Don Domenico era così ansioso di dire la cosa e così affannato che da
prima balbettava senza farsi intendere. Tutti quei galantuomini in torno
a lui pendevano dalle sue labbra, presentivano con gioia un qualche
strano avvenimento che alimentasse alfine le loro chiacchiere
pomeridiane.
Don Paolo Seccia, che era un poco sordo da un orecchio, disse
impazientito:
“Ma che v’hanno legata la lingua, Don Domè?”
Don Domenico ricominciò da capo la narrazione, con più calma e più
chiarezza. Disse tutto; ingrandì i furori di Don Giovanni Ussorio;
aggiunse particolarità fantastiche; s’inebriò delle parole, “Capite?
capite? E poi questo; e poi quest’altro....”
Il dottore Panzoni al clamore aperse le palpebre, volgendo i grossi
globi visivi ancora stupidi di sonno e russando ancora pe ’l naso tutto
vegetante di nei mostruosi. Disse o russò, nasalmente:
“Che c’è’? Che c’è’?”
E con fatica puntellandosi al bastone, si levò piano piano e venne nel
crocchio per udire.
Il barone Cappa ora narrava, con alquanta saliva nella bocca, una
storiella grassa a proposito di Violetta Kutufà. Nelle pupille delli
ascoltatori intenti passava un luccicore, a tratti. Li occhiolini
verdognoli di Don Paolo Seccia scintillavano come immersi in un umore.
Alla fine, le risa sonarono.
Ma il dottor Panzoni, così ritto, s’era riaddormentato; poichè a lui
sempre il sonno, grave come un morbo, siedeva dentro le nari. E rimase a
russare, solo nel mezzo, con il capo chino sul petto: mentre li altri si
disperdevano per tutto il paese a divulgare la novella, di famiglia in
famiglia.
E la novella, divulgata, mise a remore Pescara. Verso sera, co ’l fresco
della marina e con la luna crescente, tutti i cittadini uscirono per le
vie e per le piazzette. Il chiaccherío fu infinito. Il nome di Violetta
Kutufà correva su tutte le bocche. Don Giovanni Ussorio non fu veduto.
II.
Violetta Kutufà era venuta a Pescara nel mese di gennaio, in tempo di
carnevale, con una compagnia di cantatori. Ella diceva d’essere una
greca dell’Arcipelago, di aver cantato in un teatro di Corfù al
conspetto del re delli Elleni e di aver fatto impazzire d’amore un
ammiraglio d’Inghilterra. Era una donna di forme opulente, di pelle
bianchissima. Aveva due braccia straordinariamente carnose e piene di
piccole fosse che apparivano rosee ad ogni moto; e le piccole fosse e le
anella e tutte le altre grazie proprie di un corpo infantile rendevano
singolarmente piacevole e fresca e quasi ridente la sua pinguedine. I
lineamenti del volto erano un po’ volgari: li occhi castanei, pieni di
pigrizia; le labbra grandi, piatte e come schiacciate. Il naso non
rivelava l’origine greca: era corto, un poco erto, con le narici larghe
e respiranti. I capelli, neri, abbondavano su ’l capo. Ed ella parlava
con un accento molle, esitando ad ogni parola, ridendo quasi sempre. La
sua voce spesso diventava roca, d’improvviso.
Quando la compagnia giunse, i Pescaresi smaniavano nell’aspettazione. I
cantatori forestieri furono ammirati per le vie, nei loro gesti, nel
loro incedere, nel loro vestire, e in ogni loro attitudine. Ma la
persona su cui tutta l’attenzione converse fu Violetta Kutufà.
Ella portava una specie di giacca scura orlata di pelliccia e chiusa da
alamari d’oro; e su ’l capo una specie di tôcco tutto di pelliccia,
chino un po’ da una parte. Andava sola, camminando speditamente; entrava
nelle botteghe, trattava con un certo disdegno i bottegai, si lagnava
della mediocrità delle merci, usciva senza aver nulla comprato:
cantarellava, con noncuranza.
Per le vie, nelle piazzette, su tutti i muri, grandi scritture a mano
annunziavano la rappresentazione della -Contessa d’Amalfi-. Il nome di
Violetta Kutufà risplendeva in lettere vermiglie. Li animi dei Pescaresi
si accendevano. La sera aspettata giunse.
Il teatro era in una sala dell’antico ospedal militare, all’estremità
del paese, verso la marina. La sala era bassa, stretta e lunga, come un
corridoio: il palco scenico, tutto di legname e di carta dipinta,
s’inalzava pochi palmi da terra; contro le pareti maggiori stavano le
tribune, costruite d’assi e di tavole, ricoperte di bandiere tricolori,
ornate di festoni. Il sipario, opera insigne di Cucuzzitto figlio di
Cucuzzitto, raffigurava la Tragedia, la Commedia e la Musica allacciate
come le tre Grazie e trasvolanti su ’l ponte a battelli sotto cui
passava la Pescara turchina. Le sedie, tolte alle chiese, occupavano
metà della platea. Le panche, tolte alle scuole, occupavano il resto.
Verso le sette la banda comunale prese a sonare in piazza e sonando fece
il giro del paese; e si fermò quindi al teatro. La marcia fragorosa
sollevava li animi al passaggio. Le signore fremevano d’impazienza, nei
loro belli abiti di seta. La sala rapidamente si empì.
Su le tribune raggiava una corona di signore e di signorine
gloriosissima. Teodolinda Pumèrici, la filodrammatica sentimentale e
linfatica, sedeva a canto a Fermina Memma, la -mascula-. Le Fusilli,
venute da Castellammare, grandi fanciulle dalli occhi nerissimi, vestite
di una eguale stoffa rosea, tutte con i capelli stretti in treccia giù
per la schiena, ridevano forte e gesticolavano. Emilia D’Annunzio
volgeva a torno i belli occhi castanei con un’aria di tedio infinito.
Mariannina Cortese faceva segni col ventaglio a Donna Rachele Profeta
che stava di fronte. Donna Rachele Bucci con Donna Rachele Carabba
ragionava di tavolini parlanti e di apparizioni. Le maestre Del Gado,
vestite tutt’e due di seta cangiante, con mantellette di moda
antichissima e con certe cuffie luccicanti di pagliuzze d’acciaio,
tacevano, compunte, forse stordite dalla novità del caso, forse pentite
d’esser venute a uno spettacolo profano. Costanza Lesbii tossiva
continuamente, rabbrividendo sotto lo scialle rosso; bianca bianca,
bionda bionda, sottile sottile.
Nelle prime sedie della platea sedevano li ottimati. Don Giovanni
Ussorio primeggiava, bene curato nella persona, con magnifici calzoni a
quadri bianchi e neri, con soprabito di castoro lucido, con alle dita e
alla camicia una gran quantità di oreficeria chietina. Don Antonio
Brattella, membro dell’Areopago di Marsiglia, un uomo spirante la
grandezza da tutti i pori e specialmente dal lobo auricolare sinistro
ch’era grosso come un’albicocca acerba, raccontava a voce alta, il
dramma lirico di Giovanni Peruzzini; e le parole, uscendo dalla sua
bocca, acquistavano una rotondità ciceroniana. Li altri sulle sedie si
agitavano con maggiore o minore importanza. Il dottore Panzoni lottava
in vano contro le lusinghe del sonno e di tanto in tanto faceva un
remore che si confondeva con il -la- delli stromenti preludianti.
-- Pss! psss! pssss! --
Nel teatro il silenzio divenne profondo. All’alzarsi della tela, la
scena era vuota. Il suono d’un violoncello veniva di tra le quinte. Uscì
Tilde, e cantò. Poi uscì Sertorio, e cantò. Poi entrò una torma di
allievi e di amici, e intonò un coro. Poi Tilde si avvicinò pianamente
alla finestra.
Oh! come lente l’ore
Sono al desio!...
Nel pubblico incominciava la commozione, poichè doveva essere imminente
un duetto di amore. Tilde, in verità, era un -primo soprano- non molto
giovine; portava un abito azzurro; aveva una capellatura biondastra che
le ricopriva insufficientemente il cranio; e, con la faccia bianca di
cipria, rassomigliava a una costoletta cruda e infarinata che fosse
nascosta dentro una parrucca di canapa.
Egidio venne. Egli era il tenore giovine. Come aveva il petto
singolarmente incavato, le gambe un po’ curve, rassomigliava un
cucchiaio a doppio manico, su ’l quale fosse appiccicata una di quelle
teste di vitello raschiate e pulite che si veggono talvolta nelle mostre
dei beccai.
Tilde! il tuo labbro è muto,
Abbassi al suol gli sguardi.
Un tuo gentil saluto,
Dimmi, perchè mi tardi?
È la tua man tremante....
Fanciulla mia, perchè?
E Tilde, con un impeto di sentimento:
In sì solenne istante
Tu lo domandi a me?
Il duetto crebbe in tenerezza. Le melodie del cavaliere Petrella
deliziavano le orecchie delli uditori. Tutte le signore stavano chinate
su ’l parapetto delle tribune, immobili, attente; e i loro volti,
battuti dal riflesso del verde delle bandiere, impallidivano.
Un cangiar di paradiso
Il morir ci sembrerà!
Tilde uscì; ed entrò, cantando, il duca Carnioli ch’era un uomo
corpulento e truculento e zazzeruto come ad un baritono si addice. Egli
cantava fiorentinamente, aspirando i -c- iniziali, anzi addirittura
sopprimendoli talvolta.
Non sai tu che piombo è a ippiede
La atena oniugale?
Ma quando nel suo canto nominò alfine -d’Amalfi la contessa-, corse nel
pubblico un fremito. La contessa era desiderata, invocata.
Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio Brattella:
“Quando viene?”
Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall’alto la risposta:
“Oh, mio Dio, Don Giovà! Non sapete? Nell’atto secondo! Nell’atto
secondo!”
Il sermone di Sertorio fu ascoltato con una certa impazienza. Il sipario
calò fra applausi deboli. Il trionfo di Violetta Kutufà così
incominciava. Un mormorio correva per la platea, per le tribune,
crescendo, mentre si udivano dietro il sipario i colpi di martello dei
macchinisti. Quel lavorio invisibile aumentava l’aspettazione.
Quando il sipario si alzò, una specie di stupore invase li animi.
L’apparato scenico parve meraviglioso. Tre arcate si prolungavano in
prospettiva, illuminate; e quella di mezzo terminava in un giardino
fantastico. Alcuni paggi stavano sparsi qua e là, e s’inchinavano. La
contessa d’Amalfi, tutta vestita di velluto rosso, con uno strascico
regale, con le braccia e le spalle nude, rosea nella faccia, entrò a
passi concitati.
Fu una sera d’ebrezza, e l’alma mia
N’è piena ancor....
La sua voce era disuguale, talvolta stridula, ma spesso poderosa,
acutissima. Produsse nel pubblico un effetto singolare, dopo il miagolio
tenero di Tilde. Subitamente il pubblico si divise in due fazioni: le
donne stavano per Tilde; li uomini, per Leonora.
A’ vezzi miei resistere
Non è si facil giuoco....
Leonora aveva nelle attitudini, nei gesti, nei passi, una procacità che
inebriava ed accendeva i celibi avvezzi alle flosce Veneri del vico di
Sant’Agostino e i mariti stanchi delle scipitezze coniugali. Tutti
guardavano, ad ogni volgersi della cantatrice, le spalle grasse e
bianche, dove al gioco delle braccia rotonde due fossette parevano
ridere.
Alla fine dell’-a solo- li applausi scoppiarono con un fragore immenso.
Poi lo svenimento della contessa, le simulazioni dinanzi al duca
Carnioli, il principio del duetto, tutte le scene suscitarono applausi.
Nella sala s’era addensato il calore; per le tribune i ventagli
s’agitavano confusamente, e nello sventolio le facce femminili
apparivano e sparivano. Quando la contessa si appoggiò a una colonna, in
un’attitudine d’amorosa contemplazione, e fu rischiarata dalla luce
lunare d’un -bengala-, mentre Egidio cantava la romanza soave, Don
Antonio Brattella disse forte:
“È grande!”
Don Giovanni Ussorio, con un impeto subitaneo; si mise a battere le
mani, solo. Li altri imposero silenzio, poichè volevano ascoltare. Don
Giovanni rimase confuso.
Tutto d’amore, tutto ha favella:
La luna, il zeffiro, le stelle, il mar....
Le teste delli uditori, al ritmo della melodia petrelliana,
ondeggiavano, se bene la voce di Egidio era ingrata; e li occhi si
deliziavano, se bene la luce della luna era fumosa e un po’ giallognola.
Ma quando, dopo un contrasto di passione e di seduzione, la contessa
d’Amalfi incamminandosi verso il giardino riprese la romanza, la romanza
che ancora vibrava nelle anime, il diletto delli uditori fu tanto che
molti sollevavano il capo e l’abbandonavano un poco in dietro quasi per
gorgheggiare insieme con la sirena perdentesi tra i fiori.
La barca è presta..... deh vieni, o bella!
Amor c’invita.... vivere è amar.
In quel punto Violetta Kutufà conquistò intero Don Giovanni Ussorio che,
fuori di sè, preso da una specie di furore musicale ed erotico,
acclamava senza fine:
“Brava! Brava! Brava!”
Disse Don Paolo Seccia, forte:
“’O vi’, ’o vi’, s’è ’mpazzito Ussorio!”
Tutte le signore guardavano Ussorio, stordite, smarrite. Le maestre Del
Gado scorrevano il rosario, sotto le mantelline. Teodolinda Pumèrici
rimaneva estatica. Soltanto le Fusilli conservavano la loro vivacità e
cinguettavano, tutte rosee, facendo guizzare nei movimenti le trecce
serpentine.
Nel terzo atto, non i morenti sospiri di Tilde che le donne
proteggevano, non le rampogne di Sertorio a Carnioli, non le canzonette
dei popolani, non il monologo del malinconico Egidio, non le allegrezze
delle dame e dei cavalieri ebbero virtù di distrarre il pubblico dalla
voluttà antecedente. -- Leonora! Leonora! --
E Leonora ricomparve a braccio del conte di Lara, scendendo da un
padiglione. E toccò il culmine del trionfo.
Ella aveva ora un abito violetto, ornato di galloni d’argento e di
fermagli enormi. Si volse verso la platea, dando un piccolo colpo di
piede allo strascico e scoprendo nell’atto la caviglia. Poi,
inframezzando le parole di mille vezzi e di mille lezi, cantò fra
giocosa e beffarda:
Io son la farfalla che scherza tra i fiori....
Quasi un delirio prese il pubblico, a quell’aria già nota. La contessa
d’Amalfi, sentendo salire fino a sè l’ammirazione ardente delli uomini e
la cupidigia, s’inebriò; moltiplicò le seduzioni del gesto e del passo;
salì con la voce a supreme altitudini. La sua gola carnosa, segnata
dalla collana di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta.
Son l’ape che solo di mèle si pasce;
M’inebrio all’azzurro d’un limpido ciel....
Don Giovanni Ussorio, rapito, guardava con tale intensità che li occhi
parevano volergli uscir fuori delle orbite. Il barone Cappa faceva un
po’ di bava, incantato. Don Antonio Brattella, membro dell’Areopago di
Marsiglia, gonfiò, gonfiò, fin che disse, in ultimo:
“Colossale!”
III.
E Violetta Kutufà così conquistò Pescara.
Per oltre un mese le rappresentazioni dell’opera del cavaliere Petrella
si seguirono con favore crescente. Il teatro era sempre pieno, gremito.
Le acclamazioni a Leonora scoppiavano furiose ad ogni fine di romanza.
Un singolar fenomeno avveniva: tutta la popolazione di Pescara pareva
presa da una specie di manía musicale; tutta la vita pescarese pareva
chiusa nel circolo magico di una melodia unica, di quella ov’è la
farfalla che scherza tra i fiori. Da per tutto, in tutte le ore, in
tutti i modi, in tutte le possibili variazioni, in tutti li stromenti,
con una persistenza stupefacente, quella melodia si ripeteva; e
l’imagine di Violetta Kutufà collegavasi alle note cantanti, come, Dio
mi perdoni, alli accordi dell’organo l’imagine del Paradiso. Le facoltà
musiche e liriche, le quali nel popolo aternino sono nativamente
vivissime, ebbero allora una espansione senza limiti. I monelli
fischiavano per le vie; tutti i dilettanti sonatori provavano. Donna
Lisetta Memma sonava l’aria su ’l gravicembalo, dall’alba al tramonto;
Don Antonio Brattella la sonava su ’l flauto; Don Domenico Quaquino su
’l clarinetto; Don Giacomo Palusci, il prete, su una sua vecchia
spinetta rococò; Don Vincenzo Rapagnetta su ’l violoncello; Don Vincenzo
Ranieri su la tromba; Don Nicola D’Annunzio su ’l violino. Dai bastioni
di Sant’Agostino all’Arsenale e dalla Pescheria alla Dogana, i vari
suoni si mescolavano e contrastavano e discordavano. Nelle prime ore del
pomeriggio il paese pareva un qualche grande ospizio di pazzi
incurabili. Perfino li arrotini, affilando i coltelli alla ruota,
cercavano di seguire con lo stridore del ferro e della cote il ritmo.
Com’era tempo di carnevale, nella sala del teatro fu dato un festino
pubblico.
Il giovedì grasso, alle dieci di sera, la sala fiammeggiava di candele
steariche, odorava di mortelle, risplendeva di specchi. Le maschere
entravano a stuoli. I pulcinella predominavano. Sopra un palco, fasciato
di veli verdi e constellato di stelle di carta d’argento, l’orchestra
incominciò a sonare. Don Giovanni Ussorio entrò.
Egli era vestito da gentiluomo spagnuolo, e pareva un conte di Lara più
grasso. Un berretto azzurro con una lunga piuma bianca gli copriva la
calvizie; un piccolo mantello di velluto rosso gli ondeggiava su le
spalle, gallonato d’oro. L’abito metteva più in vista la prominenza del
ventre e la picciolezza delle gambe. I capelli, lucidi di olii
cosmetici, parevano una frangia artificiale attaccata intorno al
berretto ed erano più neri del consueto.
Un pulcinella impertinente, passando, strillò con la voce falsa:
“Mamma mia!”
E fece un gesto di orrore così grottesco, dinanzi al travestimento di
Don Giovanni, che in torno molte risa scampanellarono. La Ciccarina,
tutta rosea dentro il cappuccio nero della bautta, simile a un bel fiore
di carne, rideva d’un riso luminosissimo, dondolandosi fra due
arlecchini cenciosi.
Don Giovanni si perse tra la folla, con dispetto. Egli cercava Violetta
Kutufà; voleva prendersi Violetta Kutufà. I sarcasmi delle altre
maschere lo inseguivano e lo ferivano. D’un tratto egli s’incontrò in un
secondo gentiluomo di Spagna, in un secondo conte di Lara. Riconobbe Don
Antonio Brattella, ed ebbe una fitta al cuore. Già tra quei due uomini
la rivalità era scoppiata.
“Quanto ’sta nespola?” squittì Don Donato Brandimarte, velenosamente,
alludendo all’escrescenza carnosa che il membro dell’Areopago di
Marsiglia aveva nell’orecchio sinistro.
Don Giovanni esultò di una gioia feroce. I due rivali si guardarono e si
osservarono dal capo alle piante; e si mantennero sempre l’uno poco
discosto dall’altro, pur girando tra la folla.
Alle undici, nella folla corse una specie di agitazione. Violetta Kutufà
entrava.
Ella era vestita diabolicamente, con un dominò nero a lungo cappuccio
scarlatto e con una mascherina scarlatta su la faccia. Il mento rotondo
e niveo, la bocca grossa e rossa si vedevano a traverso un sottil velo.
Li occhi allungati e resi un po’ obliqui dalla maschera, parevano
ridere.
Tutti la riconobbero, subito; e tutti quasi fecero ala al passaggio di
lei. Don Antonio Brattella si avanzò, leziosamente, da una parte.
Dall’altra si avanzò Don Giovanni. Violetta Kutufà ebbe un rapido
sguardo per li anelli che brillavano alle dita di quest’ultimo. Indi
prese il braccio dell’Areopagita. Ella rideva, e camminava con un certo
vivace ondeggiare de’ lombi. L’Areopagita, parlandole e dicendole le sue
solite gonfie stupidezze, la chiamava contessa, e intercalava nel
discorso i versi lirici di Giovanni Peruzzini. Ella rideva e si piegava
verso di lui e premeva il braccio di lui, ad arte, perchè li ardori e li
sdilinquimenti di quel brutto e vano signore la dilettavano. A un certo
punto, l’Areopagita, ripetendo le parole del conte di Lara nel
melodramma petrelliano, disse, anzi sommessamente cantò:
“Poss’io dunque sperarrrr?”
Violetta Kutufà rispose, come Leonora:
“Chi ve lo vieta?... Addio.”
E, vedendo Don Giovanni poco discosto, si staccò dal cavaliere
affascinato e si attaccò all’altro che già da qualche tempo seguiva con
occhi pieni d’invidia e di dispetto li avvolgimenti della coppia tra la
folla danzante.
Don Giovanni tremò, come un giovincello al primo sguardo della fanciulla
adorata. Poi, preso da un impeto glorioso, trasse la cantatrice nella
danza. Egli girava affannosamente, con il naso su ’l seno della donna; e
il mantello gli svolazzava dietro, la piuma gli si piegava, rivi di
sudore misti ad olii cosmetici gli colavano giù per le tempie. Non
potendo più, si fermò. Traballava per la vertigine. Due mani lo
sorressero; e una voce beffarda gli disse nell’orecchio:
“Don Giovà, riprendete fiato!”
Era la voce dell’Areopagita. Il quale a sua volta trasse la bella nella
danza.
Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato su ’l fianco, battendo
il piede ad ogni cadenza, cercando parer leggero e molle come una piuma,
con atti di grazia così goffi e con smorfie così scimmiescamente mobili
che in torno a lui le risa e i motti dei pulcinella cominciarono a
grandinare.
“Un soldo si paga, signori!”
“Ecco l’orso della Polonia, che balla come un cristiano! Mirate,
signori!”
“Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee?”
“’O vi’! ’O vi’! L’urangutango!”
Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a ballare.
In torno a lui altre coppie giravano. La sala si era empita di gente
variissima; e nel gran calore le candele ardevano con una fiamma
rossiccia, tra i festoni di mortella. Tutta quell’agitazione multicolore
si rifletteva nelli specchi. La Ciccarina, la figlia di Montagna, la
figlia di Suriano, le sorelle Montanaro apparivano e sparivano, mettendo
nella folla l’irraggiamento della loro fresca bellezza plebea. Donna
Teodolinda Pumèrici, alta e sottile, vestita di raso azzurro, come una
madonna, si lasciava portare trasognata; e i capelli sciolti in anella
le fluttuavano su li omeri. Costanzella Caffè, la più agile e la più
infaticabile fra le danzatrici e la più bionda, volava da un’estremità
all’altra in un baleno. Amalia Solofra, la rossa dai capelli quasi
fiammeggianti, vestita da forosetta, con audacia senza pari, aveva il
busto di seta sostenuto da un solo nastro che contornava l’appiccatura
del braccio; e, nella danza, a tratti le si vedeva una macchia scura
sotto le ascelle. Amalia Gagliano, la bella dalli occhi cisposi, vestita
da maga, pareva una cassa funeraria che camminasse verticalmente. Una
specie di ebrietà teneva tutte quelle fanciulle. Esse erano alterate
dall’aria calda e densa, come da un falso vino. Il lauro e la mortella
formavano un odore singolare, quasi ecclesiastico.
La musica cessò. Ora tutti salivano i gradini conducenti alla sala dei
rinfreschi.
Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta a cena. L’Areopagita,
per mostrare d’essere in grande intimità con la cantatrice, si chinava
verso di lei e le susurrava qualche cosa all’orecchio e poi si metteva a
ridere. Don Giovanni non si curò del rivale.
“Venite, contessa?” disse, tutto cerimonioso, porgendo il braccio.
Violetta accettò. Ambedue salirono i gradini, lentamente, con Don
Antonio dietro.
“Io vi amo!” avventurò Don Giovanni, tentando di dare alla sua voce un
accento di passione appreso dal -primo amoroso giovine- d’una compagnia
drammatica di Chieti.
Violetta Kutufà non rispose. Ella si divertiva a guardare il concorso
della gente verso il banco di Andreuccio che distribuiva rinfreschi
gridando il prezzo ad alta voce, come in una fiera campestre. Andreuccio
aveva una testa enorme, il cranio polito, un naso che si curvava su la
sporgenza del labbro inferiore poderosamente; e somigliava una di quelle
grandi lanterne di carta, che hanno la forma d’una testa umana. I
mascherati mangiavano e bevevano con una cupidigia bestiale, spargendosi
su li abiti le briciole delle paste dolci e le gocce dei liquori.
Vedendo Don Giovanni, Andreuccio gridò:
“Signò, comandate?”
Don Giovanni aveva molte ricchezze, era vedovo, senza parenti prossimi;
cosicchè tutti si mostravano servizievoli per lui e lo adulavano.
“’Na cenetta,” rispose. “Ma!...”
E fece un segno espressivo per indicare che la cosa doveva essere
eccellente e rara.
Violetta Kutufà sedette e con un gesto pigro si tolse la mascherina dal
volto ed aprì un poco su ’l seno il dominò. Dentro il cappuccio
scarlatto la sua faccia, animata dal calore, pareva più procace. Per
l’apertura del dominò si vedeva una specie di maglia rosea che dava
l’illusione della carne viva.
“Salute!” esclamò Don Pompeo Nervi fermandosi dinanzi alla tavola
imbandita e sedendosi, attirato da un piatto di aragoste succulente.
E allora sopraggiunse Don Tito De Sieri e prese posto, senza
complimenti; sopraggiunse Don Giustino Franco insieme con Don Pasquale
Virgilio e con Don Federico Sicoli. La tavola s’ingrandì. Dopo molto
rigirare tortuoso, venne anche Don Antonio Brattella. Tutti costoro
erano per lo più i convitati ordinari di Don Giovanni; gli formavano in
torno una specie di corte adulatoria; gli davano il voto nelle elezioni
del Comune; ridevano ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per
antonomasia, -il principale-.
Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta Kutufà. I parassiti si
misero a mangiare, chinando sui piatti le bocche voraci. Ogni parola,
ogni frase di Don Antonio Brattella veniva accolta con un silenzio
ostile. Ogni parola, ogni frase di Don Giovanni veniva applaudita con
sorrisi di compiacenza, con accenni del capo. Don Giovanni, tra la sua
corte, trionfava. Violetta Kutufà gli era benigna, poichè sentiva l’oro;
e, ormai liberata dal cappuccio, con i capelli un po’ in ribellione per
la fronte e per la nuca, si abbandonava alla sua naturale giocondità un
po’ clamorosa e puerile.
D’in torno, la gente movevasi variamente. In mezzo alla folla tre o
quattro arlecchini camminavano su ’l pavimento, con le mani e con i
piedi; e si rotolavano, simili a grandi scarabei. Amalia Solofra, ritta
sopra una sedia, con alte le braccia ignude, rosse ai gomiti, agitava un
tamburello. Sotto di lei una coppia saltava alla maniera rustica,
gittando brevi gridi; e un gruppo di giovini stava a guardare con li
occhi levati, un poco ebri di desio. Di tanto in tanto dalla sala
inferiore giungeva la voce di Don Ferdinando Giordano che comandava le
quadriglie con gran bravura:
“-Balancez! Tour de mains! Rond à gauche!-”
A poco a poco la tavola di Violetta Kutufà diveniva amplissima. Don
Nereo Pica, Don Sebastiano Pica, Don Grisostomo Troilo, altri della
corte ussoriana, sopraggiunsero; poi anche Don Cirillo D’Amelio, Don
Camillo D’Angelo, Don Rocco Mattace. Molti estranei d’in torno stavano a
guardar mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano. Di tanto in
tanto, dalla tavola si levava uno scoppio di risa rauche; e, di tanto in
tanto, saltava un turacciolo e le spume del vino si riversavano.
Don Giovanni amava spruzzare i convitati, specialmente i calvi, per far
ridere Violetta. I parassiti levavano le facce arrossite; e sorridevano,
ancora masticando, al -principale-, sotto la pioggia nivea. Ma Don
Antonio Brattella s’impermalì e fece per andarsene. Tutti li altri,
contro di lui, misero un clamore basso che pareva un abbaiamento.
Violetta disse:
“Restate.”
Don Antonio restò. Poi fece un brindisi poetico in quinari.
Don Federico Sicoli, mezzo ebro, fece anche un brindisi a gloria di
Violetta e di Don Giovanni, in cui si parlava persino di -sacre tede- e
di -felice imene-. Egli declamò a voce alta. Era un uomo lungo e smilzo
e verdognolo come un cero. Viveva componendo epitalami e strofette per
li onomastici e laudazioni per le festività ecclesiastiche. Ora,
nell’ebrietà, le rime gli uscivano dalla bocca senza ordine, vecchie
rime e nuove. A un certo punto egli, non reggendosi su le gambe, si
piegò come un cero ammollito dal calore; e tacque.
Violetta Kutufà si diffondeva in risa. La gente accalcavasi in torno
alla tavola, come ad uno spettacolo.
“Andiamo,” disse Violetta, a un certo punto, rimettendosi la maschera e
il cappuccio.
Don Giovanni, al culmine dell’entusiasmo amoroso, tutto invermigliato e
sudante, porse il braccio. I parassiti bevvero l’ultimo bicchiere e si
levarono confusamente, dietro la coppia.
IV.
Pochi giorni dopo, Violetta Kutufà abitava un appartamento in una casa
di Don Giovanni, su la piazza comunale; e una gran diceria correva
Pescara. La compagnia dei cantori partì, senza la contessa d’Amalfi, per
Brindisi. Nella grave quiete quaresimale, i Pescaresi si dilettarono
della mormorazione e della calunnia, modestamente. Ogni giorno una
novella nuova faceva il giro della città, e ogni giorno dalla fantasia
popolare sorgeva una favola.
La casa di Violetta Kutufà stava proprio dalla parte di Sant’Agostino,
in contro al palazzo di Brina, accosto al palazzo di Memma. Tutte le
sere le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano.
Violetta riceveva i visitatori in una stanza tappezzata di carta
francese su cui erano francescamente rappresentati taluni fatti
mitologici. Due canterali panciuti del secolo XVIII occupavano i due
lati del caminetto. Un canapè di damasco di lana oscuro stendevasi lungo
la parete opposta, tra due portiere di stoffa simile. Su ’l caminetto
s’alzava una Venere di gesso, una piccola Venere de’ Medici, tra due
candelabri dorati. Su i canterali posavano vari vasi di porcellana, un
gruppo di fiori artificiali sotto una campana di cristallo, un canestro
di frutta di cera, una casetta svizzera di legno, un blocco d’allume,
alcune conchiglie, una noce di cocco.
Da prima i signori avevano esitato, per una specie di pudicizia, a
salire le scale della cantatrice. Poi, a poco a poco, avevano vinta ogni
esitazione. Anche li uomini più gravi facevano di tanto in tanto la loro
comparsa nel salotto di Violetta Kutufà, anche li uomini di famiglia; e
ci andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo, come se andassero
a commettere una piccola infedeltà alle mogli loro, come se andassero in
un luogo di dolce perdizione e di peccato. Si univano in due, in tre;
formavano leghe, per maggior sicurezza e per giustificarsi; ridevano tra
loro e si spingevano i gomiti l’un l’altro, per incoraggiamento. Poi la
luce delle finestre e i suoni del pianoforte e il canto della contessa
d’Amalfi e le voci e li applausi delli altri visitatori li inebriavano.
Essi erano presi da un entusiasmo improvviso; ergevano il busto e la
testa, con un moto giovanile; salivano risolutamente, pensavano che
infine bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni del piacere.
Ma i ricevimenti di Violetta avevano un’aria di grande convenienza,
erano quasi cerimoniosi. Violetta accoglieva con gentilezza i nuovi
venuti ed offriva loro sciroppi nell’acqua e rosolii. I nuovi venuti
rimanevano un po’ attoniti, non sapevano come muoversi, dove sedere, che
dire. La conversazione si versava su ’l tempo, su le notizie politiche,
su la materia delle prediche quaresimali, su altri argomenti volgari e
tediosi. Don Giuseppe Postiglione parlava della candidatura del principe
prussiano di Hohenzollern al trono di Spagna; Don Antonio Brattella
amava talvolta discutere dell’immortalità dell’anima e d’altre cose
edificanti. La dottrina dell’Areopagita era grandissima. Egli parlava
lento e rotondo, di tanto in tanto pronunziando rapidamente una parola
difficile e mangiandosi qualche sillaba. Egli fu che una sera, prendendo
una bacchetta e piegandola, disse: “Com’è -flebile!-” per dire
flessibile; un’altra sera, indicando il palato e scusandosi di non poter
sonare il flauto, disse: “Mi s’è infiammata tutta la -platea!-” e
un’altra sera, indicando l’orificio di un vaso, disse che, perchè i
fanciulli prendessero la medicina, bisognava spargere di qualche materia
dolce tutta l’-oreficeria-.
Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito incredulo, udendo
raccontare fatti troppo singolari, saltava su:
“Ma, Don Antò, voi che dite?”
Don Antonio assicurava, con una mano su ’l cuore:
“Testimone -oculista!- Testimone -oculista!-”
Una sera egli venne, camminando a fatica; e piano piano si mise a
sedere: aveva un reuma -lungo il reno-. Un’altra sera venne, con la
guancia destra un po’ illividita: era caduto -di soppiatto-, cioè aveva
sdrucciolato battendo la guancia su ’l terreno.
“Come mai, Don Antò?” chiese qualcuno.
“Eh guardate! Ho perfino un -impegno- rotto,” egli rispose, indicando il
tomaio che nel dialetto nativo si chiama -'mbígna-, come nel proverbio
-Senza 'mbígna nen ze mandé la scarpe-.
Questi erano i belli ragionari di quella gente. Don Giovanni Ussorio,
presente sempre, aveva delle arie padronali; ogni tanto si avvicinava a
Violetta e le mormorava qualche cosa nell’orecchio, con familiarità, per
ostentazione. Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in cui Don
Grisostomo Troilo si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva come
un macacco tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole.
La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i suoi trionfi di
Corfù, di Ancona, di Bari. Ella a poco a poco si eccitava, si
abbandonava tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava di
amori principeschi, di favori regali, di avventure romantiche; evocava
tutti i suoi tumultuari ricordi di letture fatte in altro tempo:
confidava largamente nella credulità delli ascoltatori. Don Giovanni in
quei momenti le teneva addosso li occhi pieni d’inquietudine, quasi
smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e confusa
apparenza di gelosia.
Violetta finalmente s’interrompeva, sorridendo d’un sorriso fatuo.
Di nuovo, la conversazione languiva.
Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava. Tutti ascoltavano,
con attenzione profonda. Alla fine, applaudivano.
Poi sorgeva l’Areopagita, col flauto. Una malinconia immensa prendeva li
uditori, a quel suono, uno sfinimento dell’anima e del corpo. Tutti
stavano col capo basso, quasi chino su ’l petto, in attitudini di
sofferenza.
In ultimo, uscivano in fila, l’uno dietro l’altro. Come avevano presa la
mano di Violetta, un po’ di profumo, d’un forte profumo muschiato,
restava loro nelle dita; e n’erano turbati alquanto. Allora, nella via
si riunivano in crocchio, tenevano discorsi libertini, si rinfocolavano,
cercavano d’immaginare le occulte forme della cantatrice; abbassavano la
voce o tacevano, se qualcuno s’appressava. Pianamente se ne andavano
sotto il palazzo di Brina, dall’altra parte della piazza. E si mettevano
a spiare le finestre di Violetta ancora illuminate. Su i vetri passavano
delle ombre indistinte. A un certo punto, il lume spariva, attraversava
due tre stanze; e si fermava nell’ultima, illuminando l’ultima finestra.
Dopo poco, una figura veniva innanzi a chiudere le imposte. E i
riguardanti credevano riconoscere la figura di Don Giovanni. Seguitavano
ancora a discorrere, sotto le stelle; e di tanto in tanto ridevano,
dandosi delle piccole spinte a vicenda, gesticolando. Don Antonio
Brattella, forse per effetto della luce d’un lampione comunale, pareva
di color verde. I parassiti, a poco a poco, nel discorso, cacciavan
fuori una certa animosità contro la cantatrice che spiumava con tanto
garbo il loro anfitrione. Essi temevano che i larghi pasti corressero
pericolo. Già Don Giovanni era più parco d’inviti. “Bisognava aprire li
occhi a quel poveretto. Un’avventuriera!... Puah! Ella sarebbe stata
capace di farsi sposare. Come no? E poi lo scandalo....”
Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa vitulina, assentiva:
“È vero! È vero! Bisogna pensarci.”
Don Nereo Pica, la faina, proponeva qualche mezzo, escogitava
stratagemmi, egli uomo pio, abituato alle secrete e laboriose guerre
della sacrestia, scaltro nel seminar le discordie.
Così quei mormoratori s’intrattenevano a lungo; e i discorsi grassi
ritornavano nelle loro bocche amare. Come era la primavera, li alberi
del giardino pubblico odoravano e ondeggiavano bianchi di fioriture,
dinanzi a loro; e pei vicoli vicini si vedevano sparire figure di donne.
V.
Quando dunque Don Giovanni Ussorio, dopo aver saputa da Rosa Catana la
partenza di Violetta Kutufà, rientrò nella casa vedovile e sentì il suo
pappagallo modulare l’aria della farfalla e dell’ape, fu preso da un
nuovo più profondo sgomento.
Nell’andito, tutto candido, entrava una zona di sole. A traverso il
cancello di ferro si vedeva il giardino tranquillo, pieno di eliotropi.
Un servo dormiva sopra una stuoia, co ’l cappello di paglia su la
faccia.
Don Giovanni non risvegliò il servo. Salì con fatica le scale, tenendo
li occhi fissi ai gradini, soffermandosi, mormorando:
“Oh, che cosa! Oh, oh, che cosa!”
Giunto alla sua stanza, si gettò su ’l letto, con la bocca contro i
guanciali; e ricominciò a singhiozzare. Poi si sollevò. Il silenzio era
grande. Li alberi del giardino, alti sino alla finestra, ondeggiavano a
pena, nella quiete dell’ora. Nulla di straordinario avevano le cose in
torno. Egli quasi n’ebbe meraviglia.
Si mise a pensare. Stette lungo tempo a rammentarsi le attitudini, i
gesti, le parole, i minimi cenni della fuggitiva. La forma di lei gli
appariva chiara, come se fosse presente. Ad ogni ricordo, il dolore
cresceva; fino a che una specie di ebetudine gli occupò il cervello.
Egli rimase a sedere su ’l letto, quasi immobile, con li occhi rossi,
con le tempie tutte annerite dalla tintura dei capelli mista al sudore,
con la faccia solcata da rughe diventate più profonde all’improvviso,
invecchiato di dieci anni in un’ora; grottesco e miserevole.
Venne Don Grisostomo Troilo, che aveva saputa la novella; ed entrò. Era
un uomo d’età, di piccola statura, con una faccia rotonda e gonfia,
d’onde uscivan fuori due baffi acuti e sottili, bene incerati, simili a
due aculei. Disse:
“Be’, Giovà, che è questo?”
Don Giovanni non rispose; ma scosse le spalle come per rifiutare ogni
conforto. Don Grisostomo allora si mise a riprenderlo amorevolmente, con
unzione, senza parlare di Violetta Kutufà.
Sopraggiunse Don Cirillo D’Amelio con Don Nereo Pica. Tutt’e due,
entrando, avevano quasi un’aria trionfante.
“Hai visto? Hai visto, Giovà? Noi lo dicevaaamo! Noi lo dicevaaamo!”
Essi avevano ambedue una voce nasale e una cadenza acquistata dalla
consuetudine del cantare su l’organo, poichè appartenevano alla
Congregazione del Santissimo Sacramento. Cominciarono a imperversare
contro Violetta, senza misericordia. “Ella faceva questo, questo e
quest’altro.”
Don Giovanni, straziato, tentava di tanto in tanto un gesto per
interrompere, per non udire quelle vergogne. Ma i due seguitavano.
Sopraggiunsero anche Don Pasquale Virgilio, Don Pompeo Nervi, Don
Federico Sicoli, Don Tito De Sieri, quasi tutti i parassiti, insieme.
Essi, così collegati, diventavano feroci. “Violetta Kutufà s’era data a
Tizio, a Caio, a Sempronio.... Sicuro! Sicuro!” Esponevano particolarità
precise, luoghi precisi.
Ora Don Giovanni ascoltava, con li occhi accesi, avido di sapere, invaso
da una curiosità terribile. Quelle rivelazioni, in vece di disgustarlo,
alimentavano in lui la brama. Violetta gli parve più desiderabile ancora
e più bella; ed egli si sentì mordere dentro da una gelosia furiosa che
si confondeva col dolore. Subitamente, la donna gli apparve nel ricordo
atteggiata ad una posa molle. Egli non la vide più che così.
Quell’imagine permanente gli dava le vertigini. “Oh Dio! Oh Dio! Oh!
Oh!” Egli ricominciò a singhiozzare. I presenti si guardarono in volto e
contennero il sorriso. In verità, il dolore di quell’uomo pingue, calvo
e deforme aveva un’espressione così ridicola che non pareva reale.
“Andatevene ora! Andatevene!” balbettò tra le lacrime Don Giovanni.
Don Grisostomo Troilo diede l’esempio. Li altri seguirono. E per le
scale cicalavano.
Come venne la sera, l’abbandonato si sollevò, a poco a poco. Una voce
femminile chiese, all’uscio:
“È permesso, Don Giovanni?”
Egli riconobbe Rosa Catana e provò d’un tratto una gioia istintiva.
Corse ad aprire. Rosa Catana apparve, nella penombra della stanza.
Egli disse:
“Vieni! Vieni!”
La fece sedere a canto a sè, la fece parlare, l’interrogò in mille modi.
Gli pareva di soffrir meno, ascoltando quella voce familiare in cui egli
per illusione trovava qualche cosa della voce di Violetta. Le prese le
mani.
“Tu la pettinavi; è vero?”
Le accarezzò le mani ruvide, chiudendo li occhi, co ’l cervello un po’
svanito, pensando all’abbondante capellatura disciolta che quelle mani
avevano tante volte toccata. Rosa, da prima, non comprendeva; credeva a
qualche subitaneo desiderio di Don Giovanni, e ritirava le mani
mollemente, dicendo delle parole ambigue, ridendo. Ma Don Giovanni
mormorò:
“No, no!.... Zitta! Tu la pettinavi; è vero? Tu la mettevi nel bagno; è
vero?”
Egli si mise a baciare le mani di Rosa, quelle mani che pettinavano, che
lavavano, che vestivano Violetta. Tartagliava, baciandole; faceva versi
così strani che Rosa a fatica poteva ritenere le risa. Ma ella
finalmente comprese; e da femmina accorta, sforzandosi di rimanere in
serietà, calcolò tutti i vantaggi ch’ella avrebbe potuto trarre dalla
melensa commedia di Don Giovanni. E fu docile; si lasciò accarezzare; si
lasciò chiamare Violetta; si servì di tutta l’esperienza acquistata
guardando pel buco della chiave ed origliando tante volte all’uscio
della padrona; cercò anche di rendere la voce più dolce.
Nella stanza ci si vedeva appena. Dalla finestra aperta entrava un
chiarore roseo; e li alberi del giardino, quasi neri, stormivano. Dai
pantani dell’Arsenale giungeva il gracidare lungo delle rane. Il romorío
delle strade cittadine era indistinto.
Don Giovanni attirò la donna su le sue ginocchia; e, tutto smarrito,
come se avesse bevuto qualche liquore troppo ardente, balbettava mille
leziosaggini puerili, pargoleggiava, senza fine, accostando la sua
faccia a quella di lei.
“Violettuccia bella! Cocò mio! Non te ne vai, Cocò!.... Se te ne vai,
Ninì tuo muore. Povero Nini!... Baubaubaubauuu!”
E seguitava ancora, stupidamente, come faceva prima con la cantatrice. E
Rosa Catana, paziente, gli rendeva le piccole carezze, come a un bambino
malaticcio e viziato; gli prendeva la testa e se la teneva contro la
spalla; gli baciava li occhi gonfi e lacrimanti; gli palpava il cranio
calvo; gli ravviava i capelli untuosi.
Così Rosa Catana a poco a poco guadagnò l’eredità di Don Giovanni
Ussorio, che nel marzo del 1871 moriva di paralisía.TURLENDANA RITORNA.
La compagnia camminava lungo il mare.
Già pei chiari poggi litorali ricominciava la primavera; l’umile catena
era verde, e il verde di varie verdure distinto; e ciascuna cima aveva
una corona d’alberi fioriti. Allo spirar del maestro quelli alberi si
movevano; e nel moto forse si spogliavano di molti fiori, poichè alla
breve distanza le alture parevano coprirsi d’un colore tra il roseo e il
violaceo, e tutta la veduta un istante pareva tremare e impallidire come
un’imagine a traverso il vel dell’acqua o come una pittura che lavata si
stinge.
Il mare si distendeva in una serenità quasi verginale, lungo la costa
lievemente lunata verso austro, avendo nello splendore la vivezza d’una
turchese della Persia. Qua e là, segnando il passaggio delle correnti,
alcune zone di più cupa tinta serpeggiavano.
Turlendana, in cui la conoscenza dei luoghi per i molti anni d’assenza
era quasi intieramente smarrita e in cui per le lunghe peregrinazioni il
sentimento della patria era quasi estinto, andava innanzi senza volgersi
a riguardare, con quel suo passo affaticato e claudicante.
Come il camello indugiava ad ogni cespo d’erbe selvatiche, egli gittava
un breve grido rauco d’incitamento. E il gran quadrupede rossastro
risollevava il collo lentamente, triturando fra le mandibole laboriose
il cibo.
-- Hu, Barbarà! --
L’asina, la piccola e nivea Susanna, di tratto in tratto, sotto li
assidui tormenti del macacco si metteva a ragliare in suono lamentevole,
chiedendo d’esser liberata del cavaliere. Ma Zavalì, instancabile, senza
tregua, con una specie di frenesía di mobilità, con gesti rapidi e corti
ora di collera e ora di gioco, percorreva tutta la schiena dell’animale,
saltava su la testa afferrandosi alle grandi orecchie, prendeva fra le
due mani la coda sollevandola e scotendone il ciuffo dei crini, cercava
tra il pelo grattando con l’unghie vivamente e recandosi quindi l’unghie
alla bocca e masticando con mille vari moti di tutti i muscoli della
faccia. Poi, d’improvviso, si raccoglieva su ’l sedere, tenendosi in una
delle mani il piede ritorto simile a una radice d’arbusto, immobile,
grave, fissando verso le acque i tondi occhi color d’arancio che gli si
empivano di meraviglia, mentre la fronte gli si corrugava e le orecchie
fini e rosee gli tremavano quasi per inquietudine. Poi, d’improvviso,
con un gesto di malizia ricominciava la giostra.
-- Hu, Barbarà! --
Il camello udiva; e si rimetteva in cammino.
Quando la compagnia giunse al bosco dei salci, presso la foce della
Pescara, su la riva sinistra (già si scorgevano i galli sopra le antenne
delle paranze ancorate allo scalo della Bandiera), Turlendana si arrestò
poichè voleva dissetarsi al fiume.
Il patrio fiume recava l’onda perenne della sua pace al mare. Le rive,
coperte di piante fluviatili, tacevano e si riposavano, come affaticate
dalla recente opera della fecondazione. Il silenzio era profondo su
tutte le cose. Li estuarii risplendevano al sole tranquilli, come spere,
chiusi in una cornice di cristalli salini. Secondo le vicende del vento,
i salci verdeggiavano o biancheggiavano.
“La Pescara!” disse Turlendana soffermandosi, con un accento di
curiosità e di riconoscimento istintivo. E stette a riguardare.
Poi discese al margine, dove la ghiaia era polita; e si mise in
ginocchio per attingere l’acqua con il concavo delle palme. Il camello
curvò il collo, e bevve a sorsi lenti e regolari. L’asina anche bevve. E
la scimmia imitò l’attitudine dell’uomo, facendo conca con le esili mani
ch’erano violette come i fichi d’India acerbi.
-- Hu, Barbarà! --
Il camello udì e cessò di bere. Dalle labbra molli gli gocciolava
l’acqua abbondantemente su le callosità del petto, e gli si vedevano le
gencive pallidicce e i grossi denti giallognoli.
Per il sentiero, segnato nel bosco dalla gente di mare, la compagnia
riprese il viaggio. Cadeva il sole, quando giunse all’Arsenale di
Rampigna.
A un marinaio, che camminava lungo il parapetto di mattone, Turlendana
domandò:
“Quella è Pescara?”
Il marinaio, stupefatto alla vista delle bestie, rispose:
“È quella.”
E tralasciò la sua faccenda per seguire il forestiero.
Altri marinai si unirono al primo. In breve una torma di curiosi si
raccolse dietro Turlendana che andava innanzi tranquillamente, non
curandosi dei diversi comenti popolari. Al ponto delle barche il camello
si rifiutò di passare.
-- Hu, Barbarà! Hu, hu! --
Turlendana prese ad incitarlo con le voci, pazientemente, scotendo la
corda della cavezza con cui ora egli lo conduceva. Ma l’animale ostinato
si coricò a terra e posò la testa nella polvere, come per rimanere ivi
lungo tempo.
I plebei d’in torno, riavutisi dalla prima stupefazione, schiamazzavano
gridando in coro:
“Barbarà! Barbarà!”
E, come avevano dimestichezza con le scimmie perchè talvolta i marinai
dalle lunghe navigazioni le riportavano in patria insieme ai pappagalli
e ai cacatua, provocavano Zavalì in mille modi e gli porgevano certe
grosse mandorle verdi che il macacco apriva per mangiarne il seme fresco
e dolce golosamente.
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