RUDU. -S'aradu!- Egli volge il capo in su, tentando di sorridere. Allora si parte? -Tocca! a su chi escit!- Ma il violento non gli bada, ripreso dall'agitazione oscura. Un fantasma odioso si genera dentro di lui; però la voce è pacata e lenta dopo l'intervallo. CORRADO. Rudu, imagina ch'io sia nel porto, già sul ponte del battello, voltato a proravia. Ecco che uno sconosciuto s'avanza e mi mette una mano su la spalla. Tu che fai? Il servo si leva di su la pelle a poco a poco, ascoltando. A mezzo del suo levarsi, scatta colla rapidità dell'istinto; e fa il gesto primitivo della sua gente che con la pietra acuminata rompe il cranio del nemico abbattuto. RUDU. -Ddi pisto sa conca.- Il -môti- aggrotta le ciglia, con un lieve fremito. Poi scrolla il capo; e s'avvicina alla finestra pel cui vano si scorge una grande nuvola di primavera, pregna di luce, sospesa nel vespro. CORRADO. Senti gracchiare i corvi su la Torre delle Milizie? Si posano sempre a quest'ora. Fra poco è sera. Senti il romorìo degli insetti umani? Non avendo stasera la zeriba nel deserto, bisognerebbe che io avessi una torre nell'Urbe e che io v'accendessi il mio fuoco per ardervi la mia libertà il mio orgoglio e la mia idea. Questa è una gabbia miserabile; però non c'è bisogno di bitumi per incendiarla: basta uno zolfino. Parla come in un súbito accesso di selvaggia allegrezza. Poi rincupisce. Rudu, non badare a quel che dico. Imagina ch'io abbia bevuto l'idromele, e che mi ritorni la smania della guerra. Da ora in poi, prima di aprire la porta, fa come nel tuo paese: guarda per lo spiraglio. RUDU. Hai un nemico, -môti-? CORRADO. Sono un nemico. RUDU. Fa che io t'intenda, se ti devo obbedire. CORRADO. Non importa. Il fedele china il capo, e mormora tra i denti i modi del suo linguaggio. RUDU. -Veru est. Resones tenes.- CORRADO. Forse converrà che io ti separi da me, buon compagno. RUDU. Che dici mai, -su mere? Ite diaulu ses nande?- Il sogno parla nel violento con un accento profondo e puro. CORRADO. Ti duole di ritornare lassù a Santu Lussurgiu, al tuo vulcano nericcio, dove ti trovai? Sei nato dentro un cratère spento, che si ridesterà. Che fiera culla, Rudu! Non ti sta nel cuore? Fra il Logudoro e l'Arborea, tra i sepolcreti giganteschi delle più antiche stirpi, tutta chiusa in una chiostra di basalto e aperta soltanto a ostro-libeccio, al soffio dell'Africa. Sembra la figura espressiva del più maschio fato. Ti ricordi quando ascoltavamo il vento d'agosto che portava gli stormi rossi allo stagno di Cabras? Io ti dissi: «Vieni con me, -homine de abbastu-». Tralasciammo d'esplorare la miniera esausta sul Monteferru per seguire la vocazione d'oltremare. Ora va, tornatene lassù; e in ogni primavera, quando la tua tanca s'empie d'asfodeli, accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe per memoria e non mi dimenticare nei tuoi canti. Un dolore severo annobilisce il volto dell'isolano. RUDU. Perché mi scacci? Che male ti feci, -su mere-? CORRADO. Non ti scaccio. Mi accomiato. RUDU. Parti, dunque. CORRADO. Non so per dove. RUDU. Né te lo domanda il tuo servo. Ovunque ti segue, e non parla. CORRADO. E se io dovessi morire? RUDU. Morire! CORRADO. Tanto ti stupisci? Mi conservi la fede di Olda? Ma non ho immortalità fuori del deserto, ti dico. RUDU. Non mi parlare -lontano-. CORRADO. Se parlo con te, figlio del cratère, parlo anche con la mia malinconia. Guarda i pini della Villa Aldobrandina come s'arrossano! Pensa che risentirai l'odore degli aranceti di Milis, che rivedrai le tue sorelle cucirti il gabbano d'orbace, la tua madre ammonticchiar la cinigia dentro il cerchio dei sassi, perché tu dorma su la stuoia co' piedi vòlti al focolare... RUDU. M'hai fatto il cuore duro, lo sai, alla stregua del Monteferru. E perché ora me lo vuoi fendere? Quando venni con te, dimenticai il focolare e la via del ritorno. E tutti i legami io li disfeci per rifarne uno solo; e tanto io lo seppi ben torcere -- perdonami -- che neppur tu lo puoi più rompere. CORRADO. Un'altra parola d'amore, un'altra ala che batte su l'orlo della voragine! Il volto gli balena. La súbita sollevazione ha quasi l'apparenza d'un breve delirio. O Rudu, e quale potrebbe essere il cómpito di colui che sopravvivesse al giorno santo? Tu non lo sai, né io forse lo so. Né tu cerchi d'intendere. Ma tu sei ancóra capace di cantare con una voce più ferma in un supplizio più crudo, se io te lo comando; e tutta la tua razza io la sollevo in te, con tutti i suoi eroi dormenti. Come tanta forza e tanta fede si possono disperdere prima d'andare al segno? Un muro costrutto da schiavi ciechi può distruggere l'orizzonte aperto dal veggente? Io ho ricevuto dianzi un annunzio di perpetuità. Il germe della mia virtù futura è custodito da una sfinge che m'ha svelato l'enigma. Credo che dal più remoto deserto io lo sentirò schiudersi in mezzo al mondo e volgersi verso il mio sole. O cuore fedele, ha ragione il tuo grido: io non posso morire. Le mie piaghe mortali son divenute cicatrici vivide che il sangue urta col suo battito più forte. Anche questa volta io voglio afferrare il destino alla gola e ridermi del suo responso. L'aratro! È fatto pel solco, e la prua gli somiglia. Quella moneta fu tratta da un sepolcro: il suo posto è tra i denti di un cadavere. Non la raccogliere! Ma preparati. Vedi, ho la fronte in sudore e non agonizzo. Domani il maestrale si porterà via la mia febbre. Però -- l'ho detto -- la mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar... Su, Rudu, all'opera. Ti darò una mano. Inquieto e vigile il servo tende l'orecchio verso l'uscio come per cogliere un suono. Non ti muovi! Che ascolti? RUDU. Qualcuno suona alla porta. CORRADO. Hai udito? RUDU. È la seconda volta. Per istinto, la statura dell'uomo di guerra si erge. Ogni segno di smarrimento scompare. La voce riprende il suo tono metallico. CORRADO. Guarda chi è, poi torna. S'addossa alla tavola delle armi, fitto lo sguardo all'uscio per ove il servo esce e rientra. Raccogliendosi l'ombra sotto la grande arcatura delle ciglia, sembra cresciuta la prominenza della fronte contratta; alla luce obliqua ogni lineamento rilevandosi, tutto il volto indurito e incrudito è come la maschera granitica della Risolutezza. RUDU. È il tuo amico, -su mere-. CORRADO. Chi? La risposta è sommessa, accompagnata da un lieve cenno espressivo. RUDU. -Su frade...- Un'indicibile onda si spande su la maschera e la spetra. Succede un attimo di esitanza. La parola è sorda. CORRADO. Entri. Il servo si ritrae per introdurre il visitatore. CORRADO si distacca dalla tavola, movendo un passo. Entra VIRGINIO VESTA; e l'uscio si riserra dietro di lui. Sembra che nel giro d'un giorno egli abbia vissuto vent'anni di vita carichi di lutto; ma una indòmita volontà di salvezza arde ne' suoi occhi gravi. Stanno l'uno di fronte all'altro i due amici e si guardano, per alcuni istanti in cui la ruota dell'intima vita gira vertiginosamente. Il palpito dei cuori, al primo parlare, fiacca la voce nelle gole aride. Quegli che primo parla ha la parola quasi sparente, come per lo sforzo di toglierle ogni qualità corporale affinché meno pesi, meno offenda. CORRADO. Perché vieni, Virginio? Una sola pena mi pareva di non poter patire, fra tutte, dall'ora di ieri a questa: il tuo sguardo senza minaccia. E perché stringi me e te in quest'orrore? E che mi dirai? e che ti dirò? Vedi che quasi non so parlare. Sento che il solo suono della mia voce ti fa soffrire orribilmente. VIRGINIO. No. Più male non puoi farmi. E perché tanto male tu m'abbia fatto, guarda, non te lo chiedo. Ma certo, se bene così parli, sento che la tua voce passa tra i tuoi denti... CORRADO. La belva! Vieni per giudicarla? VIRGINIO. Non giudico. Sono anch'io nel cerchio d'inferno in cui ci hai cacciati e serrati all'improvviso. Si può urlare di dolore o di furore, ma non giudicare. Anche in me oggi non parlano se non gli istinti. Il primo sforzo per mozzare il grido e l'imprecazione, per tener diritte nella mia schiena le vèrtebre che si disgiungevano, lo sforzo contro l'annientamento io l'ho compiuto. Vedi, resto in piedi. Ma ora sono come in mezzo a un incendio: non vedo, non odo se non in confuso: non giudico: ho tutta la forza e tutta la volontà nelle due braccia per prendere, per portare qualche cosa di umano a salvamento. CORRADO. Quel che è umano non può più essere salvato omai, povero Virginio; e il resto è fuori d'ogni offesa e d'ogni sciagura. Se io parlassi, tu non m'intenderesti. VIRGINIO. Tuttavia bisogna che tu parli e ch'io sappia. CORRADO. Che vuoi sapere? Maria era qui dianzi. VIRGINIO. L'ho veduta uscire. CORRADO. L'hai scontrata? Ti sei mostrato a lei? VIRGINIO. No, non ho osato. Andava in fretta ma quasi senza passo, come portata dal vento o dall'anima sola. Però sentivo che, se si fosse arrestata, sarebbe caduta a terra e là rimasta. Forse soltanto le mani di sua madre potranno toccarla senza farla morire. CORRADO. Morire! E che sai tu? e che conosci tu di lei? Tu ne parlavi come della sorgente e dell'erba. Ma io con tutte le violenze della mia guerra, tu con tutta la tua volontà di beneficio, non eguagliamo il suo potere. Ella ha fatto la sua vigilia nel gelo della morte, con la finestra aperta su l'alba, a piedi scalzi come chi deve passare all'altra riva. Ed è passata di là; ed ora, con tutta la sua innocenza va verso la madre dolorosa per rinascere «armata e pronta». Intendi tu questa parola? Un soffio ha disperso i limiti del focolare ma ha creato un più grande spazio per un più gran respiro. Ella è un indizio di libertà, il preludio di un canto inaudito. Io mi sono inginocchiato dinanzi a lei per renderle grazie d'una promessa non fatta a me, che forse sto per scomparire, ma a tutta la mia razza imperitura. Il travaglio divino che affatica l'oscurità della massa umana, ecco, a un tratto ha toccato la cima di quel cuore per dar segno di sé, per rivelarsi. La più profonda fibra della mia virtù ha sussultato come non mai. M'è parso che nel germe ancor cieco del nuovo essere sia entrata la più fulgida favilla del mio spirito. «Dunque la schiava subdola e funesta potrà divenire un giorno la compagna e la custode animosa fino alla morte e oltre?» «Sì» ella risponde; e più non conosce né l'uso né il costume né il limite; ma, pari alla stessa vita, si sente capace di tollerare tutti i mali. Ah, neppur tu con la tua voce fraterna hai mai detto il suo nome come oggi io l'ho detto! Misto di giubilo e di sgomento irrompe dal profondo cuore il grido del fratello attònito. VIRGINIO. L'ami? Egli lo guarda come se gli apparisse in un aspetto inopinato. Ma il fervore dell'altro si spegne in una tristezza severa. CORRADO. Virginio, so in quale ansietà, anzi in quale terrore il tuo grido ha risonato dentro di te. Dopo una pausa, egli pronunzia la domanda improvvisa con una singolare chiarezza. Chi sono io oggi? Soffocato dall'emozione, VIRGINIO resta muto. Non rispondi? Mi guardi. Cerchi perdutamente la risposta nel mio volto. VIRGINIO. Da ieri, dall'ora in cui mi dicesti che non potevi più essere il mio amico, rivedo per lampi interrotti il tuo volto qual era nel sonno quando tu dormivi nel letto accanto al mio, lassù, in quella stanza nuda. La voce trema nel ricordo. In quella di CORRADO comincia una strana ambiguità, per súbiti contrasti di tristezza e di acredine, di veemenza e di oppressione. CORRADO. E non ti sbigottivi del mio aspetto nel sonno? Non scoprivi nell'amico il nemico? VIRGINIO. Dormivi sempre senza guanciale, col braccio sotto la testa, sicuro e leggero come se ti sostenesse la terra e ti proteggessero le stelle. CORRADO. Se la sorte vorrà che tu ti pieghi sul mio corpo liberato dal soffio che lo brucia, rivedrai quella pace. Ora tu cerchi un altro segno, forse un marchio infame. Non lo trovi. Incalza di súbito, quasi aggredisce, come se volesse combattere a cuore a cuore. VIRGINIO. Corrado! CORRADO. C'è ancora una speranza, in fondo a te, che vacilla. I miei occhi penetrano più a dentro. VIRGINIO. Corrado! CORRADO. Ieri -- era quest'ora -- ti confessai la tentazione selvaggia. Vuoi che oggi io ti confessi il resto? Sei venuto per questo? Ti avvicini perché io ti parli piano... Dimmi: che sai? È come una sfida ardente, con qualcosa di sfrontato che dissimula l'orgasmo febrile. Ma la risposta è come una implorazione. VIRGINIO. Non sono il tuo giudice: sono ancóra il tuo fratello, rinnegato e ferito, ma pertinace. Non t'interrogo: ti dico che agonizzo sotto un peso lùgubre. Metti un termine a quest'agonia. Non senti come la vita precipita? Pare che in ogni attimo si dissolva una zona del mondo... CORRADO. Affréttati. Che sai? VIRGINIO abbassa la voce, sotto il fantasma indistinto che li copre entrambi. VIRGINIO. L'uomo della bisca, quello a cui volevi pagare il tuo debito con una moneta che portasse la tua effigie, si chiamava Paolo Sutri. CORRADO. Ebbene? VIRGINIO. La mattina dopo fu trovato esanime nel suo letto. CORRADO. Aveva il colpo di grazia somalico nel collo, sotto la nuca? il taglio di riconoscimento? VIRGINIO. Il demone ti riafferra! Ancóra il sarcasmo? Tu m'avevi parlato della mano «che uccide con precauzione». Una mano cauta ed esperta l'aveva spento. CORRADO. Quale? VIRGINIO. Prima spento, poi derubato. Scopo dell'assassinio era il furto? Il sospetto cadde su Simone Sutri, sul nipote avverso. Ieri fu preso, già rilasciato stamani, riconosciuto incolpevole. CORRADO. E allora? Un'irrisione malvagia gli lampeggia nel viso e glie lo contrae in un cipiglio quasi di minaccia. Egli si muove qua e là per la stanza come per ingannare il suo bisogno di combattere. Poi si volge con impeto, inebriato di ribellione. O tu che resti muto e ti sforzi di nascondere il ribrezzo se m'accosto, conosci quella sentenza superba? Un nudo spirito si levò su l'eccidio e sul bottino, esclamando: «Se questo mio è un delitto, io voglio che tutte le mie virtù s'inginòcchino davanti al mio delitto». Proteso verso di lui, fremente, VIRGINIO tenta respingere col suo grido l'inesorabile certezza. VIRGINIO. L'hai compiuto? L'affermi? CORRADO risponde da prima più pacato, velando il suo rancore con un'ombra di spregio. CORRADO. Non affermo se non la parola di un'audacia senza nome. Però tu ieri udisti il racconto della tentazione notturna. E che mai mancò perché l'impulso si esternasse in atto irreparabile? Un nulla. Non ero nella foresta, non avevo la lancia in pugno, né la sabbia nell'altra mano. I testimoni erano di troppo. La scarica si arrestò nei muscoli del braccio. Tuttavia ben mi vedesti capace del crimine, pronto allo scatto, al balzo. E che t'importa il resto? Ma là, alla tavola del giuoco, nello scompiglio delle sorti, era una carne di goditore o una volontà di asceta, una bassa cupidigia o una fatalità eroica? Tu hai parlato di assassinio e di furto. Conosci dunque i nomi che mi convengono. Ieri ti rimasero in gola; oggi son fuor di tempo. Ancóra in quel terribile giuoco d'invettiva e d'ironia, in quella disordinata vicenda di freddezza e d'ardore, Virginio resta afferrato al suo dubbio e non l'abbandona, se bene spasimando. VIRGINIO. Tu mi ricacci nell'ambiguità, mi prolunghi l'ambascia, mi squassi fra la tua ragione e il tuo delirio. Ma tu potresti con una sola parola disperdere l'orrore che s'è addensato intorno a noi, rimuovere la cosa corrotta che è là e che c'ingombra. CORRADO. Tutta la bellezza di un mondo ideale gravita dunque oggi, per te, intorno al cadavere di un baro! Se il piccolo fatto senza sangue esiste, tutto cade nel nulla, precipita nell'annientamento e nella esecrazione, per forza della legge umana. La vita di colui non valeva quella di un lupo, perché la specie del lupo si fa ogni giorno più rara, mentre la genìa di colui si moltiplica ogni giorno nell'ignominia, brulica e striscia, infetta tutto quello che tocca, insozza tutto quel che divora. I vermi nel nostro pane quotidiano son necessarii? Se tu ne schiacci uno, quello diventa sacro, soltanto perché non si divincola più? La coscienza armata di castighi insorge a vendicarlo. E che diventa il colpevole allora? L'attributo del suo atto, null'altro, in perpetuo! Egli può essere un desiderio indòmito che non seppe attendere, uno spirito veloce e infaticabilmente vivo, un impeto magnifico scagliato verso una mèta più severa della morte. Egli può aver passato i suoi anni a fortificare e ad esaltare la sua volontà con una disciplina implacabile. Lungi alle solite fanfare d'eroismo che riscaldùcciano i cervelli e i cuori senili, egli può aver foggiato crudamente sé medesimo per il diritto di promettere, per il dovere di adempiere qualunque più folle promessa fatta al suo corpo e alla sua anima. Ed ecco, è maturo per essere un Capo, un battitore di vie ignote, uno scopritore di nuove stelle. Capace di dare tutti i giorni alla sua opera la sua vita intera, capace d'inalzare tutti i giorni -- non importa come, non importa dove -- la sostanza del suo sogno, egli è degno della più disperata vittoria. L'Amore lo riconosce. La prova della sua dignità è nel miracolo invisibile. Accanto a sé egli ha sentito l'aspirazione degli eroi sollevarsi in un cuore sublime come in un vertice del Futuro. Egli ha ricevuto l'annunzio che gli mostra, di là dalla mèta, l'erede del suo dominio, il monumento vivo della sua vittoria. Come potrebbe non sembrargli santa la sera del suo giorno? E voi a un tratto gli gittate fra i piedi la cosa corrotta perché egli stramazzi nel fango e nell'onta! Una povera spoglia esangue arresterà colui che nella terra lontana, per aprirsi il varco, mise a ferro e a fuoco le tribù! Volete castigarlo? Perché non poteste costringerlo a putrefarsi nell'inerzia, ora volete troncargli le mani che hanno osato di affrettare il destino? Chiunque possegga sé, per essersi conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di punirsi o di farsi grazia, e non lo concede ad altri. Se il cerchio si serra, egli vuol dedicare ancóra qualche sacrifizio umano in un gran rogo alla sua libertà, perché almeno gli schiavi dalla piazza si volgano in su e si ricòrdino... Vede VIRGINIO rosseggiare il delitto come una porpora su quell'orgoglio indomabile. VIRGINIO. Ma chi difendi tu? CORRADO. Me stesso. Reclina VIRGINIO il capo sotto la percossa e nasconde tra le palme la faccia estenuata. L'altro non si placa: anzi la sua amarezza sembra invelenirsi. S'accosta egli al reclinato e lo guarda. La profondità della stanza è già nell'ombra, ma i teschi e i trofei brillano su le pareti al riflesso della nuvola. Piangi su me? Io merito un addio più virile. VIRGINIO si scopre, e il suo volto un po' livido dà imagine di colui che toccò il fondo del gorgo e risale alla superficie per trarre il respiro. VIRGINIO. Non piango. Chiudo gli occhi per veder qualche luce nel fondo. CORRADO. Luce di salvezza? Non la cercare. Pentimento? espiazione? La tua luce non è la mia. Già ieri te lo dissi. Io non posso più essere il tuo amico né appressarmi a te. Obbedisci alle tue ripugnanze. Volgimi le spalle. Lasciami solo. Giudicami bandito. La mia ultima ragione è nelle mie armi cariche. VIRGINIO. Non giudico: mi offro. CORRADO. Il tuo aspetto ti smentisce. Tu non puoi non calunniare il mio atto. VIRGINIO. Non io lo calunnio. Ma l'evento può abbassarlo, rendendolo inutile. Pensa! CORRADO. Abbassarlo davanti a chi? Tu vuoi ricondurre nel mio silenzio il rumorìo della strada. Non l'udivo più; né posso più udirlo. Una sola cosa ho temuto; e te ne serbo rancore perché l'orribile angoscia mi veniva da te, dal tuo contatto: ho temuto di commettere una viltà contro la mia follìa, di disconoscerla, di difformarla, di avvilirla. Ieri, quando uscii dalla tua casa, uno sgomento improvviso mi scompigliò le forze. L'imagine, che m'era divenuta estranea, s'impadronì della mia coscienza e vi diffuse una specie di torpore che m'impediva di scacciarla, se bene mi fosse intollerabile... Non eri tu che tentavi di esiliarmi da me stesso e di falsare la mia anima? VIRGINIO. Io ho tentato di combattere in te quegli istinti che tu chiami i tuoi cani selvaggi quando latrano sotterra e il tuo spirito tende ad aprire tutte le prigioni. Inutilmente. E tu ieri m'accusavi di non voler fare la guerra per te, come oggi mi gridi ch'io ti volga le spalle e che io ti lasci solo. Ma ieri, verso quest'ora, io mi trovai per alcuni attimi presso la tavola del mio lavoro, tra il mio amico d'infanzia e la mia unica sorella. Oggi mi ritrovo tra un amore disperato e un delitto nascosto. Non vengo a imprecare né a chiedere pentimento ed espiazione. Conosco le furie dei fiumi, le rovine dei ponti. Non piango dinanzi alle violenze della vita ma mi offro. Forse non comprendo, ma non giudico. Però sento ancóra vivere l'eroe che è nella tua anima; e riconosco una sola necessità imminente: che la causa del tuo atto s'illumini, che tu abbia il modo di trasmutare la tua frenesia in eroismo, di riscattare il tuo delitto col tuo prodigio. Tu hai bisogno dell'Oceano e del Deserto per ridivenir puro. Io non ti grido: Rimani! Ti grido: Parti, va, còpriti di gloria, vinci la morte! Si dischiude il cuore serrato; e sembra che da lui si fuggano per un poco i rancori i dispregi le rivolte, e non resti se non l'alta malinconia dell'eroe che sarà tradito dal fato ch'egli amò. CORRADO. O Virginio, canta anche in te il sangue della creatura che m'è cara. Perdonami l'impazienza irosa: non è che dolore. Erano sere di primavera come questa quando entravamo nell'ombra della chiesa: io poggiavo il braccio su la tua spalla per contemplare il colosso di pietra «quasi belva, quasi dio». Portagli una corona di cipresso, in memoria di me, e deponila su le grandi ginocchia ove sognando mettemmo il nostro avvenire. VIRGINIO. Che è questa tristezza mortale che t'accascia? Corrado, l'ora fugge. Bisogna risolvere e affrettarsi. L'uccisore è fisso, come occupato da qualcosa di torpido. Parla sordamente. CORRADO. E se la brutalità del caso m'infliggesse una fine ignominiosa? VIRGINIO. Quale? CORRADO. Se io fossi raggiunto prima di entrare in franchigia? se riescissero a prendermi vivo? VIRGINIO. Temi la ricerca? CORRADO. Nulla temo, fuorché una fine senza grandezza. VIRGINIO. Credi che già il sospetto possa cadere su te? Hai lasciato qualche indizio? Lo interroga a bassa voce, chinato verso di lui, angosciosamente. L'altro è come trasognato e non batte ciglio. CORRADO. Non so. Nessuno può sapere... VIRGINIO. Non ti ricordi? Non hai più nella memoria quell'ora? CORRADO. No. Cadde sùbito in fondo, in fondo al pozzo cupo, come un sasso che tonfa... Non so più. VIRGINIO. Non eri lucido in quell'atto, come alla tavola del giuoco quando colui levò verso di te gli occhi bianchicci? L'uccisore sussulta, come per scuotere il torpore. Guarda le acque salire luccicando dall'oscurità del pozzo verso il margine. CORRADO. Non so... Una specie di ilarità convulsa e sorda come quando le deformità dei sogni ci muovono un riso senza suono, che ci travaglia la bocca dello stomaco e non si sa se sia una nausea o un tremore, e se sia per finire o per continuare senza fine, e al risveglio ci sembra che si disperda nei sensi intorpiditi qualcosa di demoniaco... VIRGINIO. Cerca nella memoria. Guarda dentro di te. Avevi perduta anche l'ultima posta; avevi giocato su la parola, vertiginosamente, perduto sempre, a ogni colpo... Uscisti tu pel primo? Che ora poteva essere? Gli parla da presso, lo incalza con la sua ansia, lo incita all'evocazione dei fantasmi profondi. E d'improvviso la notte della città terribile riprende a vivere nello spirito e nella carne dell'uomo, con una potenza crescente. CORRADO. Ancóra notte. Afa di scirocco: qualcosa di molliccio e di tiepido come una bava animale. Nessun sollievo nell'uscire dalla bisca fetida di fumo, di fiati, di sudori. Anche la strada pare chiusa, anche la piazza. Città mostruosa, notte di dissoluzione, dove vivono soltanto le fogne. E in me una sola parola, ostinata come nella bocca di un idiota: la parola dell'àscaro famelico e febricitante che si lascia cadere sotto un'euforbia: -Kalas- -- basta! Ma altra è la mia fame, altra è la mia febbre. «Basta! questo trascinìo d'accattone collerico. Basta! questa domesticità senza salario. Basta! questa stupida fatica di mantenere un vizio che non è il mio vizio. Andiamo! Qualunque mezzo ci valga. Andiamo ancóra incontro alle ferite che l'aria sola cicatrizza, alle seti che estingue un'acqua sempre nuova, alle torture che ridono e che cantano.» Rivedo i giovani cammelli, in coda della carovana, che presi dall'allegrezza saltano buttando all'aria il basto e il carico. Mi fermo davanti a un gran bagliore che rosseggia nella nebbietta; e il tremolìo del malvagio riso mi monta dallo stomaco alla gola, non mi lascia più. Sembra che io abbia da tentare una beffa atroce. Mi cerco addosso il conto preventivo della mia spedizione disegnata; lo trovo. M'accosto alla caldaia d'asfalto che bolle; al bagliore fumoso leggo nel foglio le cifre: arruolamento di àscari, camelli, asini, muletti, balle, casse, tende... Un gran palpito; e la duna di Brava mi riappare, la ripa dantesca della mia dannazione. «Nulla di meglio al mondo che quel sonno selvaggio ch'io dormirò su la sabbia oceanica, dopo l'approdo. Odio, mio odio, a te confido la promessa di quel sonno.» E mi riappare la faccia del baro, la maschera giallastra d'ittero, il grosso labbro azzurrigno, la collottola da abbrancare e da scuotere. Ripeto in me: «Lascia là il bottino!» Soggiungo: «No, non sono io il debitore». E sento che il primo movimento represso è sempre là, prigioniero, e che deve sprigionarsi necessariamente. Allora una specie di scaltrezza felina entra in me e s'acuisce come nei grandi giorni di caccia. Una specie di divinazione magnetica che s'irradia fuori del corpo ad evitare l'errore, a prevedere l'ostacolo, a cogliere il destro. Superstizioso, m'assicuro d'avere addosso l'ossicino che nel leone ucciso si trova profondato tra i muscoli della spalla. Salgo di corsa su per la Trinità dei Monti come per l'erta di Bulùlta! Sento in tutte le membra la forza elastica che non ha bisogno d'armi. La via è là, deserta; la porta è là, chiusa. Attendo, come all'agguato dietro la zeriba. Non so che farò, non so in che modo si presenterà la preda. Gli incanti adunati nel mio cervello si disperdono. La sorda ilarità demoniaca persiste. Giunge il grido fioco di un acquavitaio; poi il rumore di una vettura, un trotto zoppicante. La vettura viene su per la via, si ferma dinanzi alla porta. Riconosco l'uomo; odo la sua voce grassa che dice al vetturino di attendere finché la porta non sia aperta, e il Romanesco rinfacciargli con una contumelia il prezzo dimezzato, frustare il cavallo, volgere per la via Sistina, allontanarsi. Balzo dall'ombra, mentre l'uomo chino su la serratura cerca a tastoni. Gli metto una mano sul braccio, gli reprimo il sussulto, gli dico: «Sono io. Voglio pagar subito il mio debito». Basta la pressione delle mie dita su la sua floscezza: m'impadronisco di lui alla prima, come d'un sacco. Il suo pànico mi fa pensare all'asino legato dinanzi la feritoia della zeriba, quando il libbah si approssima. Gli tolgo la chiave, apro per lui, lo spingo dentro, gli faccio lume. So che non ha famiglia in casa. Ma un servo forse l'attende? Bisognerà sopprimerlo? Ho l'occhio d'un mercante di schiavi per giudicare con un solo sguardo la qualità del carname umano anche dissimulato dal sarto. Troppo egli ansa su per le scale: cuore debole, insufficenza delle valvole... Le pàlpebre sono gonfie come le vene del collo. La palpazione del medico ha già percepito il «fremito felino» in questo tardigrado? Il riso senza suono mi manda al cervello imagini stravaganti. Egli sembra colpito dall'afonìa. Lo ammonisco con frasi brevi e secche. Certo, non chiamerà, non griderà. Tutto assume la facilità d'un sogno. Non più la lotta con l'uomo ma col caso. Entriamo. Nessuno attende. La divinazione mi guida. Giù da una scaletta a chiocciola viene una voce sonnacchiosa che dice: «Sor Paolo?» Io rispondo per lui con un suono inarticolato. Il resto si svolge in una lunga ora o in pochi attimi? Non ho davanti a me tutto il lordume civile in quel sacco di adipe che suda e che pute? Vendetta troppo facile, quasi dolciastra, se il sale della beffa non la ravvivasse. Egli è là, che soffia e barcolla, con l'azzurro della cianòsi nelle labbra, nelle pinne del naso, nelle unghie, orribile e fantastico. Gli metto sotto gli occhi il bilancio di previsione, sorridendo. «Vi manderò alla costa un carico d'avorio dal Bass Naròk, tutto l'avorio dei Ghelebà e dei Cherre...» Gli parlo piano, mentre gli faccio rendere il bottino. «Spesa grave per i quattro -bulùk?- Ma forse mi lasceranno arruolare i galeotti nell'ergastolo di Nocra a mezza paga.» Certo il ronzìo degli orecchi gli impedisce di intendere. Forse anche egli si crede di sognare, di patire l'incubo. «Indice e pollice: voi correggete la fortuna; pollice e medio: io l'affretto.» Ah quella bocca dilatata dall'ebetudine, quel labbro paonazzo che penzola, quel luccichìo sinistro dell'oro nel nerume della carie! Quando l'attimo funebre scocca, rivedo in un lampo la dentatura formidabile d'un predone amhara, bianchissima in mezzo alla faccia divenuta una poltiglia rossa; che ancóra ha la forza di mordere il calcio della mia carabina. Scatto, allungo il braccio, rovescio sul letto la massa molle, serro le due carotidi nella morsa, veggo le pàlpebre battere come le branchie fuor d'acqua, spengo l'imagine spaventosa di me in quel cervello esangue. Egli è in piedi, con la mano inarcata alla presa, coi denti stretti, con l'occhio torbido, con tutta la persona scossa dal ritorno della forza micidiale. Soffocatamente l'altro interroga tuttavia. VIRGINIO. E dopo? Uscendo non fosti veduto da nessuno? L'uccisore si scrolla, come per scuotere da sé le scorie accumulate dell'azione. CORRADO. Dopo... ancóra la voce sonnacchiosa in cima alla chiocciola, una cautela senza respiro come nell'aggattonare tra l'erba che fruscia; la discesa per le scale come la calata giù per un'amba che frana; la strada stranamente sonora sotto il piede che non cammina più su la punta ma sul suo tacco saldo... Ancóra il grido del venditore di tossico, una campana che suona mattutino, il cigolìo dei carretti; dall'alto della Trinità, Roma come una flotta naufragata in un mare grigio; e l'irruzione frenetica del desiderio che con qualunque nave salpa verso l'Ignoto! Egli trae un profondo respiro; e poi biascia sentendosi la bocca arida, il fuoco alla gola. «Devi aver santificato l'anniversario» mi dicesti tu ieri. L'ho io santificato? Due anni innanzi, avevo veduto il Fachès irto di lance rosseggiare come un'aurora nell'aurora. Ed ecco qui la piazza, la strada, le case cieche, l'immondizia tenace, il primo lezzo del vilume agglomerato che si stira e sbadiglia. M'annunziasti tu il sorgere degli uomini nuovi? Non so che delirio selvaggio gridava dentro di me: «Le nuove Erinni! Le nuove Erinni!» Mi pesava il bottino? Certo, mi pesava. Ma dentro dicevo: «Non per me, non per me! Basta a me un pugno d'orzo abbrustolito, la carne degli avvoltoi, l'acqua della cisterna o del pantano, e per sale la necessità di superarmi ogni giorno». Finita era la scaltrezza animale; alle mie ossa, per compenso di quel peso, promettevo di rivestirle d'una nuova sostanza, di là dall'oceano; sentivo la mia vera vita involarsi e fluttuare in alto sopra l'azione; mi pareva che dal mio cuore balzassero sul mondo a volta a volta dèmoni di ghiaccio e di fiamma. «Le nuove Erinni!» Poi l'ottusità, il bisogno del giaciglio basso, il nero letargo là su i sacchi di carovana, nell'odore del Sud. Qualche vampa del delirio crepuscolare lo ritraversa. Egli si lascia cadere su la vecchia cassa dalle maniglie di corda. Tremante VIRGINIO gli tocca la fronte. VIRGINIO. Bruci. CORRADO. Dammi qualche cosa da bere; là, quella fiasca. Beve avidamente. Energico balza in piedi, aspro parla. Ora vattene. Perdonami se sono entrato anche nella tua vita come un devastatore. Addio. O forse ci rivedremo. VIRGINIO. Che farai? CORRADO. Non so. Non so -vedere- in me, se tu sei presente. Debbo essere solo per sentire tutto me stesso, per ascoltare il mio dèmone. Tu mi turbi. L'altro vacilla per alcuni attimi in un'esitazione quasi spasimosa. L'ambascia lo strangola. VIRGINIO. Corrado! CORRADO. Che vuoi? VIRGINIO. E necessario che tu vada senza indugi. Difficile è l'impunità, all'ombra della Legge. Difficile è tener nascosta a lungo la trasgressione. Tutto si scopre. Non so, non sai se in tanta cautela, se in tanta complicità del caso qualche errore fu commesso... CORRADO. Forse. VIRGINIO. Poiché Simone Sutri è prosciolto, è possibile almeno ritardare o forviare la ricerca temibile, darti il tempo di giungere in luogo franco... CORRADO. E come? VIRGINIO. Promettimi di partire, e lascia ch'io tenti... CORRADO. Una falsa denunzia? VIRGINIO. Discutere non giova. CORRADO. Offri te stesso? VIRGINIO. Piccolo rischio correrei, se volessi farlo. Non offro molto, ahimè! CORRADO. Ti presenti e dici: Io sono l'assassino e il ladro... Tu, Virginio Vesta! VIRGINIO. Se racconto i particolari esatti dell'esecuzione, se mostro un documento... CORRADO. Quale? VIRGINIO. Non puoi tu fornirmelo? Un segno di quel che fu tolto... CORRADO. O fanciullo buono, nessun segno varrebbe se non a indicarmi! La mano che tu mi tendi non giunge fino a me. Siamo su due rive opposte. Non t'è concesso il passaggio improvviso. T'è vietata la grande avventura. Tu hai il tuo cómpito prefisso, la tua persona circoscritta. L'ordine riposa su te, su la tua costanza infallibile. Tu sei un artefice della vita arginata. Per beneficare la città tu metti a governo i fiumi e imprigioni le sorgenti. Non puoi né rompere le chiuse né tagliare gli acquedotti. Se tu ti accusassi, il giudice sorriderebbe del tuo candore. VIRGINIO. Mi respingi anche una volta! CORRADO. Ma non intendi che il mio consentire non varrebbe se non a mettermi puerilmente nelle mani odiose che ben vorrei troncare? VIRGINIO. Forse t'inganni. 1 . 2 3 - ' ! - 4 5 , . 6 7 ? - ! ! - 8 9 , 10 ' . 11 ; 12 ' . 13 14 . 15 16 , ' , , 17 . ' 18 . ? 19 20 , 21 . , 22 ' ; 23 24 . 25 26 . 27 28 - . - 29 30 - - , 31 . ; ' 32 33 , , . 34 35 . 36 37 ? 38 ' . . ? 39 , 40 ' ' 41 . ; 42 ' : . 43 44 45 . . 46 47 , . ' 48 ' , . 49 , , : 50 . 51 52 . 53 54 , - - ? 55 56 . 57 58 . 59 60 . 61 62 ' , . 63 64 . 65 66 . 67 68 , 69 . 70 71 . 72 73 - . . - 74 75 . 76 77 , . 78 79 . 80 81 , - ? ? - 82 83 84 . 85 86 . 87 88 , , 89 ? , . 90 , ! ? 91 ' , , 92 - , 93 ' . 94 . ' 95 ? : « , 96 - - » . ' 97 ' . , 98 ; , ' ' , 99 100 . 101 102 103 ' . 104 105 . 106 107 ? , - - ? 108 109 . 110 111 . . 112 113 . 114 115 , . 116 117 . 118 119 . 120 121 . 122 123 . , . 124 125 . 126 127 ? 128 129 . 130 131 ! 132 133 . 134 135 ? ? 136 , . 137 138 . 139 140 - - . 141 142 . 143 144 , , . 145 ' ! 146 ' , 147 ' , 148 , ' 149 . . . 150 151 . 152 153 ' , , . 154 ? , 155 . 156 ; - - - - 157 . 158 159 . 160 161 ' ' , ' ' 162 ! 163 164 . 165 ' ' . 166 167 , 168 ? , . 169 ' . 170 , ; 171 , . 172 ' ? 173 ' 174 ? . 175 ' 176 ' . 177 . , 178 : . 179 . 180 181 . ' ! , . 182 : 183 . ! . , 184 . 185 . - - ' - - 186 . . . , , ' . . 187 188 ' 189 ' . 190 191 ! ? 192 193 . 194 195 . 196 197 . 198 199 ? 200 201 . 202 203 . 204 205 , ' 206 . . 207 . 208 209 . 210 211 , . 212 213 ' , 214 ' 215 . ' 216 , 217 ; 218 , 219 220 . 221 222 . 223 224 , - - . 225 226 . 227 228 ? 229 230 , 231 . 232 233 . 234 235 - . . . - 236 237 ' 238 . . 239 . 240 241 . 242 243 . 244 245 . 246 , 247 . 248 249 250 ; ' . 251 ' ' 252 ; ' 253 . ' ' 254 , ' 255 . , , 256 . 257 , 258 , . 259 260 . 261 262 , ? , 263 , ' : . 264 ' ? ? ? 265 . 266 . 267 268 . 269 270 . . ' , 271 , . , , 272 . . . 273 274 . 275 276 ! ? 277 278 . 279 280 . ' ' 281 ' . , 282 . . 283 ' , 284 , 285 ' ' . , . 286 : , : 287 : 288 , . 289 290 . 291 292 , ; 293 ' ' . , 294 ' . 295 296 . 297 298 ' . 299 300 . 301 302 ? . 303 304 . 305 306 ' . 307 308 . 309 310 ' ? ? 311 312 . 313 314 , . , 315 ' . , , 316 . 317 . 318 319 . 320 321 ! ? ? 322 ' . , 323 , . 324 , 325 ' , ' 326 . ; , 327 « » . 328 ? 329 . , 330 . 331 ' , 332 , . 333 ' , , 334 , . 335 . ' 336 337 . « 338 ? » « » 339 ; ' ; 340 , , . 341 , 342 ' ! 343 344 345 . 346 347 . 348 349 ' ? 350 351 352 . ' 353 . 354 355 . 356 357 , , 358 . 359 360 , 361 . 362 363 ? 364 365 ' , . 366 367 ? . . 368 369 . 370 371 , ' 372 , 373 , , 374 . 375 376 . 377 , 378 , 379 . 380 381 . 382 383 ? ' 384 ? 385 386 . 387 388 , , 389 . 390 391 . 392 393 394 , . , 395 . . 396 397 , , 398 . 399 400 . 401 402 ! 403 404 . 405 406 ' , , . 407 . 408 409 . 410 411 ! 412 413 . 414 415 - - ' - - . 416 ? ? 417 . . . : ? 418 419 , 420 ' . 421 . 422 423 . 424 425 : , 426 , . ' : 427 . ' . 428 ? . . . 429 430 . 431 432 . ? 433 434 , 435 . 436 437 . 438 439 ' , 440 , . 441 442 . 443 444 ? 445 446 . 447 448 . 449 450 . 451 452 , ? 453 ? 454 455 . 456 457 ! ? ' 458 « » . ' 459 . 460 461 . 462 463 ? 464 465 . 466 467 , . ' ? 468 , . , 469 , . 470 471 . 472 473 ? 474 475 ' 476 . 477 478 . 479 , . 480 481 ' , 482 ? ' 483 , : « , 484 ' » . 485 486 , , 487 ' . 488 489 . 490 491 ' ? ' ? 492 493 , 494 ' . 495 496 . 497 498 ' . 499 . 500 ' ? . 501 , , ' . 502 . 503 . , 504 , . ' ? , 505 , , 506 , ? 507 . 508 . ; . 509 510 ' 511 ' , 512 ' , 513 ' , . 514 515 . 516 517 ' , ' , 518 . 519 ' ' , 520 ' . 521 522 . 523 524 , , 525 ! 526 , , ' 527 , . 528 , 529 , 530 ' , , , 531 . 532 ? , , 533 ? 534 . ? ' 535 , ' , ! 536 , , 537 . 538 539 . ' 540 , 541 , 542 543 . , , 544 , . 545 , ' - - 546 , - - , 547 . ' . 548 . 549 ' 550 . ' , 551 , ' , 552 . ? 553 554 ' ! 555 , , 556 ! ? 557 ' , 558 ? , 559 , 560 , . 561 , 562 , 563 . . . 564 565 566 ' . 567 568 . 569 570 ? 571 572 . 573 574 . 575 576 577 . 578 ' : 579 . ' 580 . 581 ' , 582 . 583 584 ? . 585 586 , ' 587 588 . 589 590 . 591 592 . . 593 594 . 595 596 ? . ? ? 597 . . 598 . . 599 . . . 600 . 601 602 . 603 604 : . 605 606 . 607 608 . . 609 610 . 611 612 . ' , . 613 ! 614 615 . 616 617 ? 618 . ' ; . 619 ; ' 620 , : 621 , , , 622 . , , 623 . ' , ' , 624 ' 625 ' , . . . 626 ? 627 628 . 629 630 631 632 . . ' 633 , ' 634 . , ' , 635 , ' 636 . 637 . 638 . , . 639 . , 640 . ' ; 641 : 642 ' , 643 , . 644 ' . : ! 645 : , , , ! 646 647 ; 648 649 , ' 650 ' ' . 651 652 . 653 654 , ' . 655 ' : . 656 ' : 657 « 658 , » . , 659 , 660 . 661 662 . 663 664 ' ? , ' . 665 . 666 667 ' , 668 . . 669 670 . 671 672 ' ? 673 674 . 675 676 ? 677 678 . 679 680 ? 681 ? 682 683 . 684 685 ? 686 687 . 688 689 , . 690 691 . 692 693 ? 694 ? 695 696 , , 697 . ' 698 . 699 700 . 701 702 . . . . 703 704 . 705 706 ? ' ? 707 708 . 709 710 . , , 711 . . . . 712 713 . 714 715 ' , 716 ? 717 718 ' , 719 . 720 ' . 721 722 . 723 724 . . . 725 , 726 , 727 , 728 . . . 729 730 . 731 732 . . ' 733 ; , , , 734 . . . ? ? 735 736 , , 737 ' . 738 ' 739 740 ' , . 741 742 . 743 744 . : 745 . ' 746 , , . , 747 . , , 748 . , : 749 ' 750 ' : - - - - ! , 751 . « ! ' . ! 752 . ! 753 . ! 754 . ' , 755 ' , 756 . » , , 757 ' ' . 758 ; 759 , 760 . . 761 ; 762 . ' ' ; 763 : , , 764 , , , , . . . ; 765 , . « 766 ' 767 , ' . , , 768 . » , 769 ' , , 770 . : « ! » : « , 771 » . 772 , , . 773 ' 774 . 775 ' ' , ' , 776 . , ' ' 777 ' 778 . ' 779 ! 780 ' . , ; , . , 781 ' . , 782 . 783 . . 784 ; , . 785 , . 786 ' ; 787 , 788 , , 789 , . ' , ' 790 . , 791 , : « . 792 » . : 793 ' , ' . 794 ' , 795 . , , 796 , . . 797 ' ? ? ' ' 798 799 . : 800 , . . . 801 . « 802 » ? 803 . ' . 804 . , , . 805 ' . ' . 806 . . . 807 : « ? » 808 . 809 ? 810 ? 811 , , . 812 , , ' 813 , , , . 814 , . « 815 ' , ' 816 . . . » , 817 . « - ? - 818 ' . » 819 . 820 , ' . « : 821 ; : ' . » 822 ' , , 823 ' ! ' 824 , ' 825 , ; 826 . , 827 , , 828 , 829 ' , ' . 830 831 , , 832 , ' , 833 834 . ' 835 . 836 837 . 838 839 ? ? 840 841 ' , 842 ' . 843 844 . 845 846 . . . , 847 ' ' ; 848 ' ; 849 850 . . . 851 , , ; 852 ' , 853 ; ' 854 ' ! 855 856 ; 857 , . 858 859 « ' » . ' 860 ? , 861 ' ' . , 862 , , ' , 863 . ' 864 ? : « 865 ! ! » ? , . 866 : « , ! ' 867 , , ' 868 , » . 869 ; , , 870 ' , ' ; 871 ' ; 872 873 . « ! » ' , 874 , , 875 ' . 876 877 878 . 879 . 880 . 881 882 . 883 884 . 885 886 . 887 888 ; , . 889 890 . , 891 . 892 893 . 894 . . . 895 896 . 897 898 ? 899 900 . 901 902 . - - , . 903 , . . 904 905 ' 906 ' . ' 907 . 908 909 . 910 911 ! 912 913 . 914 915 ? 916 917 . 918 919 . ' , 920 ' . 921 . . , , 922 . . . 923 924 . 925 926 . 927 928 . 929 930 , 931 , 932 . . . 933 934 . 935 936 ? 937 938 . 939 940 , ' . . . 941 942 . 943 944 ? 945 946 . 947 948 . 949 950 . 951 952 ? 953 954 . 955 956 , . , ! 957 958 . 959 960 : ' . . . , 961 ! 962 963 . 964 965 ' , 966 . . . 967 968 . 969 970 ? 971 972 . 973 974 ? . . . 975 976 . 977 978 , ! 979 . . 980 ' . ' . 981 , . ' 982 , . 983 . 984 . 985 . , 986 . 987 988 . 989 990 ! 991 992 . 993 994 995 ? 996 997 . 998 999 ' . 1000