GIOVANNI.
Ve lo do, se tornate.
Ella sorride un poco, e fa un gesto di commiato
breve.
MARIA.
Sì, torno. Prometto.
Ella prende di su la tavola il suo cappello, i
suoi guanti, ed esce per la porta sinistra. I tre
uomini la seguono con gli occhi intenti.
MARCO.
Che strano potere patetico ha su chi la conosce! Come comprendo,
Virginio, la tua perpetua sollecitudine! A vedere quella sua bellezza
fatta di sensibilità e d'attenzione, si pensa sempre con timore
che qualcosa o qualcuno potrebbe farle male. Siamo i tuoi rivali in
fraternità gelosa.
GIOVANNI.
Che ha? Perché è tanto giù?
VIRGINIO.
Da Perugia notizie tristi. Il pensiero della madre la tormenta
di nuovo. Soffre di saperla infelice. Vorrebbe aiutarla. La sente
estranea.
GIOVANNI.
Ah, non è sempre il nostro stesso sangue che più s'invelenisce contro
di noi e più ci strugge? La peggiore delle fatalità corporali è quella
che ci lega ai consanguinei.
MARCO.
È vero. Io lavoro tutto il giorno a far rivivere le pietre morte,
il dottor serafico passa ore e ore là nell'Ospizio a curare i mali
incurabili della vecchiezza; e qual è il sentimento che ci spinge
a salire le tue scale ogni sera, dopo la bisogna? Il desiderio di
riscaldare l'anima a un focolare amico che ci consoli di quello,
ostile, che è il nostro, che è laggiù in una casa odiosa ove noi già
così stanchi saremo caricati d'un peso intollerabile. Forse qualche
volta qui siamo importuni. Ma questa è una sosta quasi pia per illudere
il cuore che teme una mano rude e si raccomanda. Qui -- tu lo sai e
ce lo consenti -- qui ci sembra di ritrovare la compiuta sorella; ci
leghiamo ogni giorno più a te per avere il diritto di amarla e per
amarla sempre meglio. Riprendiamo fiato, respiriamo in un'illusione di
santità familiare che altrove non ci è concessa. Più tardi, laggiù,
qualcuno raccoglierà con rabbia una manata di cenere maligna e ce la
scaglierà negli occhi.
VIRGINIO.
Amico mio, la tua bontà stasera è vigilante. C'è nelle tue parole
quasi il senso d'una preghiera rivolta a placare l'Ignoto che forse in
quell'angolo si arma.
Un intervallo di silenzio. Ciascuno dei tre amici
è fisso al suo pensiero. Si approssima il vespro.
La luce diminuisce nella stanza.
MARCO.
Ho incontrato Corrado Brando per la Salara. Usciva di qui?
VIRGINIO.
Sì.
MARCO.
Non m'ha veduto. Aveva lo sguardo in dentro. Camminava a gran passi,
per dare aria alla sua febbre; e pareva che dovesse sfavillare nel
vento. Non ho neppur pensato a fermarlo o a chiamarlo. Soltanto ho
pensato: «Chi lo fermerà?» E poi m'è venuta nella mente quella risposta
che potrebbe anche esser sua: «Dove corri? -- Inseguo il dio del quale
io sono l'ombra».
VIRGINIO.
È malato d'una manìa sacra.
MARCO.
Poco più in su, ho scoperto in mezzo al Tevere il burchiello che
traghettava il dottor serafico dall'Ospizio di San Michele al Rifugio
dell'altra riva. Confesso che queste due apparizioni istantanee della
vita mi hanno fatto dimenticare l'-opus quadratum- del tempio di
Cerere. Quel tuo Caronte trasteverino, caro Giovanni, non imagina qual
valore ideale abbia la moneta di dieci centesimi che tu gli dai ogni
sera in guisa di obolo per «trapassare».
Il dottore era assorto con la fronte poggiata
alla mano. Quando parla, sembra risvegliarsi.
GIOVANNI.
Strano quel vecchio Pàtrica!
MARCO.
Si chiama Pàtrica?
GIOVANNI.
Così lo chiamano in Trastevere, ma forse non ha nome come non ha età.
Dice che è nato alla Lungaretta, ma in certe albe nebbiose io l'ho
visto alla mia chiamata rotolar giù dalla ripa come un pezzo di terra
che frani e formarsi poi nella franatura informe col suo soffio e col
suo borbottìo umano. Era una cosa notturna, una massa di belletta,
un po' di pattume molliccio, un rifiuto del fiume; che s'animava
a un tratto e metteva fuori due ossa articolate per afferrare il
canapo della chiatta fràcida. L'hai tu guardato bene? Non ha vólto:
è come una maschera corrosa dal fiume che per secoli le passa sopra.
Anche gli occhi son lógori: devono aver veduto fondare il pilone del
Ponte Emilio, fabbricare la bocca della Cloaca Massima. Quanta carne
miserabile ha traghettato, con lo stesso gesto, per lo stesso prezzo!
Oggi me verso il rifugio, un mio compagno di pena verso il carcere...
MARCO.
Chi?
GIOVANNI.
Simone Sutri, il chirurgo. Anch'egli era un cliente di Caronte.
MARCO.
Ebbene?
GIOVANNI.
Oggi, poco dopo mezzogiorno, è stato arrestato mentre poneva il piede a
terra.
MARCO.
Perché?
GIOVANNI.
È accusato d'aver ucciso suo zio Paolo, quel Sutri mercante di campagna
usuraio e biscazziere, che l'altra mattina fu trovato morto nella casa
di via Gregoriana...
VIRGINIO, ch'era pensoso e fisso, sussulta
lievemente e alza il capo.
MARCO.
Ah, sì, l'avevo conosciuto anch'io pur troppo, in altri tempi.
GIOVANNI.
Com'era cardiaco, si credeva da prima trattarsi d'una disgrazia; ma poi
alcune tracce di violenza sul corpo e l'accertamento del furto hanno
rivelato l'assassinio, compiuto con mano esperta.
VIRGINIO si alza, pallidissimo; e, come spinto
dall'orgasmo, fa qualche passo verso la finestra,
poi si volge.
VIRGINIO.
Compiuto come?
GIOVANNI.
Con la pressione su le caròtidi fatta da due dita di ferro.
Una breve pausa. Nella voce di VIRGINIO si sente
l'aura della vertigine interiore.
VIRGINIO.
Tu lo conoscevi, Marco.
MARCO.
Sì, un poco.
VIRGINIO.
Anch'io, forse... me ne ricordo... Devo averlo veduto... Un uomo calvo,
con un grosso labbro pendente...
MARCO.
Sì: una bocca ributtante, e indimenticabile.
VIRGINIO si sforza di dominare lo spavento cieco
che sta per travolgerlo.
VIRGINIO.
E Simone Sutri...
GIOVANNI.
Quel rosso, lentigginoso, con i baffi duri tagliati a spazzola, con gli
occhi strambi dietro le lenti, grande, ossuto, che si fermò a parlarmi
-- giovedì scorso -- dinanzi a San Gallicano... Non te ne ricordi?
VIRGINIO.
Sì, me ne ricordo... E tu credi...
GIOVANNI.
Covava un rancore mortale contro lo zio. Questo so. L'usuraio non
soltanto non l'aveva mai voluto aiutare, non soltanto l'aveva costretto
a guadagnarsi la vita tra le peggiori angustie, ma l'aveva -- a suo dire
-- anche frodato con non so che falsificazione di testamento... Dolcezze
del sangue comune.
MARCO.
Oh, lascia alla Temi sedentaria il passeggero di Pàtrica. E
andiamocene. Stasera il rifugio è senza pace. Virginio forse ha bisogno
di star solo.
VIRGINIO è ancóra un po' smarrito ma si riscuote.
VIRGINIO.
No. Perché?
GIOVANNI.
La sirocchia aveva promesso di tornare... Aspettiamola un altro poco,
per salutarla.
VIRGINIO.
Ve la chiamo.
Egli va rapidamente verso la porta sinistra.
GIOVANNI.
Se si sentisse male...
MARCO.
Lasciale il libro e andiamo.
VIRGINIO.
Verrà.
Com'egli esce, i due amici si guardano in viso.
Il dottore si toglie di tasca un piccolo libro
rilegato in pelle fulva. MARCO DÀLIO abbassa la
voce.
MARCO.
Giovanni, che accade?
L'altro solleva le sopracciglia, e non sa
rispondere.
Che libro è?
GIOVANNI.
Lettere di Feo Belcari a una sua figliuola monaca, e il Prato
Spirituale, e l'Annunciazione di Nostra Donna: un libro divoto.
MARCO.
Fammi vedere.
GIOVANNI.
C'è riportato un detto che le piacque. E mi son fatto prestare il
libretto dalla Suora per mostrarle il testo.
MARCO apre il volume, e legge sul frontespizio
l'iscrizione.
MARCO.
«Questo libro è di suora Cecilia da Costasole. Chi l'accatta, lo renda.»
GIOVANNI.
C'è anche una ricetta ordinata a sanar l'anima.
MARCO.
Ahimè, temo che non valga. Giovanni, non senti che qualche cosa finisce
per noi? La nostra malinconia può già dire: Ti ricordi? La stanza
quieta; Sabina che porta la lampada verde; nessun rumore della strada
dietro le tende, soltanto di tratto in tratto il canto degli usignuoli
dall'Aventino, il passaggio d'un rimòrchio sul Tevere; e le onde di
forza che fanno sussultare le spalle della sonatrice; e il silenzio del
mondo quando parla Beethoven...
Riappare alla porta sinistra la giovane donna, in
una veste lunga e piegosa che la fa sembrare più
alta e più flessibile. Sorride come se i muscoli
del sorriso le dolessero; e i cigli hanno un
battito frequente su quel tremolìo di dolore.
MARIA.
Eccomi. Non ho fatto presto? Volete andarvene già?
GIOVANNI.
Sì. È tardi. Ma volevamo salutarvi, prima.
Ella parla con una voce calda della più
affettuosa dolcezza. I due amici la guardano con
un'adorazione timida e perplessa.
MARIA.
Che diceva Dàlio di Beethoven?
MARCO.
Ricordavo le serate beate della primavera scorsa.
MARIA.
Vi darò, vi darò musica ancóra, ma non quella d'allora. E il libro?
GIOVANNI.
Eccolo.
MARIA lo prende con un gesto quasi fanciullesco,
lo guarda e lo serra tra le due mani come
serrerebbe un piccolo corpo alato e palpitante.
MARIA.
Che cosa viva! Consunta e viva. Suor Cecilia lo porta sempre addosso?
GIOVANNI.
La pagina è segnata.
Egli le indica la pagina mentre ella china il
volto sul libro aperto.
MARIA.
Qui?
Legge senza più sorridere, spedita al principio,
grave alla fine,
«.... conciossiaché per molti anni innanzi alla morte continuamente
piangesse, dimandato perché così piangesse, rispose: Io piango perché
l'Amore non è amato.»
MARCO.
Profonda parola, in cielo come in terra.
VIRGINIO, durante la lettura, è rientrato nella
stanza; s'è soffermato per ascoltare. Si avvicina
e si mescola ai saluti.
MARIA.
Me lo lasciate per una sera?
GIOVANNI.
Sì. Lo riprenderò domani.
MARIA.
Grazie.
GIOVANNI.
A rivederci. Riposatevi, stasera. Dormite molto.
MARIA.
Mi riposerò. Addio.
Ella stringe la mano all'uno e all'altro amico.
Addio, Dàlio.
Questi sembra voler dissipare l'ombra che pesa su
quel commiato.
MARCO.
Se domattina passerete per Santa Maria in Cosmedin, non dimenticate di
gettare il buongiorno sotto il portico a Frate Marco.
VIRGINIO avverte dalla soglia la governante.
VIRGINIO.
Sabina!
GIOVANNI.
Ci rivedremo, Virginio, domani. Se hai bisogno di me, sai dove sono.
I due amici escono per la porta del fondo.
Il fratello e la sorella restano soli. Le contratture della
dissimulazione si distendono: subitamente i loro vólti sembrano
essere la nudità stessa delle loro anime affannate.
VIRGINIO.
Perché hai detto addio a quei due poveri amici... con quella voce, come
se fosse per l'ultima volta?
MARIA.
Perché la buona compagna leale che hanno cara, la Maria che li
consola, la creatura intatta che impararono da te a chiamare sorridendo
«sirocchia», ha teso a entrambi la sua mano per l'ultima volta, e per
l'ultima volta, orribilmente triste, ha potuto inclinarsi alla loro
illusione fraterna.
Sentendo crescere il peso dell'oscurità e
dell'ambascia, VIRGINIO tenta di ritrovare la sua
fermezza.
VIRGINIO.
Maria, Maria, non so più quel che accade, non comprendo più quello
che dici. S'è fatta all'improvviso la notte; e mi sembra di esser
ridiventato fanciullo, perché ho paura dei mostri imaginarii che
abitano il buio, dei fantasmi che sono inafferrabili, e ci afferrano
d'un tratto e ci puntano sul petto due ginocchia pesanti... Abbi
pazienza un poco. Lascia che io mi ritrovi, che io mi accerti
d'essere ancóra in piedi, qui, sul pavimento della mia stanza, fra
le mie quattro mura... Eccomi dunque, sono qui. Cerchiamo di vedere,
d'intendere. Tu hai dato un addio, hai parlato di un'ultima volta.
Così parla chi sta per scomparire, chi sta per morire. Che hai voluto
significare? Spiegami.
MARIA.
Sì, qualche cosa di me sta per morire, anzi è morta.
VIRGINIO.
Che cosa?
MARIA.
Qualche cosa che tu avevi inalzata sopra la tua vita e che i tuoi
compagni amavano in me a traverso il tuo cuore...
VIRGINIO.
Parla!
MARIA.
La mia purità.
Ella ha parlato sommessamente, ha abbassato gli
occhi. Il fratello la guarda inconsapevole.
VIRGINIO.
Povera Maria, ancóra ti tormenti! Ma nessuno ti accusa, nessuno ti
fa colpa d'aver ceduto alla piena della tua giovinezza, come nessuno
accusa la primavera che si spande, l'albero che mette fiori. Certo,
un'ombra di malinconia è anche in quei devoti che presentono e
indovinano. E tu non puoi non comprendere e non perdonare. Eri come
l'aria della mattina; ciascuno beveva un sorso di freschezza. Ora
sei di uno solo; e agli esclusi sembra quasi ingiusta la perdita del
conforto consueto. Questo è umano, sorella.
Ella non regge allo strazio della voce
affettuosa.
Ah, ma perché mi guardi con quegli occhi d'agonia?
MARIA.
Tu non hai compreso. Tanto tanto lontano sei dal sospetto, tanto
lontano dalla verità! E io so che uccido me stessa nel tuo cuore, ma
la tenacità della tua fede mi prolunga lo spasimo. Un colpo non basta,
bisogna che lo rinnovi. Ah, che orrendo coraggio è questo ch'io debbo
avere, fratello!
VIRGINIO.
Tu vuoi dire...
MARIA.
Sono di uno solo... ma tutta... data a lui tutta.
Parla soffocatamente, col cuore alla gola; e
nulla è più atroce della pausa ch'ella fa prima
di soggiungere le ultime parole a togliere ogni
dubbio. Il fratello, colpito nel mezzo del cuore,
vacilla.
VIRGINIO.
Tu, tu, Maria!
Sembra che la faccia dell'Universo sia mutata per
lui a un tratto. Egli parla a sé medesimo, come
dal fondo del più lontano deserto.
Non c'è più nulla, allora. Tutto finisce, tutto crolla. Non si salva
nessuno dalla ferocia e dall'ignominia.
Lo risolleva dall'annientamento un súbito fiotto
d'amarezza.
Ho dato il meglio di me, sempre, senza risparmio, credendo, sperando;
ed ecco, mi ritrovo in mano una moneta falsa! Il mio amico più caro mi
paga così; la creatura dell'anima mia mi compensa così. E allora?
Egli non attende la risposta se non dal suo
proprio coraggio; cerca in sé stesso il suo
proprio sostegno. Ma la confessata verità sembra
afforzare la sorella in un dolore saldo e fiero.
Ella prende già l'attitudine di chi ha qualcosa
da difendere, sopra tutto e contro tutto.
MARIA.
Lo sapevo, lo so: ti perdo, mi perdi. Tutto si sconvolge, a un
tratto. Tu mi ritogli in un attimo quel che m'avevi dato in dieci anni
generosi. Mi disconosci...
VIRGINIO.
Oh no.
MARIA.
M'hai già trasmutata dentro di te; ho già un altro viso, un altro
soffio: sono una piccola cosa vile.
VIRGINIO.
Oh no. Vedi: non so indignarmi. E se vacillo sotto la massa di
tristezza che m'è piombata addosso, e se qualche parola vana esce dal
mio smarrimento, perdonami. Tu sei forse più infelice di me.
MARIA.
È vero. Ma non mi discolpo; né voglio attenuare quel che ho fatto. Anzi
bisogna tu sappia che non vi fu ombra d'insidia né di bassa lotta...
Egli è immune dinanzi a te. Non vi fu se non l'amore grande, e la
libertà del dono.
VIRGINIO repugna contro un pensiero che lo
afferra; esita; ha onta; con le labbra sbiancate
osa alfine dimandare.
VIRGINIO.
Quando?
Di súbito si pente, vedendo la triste vampa
salire alla fronte immacolata.
Ah, perdonami! Anche se trema, anche se è spenta, ora la mia voce può
esser rude alla tua povera anima. Non posso dimandare senza ferire. Non
puoi rispondere senza nascondere il viso. Una sola dovrebbe ora starti
vicina, prenderti nelle sue braccia, parlarti dentro i capelli, sapere
tutto il tuo male; ed è troppo lontana: tua madre. La chiamerai.
MARIA.
Sì, la chiamerò.
Egli esita tuttavia; ma un disperato bisogno
di certezza lo incalza. Per fondare in sé il
sentimento suo nuovo, egli deve sgombrar l'anima
da ogni frammento dell'illusione abbattuta.
VIRGINIO.
Perdonami, Maria, se il cuore vuol avere uno spiraglio di luce
nell'oscurità! Non ti chiedo nulla che ti offenda. Dimmi solamente:
quel giorno di febbraio, quel bel giorno di sole, quando salimmo al
Celio e vedemmo il primo mandorlo in fiore e ci fermammo a San Saba,
entrammo nel giardino, ci sedemmo sotto gli aranci, e non dicemmo nulla
perché ci bastava d'essere là per sentirci felici, e mi parve che anche
tu fossi sbocciata allora allora dal più vivo ramo della mia vita e che
io ti portassi leggermente; quel giorno, dimmi... era avvenuto?
MARIA.
Sì.
Certo egli sperava ancóra, se la risposta sincera
e ferma lo colpisce tanto a dentro.
VIRGINIO.
È possibile? Eppure, quando ti guardavo nelle pupille, andavo con la
vista sino in fondo a te. Quante limpidità avevo misurate! La tua era
la più cristallina sempre. E quella piccola costellazione di ferro,
nell'iride, mi dava non so che sicurtà, come se fosse un segno virile
su la tua grazia pieghevole. Ti chiamavo dentro di me con una specie
di ebrezza: «Compagno, mio buon compagno!» Sentivo quel che c'era
di leale, di diritto, di fedele in te, quel che c'era di maschio nel
disegno della tua bocca chiusa, nel ritroso dei tuoi capelli piantati
intorno alla tua fronte bianca.
Il dolore di lei sembra a poco a poco indurirsi,
farsi quasi compatto e rigido.
MARIA.
Ho ancóra una forza terribile se resisto a vederti soffrire. Guarda, ho
gli occhi asciutti.
VIRGINIO.
Non soffro perché tu mi abbia mentito, ma perché non posso più crederti.
MARIA.
M'hai già condannata!
VIRGINIO.
No, no, non condannata. Perdonami se non son riuscito a soffocare
interamente le grida che sorgono dalla mia miseria. Tu mi dài
l'esempio. Hai gli occhi asciutti. Non temere: io non ti manco. Resto
il tuo compagno, il tuo buon compagno. Non voglio neppur cercare di
comprendere; mi basta di saperti in pericolo, per raccattare il mio
coraggio e la mia tenerezza, per rinnovare il mio amore verso di te che
mi sei nuova e diversa. Hai bisogno d'aiuto. Conta su me, ora e sempre.
Voglio difenderti.
MARIA.
Contro chi, se non temo?
VIRGINIO.
Hai bisogno d'esser difesa, povera creatura sola; perché io credo che
tu sia cieca e sola...
MARIA.
Non sola, non cieca. Amo.
VIRGINIO.
E che farà egli di te? Dianzi, qui, non era bruciato se non da una
febbre, non era agitato se non da una frenesia: non pensava se non a
partire, ad andar lontano, ad abbandonar tutto e tutti per la sua mèta
certa.
MARIA.
No, non gli credere. Non è vero. Tu non lo conosci. Era in una di
quelle sue ore torbide, quando il fermento della sua forza lo rende
quasi folle...
VIRGINIO.
Ah, povera, povera! T'illudi. Nessuna follìa è più lucida della sua.
«Nulla è vero; tutto è permesso.» Passerà sopra te, sopra me, sopra
tutti. Siamo un ingombro che non vale una balla di carne secca caricata
sopra un cammello.
MARIA.
Tu l'offendi, tu lo sfiguri, lo abbassi; ed era il tuo amico più caro...
Ella si solleva, intrepida. Un'energia quasi
aspra pulsa nel suo accento.
VIRGINIO.
Se tu sapessi quel che ho veduto a un tratto apparire, dianzi, nel suo
vólto convulso!
MARIA.
Che hai veduto? Tu tremi di rancore; tu non puoi più essere giusto per
lui; già nelle parole tu ti vendichi, tu cerchi di colpirlo... Dimmi
che io me ne vada, scacciami di qui; ma non mi costringere a udire quel
che non voglio udire... Tu t'inganni; il rancore ti fa velo. Anche la
sua mano è sicura, è una mano di buon compagno: io l'ho sentita. E sono
certa che, finché sarà necessario, egli resterà col mio amore...
VIRGINIO.
Oh, povera!
MARIA.
Sì, sì, Virginio; quando saprà...
Ella s'arresta; e il suo pallore s'illividisce
sotto un gran brivido repentino che sale dalle
viscere profonde.
VIRGINIO.
Quando saprà?
MARIA.
... che già porto un'altra vita.
FINE DEL PRIMO EPISODIO.
INTERMEZZO.
Ove debbo ancóra salire?
-Laus Vitæ-, XIX.
MOTIVI PER UN INTERMEZZO SINFONICO.
-O Bellezza, chi si leva nel vento della tua grande ala come la fiamma
pugnace che balza sotto il flagello della tempesta, e dietro te come
l'allodola canta sul mondo?-
-Qual novo figlio dell'antica Terra, ancóra annodato nella doglia del
grembo, trasale al messaggio della stella mattutina? E la sua vista nel
suo capo suggellato è come il gèrmine bianco che traversa a poco a poco
la gleba penosa per gioire nei chiarori del mondo.-
-Qual nova custode fu veduta sedere innanzi allo stipite della Nera
Porta? E aveva il destro ginocchio sul manco e le dita delle mani
insieme come pèttini congiunti tra loro, con una profonda sorgente
di sangue in mezzo al suo petto; e assisa pareva dormisse, ma era in
ascolto, ma udiva il silenzio dei fiumi ch'escon fuori del Buio con
antichi tremori del mondo.-
-Porta della Resurrezione, e chi mai giace su la tua soglia non
consunta da piede frequente, chi mai sta dinanzi alle valve indicibili
steso nella sua chioma apollinea e nella sua disperanza? Quegli che ha
perduto Euridice.-
-La grande sua lira lunata gli tace da presso né egli la tocca; ma
veglia e non spera, ma sogna e non dorme. Né, se oda il suon lieve e
tremendo del passo che si rincarna, ei più si volge; ché dallo sguardo
perduta fu la sua donna, dallo sguardo perduta Euridice.-
-Chi viene alla soglia? Chi mai dischiude le valve indicibili della
Candida Porta? Non fece stridore volgendosi il càrdine; ma l'albore
fluì su la chioma profusa, brillò nelle corde ancor tese. E il passo
dell'Ombra, che non inclinò l'avernale asfodelo né l'anemone stigio,
più s'umana come più s'avvicina. Ecco suona, ecco pesa come il piede
vivente su cui grava grande tesoro. Chi riprende il cammino terrestre?
Non Euridice.-
-Uno strale d'amore trapassa l'infinito dell'Ade; e tutti i pallidi
prati e le tarde fiumane e gli stagni obliosi ne tremano; e il solco di
luce perdura. Forse è la fùnebre Alcesti?-
-È forse la figlia di Pelia che torna agli atrii regali, al talamo
eburno, ai floridi figli? È colei che sospinse alla Notte l'anima
sua bella d'un amore più bello che ogni altro amore mortale, e dietro
l'esule impavida gittò il fiore di sua giovinezza tremante? È Alcesti,
è Alcesti.-
-Reca ella il fuoco bianco nel cavo della sua mano fedele, e cammina
col volto velato. Alcuno iddio non la conduce, alcuno eroe liberatore
non l'accompagna nel santo ritorno; ma ella fa lume al suo passo col
fuoco nella mano protesa. Ed ecco varca la soglia, urta col piè la lira
abbattuta. «O Amore, sàlvaci!» Il grido melodioso trapassa l'infinito
dell'Ade, tocca il cuore dell'Alba nascente. Ma non è la voce
d'Alcesti.-
IL SECONDO EPISODIO.
Appare una stanza tutta parata di tela grezza da tende, nella
casa di CORRADO BRANDO posta tra il muro di Servio e il Foro
Traiano. Su le pareti sono sospesi in trofei -- dattorno a cranii
di elefanti e di antilopi -- gli utensili e le armi delle tribù nere
sparse lungo le fiumane misteriose, dalla valle del Uèbi al Gouràr
Ganàna: i grandi coltelli dei Sidàma adunchi, le lance dei Bòran
con la cuspide a foglia di lauro, le targhe dei Gurra in cuoio
di giraffa inciso, gli archi dei Gubahin a triplice curvatura, le
faretre piene di giavellotti a testa mobile, i lacci di banano per
catturare le fiere, le trombe foggiate con le corna dell'orige, i
campani di conchiglia pei capretti, di legno pei cammelli; e gli
appoggiatoi che su la mezza lunetta sostennero le nuche oleose dei
guerrieri giacenti; e le ghirbe di palma che contennero l'acqua
terrigna dei pozzi di Errer; e le sferze, tagliate nella pelle
dell'ippopotamo, che fecero sanguinare le schiene dei mercenarii
malfidi.
Un uscio chiuso è nella parete di faccia; una finestra a
manca. Sopra un divano basso è distesa una pelle di leone, e vi
s'accumulano a guisa di cuscini i sacchi di Bululta, tessuti di
fibre vegetali a disegni neri e gialli. Sopra una tavola coperta
d'una stuoia di Lugh sono disposte le carabine da caccia grossa
nelle loro custodie, le rivoltelle di gran calibro nelle loro
fonde, le tasche e le cintole da cartucce -- bocche di fuoco
infallibili e munizioni eccellenti -- tutta la batteria già
sperimentata nel cammino da Bèrbera a Bardèra, ora riforbita
e pronta. In mezzo alla stanza, posata sul tappeto presso un
piccolo mucchio di libri, è una robusta cassa cerchiata di ferro,
con maniglie di corda; che serba i segni dei carichi e degli
scarichi: quante volte agganciata dal paranco, calcata nella
stiva, ballottata dal rullìo, tratta su per la boccaporta brutale,
gittata a sfascio su la banchina abbagliante, legata con le strambe
sopra la bestia da soma, portata attraverso l'ardore delle terre
incognite, deposta e ripresa d'accampamento in accampamento,
rimessa nella via del ritorno con l'impronta dell'avventura
lontana, con l'odore indefinibile del Sud.
MARIA VESTA è in piedi, col cappello in testa, col velo ancora
abbassato sul volto, venuta di fuori, entrata là da pochi attimi.
Tenendo nella mano una lettera dissigillata, ella parla a CORRADO
BRANDO che sta dinanzi a lei, presso la tavola delle armi. Parla da
prima irresoluta, timida, con dolcezza sommessa, dominando appena
l'orribile tremore della sua passione. Egli non l'affisa.
MARIA.
Non ho compreso... Amico mio, amico mio caro, perdonatemi! Non son
venuta per piangere e per lamentarmi, no... Ma, veramente, non ho
saputo, non ho potuto comprendere nessuna delle parole scritte qui...
Scritte da voi? dalla vostra mano? Prima degli occhi, non l'ha creduto
il mio cuore, e gli occhi neppure l'hanno voluto credere... Perché
l'avreste voi fatto potendo parlarmi? O amico mio dolce, forse perché
qualche volta non v'ho dato ascolto e non mi son lasciata subito
persuadere? Quando? Ditemelo voi, ché io non ho memoria di questa
colpa. Se parlate, tutto crederò, tutto eseguirò, come sempre. Però le
parole qui scritte non so che vogliano dire... Bisogna che ogni cosa
io sappia dalla voce cara... Questa lettera la poso qui. È come se il
suggello fosse ancora intatto...
Ella s'interrompe, a quando a quando, come per
attendere ch'egli dica una parola, ch'egli faccia
un gesto di ammenda.
Ma tu non hai gridato che non è tua, e allora...
Ella reprime lo scoppio del cruccio; e la sua
voce lacerante si raumilia.
Allora, prima di posarla su quest'altre tue armi, io la bacio. Così.
Bacia la lettera e la posa sul calcio d'una
carabina.
Sono pronta. Parla. Bisogna vivere? bisogna morire? Eccomi.
Ella alza il suo velo, come si solleva una benda
di su una piaga irritata. Quando egli la guarda,
qualcosa di lei si scompone e fluttua entro la
fermezza dei lineamenti.
CORRADO.
Bisogna esser forti, Maria. Ho scritto perché ho temuto di non aver la
forza di dire...
MARIA.
Vuoi ch'io sia forte? Sarò più forte del mondo e del destino, se tu
esprimi questo voto pel mio amore. Ma non temere per te. Che tremenda
forza è la tua se hai potuto fare quel che hai fatto!
CORRADO.
Obbedisco alla mia necessità, a quella che non ti fu mai nascosta.
MARIA.
Sì, è vero. E non t'ho amato e non ti amo anche per quella? Sono io
che ti appartengo: tu non mi appartieni. È questo il patto. Lo so. Lo
accetto. Ma è male che tu mi disconosca.
CORRADO.
Ti disconosco?
MARIA.
Al tempo più felice il mio cuore quanta pena ebbe nel sentirsi divenire
più grande: l'ansietà di crescere secondo il tuo desiderio! Ogni giorno
dicevo: «V'è una maniera migliore di appartenergli? La troverò». Quando
la tua febbre di terra lontana più faceva paura alla mia tenerezza,
dicevo: «V'è una maniera d'amare per cui la separazione non sia lo
strazio e la morte? La troverò». Ho scosso ogni giorno la mia vita
dalle radici alla cima per darti ogni giorno qualche cosa di più,
qualche cosa di meglio. E tu mi dai questo commiato umiliante!
CORRADO.
Maria, Maria, a tutto resisto ma non alla tua voce, non al tuo pianto.
MARIA.
Non piango.
CORRADO.
Non resisto al tuo dolore, a quel che ti trema nel viso, alla tua bocca
che non posso guardare senza che la mia volontà si disfaccia. Bisogna
ch'io vada. Questa volta non è soltanto la mia furia che m'incalza ma
una necessità ancóra più inesorabile, perché ho bruciato dietro di me
tutti i ponti, e l'ora di quella mia vita che tu conosci s'è arrestata,
e il tempo che passa non è se non un rombo spaventoso sul mio capo, e
l'ora del rivivere non so se scoccherà. Ma se tu ti aggrappi a me, se
tu mi leghi le braccia...
MARIA.
No, no, non mi aggrappo, non mi getto attraverso il tuo passo, non ti
chiudo la via... Guardami. Tremo, non di pianto soffocato ma dell'onta
che tu mi fai. Ah, che cosa mortale è questa: che nessuna forza
d'amore valga a riscattarci dal sospetto e dal dispregio dell'uomo,
e che sempre quel che fu ebrezza o martirio debba alla fine apparire
ingombro e perdizione! Ho veduto nei tuoi occhi il lampo della difesa
disperata...
CORRADO.
No. T'inganni.
MARIA.
M'hai detto in che modo si scagli all'assalto la leonessa quando il
primo colpo è fallito. Tu avevi dietro di te il tuo servo Rudu che
ti stendeva la carabina carica pel secondo colpo, e la freddavi. Così
anche sai come l'amante minacciata si conduca per prendere e tenere.
La lotta dei cuori è cruda come la caccia grossa. Tu mi avevi colpito
con quella lettera che è là su l'arma; ed ecco io mi ritrovo in piedi
davanti a te! Ah, Corrado, quando hai alzato lo sguardo ho veduto
qualche cosa di cauto, di risoluto e d'inflessibile nel tuo occhio come
dietro il taglio della mira. Hai pensato: «Bisogna colpire un'altra
volta, e senza fallo, per passar oltre».
CORRADO.
Taci, taci! Sei folle.
MARIA.
Folle, ma diversa. Ferita, ma non per assalire. Ti parlo d'amore perché
il meglio non ti fu detto. Prima d'oggi non ho potuto mettere tutto
il mio amore nella mia voce, tutta la mia vita sotto le tue calcagna.
Oggi sono più che l'amante, sono quale mi vuoi. La prima volta che ti
vidi, non fui veduta da te. Eri assorto, e io scopersi nel tuo viso una
solitudine e una lontananza indimenticabili. Solo e lontano ti amai fin
da quel primo momento. Tu avevi assuefatto te stesso e i tuoi uomini
alla fame e alla sete: così il mio cuore alla minaccia. Non una sera ho
mancato di provare la mia felicità contro la certezza del dolore che tu
non mancavi di promettermi prossimo. Alla fine delle mie giornate più
dolci ho detto a me stessa: «Prepàrati». Tu mi baci più forte quando
mi dici addio che quando mi accogli. Ogni volta ho pensato: «Come mi
bacerà forte quando egli dovrà partire o quando io dovrò morire!» Ah,
che coraggioso amore è quello che non ha da sperare se non un tal bacio
e non se ne dimentica! Avrei potuto essere più pronta? Ero alfine degna
che tu mi dicessi guardandomi nelle pupille: «L'ora è venuta». Avrei
fatto del mio dolore la mia gloria accompagnandoti fino sul molo col
passo fermo, col viso asciutto. E tu -- perdonami, perdonami, ma lascia
gridare l'anima mia per una sola volta! -- tu, quasi a tradimento, mi
metti nell'ala il tuo piombo. Non vedi in me se non la massa pesante
che ha due braccia per aggrapparsi...
Egli muove un passo verso di lei come per
impedirle di proseguire, convulso.
CORRADO.
Maria! Maria!
MARIA.
Mi congedi con una lettera frettolosa e oscura; sembra che tu fugga...
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