spettacoli con la sua cima fremente: vedeva l'Alpe e vedeva il Mare. E io sentii con affanno, guardando il lucido moto delle frondi bicolori, sentii che lo spettacolo a me nascosto dal folto della selva era il più bello. «Che mai sarà la luce su la marina, se -il suo riflesso- è tanto bello su la montagna?» Allora, meditando per i sentieri silvani, scopersi il viso virgineo di una semplice verità; il quale mi diede tanta gioia che mi compensò di quell'affanno. E consacrai l'apparizione alla cima del pioppo candido, e il pioppo al mio dèmone. E Oggi, o amico, mentre ti offro questa mia opera e raduno le pagine ancor calde di un'altra e mi preparo alla dipartita autunnale, io rinnovo al dèmone il voto di ieri: «Concedimi che in questo luogo dove tutto è alto e puro e degno di ripercuotere il grido fùnebre di Niobe già qui dalla mia anima udito, concedimi che in questa solitudine io termini di scolpire la mia propria statua secondo le leggi che m'assegnasti tu solo». LA VERSILIANA, -30 novembre 1906.- PIÙ CHE L'AMORE. LE PERSONE DELLA TRAGEDIA. MARIA E VIRGINIO VESTA. CORRADO BRANDO. MARCO DÀLIO. GIOVANNI CONTI. RUDU. Il luogo dell'azione è la terza Roma. Il tempo dell'azione è al principio della primavera, tra due vespri. PRELUDIO. Un Ulisside egli era. Perpetuo desìo della terra incognita l'avido cuore gli affaticava, desìo d'errare in sempre più grande spazio, di compiere nuova esperienza di genti e di perigli e di odori terrestri. Come le schiave di Bitinia o di Frigia recavano in letto corintio l'indelebile aroma natale, così le sue patrie remote nell'anima sua voluttuosamente odoravano. -Laus Vitæ-, XV. MOTIVI PER UN PRELUDIO SINFONICO. -Vespero, luce sui culmini sola, membra d'oro titaniche sparse nella montuosa nube, o morte e bellezza diffuse per tutto lo spazio!- -Ecco la mia agonia, ecco la mia agonia.- -Fatto è il vespero su la nudità dei fiori primi, su la primavera impube ancor nuda di foglie, che tocca a quando a quando le rinate creature con le mille e mille dita leggère della sùbita pioggia. E ancóra la pioggia intermessa arieggia nell'aria la sorella sua bianca.- -Ecco la mia agonia.- -Colui ch'è dato al sepolcro, o profonde radici, vuole interrogarvi. Ditegli il segreto di sotterra, che vi nutre; ditegli la parola senza voce, onde traete la duplice forza del discendere e del salire, l'amore della terra e del cielo. Una cosa è, ch'ei non vede. Una cosa non vede colui che osò mirar con occhi novelli un tempo novello.- -Madre, perché mi fendesti pel mezzo la pàlpebra molle e v'includesti la cecità dello sguardo carnale che si corrompe? Sol perché ne sgorghi l'onda di quell'oceano amaro che da tutti i petti si leva fino in sommo delle gote e trabocca. Ma non piangerò.- -Sento il prodigio. Agita anche il moriente quel delirio ch'entrò in ogni ramo per esprimere fiore e semenza?- -Impeto del Canto, fremito dell'infinita Lira!- -Forse una grande Musa cammina in quest'ora per un cammino terrestre, non veduta, che gli uomini ignari chinano gli occhi su le scodelle fumanti. Forse va sola e scalza su l'antico basalto, nella solitudine ostiense; forse dalla selva laurèntia va verso la via delle Tombe, o forse lungh'esse le muraglie del porto sepolte e sommerse. Passa tra gli stipiti eretti della Porta Marina; ode appressarsi alla foce la nave carica della fortuna di Roma. E i lauri intorno al capo chiomoso brillano irti come ferri di lance che il sangue del vespero arrossa.- -Volontà occhichiara, figlia di Pallade e del Satiro, gioia dello stupro divino, concepita in un altissimo grido, primogenita d'un altra generazione di Muse, ti sovvenga del regno lontano!- -Il ciel della sera aveva sopra noi il colore del tèndine; che pallido è come la perla ineffabile, palesato nella ferita. E non di fronda fu irto il coraggio nel rischio ma d'una selva di braccia. Il corpo d'un solo parve numeroso come il numero ostile: fu d'improvviso una folla possente, una moltitudine di titàni al comando di un re senza clava. E udivam dietro noi garrire la bandiera invisibile nel vento del mare, il bàttito della vela d'Ulisse sfuggita alla scotta. E tutta la sabbia era come la pelle distesa d'un immenso leone. Ed eravi un re, un re nel Deserto: il cuore carnale, non maggiore della man chiusa; ma l'intera grandezza del cielo pareva discendere nei pulmoni che l'avvolgevano aerei, conversa in sovrumano respiro.- -O grandezza! La più grande è la più sconosciuta.- -Ora verso qual plaga del cielo io leverò la mia bocca?- -Ecco che l'aquila viene con grave remeggio recando nell'unghie una salma pesante come il mio destino ferrato. È l'aquila? o la mia speranza rapace che rise troppo presso alla folgore?- -Nuove Erinni, figlie dell'Aurora e dell'Uomo, investigate il cuor mio, con lo scandaglio oceanico; e se da voi si discopra nel fondo altra cosa che un desiderio immortale, voi gettatelo come un frutto corrotto nel vicolo ingombro d'immondizia plebea. Ma se quel desiderio e il mio cuore sono un medesimo peso, lasciatelo nell'artiglio sublime, col segreto che non può più esser detto.- -Laggiù, laggiù, l'Arco della Notte inalza il suo trionfo alle stelle. Ahi nero vino dell'agonìa che bere bisogna fino all'ultima goccia nella tazza dell'onta! Non mai tanto bella mi parve la sorte del naufrago che beve il lungo sorso del mare come un nutrimento eterno e ode nell'orecchio rempiuto l'ululo della sirena che lo chiama alla trasfigurazione notturna.- -Tutto è cenere, tutto è silenzio. Libera alfine m'è d'ogni strepito l'anima, lungi alla turba ventosa che non raccoglie se non il suo proprio murmure nei fóri trafitti per l'osso del capo curvato.- -Tutto è silenzio. Più non canta lungo il fiume di gloria la viatrice dalla chioma irta di fronda: si ferma su la sacra foce e aspetta, poggiata a una spada larga come la pala d'un remo.- -O Vittoria annitrente, vergine poledra pasciuta d'asfodeli, che vidi balzar dalla rupe di Ardea, dalla rocca del magnanimo Turno (splendeva nel balzo tra i quattro zoccoli il ventre candido come quel dell'airone) or perché mi torni nel sogno e m'incalzi?- -Non te amo, non te; ma nel candore di un altro deserto la belva indicibile dalle grida feminee, la leonessa alata d'ali aquiline, armata d'acute mammelle che non nutrono uomo né dio.- -Io la riveda! Io la riveda anche una volta, ne beva il soffio che odora del pasto cruento, m'erga nell'orrore del suo sguardo più antico della Necessità e del Tempo, fiso al segno regale nella mia fronte non cancellato; e attenda il primo raggio del Sole, quel che tutta faceva risonar la mia vigile vita come dardo scagliato contro simulacro di bronzo; e percosso da quello io precipiti sotto l'una branca protesa, e quivi rotto biancheggi nell'aridità sempiterna ossame d'eroe senza nome.- IL PRIMO EPISODIO. Appare una stanza spaziosa e imbiancata, nella casa di VIRGINIO VESTA, ingegnere d'acque; che sta lungo il Tevere, alla Marmorata, tra l'Aventino e il Testaccio. Una finestra è a man ritta, una porta a manca, un'altra in fondo. Alle pareti pendono tabelle di formule, tavole grafiche, grandi carte ove sono figurati i corsi dei fiumi dei torrenti dei canali, gli apparecchi delle fontane, gli spaccati delle cisterne delle condotte dei serbatoi delle chiuse delle dighe dei ponti, le opere di presa e di difesa, i congegni delle nuove macchine per inalzare condurre governare le acque. Scaffali bassi ricorrono intorno, carichi di volumi. Una tavola robusta è presso la finestra; e sopra vi sono i larghi fogli per disegnare, le righe le squadre le seste le matite gli inchiostri, tutti insomma gli strumenti dell'arte; e v'è anche di metallo il modello d'un ariete idraulico, di legno il modello d'un ponte a tre archi, in un vaso di vetro un mazzo di violette. Non questi fiori soltanto interrompono la semplicità rigorosa ma anche alcune imagini sublimi: il busto di Dante, il ritratto a sanguigna della vecchiezza di Leonardo, la testa dello Schiavo di Michelangelo, la maschera di Ludwig van Beethoven formata da Franz Klein nel 1812, il calco della statua mutilata che fu tratta dal frontone occidentale del Partenone, creduta da taluno il simulacro fluviatile dell'Ilisso attico. È un pomeriggio di marzo, mutevole, in cui s'avvicendano gli scrosci di pioggia e gli sprazzi di sole. Per la finestra si scorgono i lecci i pini i cipressi dell'Aventino, Santa Maria del Priorato, la villa dei Cavalieri di Malta, i mandorli sul clivo erboso, le vecchie muraglie coperte di edera. VIRGINIO VESTA è in piedi, contro la tavola del suo lavoro, nell'atto di tirare una linea retta sul foglio. CORRADO BRANDO si muove per la stanza inquietamente; nel parlare si sofferma o tendendosi verso l'amico si appoggia allo spigolo della tavola o si pianta dinanzi alla maschera titanica o si lascia cadere su una scranna e poi di sùbito balza e riprende a far le volte del leone. Qualcosa di violento e di subitaneo è in tutte le sue movenze, e un'aspra passione gli dirompe la voce. CORRADO BRANDO. La linea retta, quella che tu segni là con la tua riga d'acciaio: una mèta certa; e sia pure una ruina certa, la caduta irreparabile, lo stroncamento dei due gomiti e delle due ginocchia; ma un sì o un no. Intendi? Questo volevo dalla vita. VIRGINIO lascia il tiralinee e la riga, alzando il capo. VIRGINIO VESTA. E la vita non ti ha già risposto? CORRADO. Come? VIRGINIO. Sei ancora di qua dai trent'anni, e hai già potuto compiere una grande azione. Il rancore indurisce lo sguardo dell'inquieto e gli contrae la bocca. CORRADO. Senza gloria, a beneficio altrui. VIRGINIO. Che importa? Sei tu di quelli che hanno bisogno della fanfara per muovere all'assalto e della mercede per combattere? CORRADO, impetuosamente. Sono di quelli che portano dentro di sé la bestia selvaggia e, lontani dal deserto, nella ressa degli uomini, non hanno altra scelta se non tra la cupidigia e la mortificazione, tra il crimine e l'ignavia. Egli si sofferma davanti alla maschera che l'attira. VIRGINIO. Guardala bene, la maschera del sordo Beethoven. T'insegna il coraggio e la solitudine, la pazienza e la lotta silenziosa. Più la vita è constretta, più è alta; più s'inalza e più diventa dura. CORRADO. Che m'insegna costui? M'insegna il furore e il turbine. Quando tua sorella suona qualcuna di quelle musiche, la tempesta solleva tutte le forze dell'anima e le aggira e poi le sbatte e schiaccia contro un muro di granito; oppure, lo sai, un artiglio ostinato ti scava nel vivo del cuore per ritrovarti e lacerarti le radici del sogno più nascoste. Tu stesso allora diventi pallido. VIRGINIO. Perché sento sorgere dentro di me la mia vera vita che non è quella mediocre di tutti i giorni, in cui mi curvo e mi logoro. CORRADO. Che chiami tu la tua vera vita? VIRGINIO. Una potenza velata dalla sua stessa bellezza. CORRADO. Una potenza senz'atti, senza regno? VIRGINIO. Che trasfigura gli atti, che non ha limiti al suo regno; che di me, umile ingegnere idraulico irto di moduli logaritmici di formule trigonometriche e di equazioni generali, fa il regolatore dell'Elemento inesauribile che circola in tutte le creature viventi dalla pianta all'uomo, il signore dell'acqua mediatrice e macchinatrice, comune a tutto ciò che vive, mista alla nostra carne e alla fibra dell'albero, eguale nel nostro cuore e nell'acino d'uva, nella nuvola e nella lacrima. E m'avviene di ripetere in me il cominciamento del Trattato di Leonardo, come una preghiera della mia infanzia, perché l'acqua è il sangue e la linfa del mondo. E, per più conoscerla, più l'amo, obbedendo alla sentenza di quel primo maestro; e quanto più l'amo tanto più so dominarla, perché l'amore mi trasmuta la mia scienza in arte e l'arte mi trasfonde nella cosa amata, di modo che l'intuito talvolta mi precorre il calcolo come se fosse nato in me un senso nuovo e in tutti i miei spiriti fosse qualcosa di simile a quell'acume che portano nell'udito i cercatori di sorgenti. CORRADO. Così tu dici che la tua vita vera è la poesia. VIRGINIO. Ma la poesia è la realtà assoluta, è l'essenza stessa dell'Universo; e la trovi qua in questa arida tabella di valori come là nelle linee dell'Ilisso fidiaco. Ogni scienza, posta in condizioni vitali, diventa un'arte. Per ciò io che tratto i fiumi con argini e burghe, con chiuse e incili, ardisco tenere accanto all'archipenzolo il calco d'una statua fluviale che ornava la fronte del Partenone. Quando io freno un torrente con le mie briglie e le mie traverse, quando diramo per una pianura i miei canali irrigatori, quando imprigiono la polla dei monti nel mio tubo di ghisa e la conduco alla città distante, quando traggo la massima forza dalla corrente e dalla cascata con la mia ruota e la mia turbìna, io credo avere nel mio polso il battito dei ritmi fluidi; e l'eterna pulsazione dell'Elemento accompagna e infervora i miei calcoli esatti. E, se io determino l'angolo d'uno sbocco o una sezione di minima resistenza, la pressione di una condotta o lo spessore d'un serbatoio, la curva interna d'una paletta o la sua inclinazione sul raggio, io sento rinascere in me quel sentimento primitivo delle energie naturali che faceva religiosa l'anima dello statuario greco intento a figurare il mito cosmico nella statua bella. Anzi quel sentimento antichissimo diviene, in me moderno, ancor più profondo e pio; perché la scienza rivelandomi le leggi della Natura mi ha ancor più certamente mescolato al circolo delle forze inconsce. E, quando io traccio la linea stabilita dal mio calcolo, non meno ardua e non meno delicata di quella che circoscrive quel tòrso ammirabile, io sento il mio istinto tendersi verso l'apparizione di una bellezza nuova, perché la mia linea non trasmuta in effigie umana una energia naturale ma a questa imprime il moto della mia volontà per condurla a un'opera più varia e più vasta, destinata non alla contemplazione ma all'azione, non all'ornamento del mondo ma alla conquista del mondo. Ed ecco che la furia del torrente è constretta nell'alveo, ecco che la terra irrigata moltiplica il pane, ecco che la città si disseta si terge s'illumina si abbellisce si arma, beneficata dalla dispensatrice che senza stanchezza propaga e trasforma di congegno in congegno il suo potere. E, mentre io considero l'opera che non è fissa come quella statua ma è mobile come il mio cuore, sento veramente con l'Antico che «dall'acqua vien l'anima» e che quella è la stessa per cui la mia sete comunica con la sete di tutti gli uomini, la stessa per cui si compie il prodigio segreto nella macchina delle nostre ossa, la compagna dello sforzo e dello strazio umano, acre nel nostro sudore, amara nel nostro pianto. CORRADO. Anche tu soffii nel tuo sogno il male della tua anima, per consolarti. VIRGINIO. No. Il mio sogno è stabile e regge il mio peso. È il gradino su cui salgo per avvicinarmi alle mie speranze. CORRADO. Io non conosco se non quello che aderisce all'atto come il bagliore a ciò che riluce. Il mio più gran sogno aderiva alla mia vita, una notte di marzo, laggiù nel paese dei Galla, di contro alla montagna coronata di fuochi, mentre giungeva di tratto in tratto al nostro piccolo campo il grido di guerra rimbombante d'altura in altura giù pel fiume sconosciuto; e io avevo gli occhi bene aperti nel buio, il mio buon fucile tra le mani, fitta nel centro della mia volontà la mèta come un cùneo, tutta vivente intorno a me l'immensità del Continente nero, nelle narici quell'odore d'Africa che non abbandona mai più il cervello di chi l'ha fiutato una volta. Coricato sentivo la mia anca imprimersi nella terra molle con un cavo che poteva anche essere il principio della mia fossa; e allora tutte le tombe italiane sparse nelle vie tenebrose mi risplendevano innanzi all'anima più che i fuochi dei Galla sul monte, mentre udivo nelle tregue del clamore nemico il respiro dei miei Sudanesi e dei miei Somàli accosciati tra le euforbie. Mi ricordo: era il 21 di marzo, l'equinozio di primavera. L'altrieri cadde il secondo anniversario. VIRGINIO. Devi averlo santificato. CORRADO. Sì, passando la notte in una bisca, tentando per l'ultima volta la fortuna ignobile con qualche biglietto untuoso. VIRGINIO. Perché cerchi di offendere e di scacciare così crudamente l'eroe che è dentro di te? CORRADO. È dentro di me? Dunque è prigioniero. E ogni prigioniero si fa astuto e malvagio; o diventa folle, ritrova la sua libertà nella follia. L'aria vivida, il pericolo prossimo, il cuore pieno d'allegra temerità: ecco quel che gli converrebbe. VIRGINIO. E non sai dunque aspettare? CORRADO. Aspettare che cosa? Quando l'albero è divenuto grande, che cosa aspetta? La folgore? Ma anche la folgore tarda, o non vien mai. VIRGINIO. Aspettare il tuo giorno, disciplinando la tua forza. CORRADO. Ah, la forza immobile nell'attesa dell'esplosione! Conosco questa attitudine. È ben quella di molti tra i nostri coetanei, oggi. Hanno sempre in mano la miccia accesa, e la guardano mentre si consuma, finché non si sentano bruciare le dita. I più accorti, invece della miccia, accendono un fuoco di bengala coi colori nazionali. E gridano di tratto in tratto: «È tempo. I tempi sono prossimi». Tempo di che? VIRGINIO. Quando tutta una generazione aspira verso un nuovo Ideale è segno che i grandi esemplari stanno per riapparire dalla profondità della stirpe. CORRADO. O Virginio, l'Ideale posto fuori della vita è una specchiera publica per vanesii e poltroni. L'Ideale d'un popolo magnanimo non precede i suoi fatti ma è l'irradiazione emanata dai suoi fatti nella lontananza del tempo. Com'è d'un popolo, così è d'un uomo. E io mi vergogno d'esser divenuto il comediante del mio Ideale, segnato a dito su i marciapiedi urbani. «L'uomo dalle spalle quadre» dicono «è Corrado Brando, quello del Giuba. Il capo della spedizione l'ha molto lodato per la sua abilità nel cucinare la carne d'ippopotamo e nel cucire le ferite ai negri con lo spago. Ora vuol tornare in Africa, a ogni costo. Bella passione! Intanto si esercita su per le scale dei Ministeri e della Società geografica, in questue; e passa le notti nelle bische per veder di vincere, o di barare, alcune di quelle migliaia di lire che l'ingrata patria gli nega e che pur gli bisognano al fornimento. Ma come mai non porta a guinzaglio un paio di leoncini?» Nel riso acre sembrano stridergli i denti. VIRGINIO. No, non ridere di quel riso cattivo. Tu affermi che la contraddizione e la guerra sono per la tua natura gli stimoli più efficaci a vivere e ad amare la vita. Ed ecco, l'impedimento ti esaspera e ti disgusta! Ma non v'è eroismo senza impedimento: l'una cosa e l'altra sono indissolubili, come la natività e il dolore. CORRADO. L'impedimento formidabile da abbattere o da sormontare; non l'inciampo, l'impaccio, l'intrigo. VIRGINIO. La povertà, le miserie domestiche, i fastidii cotidiani, le bisogne umilianti ed estenuanti, la malattia, l'ingiustizia, l'ingratitudine, il dileggio: non sono queste le ombre di tante vite illustri a cui domandiamo ogni giorno il segno di luce per andar più oltre? CORRADO. Pronto io sono, per la mia mèta, a prendere su me quel che v'ha di peggio in terra, risoluto anche ai sacrifizii umani. Tu mandami là dove io ho lasciato la mia virtù, e poi dammi da compiere quel che è più difficile e più atroce: io lo compirò senza mai volgermi indietro né mai mettermi a giacere. Quel che non mi fa morire mi rende più forte. Ma pur mandami e dimmi che io vado a morire, che avrò il mio tumulo in una regione non mai calpesta da uomo bianco. Andrò senza esitare, cantando. La sera che giunse a Roma la notizia della morte di Eugenio Ruspoli, il sentimento dell'invidia soverchiò ogni altro e mi divorò il cuore. A Burgi, su la via del Daua che primo aveva percorso, egli ha per monumento un ramo secco fitto in un mucchio di terra, agguagliato nel sepolcro ai capi della gente Amarr. Per quella via io voglio ritrovare le sue tracce, ma andar più oltre, assai più oltre, risalire il Daua, cercar di sciogliere l'enigma del fiume Omo... E poi... Ho il mio pensiero, anzi ho il mio impero, una parola romana da rendere italica: -Teneo te, Africa.- Ah, se tu potessi comprendere! Ah, se tu avessi provato una volta quel che io provai quando di là da Imi entrammo nella regione ignota, quando stampammo nel suolo vergine l'orma latina! Ancora vedo i branchi d'avoltoi e di cicogne levarsi sul Uebi, odo il fischio dell'aquila pescatrice... VIRGINIO. Ti comprendo. Comprendo la tua passione e la tua nostalgia; e, non so perché, m'aiuta un ricordo della nostra adolescenza, il ricordo di quella sera su la via Cassia quando ci smarrimmo e a notte ci ritrovammo su l'Arrone e tu volesti salire la rupe vulcanica per entrare nelle rovine di Galera e tutta notte errasti aprendoti la via tra i pruni fitti, e all'alba eri stillante di sangue e di rugiada quando ti addormentasti sul tufo... Ti rammenti? CORRADO. Mi rammento. Presi la febbre. Allora il fiumicello Arrone bastava alla mia sete... Dianzi tu mi parlavi dell'acqua: tu la dòmini e la governi e nondimeno l'ami, la tratti come una schiava divina... Ma ci sono ancóra fiumi nel nostro paese? Non sono tutti disseccati? Ah, sì, c'è là il Tevere, carico di belletta e di storia; e tu sei uno di quelli che lo serrano tra due muraglioni lisci e diritti. Se fosse un poco più piccolo potrebbe forse anche entrare in un museo... Beffardo ride; poi s'illumina di veggenza. Dianzi tu mi parlavi di una specie di estasi. Imagini tu quella di Enrico Stanley che dall'alto di una collina scopre una delle massime arterie terrestri? il Lualaba, largo mille e quattrocento yarde, un immenso volume color di ferro, che non reca la storia degli uomini ma il mistero di millennii e millennii senza voce e senza nome. Gli occhi dell'esploratore erano grigi dalla nascita? Non ti sembra che debbano aver preso il colore di quell'acqua in quel primo sguardo? Rompe egli il silenzio per dire al fiume: «Ora il mio cómpito è di seguirti fino all'Oceano». Parola nuda che gareggia di grandezza con la corrente. Dammi un tal cómpito; e ti giuro che gli sarò pari. Io sono un Italiano della razza dei Caboto, e la terra della mia virtù si chiama anch'essa Primavista. VIRGINIO. Attendi. La passione e la volontà affascinano l'evento. CORRADO. Non posso più attendere. La passione, quando non si esalta ed esala in atti e in opere, pesa in noi col peso della bestialità più greve o ci avvelena con fermenti di odio. Tutti i miei istinti balzano oggi in guerra contro l'ordine che mi opprime. Ecco una energia tesa e pronta: un coraggio lucido in un corpo disciplinato. Dico: «Adoperatemi. Mandatemi al segno». Mi vien risposto con parole ambigue, con sorrisi prudenti e vili. Dietro quelle promesse irrisorie, dietro quegli indugi scaltri sento la gelosia attiva dell'antico mio capo, che è divenuto il mio rivale implacabile. Tu per aver troppo guardato l'acqua hai forse poco guardato la vita, e non hai mai veduto da vicino la mano che uccide con precauzione. Ben avrei potuto io liberarmi cautamente di colui se, nel paese dei Gurra, quando era sfinito dalla febbre e delirante, lo avessi abbandonato nella melma sotto l'acquazzone, invece di fargli ingozzare una manciata di chinino e di caricarmelo sul muletto... Ti confesso il mio rammarico. VIRGINIO. No, non ti calunniare. Non ti lasciar torcere il cuore dall'amarezza. Ti so generoso come nessun altro. CORRADO. Mi son lamentato io forse? Non ho sempre serrato i denti per tener la lingua in freno? Ho lasciato agli altri la millanteria, ho tenuto per me l'orgoglio. Ma dimmi: chi è il capo se non il più forte? Quando nell'altipiano fra l'Auata e il Daua gli uomini divorarono l'ultima razione, e la febbre la dissenteria la fame, tutti i mali s'abbatterono su la nostra torma già decimata, e i Neri sfiniti dalla stanchezza dal digiuno dai reumi, gonfi d'umidità o grinzi come i sacchi vuoti, cadevano a terra, sùbito coperti dalle mosche, boccheggiavano nella melma, si nascondevano nei cespugli per morire; e da quelle povere labbra attaccate alle gengive non passava più se non la parola sepolcrale: «Kalas, basta!», chi fu che solo non cessò mai dal gridare l'altra parola: «Avanti!» ed ebbe animo di trascinare verso la mèta la sua stessa carne miserabile? VIRGINIO. Che temi dunque, se ti resta quell'animo? CORRADO. Temo di perderlo, in questa vita di vergogna. La notte, quando rientro a casa, dopo aver respirato per ore ed ore l'aria infetta, non lo sospendo forse nell'anticamera come un cencio molle e sucido? Ti dico che così mi sembra, certe volte. Alla tavola del giuoco non sento soltanto contro il mio gómito il gómito altrui, sento l'orrore del contagio che mi corrompe; e il fissare atrocemente gli occhi obliqui della sorte, innanzi a me, non m'impedisce di scorgere il mio stesso sguardo tra le palpebre gonfie dei bari. VIRGINIO. Insensato, insensato, tu sei davanti alla tua cima; e, per l'impazienza di ascendere, discendi più basso, sempre più basso! Quando tu penetri nell'abisso e vi t'indugi, l'abisso penetra in te. Non lo sai? CORRADO. E che importa, se riesco poi a risalire e a scoprire le nuove stelle? VIRGINIO. E, se non riesci, che ti rimane? Quel che dispregi negli altri: una spina dorsale fiaccata, un cuore stanco e impudente, una volontà instabile, un'ala monca per svolazzare... CORRADO. No; perché io ho affrettata la mia caduta, volendo giungere in alto. VIRGINIO. Parola sibillina. CORRADO. Forse. Te l'ho già detto. Non esito a prendere su me stesso quel che v'ha di peggio. VIRGINIO. Più degno di te era, nell'attesa, riprendere la tua arte: non giocare ma fondare, non rischiare ma edificare. CORRADO. La mia arte! Fondare, edificare! Sogni tu sempre? Ingegnere idraulico, tu signoreggi il sangue e la linfa del mondo. Ma, in realtà, ora tu distruggi una bellezza creata dalla vicenda delle alluvioni, dalla miseria degli uomini, dalla crosta dei secoli; in realtà, tu cancelli i segni d'una scrittura venerabile, per sostituirvi un muraglione biancastro e brutale, che nulla esprime e nulla commemora. E io? che potrei io fare? tornare in Sardegna, al Monteferru, a saggiar qualche miniera esausta? o mettermi al servigio d'un intraprenditore ladro? costruirgli su false fondamenta riempite di macerie una grossa gabbia crivellata di buchi per ingabbiare la scrofola e l'epilessia dei proletarii? VIRGINIO. Le nuove materie -- il ferro, il vetro, i cementi -- domandano di essere inalzate alla vita armoniosa nelle invenzioni della nuova architettura. CORRADO. Un popolo ha l'architettura che meritano la robustezza delle sue ossa e la nobiltà della sua fronte. Nell'arco romano non senti tu la prominenza del sopracciglio consolare? Se tu fossi sostenuto e sollevato dalla piena vita della tua gente, la tua muraglia tiberina non sarebbe destituita d'ogni stile ma -- come il valore di uno spirito crea l'aria d'un volto -- sotto le mani delle tue maestranze libere una grande idea si manifesterebbe nelle linee nei rilievi nelle commettiture delle pietre: Roma esprimerebbe anche una volta, col linguaggio lapideo che solo le conviene, la sua volontà di ricongiungersi al Mare che solo di lei è degno. VIRGINIO. È vero. Ogni alto sforzo oggi è solitario, ogni armonia è contrariata dalla sterile inquietudine. CORRADO. O Virginio, invece di mendicare da un burocràte sonnacchioso la licenza d'immolarmi, allora io potrei forse divenire un costruttore di città su terre di conquista, ritrovare quell'architettura coloniale che i Romani piantarono nell'Africa degli Scipioni. Guarda le Terme di Cherchell, il fòro di Thimgad, il pretorio di Lambesi. Intorno a un campo trincerato per contenere i nòmadi, ecco sorgere di sùbito una città marziale, alzata dalle coorti dei veterani! Ebbene, io sono modesto: oggi mi contento di rischiare la pelle per sapere se l'Omo appartenga al sistema del Nilo o sbocchi nel lago Rodolfo. Non domando neppure gli augurii per viatico. Vado solo. VIRGINIO. Parti? CORRADO. Parto. VIRGINIO. Quando? CORRADO. Senza indugio. VIRGINIO. Per dove? CORRADO. Per Brava, per la Costa Orientale, dove m'aspetta Ugo Ferrandi. La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar. VIRGINIO. Hai dunque tutto ottenuto? CORRADO. Nulla. VIRGINIO. E allora? CORRADO. Gaetano Casati andò a raggiungere Romolo Gessi coi soli mezzi necessarii per arrivare a Kartum. VIRGINIO. Hai vinto al giuoco? Tace il violento per alcuni attimi; si allontana, poi si riaccosta: ha l'occhio torbido e fisso. CORRADO. L'altra notte, la notte dell'anniversario, sul tappeto verde c'era denaro bastevole per arruolare armare ed equipaggiare una scorta di duecento àscari con muli asini cammelli vettovaglie e mercanzie di scambio. Mentre la sorte nemica di colpo in colpo mi riduceva inesorabilmente al muro, io seguivo nella mia imaginazione tutta l'opera dell'allestimento; e vedevo sul tristo sabbione della costa le mie balle, le mie casse, le mie tende e i miei uomini e le mie bestie da soma e da macello, e l'ombra mostruosa delle gigantesche ceppaie senza foglie su la duna oceanica. Gli orecchi mi rombavano come se avessi preso dieci grammi di chinino, e sentivo intorno alla mia persona non so che aura isolante. Di tratto in tratto la mia visione s'interrompeva, e intorno m'apparivano i miei compagni di giuoco ridicoli e miserevoli come nell'incoerenza d'un sogno, anemici o apoplettici, giallognoli o scarlatti, alcuni rasi e flosci come istrioni, altri imbellettati e tinti come meretrici; e il lezzo nauseante delle pomate e dei fiati guasti si mescolava in me all'odore imaginario della mia carovana e al soffio dell'Oceano Indico. Ma l'uomo che teneva il banco era spaventoso: il suo cranio calvo, con in mezzo un solo ciuffetto crespo, mi ricordava un cammelliere tunno, e il suo grosso labbro pendente mi ricordava una vecchia arpia venditrice di burro che avevo veduta al mercato di Bèrbera. Il denaro s'accumulava dinanzi a lui; ed egli lo radunava senza fretta, separando la carta dall'oro, con una mano di quadrùmane mezzo nascosta dal polsino inamidato. Poco rimaneva agli altri; a me un gruzzolo d'oro, quanto n'entra nel pugno. E ciascuno sentiva che su la tavola il vortice silenzioso continuava a volgersi per il verso di quell'uomo, e che era impossibile salvare quei resti. Rividi uno dei miei Sudanesi, un colosso, piombato dall'alto in un gorgo del Uelmàl, aggirato come un guscio di banana, inghiottito in un attimo. Pareva che mi risalisse al cervello l'idromele dei Galla, o che mi tornasse improvviso un accesso del mukunguru, della febbre d'Africa. Avevo un dolore sordo tra le spalle, il battito alle tempie, lampi d'allucinazione negli occhi. Raccogliendo quel poco d'oro per puntare, mi venne in mente -- non so perché -- il modo che tennero i Somàli nell'uccidere Pietro Sacconi mentre parlamentavano: uno gli gettò in viso una manata di sabbia, un altro gli diede un colpo di lancia nel costato. L'imagine interna fu così forte che mi comunicò ai muscoli uno di quei due moti; la riscossa della volontà riescì a trattenere il braccio che era per scagliare la manata di metallo sul viso dell'uomo calvo, ma non così che il mio gesto nel porre la posta non apparisse scorretto. Colui levò gli occhi bianchicci, e io vidi sul suo grosso labbro una parola acre spuntare e rientrare. Egli aveva incontrato il mio sguardo e non aveva osato. Non so quale fosse l'attitudine dei presenti in quel punto, perché da una banda e dall'altra vedevo buio come nella notte di due anni innanzi tra le euforbie abbattute dal passaggio degli elefanti. E qualche cosa di opaco, di carnale m'ingombrava dentro. Sentivo in quell'uomo la paura fisica di me, e in me la facilità di annientarlo. Sapevo che avrei potuto prenderlo per la collottola e ch'egli si sarebbe lasciato scuotere senza rivoltarsi, come quei cani che s'abbiosciano sotto il castigo e nel pugno del padrone diventano tutta pelle mencia. Lo avrei scosso dicendogli: «Lascia là il bottino che non è tuo, bestia immonda; serve a me, alla mia idea, alla mia passione; mi serve a morire come mi piace in qualche parte che non sia quella che tu appesti». Ma allora anche l'ultima posta fu perduta. E allora giocai su la parola, vertiginosamente. A un certo punto udii la mia voce dire nel silenzio, chiara e ferma: «Voglio pagare il mio debito con una moneta che porti la mia effigie». Sussultai con un po' di freddo nella radice dei capelli; e, ridivenuto lucido, guardai intorno alla tavola. Tutti erano fissi nel fascino della sorte: nessuno aveva udito. La mia voce era rimasta in me. A poco a poco, nel racconto egli s'è lasciato trascinare dall'istinto micidiale ed ha rivissuto con straordinaria potenza nell'orrore di quella tentazione notturna. Ora si arresta, preso da un fugace smarrimento. Ma sùbito riacquista il dominio di sé; e riafferra l'ironia contro l'amico sconvolto. VIRGINIO. Corrado! CORRADO. Che hai? Sei commosso. VIRGINIO. Sì. Mi fai pena. CORRADO. Mi hai visto pronto alla rapina? Che pensiero t'è passato per la mente? Ti aspetti ora una confessione terribile? Il riso gli riluce sui denti. VIRGINIO. Tu mi sembri malato. CORRADO. Perché t'ho raccontato un sogno d'infermo? VIRGINIO. C'è qualche cosa d'estraneo in te. CORRADO. Che cosa? VIRGINIO. Non so. Ma tu parli, parli; e sento che le parole girano sempre intorno a un pensiero che resta celato. CORRADO. Altro è il pensiero, altro è l'atto, altro è l'imagine dell'atto. Intorno a quale di queste tre cose io giro? VIRGINIO. Corrado, ti prego: non tener lontano da te con questa ironia convulsa il tuo amico che sente in fondo a te l'angoscia chiusa e vorrebbe avvicinarsi al tuo cuore. CORRADO. Confessa: tu m'hai in sospetto. VIRGINIO. In sospetto di che? CORRADO. D'aver santificato l'anniversario al modo dei Somàli. VIRGINIO. Ma che dici? Ma perché seguiti a nasconderti dietro quel falso riso? Tu soffri. CORRADO. Vedi che non puoi dissimulare la tua commozione. VIRGINIO. Sono il tuo amico, il tuo fratello, da anni e anni; so quel che vale la tua speranza; e ti sento in pericolo. CORRADO. In pericolo di che? VIRGINIO. Penso a quel che dicevi, dianzi, del prigioniero; che incattivisce o ritrova la libertà nella follia. CORRADO. Cerco, infatti, la mia libertà. Ho abolito il mio passato dietro di me, ho schiacciata la vecchia maschera brutalmente, come col calcio del fucile si fa del ceffo d'uno schiavo una cosa informe. La mia ultima solitudine incomincia. Io non posso più essere il tuo amico. VIRGINIO. E perché mi rinneghi? CORRADO. Perché, se tu vuoi avere un amico, bisogna che tu voglia anche fare la guerra per lui. VIRGINIO. Quando io lotto contro di te, allora sono più vicino al tuo cuore. CORRADO. Tu lotti contro la mia ragione di vivere. Per te la vita è un dovere? Per altri è una fatalità, per altri un inganno; per me è un mezzo di esperimento e di conoscimento, una vicenda di rischi e di vittorie. Quel che tu chiami la mia speranza esige un'anima guerriera, la più dura scorza, la ricerca di ciò che non fu osato, la capacità di fare anche il male, di abbattere i termini, di mettersi fuori della legge. Ed ecco, tu sei sconvolto in tutta la tua coscienza quando io ti mostro il primo movimento di un istinto ferino. VIRGINIO. E non faccio io dunque la guerra per te contro quell'istinto? Se tu vuoi essere un eroe, non devi domarlo? Io misuro gli eroi dal loro cuore. Tanto sono più grandi quanto più tenacemente la loro forza è radicata nella bontà feconda. CORRADO. La bontà è avida di legami; e il mio destino è nel continuo distacco, nella necessità di abbandonare sempre qualcosa o qualcuno: un'idea, una riva, un essere caro. Andando alla mia impresa, non tanto cerco la gloria quanto la lontananza. O Virginio, per sapere che sia la potenza della solitudine, bisogna aver piantato i piedi in una di quelle regioni incognite ove l'uomo crede sentire sotto di sé la totalità della Terra. O forse basta guardare quella maschera di Titano. È l'isola dello spirito, e non v'è nulla intorno fuorché la tempesta. VIRGINIO. Eppure colui ha detto: «Non riconosco altro segno di preminenza umana se non la bontà». È una delle sue parole. CORRADO. Questo ha detto? Con quella fronte rocciosa, con quelle mascelle capaci di stritolare un ciottolo, con quella bocca che sembra chiusa per impedire l'irruzione di una vampa, con quel naso corto e largo come un ceffo leonino! VIRGINIO. Eppure chi lo vide sorridere una volta non vide poi nulla di più dolce nel mondo. E mia sorella ha letto, non so dove, che Rellstab faceva uno sforzo per non piangere vedendo la tristezza di quegli occhi. CORRADO. Occhi terribili, pieni di dolore e di furore, così fiammeggianti in fondo alle occhiaie, che nessuno seppe mai veramente di che colore fossero. La gente si voltava nella via, colpita da quella violenza. Conosci il suo aspetto? Era tarchiato, di ossa massicce, di collo muscoloso, con una faccia rossastra come il mattone d'un màstio infoscato dal tempo, con una fossa nel mento come una cicatrice, con una criniera serpentosa che faceva pensare alla Gorgóne. Uno che lo vide lo assomigliò al re Lear sotto l'uragano. In una sua lettera c'è questo grido selvaggio: «Voglio afferrare il destino alla gola». E dalla sua sinfonia sorge una forza che sempre afferrerà alla gola gli uomini. VIRGINIO. È vero. Ma pensa alla divina ingenuità del suo amore per Giulietta Guicciardi; pensa alla sua passione chiusa e fedele per Teresa di Brunswick. CORRADO. L'una lo condusse fino alla tentazione del suicidio, l'altra gli aprì una piaga immedicabile. L'una e l'altra lo lasciarono solo, dopo averlo aggravato di dolore. Entrambe compirono su l'eroe una opera sterile. Egli non ebbe figli se non dall'Eternità. China il capo sotto il peso d'un pensiero oscuro, e resta immobile per alcuni attimi. Passa un intervallo di silenzio. VIRGINIO esita prima di parlare. Una timidità penosa spegne la sua voce. VIRGINIO. Tu ti difendi dunque... dall'amore? Non ami... nessuno? Un'altra pausa. Un'angoscia subitanea stringe i due uomini. CORRADO. Perché... mi chiedi questo? VIRGINIO. Ho toccato in te... qualche cosa di vivo? CORRADO. Virginio, tu tremi dentro. Anch'io -- è vero -- ho l'angoscia dentro di me. Vivere non è soltanto soffrire ma è anche far soffrire. : ' . 1 , , 2 3 . « , - - 4 ? » 5 6 , , 7 ; 8 ' . 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