinioni furono varie. Ferrante imaginò un male terribile da cui Gialluca poteva rimanere soffocato. Gialluca, con li occhi aperti straordinariamente, un po’ pallido, ascoltava i prognostici. Come il cielo era coperto di vapori e il mare appariva cupo e stormi di gabbiani si precipitavano verso la costa gridando, una specie di terrore scese nell’animo di lui. Alla fine Talamonte minore sentenziò: “È ’na fava maligna.” Li altri assentirono: “Eh, po ésse’.” Infatti, il giorno dopo, la cuticola del tumore fu sollevata da un siero sanguigno e si lacerò. E tutta la parte prese l’apparenza di un nido di vespe, d’onde sgorgavano materie purulente in abbondanza. L’infiammazione e la suppurazione si approfondivano e si estendevano rapidamente. Gialluca, atterrito, invocò san Rocco che guarisce le piaghe. Promise dieci libbre di cera, venti libbre. Egli s’inginocchiava in mezzo al ponte, tendeva le braccia verso il cielo, faceva i voti con un gesto solenne, nominava il padre, la madre, la moglie, i figliuoli. D’in torno, i compagni si facevano il segno della croce, gravemente, ad ogni invocazione. Ferrante La Selvi, che sentì giungere un gran colpo di vento, gridò con la voce rauca un comando, in mezzo al romorío del mare. Il trabaccolo si piegò tutto sopra un fianco. Massacese, i Talamonte, Cirù si gittarono alla manovra. Nazareno strisciò lungo un albero. Le vele in un momento furono ammainate: rimasero i due fiocchi. E il trabaccolo, barcollando da banda a banda, si mise a correre a precipizio su la cima dei flutti. “Sante Rocche! Sante Rocche!” gridava con più fervore Gialluca, eccitato anche dal tumulto circostante, curvo su le ginocchia e su le mani per resistere al rullío. Di tratto in tratto un’ondata più forte si rovesciava su la prua: l’acqua salsa invadeva il ponte da un capo all’altro. “Va a basse!” gridò Ferrante a Gialluca. Gialluca discese nella stiva. Egli sentiva un calore molesto e un’aridezza per tutta la pelle; e la paura del male gli chiudeva lo stomaco. Là sotto, nella luce fievole, le forme delle cose assumevano apparenze singolari. Si udivano i colpi profondi del flutto contro i fianchi del naviglio e li scricchiolii di tutta quanta la compagine. Dopo mezz’ora, Gialluca riapparve su ’l ponte, smorto come se uscisse da un sepolcro. Egli amava meglio stare all’aperto, esporsi all’ondata, vedere li uomini, respirare il vento. Ferrante, sorpreso da quel pallore, gli domandò: “E mo’ che tieni?” Li altri marinai, dai loro posti, si misero a discutere i rimedi; ad alta voce, quasi gridando, per superare il fragore della burrasca. Si animavano. Ciascuno aveva un metodo suo. Ragionavano con sicurezza di dottori. Dimenticavano il pericolo, nella disputa. Massacese aveva visto, due anni avanti, un vero medico operare su ’l fianco di Giovanni Margadonna, in un caso simile. Il medico tagliò, poi strofinò con pezzi di legno intinti in un liquido fumante, bruciò così la piaga. Levò con una specie di cucchiaio la carne arsa che somigliava fondiglio di caffè. E Margadonna fu salvo. Massacese ripeteva, quasi esaltato, come un cerusico feroce: “S’ha da tajià! S’ha da tajià!” E faceva l’atto del taglio, con la mano, verso l’infermo. Cirù fu del parere di Massacese. I due Talamonte anche convennero. Ferrante La Selvi scoteva il capo. Allora Cirù fece a Gialluca la proposta. Gialluca si rifiutò. Cirù, in un impeto brutale ch’egli non potè trattenere, gridò: “Muòrete!” Gialluca divenne più pallido e guardò il compagno con due larghi occhi pieni di terrore. Cadeva la notte. Il mare nell’ombra pareva che urlasse più forte. Le onde luccicavano, passando nella luce gittata dal fanale di prua. La terra era lontana. I marinai stavano afferrati a una corda per resistere contro i marosi. Ferrante governava il timone, lanciando di tratto in tratto una voce nella tempesta: “Va a basse, Giallù!” Gialluca, per una strana ripugnanza a trovarsi solo, non voleva discendere, quantunque il male lo travagliasse. Anch’egli si teneva alla corda, stringendo i denti nel dolore. Quando veniva una ondata, i marinai abbassavano la testa e mettevano un grido concorde, simile a quello con cui sogliono accompagnare un comune sforzo nella fatica. Uscì la luna da una nuvola, diminuendo l’orrore. Ma il mare si mantenne grosso tutta la notte. La mattina Gialluca, smarrito, disse ai compagni: “Tajiáte.” I compagni prima s’accordarono, gravemente; tennero una specie di consulto decisivo. Poi osservarono il tumore ch’era eguale al pugno di un uomo. Tutte le aperture, che dianzi gli davano l’apparenza di un nido di vespe o di un crivello, ora ne formavano una sola. Disse Massacese: “Curagge! Avande!” Egli doveva essere il cerusico. Provò su l’unghia la tempra delle lame. Scelse infine il coltello di Talamonte maggiore, ch’era affilato di fresco. Ripetè: “Curagge! Avande!” Quasi un fremito d’impazienza scoteva lui e li altri. L’infermo ora pareva preso da uno stupidimento cupo. Teneva li occhi fissi su ’l coltello, senza dire niente, con la bocca semiaperta, con le mani penzoloni lungo i fianchi, come un idiota. Cirù lo fece sedere, gli tolse la fasciatura, mettendo con le labbra quei suoni istintivi che indicano il ribrezzo. Un momento, tutti si chinarono su la piaga, in silenzio, a guardare. Massacese disse: “Cusì e cusì,” indicando con la punta del coltello la direzione dei tagli. Allora, d’un tratto, Gialluca ruppe in un gran pianto. Tutto il suo corpo veniva scosso dai singhiozzi. “Curagge! Curagge!” gli ripetevano i marinai, prendendolo per le braccia. Massacese incominciò l’opera. Al primo contatto della lama, Gialluca gittò un urlo; poi, stringendo i denti, metteva quasi un muggito soffocato. Massacese tagliava lentamente, ma con sicurezza; tenendo fuori la punta della lingua, per una abitudine ch’egli aveva nel condur le cose con attenzione. Come il trabaccolo barcollava, il taglio riusciva ineguale; il coltello ora penetrava più, ora meno. Un colpo di mare fece affondare la lama dentro i tessuti sani. Gialluca gittò un altro urlo, dibattendosi, tutto sanguinante, come una bestia tra le mani dei beccai. Egli non voleva più sottomettersi. “No, no, no!” “Vien’ a qua! Vien’ a qua!” gli gridava Massacese, dietro, volendo seguitare la sua opera perchè temeva che il taglio interrotto fosse più pericoloso. Il mare, ancora grosso, romoreggiava in torno, senza fine. Nuvole in forma di trombe sorgevano dall’ultimo termine ed abbracciavano il cielo deserto d’uccelli. Oramai, in mezzo a quel frastuono, sotto quella luce, una eccitazione singolare prendeva quelli uomini. Involontariamente, essi, nel lottare col ferito per tenerlo fermo, s’adiravano. “Vien’ a qua!” Massacese fece altre quattro o cinque incisioni, rapidamente, a caso. Sangue misto a materie biancastre sgorgava dalle aperture. Tutti n’erano macchiati, tranne Nazareno che stava a prua, tremante, sbigottito dinanzi all’atrocità della cosa. Ferrante La Selvi, che vedeva la barca pericolare, diede un comando a squarciagola: “Molla le scòtteee! Butta ’l timone a l’ôrsa!” I due Talamonte, Massacese, Cirù manovrarono. Il trabaccolo riprese a correre beccheggiando. Si scorgeva Lissa in lontananza. Lunghe zone di sole battevano su le acque, sfuggendo di tra le nuvole; e variavano secondo le vicende celesti. Ferrante rimase alla sbarra. Li altri marinai tornarono a Gialluca. Bisognava nettare le aperture, bruciare, mettere le filacce. Ora il ferito era in una prostrazione profonda. Pareva che non capisse più nulla. Guardava i compagni, con due occhi smorti, già torbidi come quelli delli animali che stanno per morire. Ripeteva, ad intervalli, quasi fra sè: “So’ morto! So’ morto!” Cirù, con un po’ di stoppa grezza, cercava di pulire; ma aveva la mano rude, irritava la piaga. Massacese, volendo fino all’ultimo seguire l’esempio del cerusico di Margadonna, aguzzava certi pezzi di legno d’abete, con attenzione. I due Talamonte si occupavano del catrame, poichè il catrame bollente era stato scelto per bruciare la piaga. Ma era impossibile accendere il fuoco su ’l ponte che ad ogni momento veniva allagato. I due Talamonte discesero sotto coperta. Massacese gridò a Cirù: “Lava nghe l’acqua de mare!” Cirù seguì il consiglio. Gialluca si sottometteva a tutto, facendo un lagno continuo, battendo i denti. Il collo gli era diventato enorme, tutto rosso, in alcuni punti quasi violaceo. In torno alle incisioni cominciavano ad apparire alcune chiazze brunastre. L’infermo provava difficoltà a respirare, a inghiottire; e lo tormentava la sete. “Arcummánnete a sante Rocche,” gli disse Massacese che aveva finito di aguzzare i pezzi di legno e che aspettava il catrame. Spinto dal vento, il trabaccolo ora deviava in su, verso Sebenico, perdendo di vista l’isola. Ma, quantunque le onde fossero ancora forti, la burrasca accennava a diminuire. Il sole era a mezzo del cielo, tra nuvole color di ruggine. I due Talamonte vennero con un vaso di terra pieno di catrame fumante. Gialluca s’inginocchiò, per rinnovare il voto al santo. Tutti si fecero il segno della croce. “Oh sante Rocche, sálveme! Te ’mprumette ’na lampa d’argente e l’uoglie pe’ tutte l’anne e trenta libbre de ciere. Oh sante Rocche, sálveme tu! Tenghe la mojie e li fijie.... Pietà! Misericordie, sante Rocche mi’!” Gialluca teneva congiunte le mani; parlava con voce che pareva non fosse più la sua. Poi si rimise a sedere, dicendo semplicemente a Massacese: “Fa.” Massacese avvolse in torno ai pezzi di legno un po’ di stoppa; e a mano a mano ne tuffava uno nel catrame bollente e con quello strofinava la piaga. Per rendere più efficace e profonda la bruciatura, versò anche il liquido nelle ferite. Gialluca non mosse un lamento. Li altri rabbrividivano, in conspetto di quello strazio. Disse Ferrante La Selvi, dal suo posto, scotendo il capo: “L’avet’accise!” Li altri portarono sotto coperta Gialluca semivivo; e l’adagiarono sopra una branda. Nazareno rimase a guardia, presso l’infermo. Si udivano di là le voci gutturali di Ferrante che comandava la manovra e i passi precipitati dei marinai. La -Trinità- virava, scricchiolando. A un tratto Nazareno si accorse d’una falla da cui entrava acqua; chiamò. I marinai discesero, in tumulto. Gridavano tutti insieme, provvedendo in furia a riparare. Pareva un naufragio. Gialluca, benchè prostrato di forze e d’animo, si rizzò su la branda, immaginando che la barca andasse a picco; e s’aggrappò disperatamente a uno dei Talamonte. Supplicava, come una femmina: “Nen me lasciate! Nen me lasciate!” Lo calmarono; lo riadagiarono. Egli ora aveva paura; balbettava parole insensate; piangeva; non voleva morire. Poichè l’infiammazione crescendo gli occupava tutto tutto il collo e la cervice e si diffondeva anche pe ’l tronco a poco a poco, e la gonfiezza diveniva ancora più mostruosa, egli si sentiva strozzare. Spalancava ogni tanto la bocca per bevere l’aria. “Portateme sopra! A qua me manghe l’arie; a qua me more....” Ferrante richiamò li uomini sul ponte. Il trabaccolo ora bordeggiando cercava di acquistare cammino. La manovra era complicata. Ferrante spiava il vento e dava il comando utile, stando al timone. Come più il vespro si avvicinava, le onde si placavano. Dopo qualche tempo, Nazareno venne sopra, tutto sbigottito, gridando: “Gialluca se more! Gialluca se more!” I marinai corsero; e trovarono il compagno già morto su la branda, in un’attitudine scomposta, con li occhi aperti, con la faccia tumida, come un uomo strangolato. Disse Talamonte maggiore: “È mo’?” Li altri tacquero, un po’, smarriti, dinanzi al cadavere. Risalirono su ’l ponte, in silenzio. Talamonte ripeteva: “È mo’?” Il giorno si ritirava lentamente dalle acque. Nell’aria veniva la calma. Un’altra volta le vele si afflosciavano e il naviglio rimaneva senza avanzare. Si scorgeva l’isola di Solta. I marinai, riuniti a poppa, ragionavano del fatto. Un’inquietudine viva occupava tutti li animi: Massacese era pallido e pensieroso. Egli osservò: “Avéssene da dice che l’avéme fatte murì nu áutre? Avasséme da passà guai?” Questo timore già tormentava lo spirito di quelli uomini superstiziosi e diffidenti. Essi risposero: “È lu vere.” Massacese incalzò: “Mbè? Che facéme?” Talamonte maggiore disse, semplicemente: “È morte? Jettámele a lu mare. Facéme vedé ca l’avéme pirdute ’n mezz’a lu furtunale.... Certe, n’arrièsce.” Li altri assentirono. Chiamarono Nazareno. “Oh, tu.... mute come nu pesce.” E gli suggellarono il segreto nell’animo, con un segno minaccioso. Poi discesero a prendere il cadavere. Già le carni del collo davano odore malsano; le materie della suppurazione gocciolavano, ad ogni scossa. Massacese disse: “Mettémele dentr’a nu sacche.” Presero un sacco; ma il cadavere ci entrava per metà. Legarono il sacco alle ginocchia, e le gambe rimasero fuori. Si guardavano d’in torno, istintivamente, facendo l’operazione mortuaria. Non si vedevano vele; il mare aveva un ondeggiamento largo e piano, dopo la burrasca; l’isola di Solta appariva tutt’azzurra, in fondo. Massacese disse: “Mettémece pure ’na preta.” Presero una pietra fra la zavorra, e la legarono ai piedi di Gialluca. Massacese disse: “Avande!” Sollevarono il cadavere fuori del bordo e lo lasciarono scivolare nel mare. L’acqua si richiuse gorgogliando; il corpo discese da prima con una oscillazione lenta; poi si dileguò. I marinai tornarono a poppa, ed aspettarono il vento. Fumavano, senza parlare. Massacese ogni tanto faceva un gesto inconsciente, come fanno talora li uomini cogitabondi. Il vento si levò. Le vele si gonfiarono, dopo avere palpitato un istante. La -Trinità- si mosse nella direzione di Solta. Dopo due ore di buona rotta, passò lo stretto. La luna illuminava le rive. Il mare aveva quasi una tranquillità lacustre. Dal porto di Spálatro uscivano due navigli, e venivano incontro alla -Trinità-. Le due ciurme cantavano. Udendo la canzone, Cirù disse: “Toh! So’ di Piscare.” Vedendo le figure e le cifre delle vele, Ferrante disse: “So’ li trabaccule di Raimonde Callare.” E gittò la voce. I marinai paesani risposero con grandi clamori. Uno dei navigli era carico di fichi secchi, e l’altro di asinelli. Come il secondo dei navigli passò a dieci metri dalla -Trinità-, vari saluti corsero. Una voce gridò: “Oh Giallù! Addò sta Gialluche?” Massacese rispose: “L’avéme pirdute a mare, ’n mezz’a lu furtunale. Dicétele a la mamme.” Alcune esclamazioni allora sorsero dal trabaccolo delli asinelli; poi li addii. “Addio! Addio! A Piscare! A Piscare!” E allontanandosi le ciurme ripresero la canzone, sotto la luna.LA GUERRA DEL PONTE. CAPITOLO DI CRONACA PESCARESE. Verso gl’idi d’agosto (per tutte le campagne il grano lavato si asciugava felicemente al sole), Antonio Mengarino, un vecchio agricoltore pieno di probità e di saggezza, stando nel Consiglio del Comune a giudicare sulle cose pubbliche, come udì taluni consiglieri cittadini discorrere a voce bassa del -cholèra- che in qualche provincia d’Italia andavasi ampliando e udì altri proporre ordini a conservazion della salute ed altri esporre timori, si fece innanzi con un’aria tra di incredulità e di curiosità ad ascoltare. Erano con lui nel Consiglio, agricoltori, Giulio Citrullo della pianura e Achille di Russo dei colli; e il vecchio, mentre ascoltava, volgevasi di tratto in tratto a quei due con cenni delle palpebre e delle labbra come per avvertirli dell’inganno ch’egli credeva si celasse nelle parole dei consiglieri signori e del sindaco. Finalmente, non più potendo trattenersi, disse, con la sicurtà di un uomo che sa e vede molto: “’Mbè, levàme ssti chiacchiere in tra di nu áutre. Le vuleme fa’ veni nu poche de culere, u ne le vuleme fa’ veni? Dicémecele ’n segrete, mo.” A queste inaspettate parole, tutti i consiglieri furono da prima presi dalla meraviglia, e quindi dal riso. “Vatténne, Mengarì! Che ti mitte a dice, sangue de Crimie!” esclamò don Aiace, il grande assessore, spingendo con la mano una spalla del vecchio. E li altri, scotendo il capo o battendo il pugno in su ’l tavolo sindacale, commentavano la pertinace ignoranza dei cafoni. “’Mbè, ma ve pare mo ca nu credeme a ssi chiacchiera quisse?” fece Antonio Mengarino, con un gesto vivo, poichè sentivasi punto dall’ilarità che le sue parole avevano suscitata. Nell’animo di lui e in quello delli altri due agricoltori la diffidenza e la nativa ostilità contro -la signoria- insorgevano. -- Dunque essi erano esclusi dai segreti del Consiglio? Dunque ancora erano considerati come cafoni? Ah, brutte cose, per la Majella!... -- “Facéte vu, Nu ce ne jame,” concluse il vecchio, acre, coprendosi il capo. E i tre villici uscirono dalla sala, con un passo pieno di dignità, in silenzio. Come furono fuori del paese, nella campagna opulenta di vigne e di gran ciciliano, Giulio Citrullo, soffermatosi per accender la pipa, sentenziò: “Ocche bádene a isse! Ca ssta vote sa coma va sgrizzenrie li cocce, pe’ la Majelle!... I nin vulesse esse lu sínnache.” ---- Intanto nel territorio contadino il timore del morbo imminente sconvolgeva tutti li animi. In torno alli alberi fruttiferi, in torno alle viti, in torno alle cisterne, in torno ai pozzi, li agricoltori vigilavano, sospettosi e minacciosi, con una costanza instancabile. Nella notte colpi di fucile frequenti turbavano il silenzio; i cani, aizzati, latravano fino all’alba. Le imprecazioni contro i -Governanti- scoppiavano di giorno in giorno con maggior violenza d’ira. Tutte le pacifiche ed auguste fatiche agresti erano intraprese con una sorta d’incuria e d’insofferenza. Sorgevano dai campi le canzoni di ribellione rimate all’improvviso. Poi, i vecchi rinnovavano i ricordi delle passate mortalità, confermando la credenza nei veleni. Un giorno, nel 54, alcuni vendemmiatori di Fontanella, avendo colto un uomo in cima a un albero di fico e avendolo costretto a discendere, videro che questi nascondeva una fiala piena di un unguento gialliccio. Con minacce essi gli fecero inghiottire tutto l’unguento; e d’un tratto l’uomo (ch’era uno dei Paduani) stramazzò, torcendo le membra su ’l terreno, livido, con li occhi fissi, con il collo teso, con alla bocca una schiuma. A Spoltore, nel 37, Zinicche, un fabbro, uccise in mezzo alla piazza il cancelliere Don Antonio Rapino; e le morti cessarono subitamente, il paese fu salvo. Poi, a poco a poco, le leggende si formavano e di bocca in bocca variavano, e, se bene recenti, divenivano meravigliose. Una diceva che al Palazzo del Comune erano giunte sette casse di veleno distribuito dai -Governanti- perchè fosse sparso nelle campagne e mescolato nel sale. Le casse erano verdi, cerchiate di ferro, con tre serrature. Il sindaco aveva dovuto pagare settemila ducati per sotterrar le casse e liberare il paese. Un’altra voce recava che al sindaco i -Governanti- davano cinque ducati per ogni morto. La popolazione era troppo grande: toccava ai poveri morire. Il sindaco stava facendo le liste. Ah, si arricchiva, -il figlio di Sciore-, questa volta! ---- Così il fermento cresceva. Li agricoltori al mercato di Pescara nulla compravano, nè portavano mercanzia in traffico. I fichi dalli alberi, giunti a maturità, cadevano e si corrompevano su ’l suolo. I grappoli rimanevano intatti fra i pampini. I ladroneggi notturni più non seguivano, poichè i ladri temevano di cogliere frutti attossicati. Il sale, l’unica merce presa nelle botteghe della città, era prima offerto ai cani e ai gatti, per esperimento. Giunse quindi un giorno la novella che a Napoli i cristiani morivano in gran numero. E al nome di Napoli, di quel gran reame lontano dove -Ggiuanne senza pahure- un dì trovò fortuna, le immaginazioni si accendevano. Sopravvennero le vendemmie. Ma, come i mercanti di Lombardia compravano le uve nostrali e le portavano nei paesi del settentrione per trarne vini artifiziosi, la letizia del rinato mosto fu scarsa e poco le gambe dei vendemmiatori si esercitarono a danzare nel tino e poco si esercitarono al canto la bocche femminili. Ma, quando tutte le opere della raccolta furono terminate e tutti li alberi furono spogliati dei loro frutti, cominciarono i timori e i sospetti a dileguarsi; poichè oramai eran diminuite pe’ i -Governanti- le opportunità di spargere il veleno. Grandi piogge beneficatrici caddero su le campagne. Il terreno ora, nutrito d’acqua, andavasi temperando pe ’l lavoro dell’aratro e per la seminazione, co ’l favore dei dolci soli autunnali; e la luna ne ’l primo quarto influiva su la virtù dei semi. ---- Una mattina, per tutto il territorio si sparse d’improvviso la voce che a Villareale, presso le querci di Don Settimio, su la riva destra del fiume, tre femmine erano morte dopo aver mangiato in comune una minestra di pasta comprata; nella città. L’indignazione irruppe da tutti li animi; e con maggior veemenza, poichè tutti oramai s’erano pacificati in una securtà fiduciosa. “Ah, va bbone; lu fije de Sciore nen ci ha vulute arnunzià a li ducato.... Ma a nu nen ce po fa’ niente mo, pecché frutte nen ce ne sta, e a Pescare nen ci jeme.” “Lu fije de Sciore joca na mala carte.” “A nu ce vo fa’ muri? ’Mbè, esse ha sbajate lu tombe, povere Sciurione....” “Addò le po mette la pruvelette? A la paste, a lu sale.... Ma la paste nu ne la magneme; e lu sale le deme prime a pruvà a li hatte e a li cane.” “Ah, Signure birbune! Ch’aveme fatte nu, puveritte? Mannajia Crimie, ha da venì chilu journe....” Così le mormorazioni si levavano da ogni parte, miste ai dileggi e alle contumelie contro li uomini del Comune e contro i -Governanti-. A Pescara, d’un tratto, tre, quattro, cinque persone del volgo furono prese dal male. Cadeva la sera; e su tutte le case discendeva una grande paura funerea, insieme con l’umidità del fiume. Per le vie la gente si agitava correndo verso il Palazzo comunale; dove il sindaco e i consiglieri e i gendarmi, avvolti in una confusion miserevole, salivano e scendevano le scale parlando tutti insieme ad alta voce, dando contrari ordini, non sapendo che risolvere, dove andare, come provvedere. Per un naturai fenomeno, il commovimento dell’animo si propagava al ventre. Tutti, sentendo dentro le viscere romorii cupi, si mettevano a tremare e a battere i denti; si guardavano in volto l’un l’altro; si allontanavano a rapidi passi; si chiudevano nelle case. Le cene rimasero intatte. Poi, a tarda ora, quando il primo tumulto del pánico fu sedato, le guardie cominciarono ad accendere su i canti delle vie fuochi di zolfo e di catrame. Il rossore delle fiamme illustrava i muri e le finestre; e l’inutile odore del bitume spandevasi per la città sbigottita. Da lontano, come la luna era serena, pareva che i calafati verso il mare spalmassero carene allegramente. ---- Tale fu in Pescara l’entrata dell’Asiatico. E il male, serpeggiando lungo il fiume, s’insinuò nei borghi della Marina, in quelli adunamenti di casupole basse dove vivono i marinai e alcuni vecchi dediti a piccole industrie. Li infermi morirono quasi tutti, poichè non volevano prendere i rimedi. Nessuna ragione e nessuna esperienza valse a persuaderli. Anisafine, un gobbo che vendeva ai soldati acqua mista a spirito di ánace, quando vide il bicchiere del medicamento, strinse forte le labbra e cominciò a scuotere il capo in segno di rifiuto. Il dottore prese ad eccitarlo con parole di persuasione; bevve egli pe ’l primo la metà del liquido; e, dopo, quasi tutti li assistenti accostarono la bocca all’orlo del bicchiere. Anisafine seguitava a scuotere il capo. “Ma vedi,” esclamò il dottore, “abbiamo bevuto prima noi....” Anisafine si mise a ridere per beffa: “Ah, ah, ah! Ma vu, mo che arreuscite, ve pijate lu contravvelene,” disse. E, poco dopo, morì. Cianchine, un macellaio idiota, fece la stessa cosa. Il dottore, per ultima prova, gli versò a forza tra i denti il medicinale. Cianchine sputò tutto, con ira e con orrore. Poi si mise a scagliar vituperii contro li astanti; tentò due o tre volte di levarsi per fuggire; e morì rabbiosamente, dinanzi a due gendarmi esterrefatti. Le cucine pubbliche, instituite per concorso spontaneo d’uomini caritatevoli, furono in su ’l principio credute dal volgo un laboratorio di tossici. I mendicanti pativano la fame più tosto che mangiare la carne cotta in quelle pentole. Costantino di Corròpoli, il cinico, andava spargendo i dubbi tra la sua tribù. Egli vagava in torno alle cucine, dicendo a voce alta, con un gesto indescrivibile: “A me nen mi ci acchiappo!” La Catalana di Gissi fu la prima a vincere il timore. Ella, un poco esitante, entrò; mangiò a piccoli bocconi, esaminando in sè stessa l’effetto del cibo; bevve il vino a piccoli sorsi. Poi, sentendosi tutta ristorata e fortificata, sorrise di meraviglia e di piacere. Tutti i mendicanti attendevano ch’ella uscisse. Quando la rividero incolume, si precipitarono per la porta; vollero anch’essi bere e mangiare. Le cucine sono in un vecchio teatro scoperto, nelle vicinanze di Portanova. Le caldaie bollono nel luogo dell’orchestra, il fumo invade il palco scenico: tra il fumo si vedono al fondo le scene raffiguranti un Castel feudale illuminato dal plenilunio. Quivi, su ’l mezzodì si raccoglie in torno a una mensa rustica la tribù dei poveri. Prima che l’ora scocchi, nella platea s’agita un brulichio multicolore di cenci e si leva un mormorio di voci roche. Alcune figure nuove appaiono tra le figure già cognite. Io amo una tal Liberata Lotta di Montenerodòmo, che ha una mirabile testa di Minerva ottuagenaria, piena di regalità e di austerità nella fronte, con i capelli tutti tesi in su ’l cranio come un casco aderente. Ella tiene fra le mani un vaso di vetro verde; e resta in disparte, taciturna, aspettando d’essere chiamata. ---- Ma il grande episodio epico di questa cronaca del -cholèra- è la Guerra del Ponte. Un’antica discordia dura tra Pescara e Castellammare Adriatico, tra i due comuni che il bel fiume divide. Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e in rappresaglie, l’una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell’altra. E poichè oggi è prima fonte di prosperità la mercatura, e poichè Pescara ha già molta dovizia d’industrie, i Castellammaresi da tempo mirano a trarre i mercanti su la loro riva con ogni sorta di astuzie e di allettamenti. Ora, un vecchio ponte di legname cavalca il fiume su grossi battelli tutti incatramati e incatenati e trattenuti da ormeggi. I canapi e le gómene s’intrecciano nell’aria artifiziosamente, scendendo dalle antenne alte dell’argine ai parapetti bassissimi; e dànno imagine di un qualche barbarico attrezzo ossidionale. Le tavole mal connesse scricchiolano al peso dei carri. Al passaggio delle schiere militari, tutta la mostruosa macchina acquatica oscilla e balza da un capo all’altro e risuona come un tamburo. Sorse un dì da questo ponte la popolar leggenda di san Cetteo liberatore; e il santo annualmente vi si ferma nel mezzo, con gran pompa cattolica, a ricevere le salutazioni che dalle barche ancorate mandano i marinai. Così, tra la vista di Montecorno e la vista del mare, l’umile costruzione sta quasi come un monumento della patria, ha quasi in sè la santità delle cose antiche e dà alli estranei indizio di genti che ancora vivano in una semplicità primordiale. Li odii tra i Pescaresi e i Castellamaresi cozzano su quelle tavole che si consumano sotto i laboriosi traffici cotidiani. E, come per di là le industrie cittadine si riversano su la provincia teramana e vi si spandono felicemente, oh con qual gioia la parte avversa taglierebbe i canapi e respingerebbe i sette rei battelli a naufragare! Sopraggiunta dunque la bella opportunità, il gonfaloniere nemico con molto apparato di forze campestri impedì ai Pescaresi il passaggio nell’ampia strada che dal ponte si dilunga per gran tratto congiungendo innumerevoli paesi. Era nell’intendimento di colui chiudere la città rivale in una specie d’assedio, toglierle ogni modo di traffico ed interno ed esterno, attrarne al suo mercato i venditori e i compratori che per consuetudine praticavano su la destra riva; e, quindi, dopo avere ivi oppressa in una forzosa inerzia ogni arte di lucro, sorgere trionfatore. Offerse egli ai padroni delle paranze pescaresi venti carlini per ogni cento libbre di pesce, mettendo come patto che tutte le paranze approdassero e scaricassero alla sua riva e che la convenzion del prezzo durasse fino al giorno della Natività di Cristo. Ora, nella settimana precedente la Natività, il prezzo del pesce suol salire a più che quindici ducati per ogni cento libbre. Manifesta appariva dunque l’insidia. I padroni rifiutarono ogni offerta, preferendo tenere inoperose le reti. Lo scaltro nemico fece ad arte spargere voce che una mortalità grande affliggeva Pescara. Si adoperò per via d’amicizia a sollevare tutti li animi della provincia teramana e li animi anche dei Chietini contro la pacifica città dove il morbo già era scomparso. Respinse con violenza o ritenne prigionieri alcuni onesti viandanti che, usando d’un comun diritto, prendevano la strada provinciale per recarsi altrove. Lasciò che sulla linea di confine un branco di suoi lanzichenecchi stesse dall’alba al tramonto schiamazzando contro chiunque si avvicinava. La ribellione cominciò allora a fermentare nei Pescaresi, contro li ingiusti arbitrii; poichè sopraggiungeva la miseria e tutta la numerosa classe dei lavoratori languiva nell’inerzia e tutti i mercanti incorrevano in gravissimi danni. Il -cholèra-, scomparso dalla città, accennava a scomparire anche dalla marina dove soltanto alcuni vecchi invalidi erano morti. Tutti i cittadini, fiorenti di salute, amavano riprendere le consuete fatiche. I tribuni sorsero: Francesco Pomárice, Antonio Sorrentino, Pietro D’Amico. Per le vie la gente si divideva in gruppi, ascoltava la parola tribunizia, applaudiva, proponeva, gittava gridi. Un gran tumulto andavasi preparando fra il popolo. Per eccitazione, taluni raccontavano il fatto eroico del Moretto di Claudia. Il quale, preso dai lanzichenecchi a forza e imprigionato nel lazzeretto ed ivi trattenuto per cinque giorni senz’altro cibo che pane, riuscì a fuggire dalla finestra; passò a nuoto il fiume, e giunse tra i suoi grondante di acqua, alenante, famelico, raggiante di gloria e di gioia. Il sindaco, nel frattempo, sentendo il mugolío precursore della tempesta, si accinse a parlamentare co ’l Gran Nimico castellammarese. È il sindaco un picciolo dottor di legge cavaliere, tutto untuosamente ricciutello, con omeri sparsi di forfora, con chiari occhietti esercitati alle dolci simulazioni. È il Gran Nimico un degenere nepote del buon Gargantuasso; enorme, sbuffante, tonante, divorante. Il colloquio avvenne in terra neutrale; e presenti vi furono li illustri prefetti di Teramo e di Chieti. Ma, verso il tramonto, un lanzichenecco, entrato in Pescara per recare un messaggio a un consiglier del Comune, si mise in cantina con atti bravi a bevere; e quindi prese bravamente a girovagare. Come lo videro i tribuni, gli corsero sopra. Tra le grida e le acclamazioni della plebe lo spinsero lungo la riva, sino al lazzeretto. Era il tramonto su le acque luminosissimo; e il bèllico rossore dell’aria inebriava li animi plebei. Allora dall’opposta riva ecco una torma di Castellammaresi, uscente di tra i salici ed i vimini, darsi con molta veemenza di gesti ad inveire contro l’oltraggio. Rispondevano i nostri con eguale furia. E il lanzichenecco imprigionato percoteva con tutta la forza dei piedi e delle mani la porta della prigione, gridando: “Apríteme! Apríteme!” “Tu adduòrmete a esse, e nen te n’incaricà,” gli gridavano per beffa i popolani. E qualcuno crudelmente aggiungevagli: “Ah, si sapisse quante se n’hanne muorte a esse dendre! Siente l’uddore? Nen te s’ha cumenzate a smove nu poche la panze?” “Urrà! Urrà!” Verso la Bandiera scorgevasi un luccichio di canne di fucile. Il sindachetto veniva a capo di un manipolo militare per liberar dal carcere il lanzichenecco, a fin di non incorrere nelle ire del Gran Nimico. Subitamente la plebe, irritata, tumultuò; grida altissime si levarono contro quel vil liberatore di Castellammaresi. Per tutta la via, dal lazzeretto alla città, fu un clamoroso accompagnamento di sibili e di contumelie. Al lume delle torce, la gazzarra durò fin che le voci non furon roche. ---- Dopo quel primo impeto, la rivolta si andò svolgendo a mano a mano con nuove peripezie. Tutte le botteghe si chiusero. Tutti i cittadini si raccolsero su la strada, ricchi e poveri, in famigliarità, presi da una furiosa smania di parlare, di gridare, di gesticolare, di manifestare in mille diversi modi un unico pensiero. Ad ogni tratto giungeva un tribuno recando una notizia. I gruppi si scioglievano, si ricomponevano, variavano, secondo le correnti delle opinioni. E, poichè su tutte le teste la libertà del giorno era vitale e i sorsi dell’aria letificavano come sorsi di vino, si ridestò nei Pescaresi la nativa giocondità beffarda; ed essi seguitarono a far ribellione in una maniera gaia ed ironica, così, per il diletto, per il dispetto, per l’amore delle cose nuove. Li stratagemmi del Gran Nimico si moltiplicavano. Qualunque accordo rimaneva inosservato a causa di abili temporeggiamenti che la debolezza del piccolo sindaco favoriva. ---- Il mattino d’Ognissanti, verso la settima ora, mentre nelle chiese si celebravano i primi uffici festivi, i tribuni si misero in giro per la città, seguiti da una turba che ad ogni passo accrescevasi e diveniva più clamorosa. Quando l’intero popolo fu raccolto, Antonio Sorrentino arringò. La processione, in ordine, quindi si diresse al Palazzo comunale. Le strade erano ancora azzurre nell’ombra e le case erano coronate dal sole. In vista del Palazzo un immenso grido scoppiò. Tutte le bocche scagliavano vituperii contro il leguleio; tutti i pugni si levavano in attitudine di minaccia; tra un grido e l’altro, certe lunghe oscillazioni sonore rimanevano nell’aria, come prodotte da uno stromento; e su la confusion delle teste e delle vesti i lembi vermigli delle bandiere sbattevano, come agitati dal largo soffio popolare. Su ’l comunal balcone non appariva alcuno. Il sole discendeva a poco a poco dal tetto verso la gran meridiana tutta nera di cifre e di linee su cui lo gnomone vibrava l’ombra indicatrice. Dalla Torretta dei D’Annunzio al campanil badiale torme di colombi svolazzavano nell’azzurro superiore. Le grida si moltiplicarono. Una mano di animosi diede l’assalto alle scale del Palazzo. Il piccolo sindaco, pallido e pavido, si arrese al volere del popolo; lasciò il seggio; rinunziò all’ufficio; discese su la strada, tra i gendarmi, seguito dai consiglieri. Uscì quindi dalla città; si ritrasse su ’l colle di Spoltore. Le porte del Palazzo furono chiuse. Un’anarchia provvisoria si stabilì nella città. Le milizie, per impedire l’imminente lotta tra i Castellammaresi e i Pescaresi, fecero argine su l’estremità sinistra del ponte. La turba, deposte le bandiere, si avviò alla strada di Chieti; poichè di là era per giungere il Prefetto chiamato in furia da un Commissario reale. I proponimenti parevano feroci. Ma la mite virtù del sole a poco a poco pacificò le ire. Nell’ampia strada venivano, uscenti dalla chiesa, le femmine del contado tutte in vesti di seta multicolori e coperte di gioielli giganteschi, di filigrane d’argento, di collane d’oro. Lo spettacolo di quelle facce, rubiconde e gioconde come grandi pomi, rasserenava ogni animo. I motti e le risa nacquero spontaneamente; ed il non breve tempo dell’aspettazione parve quasi dilettevole. Su ’l mezzodì la vettura prefettizia giunse in vista. Il popolo si dispose in semicerchio per chiuderle la via. Antonio Sorrentino arringò, non senza un certo sfoggio d’eloquenza fiorita. Li altri, fra le pause dell’arringa, chiedevano in vari modi giustizia contro li abusi, sollecitudine e validità di provvedimenti nuovi. Due grandi scheletri equini, ancora animati, scotevano di tratto in tratto le sonagliere, mostrando ai ribelli le gencive pallidicce, con una smorfia di derisione. E il delegato di polizia, simile non so a qual vecchio cantator di teatro che ancora portasse per divozione in torno al volto una finta barba di druido, moderava dall’altitudine del serpe l’ardor del tribuno, con cenni gravi della mano. Come il perorante nella foga saliva a culmini di eloquenza troppo audaci, il Prefetto, sorgendo su ’l predellino, colse il momento per interrompere. Proferì una frase ambigua e timida che le grida del popolo copersero. “A Pescara! A Pescara!” La vettura camminò quasi sospinta dall’onda popolare ed entrò in città; e, poichè il Palazzo era chiuso, si fermò dinanzi alla Delegazione. Dieci nominati a voce dal popolo salirono insieme col Prefetto, per parlamentare. La turba occupò tutta la via. Impazienze qua e là scoppiavano. La via era angusta. Le case riscaldate dal sole irraggiavano un tepor dilettoso; e non so qual lenta mollezza emanava dal cielo oltremarino, dall’erbe fluttuanti lungo le gronde, dalle rose delle finestre, dalle mura bianche, dalla fama stessa del luogo. Ha il luogo fama d’albergare le più belle popolane pescaresi: vive e di generazione in generazione nella contrada si va perpetuando una tradizion di beltà. La immensa casa decrepita di Don Fiore Ussorio è un vivaio di bimbi floridi e di fanciulle leggiadre; ed è tutta coperta di piccole logge che sono esuberanti di garofani e che si reggono su rozze mènsole scolpite di mascheroni procaci. A poco a poco, le impazienze della folla si placavano. I parlari oziosi propagavansi da un capo all’altro; dall’uno all’altro bivio. Domenico di Matteo, una specie di Rodomonte villereccio, motteggiava ad alta voce sull’asinità e l’avidità dei dottori che facevano morire li infermi per prendere dal Comune una maggior mercede. Egli narrava certe sue cure mirabili. Una volta egli aveva un gran dolore al petto ed era quasi prossimo all’agonia. Poichè il medico gli proibì di bere acqua, egli ardeva di sete. Una notte, mentre tutti dormivano, si levò piano piano, cercò a tentoni la conca, vi tuffò la testa e rimase lì a bevere come un giumento, fin che la conca non fu vuota. La mattina dopo egli era guarito. Un’altra volta egli ed un suo compare, avendo da lungo tempo la febbre terzana contro cui ogni virtù di chinino pareva inutile, decisero di fare una esperienza. Si trovavano su la riva del fiume, ed alla riva opposta una vigna solatía li allettava con i grappoli. Si spogliarono, si gittarono nelle fredde acque, tagliarono la corrente, toccarono l’altra riva, si saziarono d’uva; poi di nuovo attraversarono. La terzana disparve. Un’altra volta, essendo egli infermo di mal francioso ed avendo speso più di quindici ducati vanamente in opera di medici e di medicine, come vide la madre attendere al bucato, fu colto da un pensiero felice. Tracannò, l’un dopo l’altro, cinque bicchieri di lisciva; e si liberò. Ma ai balconi, alle finestre, alle logge la bella tribù muliebre si affacciava tumultuariamente. Tutti li uomini dalla via levavano li occhi a quelle apparizioni e restavano con la faccia al sole per guardare; e tutti, poichè la consueta ora del pasto era già trascorsa, si sentivano la testa un poco vacua e nello stomaco un languore infinito. Brevi dialoghi dalla via alle finestre si intrecciavano. I giovini gittarono motti salaci alle belle. Le belle risposero con gesti schivi, con scuotere di capo; o si ritrassero, o forte risero. Le fresche risa di quelle bocche si sgranellavano come collane di cristallo, cadendo su li uomini che già il desio incominciava a pungere. Dalle mura il calore s’irradiava più largo e mescevasi al calor dei corpi agglomerati. I riverberi bianchissimi abbarbagliavano. Qualche cosa di snervante e di stupefacente discendeva su quella turba digiuna. Apparve su una loggia, d’improvviso, la Ciccarina, la bella delle belle, la rosa delle rose, l’amorosa pèsca, colei che tutti han desiato. Per un moto unanime, li sguardi si volsero verso di lei. Ella, nel trionfo, stava semplicemente, sorridendo, come una dogaressa dinanzi al suo popolo. Il sole le illuminava la piena faccia di cui la carne è simile alla polpa di un frutto succulento. I capelli, di quel color castaneo di sotto a cui par trasparisca una fiamma d’oro aranciato, le invadevano la fronte, le tempia, il collo, mal frenati. Un nativo fáscino afrodisiaco le emanava da tutta la persona. Ed ella stava semplicemente, tra due gabbie di merli, sorridendo, non sentendosi offesa dalle brame che lucevano in tutti quelli occhi intenti a lei. I merli fischiarono. I madrigali rustici batterono l’ali verso la loggia. La Ciccarina si ritrasse, sorridendo. La turba rimase nella via, quasi abbacinata dai riverberi, dalla vista di quella femmina, dalle prime vertigini della fame. Allora uno dei parlamentari, affacciatosi a una finestra della Delegazione, disse con voce squillante: “Cittadini, si deciderà la cosa fra tre ore!” L’EROE. Già i grandi stendardi di san Gonselvo erano usciti su la piazza ed oscillavano nell’aria pesantemente. Li reggevano in pugno uomini di statura erculea, rossi in volto e con il collo gonfio di forza, che facevano giuochi. . . 1 2 , , , 3 : 4 5 « . » 6 7 : 8 9 « . . » 10 11 , 12 . 13 14 : 15 16 « . » 17 18 ; . 19 , , 20 . , , 21 , . 22 23 : 24 25 « ? » 26 27 , , . 28 , . 29 30 , , : 31 32 « . . » 33 34 35 . . 36 37 , , 38 . . 39 , , . 40 41 ; 42 . , 43 ; . 44 . 45 46 . , 47 . . , 48 , 49 . , 50 51 . . 52 . 53 54 ; , 55 , . 56 , . 57 , 58 . , 59 . , . 60 , , 61 . 62 63 , , 64 . 65 66 . 67 68 « ? » , , 69 . , , . 70 71 . 72 . , 73 , , . 74 75 , 76 . 77 78 : 79 80 « . » 81 82 : 83 84 85 « , . » 86 87 , , 88 . 89 , . 90 91 . 92 93 , , . 94 , . 95 , , 96 , , , , . 97 , , , 98 . 99 100 , , 101 , . 102 . , , 103 . . 104 : . , 105 , . 106 107 « ! ! » , 108 , 109 . 110 111 : 112 . 113 114 « ! » . 115 116 . 117 ; 118 . , , 119 . 120 . 121 122 , , 123 . , , 124 , . 125 126 , , : 127 128 « ? » 129 130 , , ; 131 , , . 132 . . 133 . , . 134 , , 135 , . , 136 , . 137 . 138 . 139 140 , , : 141 142 « ! ! » 143 144 , , . 145 146 . . 147 . 148 149 . . 150 151 , , : 152 153 « ! » 154 155 156 . 157 158 . . 159 , . 160 . 161 . , 162 : 163 164 « , ! » 165 166 , , 167 , . 168 , . , 169 , 170 . 171 172 , . 173 . 174 175 , , : 176 177 « . » 178 179 , ; 180 . 181 . , 182 , . 183 184 : 185 186 « ! ! » 187 188 . . 189 , 190 . : 191 192 « ! ! » 193 194 . 195 196 . 197 , , , 198 , . 199 200 , , 201 . , 202 , , . : 203 204 « , » 205 . 206 207 , , . 208 . 209 210 « ! ! » , 211 . 212 213 . , 214 ; , , 215 . 216 217 , ; 218 , 219 . , ; 220 , . 221 . , 222 , , . 223 . 224 225 « , , ! » 226 227 « ! ! » , , 228 229 . 230 231 , , , . 232 233 . , , , 234 . , 235 , , . 236 237 « ! » 238 239 , , . 240 . 241 , , , 242 . 243 244 245 , , 246 : 247 248 « ! ! » 249 250 , , . 251 . . 252 , ; 253 . 254 255 . . 256 , , . 257 258 . 259 . , , 260 . , , 261 : 262 263 « ! ! » 264 265 , , ; 266 , . , 267 , 268 , . , 269 . 270 271 . . 272 273 : 274 275 « ! » 276 277 . , 278 , . , 279 , . 280 . 281 , ; . 282 283 « , » 284 . 285 286 , , , 287 . , , 288 . , 289 . 290 291 . 292 293 , . 294 . 295 296 « , ! 297 . , ! 298 . . . . ! , ! » 299 300 ; 301 . , : 302 303 « . » 304 305 ; 306 307 . , 308 . . 309 , . 310 311 , , : 312 313 « ! » 314 315 ; 316 . , . 317 318 . - - , . 319 ; . 320 , . , 321 . . 322 323 324 , , , 325 ; 326 . , : 327 328 « ! ! » 329 330 ; . ; 331 ; ; . 332 333 , , 334 . 335 . 336 337 « ! ; . . . . » 338 339 . 340 . . 341 , . 342 , . 343 344 , , , : 345 346 « ! ! » 347 348 ; , 349 , , , 350 . 351 352 : 353 354 « ? 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