davano soccorso all’inferma. Il miracolo appariva inopinato, fulgidissimo, supremo. Allora a poco a poco allo stupore, al murmure incerto, alle titubanze successe un giubilo senza limiti, un coro di esaltazioni clamorose, un fanatismo d’adorazione. Anna, in ginocchio, ancora assorta nel rapimento del miracolo, non aveva forse conscienza di quel che in torno avveniva. Ma quando i cantici con una maggior veemenza furono ripresi, ella cantò. La sua nota su dalla cadente onda del coro ad intervalli emerse; poichè le divote diminuivano la forza delle loro voci per ascoltare quella unica che dalla grazia divina era stata riconcessa. E la Vergine nei cantici a volta a volta fu l’incensiere d’oro, d’onde esalavano i balsami più dolci, la lampada che dì e notte rischiarava il santuario, l’urna che racchiudeva la manna del cielo, il roveto che ardeva senza consumarsi, lo stelo di Jesse che portava il più bello di tutti i fiori. Dopo, la fama del miracolo si sparse dal monastero in tutto il paese di Ortona, e dal paese in tutte le terre finitime, aumentando nel viaggio. E il monastero sorse in grande onore. Donna Blandina Onofrii, la magnifica, offerse alla Madonna dell’oratorio una veste di broccato d’argento e una rara collana di turchesie venuta dall’isola di Smirne. Le altre gentildonne ortonesi offersero altri minori doni. L’arcivescovo d’Orsogna fece con pompa una visita gratulatoria, in cui rivolse parole di edificante eloquenza ad Anna che “con la purità della vita si era resa degna dei doni celesti.” Da quel tempo la degradazione intellettuale nell’inferma andò sempre crescendo, fino ad assumere per lunghi intervalli una forma completa d’imbecillità inerte. E pareva che dalla sua persona una profonda influenza s’irraggiasse su le conviventi; poichè in alcune fra queste si manifestarono disordini psichici non lievi, e in tutte la divozione raggiunse l’apice del fervore. Nell’agosto del 1876 sopravvennero nuovi fenomeni che avevano anche una più grave apparenza di cause divine. L’inferma, quando si avvicinava il vespro, senza alcun sintomo iniziale di attacco convulsivo cadeva in uno stato di estasi con catalessia che si prolungava per una mezz’ora o poco più. Da quell’estasi ella sorgeva quasi con impeto; e in piedi, conservando sempre la medesima attitudine, cominciava a parlare, da prima lentamente, e quindi gradatamente accelerando, come sotto l’urgenza di un’ispirazione mistica. Il suo eloquio non era che un miscuglio tumultuario di parole, di frasi, di interi periodi già innanzi appresi, che ora per un inconsciente meccanismo si riproducevano, frammentandosi o combinandosi senza legge. Le native forme dialettali s’innestavano alle forme auliche, s’insinuavano nelle iperboli del linguaggio biblico; e mostruosi congiungimenti di sillabe, inauditi accordi di suoni avvenivano nel disordine. Ma il profondo tremito della voce, ma i cangiamenti repentini dell’inflessione, l’alterno ascendere e discendere del tono, la spiritualità della figura estatica, il mistero dell’ora, tutto concorreva a soggiogare li animi delle astanti. Li effetti si ripeterono cotidianamente, con una regolarità periodica. Su ’l vespro, nell’oratorio si accendevano le lampade; le monache facevano cerchia inginocchiandosi; e la rappresentazione sacra incominciava. Come l’inferma entrava nell’estasi catalettica, i preludi vaghi dell’organo rapivano li animi delle religiose in una sfera superiore. Il lume delle lampade si diffondeva fievole dall’alto, dando un’incertitudine aerea e quasi una morente dolcezza all’apparenza delle cose. A un punto l’organo taceva. La respirazione nell’inferma diveniva più profonda; le braccia le si distendevano così che nei polsi scarnificati i tendini vibravano simili alle corde di uno stromento. Poi, d’un tratto, l’inferma balzava in piedi, incrociava le braccia su ’l petto, restando nell’atteggiamento mistico delle cariatidi d’un battistero. E la sua voce risonava nel silenzio, ora dolce, ora lugubre, ora quasi canora, il più delle volte incomprensibile. Su i principii del 1877 questi accessi diminuirono di frequenza; si presentarono due o tre volte la settimana; poi disparvero totalmente, lasciando il corpo della donna in uno stato miserevole di debolezza. E allora alcuni anni passarono, in cui la povera idiota visse tra sofferenze atroci, con le membra rese inerti dalli spasimi articolari. Ella non aveva più alcuna cura della nettezza; non si cibava che di pane molle e di pochi erbaggi; teneva in torno al collo, su ’l petto, una gran quantità di piccole croci, di reliquie, d’imagini, di corone; parlava balbettando per la mancanza dei denti; e i suoi capelli cadevano, i suoi occhi erano già torbidi come quelli dei vecchi giumenti che stanno per morire. Una volta, di maggio, mentre ella soffriva deposta sotto il portico e le suore in torno coglievano per Maria le rose, le passò dinanzi la testuggine che ancora traeva la sua vita pacifica e innocente nel verziere claustrale. La vecchia vide quella forma muoversi e a poco a poco allontanarsi. Nessun ricordo le si destò nella conscienza. La testuggine si perse tra i cespi dei timi. Ma le suore consideravano la imbecillità e la infermità della donna come una di quelle supreme prove di martirio a cui il Signore chiama li eletti per santificarli e glorificarli poi nel paradiso; e circondavano di venerazione e di cure l’idiota. Nell’estate del 1881 alcune sincopi precedettero la morte. Consunto dal marasmo, quel miserabile corpo omai nulla più conservava di umano. Lente deformazioni avevano viziata la positura delle membra; tumori grossi come pomi sporgevano sotto un fianco, su una spalla, dietro la nuca. La mattina del 10 settembre, verso l’ottava ora, un sussulto della terra scosse dalle fondamenta Ortona. Molti edifici precipitarono, altri furono offesi nei tetti e nelle pareti, altri s’inclinarono e s’abbassarono. E tutta la buona gente di Ortona, con pianti, con grida, con invocazioni, con gran chiamare di santi e di madonne, uscì fuori delle porte, e si raunò su ’l piano di San Rocco, temendo maggiori pericoli. Le monache, prese dal pánico, infransero la clausura; irruppero sulla via, scarmigliate, cercando la salvezza. Quattro di loro portavano Anna sopra una tavola. E tutte trassero al piano, verso il popolo incolume. Come esse giunsero in vista del popolo, unanimi clamori si levarono, poichè la presenza delle religiose parve propizia. In ogni parte, d’in torno, giacevano infermi, vecchi impediti, fanciulli in fasce, donne stupide per la paura. Un bellissimo sole mattutino illustrava le teste tumultuanti, il mare, i vigneti; e accorrevano dalla spiaggia inferiore i marinai, cercando le mogli, chiamando i figli per nome, ansanti per la salita, rochi; e da Caldara cominciavano a venire mandre di pecore e di bovi con i pastori, branchi di gallinacci con le femmine guardiane, giumenti; poichè tutti temevano la solitudine, e tutti, uomini e bestie, nel frangente si accomunavano. Anna, adagiata su ’l suolo, sotto un olivo, sentendo prossima la morte, si rammaricava con un balbettío fievole, perchè non voleva morire senza i sacramenti; e le monache d’in torno le davano conforto; e li astanti la guardavano con pietà. Ora, d’improvviso, tra il popolo una voce si sparse, che da Porta-Caldara sarebbe uscito il busto dell’Apostolo. Le speranze risorgevano; canti di rogazione risorgevano nell’aria. Come da lungi vibrò un luccichío, le donne s’inginocchiarono; e con i capelli disciolti, lacrimose, si misero a camminare su le ginocchia, in contro al luccichío, salmodiando. Anna agonizzava. Sostenuta da due suore, udì le preghiere, udì l’annunzio; e forse in un’ultima illusione travide l’Apostolo veniente, poichè nella faccia cava le passò quasi un sorriso di gaudio. Alcune bolle di saliva le apparvero su le labbra; un’ondulazione brusca le corse e ricorse, visibile, la parte inferiore del corpo; su li occhi le palpebre le caddero, rossastre come per sangue stravasato; il capo le si ritrasse nelle spalle. Ed ella così alfine spirò. Quando il luccichío si fece più da presso alle donne adoranti, si chiarì nel sole la forma di un giumento che portava in bilico su la groppa, secondo il costume, una banderuola di metallo.L’IDILLIO DELLA VEDOVA. Il cadavere del sindaco Biagio Mila, già tutto vestito e con la faccia coperta d’una pezzuola umida d’acqua e d’aceto, stava disteso nel letto, quasi in mezzo alla stanza. Vegliavano, nella stanza, la moglie e il fratello del morto ai due lati. Rosa Mila poteva avere circa venticinque anni. Era una donna fiorita, di carnagione chiara, con la fronte un po’ bassa, le sopracciglia lungamente arcuate, li occhi grigi e larghi e nell’iride variegati come agate. Possedendo in grande abbondanza capelli, ella quasi sempre aveva la nuca e le tempie e li occhi nascosti da molte ciocche ribelli. In tutta la persona le splendeva una certa nitidezza di sanità e quella vivace freschezza che danno alla cute femminile le lavande d’acqua ghiaccia abituali. Un profumo allettante le emanava dalle vesti. Emidio Mila, il cherico, poteva avere circa la stessa età. Era magro, con nel volto il colore bronzino di chi vive nella campagna al pieno sole. Una molle lanugine rossiccia gli copriva le guance; i denti forti e bianchi davano al suo sorriso una bellezza virile; e li occhi suoi giallognoli lucevano talvolta come due zecchini nuovi. Ambedue tacevano: l’una scorrendo con le dita un rosario di vetro, l’altro guardando il rosario scorrere. Ambedue avevano l’indifferenza che la nostra gente campestre suole avere dinanzi al mistero della morte. Emidio disse, con un lungo respiro: “Fa caldo, stanotte.” Rosa sollevò li occhi, per assentire. Nella stanza un poco bassa la luce oscillava secondo i moti della fiammella che ardeva nell’olio d’una lampada di ottone. Le ombre si raccoglievano ora in un angolo ora in una parete, variando di forme e di intensità. Le vetrate della finestra erano aperte, ma le persiane restavano chiuse. Di tratto in tratto le tende di mussolo bianco si movevano come per un fiato. Su ’l candore del letto il corpo di Biagio pareva dormire. Le parole di Emidio caddero nel silenzio. La donna chinò di nuovo la testa, e ricominciò a scorrere il rosario lentamente. Alcune stille di sudore le imperlavano la fronte, e la respirazione le era faticosa. Emidio, dopo un poco, domandò: “A che ora verranno a prenderlo, domani?” Ella rispose, nel natural suono della sua voce: “Alle dieci, con la congregazione del Sacramento.” Quindi ancora tacquero. Dalla campagna giungeva il gracidare assiduo delle rane, giungevano a quando a quando li odori delle erbe. Nella tranquillità perfetta Rosa udì una specie di gorgoglio roco escir dal cadavere, e con un atto di orrore si levò dalla sedia, e fece per allontanarsi. “Non abbiate paura, Rosa. Sono umori,” disse il cognato, tendendole la mano per rassicurarla. Ella prese la mano, istintivamente; e la tenne, stando in piedi. Tendeva li orecchi per ascoltare, ma guardava altrove. I gorgoglíi si prolungavano dentro il ventre del morto, e parevano salire verso la bocca. “Non è nulla, Rosa. Quietatevi,” soggiunse il cognato, accennandole di sedere sopra un cassone da nozze coperto d’un lungo cuscino a fiorami. Ella sedette, a canto a lui, tenendolo ancora per mano, nel turbamento. Come il cassone non era molto grande, i gomiti dei seduti si toccavano. Il silenzio tornò. Un canto di trebbiatori sorse di fuori in lontananza. “Fanno le trebbie di notte, al lume della luna,” disse la donna, volendo parlare per ingannar la paura o la stanchezza. Emidio non aprì bocca. E la donna ritrasse la mano, poichè quel contatto ora cominciava a darle un senso vago d’inquietudine. Ambedue ora erano occupati da uno stesso pensiero che li aveva colti d’improvviso; ambedue ora erano tenuti da uno stesso ricordo, da un ricordo di amori agresti nel tempo della pubertà. ---- Essi, in quel tempo, vivevano nelle case di Caldore, su la collina solatía, al quadrivio. Sul limite d’un campo di fromento sorgeva un muro alto costruito di sassi e di terra argillosa. Dal lato di mezzodì, che i parenti di Rosa possedevano, come ivi era più lento e dolce il calor del sole, una famiglia di alberi fruttiferi prosperava e moltiplicavasi. Alla primavera tutti li alberi fiorivano in comunione di letizia; e le cupole argentee o rosee o violacee s’incurvavano sul cielo coronando il muro e dondolavano come per inalzarsi nell’aria e facevano insieme un ronzío sonnifero come d’api mellificanti. Dietro il muro, dalla parte delli alberi Rosa in quel tempo soleva cantare. La voce limpida e fresca zampillava come una fontana, sotto le corone dei fiori. Per una lunga stagione di convalescenza Emidio aveva udito quel canto. Egli era debole e famelico. Per sfuggire alla dieta, scendeva dalla casa furtivamente, celando sotto li abiti un gran pezzo di pane, e camminava lungo il muro, nell’ultimo solco del grano, fin che non giungeva al luogo della beatitudine. Allora si sedeva, con le spalle contro i sassi riscaldati, e cominciava a mangiare. Mordeva il pane e sceglieva una spiga tenera: ogni granello aveva in sè una minuta stilla di succo simile a latte e aveva un fresco sapore di farina. Per un singolar fenomeno, la voluttà dell’alimentazione e la voluttà dell’udito nel convalescente si confondevano quasi in una sola sensazione infinitamente dilettosa. Cosicchè in quell’ozio, tra quel calore, tra quelli odori che davano all’aria quasi la cordial saporita del vino, anche la voce femminile diveniva per lui un naturale alimento di rinascenza e come un nutrimento fisico ch’egli assimilava. Il canto di Rosa era dunque una causa di guarigione. E, quando la guarigione fu compiuta, la voce di Rosa ebbe sempre sul beneficato una virtù di fascinazione sensuale. Dopo d’allora, poichè tra le due famiglie la dimestichezza divenne grande, sorse in Emidio uno di quei taciturni e timidi e solitari amori d’adolescenza. Di settembre, prima che Emidio partisse pel seminario, le due famiglie riunite andarono in un pomeriggio a merendare nel bosco, lungo il fiume. La giornata era molle, e i tre carri tirati dai bovi avanzavano lungo i canneti fioriti. Nel bosco la merenda fu fatta sull’erba, in una radura circolare limitata da fusti di pioppi giganteschi. L’erba corta era tutta piena di certi piccoli fiori violacei che esalavano un profumo sottile; qua e là nell’interno discendevano tra il fogliame larghe zone di sole; e la riviera in basso pareva ferma, aveva una tranquillità lacustre, una pura trasparenza ove le piante acquatiche dormivano. Dopo la merenda, alcuni si sparpagliarono per la riva, altri rimasero distesi supini. Rosa ed Emidio si trovarono insieme; si presero a braccio e cominciarono a camminare per un sentiero segnato tra i cespugli. Ella si appoggiava tutta su lui; rideva, strappava le foglie ai virgulti nel passaggio, morsicchiava li steli amari, rovesciava la testa in dietro per guardar le ghiandaie fuggiasche. Nel moto il pettine di tartaruga le scivolò dai capelli che d’un tratto le si diffusero su le spalle con una stupenda ricchezza. Emidio si chinò insieme a lei per raccogliere il pettine. Nel rialzarsi, le due teste si urtarono un poco. Rosa, reggendosi la fronte tra le mani, gridava tra le risa: “Ahi! Ahi!” Il giovinetto la guardava, sentendosi fremere sin nelle midolle e sentendosi impallidire e temendo di tradirsi. Ella distaccò con l’unghie da un tronco una lunga spirale d’edere, se l’avvolse alle trecce con un attorcigliamento rapido e fermò la ribellione su la nuca con i denti del pettine. Le foglie verdi, talune rossastre, mal contenute rompevano fuori irregolarmente. Ella chiese: “Così vi piaccio?” Ma Emidio non aprì bocca; non seppe che rispondere. “Ah, non va bene! Siete forse muto?” Egli sentiva la voglia di cadere in ginocchio. E, come Rosa rideva d’un riso scontento, egli si sentiva quasi salire il pianto alli occhi per l’angoscia di non poter trovare una parola sola. Seguitarono a camminare. In un punto una alberella abbattuta impediva il passaggio. Emidio con ambo le mani sollevò il fusto, e Rosa passò di sotto ai rami verdeggianti che un istante la incoronarono. Più in là incontrarono un pozzo ai cui fianchi stavano due bacini di pietra rettangolari. Li alberi densi formavano in torno e sopra il pozzo una chiostra di verdura. Ivi l’ombra era profonda, quasi umida. La vôlta vegetale si rispecchiava perfettamente nell’acqua che giungeva a metà dei parapetti di mattone. Rosa disse, distendendo le braccia: “Come si sta bene qui!” Poi raccolse l’acqua nel concavo della palma, con un’attitudine di grazia, e sorseggiò. Le gocciole le cadevano di tra le dita, e le imperlavano la veste. Quando fu dissetata, con tutt’e due le palme raccolse altr’acqua, e l’offerse al compagno lusinghevolmente: “Bevete!” “Non ho sete,” balbettò Emidio istupidito. Ella gli gettò l’acqua in viso, facendo con il labbro inferiore una smorfia quasi di dispregio. Poi si distese dentro uno dei bacini asciutti, come in una culla, tenendo i piedi fuori dell’orlo, e scotendoli irrequietamente. A un tratto si rialzò, guardò Emidio con uno sguardo singolare: “Dunque? Andiamo.” Si rimisero in cammino, tornarono al luogo della riunione, sempre in silenzio. I merli fischiavano su le loro teste; fasci orizzontali di raggi attraversavano i loro passi; e il profumo del bosco cresceva in torno a loro. Alcuni giorni dopo, Emidio partiva. Alcuni mesi dopo, il fratello d’Emidio prendeva in moglie Rosa. Nei primi anni di seminario il cherico aveva pensato spesso alla nuova cognata. Nella scuola, mentre i preti spiegavano l’-Epitome historiæ sacræ-, egli aveva fantasticato di lei. Nello studio, mentre i suoi vicini, nascosti dai leggíi aperti, si davano fra loro a pratiche oscene, egli aveva chiusa la faccia tra le mani, e s’era abbandonato ad immaginazioni impure. Nella chiesa, mentre le litanie alla Vergine sonavano, egli dietro l’invocazione alla -Rosa mystica- era fuggito lontano. E come aveva appreso dai condiscepoli la corruzione, la scena del bosco gli era apparsa in una nuova luce. E il sospetto di non avere indovinato, il rammarico di non aver saputo cogliere un frutto che gli si offriva, allora lo tormentarono stranamente. Dunque era così? Dunque Rosa un giorno lo aveva amato? Dunque egli era passato inconsapevole a canto a una grande gioia? E questo pensiero ogni giorno si faceva più acuto, più insistente, più incalzante, più angustioso. E ogni giorno egli se ne pasceva con maggiore intensità di sofferenza; finchè, nella lunga monotonia della vita sacerdotale, questo pensiero divenne per lui una specie di morbo immedicabile, e dinanzi alla irremediabilità della cosa egli fu preso da uno scoramento immenso, da una melanconia senza fine. -- Dunque egli non aveva saputo! -- ---- Nella stanza ora il lume oscillava con più lentezza. Di tra le stecche delle persiane chiuse entravano soffi di vento meno lievi, e facevano un poco inarcare le tende. Rosa, invasa pianamente da un sopore, chiudeva di tanto in tanto le palpebre; e come la testa le cadeva sul petto, le riapriva subitamente. “Siete stanca?” chiese con molta dolcezza il cherico. “Io, no,” rispose la donna, riprendendo li spiriti, ed ergendosi su la vita. Ma nel silenzio di nuovo il sopore le occupò i sensi. Ella teneva la testa appoggiata alla parete: i capelli le empivano tutto il collo, dalla bocca semiaperta le usciva la respirazione lenta e regolare. Così ella era bella; e nulla in lei era più voluttuoso che il ritmo del seno e la visibile forma dei ginocchi sotto la gonna leggiera. -- S’io la baciassi? -- pensò Emidio, per una suggestione improvvisa della carne guardando l’assopita. Ancora i canti umani si propagavano nella notte di giugno, con una certa solennità di cadenze liturgiche; e sorgevano di lontananza in lontananza le risposte in diversi toni, senza compagnia di stromenti. Poichè il plenilunio doveva essere alto, il fioco lume interno non valeva a vincere l’albore che pioveva copioso su le persiane, e si versava fra li intervalli del legno. Emidio si volse verso il letto mortuario. I suoi occhi, scorrendo la linea rigida e nera del cadavere, si fermarono involontariamente su la mano, su una mano gonfia e giallastra, un po’ adunca, solcata di trame livide nel dorso; e prestamente si ritrassero. Piano piano, nell’incoscienza del sonno, la testa di Rosa, quasi segnando su la parete un semicerchio, si chinò verso il cherico turbato. La reclinazione della bella testa muliebre fu in atto dolcissima; e, poichè il movimento alterò un poco il sonno, tra le palpebre a pena a pena sollevate apparve un lembo d’iride e scomparve nel bianco, quasi come una foglia di viola nel latte. Emidio rimase immobile, tenendo contro l’omero il peso. Egli frenava il respiro per tema di destare la dormiente, e un’angoscia enorme l’opprimeva per il battito del cuore e dei polsi e delle terapie, che pareva empire tutta la stanza. Ma, come il sonno di Rosa continuava, a poco a poco egli si sentì illanguidire e mancare in una mollezza invincibile, guardando quella gola femminea che le collane di Venere segnavano di voluttà, aspirando quell’alito caldo e l’odor dei capelli. Allora senza più pensare, senza più temere, abbandonandosi tutto alla tentazione, egli baciò la donna in bocca. Al contatto, ella si destò di soprassalto; aprì li occhi stupefatti in faccia al cognato, divenne pallida pallida. Poi, lentamente si raccolse i capelli su la nuca; e stette là, con il busto eretto, tutta vigile, guardando dinanzi a sè nelle ombre varianti, muta, quasi immobile. Anche Emidio taceva. Ambedue rimanevano sul cassone da nozze, come prima, seduti a canto, sfiorandosi con i gomiti, in un’incertezza penosa, evitando con una specie di artificio mentale che la loro coscienza giudicasse il fatto e lo condannasse. Spontaneamente ambedue rivolsero l’attenzione alle cose esteriori, in quest’operazione dello spirito mettendo un’intensità fittizia, concorrendovi pure con l’attitudine della persona. E a poco a poco una specie di ebrietà li conquistava. I canti, nella notte, seguitavano e s’indugiavano per l’aria lunghissimamente, e s’ammolivano lusinghevolmente di risposta in risposta. Le voci maschili e le voci femminili facevano un componimento amoroso. Talvolta una sola voce emergeva su le altre altissima, dando una nota unica, in torno a cui li accordi concorrevano come onde in torno al medio filo d’una corrente fluviatile. Ora, ad intervalli, sul principio di ciascun canto, si udiva la vibrazione metallica di una chitarra accordata in diapente; e tra una ripresa e l’altra si udivano li urti misurati delle trebbio in sul terreno. I due ascoltavano. Forse per una vicenda del vento, ora li odori non erano più li stessi. Veniva, forse dalla collina d’Orlando, il profumo dei limoni, così possente e così dolce e così sottilmente instigatore. Forse dai giardini di Scalia originavano i profumi delle rose, i profumi zuccherini che davano all’aria il sapore d’un’essenza aromale. Montavano forse dal padùle della Farnia le fragranze umide dei gigli fiorentini, che respirate deliziavano come un sorso d’acqua. I due rimanevano ancora taciturni, sul cassone, immobili, oppressi dalla voluttà della notte lunare. Dinanzi a loro la fiammella della lampada oscillava rapidamente, e curvavasi fino a lambire l’esilissimo cerchio d’olio, sul quale ancora galleggiava alimentandosi. Come la fiammella ebbe un primo stridore, i due si volsero; e stettero così, ansiosi, con li occhi dilatati e fissi, a guardare la fiammella che finiva di beversi le ultime stille. D’improvviso la fiammella si spense. Allora, tutt’a un tratto, con un’avidità concorde, nel tempo medesimo, essi si strinsero l’uno all’altra, si allacciarono, si cercarono con la bocca, perdutamente, ciecamente, senza parlare, soffocandosi di carezze.LA SIESTA. I. Donna Laura Albónico stava nel giardino, sotto la pergola, prendendo il fresco all’ora meridiana. La villa taceva, tutta grigia, con le persiane chiuse tra le piante delli agrumi. Il sole raggiava un calore e un fulgore immensi. Era la metà di giugno; e i profumi delli aranci e dei limoni fioriti si mescolavano all’odor delle rose, nell’aria tranquilla. Le rose crescevano da per tutto, nel giardino, con una forza indomabile. Le masse magnifiche delle rose bianche si movevano, lungo i viali, ad ogni soffio di vento, coprendo il terreno con l’abbondanza della loro neve odorante. In certi momenti l’aria, pregna dell’aroma, aveva un sapore dolce e possente come quello di un vino prelibato. Le fontane, invisibili tra la verzura, mormoravano. A tratti, la cima mobile scintillante delli zampilli appariva fuor del fogliame, scompariva, riappariva, con vari giochi; e alcuni zampilli bassi producevano nei fiori e nelle erbe un fruscio e uno scompiglio singolari, sembrando bestie vive che vi corressero a traverso o vi pascolassero o vi scavassero tane. Li uccelli, invisibili, cantavano. Donna Laura, seduta sotto la pergola, meditava. Ella era una donna già vecchia. Aveva il profilo fine e signorile; il naso lungo, lievemente aquilino, la fronte un po’ troppo ampia, la bocca perfetta, ancora fresca, piena di benignità. I capelli, tutti bianchi, le si piegavano su le tempie e le facevano intorno al capo una specie di corona. Doveva essere stata molto bella, nella gioventù, ed amabile. Era venuta da due soli giorni in quella casa solitaria, col marito e con pochi servi. Aveva rinunziato alla villa magnatizia che sorgeva, sopra un colle del Piemonte, abituale soggiorno estivo; aveva rinunziato al mare, per quella campagna deserta e quasi arida. “Ti prego, andiamo a Penti,” aveva detto al marito. Il barone settuagenario era rimasto da prima un po’ sorpreso e stupefatto, a quello strano desiderio della moglie. “Perchè a Penti? Che s’andava a fare a Penti?” “Ti prego, andiamo. Per mutare,” aveva insistito Donna Laura. Il barone, come sempre, s’era lasciato persuadere. “Andiamo.” Ora, Donna Laura custodiva un segreto. Nella giovinezza, la sua vita era stata attraversata da una passione. A diciotto anni aveva sposato il barone Albónico, per ragioni di convenienza familiare. Il barone militava sotto il primo Napoleone, con molta prodezza; egli stava quasi sempre assente dalla sua casa, poichè seguiva ovunque il volo delle aquile imperiali. In una di quelle lunghe assenze, il marchese di Fontanella, un giovine signore che aveva moglie e figliuoli, fu preso d’amore per Donna Laura; e, come egli era bellissimo ed ardente, vinse alfine ogni resistenza dell’amata. Allora pe’ i due amanti una stagione, passò nella felicità più dolce. Essi vivevano nell’oblio di tutte le cose. Ma un giorno Donna Laura s’accorse d’essere incinta; pianse, si disperò, rimase in una terribile angoscia, non sapendo che risolvere, come salvarsi. Per consiglio del marchese di Fontanella, partì alla volta della Francia; si nascose in un piccolo paese della Provenza, in una di quelle terre solatie piene di verzieri, dove le donne parlano l’idioma dei trovatori. Abitava una casa di campagna, circondata da un grande orto. Li alberi fiorivano: era la primavera. Fra i terrori e le nere malinconie, ella aveva intervalli d’una indefinita dolcezza. Passava lunghe ore seduta all’ombra, in una specie d’inconscienza, mentre il sentimento vago della maternità le dava a tratti a tratti un brivido profondo. I fiori in torno a lei emanavano un profumo acuto: leggiere nausee le salivano alla gola e le mettevano per tutte le membra una lassitudine immensa. Che giorni indimenticabili! E, quando il momento solenne si avvicinava, giunse, desiderato, Fontanella. La povera donna soffriva. Egli le stava a canto, pallido in viso, parlando poco, baciandole spesso le mani. Ella partorì di notte; gridava, fra li spasimi; si afferrava convulsamente alla lettiera; credeva di morire. I primi vagiti dell’infante la gittarono in una stupefazione di gioia. Ella, supina, con la testa un po’ arrovesciata oltre i guanciali, bianca bianca, senza più voce, senza più forza per tenere aperte le palpebre, agitava dinanzi a sè le mani esangui, debolmente, in certi piccoli movimenti vaghi, come fanno talvolta i moribondi verso la luce. Il giorno dopo, tutto il giorno, ella tenne seco, nel medesimo letto, sotto la medesima coperta, il bambino. Era un essere fragile, molle, un po’ rossiccio, che vibrava d’una palpitazione incessante, di una vita palese, e in cui le forme umane non avevano certezza. Li occhi stavano ancora chiusi, un po’ gonfi; e dalla bocca usciva un lamento fioco, quasi un miagolio indistinto. La madre, rapita, non si saziava di riguardare, di toccare, di sentirsi su la guancia l’alito filiale. Dalla finestra entrava una luce bionda e si vedevano le terre provenzane tutte coperte di mèssi. Il giorno aveva una specie di santità. I canti dal fromento si avvicendavano, nell’aria quieta. Dopo, il bambino le fu tolto, fu nascosto, fu portato chi sa dove. Ella non lo rivide più. Ella tornò alla sua casa; e visse col marito la vita di tutte le donne, senza che nessun altro avvenimento sopraggiungesse a turbarla. Non ebbe altri figliuoli. Ma il ricordo, ma l’adorazione ideale di quella creatura ch’ella non vedeva più, ch’ella non sapeva più dove fosse, le occuparono l’anima per sempre. Ella non aveva che quel pensiero; rammentava tutte le minime particolarità di quei giorni; rivedeva chiaramente il paese, la forma di certi alberi che stavano dinanzi alla casa, la linea d’una collina che chiudeva l’orizzonte, il colore e i disegni del tessuto che copriva il letto, una macchia che stava nella vôlta della stanza, un piccolo piatto figurato su cui le portavano il bicchiere, tutto, tutto, chiaramente, minutamente. Ad ogni momento il fantasma di quelle cose lontane le sorgeva nella memoria, così, senza ordine, senza legame, come nei sogni. A volte ella ne rimaneva quasi stupita. Le tornavano dinanzi, precisi e viventi, i volti di certe persone vedute laggiù, i loro moti, un loro gesto insignificante, una loro attitudine, un loro sguardo. Le pareva di avere nelli orecchi il vagito della creatura, di toccare le mani esilissime, rosee, molli, quelle manine che forse erano la sola parte già tutta formata perfettamente, simile alla miniatura d’una mano d’uomo, con le vene quasi impercettibili, con le falangi segnate di pieghe sottili, con le unghie trasparenti, tenere, appena appena suffuse di viola. Oh, quelle mani! Con che strano brivido la madre pensava alla loro carezza inconsciente! Come ne sentiva l’odore, l’odore singolare che ricorda quello dei colombi nella prima piuma! Così Donna Laura, chiusa in questa specie di mondo interiore che ogni giorno più assumeva le apparenze della vita, passò li anni, molti anni, sino alla vecchiezza. Tante volte aveva chiesto all’antico amante notizie del figliuolo. Ella avrebbe voluto rivederlo, sapere il suo stato. “Ditemi dov’è, almeno. Vi prego.” Il marchese, temendo un’imprudenza, si rifiutava. -- Ella non doveva vederlo. Ella non avrebbe saputo contenersi. Il figlio avrebbe indovinato tutto; si sarebbe valso del segreto per i suoi fini; avrebbe forse rivelato ogni cosa.... No, no, ella non doveva vederlo. Donna Laura, dinanzi a queste argomentazioni d’uomo pratico, rimaneva smarrita. Ella non sapeva imaginarsi che la sua creatura fosse cresciuta, fosse già adulta, fosse già presso al limitare della vecchiaia. Oramai erano passati circa quarant’anni dal giorno della nascita; eppure ella nel suo pensiero non vedeva che un bambino, roseo, con li occhi ancora chiusi. Ma il marchese di Fontanella venne a morire. Quando Donna Laura seppe la malattia del vecchio, fu presa da un’angoscia così penosa che una sera, non potendo più resistere allo spasimo, uscì sola, si diresse verso la casa dell’infermo, perchè un pensiero tenace la sospingeva, il pensiero del figlio. Prima che il vecchio morisse, ella voleva conoscere il segreto. Camminò lungo i muri, tutta raccolta, come per non farsi vedere. Le strade erano piene di gente; l’ultimo chiarore del tramonto faceva rosee le case; tra una casa e l’altra un giardino appariva tutto violaceo di lilla in fiore. Voli di rondini, rapidi e circolari, s’intrecciavano nel cielo luminoso. Frotte di bambini passavano a corsa, con grida e con richiami. Talvolta passava una femmina incinta, a braccio del marito; e l’ombra della sua gonfiezza si disegnava su ’l muro. Donna Laura pareva incalzata da tutta quella gioconda vitalità delle cose e delle persone. Ella affrettava il passo, fuggiva. Li splendori vari delle vetrine, delle botteghe aperte, dei caffè le davano alli occhi un senso acuto di dolore. A poco a poco una specie di stordimento le occupava la testa; una specie di sbigottimento le prendeva lo spirito. -- Che faceva? Dove andava? -- In quel disordine della conscienza, le pareva quasi di commettere una colpa; le pareva che tutti la guardassero, la indagassero, indovinassero il suo pensiero. Ora la città s’invermigliava alli ultimi rossori del sole. Qua e là, dentro le cantine, i cori del vino si levavano. Come Donna Laura giunse alla porta, non ebbe forza di entrare. Passò oltre, fece venti passi; poi ritornò in dietro, ripassò. Finalmente varcò la soglia, salì le scale; si fermò, sfinita, nell’anticamera. Nella casa c’era quell’animazione silenziosa di cui i familiari circondano il letto di un infermo. I domestici camminavano in punta dì piedi, portando qualche cosa fra le mani. Avvenivano dialoghi a bassa voce, nel corridoio. Un signore calvo, tutto vestito di nero, attraversò la sala, s’inchinò a Donna Laura, ed uscì. Donna Laura chiese a un domestico, con la voce omai ferma: “La marchesa?” Il domestico indicò rispettosamente col gesto un’altra stanza a Donna Laura. Quindi corse ad annunziare la visita. La marchesa apparve. Era una signora piuttosto pingue, con i capelli grigi. Aveva li occhi pieni di lacrime. Aperse le braccia all’amica, senza parlare, soffocata da un singulto. Dopo un poco, Donna Laura chiese, non alzando li occhi: “Si può vedere?” Profferite le parole, strinse le mascelle per reprimere un tremito violento. La marchesa disse: “Vieni.” Le due donne entrarono nella stanza dell’infermo. La luce ivi era mite; l’odore di un farmaco, un odore singolare, empiva l’aria; li oggetti segnavano grandi e strane ombre. Il marchese di Fontanella, disteso nel letto, pallido, pieno di rughe, sorrise a Donna Laura, vedendola. Disse lentamente: “Grazie, baronessa.” E le tese la mano ch’era umidiccia e tiepida. Egli pareva aver ripreso li spiriti d’un tratto, per uno sforzo di volontà. Parlò di varie cose, curando le parole, come quando stava sano. Ma Donna Laura, dall’ombra, lo fissava con uno sguardo così ardente di supplicazione che egli, indovinando, si volse alla moglie. “Giovanna, ti prego, preparami tu la pozione, come stamattina.” La marchesa chiese licenza, ed uscì, inconsapevole. Nel silenzio della casa si udirono i passi di lei allontanarsi su i tappeti. Allora Donna Laura, con un moto indescrivibile, si chinò su ’l vecchio, gli prese le mani, gli strappò le parole con li occhi. “A Penti.... Luca Marino.... ha moglie, figli.... una casa.... Non lo vedere! Non lo vedere!” balbettò il vecchio, a fatica, preso quasi da un terrore che gli dilatava le pupille. “A Penti.... Luca Marino.... Non ti svelare.... mai!...” Già la marchesa veniva, con il medicamento. Donna Laura sedette; si contenne. L’infermo bevve; e i sorsi scendevano nella gola con un gorgoglio, a uno a uno, distinti, regolari. Poi successe un silenzio. E l’infermo parve preso da sopore: tutta la faccia gli si fece più cava; ombre più profonde, quasi nere, gli occuparono le occhiaie, le guance, le narici, la gola. Donna Laura si accommiatò dall’amica; se ne andò, trattenendo il respiro, pianamente. II. Tutte queste vicende ripensava la vecchia signora, sotto la pergola, nel giardino tranquillo. Che cosa ora dunque la tratteneva dal rivedere il figlio? Ella avrebbe avuto la forza di reprimersi; ella non si sarebbe svelata, no. Le bastava di rivederlo, il figlio suo, quello ch’ella aveva tenuto sulle braccia un giorno solo, tanti anni a dietro, tanti, tanti anni! Era cresciuto? Era grande? Era forte? Era bello? Com’era? E mentre così interrogava sè stessa, nel fondo del suo spirito ella non giungeva a raffigurarsi l’uomo. Sempre in lei l’imagine dell’infante persisteva, si sovrapponeva ad ogni altra imagine, vinceva con la nitida chiarezza delle sue forme ogni altra forma fantastica che tentasse di sorgere. Ella non preparava l’animo, si abbandonava debolmente al sentimento indeterminato. Il senso della realtà in quel momento le mancava. -- Io lo vedrò! Io lo vedrò! -- ripeteva in sè stessa, inebriandosi. Le cose in torno tacevano. Il vento faceva incurvare i roseti che, passato il soffio, seguitavano a muoversi pesantemente. Li zampilli scintillavano e guizzavano, tra il verde, come stocchi. Donna Laura stette un poco in ascolto. Dal silenzio sorgeva non so qual grandezza che le infuse nell’animo quasi uno sgomento. Ella esitò. Poi si mise pe ’l viale, da prima con passi rapidi; giunse al cancello tutto abbracciato dalle piante e dai fiori; sostò, per guardarsi in dietro: aprì. Dinanzi a lei la campagna si stendeva deserta sotto il meriggio. Le case di Penti in lontananza biancheggiavano su l’azzurro del cielo, con un campanile, con una cupola, con due o tre pini. Il fiume si svolgeva nella pianura, tortuoso e lucentissimo, toccando le case. Donna Laura pensò: -- Egli è là. -- E tutte le sue fibre di madre vibrarono. Animata, riprese a camminare, guardando dinanzi a sè con li occhi che il sole fastidiva, non curando il calore. A un certo punto della strada cominciarono li alberi, magri pioppetti tutti canori di cicale. Due femmine scalze, ciascuna con un cesto su ’l capo, venivano incontro. “Sapete la casa di Luca Marino?” chiese la signora, presa da una voglia irresistibile di pronunziare quel nome a voce alta, liberamente. Le femmine la guardarono, stupefatte, soffermandosi. Una rispose, con semplicità: “Noi non siamo di Penti.” Donna Laura, malcontenta, seguitò la via, provando già un poco di stanchezza nelle povere membra senili. Li occhi, offesi dalla luce intensa, le facevano vedere alcune mobili macchie rosse nell’aria. Un leggero principio di vertigine le turbava il cervello. Penti si avvicinava sempre più. I primi tuguri apparvero tra molte piante di girasoli. Una femmina, mostruosa per l’adipe, stava seduta sopra una soglia; ed aveva su quel gran corpo una testa infantile, li occhi dolci, i denti schietti, il sorriso placidissimo. “O signora, dove andate?” chiese la femmina, con un accento ingenuo di curiosità. Donna Laura si accostò. Aveva il volto tutto infiammato e la respirazione corta. Le forze erano per mancarle. “Mio Dio! Oh mio Dio!” gemeva ella, reggendosi le tempie con le palme. “Oh mio Dio!” “Signora, riposatevi,” diceva la femmina ospitale, invitandola ad entrare. La casa era bassa ed oscura; ed aveva quell’odor particolare che hanno tutti i luoghi dove molta gente agglomerata vive. Tre o quattro bambini nudi, anch’essi col ventre così gonfio che parevano idropici, si trascinavano su ’l suolo, borbottando, brancicando, portando alla bocca per istinto qualunque cosa capitasse loro sotto le mani. Mentre Donna Laura seduta riprendeva le forze, la femmina parlava oziosamente, tenendo fra le braccia un quinto bambino, tutto coperto di croste nerastre tra mezzo a cui si aprivano due grandi occhi, puri ed azzurri, come due fiori miracolosi. Donna Laura domandò: “Qual è la casa di Luca Marino?” L’ospite co ’l gesto indicò una casa rossiccia, all’estremità del paese, in vicinanza del fiume, circondata quasi da un colonnato di alti pioppi. “È quella. Perchè?” La vecchia signora si sporse per guardare. Li occhi le dolevano, feriti dalla luce solare, e le palpebre le battevano forte. Ma ella stette qualche minuto in quell’attitudine, respirando con fatica, senza rispondere, quasi soffocata da una sollevazione di sentimento materno. -- Quella dunque era la casa del suo figliuolo? -- Subitamente, per una involontaria operazion dello spirito, le apparvero dinanzi l’interno della stanza lontana, il paese di Provenza, le persone, le cose, come nel bagliore di un lampo, ma evidenti, nettissimi. Ella si lasciò ricadere su la sedia, e rimase muta, confusa, in una specie di ottusità fisica proveniente forse dall’azione del sole. Nelli orecchi aveva un ronzio continuo. Disse l’ospite: “Volete passare il fiume?” Donna Laura fece un cenno inconsciente, incantata da un turbinio di circoli rossi che gli si producevano nella retina. “Luca Marino porta uomini e bestie da una riva all’altra. Ha una barca e una chiatta,” seguitò l’ospite. “Se no, bisogna andare fino a Prezzi a cercare il guado. È tant’anni che fa il mestiere! È sicurissimo, signora.” Donna Laura ora ascoltava, facendo uno sforzo per raccogliere tutte le sue facoltà sensorie che si disperdevano. Ma pure, dinanzi a quelle novelle del figliuolo, restava smarrita; quasi non comprendeva. “Luca non è del paese,” riprese la femmina grassa, trascinata dalla nativa loquacità. “L’hanno allevato i Marino che non avevano figliuoli. E un signore, non di qui, gli ha dotata la moglie. Ora vive bene; lavora; ma ha il vizio del vino.” La femmina diceva queste cose ed altre, con semplicità grande, senza malizia per l’origine sconosciuta di Luca. “Addio, addio,” fece Donna Laura, levandosi, presa da un vigore fittizio. “Grazie, buona donna.” Porse a uno dei bimbi una moneta: ed uscì alla luce. “Per quella viottola!” le gridò dietro, indicando, l’ospite. Donna Laura seguì la viottola. Un gran silenzio regnava intorno, e nel silenzio le cicale cantavano a distesa. Alcuni gruppi d’olivi contorti e nodosi sorgevano dal terreno disseccato. Il fiume, a sinistra, brillava. “Ooh, La Martinaaa!” chiamò una voce, in lontananza, dalla parte del fiume. Quella voce umana d’improvviso fece a Donna Laura un’impressione singolare. Ella guardò. Su ’l fiume navigava una barca, a pena visibile tra il vapor luminoso; e un’altra barca, ma a vela, biancheggiava a maggior distanza. Nella prima barca si scorgevano forme d’animali: erano forse cavalli. “Ooh, La Martinaaa!” richiamò la voce. Le due barche si avvicinavano l’una all’altra. Quello era il punto delle secche, dove i barcaiuoli pericolavano quando il carico pesava. Donna Laura, ferma sotto un olivo, appoggiata al tronco, seguiva con lo sguardo la vicenda. Il cuore le palpitava con tanta violenza che le pareva i battiti empissero tutta la campagna circostante. Il fruscio dei rami, il canto delle cicale, il lampeggio delle acque, tutte le sensazioni esteriori la turbavano, le mettevano nello spirito un disordine quasi di demenza. L’accumulamento lento del sangue nel cervello, per l’azione del sole, le dava ora una visione leggermente rossa, un principio di vertigine. Le due barche, giunte a un gomito del fiume, non si videro più. Allora Donna Laura riprese a camminare, un po’ barcollante, come un’ebra. Le si presentò dinanzi un gruppo di case riunite in torno a una specie di corte. Sei o sette mendicanti meriggiavano ammucchiati in un angolo: le loro carni rossastre, maculate dalle malattie della cute, uscivano di tra i cenci; nei loro volti deformi il sonno aveva una pesantezza bestiale. Qualcuno dormiva bocconi, con la faccia nascosta tra le braccia piegate a cerchio. Qualche altro dormiva supino, con le braccia aperte, nell’attitudine del Cristo crocifisso. Un nuvolo di mosche turbinava e ronzava su quelle povere carcasse umane, denso e laborioso, come sopra un cumulo di fimo. Dalle porte socchiuse veniva un romore di telai. Donna Laura attraversò la piazzetta. Il suono de’ suoi passi su le pietre fece risvegliare un mendicante che si levò su i gomiti e, tenendo li occhi ancora chiusi, balbettò macchinalmente: “La carità, per l’amore di Dio!” A quella voce tutti i mendicanti si risvegliarono, e tutti sorsero. “La carità, per l’amore di Dio!” “La carità, per l’amore di Dio!” La torma cenciosa si mise a seguitare la passante, chiedendo l’elemosina, tendendo le mani. Uno era storpio e camminava a piccoli salti, come una scimmia ferita. Un altro si trascinava su ’l sedere puntellandosi con ambo le braccia, come fanno con le zampe le locuste, poichè aveva tutta la parte inferiore del corpo morta. Un altro aveva un gran gozzo paonazzo e rugoso che ad ogni passo ondeggiava come una giogaia. Un altro aveva un braccio ritorto come una grossa radice. “La carità, per l’amore di Dio!” Le loro voci erano varie, alcune cavernose e roche, altre acute e femminine come quelle delli evirati. Ripetevano sempre le stesse parole, con lo stesso accento, in un modo accorante. “La carità, per l’amore di Dio!” Donna Laura, così inseguita da quella gente mostruosa, provava una voglia istintiva di fuggire, di salvarsi. Uno sbigottimento cieco la teneva. Avrebbe forse gridato, se avesse avuta la voce nella gola. I mendicanti le instavano da presso, le toccavano le braccia, con le mani tese. Volevano l’elemosina, tutti. La vecchia signora si cercò nella veste, prese delle monete, le lasciò cadere dietro di sè. Li affamati si fermarono, si gittarono avidamente su le monete, lottando, stramazzando sul terreno, dando calci, calpestandosi. Bestemmiavano. Tre rimasero con le mani vuote; e ripresero a seguitare la vecchia incattiviti. “Noi non l’abbiamo avuta! Noi non l’abbiamo avuta!” Donna Laura, disperata per quella persecuzione, diede altre monete, senza volgersi. La lotta fu tra lo storpio e il gozzuto. Ambedue presero. Ma un povero epilettico idiota, che tutti opprimevano e dileggiavano, non ebbe nulla; e si mise a piagnucolare, leccandosi le lacrime e il moccio che gli colava dal naso, con un verso ridicolo: “Ahu, ahu, ahuuu!” III. Donna Laura infine era giunta alla casa dei pioppi. Ella si sentiva sfinita: le si offuscava la vista, le tempie le battevano forte, la lingua le ardeva; le gambe sotto le si piegavano. Dinanzi a lei, un cancello stava aperto. Ella entrò. . , 1 , . 2 3 , , 4 , , 5 . , , 6 , . 7 , . 8 ; 9 10 . 11 , 12 , , 13 , 14 , . 15 16 , 17 , , . 18 . , 19 , 20 . 21 . 22 , 23 « 24 . » 25 26 27 , 28 . 29 ; 30 , 31 . 32 33 34 . , 35 , 36 37 . ; , 38 , , 39 , , 40 . 41 , , 42 , , 43 . 44 , 45 ; , 46 . 47 , , 48 , , 49 , . 50 51 , . 52 , ; 53 ; 54 . , 55 56 . , 57 58 . . 59 ; 60 . 61 , , , 62 , 63 . , , , 64 , . 65 66 ; 67 ; , 68 . 69 , 70 , . 71 ; 72 ; , , 73 , , , ; 74 ; 75 , 76 . 77 78 , , 79 , 80 81 . 82 . . 83 . 84 85 86 87 ; 88 . 89 90 . 91 , . 92 ; 93 , , . 94 95 , , 96 . , 97 , 98 . , , , 99 , , 100 , , 101 . , , ; 102 , , . 103 . , 104 . 105 106 , , 107 . , 108 , , , , 109 . 110 , , ; 111 , , , 112 , ; 113 , , 114 ; , , , 115 . 116 117 , , , , 118 , 119 ; ; 120 . , , 121 , - . 122 ; . 123 , ; 124 , , , 125 , . 126 127 . , , 128 ; , 129 . 130 ; 131 , , ; 132 , ; 133 . . 134 135 , 136 , 137 , . . 138 139 140 141 , 142 , , 143 . , , 144 . 145 146 . , 147 , , 148 , 149 . , 150 . 151 152 153 . . 154 155 156 , , . , 157 158 . ; 159 ; 160 . 161 162 : , 163 . 164 165 . 166 167 , : 168 169 « , . » 170 171 , . 172 173 174 . 175 , 176 . , 177 . 178 . 179 . 180 181 . 182 , . 183 , . 184 185 , , : 186 187 « , ? 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