Più che l'amore
Tragedia moderna - Preceduta da un discorso e accresciuta
d'un preludio d'un intermezzo e d'un esodio.
Gabriele D'Annunzio
PIÙ CHE L'AMORE
TRAGEDIA MODERNA
DI
GABRIELE D'ANNUNZIO
PRECEDUTA DA UN DISCORSO E ACCRESCIUTA
D'UN PRELUDIO D'UN INTERMEZZO E D'UN ESODIO.
Posso, come te, cantare
nei supplizii.
MARIA VESTA.
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1907.
--
Quinto migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA
-I diritti di riproduzione e di traduzione
sono riservati per tutti i paesi, compresi
la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.-
Published in Milan, December 8th, 1906.
Privilege of copyright in the United
States reserved under the Act approved
March 3rd, 1905, by Fratelli Treves.
Tip. Treves.
DELL'ULTIMA TERRA LONTANA E DELLA PIETRA BIANCA DI PALLADE.
A VINCENZO MORELLO.
Questo libro non è offerto al difensore del colpevole Ulisside, allo
scrittore che primo di sopra la vil canizza gazzettante levò una parola
d'uomo pensoso e animoso. Questo poema di libertà, dove la più bella
speranza canta la più alta melodìa, è offerto al buon compagno che
nella notte del mio publico vituperio, quando ancóra s'udiva dietro a
noi la via del Teatro sonare maravigliosamente di urla implacabili,
partecipò della mia allegrezza e rise del mio riso. Qual più virile
testimonianza di fede avrebbe egli potuto dare in quel punto alla mia
forza paziente? Eccogli dunque il segno del mio grato animo, nel suo
nome.
Eravamo, te ne ricordi?, presso quelle Terme di Diocleziano che,
inalzate al culto del corpo ignudo e dell'acqua salutifera, ora
chiudono entro le ruine di sanguigno mattone la nudità di un popolo
marmoreo. Come il vento di quel clamore non giungeva certo a toccare
alcuna di quelle belle statue erette nel silenzio notturno, così non
valeva a turbare in me stesso alcun lineamento dell'opera solitaria
che, espressa dalla mia più profonda ansietà, omai non apparteneva se
non all'immoto suo fato. E, come a quella muraglia imperiale aderiva
per me la memoria dei Cristiani morituri che la costrussero in dolore
e in aspettazione, così all'ardua mia gioia era commisto un affetto
evangelico: una pia reverenza e riconoscenza verso la moltitudine
urlante e calpestante; perché, in verità, quello strepitoso impeto di
odio o forse di amor cieco -- verso il poeta che da anni si sforza di
rivendicare nel teatro latino le potenze del Ritmo e di restituire
su l'altura scenica il dominio della Vita ideale -- era una specie
di spettacolo dionisiaco che sostituiva nella nostra imaginazione
la presenza delle forze elementari già significata dal coro ebro dei
satiri che accompagnò il passo della Tragedia primitiva.
«È una bella sera» dice l'Ulisside allorché, avendo preso commiato
dal fratello generoso e dalla vita terribile con l'ultima strofe
del suo fùnebre canto, si accosta alla finestra aperta ed alza al
cielo primaverile di Roma gli occhi che fra poco saranno spenti. Si
racconta che, come l'attore ebbe pronunziata quella parola tranquilla,
un potentissimo scroscio di risa rintronò tutto il teatro e fece
lungamente sussultare il ventre innumerevole.
Ora la notte d'ottobre non appariva men bella della sera di marzo,
ma indulgente verso un tenue riso silenzioso che ben sapeva d'esser
destinato a prevalere. E io pensavo che di là dalla muraglia,
nel chiostro certosino, sotto le costellazioni si taceva il
michelangiolesco cipresso onde Virginio Vesta avrebbe dovuto spiccare
il ramo per la corona da deporre «su le ginocchia di pietra». Ed ecco,
la tua ironia si soffermò per dire: «Si sveglia l'Erinni».
Era l'antica, la ludovisia, la bellissima, quella che là entro dormiva
come le sue sorelle eschilèe nel tempio di Delfo: non la nera cagna
infernale, la persecutrice sanguinaria, dal soffio romoroso, dagli
occhi pregni d'atra bile, dalla convulsa bocca schiumante; bensì,
mutata già in Eumenide, la grande vergine severa, simile a una
Melpomene senza la maschera, coronata non dell'edera ma d'una divina
tristezza.
Non diedi io quel puro viso a ciascuna delle «nuove Erinni» invocate
dal delirio dell'uccisore sul limite santo che separa la notte dal
giorno? O figlie dell'Aurora e dell'Uomo, siate pietose alla semplicità
dei dottori che vi confusero con i custodi baffuti della Sicurezza
publica!
Ci piacque d'imaginar rinnovato per l'Ulisside il giudizio di Oreste,
il dibàttito presieduto da Pallade nell'Areopago venerando dinanzi al
popolo convocato dalla tromba tirrenica. «Sarà il colpevole assolto dal
bianco lapillo di Atena?» L'Occhichiara, alzata nel suo corto chitone
dorico dalle pieghe simili alle scanalature della colonna, si degnò
di ascoltare l'accusa e la difesa con sopracciglio sereno, come colei
che -- nata dal Cervello -- converte del continuo l'ambiguo evento in
specie di puro pensiero. Ma, prima dello scrutinio, ahimè, subitamente
si dileguò. E ci accorgemmo ch'ella era stata offesa dall'aspetto e
dall'odore di uno fra i tanti miei patroni e clièntoli sopraggiunto;
il quale, premendo la casta mano sul cuor purulento, prese a lamentare
la mia gloria abbattuta per sempre contro le lastre del Viminale.
Tuttavia, per buono stomaco, da quei costanti bevitori d'acqua che noi
siamo, potemmo essere a cena.
Oggi, in questa sottile spiaggia etrusca -- mentre è lontanissimo il
coro delle bertucce giovinette e dei mammoni decrepiti che m'inibiscono
l'immortalità -- ho veduto brillare su la sabbia al limite dell'onda il
bianco lapillo di Atena e l'ho raccolto religiosamente prostrandomi.
Ψῆφος Ἀθηνᾶς: è un ciottoletto, non più grande dell'aliosso polito
dal gioco dei fanciulli; e parve, su la collina di Ares, il fondamento
augusto della nuova giustizia.
Hai certo nella memoria il sublime episodio eschilèo. Il supplice,
ricoverato nel tempio di Pallade, ha cinto con ambe le braccia
l'imagine santa; e ha detto: «Sopito è il sangue su la mia mano, e
inaridito. Invoco Atena con bocca pura...». Egli ha già disseparato
l'anima sua viva dall'atto estraneo. Come l'Ulisside, egli non è più
«l'attributo del suo atto». Purificato dal dio di Delfo, egli abbandona
la sua colpa come una veste immonda; recupera nell'innocenza la sua
nudità nativa; e le sue ossa sembrano «rivestite d'una nuova sostanza».
Non altrimenti, nell'aria del mattino, l'Ulisside sente «la sua vera
vita involarsi e fluttuare in alto -sopra l'azione-». Non sembra che
costui invochi la medesima dea? Non è rivolta la sua diritta domanda
a Colei «dai pensieri numerosi» che porta sul petto il capo della
Gòrgone? «Tu dimmi se -un sol movimento- debba valere contro tutta una
vita libera alzata su due talloni.»
Le vecchie Erinni schiumanti di furore si scagliano con zanne ed
artigli contro il supplice che ancóra sa pregare «con bocca pura».
Bisogna ch'egli perisca nell'ignominia, ch'egli non più conosca «la
gioia dello spirito», ch'egli non parli più, ch'egli non risponda
più, che vivo sia dilaniato e divorato! Il coro vorticoso intorno al
protetto d'Apolline volge il carme che incatena, l'inno senza lira,
peste dei mortali. O amico, e non altrimenti, invaso dall'insania delle
rugose Vendicatrici, il coro degli spettatori nella notte d'ottobre
insorse contro l'affermazione dell'Ulisside. Ἀφόρμικτος era certo il
suo ululo, ma non senza risonanza, come quello che palesava la radice
inespugnabile della barbarie primitiva nell'anima civica. Il poeta
tragico aveva compiuto il suo officio; che è di porre l'ardimento e la
libertà dell'uomo dinanzi a un problema spaventevole. La folla voleva
tagliare il nodo col rugginoso ferro del tallone, caduto dalle branche
affievolite delle vecchie Erinni. «Ci scagliamo contro a lui, comunque
valido ei sia, e struggiamo il sangue giovenile.» Tornare doveva dalle
ripe dello Scamandro alla difesa Colei che non fu nutrita nelle tenebre
della matrice ma nei lampeggiamenti del cervello maschio.
Or ecco -- tu lo vedi -- nell'Areopago instituito, Oreste coronato
d'olivo selvaggio è seduto sul sasso dell'Ingiuria. Presso di lui è il
Divinatore, testimone e complice. Per la sua virtù di Onniveggente, il
dio luminoso tutto comprende e tutto perdona. La sua pupilla solare,
penetrante come il suo dardo, ritrova nel più segreto cuore la cagione
della colpa. Al suo fuoco incorruttibile il vapore del crimine si
dilegua. La potenza della sua luce dissolve ed assolve. Quivi, nella
chiostra contemplata dal cielo attico, egli assiste il matricida contro
la ferocia delle cagne inferne. «Siimi tu testimone, o Apolline» dice
il fratello d'Elettra.
L'invocazione dell'Ulisside al Sole del Tropico, all'Apolline libico,
mi risuona dentro. Vedo «nel tristo sabbione della Costa» l'ombra del
supplice senza lamento e senza ramo d'olivo seduta sopra il rottame
del suo naufragio; e la tempesta le ha fatta una maschera di schiuma
più spessa che la schiuma del cammello. Il dibàttito incomincia. Alle
antiche parole si mescolano le nuove parole. «Può taluno infrangere
le catene: rimedio v'ha a questo male e maniere molte di liberarsene;
ma quando la polvere bevuto abbia il sangue dell'uomo ucciso, non v'ha
alcuna sorta di resurrezione.» Gridano le Punitrici: «E come difenderai
tu dunque l'innocenza di costui?»
Nell'Areopago il dio sembra anch'egli armato della «dialettica faretra»
quando raccoglie l'argomento fallace di Oreste e ne fa il nerbo della
sua arringa. Qui, nella nuova disputa, non sarebbe egli tentato di
mescolare la sottigliezza allo scherno, se avesse dinanzi a sé le
vecchie succiatrici di vene umane? Similmente troverebbe egli il
sofisma nelle parole dell'uccisore càuto. «Credi tu che il piccolo
fatto -senza sangue- possa affascinare la ragione del combattente?»
Ma egli assume l'attitudine disdegnosa che gli diede la grande arte
dorica.
Ed ecco un altro argomento, fornito dal colpevole: «Là, alla tavola del
giuoco, nello scompiglio delle sorti, era una carne di goditore o una
volontà di asceta, una bassa cupidigia o una fatalità eroica?»
Ed eccone un altro ancóra: «Non per me, non per me! Basta a me un pugno
d'orzo abbrustolito, la carne degli avvoltoi, l'acqua della cisterna o
del pantano, e per sale la necessità di superarmi ogni giorno».
Né l'uno né l'altro raccoglie il Difensore, né quanti altri il perduto
Ulisside trae dal suo delirio di ribellione e di orgoglio; ma uno
solo, quello fondato e consacrato dall'arte tragica. E, quando Pallade
lascia cadere dalla sua mano infallibile la pietra bianca, il novo coro
delle Erinni non urla, non geme, non si dibatte, non come l'antico
impreca ai «giovini iddii che calpestarono le antiche leggi»; ma
inalza nella serenità un cantico apollineo che forse un giorno sarò
degno di ripetere ai miei fratelli vigilanti: non l'inno che incatena,
bensì l'inno che riscatta, non la celebrazione della morte, sì bene la
glorificazione della vita. Se sterili furono le cagne inferne, le nuove
Erinni sono fertili di genitura ideale; e la cruenta materia ch'elle
trattano è come la materia che si muove intorno alla pura bellezza.
L'argomento supremo dei due giovini iddii assolutori è l'anima stessa
della tragedia, è quasi direi il suo ritmico fonte, il centro della sua
forza congegnata. L'eroe, votato all'errore e al dolore, soffre non per
purificarsi d'una passione criminosa, non per espiare il suo peccato
e per riacquistare la sua innocenza ma per essere -- di là dal terrore
e dalla pietà -- «l'eterna gioia del divenire». Mentre appare paziente,
egli raggiunge il grado massimo della sua attività; la quale, dopo di
lui, continua a operare. La legge umana, l'ordine naturale, l'uso, il
costume possono essere sovvertiti dal suo atto; ma il suo atto genera
un cerchio di potenze più alte, una inaspettata sovrabbondanza di vita
superna. Destinato a scomparire, l'eroe diffonde e perpetua intorno a
sé la sua volontà eroica, che la colpa non può distruggere né menomare.
In Corrado Brando non è glorificato il delitto, come pretendono i
grossi e i sottili Beoti, ma son manifestate -- con i segni proprii
dell'arte tragica -- l'efficacia e la dignità del delitto concepito come
virtù prometèa. Intorno a lui, che soffre e che deve morire, tutte le
anime rendono il lor massimo splendore, illuminano di vasti lampi il
cielo dello spirito. Sembra che dalle profondità dell'Essere e del Fato
tutti coloro de' quali egli è il figlio e il crimine, fedeli al lor
cómpito pertinace, abbian tentato invano di sollevarlo verso l'eccelsa
di quelle speranze che Promèteo pose tra i mortali affinché non
prevedessero la morte. Or ecco, egli muore; e nessuno ha veduto nel suo
pugno lo scettro come nessuno vede che le sue mani nell'ultimo gesto
sollevano «fuor d'ogni vista» un cuore portentoso. «Il travaglio divino
che affatica l'oscurità della massa umana, ecco, a un tratto ha toccato
la cima di quel cuore per dar segno di sé, per rivelarsi.» L'officio
dell'eroe tragico è compiuto. Il più sacro istinto della vita, della
vita a venire, della vita che si perpetua, è tradotto nell'ultimo
gesto con una grandezza religiosa. Lo sguardo ha esplorato il fondo
dell'abisso e s'è risollevato a scoprire le nuove stelle. Sopra il
mutamento e l'annientamento, la Natura soccorrevole ci offre l'imagine
radiosa della creatura futura.
Ho io voluto portare su la scena una maschera fedele dell'uomo
effimero? È necessario ripetere ancóra che nello spazio scenico non può
aver vita se non un mondo ideale? che il Carro di Tespi, come la Barca
d'Acheronte, è così lieve da non poter sopportare se non il peso delle
ombre o delle imagini umane? che lo spettatore deve aver coscienza
di trovarsi innanzi a un'opera di poesia e non innanzi a una realtà
empirica e ch'egli tanto è più nobil quanto più atto a concepire il
poema come poema? Io ho diffuso ad arte la dubbiezza del crepuscolo
su l'uno e su l'altro episodio; e ho voluto che il giorno della mia
tragedia «al principio della primavera, fra due vespri» fosse un giorno
di trasfigurazione.
Mi piace, in questo pomeriggio di novembre così limpido che sembra
annunziare sul Tirreno la precocità della quiete alcionia, mi piace
di considerar con occhio senza nube l'aspetto dell'opera da cui mi
accomiato e di riconoscere in qualche parte la sostanza medesima onde i
miei maestri foggiavano i loro eroi sofferenti e morienti «per non più
soffrire e per non più morire».
Quando Marco Dàlio incontra il «battitore di vie ignote» che cammina a
gran passi lungo la muraglia del Tevere sembrando sfavillare nel vento,
egli pensa: «Chi lo fermerà?» E poi gli torna nella memoria quella
risposta che potrebbe anch'essere dell'Ulisside: «Dove corri? -- Inseguo
il dio del quale io sono l'ombra».
Tal risposta ricongiunge l'idealità di quella nuova figura con
l'idealità delle grandi figure antiche sotto il cui velame si celavano
gli aspetti del dio doloroso, dello Zagreo lacerato dai Titani, ch'era
la sola persona tragica presente sempre nel drama primitivo come il
-Christus patiens- nel nostro Mistero e nella nostra Lauda. Il dio
si manifestava per atti e per parole in un eroe solitario, esposto al
desiderio, alla demenza, al delitto, al patimento, alla morte. E l'eroe
solitario diceva le parole formidabili che ripeterà con diverso accento
ma con eguale intrepidità l'Ulisside: «Pronto io sono, per la mia mèta,
a prendere su me -quel che v'ha di peggio in terra-, risoluto anche
ai sacrifizii umani». Con durissimo sforzo sollevava egli su le sue
spalle il peso spaventoso, ma sol per riconoscere che la sua mèta non
era se non la distruzione di sé medesimo, la dissoluzione liberatrice
dei suoi mali votata al trionfo della Volontà imperitura e al culto
dell'eterna Gioia che è il polso della vita universa. Come l'Ulisside,
egli disegnava con l'ultimo gesto l'imagine di un'altra esistenza e
di un'altra virtù da lui presentite e intravvedute; alle quali non lo
preparavano le sue vittorie ma la sua sconfitta e il suo perdimento.
Dice Corrado Brando alludendo a sé medesimo: «La prova della mia
dignità è nel miracolo invisibile». Anch'egli dunque crede ai miracoli
del suo dio. L'ebrezza della volontà accumulata è, in lui, simile alla
frenesia dionisiaca. Egli sente a tratti risalirgli al cervello il
vapore dell'idromele. Ha tracannato con la bevanda barbarica un filtro
di violenza, di crudeltà e di allegrezza. Nel delirio orgiastico della
musica egli riconosce e adora il suo nume patetico. Sembra che di lui
parli e non del sinfoneta quando dice: «Che m'insegna costui? M'insegna
il furore e il turbine». Sembra che raffiguri il suo proprio destino
quando soggiunge: «La tempesta solleva tutte le forze dell'anima e
le aggira e poi le sbatte e schiaccia contro un muro di granito».
Ma in nessun momento la sua comunione col dio «che discioglie» si
rivela come quando, nella contrattura del più acre impulso, egli evoca
l'imagine del sonno «solvitore d'affanni», la tregua largita da Lieo
ai furibondi. «Nulla di meglio che quel sonno selvaggio ch'io dormirò
su la sabbia oceanica, dopo l'approdo.» Non somiglia a quello, dormito
sul monte sotto i raggi del sole, che il bifolco del Citerone descrive
nelle -Baccanti- di Euripide? Più tardi egli chiederà non la tregua
breve ma il nero seppellimento. «Io vorrei già essere laggiù, allo
sbocco del fiume, supino sotto il mio tumulo di terra.» Avrà tal riposo
dal dio che affranca da ogni giogo e da ogni catena colui che lo ha
servito; l'avrà non allo sbocco del fiume, non in un luogo designato,
ma nel grembo stesso della sostanza primordiale, nell'unità originaria,
a cui egli ritornerà confondendo la gioia del disparire nella gioia
del divenire, dopo aver ricevuto «un annunzio di perpetuità», dopo aver
sentito «l'aspirazione degli eroi sollevarsi in un cuore sublime come
in un vertice del Futuro». E il poeta tragico potrà allora onorarlo con
l'epigramma sepolcrale che è la lode di tutti i magnanimi in fare e in
patire: «O Terra, riprendi questo corpo; e ricordati che fu potente pe'
tuoi futuri travagli».
Io credo aver distintamente udito il ritmo fùnebre di tanto destino
e aver misurato con esso il troppo ampio respiro dei miei dialoghi.
Questa tragedia è la celebrazione di un'agonia dionisiaca. Le cause
generatrici dell'Essere -- l'illusione, la volontà, il dolore -- vi
combattono l'ultimo combattimento sotto i grandi occhi cristallini
delle nuove Erinni che per illuminarlo sollevano in alto le faci non
con lo squasso della vendetta ma col gesto di Psiche munito della
lampada perspicace.
Quando Corrado Brando pronunzia le sue prime parole, egli ha già
sopra sé «l'ombra d'un'ala» che non è quella della Vittoria. Secondo
la visione di Maria Vesta, egli è «già passato dalla parte della
notte». Affascinato dalla linea retta che il domatore di fiumi segna
con la riga d'acciaio, egli dice: «Un sì o un no. Questo -volevo-
dalla vita». Sembra che perfino il fantasma della sua volontà sia già
dietro di lui e che, nel dialogo dell'amicizia, pur tenendo rivolto
il viso verso il fato, egli non faccia se non la commemorazione di
ciò che è irrevocabile e la rappresentazione di ciò che non può esser
più raggiunto. Il suo sogno, che un tempo aderiva all'atto «come il
bagliore a ciò che riluce», ora è come l'ombra che riempie la bocca
vacua della maschera intagliata nella chiave dell'arco inaccesso.
Lontanissimi sono i pozzi di Aubàcar. E la sua sete egli non la potrà
estinguere se non nelle sue proprie vene gonfie.
L'azione fu compiuta; il crimine fu commesso, non dall'Ate abbagliante
che accecava anche la mente di Zeus, ma dall'oscurissima Ate che abita
nell'interno fango dell'uomo e quivi ha in potere la belva sopita o
inferma. Ignobile è «il piccolo fatto senza sangue» troppo dissimile
alla mano invitta che l'eseguì, troppo estraneo alla natura leonina.
Per giovarsene, converrebbe protrarre i giochi dell'astuzia, preparare
la fuga con cautela, tessere frodi, pigliare spedienti, troncare
gli indugi. Ma la «scaltrezza animale» s'è dispersa nell'alba; non
rimane se non la smania della guerra, la furia del combattere, l'ansia
del risalire. Ed ecco «il fervore della libertà, l'esaltazione del
coraggio, l'urto degli eventi e degli uomini, tutto sparisce dinanzi
alla realtà immediata, all'atto che non può esser distrutto!» Qual nodo
tragico mai serrò più strettamente anima anelante? Il rombo spaventoso,
che l'uccisore ode sul suo capo, sembra già riempire tutto il dialogo.
Dietro le figure dei due uomini si prolungano l'ombra della Pietà e
l'ombra del Terrore sul pavimento della stanza tranquilla, ove l'Ignoto
nascosto nell'angolo si arma.
Hai nella mente l'Aiace sofoclèo? Quando appare su la scena, anch'egli,
il signore dello scudo di sette cuoi, è perduto, coperto d'obbrobrio,
disperato di vivere, già dato al Buio. Inespugnabile mole d'orgoglio,
anch'egli ha patito l'ingiustizia e lo sfregio. Anche a lui è parso
aver compiuto «una grande azione, senza gloria, a benefizio altrui». Il
più forte dopo Achille ha veduto aggiudicare, nella contesa delle armi,
al pulito parlatore l'asta del monte Pelio e il clipeo scolpito della
grande imagine del mondo. Anch'egli ha sempre serrato i denti per tener
la lingua in freno, ha lasciato agli altri la millanteria, ha tenuto
per sé l'orgoglio; ma ha pur pensato sempre: «Chi è il Capo se non il
più forte?», Similmente il battitore di vie ignote ha potuto far sua la
parola del Telamonio: «Io confesso ch'io domando grandi guiderdoni».
Ma i giudici a colui che «difese mille navi col suo corpo» han tolto
l'onore ch'eragli dovuto. Il rancore di Corrado Brando contro il suo
rivale scaltro ben potrebbe esprimersi negli stessi modi: «Ciò ch'egli
fa, lo fa celatamente, e sempre disarmato».
Or quando il poeta evoca l'eroe dinanzi allo spettatore, la strage
ignominiosa delle greggi è già avvenuta. Subitamente invaso dal morbo
furiale, il «Figlio dell'aquila», l'Eacide che pargolo ebbe per fasce
la fresca pelle del leone nemèo, ha compiuto nella notte il tagliamento
delle «placide bestie», s'è coperto di sangue mansueto, simile a pazzo
beccaio o a vittimario ubriaco. Ed ecco, rientrato sotto la tenda, ora
deve soggiacere al suo destino.
Chi dirà l'infinita tristezza di quel risveglio? I rossi fumi
della frenesia notturna si dissolvono, la ragione e la pupilla si
rischiarano. Quegli che trascorreva simile a un Titano su le tolde
delle navi minacciate dai tizzoni dardànii, quegli medesimo è là
stupefatto sul carname vile, con la ruina di tutta la sua forza e
di tutta la sua gloria, esposto alle beffe e alle rappresaglie degli
Atridi e dell'esercito.
Non altrimenti si sveglia il vincitore di Olda e si ritrova fra i
piedi il cadavere del baro, la «cosa corrotta» che il destino gli
getta innanzi perché egli stramazzi nel fango e nell'onta. «Una povera
spoglia esangue arresterà colui che nella terra lontana, per aprirsi il
varco, mise a ferro e a fuoco le tribù!»
Quale spettacolo più patetico del crollo subitaneo d'una vita
grande, cagionato dall'atto ridevole e turpe compiuto in un'ora
d'incomprensibile smarrimento? Lo stesso avversario del caduto,
il protetto di Pallade Odisseo, è stretto dalla pietà; e ripete la
sconsolata parola dell'antica mestizia: «Ben vedo che noi tutti viventi
non siamo se non simulacri e lieve ombra». Muto sta il Telamonio e
immobile in mezzo al mucchio sanguinoso. Un sol pensiero omai gli è
confitto nella durissima fronte: il pensiero della morte necessaria. Ed
ecco che anche qui il ritmo funebre incomincia, per accompagnare sino
alla fine la tragedia. La quale non è se non la rappresentazione di
un'agonia leonina e di un seppellimento avversato su la sabbia fulva,
al frangente del flutto, cui sovrasta la ruota degli uccelli marini
attratti dalla smisurata esca.
Si riscuote il morituro e getta due muggiti di toro. Col terzo grido
chiama il figlio: Ιω παῖ παῖ. Il suo dolore invoca il nato dalla
sua virtù, la creatura che sopravvive a lui distrutto, la vita che
si perpetua e ascende. Lo scopritore di nuove stelle dice nella
sua suprema preghiera, pensando al non nato ancóra: «Che la Natura
trasmetta in carne il segno della mia più profonda cicatrice!» Il
Telamonio lascia all'erede il solo scudo settemplice, l'emblema della
sua possa invitta. Egli dice: «O figlio, sii più fortunato del tuo
padre ma nel resto a lui simile». L'Ulisside spera che il suo figlio
vada più oltre. Egli, percosso a mezza via, scorge prima di chiuder
gli occhi «di là dalla mèta l'erede del suo dominio, il monumento vivo
della sua vittoria». Entrambi hanno fede di aver generato con grandezza
perché vissero con grandezza, perché entrambi ebbero la volontà
ostinata di superar sé medesimi, «di non più essere uomini ma qualcosa
di meglio». Al padre che l'ammoniva di vincere con l'armi ma sempre
col favore del dio, Aiace aveva risposto: «Anche l'uom vile può con
gli iddii vincere; io confido d'acquistar la mia gloria senza costoro,
o padre». Il vincitore di Olda aveva ospitato il dio nel suo petto,
gli aveva dato il palpito del suo proprio cuore; s'era divinamente
sollevato sopra il dolore e sopra la morte; aveva detto ai carnefici:
«Io sono un dèmone, e voi non potete farmi né soffrire né morire».
L'orfano Eurisace regnerà magnanimo l'isola ricca di fati navali e di
colombe; avrà dai talassòcrati Ateniesi gli onori divini. Ma qual Moira
assisterà la nascita dell'orfano partorito senza ululo nella solitudine
da colei che «pari alla stessa vita, si sente capace di tollerare tutti
i mali»?
Con un lieve tremito riconosco, sotto la tenda del Telamonio, nel
volto di Tecmessa quasi direi il primissimo bagliore di quella luce
che irraggerà pienamente il volto della mia eroina. La giovane Frigia è
una prigioniera di guerra, una «rosa del bottino», una preda barbarica
liberata dai vincoli e accolta nel letto del predatore Ellèno; ma la
sua attitudine e la sua voce non sono della «schiava subdola e funesta»
bensì dell'amante sottomessa e devota che ha posto nel suo dèspoto
ogni sua salute e che l'esorta a vivere con una preghiera d'infinita
dolcezza. «A te, vivere e vincere; a me, vivere e attendere» dirà anche
Maria Vesta, ma con un accento ben più animoso, ma col fremito della
più fiera libertà. O matutina apparizione dell'anima feminea nell'opera
giovenile di quel poeta che per la bocca dell'invincibile Antigone
rivelò primo al mondo la forza delle leggi «non scritte»!
Né la dolcezza di Tecmessa, né il rude amore dei marinai di Salamina,
né il pensiero dei vecchi e del nato possono interrompere la corsa
dell'eroe verso la tenebra. «O tenebra, mia luce!» ha detto l'amico
del giorno, il combattente che nella mischia intorno al cadavere
di Patroclo aveva lanciato la meravigliosa bestemmia contro Zeus
spargitore importuno della nera caligine, Ιω σκότος, ὲμον φαος.
Luce a lui farà la spada fatale di Ettore, confitta per l'elsa nella
sabbia del mare, su la più deserta piaggia. La morte ch'egli invoca
nel commiato sublime è quella stessa cui vuol consacrarsi l'Ulisside
novello: non la femmina orrida ma il Genio maschio.
Ὤ Θανατε Θανατε, νῦν μ’ ὲπίσκεψαι μολων.
Dietro di lui è il macello ignobile, è l'ira degli iddii, è il pianto
di Tecmessa, è l'esultazione ingannevole dei socii navali che chiamano
Pan «ondivago» alla danza; ed egli è là, contro la larga spada infissa,
avvolto da quel gran vento che amano gli sfidatori «pieno di sabbia
sollevata e di schiuma in lembi.» Non sembra che anche Corrado Brando
abbia udito su quel gran vento il grido selvaggio del coro in tripudio?
Ἰω ἰω Πὰν, Πὰν,
ὦ Πὰν Πὰν άλίπλαγκτε....
O amico, e non ti ricorda Thanatos un'altra consecrazione che
inseverisce quel poema nautico ov'è celebrata -- con modi che ti
piacquero -- la nascita della decima Musa Energèia?
«Bel fanciullo» dissi «a Te solo
sacrerò l'acciaio polito
ove miro l'anima mia,
se mai sarà ch'ella s'incurvi.»
L'anima ribelle del Telamonio s'incurva, nel tempo medesimo, sotto il
giogo degli iddii e verso la punta del ferro. Il peso stesso della sua
azione riconosciuta e giudicata lo abbatte al suolo. «In avvenire» dice
egli con un'amarezza che mi sembra simile al sarcasmo «in avvenire
sapremo che convien cedere ai numi, e impareremo a venerare gli
Atridi». Il nome della moderazione ricorre per la prima e per l'ultima
volta su le labbra dell'empio che un giorno osò respingere crudamente
il soccorso di Pallade stimandosi bastevole a sostener da solo
qualunque sforzo ostile.
Ἡμεῖς δὲ πῶς οὺ γνωσόμεσθα σωφρονεῖν;
Ma egli si uccide perché «niuno potrebbe vincere Aiace, altri che
Aiace».
Corrado Brando dirà: «Chiunque possegga sé, per essersi conquistato
a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di
punirsi o di farsi grazia, e non lo concede ad altri». Egli scuote da
sé il peso della sua azione, egli scaccia dal suo spirito l'imagine
della colpa, si rifiuta di accettare il castigo, di considerarsi omai
«come l'attributo del suo atto e null'altro». Gli sembra iniquo che
il piccolo fatto senza sangue abbia ragione d'una grande vita. Egli
non incurva né il suo corpo né la sua anima, anzi erge a dismisura e
l'uno e l'altra come colui che teme d'essere sorpreso da uno sgomento
improvviso, da un affievolimento di forze, come colui che teme «di
commettere una viltà contro la sua follìa, di disconoscerla, di
difformarla, di avvilirla». Prima che contro gli uomini, egli si
difende contro il rimorso e contro il pentimento. Il suo istinto
di ribellione non soltanto persiste fino all'ultimo, ma si esaspera
trasmutandosi in minaccioso delirio. Egli vuol dedicare ancóra qualche
sacrifizio umano in un gran rogo -alla sua libertà-, perché almeno gli
schiavi dalla piazza si volgano in su e si ricòrdino. La sua ultima
ragione è nelle sue armi cariche. Egli non si ucciderà, ma ucciderà
finché non sarà ucciso. E verso la notte di primavera il suo cadavere
arderà nell'incendio, in mezzo all'Urbe, tra il Muro del sesto re e il
Fòro costrutto dal domatore dei Parti; arderà perché meglio dal fango
mortale si sprigioni nel fuoco lo spirito «infaticabilmente vivo» e
continui a operare sul mondo, poi che la più fulgida favilla è già
entrata «nel germe ancor cieco del nuovo essere».
Su la salma di Aiace scoppia il conflitto tra il fraterno dolore di
Teucro e il basso rancore degli Atridi che tentano gittar la preda
cruenta agli uccelli del mare. La magnanimità del Laertiade intercede
pel nemico e lo celebra come il più forte degli Achei dopo Achille.
L'eroe infortunato sarà sepolto, con tutta l'armatura, dalla pietà
del sagittario e di Tecmessa nel promontorio battuto dalle tempeste.
Ma colui che non ha potuto scegliere il luogo della sua sepoltura e
dormire sotto il tumulo il sonno stesso della terra incognita, il sonno
ardente dell'Africa, colui sottrarrà la sua spoglia ad ogni contesa
e ad ogni onta: saprà accendere a sé stesso il suo rogo e spargere al
soffio del novel tempo il suo cenere.
Posti dall'arte tragica dinanzi a un problema spaventevole il Greco
dell'Evo eroico e il Latino della terza Roma, entrambi lo affrontano
con animo -vittorioso- quantunque entrambi appariscano vinti. Ora
il primo non cerca di comprendere: non scioglie il nodo, sì bene lo
taglia con la spada di Ettore. Raggiunge il luogo deserto e s'immola,
pago di spandere col sangue una grande anima. Compie così il riscatto
dell'atto, accettando la necessità dell'immolazione. Ma il secondo
ha l'occhio più sagace e audace: egli non teme di discendere nel suo
proprio abisso e d'illuminarlo. Al lume del suo pensiero egli riconosce
che l'atto è estraneo alla sua vita verace, alla sua sostanza profonda;
e che per ciò egli non deve sodisfare la giustizia umana con alcuna
ammenda. «Pentimento? espiazione? La tua luce non è la mia.» Risale
dall'abisso con uno smisurato impeto di libertà, portando un superbo
vóto al sepolcro: libero per la morte e libero nella morte. Non più
considera sé come un colpevole che vuol sottrarsi alla pena, ma come un
nemico che vuol vendicarsi. «Sono un nemico.» Troppo hanno pesato su la
sua pazienza gli uomini impuri, il tristo tempo. La sua fine sarà una
festa d'orgoglio: rampogna, incitamento e promessa ai superstiti.
Ho detto che il giorno della mia tragedia è un giorno di
trasfigurazione. Meglio forse avrei potuto chiamarlo: un giorno
d'invenzione eroica. Qui ciascun personaggio, sotto l'urto dei fati,
-inventa- la sua virtù; che diviene la sua difesa, la sua necessità e
la sua bellezza. Si muovono essi in un'ombra vespertina; ma, dopo la
vigilia che segue il primo vespro, la loro vita interna è infiammata
da una luce di aurora. Se non mi fosse impedito dall'angustia e
dalla povertà della moderna scena, io vorrei porre davanti agli occhi
dello spettatore non soltanto l'imagine del Fiume fidiaco ma quella
della Donna michelangiolesca che si sveglia su l'arca, ai piedi
del Pensieroso, con in tutte le membra la pesantezza di un dolore
titanico; il qual non è se non l'ingombro dei pensieri e degli atti
ancor costretti nell'impronta materna perché troppo ancóra immeritevole
di riceverli si mostra il popolo degli schiavi, non pur degno di far
da strame al sonno della sorella Notte che là di contro dorme senza
riposarsi.
Una scena ornata di statue non comporta se non la più severa nudità.
L'arte del tragedo, come quella dello statuario, ha per oggetto il
nudo. Obbedendo alla legge della mia arte, con non timida mano io ho
spogliato di ciò ch'era vile e fugace l'anima dei miei simulacri e
ho potuto talvolta sollevarla fino alla regione del canto. La stanza
dell'Ulisside, nel secondo episodio, non è dissimile alla tenda del
Telamonio. Il «lordume civile» sembra spazzato via per sempre, se bene
salga per la finestra aperta «il romorio degli insetti umani». E quel
romorio è remoto come il rombo dell'Ellesponto.
Nel primo episodio la denudazione inesorabile avviene sotto gli
occhi stessi dello spettatore. I personaggi non sono ancor del tutto
liberati dal pregiudizio e dalla menzogna, non hanno ancor del tutto
abbandonata la paura di soffrire e di far soffrire. Di tratto in
tratto ancor s'ode, nelle pause della loro angoscia, la voce fioca
e roca della consuetudine. A ogni parola, a ogni gesto del violento
sembra che nell'aria della stanza tranquilla qualche cosa si schianti,
qualche cosa si laceri. Quando il domatore di fiumi col linguaggio
della poesia celebra la riconciliazione dell'Uomo e della Natura, ecco
che la «Potenza velata dalla sua stessa bellezza» entra d'improvviso
nella scena e impone la sua legge alla vicenda. Ella forzerà le
palpitanti creature a cercare nel più profondo la lor «vera vita» e a
manifestarla.
E per manifestarla ciascuno deve accettare «la meravigliosa necessità
della solitudine». La maschera del Titano sospesa alla parete non
cessa di biancheggiare pur nell'ombra crescente come un segno di luce
inestinguibile. «È l'isola dello spirito» dice Corrado Brando «e non
v'è nulla intorno fuorché la tempesta».
La prima apparizione di Maria è accompagnata dalla freschezza e quasi
direi dal fremito della primavera acerba. Ella sopraggiunge con le
mani piene di violette; ma l'odore dei fiori non le impedisce di
sentire nell'aria chiusa l'odore della febbre mortale. Al suo gesto
di supplichevole amore, Corrado non volge il capo nel partirsi ebro di
lontananza e di perdimento. «Chi lo fermerà?» Ed ecco, scomparsa quella
frenetica forza eccitatrice, la vita sembra rallentare il suo bàttito,
illanguidirsi, raumiliarsi. Alle imagini della grandezza dolorosa e
indòmita succedono le imagini delle bisogne umili e consuete. I vecchi
infermi si affacciano alle finestre dell'Ospizio tutte eguali; nel
ricordo camminano in fila su la spiaggia anziate i giumenti placidi
che vengono dalle carbonaie di Conca. Sorge dal passato e s'indugia
per qualche attimo nell'aria primaverile un sentimento di pace e di
securità. Le lacrime della giovine donna sgorgano subitanee come la
pioggia di marzo ma più silenziose. Entrano i due uomini dediti a
offici che sono -inutili per la vita-: l'uno tenta di far rivivere
le pietre morte, l'altro cura i mali incurabili della vecchiezza. E
l'uno e l'altro vengono tratti dal «desiderio di riscaldare l'anima
a un focolare amico», vengono per respirare «in una illusione di
santità familiare». Evocano il dolce agio di ieri, la vecchia fante che
porta la lampada verde, il silenzio della strada dietro le tende, gli
usignuoli dell'Aventino, il rimorchio sul Tevere, i vaghi romori che
approfondiscono la quiete; e quel navalestro Pàtrica che è quasi la
larva del Tempo, quel passatore informe su cui sembra che passino le
acque del fiume come tutte le cose labili.
O Vita, o Vita,
dono terribile del dio,
come una spada fedele,
come una ruggente face,
come la gorgóna,
come la centàurea veste!
Ecco che di sùbito l'eterna Medusa balza dal pavimento della stanza
come da una voragine e agghiaccia l'anima di colui che ha tanto
sofferto e tuttavia teme di toccare il fondo della miseria. Il capo
irto di serpenti e grondante di nero sangue è là, in mezzo alle
apparenze familiari, tenuto sospeso da un pugno invisibile. Per
vincere l'orrore, per tener diritte nella schiena le vertebre che si
disgiungono, bisogna inventare una virtù e animarla di sé con uno
sforzo splendido e veloce che somigli a una resurrezione. Virginio
Vesta, Maria Vesta, nati d'un medesimo sangue, suggellati dal medesimo
suggello, sono d'improvviso chiamati alla vita eroica. Una voce li
chiama, li solleva, li trasfigura e li disgiunge. Nella notte piena si
compie il sublime travaglio, incominciato nell'incerto crepuscolo.
Entrambi, guardandosi, sono sopraffatti dall'angoscia. Le fibre dei
legami lacerate sembrano gemere in loro. Né l'uno né l'altra hanno
ancora conquistata la libertà suprema. Virginio barcolla sotto il
colpo, e si lascia sfuggire una parola poco virile. «Non c'è più nulla,
allora!» balbetta, quando Maria ha confessato. Gli fa paura il suo
deserto.
Ma la sorella è la prima a vincere il tremito; è la prima a respingere
l'uso il costume e il limite. Il suo sguardo è già impavido e fisso
dinanzi a sé, mentre quello del fratello ancóra s'indugia tra i
fantasmi leni del passato. Quando egli riafferra la sua volontà e le
dice: «Voglio difenderti», ella ha già l'accento eroico nella sua
risposta: «Contro chi, se non temo?» Il distacco è avvenuto. Egli
è solo, omai; e non può più proteggere, e non può più consolare. Un
tempo le due vite si toccarono, e ne nacque un bene inaudito. Ora i due
nati dello stesso sangue ridiventano estranei e soli. Per costruire
un santuario bisogna abbatterne un altro. Ma nella donna parla per
l'ultima volta l'antica voce tirannica quando, a sostener l'amato, ella
afferma la sua certezza: «Resterà col mio amore....»
Perché le sorga in bocca la nuova voce è necessario ch'ella faccia la
sua vigilia «nel gelo della morte, con la finestra aperta su l'alba, a
piedi scalzi come chi deve passare all'altra riva».
Qui penetriamo nell'imo cuore del drama, la cui vicenda è tragica,
la cui essenza è lirica. Qui pienamente l'idea centrale s'illumina, e
irraggia del suo splendore la catastrofe. «Da che profondità è salito
alla tua bocca questo canto? T'inseguivo nelle tue musiche quale ora mi
ti mostri. Ho ascoltato con angoscia tutte le tue melodìe per attendere
che quest'una venisse. E ch'io abbia potuto udirla in questo punto, è
forse l'ultimo dono del Destino.»
Il ritmo funebre, che accompagna il passo dell'eroe verso la sua fine,
s'arresta all'inattesa apparizione della dolce creatura figlia del
canto; e anch'egli, l'assassino, per un momento appare trasfigurato,
purgato d'ogni macchia, esaltato dal miracolo, come se dalla tenebra
la donna reduce gli uscisse incontro d'improvviso con una luce di
stella. La parola sofoclèa sembra per lui riempirsi d'un novo senso: «O
tenebra, mia luce!»
Un miracolo infatti si compie, insperato, come nell'-Alcesti- di
Euripide. Admeto «l'indomabile» vede sparire dal suo talamo la florida
figlia di Pelia. Per serbare la sua propria vita, egli manda la devota
verso la prateria d'asfodelo, la sospinge nel regno di giù. Similmente
Corrado dà nel suo cuore il commiato crudele alla sua donna, per
proposito di scampo; e non volge il capo al gesto supplichevole della
mano ancor fresca di fiori. Mi piace di comparare l'anelito di Maria
verso l'Alba con il sospiro della Tessala verso lo splendore del
Giorno. Ἅλιε καὶ φάος ἁμέρας.... La creatura nuova ha il desiderio di
morire perché dalla sua morte venga all'amato «qualche bene ignoto».
Ella si distende supina e, oppressa dal peso del suo corpo non più
vergine, si offre vittima volontaria: «Ecco, sono distesa -per lui-
e non mi alzerò più». Veracemente dunque, allorché va verso lui che
non l'aspetta, ella torna come Alcesti dal regno profondo. Alzando
ella il suo velo, Corrado la riconosce reduce dal Buio; non altrimenti
che Admeto, alzando Eracle il velo della straniera, riconosce il
volto divino della sua sposa a cui ancor siede nella bocca vivente il
silenzio dell'Ade. -- Θαῦμ’ ἀνέλπιστον τόδε -- grida con attonita gioia
il re ospitale.
Alcesti si tace. La nuova creatura si abbandona all'ebrezza del canto
per celebrare il suo miracolo interiore. «Dov'era la maschera della
colpa ho veduto apparire il viso dell'innocenza.... Il mio spirito
può abitare la tua tenda. Il mio coraggio può fissare le tue nuove
stelle.... Posso, come te, cantare nei supplizi!.» Il rapimento
del morituro è impetuoso come un ultimo volo d'aquila verso un sole
riacceso. Egli ora sa a quali culmini tendesse lo sforzo della sua
vita, quale fosse il segreto della sua ansia. È scomparsa la profezìa
eroica che prima gli sembrava di leggere «chiara come in una lapide
incisa» nelle corrosioni spaventose dell'immensa duna oceanica. «Tu sei
forse la mia ultima terra lontana» dice egli alla donna che lo chiama
e lo suscita. I fiumi, i monti, le selve, i deserti, tutte le patrie
ignote e agognate sembrano sprofondarsi nel suo spirito e convertirsi
in regioni interiori. Altri cammini, altre culture, altri dominii,
altre città riconosce egli in sé o intravvede. Trasmutato in spazio
mistico il continente periglioso è dentro di lui, cinto dalle onde
«senza schiuma e senza strepito» dell'immensa Malinconia. «Tu sai che,
se cerco la via ignota, la cerco per svelare me a me stesso.... I più
grandi spazii io li percorro nell'invisibile, dentro di me. Toccare la
sorgente o la foce segreta d'un fiume non mi vale se quella gioia non
illumina nel mio spirito una cima più alta.»
Quando la voce feminile ascende sino alle note del canto, il suo potere
riesce a superare il fascino d'ogni altra bellezza e d'ogni altra
armonia; poiché, per divenir musicale, è necessario che quella voce
s'accordi col ritmo del nostro cuore, lo rinforzi, si perda in noi,
diventi la nostra essenza stessa, si trasformi in qualche cosa che
prima ignoravamo e che d'improvviso ci appare come un nuovo tesoro di
sangue e d'anima. «Sento che le radici della mia vita non sono più in
me e che l'infinito è là dove tu ti volgi» dice l'inebriato quando sta
per ricevere l'annunzio della maternità. Egli medesimo ascende alle più
alte note del canto nel celebrare la vita della sua vita.
Mi tornano nella memoria le parole dell'Antico mentre mi accomiato
dalla creatura nuova che porta la costellazione di ferro nell'iride.
Ella va a porsi tra Silvia Settala e Mila di Codra, non mutilata come
l'una, non incenerita come l'altra, ma compiuta da un sacramento della
Natura; non un vincolo ma un dono; più che un dono: un Segno. «Or teco
pensa, che bellezza dovea essere in lei, alla quale parea si convenisse
lo suo dolore!»
Scomparsa la donna dalla scena, il ritmo funebre interrotto ricomincia;
ma or sembra condurre l'eroe non più verso il sacrificio e verso il
sepolcro, sì bene oltre l'amore e oltre la morte, là dove egli non
possa «né soffrire né morire.» Ancóra persiste in lui il fascino
della melodìa quando ricorda al servo la notte di Milmil, il cerchio
di fuochi, il suono delle tre canne dispari, i Neri che ascoltavano
immobili «come se quel canto non fosse straniero ma venisse dal fondo
della loro infanzia».
Quale istinto lo inchina così verso il «figlio del cratère»? Dice
egli a Rudu: «Sei nato dentro un cratère spento, che si ridesterà». I
cratèri sono le fauci bacchiche della Terra. Il morituro cerca forse di
compiere la sua ultima comunione con la Natura ignuda, con la Natura
immune da ogni indagine della conoscenza, non violata dall'urto di
alcuna civiltà. Nell'isolano persiste il tipo primordiale dell'uomo.
Costui vive fuori d'ogni epoca e fuori d'ogni ordine sociale. Non
è all'estremo ma all'origine della sua stirpe. Egli ha perduto il
ricordo del suo passato familiare, la nozione del suo stato civico,
il senso della domesticità. È in lui non so che riflesso del Coro
originario obediente e compaziente, che vede come il dio soffra e come
si trasfiguri. Egli non comprende ma sente, non conosce ma indovina.
Sopra tutto, adora e obbedisce. La sua servitù è cieca ma sublime. «Tu
sei ancóra capace di cantare con una voce più ferma in un supplizio più
crudo, se io te lo comando.» Si ripercuotono nella sua anima semplice
le angosce del suo Signore; ed egli appare come l'imagine ripercossa
del demone dionisiaco che, dinanzi a lui, si agita e si manifesta.
Al suo contatto, l'eroe doloroso è riassalito da un sùbito accesso di
selvaggia allegrezza. «Imagina ch'io abbia bevuto l'idromele e che mi
ritorni la smania della guerra.» E ripreso dal fremito oscuro della
superstizione, ridiventa aleatore, si arrischia di nuovo al gioco
facile e terribile per rievocare la potenza della sua volontà che un
tempo interrogava la Sorte ma soltanto per contrariarla, ma soltanto
per afferrarla alla gola come Alessandro fece della Pitia sul tripode.
«Che vale il giuoco, se tu vuoi quel che vuoi?» gli dice il servo.
«Mi leggi nell'occhio?» egli risponde; e sa che nell'occhio non ha lo
sguardo della volontà invincibile ma lo sguardo stesso del fato che lo
possiede e lo trae. Dalla pelle del leone, distesa sul pavimento per
ricevere il getto della moneta romana, si leva allora l'imagine di «una
gloria che fu silenziosa». Ed egli, che non ha immortalità fuori del
Deserto, esprime l'uno de' suoi due grandi vóti funebri: «Accendimi un
fuoco di lentisco sopra un nuraghe per memoria e non mi dimenticare
nei tuoi canti». Ha veduto nella sua visione, sopra l'isola fiorita
d'asfodeli e commossa dall'ànsito dei giganti dormienti, l'altare
ciclopico di macigni non cementati se non dal tritume dei millennii.
Così vedrà nell'ombra della basilica romana il colosso di pietra «quasi
belva, quasi dio»; ed esprimerà al fratello perduto l'altro vóto, il
supremo. «Portagli una corona di cipresso in memoria di me, e deponila
su le grandi ginocchia ove sognando mettemmo il nostro avvenire.»
Mirabile fato, quello del superstite domatore di fiumi! Per riuscire
a -inventare- la sua virtù, qual somma di forze ha dovuto egli
raccogliere e costringere! Non lo sostiene alcuna ebrezza, né il
fascino del canto, né la rivelazione dell'oltrepassato amore. Anche
la sua volontà di beneficio diviene inefficace. Egli conosce che ogni
consolazione è vana per la creatura che può soffrire sinché più non
senta la sua sofferenza. L'anima eroica respinge da sé ogni cosa lene
come la ruota che gira vertiginosamente. La compiuta virtù genera la
compiuta solitudine. E l'amico e la sorella partendosi da lui, gli
ripetono la medesima dura parola: «Dove io vo, tu non puoi seguirmi».
Egli è solo come nessun altro. L'acqua ha cessato di sorridere
nell'Universo. Ma il regolatore dell'Elemento inesauribile sa dire a
sé stesso: -- «Taci, o profondo. Consólati d'aver tutto perduto, se in
te è rimasto quel -senso nuovo- che ti farà scoprire domani la nuova
sorgente».
«Luce su i culmini sola!» grida la voce dell'Orchestra, con una
sonorità trionfale, lacerando il silenzio dell'aspettazione, prima
che su l'altura scenica il velo si apra. La mia tragedia risponde a
quel grido illuminando tutti i culmini. Ella celebra le più ardue
vittorie del coraggio umano su la sventura e su la colpa. Ella
interpreta con insolita audacia il mito di Promèteo: la necessità
del crimine che grava su l'uomo deliberato di elevarsi fino alla
condizione titanica; e conferisce non so che selvaggio ardore patetico
all'impeto iterato della volontà singola verso l'universale, alla
smània di rompere la scorza dell'individuazione per sentir sé unica
essenza dell'Universo. Ella afferma ed esalta l'istinto agonale come
solo creatore di bellezza e di signorìa nel mondo. Ella ricorda alla
razza dei Caboto l'antichissima sua «vocazione d'oltremare», la sua
prima sete d'avventura e di scoperta, la gioia di propagare di là da
ogni confine lo splendore della patria, l'orgoglio di stampare l'orma
latina nel suolo inospite. Misurando su l'arco romano la prominenza
del sopracciglio consolare, ella offre alla terza Italia la visione
augurale della sua nuova architettura considerata come il linguaggio
della potenza, come il grande atto concorde della volontà che muove
i macigni, come il prodigio compiuto dall'ebrezza della volontà che
aspira a placarsi nell'arte. Ella in fine santifica il dolore che,
trasmutato nella più efficace energia stimolatrice, genera e conserva
l'avvenire. Ella glorifica la donna sapiente in una sola cosa: nel
donar sé stessa. Dice: «La paura del dolore, la paura di soffrire, non
può essere abolita se non da una religione in cui l'-Amore sia amato-.»
Anche dice: «Che ciascun uomo si faccia degno di ricevere -un annunzio
di perpetuità-, avendo fede nella Vita Eterna».
Tale, o amico, è la parola della tragedia abominevole che i catoncelli
stercorarii -- sia detto con sopportazione -- consegnano ogni giorno alla
vendetta popolare. Nessuna delle mie opere fu mai tanto vituperata,
e nessuna mi sembra più nobile di questa. Col canto senza musica
ella si accorda agli esemplari augusti. Sorta dalla mia più vigile
angoscia con la spontaneità di un grido, ella sembra composta sotto
l'insegnamento assiduo dei primi Tragedi. Ma gli accordi e i riscontri,
che io discopro in lei se la contemplo, sono per me stesso inattesi:
mi significano le divine analogie della vita ideale, le comunioni
misteriose e quasi direi sotterranee che affratellano le creature dello
spirito. Quando su la mano pallida ma forte di Maria Vesta che alza
il suo velo intravvedo l'ombra del braccio di Eracle che discopre il
viso fedele d'Alcesti tornante dall'Ade, io riconosco l'eternità della
poesia che abolisce l'errore del tempo. Anche riconosco la verità e la
purità della mia arte moderna; che cammina col suo passo inimitabile,
con la movenza che è propria di lei sola, ma sempre su la vasta via
diritta segnata dai monumenti dei poeti padri.
Per ciò io mi considero maestro legittimo; e voglio essere e sono il
maestro che per gli Italiani riassume nella sua dottrina le tradizioni
e le aspirazioni del gran sangue ond'è nato: non un seduttore né
un corruttore, sì bene un infaticabile animatore che èccita gli
spiriti non soltanto con le opere scritte ma con i giorni trascorsi
-leggermente- nell'esercizio della più dura disciplina. Le figure della
mia poesia insegnano la necessità dell'eroismo. Uscito è dalle mie
fornaci il solo poema di vita totale -- vera e propria «Rappresentazione
di Anima e di Corpo» -- che sia apparso in Italia dopo la -Comedia-.
Questo poema si chiama -Laus Vitae-: è composto con un'arte demoniaca
come quella che foggia gli specchi magici; e opera per continua
metamorfosi su le imagini del mondo visibile trasmutandole in segni
luminosi del mistero interiore. È il ditirambo delle origini e delle
profondità. L'anima vi si agita nel canto come una Menade che abbia
rapito il segreto a Orfeo prima di lacerarlo; ma sempre la segue
l'ombra eleusina,
l'ombra del mietitore
indicibile che innanzi
agli epopti mieteva
la spiga di grano in silenzio.
Colui che sa leggere quelle grandi strofe eguali e sempre diverse,
regolate dall'impari numero delle sette Pleiadi e delle tre Càriti,
colui s'affaccia alla soglia dell'Avvenire e intravvede i primi
lineamenti dell'essere che sta per formarsi figlio della nostra
angoscia meravigliosa e del più divino mito.
Due fra tanti insegnamenti colui ritenga con più strenua tenacia,
perché sono i due poli del nuovo asse spirituale: due arti eroiche:
l'arte di inventare ogni giorno la sua propria virtù contro l'evento,
e l'arte di serbarsi puro. Tutto il poema converge alla Legge di Delo
come la piramide al suo apice.
Or tu, nella mia dipartita,
o Rupe, da tutta la tua
nudità cui più non fa velo
il fumo delle ecatombi,
ripeti a me l'unica legge
cui voglio obbedire: SII PURO.
Anche gli eroi della mia tragedia, travolti dalla sventura o sorpresi
dall'Ate carnale, si sforzano di obbedire a quel comando e cercano di
uccidere «la bestia inferma nel loro fango penoso». La mia recentissima
opera sviluppa in forma tragica taluno dei più attivi fermenti ond'è
fervido quel carme che il poeta considera come
il monumento al suo spirto
liberato e liberatore.
Che mai può dunque significare e valere il tentativo di rivolta contro
la mia signoria spirituale, basso e vano come una sommossa di schiavi
ubriachi? Qual mai potenza può oggi essere rivendicata contro la mia
arte, se la mia arte ha celebrato e celebra nella più schietta e più
energica lingua d'Italia le più superbe e le più sante potenze della
vita? In nome di qual principe degno d'essere unto e coronato re
domandano la mia deposizione i poveracci che si sfamano con gli avanzi
dei miei conviti e i ladruncoli che trafugano i frutti caduti dagli
alberi dei miei giardini? Come mai può sperare, non dico di prevalere
ma di giungermi al calcagno, il rancore servile dei troppi che, non
sapendo avermi per maestro, m'hanno per padrone e rècano in fronte il
mio marchio rosso e cercano invano di graffiarlo rompendosi le unghie --
sia detto con sopportazione -- non dissimili a quelle di Taide attuffata
nella seconda bolgia?
Nessuno, certo, sa ridere più tranquillamente di me. Però v'è una
specie avversa che riesce a privare della consueta sobrietà le mie
allegrezze. Non rado avviene ch'io trasmodi, e mi perdonino le Grazie
decenti, quando il Catoblepa -- la bestia plantìgrada nominata nel
-Morgante- del Pulci, «che va col capo in terra e colla bocca» -- fa
una buca nel mollicchio grufolando e m'insegna che quella è la divina
profondità a me preclusa; poi s'adira, digrigna, ringhia, crede di
stritolarmi vivo e non s'accorge d'avere addentato una delle sue
quattro zampe insensibili, gravi di grasso, di stupore e di mota.
Com'è lieve oggi, o amico, la bellezza dell'Alpe di Luni! Anche la
faccia del Tirreno è di sì tenue purità che mi toglie il desiderio di
risollevare gli occhi verso il cielo, perché appar quasi una imagine
del cielo più divina e più vicina, simile forse a quell'estatica attesa
che nei sereni impàllida tutto l'occidente quand'è per sgorgarne la
lacrima di Espero. Ma l'Alpe mi fa volgere il capo in dietro e obliare
il resto.
È ben quella che affocata dal tramonto diede a Dante ospite dei
Malaspina la visione della Città di Dite; è ben quella che il furente
Buonarroti sviscerò perché gli rendesse le sue creature imprigionate
fin dall'alba dei tempi nella matrice marmorea; è la patria delle
aquile nere e delle sentenze lapidarie, è la sostanza terrestre delle
forme eterne. Ma oggi il suo travaglio ha tregua, la sua durezza si
spetra. Non v'è nel mondo visibile, non nella mia memoria, una parvenza
che le somigli. Forse, ora che mi ricordo, forse a lei smisurata e
inesausta somiglia solo quel fiore paràlio che in un giorno di felicità
vidi sopra le sabbie del Fàlero attico e non lo colsi,
ah di sì lieve
bellezza che parveci entrasse
in noi non pel varco dei sensi
ma com'entra un puro pensiero.
Tuttavia ella era ieri anche più bella, mentre la contemplavo stando
di là dalla folta selva di pini che mi nascondeva il mare. Non era ella
come il sogno ieri ma come la vita, ma come una vita che sorgendo dalla
più remota malinconia e melodia della Terra si palesasse a sommo della
rupe in quella guisa indicibile onde appare nello sguardo dell'uomo il
sùbito ardore dell'anima. La «materia prometèa» sembrava a un tratto
divenuta impaziente di attendere lo scalpello e il martello del Titano,
pronta a foggiarsi da sé medesima secondo la sua aspirazione, pronta a
dare da sé medesima alla sua massa l'effigie del suo spirito, in quella
guisa indicibile onde l'anima dell'uomo sembra crear dall'interno
l'ossatura che la significa. E non mai la parola della sera aveva
parlato nel mio cuore con una musica tanto religiosa.
La distesa umile dei campi era oscurata, sotto quella grandezza in
punto di trasfigurare; e fumigava quasi cerulea di mirra senza odore.
Io stava ai piedi d'un alto pioppo, ch'era l'ultimo d'un lungo ordine
d'eguali; ed ecco, udii il fremito della cima, e alzai il capo a
guardare. E la tregua della contemplazione fu rotta, perché invidiai
l'albero; che è un uomo più saggio e più antico. Egli vedeva due
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