vedere; e i loro cuori per non intendere....”
“Taci! taci!” imprecarono i sacerdoti, con gesti d’ira, minacciosi nella
faccia. Li idolatri ascoltavano; altri da lungi accorrevano: ad ogni
tratto un clamor cupo si levava dalla turba, come un ribollimento di
flutti nel mare.
Il profeta continuò. Egli diceva di un Dio vivente, di un Dio grande,
giusto ed eterno.
“La terra trema per la sua ira e le genti non possono sostenere il suo
cruccio. Egli spande la sua ira sopra le genti che non lo conoscono, e
sopra le nazioni che non invocano il suo nome. Ecco, il male passerà da
un’isola all’altra, e un gran turbine si leverà dal fondo del mare; e in
quel giorno li uccisi non saranno raccolti, nè seppelliti: saranno per
letame sopra la faccia della terra.”
“Taci! taci!” gridavano li idolatri, tendendo le mani, atterriti dalla
profezia.
Ma la voce di Làimo divenne d’un tratto dolce come il suono d’uno
stromento di corde, distesa come un canto di religione. Egli diceva
d’una felicità senza fine, d’una giustizia imperante su tutte le genti,
d’una grande letizia d’amore nel giardino dei cieli.
“Scenderà il Dio, come pioggia sui campi di riso riarsi; farà ragione ai
figliuoli del misero, ai poveri afflitti, e fiaccherà l’oppressore. Il
giusto fiorirà; e vi sarà abbondanza di pace, fin che non vi sia più
luna. Le correnti del fiume trarranno polvere d’oro; ruscelli d’acque
vivificanti scorreranno per l’erbe; ciascun albero darà molte libbre di
gomma odorifera e frutti; ciascun seme produrrà ricchezze; e le tigri
saranno mansuete, i rettili non avranno più tossico, li elefanti e i
bufali sosterranno le fatiche della coltivazione. Il Dio signoreggerà da
un mare all’altro, e dal fiume fino alle estremità della terra. I re
delle isole gli pagheranno tributo, tutte le nazioni gli daranno inni e
incensi di belzuino; poichè egli libererà il bisognoso che grida, e il
povero afflitto e colui che non ha alcuno aiutatore; egli riscoterà la
vita delli schiavi da frode e da violenza, e il sangue loro sarà
prezioso davanti a lui....”
Così parlava il profeta, quasi cantando.
Le turbe delli idolatri, soggiogate dal fáscino della voce, tacevano,
con le fronti chine; e come la pacificazione della luna scendeva su le
foreste, si spargeva per quelli animi un balsamo, una calma piena di
freschezza e di profumi.
Ora discese Làimo alla riva; e le genti lo seguitarono. Ed egli
camminava innanzi ammaestrando, e diceva di Gesù, del Dio novello che
nacque da una vergine, e che accomunò li uomini in una legge d’amore.
“Egli è un Dio semplice e dolce: la sua faccia risplende come il sole, e
i suoi vestimenti sono candidi come la luce. E tutto ciò che a lui verrà
chiesto con preghiere, sarà fatto.”
“Orsù,” gridò uno dei sacerdoti, “chiedi che questa lancia dia fiori.”
Prese Làimo, con un mite sorriso, la lancia dalle mani dell’uomo giallo,
e la confisse dinanzi a sè nel terreno. Subitamente dal ferro
sbocciarono fiori, per prodigio, e tutte le nari aspirarono l’effluvio.
Confusi, li idolatri riguardavano. Uno di loro gridò:
“Egli è protetto dai demoni! Egli ci farà morire!”
Altri incalzarono:
“Parla, parla; giustifica il tuo potere!”
Un tumulto improvviso agitò di nuovo la turba. I lontani, che non aveano
veduto il prodigio, fecero irruenza con grandi clamori; e i sacerdoti
insinuandosi tra corpo e corpo andavano istigando le ire, ripetevano a
gran voce:
“Egli è protetto dai demoni! Sia gittato nel fiume!”
“Parla! parla!”
Il profeta tentò salire su uno delli idoli di pietra, per dominare la
tempesta. Ma la profanazione audace inasprì li idolatri. Uno d’essi
trasse a terra il profeta; altri si gittarono su di lui percotendolo;
altri gridarono:
“Al fiume! al fiume! Sia dato in pasto ai gaviali!”
Làimo, lanciato nelle acque, riapparve incolume a mezzo della correntía;
e le frecce cadevano innocue in torno a lui, come ramoscelli di
belzuino.
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Ed egli così all’albeggiare giunse alla foce; e sopra un tronco tutto
ancora lieto di fogliame navigò pe ’l mare, fino ad un’isola dove i
naturali erano uomini pieni di tumori e di gozzi, coperti di pelle
squamosa, infetti d’una serpigine biancastra e d’una sorta d’elefanzía.
Questa gente povera e pacifica non faceva uso del fuoco; e per lo più si
nutriva di miele selvatico, di gomme, e dei nidi di certe rondini
indigene che prolificavano nelle caverne.
Fu accolto Làimo con segni di gioia, e gli furono offerte patate dolci
su foglie di palmizio. Ed egli, poi che per dono del Signore ebbe
conoscenza di quell’idioma, parlava alli uomini e alle donne, come un
apostolo, e pazientemente li ammaestrava in torno alle dottrine del
Galileo. Molti infermi egli guarì per virtù di erbe e di fede; e a poco
a poco andò liberando l’isola dal flagello della lebbra, purificò le
scaturigini delle acque, diede insegnamenti su l’accensione del fuoco,
su la coltivazione delle terre e su l’arte di edificare le case. Visse
in grande umiltà e in grande sofferenza, espiando le antiche insanie,
tormentato dai ricordi che per tutto gli facevano udire lamenti di
feriti e di moribondi, vedere macchie di sangue su ’l suolo e ne ’l
cielo.
Dopo lunga serie d’anni, quando i popoli dell’isola prosperavano nel
lavoro e nel buon culto di Jesus, Làimo, che fuggiva la vita e che nulla
alla vita omai chiedeva, fu preso d’un tratto da un infinito desiderio
della patria. E poichè il buon Dio per segni manifestò d’esaudire la
preghiera, egli salì su un tronco di banano ancora carico di frutti, e
si affidò alle onde.
Dinanzi al debole sostegno si apriva il mare in calma; una torma di
rondinelle indicava la via. E il vecchio santo veniva predicando ai
pesci che tutti tenevano i capi fuori dell’acqua, e tutti in grandissima
pace e mansuetudine e ordine lo seguivano. Diceva egli del Diluvio, e di
Giona Profeta, e d’altri singolari misteri.
Come dopo cinquanta giorni apparve la patria, vide Làimo con molto
dolore una deserta aridità di arene su i luoghi anticamente ubertosi. Le
rondini lo guidarono al paradiso del delta, ancora felice di piante e di
animali.
Colà, su ’l fiore dell’erbe, egli si mise in ginocchio, per meditare,
con le braccia levate al cielo e le palme supine; e tenendo quella
divota attitudine, visse in un dolce rapimento d’estasi. Il tempo gli
consumava su le ossa le carni; e le edere verdi gli si attorcigliavano
per i fianchi, per il petto, per le braccia; lentamente i caprifogli lo
abbracciavano, gli fiorivano in torno al collo, in torno ai polsi, in
torno alle caviglie sottili. I capelli di lui bianchi cadevano; li occhi
prendevano una durezza di pietra; nelli orecchi i ragni in pace
tessevano la tela, e nella palma delle mani due rondinelle avevano fatto
il nido.
Molte primavere così trascorsero; e il santo ancora viveva in estasi,
poichè li uccelli pietosi scendevano dai rami a porgli le bacche
selvagge nel cavo della bocca inaridita. Poi finalmente un giorno, su ’l
vespero, l’anima volò al cielo tra i cantici delli angeli e il corpo si
disfece in polvere come un’urna di creta.
-Fine.-Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i
seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
132 -- tentando [tentanto] i capezzoli materni
187 -- e si attaccò all’altro [all’all’altro]
245 -- per un impeto di passione e [a] di gelosia
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