Anna fu candida testimone. Introduceva i visitatori, tendeva il tappeto su la tavola, e a mezzo della veglia portava i bicchierini pieni d’un rosolio verdognolo composto dalle monache con droghe speciali. Una volta ella sentì su per le scale Don Fiore Ussorio gridare nel calor della disputa un’ingiuria contro l’abate Cennamele che parlava sommesso; e, poichè l’irreverenza le parve mostruosa, ella da allora in poi tenne Don Fiore per un uomo diabolico e al comparir di lui si faceva rapidamente il segno della croce e mormorava un -Pater-. Nella primavera del 1856, un giorno, mentre su ’l greto della Pescara ella sbatteva i panni lavati, vide una flotta di barche passare la foce e navigar lentamente contro la forza dell’acqua. Il sole era sereno; le due rive si rispecchiavano in fondo abbracciandosi; alcuni ramoscelli verdi e alcune ceste di giunchi natavano nel mezzo della corrente, come simboli pacifici, verso il mare; e le barche, aventi quasi tutte la mitria di san Tommaso dipinta per insegna in un angolo della vela, avanzavano così nel bel fiume santificato dalla leggenda di san Cetteo Liberatore. I ricordi del paese natale si svegliarono nell’animo della donna con un tumulto improvviso, a quello spettacolo; ed ella, pensando al padre, fu invasa da un gran tenerezza. Le barche erano tanecche ortonesi e venivano dal promontorio di Roto con un carico di agrumi. Anna, come le ancore furono gettate, si avvicinò ai marinai; e li guardava con una curiosità benevola e trepidante, senza far parole. Uno di loro, colpito dalla insistenza, la ravvisò e la interrogò familiarmente. -- Chi cercava? Che voleva? -- Allora Anna, tratto in disparte l’uomo, gli chiese se non per caso egli avesse veduto al -paese dei portogalli- Luca Minella, il padre. -- Non l’aveva veduto? Non stava ancora con -quella femmina-? -- L’uomo rispose che Luca era morto da qualche tempo. -- Era vecchio. Poteva campar di più? -- Allora Anna contenne le lacrime; volle sapere molte cose. L’uomo le disse molte cose. -- Luca aveva strette le nozze con -quella femmina-; ne aveva avuti due figliuoli. Il maggiore dei due navigava sopra un trabaccolo e veniva qualche volta a Pescara per negozi. -- Anna trasalì. Un turbamento indeterminato, una specie di smarrimento confuso le occupava l’animo. Ella non giungeva a ritrovar l’equilibrio e la lucidità del giudizio dinanzi a quel fatto troppo complesso. Ella aveva ora due fratelli dunque? Doveva amarli? Doveva cercare di vederli? Ora che doveva dunque fare? Così, titubante, tornò a casa. E dopo, per molte sere, quando entravano nel fiume le barche, ella andava lungo lo scalo a guardare i marinai. Qualche trabaccolo portava dalla Dalmazia un carico di asinelli e di cavalli nani: le bestie prendendo terra scalpitavano; l’aria sonava di ragli e di nitriti. Anna, nel passare, batteva con la mano le grosse teste delli asinelli. VII. Verso quel tempo ebbe in dono dal fattore di campagna una testuggine. Il nuovo ospite tardo e taciturno fu diletto e cura della donna nelle ore d’ozio. Camminava da un punto all’altro della stanza sollevando a stento dal suolo il grave peso del corpo su le zampe simili a moncherini olivastri, e, come era giovine, le piastre del suo scudo dorsale, gialle maculate di nero, tralucevano talvolta al sole con un nitor d’ambra. La testa coperta di scaglie, compressa nel muso, giallognola, sporgeva tentennando con una mansuetudine timorosa; e pareva talvolta la testa di un vecchio serpe estenuato che uscisse dal guscio di un crostaceo. Anna prediligeva nell’animale i costumi: il silenzio, la frugalità, la modestia, l’amor della casa. Gli dava per cibo foglie di verdura, radici e vermi, restando estatica a osservare il moto delle piccole mandibole cornee dentellate nel lor duplice margine. Ella, in quell’atto, provava quasi un sentimento di maternità: eccitava pianamente l’animale con le voci e sceglieva per lui le erbe più tenere e più dolci. Fu la testuggine allora auspice d’un idillio. Il fattore, venendo più volte al giorno nella casa, s’intratteneva su la loggia a ragionare con Anna. Ed essendo egli uomo d’umili spiriti, divoto, prudente e giusto, godeva veder riflesse le sue pie virtù nell’animo della donna. Per la consuetudine sorse quindi tra i due a poco a poco una familiarità amorevole. Ella aveva già qualche capello bianco su le tempie, ed in tutta la faccia diffuso un placido candore. Egli, Zacchiele, superava di alcuni anni l’età di lei; aveva una gran testa dalla fronte sporgente e due miti e rotondi occhi di coniglio. Tutt’e due, nei colloqui, sedevano per lo più su la loggia. Sopra di loro, fra i tetti, il cielo pareva una cupola luminosa; e ad intervalli i voli dei colombi domestici, bianchi come il Paraclito, traversavano la quiete celestiale. I colloqui volgevano su le raccolte, su la bontà dei terreni, su le semplici norme della coltivazione; ed erano pieni di esperienza e di rettitudine. Poichè Zacchiele amava talvolta, per una ingenua vanità naturale, di far pompa del suo sapere in conspetto della donna ignorante e credula, questa concepì per lui una stima ed un’ammirazione senza limiti. Ella imparò che la terra è divisa in cinque parti e che cinque sono le razze delli uomini: la bianca, la gialla, la rossa, la nera e la bruna. Imparò che la terra è di forma rotonda, che Romolo e Remo furono nutricati da una lupa, e che le rondini su l’autunno vanno oltremare nell’Egitto dove anticamente regnavano i Faraoni. -- Ma li uomini non avevano tutti un colore, a imagine e somiglianza di Dio? Potevamo noi camminare sopra una palla? Chi erano i re Faraoni? -- Ella non riusciva a comprendere, e rimaneva così tutta smarrita. Però da allora ella considerò le rondini con reverenza e le tenne per uccelli dotati di saggezza umana. Un giorno Zacchiele le mostrò una Storia sacra dell’Antico Testamento, illustrata di figure. Anna guardava con lentezza, ascoltando le spiegazioni. Ed ella vide Adamo ed Eva tra le lepri ed i cervi, Noè seminudo inginocchiato innanzi ad un altare, i tre angeli di Abramo, Mosè salvato dalle acque; vide con gioia finalmente un Faraone nel conspetto della verga di Mosè cangiata in serpe, e la regina di Saba, la festa dei Tabernacoli, il martirio dei Maccabei. Il fatto dell’asina di Balaam la empì di meraviglia e di tenerezza. Il fatto della coppa di Giuseppe nel sacco di Beniamino la fece rompere in lacrime. Ed ella imaginava li Israeliti camminanti per un deserto tutto coperto di quaglie, sotto una rugiada che si chiamava la manna ed era bianca come la neve e più dolce del pane. Dopo la Storia sacra, preso da una singolare ambizione Zacchiele cominciò a leggerle le imprese dei Reali di Francia da Costantino imperatore sino ad Orlando conte d’Anglante. Un gran tumulto sconvolse allora la mente della donna: le battaglie dei Filistei e dei Siriaci si confusero con le battaglie dei Saraceni, Oloferne si confuse con Rizieri, il re Saul col re Mambrino, Eleazaro con Balante, Noemi con Galeana. Ed ella, affaticata, non seguiva più il filo delle narrazioni, ma si riscoteva soltanto ad intervalli quando udiva passare nella voce di Zacchiele i suoni di qualche nome prediletto. E predilesse Dusolina e il duca Bovetto che prese tutta l’Inghilterra innamorandosi della figliuola del re di Frisia. Erano le calende di settembre. Nell’aria temperata dalla pioggia recente, si andava diffondendo una placida chiarità autunnale. La stanza di Anna divenne il luogo delle letture. Un giorno Zacchiele, seduto, leggeva -come Galeana, figliuola del re Galafro, s’innamorò di Mainetto e volle da lui la ghirlanda dell’erba-. Anna, poichè la favola pareva semplice e campestre e poichè la voce del lettore pareva addolcirsi di accenti novelli, ascoltava con visibile assiduità. La testuggine si traeva in mezzo ad alcune foglie di lattuga, pianamente; il sole su la finestra illuminava una gran tela di ragno, e li ultimi fiori rosei del tabacco si vedevano a traverso la sottile opera di filo d’oro. Quando il capitolo fu finito, Zacchiele depose il libro; e, guardando la donna, sorrise d’uno di quei sorrisi fatui che solevano increspargli le tempie e li angoli della bocca. Poi cominciò a parlarle vagamente, con la peritanza di colui che non sa in qual modo giungere al punto desiderato. Finalmente ardì. -- Ella non aveva pensato mai al matrimonio? -- Anna alla domanda non rispose. Stettero ambedue in silenzio ed ambedue sentivano nell’animo una dolcezza confusa, quasi un risveglio inconsciente della giovinezza sepolta e un umano richiamo dell’amore. E n’erano turbati come dal fumo d’un vino troppo forte che montasse al loro cervello indebolito. VIII. Ma una tacita promessa di nozze fu data molti giorni dopo, in ottobre, nella prima natività dell’olio d’oliva e nell’ultima migrazione delle rondini. Con licenza di Donna Cristina, un lunedì Zacchiele condusse Anna alla fattoria dei Colli, dov’era il frantoio. Uscirono da Portasale, a piedi, e presero la via Salaria, volgendo le spalle al fiume. Dal giorno della favola di Galeana e di Mainetto, essi provavano l’un verso l’altra una specie di trepidazione, un misto di temenza, vergogna e rispetto. Avevano perduta quella bella familiarità d’una volta; parlavano poco insieme e sempre con un tal riserbo esitante, senza mai guardarsi nel volto, con incerti sorrisi, confondendosi talora per una subitanea espansion di rossore, indugiando così in questi timidi bamboleggiamenti d’innocenza. Camminarono in silenzio, da prima, ciascuno seguendo lo stretto sentiero asciutto che i passi dei viandanti avevano praticato su i due margini della via; e li divideva il mezzo della via fangoso e segnato di solchi profondi dalle ruote dei veicoli. Una libera gioia vendemmiale occupava le campagne: i canti del mosto per la pianura si avvicendavano. Zacchiele si teneva un poco in dietro, rompendo a tratti a tratti il silenzio con qualche parola su la temperie, su le vigne, su la raccolta delle olive. Anna guardava curiosa tutti i cespugli rosseggianti di bacche, i campi lavorati, le acque dei fossi; e a poco a poco le nasceva nell’animo una letizia vaga, quale di chi dopo lungo tempo sia dilettato da sensazioni già innanzi conosciute. Come il cammino prese a volgere su pe ’l declivio tra i ricchi oliveti di Cardirusso, chiaramente le sorse nell’animo il ricordo di Sant’Apollinare e dell’asino e del custode delli armenti. Ed ella sentì quasi rifluirsi al cuore tutto il sangue, d’improvviso. Avvenne allora in lei un fenomeno. Quell’episodio obliato della sua giovinezza le si coordinò nella memoria con una perspicuità meravigliosa; l’imagine dei luoghi le si formò dinanzi; e nella scena illusoria ella rivide l’uomo dal labbro leporino, ne riudì la voce, provando un turbamento nuovo senza sapere perchè. La fattoria si avvicinava; fra li alberi soffiava il vento facendo cadere le ulive mature; una zona di mare sereno si scopriva dall’altitudine. Zacchiele s’era messo a fianco della donna e la guardava di tratto in tratto con una pia supplicazione di tenerezza. -- A che pensava ella dunque? -- Anna si volse, con un’aria quasi di sbigottimento, come fosse stata colta in fallo. -- A niente pensava. -- Giunsero al frantoio, dove i coloni macinavano la prima raccolta delle olive cadute precocemente dall’albero. La stanza delle macine era bassa e oscura; dalla vôlta luccicante di salnitro pendevano lucerne di ottone e fumigavano; un giumento bendato girava una mola gigantesca, con passo regolare; e i coloni, vestiti di certe lunghe tuniche simili a sacchi, nudi le gambe e le braccia, muscolosi, oleosi, versavano il liquido nelle giare, nelle conche, nelli orci. Anna si mise a considerare l’opera, attentamente; e, come Zacchiele impartiva ordini ai faticatori, e girava tra le macine, osservando la qualità delle olive con una grave sicurezza di giudice, ella sentì per lui in quel momento crescere l’ammirazione. Poi, come Zacchiele dinanzi a lei prese un gran boccale colmo e versando nell’orcio quell’olio purissimo e luminoso nominò la grazia di Dio, ella si fece il segno della croce, tutta compresa di venerazione per l’opulenza della terra. Venivano intanto su la porta le due femmine della fattoria; e ciascuna teneva contro il seno un poppante, e si traeva un bel grappolo di figliuoli dietro le gonne. Si misero a conversare placidamente; e, poichè Anna tentava accarezzare i fanciulli, ciascuna si compiaceva della propria fecondità, e con una ridente onestà di parole ragionava dei parti. La prima aveva avuti sette figliuoli; la seconda undici. -- Era la volontà di Gesù Cristo; e per la campagna poi ci volevano braccia. Allora la conversazione volse in materie familiari. Albarosa, una delle madri, fece molte domande ad Anna. -- Ella non aveva avuto mai figliuoli? -- Anna, nel rispondere che non s’era maritata, provò per la prima volta una specie di umiliazione e di rammarico, dinanzi a quella possente e casta maternità. Poi, cambiando il discorso, ella tese la mano sul più vicino dei bimbi. Li altri guardavano con li occhi ampi che pareva avessero assunto un limpido color vegetale dallo spettacolo continuo delle cose verdi. L’odore delle olive infrante si spandeva nell’aria, ed entrava nelle fauci ad eccitare il palato. I gruppi dei faticatori apparivano e sparivano sotto il rossore delle lucerne. Zacchiele, che fino a quel momento aveva invigilato su la misura dell’olio, si accostò alle donne. Albarosa lo accolse con un volto festevole. -- Quanto voleva aspettare Don Zacchiele a prender moglie? -- Zacchiele sorrise con un po’ di confusione, a quella domanda; e diede un’occhiata sfuggente ad Anna che accarezzava ancora il bimbo selvatico e fingeva di non avere inteso. Albarosa, per una benevola arguzia contadinesca, riunendo visibilmente con l’ammiccar delli occhi bovini il capo di Anna e quello di Zacchiele, seguitò le incitazioni. -- Erano una coppia benedetta da Dio. Che aspettavano? -- I coloni, avendo sospesa l’opera per attendere al pasto, facevano in torno cerchia. E la coppia, anche più confusa per quella testimonianza, restava muta in un’attitudine tra di sorriso tremulo e di pudica modestia. Qualcuno dei giovini fra i testimoni, esilarato dalla faccia amorosamente compunta di Don Zacchiele, sospingeva con urti di gomito i compagni. Il giumento nitrì, per fame. Fu apprestato il pasto. Un’attività diligente invase la gran famiglia rustica. Su lo spiazzo, all’aperto, tra li olivi pacifici e in conspetto del sottostante mare, li uomini sedevano alla mensa. I piatti dei legumi conditi d’olio novello fumavano; il vino scintillava nelle semplici forme liturgiche dei vasi; e il cibo frugale dispariva rapidamente entro li stomachi dei faticatori. Anna ora si sentiva come assalire da un tumulto di giubilo, e si sentiva d’un tratto quasi legata da una specie di dimestichezza amichevole con le due donne. Queste la condussero nell’interno della casa, dove le stanze erano larghe e luminose benchè antichissime: su le pareti le imagini sacre si alternavano con le palme pasquali; provvigioni di carni suine pendevano dai soffitti, i talami dal pavimento si elevavano ampi ed altissimi con a canto le culle; da tutto emanava la serenità della concordia familiare. Anna, considerando quell’ordine, sorrideva timidamente a una dolcezza interiore; e in un punto fu presa da una strana commozione, quasi che tutte le sue latenti virtù di madre casalinga e i suoi istinti di allevatrice fremessero e insorgessero d’improvviso. Quando le donne ridiscesero su lo spiazzo, li uomini stavano ancora in torno alla tavola; Zacchiele parlava con loro. Albarosa prese un piccolo pane di frumento, lo divise nel mezzo, lo consperse d’olio e di sale, e l’offerì ad Anna. L’olio novello, allora allora gemuto dal frutto, spandeva nella bocca un saporoso aroma asprino; ed Anna allettata mangiò tutto il pane. Bevve anche vino. Poi, come il vespro cadeva, ella e Zacchiele ripresero il cammino del declivio. Dietro di loro i coloni cantarono. Molti altri canti sorsero dalla campagna, e si dispiegarono nella sera con la piana larghezza di un salmo gregoriano. Il vento soffiava fra li oliveti più umido; un chiarore moriente tra roseo e violaceo indugiava effuso pe ’l cielo. Anna camminò innanzi, con passo celere, rasente i tronchi. Zacchiele la seguì, pensando alle parole ch’egli voleva dire. Ambedue, da poi che si sentivano soli, provavano una trepidazione infantile, quasi un timore. A un punto Zacchiele chiamò la donna per nome; ed ella si volse umile e palpitante. -- Che voleva? -- Zacchiele non disse più altro; fece due passi, giunse al fianco di lei. E così continuarono il cammino, in silenzio, finchè la via Salaria non li divise. Come nell’andare, essi presero ciascuno il sentiero del margine, a destra e a manca. E rientrarono a Portasale. IX. Per una nativa irresolutezza, Anna differiva continuamente il matrimonio. Dubbi religiosi la tormentavano. Ella aveva sentito dire che soltanto le vergini sarebbero ammesse a far corona in torno alla Madre di Dio, nel paradiso. Dunque? Doveva ella rinunziare a quella dolcezza celeste per un bene terreno? Un più vivo ardore di devozione allora la invase. In tutte le ore libere ella andava alla chiesa del Rosario; s’inginocchiava innanzi al gran confessionale di quercia, e rimaneva immobile in quell’attitudine di preghiera. La chiesa era semplice e povera; il pavimento era coperto di lapidi mortuarie; una sola lampada di metallo vile ardeva innanzi all’altare. E la donna rimpiangeva nell’animo il fasto della sua basilica, la solennità delle cerimonie, le undici lampade d’argento, i tre altari di marmo prezioso. Ma nella Settimana Santa del 1857, sorse un grande avvenimento. Tra la Confraternita capitanata da Don Fileno d’Amelio e l’abate Cennamele, coadiuvato dai satelliti parrocchiali, scoppiò la guerra; e ne fu causa un contrasto per la processione di Gesù morto. Don Fileno voleva che la pompa, fornita dai congregati, uscisse dalla chiesa della Confraternita; l’abate voleva che la pompa uscisse dalla chiesa parrocchiale. La guerra attrasse e avviluppò tutti i cittadini e le milizie del Re di Napoli, residenti nel forte. Nacquero tumulti popolari; le vie furono occupate da assembramenti di gente fanatica; pattuglie armigere andarono in volta per impedire i disordini; il conte arcivescovo di Chieti fu assediato da innumerevoli messi d’ambo le parti; corse molta pecunia per corruzioni; un mormorío di congiure misteriose si sparse nella città. Focolare delli odii la casa di Donna Cristina Basile. Don Fiore Ussorio sfolgorò per mirabili stratagemmi e per audacie novissime, in quei giorni di lotta. Don Paolo Nervegna ebbe un grave spargimento di bile. Don Ignazio Cespa adoperò in vano tutto le sue blande arti conciliative e i suoi sorrisi melliflui. La vittoria fu contrastata con un accanimento implacabile, fino all’ora rituale della pompa funeraria. Il popolo fremeva nell’aspettazione; il comandante delle milizie, partigiano dell’abbadia, minacciava castighi ai facinorosi della Confraternita. La rivolta stava per irrompere. Quand’ecco giungere su la piazza un soldato a cavallo latore di un messaggio episcopale che dava la vittoria ai congregati. L’ordine della pompa si dispiegò allora con insolita magnificenza per le vie sparse di fiori. Un coro di cinquanta voci bianche cantò gl’inni liturgici della Passione; e dieci turiferari incensarono tutta la città. I baldacchini, li stendardi, i ceri per la nuova ricchezza empirono li astanti di meraviglia. L’abate sconfitto non intervenne; ed in sua vece Don Pasquale Carabba, il Gran Coadiutore, vestito dei paramenti badiali, seguì con molta solennità d’incesso il feretro di Gesù. Anna, nel frangente, aveva fatto voti per la vittoria dell’abate. Ma la suntuosità della cerimonia la abbagliò; una specie di stupore la invase, allo spettacolo; ed ella sentì gratitudine anche per Don Fiore Ussorio che passava reggendo nel pugno un cero immane. Poi, come l’ultima schiera dei celebranti le giunse dinanzi, ella si mescolò alla turba fanatica delli uomini, delle donne e de’ fanciulli; e andò così, quasi senza toccar terra, tenendo sempre li occhi fissi al serto culminante della -Mater dolorosa-. In alto, dall’uno all’altro balcone, stavano tesi i drappi signorili consecutivamente; dalle case dei panettieri pendevano rustiche forme d’agnelli materiate di fromento; ad intervalli, nei trivi, nei quadrivi, un braciere acceso spandeva fumo di aròmati. La processione non passò sotto le finestre dell’abate. Di tratto in tratto una specie di movimento irregolare correva lungo le file, come se la schiera antesignana incontrasse un ostacolo. E n’era causa il contrasto tra il crocifero della Confraternita e il luogotenente delle milizie, i quali ambedue avevano ricevuto il comando di seguire un itinerario diverso. Poichè il luogotenente non poteva usar violenza senza commetter sacrilegio, vinse il crocifero. I congregati esultavano; il comandante generale ardeva d’ira; il popolo s’empiva di curiosità. Quando la pompa, in vicinanza dell’arsenale, si rivolse per rientrare nella chiesa di San Giacomo, Anna prese un vicolo obliquo e in pochi passi fu su la porta madre. S’inginocchiò. Giungeva primo verso di lei l’uomo portante il crocifisso gigantesco; seguivano li stendardi che tenevano l’altissima asta in equilibrio su la fronte o su ’l mento, atteggiandosi con dotto giuoco di muscoli. Poi, quasi in mezzo a una nuvola d’incenso, venivano le altre schiere, i cori angelici, li incappati, le vergini, i signori, il clero, le milizie. Lo spettacolo era grande. Una specie di terrore mistico teneva l’animo della donna. Si avanzò su ’l vestibolo, secondo la consuetudine, un accolito munito d’un largo piatto d’argento per ricevere i ceri. Anna guardava. Allora fu che il comandante, spezzando tra i denti aspre parole contro la Confraternita, gittò violentemente il suo cero nel piatto e voltò le spalle con piglio minaccioso. Tutti rimasero allibiti. E nel momentaneo silenzio si udì tintinnare la spada di colui che si allontanava. Solo Don Fiore Ussorio ebbe la temerità di sorridere. X. I fatti per moltissimo tempo occuparono l’attività vocale dei cittadini e furono causa di turbolenze. Come Anna era stata testimone dell’ultima scena, alcuni vennero a lei per ragguagli. Ella raccontava sempre con le stesse parole, pazientemente. La sua vita da allora fu tutta spesa tra le pratiche religiose, li uffici domestici e l’amore della testuggine. Ai primi tepori d’aprile la testuggine uscì dal letargo. Un giorno, d’improvviso, sbucò di sotto allo scudo la testa serpentina e tentennò debolmente mentre i piedi erano ancora immersi nel torpore. I piccoli occhi rimasero coperti a mezzo dalla palpebra. E l’animale, forse non più consapevole d’essere captivo, si mosse finalmente con un moto pigro e incerto, tastando co’ i piedi il suolo, spinto dal bisogno di trovarsi il cibo come nella sabbia del suo bosco natale. Anna, innanzi a quel risveglio fu invasa da una tenerezza ineffabile e stette a guardare con li occhi umidi di lacrime. Poi prese la testuggine, la mise sul letto, le offerì alcune foglie verdi. La testuggine esitava a toccare le foglie, e nell’aprire le mandibole mostrava la lingua carnosa come quella dei pappagalli. Li indumenti del collo e delle zampe parevano membrane flosce e giallognole di un corpo estinto. La donna a quella vista si sentiva stringere da una gran misericordia; ed eccitava al ristoro il bene amato, con le blandizie di una madre pe ’l figliuolo convalescente. Unse d’olio dolce lo scudo osseo; e, come il sole vi percoteva sopra, le piastre pulite risplendevano più belle. In queste cure passarono i mesi della primavera. Ma Zacchiele, consigliato dalla stagione novella a maggiori impeti di amore, incalzò la donna con così tenere supplicazioni che n’ebbe alfine una promessa solenne. Le nozze si sarebbero celebrate il giorno precedente la Natività di Gesù Cristo. Allora l’idillio rifiorì. Mentre Anna attendeva alle opere dell’ago pe ’l corredo nuziale, Zacchiele leggeva ad alta voce la storia del Nuovo Testamento. Le nozze di Cana, i prodigi del Redentore in Cafarnao, il morto di Naim, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la liberazione della figliuola della Cananea, i dieci lebbrosi, il cieco nato, la resurrezione di Lazzaro, tutte quelle narrazioni miracolose rapirono l’animo della donna. Ed ella pensò lungamente a Gesù che entrava in Gerusalemme cavalcando un’asina, mentre i popoli stendevano su la sua via le vesti e spargevano fronde. Nella stanza l’erbe di timo odoravano su da un vaso di terra. La testuggine veniva talvolta alla cucitrice e le tentava con la bocca il lembo delle tele o le morsicchiava il cuoio sporgente delle scarpe. Un giorno Zacchiele, nel leggere la parabola del Figliuol Prodigo, sentendosi d’improvviso qualche cosa di mobile tra i piedi, per un involontario moto di ribrezzo diede co’ i piedi un urto; e la testuggine urtata andò a battere contro la parete e rimase capovolta. Il guscio dorsale si scheggiò in più parti; un po’ di sangue apparve in una delle zampe che l’animale agitava inutilmente per riprendere la posizione primitiva. Se bene l’infelice amante si mostrò atterrito del fatto e inconsolabile, Anna dopo quel giorno si chiuse in una specie di severità diffidente, non parlò più, non volle più ascoltare la lettura. E così il figliuol prodigo rimase per sempre sotto li alberi delle ghiande a guardare i porci del suo signore. XI. Nella grande alluvione dell’ottobre (1857) Zacchiele morì. La cascina dov’egli abitava, nei dintorni dei Cappuccini, fuori di Porta-Giulia, fu invasa dalle acque. Le acque inondarono tutta la campagna, dal colle d’Orlando fino al colle di Castellammare; e poichè avevano attraversato vastissimi sedimenti d’argilla, erano sanguigne come nella favola antica. Le cime delli alberi emergevano qua e là su quel sangue melmoso ed estuoso. Per intervalli, dinanzi al forte passavano in precipizio tronchi enormi con tutte le radici, masserizie, materie di forme irriconoscibili, gruppi di bestiami non ancora morti che urlavano e sparivano e riapparivano e si perdevano in lontananza. I branchi dei bovi, in ispecie, davano uno spettacolo mirabile: i grossi corpi biancastri s’incalzavano l’un l’altro, le teste si ergevano disperatamente fuori dell’acqua, furiosi intrecciamenti di corna avvenivano nell’impeto del terrore. Come il mare era di levante, le onde alla foce rigurgitavano. Il lago salso della Palata e li estuari si riunirono co ’l fiume. Il forte divenne un’isola perduta. Nell’interno le vie si sommersero; la casa di Donna Cristina ebbe la linea delle acque sino a metà della scala. Il fragore cresceva di continuo, mentre le campane sonavano a distesa. I forzati, dentro le carceri, urlavano. Anna, credendo in qualche supremo castigo dell’Altissimo, ricorse alla salvezza delle preghiere. Il secondo giorno, come salì su la sommità della colombaia, non vide che acque e acque in torno sotto le nuvole, e scorse poi de’ cavalli sbigottiti che galoppavano in furia su le troniere di San Vitale. Discese, stupida, con la mente sconvolta; e la persistenza del fragore e l’oscurità dell’aria le fecero smarrire ogni nozione del luogo e del tempo. Quando l’alluvione cominciò a decrescere, la gente del contado entrò nella città per mezzo di scialuppe. Uomini, donne e fanciulli avevano su la faccia e nelli occhi una stupefazione dolorosa. Tutti narravano fatti tristi. E un bifolco dei Cappuccini venne alla casa Basile per annunziare che Don Zacchiele se n’era andato -a marina-. Il bifolco parlava semplicemente, narrando la morte. Disse che in vicinanza dei Cappuccini certe femmine avevano legato i figliuoli lattanti su la cima di un grande albero per salvarli dall’acqua e che i vortici avevano sradicato l’albero trascinandosi le cinque creature. Don Zacchiele stava su ’l tetto con altri cristiani in un mucchio compatto, urlando; e il tetto stava già per sommergersi; e cadaveri d’animali e rami rotti venivano già a urtare contro i disperati. Quando finalmente l’albero dei lattanti passò di là sopra, la violenza fu così terribile che dopo il passaggio non si vide più traccia di tetto nè di cristiani. Anna ascoltò, senza piangere; e nella sua mente percossa, il racconto di quella morte, con quell’albero dei cinque bambini e con quelli uomini ammucchiati tutti sopra un tetto e con quei cadaveri di bestie che andavano a urtar contro, suscitò una specie di meraviglia superstiziosa simile a quella suscitatale un tempo da certe narrazioni del Vecchio Testamento. Ella salì con lentezza alla sua stanza, e cercò di raccogliersi. Il sole modesto splendeva su ’l davanzale; la testuggine in un angolo dormiva ricoverata sotto il suo scudo; un cinguettío di passeri veniva dalli émbrici. Tutte queste cose naturali, questa usuale tranquillità della vita circonstante, a poco a poco la rasserenarono. Dal fondo di quella momentanea calma della conscienza alfine sorse chiaro il dolore; ed ella chinò la testa su ’l petto, in un grande sconforto. Allora quasi un rimorso le punse l’animo, il rimorso d’aver serbato contro Zacchiele quella specie di muto rancore per tanto tempo; e i ricordi a uno a uno vennero ad assalirla; e le virtù del defunto le rifulgevano ora nella memoria più religiosamente. Poichè l’onda del dolore cresceva, ella si alzò, andò verso il letto, vi si distese bocconi. E i suoi singhiozzi risonavano tra il cinguettío delli uccelli. Dopo, quando le lacrime si arrestarono, la quiete della rassegnazione cominciò a discenderle nell’animo; ed ella pensò che tutte le cose della terra sono caduche, e che noi dobbiamo conformarci alla volontà del Signore. L’unzione di questo semplice atto d’abbandono le sparse su ’l cuore un’abbondanza di dolcezza. Ella si sentì libera da ogni inquietudine, e trovò il riposo in quell’umile e ferma confidenza. Da allora nella sua regola non fu che questa clausula: -- La soprana volontà di Dio, sempre giusta, sempre adorabile, sia fatta in tutte le cose, sia lodata ed esaltata per tutta l’eternità. -- XII. Così alla figlia di Luca fu aperta la vera strada del paradiso. E il giro del tempo per lei non fu determinato che dalle ricorrenze ecclesiastiche. Quando il fiume rientrò nell’alveo, uscirono per ordine consecutivo di giorni molte processioni nella città e nelle campagne. Ella le seguì tutte, insieme con il popolo, cantando il -Te Deum-. Le vigne in torno erano devastate; il terreno era molle e l’aria pregna di vapori biondi, singolarmente luminosa, come nelle primavere palustri. Poi venne la festa d’Ognissanti; poi, la solennità dei Morti. Grandi messe furono celebrate in suffragio delle vittime dell’alluvione. Nel Natale Anna volle fare il presepe; comprò un bambino di cera, Maria, san Giuseppe, il bove, l’asino, i re Magi e i pastori. Accompagnata dalla figlia del sagrestano, ella andò per i fossati della via Salaria a cercare il musco. Sotto la vitrea serenità iemale i latifondi riposavano pingui di limo; la fattoria d’Albarosa si vedeva su ’l colle, tra li olivi; nessuna voce turbava il silenzio. Anna, come scorgeva il musco, si chinava e con un coltello tagliava la zolla. Al contatto delle fredde erbe le sue mani divenivano lievemente violacee. Di tratto in tratto, alla vista di una zolla più verde, le sfuggiva una esclamazione di contentezza. Quando il canestro fu pieno, ella sedette su ’l ciglio del fossato, con la fanciulla. I suoi occhi salirono pe ’l sentiero dell’oliveto, lentamente, e si fermarono alle mura bianche della fattoria che pareva un edifizio claustrale. Allora ella chinò la fronte, assalita da un pensiero. Poi d’un tratto si volse alla compagna. -- Non aveva mai veduto macinare le olive? -- E cominciò a figurar l’opera delle macine con molta prolissità di parole; e, come parlava, a poco a poco le salivano dall’animo altri ricordi, le venivano su la bocca spontaneamente a uno a uno, e le passavano nella voce con un piccolo tremito. Quella fu l’ultima debolezza. Nell’aprile del 1858, poco dopo la Pasqua maggiore, ella infermò. Stette nel letto quasi durante un mese, tormentata dall’infiammazione pulmonare. Donna Cristina veniva la mattina e la sera nella stanza a visitarla. Una vecchia fantesca, che faceva pubblica professione d’assistere i malati, le somministrava i medicamenti. Poi la testuggine le rallegrò i giorni della convalescenza. E come l’animale era estenuato dal digiuno, ed era tutto aridamente pelloso, Anna vedendosi macilente, e sentendosi anch’essa affievolita, provava quella specie di appagamento interiore che noi proviamo, quando una stessa sofferenza ci accomuna alla persona diletta. Un tepore molle saliva dalli émbrici coperti di licheni, verso i convalescenti; dal cortile i galli cantavano; e una mattina due rondini entrarono d’improvviso, batterono l’ali in torno alla stanza e fuggirono. Quando Anna tornò la prima volta nella chiesa, dopo la guarigione, era la Pasqua delle rose. Ella, nell’entrare, aspirò il profumò dell’incenso cupidamente. Camminò piano lungo la navata per ritrovare il posto dove soleva prima inginocchiarsi; e si sentì prendere da una súbita gioia, quando scorse finalmente tra le lapidi mortuarie quella che portava nel mezzo un bassorilievo tutto consunto. Vi piegò i ginocchi sopra, e si mise a pregare. La gente aumentava. A un certo punto della cerimonia due accoliti scesero dal coro con due bacini d’argento colmi di rose, e cominciarono a spargere i fiori su le teste dei prostrati, mentre l’organo sonava un inno giocondo. Anna era rimasta china, in una specie di estasi che la beatitudine del misterio celebrato e il senso vagamente voluttuoso della guarigione le davano. Come alcune rose vennero a caderle su la persona, ella n’ebbe un fremito. E la povera donna nulla aveva provato nella sua vita di più dolce che quel fremito di sensualità mistica e il susseguito sfinimento di languore. La Pasqua rosata rimase perciò la festività prediletta di Anna, e ritornò periodicamente senza alcun episodio notevole. Nel 1860 la città fu turbata da gravi agitazioni. Si udivano spesso nella notte i rulli dei tamburi, li allarmi delle sentinelle, i colpi della moschetteria. Nella casa di Donna Cristina si manifestò un più vivo fervore di azione tra i cinque proci. Anna non si sbigottì; ma visse in un raccoglimento profondo, non prendendo conoscenza delli avvenimenti pubblici nè di quelli domestici, adempiendo ai suoi uffici con un’esattezza macchinale. Nel mese di settembre la fortezza di Pescara fu evacuata; le milizie borboniche si sbandarono, gittando armi e bagagli nelle acque del fiume; stuoli di cittadini corsero le vie con liberali acclamazioni di gioia. Anna, come seppe che l’abate Cennamele era fuggito precipitosamente, pensò che i nemici della Chiesa di Dio avessero ottenuto il trionfo; e n’ebbe molto dolore. Dopo, la sua vita si svolse in pace, lungo tempo. Lo scudo della testuggine crebbe in latitudine e divenne più opaco; la pianta del tabacco annualmente sorse, fiorì e cadde; le sagge rondini in ogni autunno partirono per la terra dei Faraoni. Nel 1865 alfine la gran contesa dei proci terminò con la vittoria di Don Fileno d’Amelio. Le nozze si celebrarono nel mese di marzo, con solenne giocondità di conviti. E vennero allora ad ammannire vivande preziose due padri cappuccini, Fra Vittorio, e Fra Mansueto. Erano costoro i due che di tutta la compagnia rimanevano, dopo la soppressione, a custodire il cenobio. Fra Vittorio era un sessagenario invermigliato, fortificato e letificato dal succo dell’uva. Una piccola benda verde gli copriva l’infermità dell’occhio destro, e il sinistro gli scintillava pieno di vivezza penetrante. Egli esercitava fin dalla gioventù l’arte farmaceutica; e, come aveva pratica molta di cucina, i signori solevano chiamarlo in occasione di festeggiamenti. Nell’opere aveva gesti rudi che gli scoprivano fuor delle ampie maniche le braccia villose; la sua barba si moveva tutta ad ogni moto della bocca; la sua voce si frangeva in stridori. Fra Mansueto in vece era un vecchio macilente, con una testa caprina da cui pendeva una barbicola candida, con due occhi giallognoli pieni di sommissione. Egli coltivava l’orto, e questuando portava l’erbe mangerecce per le case. Nell’aiutare il compagno prendeva attitudini modeste, zoppicava da un piede; parlava nel molle idioma patrio di Ortona, e, forse in memoria della leggenda di san Tommaso, esclamava: -- -Pe’ li Turchi!- -- ad ogni momento, lisciandosi con una mano il cranio polito. Anna attendeva a porgere i piatti, li arnesi, i vasellami di rame. Le pareva ora che la cucina assumesse una sorta di solennità sacra per la presenza dei due frati. Ella restava intenta a guardare tutti li atti di Fra Vittorio, presa da quella trepidazione che le persone semplici provano in conspetto delli uomini dotati di qualche virtù superiore. Ammirava ella in ispecie il gesto infallibile con cui il gran cappuccino spargeva su li intingoli certe sue droghe segrete, certi suoi aromi particolari. Ma l’umiltà, la mitezza, la modesta arguzia di Fra Mansueto a poco a poco la conquistarono. E i legami della comune patria e quelli più sensibili del comune idioma strinsero l’una e l’altro d’amicizia. Come essi conversavano, i ricordi del passato pullulavano nelle loro parole. Fra Mansueto aveva conosciuto Luca Minella e si trovava nella basilica quando accadde la morte di Francesca Nobile tra i pellegrini. -- -Pe’ li Turchi!-... -- Egli aveva anzi dato aiuto a trasportare il cadavere fino alle case di Porta-Caldara; e si ricordava che la morta aveva addosso una veste di seta gialla e tante collane d’oro.... Anna divenne triste. Nella sua memoria il fatto fino a quel momento era rimasto confuso, vago, quasi incerto, poichè forse la prima impressione reale le era stata attenuata nel cervello dal lunghissimo stupore inerte che aveva susseguito i primi accessi epilettici. Ma quando Fra Mansueto disse che la morta stava in paradiso perchè chi muore per causa di religione va fra i santi, Anna provò una dolcezza indicibile e si sentì d’un tratto crescere nell’animo una immensa adorazione per la santità della madre. Allora, per un bisogno di rammentare i luoghi del paese nativo, ella si mise a discorrere su la basilica dell’Apostolo, minutamente, determinando le forme delli altari, la positura delle cappelle, il numero delli arredi, le figurazioni della cupola, le attitudini delle imagini, le divisioni del pavimento, i colori delle vetrate. Fra Mansueto la secondava con benignità; e, poichè egli era stato ad Ortona alcuni mesi innanzi, raccontò le nuove cose vedute. -- L’arcivescovo di Orsogna aveva donato alla basilica un ciborio d’oro con incrostature di pietre preziose. La Confraternita del SS. Sacramento aveva rinnovato tutti i legnami e i corami delli stalli. Donna Blandina Onofrii aveva fornito una intera muta di parati consistente in pianete, dalmatiche, stole, piviali, cotte. Anna ascoltava avidamente; e il desiderio di vedere le nuove cose e di rivedere le antiche cominciò a tormentarla. Ella, quando il cappuccino tacque, si rivolse a lui con un’aria tra di letizia e di timidezza. -- La festa di maggio si avvicinava. Se andassero? -- XIII. Alle calende di maggio la donna, avuta licenza da Donna Cristina, fece li apparecchi. Una inquietudine le nacque nell’animo per la testuggine. -- Doveva lasciarla? o portarla seco? -- Stette lungamente in forse; e alfine decise di portarla, per sicurezza. La pose dentro un canestro, tra i panni suoi e le scatole di confetture che Donna Cristina inviava a Donna Veronica Monteferrante, abadessa del monastero di Santa Caterina. Su l’alba Anna e Fra Mansueto si misero in cammino. Anna aveva su ’l principio il passo spedito, l’aspetto gaio: i capelli, già quasi tutti canuti, le si piegavano lucidi sotto il fazzoletto. Il frate zoppicava reggendosi a una mazza, e le bisacce vuote gli penzolavano dalle spalle. Come essi giunsero al bosco dei pini, fecero la prima sosta. Il bosco, al mattino di maggio, ondeggiava immerso nel suo profumo natale, voluttuosamente, tra il sereno del cielo e il sereno del mare. I tronchi gemevano la ragia. I merli fischiavano. Tutte le fonti della vita parevano aperte su la transfigurazione della terra. Anna sedette sopra l’erba; offerse al cappuccino pane e frutta; e si mise a discorrere della festività, ad intervalli, mangiando. La testuggine tentava con le zampe anteriori l’orlo del canestro, e la sua timida testa serpigna sporgeva e si ritraeva nelli sforzi. Poi che Anna l’aiutò a discendere, la bestia prese ad avanzare su ’l musco verso un cespuglio di mirto, con minor lentezza, forse sentendo in sè levarsi confusamente la gioia della primitiva libertà. E il suo scudo tra il verde pareva più bello. Allora Fra Mansueto fece alcune riflessioni morali e lodò la Provvidenza che dà alla testuggine una casa e le dà il sonno durante la stagione dell’inverno. Anna raccontò alcuni fatti che dimostravano nella testuggine un gran candore e una gran rettitudine. Poi soggiunse: “Che penserà?” E dopo un poco: “Li animali che penseranno?” Il frate non rispose. Ambedue rimasero perplessi. Scendeva giù per la corteccia di un pino una fila di formiche e si dilungava su ’l terreno: ciascuna formica trascinava un frammento di cibo e tutta l’innumerevole famiglia compiva il lavoro con ordine diligente. Anna guardava, e le si svegliavano nella mente le credenze ingenue dell’infanzia. Ella parlò di abitazioni meravigliose che le formiche scavano sotto la terra. Il frate disse, con un accento di fede intensa: “Dio sia lodato!” E ambedue rimasero cogitabondi, sotto i verdi alberi, adorando nel loro cuore Iddio. Nella prima ora del pomeriggio arrivarono al paese di Ortona. Anna battè alla porta del monastero e chiese di vedere l’abadessa. All’entrare si presentava un piccolo cortile con nel mezzo una cisterna di pietra bianca e nera. Il parlatorio era una stanza bassa, con poche sedie in torno: due pareti erano occupate dalle grate, le altre due da un crocifisso e da imagini. Anna fu subito presa da un senso di venerazione per la pace solenne che regnava in quel luogo. Quando la madre Veronica apparve d’improvviso dietro le grate, alta e severa nell’abito monastico, ella provò un turbamento indicibile come dinanzi all’apparizione di una forma soprannaturale. Poi, rianimata dal buon sorriso dell’abadessa, ella compì il messaggio in brevi parole; depose nel cavo della ruota le scatole, ed attese. La madre Veronica le si rivolse con benignità, guardandola dalli occhi ampi e castanei; le donò un’effigie della Vergine; nel licenziarla le tese la man signorile pe ’l bacio, a traverso la grata, e disparve. Anna uscì trepidante. Mentre passava il vestibolo, le giunse un coro di litanie, un canto che veniva forse da una cappella sotterranea, ugualissimo e dolce. Mentre passava il cortile vide a sinistra in cima al muro sporgere un ramo carico di aranci. E, come pose il piede su la via, le parve di aver lasciato dietro di sè un giardino di beatitudine. Allora si diresse verso la strada Orientale per cercare i parenti. Su la porta della vecchia casa una donna sconosciuta stava appoggiata allo stipite. Anna le si avvicinò timidamente e le chiese novelle della famiglia di Francesca Nobile. La donna la interruppe: -- Perchè? Perchè? Che voleva? -- con una voce dura e uno sguardo investigante. Poi, quando Anna si palesò, ella le permise di entrare. I parenti erano quasi tutti o morti o emigrati. Restava nella casa un vecchio infermo, zi’ Mingo, che aveva sposato in seconde nozze -la figlia di Sblendore- e viveva con lei quasi in miseria. Il vecchio da prima non riconobbe Anna. Egli stava seduto su un’alta sedia ecclesiastica di cui la stoffa rossastra pendeva a brandelli: le sue mani posavano su i braccioli, contorte ed enormi per la mostruosità della chiragra; i suoi piedi con un moto ritmico percotevano il terreno; un continuo tremore paralitico gli agitava i muscoli del collo, i gomiti, le ginocchia. Ed egli guardò Anna, tenendo a fatica dischiuse le palpebre infiammate. Finalmente si risovvenne. Come Anna andava esponendo il proprio stato, la figlia di Sblendore odorando il denaro cominciava a concepire nell’animo speranze di usurpazione e per virtù delle speranze diveniva in volto più benigna. Subito che Anna terminò, ella le offerse l’ospitalità per la notte; le prese il canestro dei panni e lo ripose; promise di aver cura della testuggine; poi fece alcune querele compassionevoli su la infermità del vecchio e su la miseria della casa, non senza lacrime. Ed Anna uscì, con l’animo pieno di riconoscenza e di misericordia; risalì per la costa, verso lo scampanío della basilica, provando un’ansia crescente nell’appressarsi. In torno al palazzo Farnese il popolo rigurgitava tumultuario; e quella gran reliquia di pietra sovrastava ornata di paramenti, magnificata dal sole. Anna passò in mezzo alla folla, lungo i banchi delli argentari artefici di arredi sacri e di oggetti votivi. A tutto quel candido scintillare di forme liturgiche il cuore le si dilatava per allegrezza; ed ella si faceva il segno della croce dinanzi a ogni banco come dinanzi a un altare. Quando giunse alla porta della basilica e intravide la luminaria e traudì il cantico del rito, ella non più contenne la veemenza della gioia; si avanzò fin presso il pulpito, con passi quasi vacillanti. Le ginocchia le si piegarono; le lacrime le sgorgarono dalli occhi allucinati. Ella rimase là, in contemplazione dei candelabri, dell’ostensorio, di tutte le cose che erano su l’altare, con la testa vacua, poichè dalla mattina non aveva più mangiato. E le prendeva le vene una debolezza immensa; la conscienza le veniva meno in una specie di annientamento. Sopra di lei, lungo la nave centrale le lampade di vetro componevano una triplice corona di fuochi. In fondo, quattro massicci tronchi di cera fiammeggiavano ai lati del tabernacolo. XIV. I cinque giorni della festa Anna visse così, dentro la chiesa, dall’ora mattutina fino all’ora in cui le porte si chiudevano, fedelissima, respirando quell’aria calda che le metteva nei sensi un torpore beatifico, nell’anima una felicità piena di umiltà. Le orazioni, le genuflessioni, le salutazioni, tutte quelle formule, tutti quei gesti rituali ripetuti incessantemente, le avevano dato una specie di ottusità contro ogni altra sensazione che non fosse religiosa. Rosaria, la figlia di Sblendore, intanto ne traeva profitto, movendo la pietà di lei con false querimonie e con lo spettacolo miserevole del vecchio paralitico. Ella era una femmina malvagia, esperta nelle frodi, dedita alla crapula; aveva tutta la faccia sparsa di umori vermigli e serpiginosi, i capelli canuti, il ventre obeso. Legata al paralitico dai comuni vizi e dalle nozze, ella insieme con lui aveva disperse in breve tempo le già scarse sostanze, bevendo e gozzovigliando. Ambedue nella miseria, inveleniti dalla privazione, arsi da sete di vino e di liquori ignei, affranti da infermità senili, ora espiavano il loro lungo peccato. Anna, con uno spontaneo moto caritatevole, diede a Rosaria tutto il denaro tenuto per le elemosine, tutti i panni superflui; si tolse li orecchini, due anelli d’oro, la collana di corallo; promise altri soccorsi. E riprese quindi il cammino di Pescara, in compagnia di Fra Mansueto, portando nel canestro la testuggine. In cammino, come le case di Ortona si allontanavano, una gran tristezza scendeva su l’animo della donna. Stuoli di pellegrini volgevano per altre vie, cantando: e i loro canti rimanevano a lungo nell’aria, monotoni e lenti. Anna li ascoltava, e un desiderio senza fine la traeva a raggiungerli, a seguirli, a vivere così pellegrinando di santuario in santuario, di terra in terra, per esaltare i miracoli d’ogni santo, le virtù d’ogni reliquia, le bontà d’ogni Maria. “Vanno a Cocullo,” le disse Fra Mansueto, accennando co ’l braccio a un paese lontano. E ambedue si misero a parlare di san Domenico che protegge dal morso dei serpenti li uomini e le semenze dai bruchi; poi d’altri patroni. -- A Bugnara, su ’l Ponte del Rivo, più di cento giumenti, tra cavalli, asini e muli, carichi di frumento vanno in processione alla Madonna della Neve: i devoti cavalcano su le some, con serti di spighe in capo, con tracolle di pasta; e depongono ai piedi dell’imagine i doni cereali. A Bisenti, molte giovinette, con in capo canestre di grano, conducono per le vie un asino che porta su la groppa una maggiore canestra; ed entrano nella chiesa della Madonna delli Angeli, per l’offerta, cantando. A Torricella Peligna, uomini e fanciulli, coronati di rose e di bacche rosee, salgono in pellegrinaggio alla Madonna delle Rose, sopra una rupe dov’è l’orma di Sansone. A Loreto Aprutino un bue candido, impinguato durante l’anno con abbondanza di pastura, va in pompa dietro la statua di san Zopito. Una gualdrappa vermiglia lo copre, e lo cavalca un fanciullo. Come il santo rientra nella chiesa, il bue s’inginocchia su ’l limitare; poi si rialza lentamente, e segue il santo tra il plauso del popolo. Giunto nel mezzo della chiesa, manda fuora li escrementi del cibo; e i devoti da quella materia fumante traggono li auspicii per l’agricultura. Di queste usanze religiose Anna e Fra Mansueto parlavano, quando giunsero alla foce dell’Alento. L’alveo portava le acque di primavera tra le vitalbe non anche fiorenti. E il cappuccino disse della Madonna dell’Incoronata, dove per la festa di san Giovanni i devoti si cingono il capo di vitalbe, e nella notte vanno su ’l fiume Gizio a -passar l’acqua- con grandi allegrezze. Anna si scalzò per guadare. Ella sentiva ora nell’animo un’immensa venerazione d’amore per tutte le cose, per li alberi, per le erbe, per li animali, per tutte le cose che quelle usanze cattoliche avevano santificato. E dal fondo della sua ignoranza e della sua semplicità l’instinto dell’idolatria insorgeva ora, per un fenomeno naturale, pienamente. Alcuni mesi dopo il ritorno, scoppiò nel paese un’epidemia colerica; e la mortalità fu grande. Anna prestò le sue cure alli infermi poveri. Fra Mansueto morì. Anna n’ebbe molto dolore; e nel 1866, per la ricorrenza della festa, volle prendere congedo e rimpatriare per sempre, poichè vedeva in sogno tutte le notti san Tommaso che le comandava di partire. Ella prese la testuggine, le sue robe e i suoi risparmi; baciò le mani di Donna Cristina, piangendo; e partì questa volta sopra un carretto, insieme con due monache questuanti. A Ortona ella abitò nella casa dello zio paralitico; dormì su un pagliericcio; non si cibò che di pane e di legumi. Dedicava tutte le ore del giorno alle pratiche della chiesa, con un fervore meraviglioso; e la sua mente vie più perdeva ogni altra facoltà che non fosse quella di contemplare i misteri cristiani, di adorare i simboli, d’imaginare il paradiso. Ella era tutta rapita nella carità divina, era tutta compresa di quella divina passione che i sacerdoti manifestano sempre con li stessi segni o con le stesse parole. Ella non comprendeva che quell’unico linguaggio; non aveva che quell’unico ricovero, tiepido e solenne, dove tutto il cuore le si dilatava in una pia securtà di pace, e li occhi le s’inumidivano in un’ineffabile soavità di lacrime. Soffrì, per amor di Gesù, le miserie domestiche; fu dolce e sommessa; non mai profferì un lamento, un rimprovero, o una minaccia. Rosaria le sottrasse a poco a poco tutti i risparmi; e cominciò quindi a farle patire la fame, ad angariarla, a chiamarla con nomi disonesti, a perseguitarle la testuggine con insistenza feroce. Il vecchio paralitico omai non faceva che emettere una specie di mugolío rauco, aprendo la bocca entro cui la lingua tremava, e da cui colava in abbondanza la saliva continuamente. Un giorno, poichè la moglie avida beveva innanzi a lui un liquore e gli negava il bicchiere sfuggendo, egli si levò dalla sedia con uno sforzo, e si mise a camminare verso di lei: le gambe gli oscillavano, i piedi si posavano su ’l terreno con un’involontaria percussione ritmica. D’un tratto egli si accelerò, co ’l tronco inclinato in avanti, saltellando a piccoli passi incalzanti, come spinto da un impulso progressivo irresistibile, finchè cadde bocconi su l’orlo delle scale, fulminato.... XV. Allora Anna, afflitta, prese la testuggine, e andò a chieder soccorso a Donna Veronica Monteferrante. Come la povera donna già nelli ultimi tempi faceva alcuni servizi pe ’l monastero, l’abadessa misericordiosa le diede l’ufficio di conversa. Anna, se bene non aveva li ordini, vestì l’abito monacale: la tunica nera, il soggólo, la cuffia dalle ampie tese candide. Le parve, in quell’abito, di essere santificata. E, da prima, quando all’aria le tese le sbattevano in torno al capo con un fremito d’ali, ella trasaliva per un turbamento improvviso di tutto il suo sangue. E, da prima, quando le tese percosse dal sole le riflettevano nella faccia un vivo chiaror di neve, ella d’improvviso credevasi illuminata da un baleno mistico. Con l’andar del tempo, queste allucinazioni, queste sensazioni illusorie a poco a poco aumentavano di frequenza, diventavano più gravi; palesavano nella divota la crescente decadenza dell’attività cerebrale, in specie della volontà e della ragione, e il predominio dell’attività spinale, di un’attività inordinata e involontaria che produceva fenomeni singolarissimi. Pareva che l’antica epilessia risorgesse ora in quel corpo esaurito, unendosi a un nuovo morbo e manifestandosi con forme più mirabilmente complesse, dopo il lungo intervallo. I disturbi di sensibilità avvenivano di preferenza nella vista, nell’udito e nell’olfatto. L’inferma era colpita a quando a quando da suoni angelici, da echi lontani d’organo, da romori e voci non percettibili alli orecchi altrui. Figure luminose le si presentavano dinanzi, nel buio. Odori la rapivano. Così pe ’l monastero una specie di stupore e insieme d’inquietudine cominciò a diffondersi, come per la presenza di una qualche deità occulta, come per l’imminenza di un qualche avvenimento soprannaturale. Per cautela, la nuova conversa fu dispensata da ogni obbligo d’opere servili. Tutte le attitudini di lei, tutte le parole, tutti li sguardi furono osservati, comentati con superstizione. E alcuni eccezionali fatti morbosi in ultimo concorsero a formare la leggenda della santità. Su le calende di febbraio 1873, per un’alterazione dei muscoli della laringe la voce di Anna divenne singolarmente rauca e profonda. Come l’alterazione crebbe fino a una totale paralisi dell’organo vocale, Anna perdè la virtù della parola, d’un tratto. Questo fenomeno inaspettato sbigottì li animi delle religiose. E tutte, stando in torno alla conversa, ne consideravano con una trepidazione di terrore li atteggiamenti estatici, i movimenti vaghi della bocca áfona, la immobilità delli occhi, d’onde a tratti, per una pura causa meccanica, sgorgavano profluvi di lacrime. I lineamenti dell’inferma, estenuati dai lunghi digiuni, avevano ora assunto una purità quasi eburnea; e tutte le trame delle vene e delle arterie, tutte quelle glauche reticole sottocutanee, ora trasparivano così visibili, e sporgevano con così forti rilievi, e così incessantemente palpitavano che dinanzi a quella palesata vibrazione della vitalità interiore una sofferenza strana prendeva le monache, una specie di raccapriccio simile forse in parte a quello che si prova al conspetto di un corpo umano, in cui le escoriazioni abbiano messo a nudo i tessuti. Quando fu prossimo il -mese mariano-, un’amorosa diligenza sollecitò le Benedettine al paramento dell’oratorio. Si spargevano esse nel verziere claustrale tutto fiorente di rose e fruttificante di aranci, raccogliendo la messe del maggio novello per deporla ai piedi dell’altare. Anna, tornata nella calma, discendeva anch’ella ad aiutare la pia opera; e significava talvolta con i gesti il pensiero che la perdurante afonía le toglieva di esprimere. Una mollezza tepidissima insidiava tutte quelle spose del Signore, incedenti tra le fonti letifiche del profumo. Fuggiva lungo un lato del verziere un portico; e come nell’animo delle vergini i profumi risvegliavano imagini sopite, così il sole penetrando sotto li archi bassi ravvivava nell’intonico i residui dell’oro bizantino. L’oratorio fu pronto per il giorno del primo ufficio. La cerimonia ebbe principio dopo il vespro. Una suora salì su l’organo. Subitamente dalle canne armoniche il fremito della passione si propagò in tutte le cose; tutte le fronti s’inclinarono; i turiboli diedero fumi di belgiuino; le fiammelle dei ceri palpitarono tra corone di fiori. Poi sorsero i cantici, le litanie piene di appellazioni simboliche e di supplichevole tenerezza. Come le voci salivano con forza crescente, Anna nell’immenso impeto del fervore gridò. Colpita dal prodigio, cadde supina; agitò le braccia, volle rialzarsi. Le litanie s’interruppero. Delle suore, alcune, quasi atterrite, erano rimaste un istante nell’immobilità; altre 1 2 . , 3 , 4 . 5 6 ; , 7 , 8 9 - - . 10 11 , , 12 , 13 . ; 14 ; 15 , 16 , ; , 17 , 18 19 . 20 , ; , 21 , . 22 23 24 . , , 25 ; , 26 . , , 27 . - - ? ? - - , 28 , 29 - - , . - - ? 30 - - ? - - 31 . - - . ? - - 32 ; . 33 . - - - - ; 34 . 35 . - - . 36 , . 37 38 . 39 ? ? ? 40 ? 41 42 , , . , , 43 , . 44 45 : ; 46 . , , 47 . 48 49 50 51 52 53 . 54 55 56 57 . 58 59 . 60 61 , , , , 62 , . 63 , , , 64 ; 65 . 66 : , , 67 , . , 68 , 69 . , , 70 : 71 . 72 73 . , 74 , 75 . , , , 76 . 77 78 . , 79 . , , 80 ; 81 . , , 82 . , , 83 ; , 84 , . 85 , , 86 ; . 87 88 , , 89 , 90 . 91 92 : , , , . 93 , 94 , 95 . - - 96 , ? 97 ? ? - - , 98 . 99 . 100 101 , 102 . , 103 . , 104 , , 105 ; 106 , , 107 , . 108 . 109 . 110 111 , 112 . 113 114 , 115 116 . 117 : 118 , 119 , , , 120 . , , , 121 122 . 123 124 . 125 126 . 127 , . 128 . , , 129 - , , 130 - . , 131 132 , . 133 , ; 134 , 135 . 136 137 , ; , 138 , 139 . , 140 141 . . - - ? 142 - - . 143 , 144 . 145 146 . 147 148 149 150 151 . 152 153 154 155 , , 156 157 . , 158 , . 159 , , , 160 . , 161 , , 162 . 163 ; , 164 , , 165 , 166 . 167 168 , , 169 170 ; 171 . 172 : . 173 , 174 , , 175 . 176 , , ; 177 , 178 . 179 , 180 181 . , 182 . . 183 184 ; ; 185 , , 186 . 187 188 ; 189 ; 190 . 191 . - - 192 ? - - , 193 , . - - . - - 194 195 , 196 . 197 ; 198 ; , 199 ; , , 200 , , , 201 , , . 202 203 , ; , 204 , , 205 , 206 . , 207 208 , 209 , . 210 211 ; 212 , 213 . ; , 214 , 215 , 216 . ; . - - 217 ; 218 . . , 219 , . - - 220 ? - - , , 221 , 222 . , , 223 . 224 225 . 226 , . 227 . 228 229 , 230 , . 231 . - - ? - - 232 , ; 233 234 . , 235 , 236 , . - - 237 . ? - - , 238 , . , 239 , 240 . 241 , 242 , . 243 , . 244 245 . 246 . , , 247 , . 248 ; 249 ; 250 . 251 252 , 253 254 . , 255 : 256 ; 257 , 258 ; 259 . , , 260 ; 261 , 262 263 . 264 265 , 266 ; . 267 , , , 268 . , , 269 ; 270 . . , , 271 . 272 273 . 274 , 275 . ; 276 . 277 278 , , . 279 , . , 280 , , . 281 ; 282 . - - ? - - ; 283 , . , 284 , . , 285 , . 286 . 287 288 289 290 291 . 292 293 294 295 , 296 . . 297 298 , . ? 299 ? 300 . ; 301 , 302 . 303 ; ; 304 . 305 , , 306 , . 307 308 , . 309 , 310 , ; 311 . 312 , , ; 313 . 314 , 315 . ; 316 ; 317 ; 318 ; ; 319 . 320 . 321 , . 322 . 323 324 . , 325 . 326 ; , , 327 . 328 . 329 . 330 331 332 . 333 ; . 334 , , 335 . ; 336 , , , 337 . 338 339 , , . 340 ; , 341 ; 342 . , 343 , 344 , ; , 345 , 346 - - . , , 347 ; 348 ; , 349 , , . 350 351 . 352 , 353 . 354 355 , 356 . 357 , . ; 358 ; . 359 360 , , 361 , 362 . . 363 ; 364 , 365 . , 366 , , , 367 , , , , . 368 . . 369 370 , , 371 . . 372 , 373 , 374 . . 375 . 376 . 377 378 379 380 381 . 382 383 384 385 386 . 387 , . 388 , . 389 , . 390 . , 391 , 392 . 393 . , 394 , 395 , , 396 . 397 398 , 399 . 400 , , . 401 , 402 . 403 404 . 405 ; , 406 . 407 ; , , 408 . 409 410 411 . , 412 , 413 414 . 415 . 416 417 . 418 , 419 . , , 420 , , 421 , , , 422 , 423 . 424 , 425 . 426 427 . 428 429 . 430 , , 431 , 432 ; 433 . 434 ; 435 436 . 437 438 , 439 , 440 , . 441 442 . 443 444 445 446 447 . 448 449 450 451 ( ) . 452 , , - , 453 . , 454 ; 455 , 456 . 457 . , 458 , , 459 , 460 . 461 , , : 462 , 463 , 464 . , 465 . 466 . . 467 468 ; 469 . 470 , . , 471 , . 472 473 , , 474 . , 475 , , 476 477 . , , ; 478 479 . 480 481 , 482 . , 483 . 484 . 485 - - . 486 , . 487 488 489 . 490 , ; 491 ; 492 . 493 , 494 . 495 496 , ; , 497 , 498 499 , 500 501 . , 502 . ; 503 ; 504 . , 505 , . 506 507 ; , 508 . 509 510 , 511 ; 512 ; 513 . 514 , , , 515 . . 516 517 , , 518 ; 519 , 520 . 521 . 522 , . 523 : - - 524 , , , , 525 . - - 526 527 528 529 530 . 531 532 533 534 . 535 536 . , 537 . 538 , , - - . 539 ; 540 , , . 541 542 ; , . 543 . 544 ; , , 545 , , , . 546 , 547 . 548 ; , 549 ; . , , 550 . 551 . , 552 , 553 . , 554 , . 555 , , 556 . , 557 . . - - 558 ? - - 559 ; , , 560 , 561 , 562 . 563 564 . , 565 , . , 566 . 567 . , 568 , 569 . . 570 , 571 , , , 572 , 573 . 574 , ; 575 ; 576 , . 577 578 , , 579 . , , 580 . 581 ; , 582 583 . , 584 . . 585 , 586 , 587 . , 588 589 . 590 , . 591 592 . 593 594 , 595 . 596 . 597 , , . 598 599 . ; 600 , 601 , . 602 603 ; 604 , ; 605 . 606 , , 607 ; 608 . 609 610 , , . 611 ; 612 , ; 613 . 614 . 615 , 616 . 617 , , . 618 619 , 620 , . 621 , . 622 , 623 . 624 ; , , 625 . 626 627 ; ; 628 . 629 , , 630 . , 631 . 632 , ; 633 , , 634 , : - - - ! - - - , 635 . 636 637 , , . 638 639 . 640 , 641 . 642 643 , 644 . , , 645 . 646 . 647 648 , 649 . 650 . - - 651 - ! - . . . - - 652 - ; 653 . . . . 654 655 . 656 , , , 657 658 . 659 660 , 661 662 . 663 664 , , 665 , , 666 , , 667 , , 668 , , . 669 ; , 670 , . - - 671 672 . . 673 . 674 , , 675 , , . 676 677 ; 678 . , 679 , . - - 680 . ? - - 681 682 683 684 685 . 686 687 688 689 , , 690 . . 691 - - ? ? - - ; 692 , . , 693 694 , . 695 696 . 697 , : , 698 , . 699 , . 700 , . 701 702 , , 703 , , . 704 . . 705 . 706 707 ; ; 708 , , . 709 , 710 . 711 , 712 , , 713 . 714 . 715 716 717 718 . 719 . : « 720 ? » : « ? » 721 722 . . 723 : 724 725 . , 726 . 727 . 728 , : « ! » 729 , , 730 . 731 732 . 733 . 734 735 . , 736 : , 737 . 738 . 739 , 740 , 741 . , 742 , ; 743 , . 744 , ; 745 ; 746 , , . 747 748 . , 749 , , 750 . 751 . , 752 , . 753 754 . 755 756 . 757 . : - - ? ? 758 ? - - . , 759 , . 760 761 . 762 , , - 763 - . 764 . 765 : 766 , 767 ; ; 768 , 769 , . , 770 . . 771 772 , 773 774 . 775 , ; 776 ; 777 ; 778 , . , 779 ; , 780 , 781 . 782 783 ; 784 , 785 . , 786 . 787 ; 788 789 . 790 , 791 ; , 792 . ; 793 . , , 794 , , 795 , . 796 ; 797 . 798 799 , 800 . , 801 . 802 803 804 805 806 . 807 808 809 810 , , 811 , , 812 813 , . , 814 , , , 815 , 816 . 817 818 , , , 819 820 . , , 821 ; 822 , , . 823 , 824 , . 825 , , 826 , , 827 . 828 829 , , 830 , ; 831 , , ; 832 . , 833 , . 834 835 , , 836 . 837 , : , 838 . , 839 , , 840 , , , 841 , . 842 843 844 « , » , 845 . 846 ; 847 . - - , , 848 , , , 849 : , 850 , ; 851 . , , 852 , 853 ; 854 , , . , 855 , , 856 , . 857 , 858 , . 859 , . 860 , ; 861 , . 862 , ; 863 . 864 865 , 866 . 867 . 868 , 869 , - 870 - . 871 872 . 873 , , , 874 , 875 . 876 , , 877 . 878 879 , ; 880 . . 881 . ; , 882 , , 883 . 884 , ; 885 , ; , 886 . 887 888 ; 889 ; . 890 , ; 891 892 , , 893 . , 894 895 . 896 ; , 897 , , 898 . 899 900 , , ; ; 901 , , . 902 ; 903 , , , 904 . 905 , 906 , 907 . , 908 , 909 , : 910 , 911 . , 912 , , 913 , 914 , . . . . 915 916 917 918 919 . 920 921 922 923 , , , 924 . 925 , 926 . 927 928 , , : 929 , , . , 930 , . , , 931 , 932 . , , 933 934 , . 935 936 , , 937 , ; 938 , 939 , 940 , 941 . 942 , 943 , . 944 , 945 . , 946 , 947 . , . 948 . 949 950 951 , 952 , . 953 , 954 . , , 955 , . 956 . 957 958 , 959 . 960 , 961 , . 962 963 . , 964 , 965 , , 966 , , 967 , . , 968 , 969 ; , 970 , , 971 , 972 973 , 974 , 975 . 976 977 - - , 978 . 979 , 980 981 . , , 982 ; 983 . 984 , 985 . ; 986 , 987 988 . 989 990 . 991 . . 992 ; 993 ; ; 994 . 995 , 996 . , 997 . , ; 998 , . . , 999 , , ; 1000