è la viggilie de Sant'Andonie e li cafune fanne feste, arhunisce tutte
quante all'are per dajie a beve. Tu hi da tené na certe butticelle de
Montepulciane. Mitte mane a quelle pe' ogge! E quande tutte stanne bene
arhunite, penze i' a fa' e a dice tutte quelle che s'ha da fa' e s'ha
da di'.
IV.
Dopo due ore, come il pomeriggio era tiepido e chiarissimamente sereno,
avendo La Bravetta fatto correre la voce, se ne vennero all'invito i
coltivatori e i massai dei dintorni. Nell'aia si levavano alti mucchi
di paglia, che percossi dal sole ornavansi d'un glorioso colore d'oro;
quivi una torma di oche andava schiamazzando, bianca, lenta, con
larghi becchi aranciati, chiedendo di nuotare; gli odori dello stabbio
giungevano ad intervalli. E tutti quelli uomini rusticani, aspettando
di bere, motteggiavano, tranquilli, su le loro gambe in arco difformate
dalle rudi fatiche: alcuni con volti rugosi e rossastri come vecchi
pomi, con occhi resi miti dalla lunga pazienza o resi vivi dalla lunga
malizia; altri con barbe nascenti, con attitudini di gioventù, con
nelle vesti rinnovate una manifesta cura d'amore.
Ciávola e il Ristabilito non si fecero molto attendere. Tenendo in
una mano la scatola delle confetture, il Ristabilito ordinò che tutti
si mettessero in cerchio; e, stando egli nel mezzo, fece una breve
concione, non senza una certa gravità di voce e di gesti.
-- Bon'uómmene! -- disse -- nisciune de vu, certe, sa pecche propie Mastre
Peppe De Siere v'ha chiamate a qua...
Un moto di stupore, a questo strano preambolo, si propagò in tutte le
bocche degli ascoltanti; e la letizia pe 'l promesso vino si mutò in
una inquietudine di diversa espettazione. Continuava l'oratore:
-- Ma, seccome po' succéde caccosa bbrutte e vu ve putassáte lagnà de
me, ve vojie dice de che se tratte, prima de fa' la spirienze.
Gli ascoltanti si guardavano l'un l'altro negli occhi, con un'aria
smarrita; e quindi rivolgevano lo sguardo curioso e incerto al
cofanetto che l'oratore teneva in una mano. Un d'essi, poichè il
Ristabilito faceva pausa per considerare l'effetto delle parole,
esclamò impaziente:
-- Ebbè?
-- Mo, mo, bell'uómmene mi'. La notta passate s'hann'arrubbate a Mastre
Peppe nu bbone porche che s'ave' da salà. Chi ha state lu latre, nen
ze sa; ma cert'è ca s'ha da truvà miezze a vu' áutre, pecchè nisciune
venéve dall'India bbasse p' arrubbarse lu porche a Mastre Peppe!
Fosse un giocondo effetto di questo peregrino argomento dell'India o
fosse l'azione del tiepido sole, La Bravetta cominciò a starnutire.
I villici si fecero in dietro; la tribù delle oche si disperse,
sbigottita; e sette starnutazioni consecutive risonarono liberamente
nell'aria, turbando la pace rurale. L'ilarità risorse negli animi, a
quel fragore. L'adunanza, dopo un poco, si ricompose. Il Ristabilito
continuò, sempre grave:
-- Pe' scuprì lu latre Mastre Peppe ha pensate de darve a magnà certe
bbone cunfette e de darve a bere nu certe Montepulciane viecchie che
j'ha messe mane ogge apposte. Ma pirò v'ajie da dice na cose. Lu latre,
appena se mette mmocche lu cunfette, se sente la vocche accuscì amare,
accuscì amare c'ha da sputà pe' fforze. Vulete sprementà? O pure lu
latre, pe' nen esse sbruvegnate, se vo' cunfessà a lu prévete? Bell'uó,
arspunnéte!
-- Nu vuléme magna e beve -- risposero quasi in coro gli adunati.
E un movimento incerto corse fra quella gente semplice. Ognuno,
guardando il compagno, aveva negli occhi una punta d'investigazione.
Ognuno, naturalmente, poneva nel ridere una tal quale ostentazione di
spontaneitá.
Disse Ciávola:
-- V'avete da mette tutt'a ffile, pe' la sprïenze. Nisciune s'ha da puté
nnascónne.
Ed egli, quando tutti furono disposti, prese il fiasco e i bicchieri,
apprestandosi a mescere. Il Ristabilito si fece dall'un de' capi, e
cominciò a distribuire pianamente i confetti che sotto le gagliarde
dentature dei villani scricchiolavano e sparivano in un attimo. Come
egli giunse a Mastro Peppe, prese uno dei confetti canini e glielo
porse; e seguitò oltre, senza nulla dare a divedere.
Mastro Peppe, che fin allora era stato con i grandissimi occhi
intenti a cogliere in fallo qualcuno, si gittò in bocca il confetto
prestamente, quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare. D'un
tratto i pomelli delle gote gli salirono vivamente verso gli occhi, gli
angoli della bocca e le tempie gli si empirono di crespe, la pelle del
naso gli si arricciò, il mento gli si torse un poco, tutti i lineamenti
della sua faccia ebbero una comune mimica involontaria di orrore; e
una specie di brivido visibile gli corse dalla nuca per le spalle. E
subito, poichè la lingua non poteva sostenere l'amaro dell'áloe e una
resistenza invincibile saliva dallo stomaco per la gola ad impedire
l'inghiottimento, il malcapitato fu costretto a sputare.
-- Ohe, Mastre Pè, tu che ccazze fiè? -- garrì Tulespre dei Passeri, un
vecchio capraro verdastro e peloso come una tartaruga di palude.
Si rivolse, a quella voce agra, il Ristabilito che non anche aveva
terminato di distribuire. Però, vedendo La Bravetta tutto contorcersi,
disse con suon di benevolenza:
-- Mbé, quelle forse ere troppe cotte. To'! Ecchene n'áutre. 'Nglutte,
Peppe!
E con due dita gli cacciò in bocca la seconda pillola canina.
Il pover'uomo la prese; e, sentendo sopra di sè fissi gli occhi maligni
e acuti del capraro, fece un supremo sforzo per sostener l'amarezza;
non masticò, non inghiottì; stette con la lingua immobile contro i
denti. Ma, come al calore dell'alito e all'umidore della saliva l'áloe
si discioglieva, egli non poteva più reggere: le labbra gli si torsero
come dianzi; il naso gli si empì di lacrime; e certe gocciole grosse
gli cominciarono a sgorgare dal cavo degli occhi e a rimbalzar, come
perle scaramazze, giù per le gote. Alfine, sputò.
-- Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè? -- garrì di nuovo il capraro,
mostrando in un suo ghigno le gencive bianchicce e vacue. -- Ohe, e
queste mo che signifeche?
Tutti i villici ruppero l'ordine, e attorniarono La Bravetta; alcuni
con risa di beffa, altri con parole irose. Le ribellioni di orgoglio
subitanee e brutali che ha l'onore della gente campestre, le severità
implacabili della superstizione scoppiarono d'improvviso in una
tempesta di contumelie.
-- Pecché ci si' fatte venì a qua? Pe' jettè la cólepe a une de nu
'nghe 'na fatture fáuze? Pe' cujunà a nu? Pecché? Si' fatte male li
cunde! Latre, bbuciarde, nasó, fijie de cane, fijie de puttane! A nu vu
cujunà? Pezze de fesse! Latre! Nasó! Te vuleme rompe tutte li pignate
'n cocce. Fijie de puttane! Sangue de Criste, tu!
E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri, gridando le
ultime ingiurie di tra i pioppi.
Allora rimasero nell'aia Ciávola, il Ristabilito, le oche e La
Bravetta. Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione, con il
palato ancora morso dalla perversità dell'áloe, non poteva profferire
parola. Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente, percotendo
il terreno con la punta del piede poggiato in su' l tacco, scotendo
per ironia il capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile suon di
dileggio:
-- Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicce nu poche; quante ci
si' fatte? Diece ducate?
I MARENGHI.
Passacantando entrò, sbattendo forte le vetrate malferme. Scosse
rudemente dalle spalle le gocce di pioggia; poi si guardò in torno,
togliendosi dalla bocca la pipa e lasciando andare contro il banco
padronale un lungo getto di saliva, con un atto di noncuranza
sprezzante.
Nella taverna il fumo del tabacco faceva come una gran nebbia
turchiniccia, di mezzo a cui si intravedevano le facce varie dei
bevitori e delle male femmine. C'era Pachiò, il marinaro invalido,
a cui una untuosa benda verde copriva l'occhio destro infermo d'una
infermità ributtante. C'era Binchi-Banche, il servitore dei finanzieri,
un omiciattolo dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza
succo, curvo nella schiena, con le magre gambe sprofondate negli
stivali fino ai ginocchi. C'era Magnasangue, il mezzano dei soldati,
l'amico degli attori comici, dei giocolieri, dei saltimbanchi, delle
sonnambule, dei domatori d'orsi, di tutta la gentaglia famelica e
girovaga che si ferma nel paese per carpire agli oziosi un quattrino. E
c'erano le belle del Fiorentino: tre o quattro femmine affloscite nel
vizio, con le guance tinte d'un color di mattone, gli occhi bestiali,
la bocca flaccida e quasi paonazza come un fico troppo maturo.
Passacantando attraversò la taverna e andò a sedersi su una panca, tra
la Pica e Peppuccia, contro il muro segnato di figure e di scritture
invereconde. Egli era un giovinastro lungo e smilzo, tutto dinoccolato,
con una faccia pallidissima da cui sporgeva il naso grosso, rapace,
piegato molto da una parte. Le orecchie gli si spandevano ai due
lati come cartocci sinuosi, l'uno più grande dell'altro; le labbra,
sporgenti, vermiglie, e d'una certa mollezza di forma, avevano sempre
agli angoli alcune piccole bolle di saliva bianchicce. Un berretto che
l'untuosità rendeva consistente e malleabile come la cera, gli copriva
i capelli bene curati, di cui una ciocca foggiata ad uncino scendeva
fin su la radice del naso ed un'altra arrotondavasi su la tempia. Una
specie di oscenità e di lascivia naturale emanava da ogni attitudine,
da ogni gesto, da ogni modulazion di voce, da ogni sguardo di costui.
-- Ohe, -- gridò egli -- l'Africana, una fujetta! -- percotendo il tavolo
con la pipa d'argilla che al colpo s'infranse.
L'Africana, la padrona della taverna, si mosse dal banco verso il
tavolo, barcollando per la sua corpulenza grave; e posò dinanzi a
Passacantando il vaso di vetro colmo di vino. Ella guardava l'uomo con
uno sguardo pieno di supplicazione amorosa.
Passacantando d'un tratto, dinanzi a lei, cinse co 'l braccio il collo
di Peppuccia costringendola a bere, e quindi attaccò la bocca a quella
bocca che ancora teneva il sorso del vino e fece atto di suggere.
Peppuccia rideva, schermendosi; e per le risa il vino mal tracannato
spruzzava la faccia del provocatore.
L'Africana divenne livida. Si ritrasse dietro il banco. Di mezzo al
fumo denso del tabacco le giungevano gli schiamazzi e le mozze parole
di Peppuccia e della Pica.
Ma la vetrata si aprì. E comparve su la soglia il Fiorentino, tutto
avvolto in un pastrano, come uno sbirro.
-- Ehi, ragazze! -- fece con la voce rauca. -- È ora.
Peppuccia, la Pica, le altre si levarono di tra gli uomini che le
perseguitavano con le mani e con le parole; se ne uscirono, dietro il
loro padrone, mentre pioveva e tutto il Bagno era un lago melmoso.
Pachiò, Magnasangue, gli altri anche se ne uscirono, a uno a uno.
Binchi-Banche rimase disteso sotto una tavola, immerso nel torpore
dell'ebrietà. Il fumo nella taverna a poco a poco vaniva verso l'alto.
Una tortora spennacchiata andava qua e là beccando le briciole del
pane.
Allora, come Passacantando fece per alzarsi, l'Africana gli mosse
in contro, lentamente, con la persona deforme atteggiata a una
lusinghevole mollezza d'amore. Il gran seno le ondeggiava da una
parte all'altra; ed una smorfia grottesca le rincrespava la faccia
plenilunare. Su la faccia ella aveva due o tre piccoli ciuffi di peli
crescenti dai nei; una lanugine densa le copriva il labbro superiore e
le guance; i capelli corti, crespi e duri le formavano su 'l capo una
specie di casco; le sopracciglia le si riunivano alla radice del naso
camuso folte; cosicchè ella pareva non so qual mostruoso ermafrodito
affetto di elefanzia o di idrope.
Quando fu presso all'uomo, ella gli afferrò la mano per trattenerlo.
-- Oh, Giuvà!
-- Che volete?
-- I' che t'hajie fatte?
-- Voi? Niende.
-- E allora pecchè me dai pene e turmende?
-- Io? Me facce meravijia... Bona sere! Nen tenghe tembe da perde, mo.
E l'uomo, con un moto brutale, fece per andarsene. Ma l'Africana gli si
gettò alla persona, stringendogli le braccia, e mettendogli il volto
contro il volto, ed opprimendolo con tutta la mole delle carni, per
un impeto di passione e di gelosia così terribilmente incomposto che
Passacantando ne rimase atterrito.
-- Che vuo'? Che vuo'? Dimmele! Che vuo'? Che te serve? Tutte te denghe;
ma statte'nghe me, statte'nghe me. Nen me fa murì di passijone... nen
me fa ì 'n pazzía... Che te serve? Viene! Píjiate tutte quelle che
truove... -- Ed ella lo trasse verso il banco; aprì il cassetto; gli
offerse tutto, con un gesto solo.
Nel cassetto, lucido di untume, erano sparse alcune monete di rame
tra cui luccicavano tre o quattro piccole monete d'argento. Potevano
essere, insieme, cinque lire.
Passacantando, senza dir nulla, raccolse le monete e si mise a contarle
su 'l banco, lentamente, tenendo la bocca atteggiata al dispregio.
L'africana guardava ora le monete, ora la faccia dell'uomo, ansando
come una bestia stracca. Si udiva il tintinno del rame, il russare
aspro di Binchi-Banche, il saltellare della tortora, in mezzo al
continuo rumore della pioggia e del fiume giù per il Bagno e per la
Bandiera.
-- Nen m'abbaste -- disse finalmente Passacantando. -- Ce vo' l'autre.
Cacce l'autre, se no i' me ne vajie.
Egli s'era schiacciato il berretto su la nuca. Il ciuffo rotondo
gli copriva la fronte, e sotto il ciuffo gli occhi bianchicci,
pieni d'impudenza e d'avarizia, guardavano l'Africana intentamente,
involgendo quella femmina in una specie di fascinazione malefica.
-- I' nen tenghe chiù niende. Tu mi siè spujate. Quelle che truove,
píjiatele... -- balbettava l'Africana, supplichevole, carezzevole,
mentre la pappagorgia e le labbra le tremavano, e le lagrime le
sgorgavano dagli occhietti porcini.
-- Mbé, -- fece Passacantando, a voce bassa, chinandosi verso di lei --
mbé, e t'acride che i' nen sacce che maritete tene li marenghe d'ore?
-- Oh, Giuvanne... E coma facce pover'ammè?
-- Tu, mo, súbbito, vall'a pijà. I' t'aspett'a qua. Maritete dorme.
Quest'è lu momende. Va; se no nen m'arvide chiù, pe' Sant'Andonie.
-- Oh, Giuvanne... I' tenghe pahure.
-- Che pahure e nen pahure! -- strillò Passacantando. -- Mo ce venghe pure
i'. 'Jame!
L'Africana si mise a tremare. Indicò Binchi-Banche che stava ancora
disteso sotto la tavola, nel sonno pesante.
-- Chiudème prime la porte -- ella consigliò, con sommessione.
Passacantando destò con un calcio Binchi-Banche, che per lo spavento
improvviso cominciò a urlare e a dimenarsi entro i suoi stivali finchè
non fu quasi trascinato fuori, nella mota e nelle pozzanghere. La porta
si chiuse. La lanterna rossa, che stava appiccata ad una delle imposte,
illuminò la taverna d'un rossore sudicio; gli archi massicci si
disegnarono in ombra profonda; la scala nell'angolo divenne misteriosa;
tutta l'architettura prese un'apparenza tetra.
-- 'Jame! -- ripetè Passacantando all'Africana che ancora tremava.
Ambedue salirono adagio per la scala di mattoni che sorgeva nell'angolo
più oscuro, la femmina innanzi, l'uomo indietro. In cima alla scala
era una stanza bassa, impalcata di travature. Sopra una parete era
incrostata una madonna di maiolica azzurrognola; e davanti le ardeva
in un bicchiere pieno d'acqua e d'olio un lume, per voto. Le altre
pareti copriva, come una lebbra multicolore, una quantità d'imagini di
carta in brandelli. L'odore della miseria, l'odore del calore umano nei
cenci, empiva la stanza.
I due ladri si avanzavano verso il letto cautamente.
Stava su 'l letto maritale il vecchio, immerso nel sonno, respirante
con una specie di sibilo fioco a traverso le gengive senza denti, a
traverso il naso umido e dilatato dal tabacco. La testa calva posava di
sbieco sopra un guanciale di cotone rigato; su la bocca cava, simile a
un taglio fatto su una zucca infracidita, si rizzavano i baffi ispidi
e ingialliti dal tabacco; e uno degli orecchi visibile rassomigliava
all'orecchio rovesciato di un cane, essendo pieno di peli, coperto di
bolle, lucido di cerume. Un braccio usciva fuori delle coperte, nudo,
scarno, con grossi rilievi di vene simili alle gonfiezze delle varici.
La mano adunca teneva un lembo del lenzuolo, per abitudine di prendere.
Ora, questo vecchio ebete possedeva da tempo due marenghi avuti in
lascito non si sa da qual parente usuraio; e li conservava con gelosa
cura dentro una tabacchiera di corno in mezzo al tabacco, come alcuni
fanno di certi insetti muschiati. Erano due marenghi gialli e lucenti;
ed il vecchio vedendoli ad ogni momento e ad ogni momento palpandoli
nel prendere tra l'indice e il pollice l'aroma, sentiva in sè crescere
la passione dell'avarizia e la voluttà del possesso.
L'Africana si accostò pianamente, trattenendo il respiro, mentre
Passacantando la incitava con i gesti al furto. Si udì per le scale
un rumore Ambedue ristettero. La tortora spennacchiata e zoppa entrò
saltellando nella stanza; trovò il nido in una ciabatta, a piè del
letto maritale. Ma come ancora, nell'accomodarsi, faceva strepito,
l'uomo con un moto rapido la serrò nel pugno, con una stretta la
soffocò.
-- Ci sta? -- chiese all'Africana.
-- Sì, ci sta, sott'a lu cuscine... -- rispose quella mentre insinuava
sotto il guanciale la mano.
Il vecchio, nel sonno, si mosse, mettendo un gemito involontario, ed
apparve tra le sue palpebre un po' del bianco degli occhi. Poi ricadde
nell'ottusità del sopore senile.
L'Africana, per l'immensa paura, divenne audace; spinse la mano d'un
tratto, afferrò la tabacchiera, e, con un moto di fuga, si rivolse
verso le scale; discese seguita da Passacantando.
-- O Die! O Die! Vide che so fatte pe' te!... -- balbettava,
abbandonandosi addosso all'uomo.
Ed ambedue si misero insieme, con le mani malferme, ad aprire la
tabacchiera, a cercare fra il tabacco le monete d'oro. L'acuto aroma
saliva loro per le narici; ed ambedue, come sentivano l'eccitazione
a starnutire, furono invasi d'improvviso da un impeto d'ilarità. E,
soffocando il rumore degli starnuti, barcollavano e si sospingevano.
Al gioco, la lussuria nella pinguedine dell'Africana insorgeva. Ella
amava d'essere amorosamente morsicata e bezzicata e sballottata e qua
e là percossa da Passacantando; fremeva tutta e tutta si ribrezzava
nella sua bestiale orridezza. Ma, a un punto, prima si udì un brontolio
indistinto e poi gridi rauchi proruppero su nella stanza. E il vecchio
comparve in cima alla scala, livido alla luce rossastra della lanterna,
magro, scheletrito, con le gambe nude, con una camicia a brandelli.
Guardava in giù la coppia ladra; ed agitando le braccia gridava come
un'anima dannata:
-- Li marenghe! Li marenghe! Li marenghe!
LA MADIA.
A pena Luca udì il rumore delle grucce, spalancò gli occhi e li volse
ardenti e torbidi verso la porta, aspettando che il fratello comparisse
sul limitare. Tutta la faccia, estenuata dalla sofferenza, divorata
dalla febbre, sparsa di bolle rossastre, gli prese d'improvviso un
aspetto di durezza e quasi d'ira. Egli afferrò le mani della madre,
convulsamente, gridando, con la voce rauca e rotta:
-- Caccialo! Caccialo! Non lo voglio vedere. Capisci? Non lo voglio
vedere; mai più. Capisci?
Le parole lo soffocarono. Egli stringeva forte le mani della madre,
tossendo con grande affanno, mentre la camicia sul petto gli palpitava
e gli s'apriva un poco ad ogni sforzo. Aveva la bocca gonfia; e
pel mento le bolle riseccate gli formavano come una crosta che si
screpolava e sanguinava ad ogni sforzo.
La madre cercava di placarlo.
-- Sì, sì, figlio mio. Non lo vedrai più. Farò come tu vuoi. Lo caccerò,
lo caccerò. Questa è la casa tua, figlio, tutta tua. Mi senti?
Luca le tossiva sul volto.
-- Ora, ora, sùbito -- egli diceva, con una persistenza feroce,
sollevandosi di sul letto, spingendo la madre verso la porta.
-- Sì, figlio mio. Ora, sùbito.
Ciro comparve al limitare, reggendosi su le grucce. Egli era
mingherlino, con una grossa testa pesante. I capelli erano così biondi
che quasi parevan bianchi. Gli occhi eran dolci come quelli d'un
agnello, azzurri fra le lunghe ciglia chiare.
Entrando, non disse nulla; poichè era muto per una paralisia. Ma vide
gli occhi dell'infermo, che lo guardavano intenti e crudeli; e si
fermò nel mezzo della stanza, appoggiato alle grucce, irresoluto, non
osando avanzare. La gamba destra, torta e raccorciata, aveva un piccolo
tremito visibile.
Luca disse alla madre:
-- Che viene a fare, questo stroppiato? Caccialo via! Voglio che tu lo
cacci via. Capisci? Sùbito.
Ciro intese, e guardò la matrigna che già era per levarsi. La guardò
con occhi tanto supplichevoli, ch'ella non ebbe cuore di fargli
violenza. Poi, tenendo sotto l'ascella una gruccia, con la mano libera
fece un gesto disperato. E gittò uno sguardo vorace alla madia ch'era
in un canto. Voleva dire:
-- Ho fame.
-- No, no; non gli dar niente -- si mise a gridare Luca, agitandosi tutto
sul letto, imponendo alla donna il suo capriccio malvagio. -- Niente!
Mandalo via.
Ciro aveva chinato sul petto la grossa testa, tremando, con gli occhi
pieni di lacrime. Quando la matrigna gli mise una mano su la spalla
e lo spinse verso l'uscio, egli ruppe in singhiozzi; ma si lasciò
condurre. Poi sentì chiuder l'uscio; e rimase sul pianerottolo, a
singhiozzare. Singhiozzava forte e costante.
Disse Luca alla madre, con un atto iroso:
-- Lo senti? Fa apposta, per farmi venir male.
Il singhiozzo del fratello seguitava, interrotto qualche volta da un
mugolìo singolare, accorante come il rantolo d'un giumento che sia per
morire.
-- Ma lo senti? Va. Gettalo per le scale!
La donna sorse con impeto; corse all'uscio, e levò sul muto le mani
dure, avvezze a percuotere e ad incrudelire.
Luca, sollevato in su' gomiti, ascoltava i colpi, dicendo:
-- Ancóra! ancóra!
Sotto le percosse, Ciro tacque. Trattenendo il pianto, discese nella
strada. Egli era famelico; non mangiava da quasi due giorni. A pena
aveva la forza di trascinar le grucce.
Passò in corsa una schiera di monelli, dietro il volo d'un aquilone che
prendeva vento beccheggiando. Taluni gli diedero un urto, gridandogli:
-- Ehi, lo stroppiatino!
Altri lo beffarono, gridandogli:
-- Vieni, bàrbero, alla carriera!
Altri, alludendo alla sua gran testa, gli chiesero per dileggio:
-- Quanto la libbra il cervello, stroppiatino?
Uno tra questi, più disumano, gli fece cadere una gruccia; e si mise
a fuggire. Il muto barcollò; poi la raccolse a fatica, e si mosse. Gli
strilli e le risa dei monelli si dileguavano verso il fiume. L'aquilone
s'inalzava, come un uccello di paesi strani, in un cielo tutto rosato e
soave.
Compagnie di soldati cantavano in coro, lungo il Bagno. Era la bella
stagione, sotto la festa di Pasqua.
Ciro, sentendosi mordere le viscere dalla fame, pensò:
-- Ora chiedo l'elemosina.
Dal forno veniva col vento primaverile la fragranza del pane recente.
Passò un uomo vestito di bianco, portando in testa una lunga tavola su
cui giacevano in ordine molti pani color d'oro, che ancora fumavano.
Due cani lo seguivano, con il muso all'aria, dimenando la coda.
Ciro si sentì quasi venir meno, di languore. Pensava:
-- Ora chiedo l'elemosina; se no, muoio.
Il giorno cadeva lentamente. Il cielo diafano era tutto sparso
d'aquiloni che si ritraevano verso terra ondeggiando. Le campane
propagavano nell'aria sonora un rombo continuo e profondo.
Ciro pensò:
-- Ora mi metto alla porta della chiesa.
E si trascinò verso quel luogo.
La chiesa in fatti era aperta. Si vedeva in fondo l'altare illuminato
di fiammelle tremolanti, come una costellazione. Usciva fuori l'aroma
dell'incenso e del belzuino, svanito. Di tanto in tanto, l'organo
gittava un gran fascio di suoni.
Ciro, d'improvviso, sentì velarsi gli occhi da nuove lacrime. Egli
pregò nel suo cuor religioso:
-- O Signore, Dio mio, aiutami tu!
L'organo mise un tuono che fece vibrare i pilastri come stromenti; poi
si rallegrò di note chiare. Sorsero le voci dei cantori. E i devoti
e le devote entravano, a due, a tre, per la porta unica. Ciro non
osava ancora tendere la mano. Un mendicante, poco discosto, chiese
lamentevole:
-- La carità, per l'amore di Dio!
Allora il muto ebbe onta. Vide entrare nella chiesa la matrigna, tutta
raccolta sotto la mantatura nera. Pensò:
-- Se andassi a casa, mentre la matrigna è fuori?
La bramosia del cibo lo punse così forte, che egli non indugiò
più oltre. Volava su le grucce, dietro la speranza del pane. Una
femminetta, al passaggio, gli gridò ridendo: -- Corri il palio,
stroppiatino?
Egli giunse alla casa, in un baleno, ansando e palpitando. Salì le
scale con cautela infinita, senza rumore. Cercò la chiave a tentoni,
in una cavità del muro, dove soleva metterla la matrigna uscendo. La
trovò; e prima d'aprire guardò pel buco della serratura. Luca, sul
letto, pareva sopito.
Ciro pensò:
-- Se potessi prendere il pane senza svegliarlo!
E girò la chiave, piano piano, trattenendo il respiro, temendo di
svegliare il fratello con palpiti del cuore. Pareva che quei palpiti
empissero tutta la casa, come d'un fragore altissimo.
-- E se si sveglia? -- pensò Ciro con un brivido nelle midolle, quando
sentì che la porta era aperta.
Ma la fame lo rendeva audace. Egli entrò, puntando le grucce
delicatamente, non togliendo mai gli occhi di sul fratello.
-- E se si sveglia?
Il fratello, supino, respirava con affanno in quel sopore. Di tratto in
tratto gli usciva dalle labbra quasi un fischio lieve. Una sola candela
ardeva su la tavola, gittando alla parete larghe ombre variabili.
Ciro, come fu presso alla madia, s'arrestò per vincere il tremore;
guardò il dormiente; poi, reggendo ambo le grucce con l'ascelle, si
mise a sollevare il coperchio. La madia scricchiolava forte.
D'improvviso Luca diede un balzo, svegliandosi. Vide il fratello in
quell'atto, e cominciò a gridargli contro, agitando le braccia, come un
ossesso:
-- Ah, ladro! Ah, ladro! Aiuto!
Ma il furore lo soffocava. Mentre il fratello, accecato dalla fame,
chino su la madia, cercava con le mani tremanti un pezzo di pane, egli
si gettò giù dal letto e gli corse sopra a impedirgli di prendere.
-- Ladro! Ladro! -- gridava, fuori di sè.
Fuori di sè, trasse il coperchio pesante sul collo di Ciro; che s'agitò
come una vittima alla tagliuola, disperatamente. Resisteva Luca contro
quelli sforzi, avendo perduto ogni coscienza della cosa, premendo con
tutta la sua persona, quasi per decapitare il fratello. Il coperchio
scricchiolava, penetrando nella viva carne della nuca, schiacciando le
canne della gola, pestando le vene e i nervi. Penzolò dalla madia un
corpo inerte, che più non dava alcun tratto. Allora, in conspetto dello
storpio trucidato, uno sbigottimento pazzo invase l'animo del fratello.
Due o tre volte, barcollando, egli attraversò la stanza che i guizzi
della candela empivano di paure; mise le mani su le coperte, le tirò a
sè, ci si avvoltolò tutto, coprendosi anche la testa; poi si accovacciò
sotto il letto. E nel silenzio i suoi denti stridevano, come fa una
lima sul ferro.
MUNGIÀ.
In tutto il contado pescarese, e a San Silvestro, a Fontanella, a San
Rocco, perfino a Spoltore e nelle fattorie di Vallelonga oltre l'Alento
e più specialmente nei piccoli borghi dei marinai presso la foce del
fiume e in tutte quelle case di creta e di canne, dove si accende il
fuoco con i rifiuti del mare, fiorisce da gran tempo la fama di un
rapsodo cattolico che ha un nome di corsale barbaresco ed è cieco a
simiglianza dell'antico Omero.
Mungià comincia le sue peregrinazioni su i principii della primavera
e le termina nel mese di ottobre, ai primi rigori. Va per le campagne,
guidato da una femmina o da un fanciullo. Tra la grandezza e la forte
serenità della coltivazione, reca ora i lamentevoli canti cristiani le
antifone, gli invitatorii, i responsorii, i salmi dell'officio per i
defunti. Come la sua figura a tutti è familiare, i cani dell'aia non
latrano contro di lui. Egli dà l'annunzio con un trillo del clarinetto;
ed al segnale ben noto le vecchie madri escono in su la soglia,
accolgono onestamente il cantore, gli pongono una sedia all'ombra di
qualche albero, gli chiedono le nuove della salute. Tutti i coloni
cessano dal lavoro e si dispongono in cerchia, ancora alenanti,
tergendosi il sudore con un gesto semplice della mano. Rimangono fermi,
in attitudini di reverenza, tenendo gli strumenti dell'agricoltura.
Nelle braccia, nelle gambe, nei piedi ignudi essi hanno la deformità
che le fatiche lente e pazienti danno alle membra esercitate. I loro
corpi nodosi, la cui pelle assume il color delle glebe, sorgendo dal
suolo nella luce del giorno paiono quasi avere comuni con gli alberi le
radici.
Spandesi allora dall'uomo cieco su quella gente e su le cose in torno
una solennità cristiana. Non il sole, non i presenti frutti della
terra, non la letizia dell'opera alimentaria, non le canzoni dei
cori lontani bastano a difendere gli animi dal raccoglimento e dalla
tristezza della religione. Una delle madri indica il nome del parente
morto a cui ella offre i cantici in suffragio. Mungià si scopre il
capo.
Appare il suo cranio largo e splendente, cinto di canizie; e tutta la
faccia, simigliante nella quiete a una maschera corrosa, si raggrinza
e vive nel movimento del prendere a bocca il clarinetto. Su le tempie,
sotto la cavità degli occhi, lungo gli orecchi, e poi d'in torno alle
narici e agli angoli delle labbra mille grinze sottili e fitte si
compongono e si scompongono a seconda dell'inspirazione ritmica del
fiato nello stromento. Rimangono tesi e lucidi e salienti gli zigomi,
solcati da venature sanguigne simili a quelle che traspariscono in
autunno nelle foglie della vite. E degli occhi, in fondo alle orbite,
non si vede se non il segno rossiccio della palpebra inferiore rivolta.
E su tutte le scabrosità della pelle, su tutta quella meravigliosa
opera d'incisione e di rilievo fatta dalla magrezza e dalla vecchiezza,
e di tra i peli duri e corti d'una barba mal rasa, e nei cavi e nelle
corde del collo lungo e rigido la luce si frange, sfugge, si divide
quasi direi per stille, come una rugiada su una zucca piena di porri e
di muffe, gioca in mille maniere, vibra, si spenge, esita, dà talvolta
a quella umile testa inaspettate arie di nobiltà e di mistero.
Dal clarino di bossolo, a seconda dei movimenti delle dita su le
chiavette malferme, escono suoni. Lo stromento ha in sè quasi direi una
vita e quella inesprimibile apparenza di umanità che acquistano le cose
per l'assiduo uso in servigio dell'uomo. Il bossolo ha una lucentezza
untuosa; i buchi, che nei mesi d'inverno divengono nidi di piccoli
ragni, sono ancora occupati dalle tele o dalla polvere; le chiavette,
lente, sono macchiate di verderame; e qua e là la cera vergine e la
pece chiudono i guasti; e la carta e il filo stringono le commessure; e
ancora si veggono in torno all'orlo gli ornamenti della gioventù. Ma la
voce è debole e incerta. Le dita del cieco si muovono macchinalmente,
poichè non fanno se non ricercare quel preludio e quell'interludio da
gran tempo.
Le mani lunghe, deformate, con grossi nodi alla prima falange
dell'anulare e del medio, con l'unghia del pollice depressa e violetta,
somigliano le mani d'una scimmia decrepita; hanno su 'l dorso le
tinte di certi frutti malsani, un misto di roseo, di giallognolo e di
turchiniccio; su la palma hanno una laboriosa rete di solchi, e tra
dito e dito la pelle escoriata.
Come il preludio finisce, Mungià prende a cantare il -Libera me
Domine-, e il -Ne recorderis-, lentamente, su una modulazione di cinque
sole note. Nel canto, le terminazioni latine si congiungono alle forme
dell'idioma natale; di tratto in tratto, quasi con un ritorno metrico,
passa un avverbio in -ente- seguito da molte gravi rime; e la voce ha
una momentanea elevazion di tono; poi l'onda si riabbassa e segue a
battere le linee men faticose. Il nome di Gesù ricorre spesso nella
rapsodia; e la passione di Gesù è tutta narrata in strofe irregolari di
settenarii e di quinarii, non senza un certo movimento dramatico.
I coloni in torno ascoltano con animo devoto, guardando il cantore
nella bocca. Viene talvolta dai campi su 'l vento un coro di
vendemmiatrici o di mietitori, secondo la stagione, a contendere con
la pia laude; e l'albero al vento si fa tutto musicale. Mungià, che
ha fioco l'udito, continua a cantare i misteri della morte. Le labbra
gli stanno aderenti alle gencive deserte, e gli comincia a colar giù
pe 'l mento la saliva. Egli imbocca il clarinetto, suona l'intermezzo;
poi riprende le strofe. Così va sino alla fine. Sua ricompensa è una
piccola misura di frumento, o una caraffa di mosto, o una resta di
cipolle, o anche una gallina.
Egli s'alza dalla sedia. Ha una figura alta e macilenta, la schiena
curva, i ginocchi volti un poco in dentro. Porta in capo una grande
berretta verde e, in ogni stagione, su le spalle un mantello chiuso
alla gola da due fermagli di ottone e cadente a mezza coscia. Cammina a
fatica, talvolta soffermandosi per tossire.
Quando, nell'ottobre, le vigne sono vendemmiate e le strade sono
piene di fango o di ghiaia, egli si ritira in una soffitta; e là vive
insieme con un sartore che ha la moglie paralitica e con uno spazzino
che ha nove figliuoli afflitti dalla scrofola o dalla rachitide. Nei
giorni sereni, egli si fa condurre sotto l'arco di Portanova; siede
al sole, sopra un macigno, e si mette a cantare il -De profundis-,
sommessamente, per esercizio della gola. Quasi sempre i mendicanti
allora gli fanno cerchia. Uomini con le membra slogate, gobbi,
storpi, epilettici, lebbrosi; vecchie piene di piaghe, o di croste,
o di cicatrici, senza denti, senza cigli, senza capelli; fanciulli
verdognoli come locuste, scarni, con gli occhi selvaggi degli uccelli
di rapina, con la bocca già appassita, taciturni, che covano nel
sangue un morbo ereditato; tutti quei mostri della povertà, tutti quei
miserevoli avanzi d'una razza disfatta, quelle cenciose creature di
Gesù, vengono a fermarsi in torno al cantore e gli parlano come a un
eguale.
Allora Mungià solleva la voce per benignità verso gli ascoltanti.
Giunge, trascinandosi a fatica per terra con l'aiuto delle palme
munite d'un disco di cuoio, Chiachiù, il nativo di Silvi; e si ferma,
tenendosi tra le mani il piede destro ritorto come una radice. Giunge
la Strigia, una figura ambigua, repugnante, di ermafrodito senile, che
ha il collo pieno di foruncoli vermigli, su le tempie alcuni riccioli
grigi di cui ella par vana, e tutto l'occipite coperto di peluria come
quello degli avvoltoi. Giungono i Mammalucchi, i tre fratelli idioti
che paiono essere nati dall'accoppiamento di un uomo con una pecora,
così manifeste ne' loro volti sono le fattezze ovine. Il maggiore ha
i bulbi visivi sgorganti fuor delle orbite, degenerati, molli, d'un
colore azzurrognolo, simili al sacco ovale di un polpo che sia prossimo
a putrefarsi. Il minore ha il lobo di un'orecchia smisuratamente
gonfio, e paonazzo, simile a un fico. Tutti e tre vanno in comune, con
le bisacce di corda dietro la schiena.
Giunge l'Ossesso, un uomo scarno e serpentino, dalle palpebre
arrovesciate come quelle dei piloti che navigano per mari ventosi,
olivastro nella faccia, camuso, con un singolare aspetto di malizia
e di fraudolenza palesante in lui l'origine zingaresca. Giunge la
Catalana di Gissi, una femmina d'età incognita, con lunghi cernecchi
rossicci, con su la pelle della fronte alcune macchie simili quasi
a monete di rame, sfiancata come una cagna dopo il parto: la Venere
dei mendicanti, l'amorosa fonte a cui va a dissetarsi chi patisce
la sete. E giunge Jacobbe di Campli, il grande vecchio dal pelame
verdastro come quello di certi artefici che lavorano l'ottone. Giunge
l'industre Gargalà su 'l veicolo costrutto con rottami di barche
ancora incatramati. Giunge Costantino di Corrópoli, il cinico, che,
per una crescenza del labbro inferiore, pare tenga sempre fra i denti
uno straccio di carne cruda. Altri giungono. Tutti gli iloti che
hanno emigrato lungo il corso del fiume, dagli altipiani al mare, si
raccolgono in torno al rapsodo, sotto il comun sole.
Mungià canta allora con una varia ricerca di modi, tentando altitudini
insolite. Una specie di orgoglio, un'aura di gloria gli invade l'animo,
poichè egli allora esercita l'arte liberalmente, senza prender mercede.
Sale dalla turba dei mendicanti, a tratti, un clamore di plauso ch'egli
a pena ode.
Al termine del canto, come il dolcissimo sole abbandonando quel luogo
ascende su per le colonne corintie dell'Arco, i mendicanti salutano il
cieco e si sbandano per le terre vicine. Rimangono, per consuetudine,
Chiachiù di Silvi, con il piede ritorto fra le mani, e i fratelli
Mammalucchi. Costoro chiedono ad alta voce l'elemosina a chi passa;
mentre Mungià taciturno forse ripensa i trionfi della giovinezza,
quando Lucicappelle, il Golpo di Càsoli e Quattòrece erano vivi.
Oh gloriosa -paranzella- di Mungià!
La piccola orchestra aveva conquistata, in quasi tutta la valle
inferiore della Pescara, una inclita fama.
Sonava la viola ad arco il Golpo di Càsoli, un omuncolo tutto
grigiastro come le lucertole dei tetti, con la pelle del volto e del
collo tutta rugosa e membranosa come i tegumenti d'una testuggine cotta
nell'acqua. Egli portava una specie di berretto frigio che per due
ali aderiva agli orecchi; giocava d'arco con gesti rapidi, premendo su
'l piè della viola il mento aguzzo, martellando le corde con le dita
contratte, ostentando un visibile sforzo nell'azione del sonare, come
fanno i macacchi dei saltimbanchi nòmadi.
Dopo di lui, Quattòrece veniva co 'l violone appeso in su 'l ventre per
mezzo d'una correggia di pelle d'asino. Lungo e smilzo come una candela
di cera, Quattòrece aveva in tutta la persona un singolar predominio
dei colori aranciati. Pareva una di quelle figure monocromatiche
dipinte, su certi rustici vasi castellesi, in attitudini rigide.
Ne' suoi occhi, come in quelli dei cani da pastore, brillava una
trasparenza tra castanea ed aurea; la cartilagine delle sue grandi
orecchie, aperte come quelle dei pipistrelli, contro la luce tingevasi
d'un giallo roseo; le sue vesti erano di quel panno color tabacco
chiaro, che per solito adoperano i cacciatori; e il vecchio violone,
ornato di penne, di fili d'argento, di fiocchi, d'imaginette, di
medaglie, di conterie, aveva l'aspetto di non so quale artifizioso
stromento barbarico d'onde dovessero escire novissimi suoni.
Ma Lucicappelle, tenendo a traverso il petto la sua immane chitarra a
due corde accordate in diapente, veniva ultimo con un passo di danza
e di baldanza, come un Figaro rusticale. Egli era il giocondo spirito
della -paranzella-, il più verde d'anni e di forze, il più mobile, il
più arguto. Un gran ciuffo di capelli crespi gli sporgeva su la fronte,
di sotto a una specie di tòcco scarlatto; gli brillavano agli orecchi
feminilmente due cerchi d'argento: le linee della sua faccia formavano
un natural componimento di riso. Egli amava il vino, i brindisi in
musica, le serenate in onor della bellezza, le danze all'aperto, i
conviti larghi e clamorosi.
Ovunque si celebrasse uno sposalizio, un battesimo, una festa votiva,
un funerale, un triduo, correva la -paranzella- di Mungià, desiderata,
acclamata. Precedeva i cortei nuziali, per le vie tutte sparse di fiori
di giunco e d'erbe odorifere, tra le salve di gioia e le salutazioni.
Cinque mule inghirlandate recavano i doni. Un carro, tratto da due
paia di bovi con le corna avvolte di nastri e con i dorsi coperti
di gualdrappe, recava -la soma-. Le caldaie, le conche, i vasellami
di rame tintinnivano agli scotimenti dell'incedere; gli scanni, le
tavole, le arche, tutte quelle rudi forme antiche delle suppellettili
casalinghe, oscillavano scricchiolando; le coperte di damasco, le gonne
ricche di fiorami, i busti trapunti, i grembiali di seta, tutte quelle
fogge di vestimenta muliebri risplendevano al sole in un miscuglio
di gaiezza; e una conocchia, simbolo delle virtù familiari, eretta su
'l culmine, carica di lino, pareva contra il cielo azzurro una mazza
d'oro.
Le donne della parentela, con su 'l capo un canestro di grano e su 'l
grano un pane e su 'l pane un fiore, si avanzavano per ordine, tutte in
una stessa attitudine semplice e quasi jeratica, simili alle canèfore
dei bassirilievi ateniesi, cantando. Come giungevano alla casa, presso
il talamo, si toglievano il canestro dal capo, prendevano un pugno
di grano e, a una a una, lo spargevano su la sposa, pronunziando una
formola d'augurio rituale in cui la fecondità e l'abbondanza erano
invocate. Anche la madre compiva la cerimonia frumentaria, fra molte
lacrime; e con un panello toccava alla figlia il petto, la fronte, le
spalle, dicendole parole di dolente amore.
Poi, nella corte, sotto un'ampia stuoia di canne o sotto un tetto di
rami, incominciava il convito. Mungià, a cui non anche la virtù visiva
era venuta meno nè eran sopraggiunti i mali della vecchiezza, diritto
nella magnificenza di una zimarra verde, e tutto sudante e fiammante e
soffiante entro il clarinetto la maggior forza dei pulmoni, incitava
i compagni con battere di piedi su 'l terreno. Il Golpo di Càsoli
fustigava la viola irosamente; Quattòrece con fatica teneva dietro
alla crescente furia della moresca, sentendosi aspri traverso il
ventre passar gli stridori dell'arco e delle corde. Lucicappelle, erto
la testa in aria, stringendo con la sinistra in alto le chiavi della
chitarra e con la destra pizzicando le due forti corde metalliche,
sogguardava le femmine che ridevano luminose al fondo in tra la letizia
delle fioriture.
Allora il -Mastro delle cerimonie- recava le vivande in amplissimi
piatti dipinti; i vapori salivano come una nebbia disperdendosi nel
fogliame; i vasi del vino, dalle anse bene usate, passavano d'uomo
in uomo; le braccia allungandosi e intrecciandosi su la mensa, tra
i pani cosparsi d'anice e i formaggi più tondi che il disco della
luna, prendevano aranci, mandorle, olive; gli odori delle spezie si
mescevano ai freschi effluvi vegetali; e di qua, di là, entro bicchieri
di liquori limpidi i commensali offerivano alla sposa piccoli gioielli
o collane dai grossi acini avvolte come grappoli d'oro. Su 'l finire,
negli animi una gran gioia bacchica si accendeva; i clamori crescevano;
fin che Mungià, avanzandosi, a capo scoperto, con in mano un bicchiere
colmo, cantava il bel distico rituale che nei conviti della terra
d'Abruzzi suol dischiudere ai brindisi le bocche amiche:
Quistu vino é dòlige e galante;
A la saluta de tutti quante!
LA GUERRA DEL PONTE.
FRAMMENTO DI CRONACA PESCARESE.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Verso gli idi d'agosto (per tutte le campagne il grano lavato
si asciugava felicemente al sole), Antonio Mengarino, un vecchio
agricoltore pieno di probità e di saggezza, stando nel Consiglio del
Comune a giudicare su le cose pubbliche, come udì taluni consiglieri
cittadini discorrere a voce bassa del -cholèra- che in qualche
provincia d'Italia andavasi ampliando e udì altri proporre ordini a
conservazion della salute ed altri esporre timori, si fece innanzi con
un'aria tra di incredulità e di curiosità ad ascoltare.
Erano con lui nel Consiglio, agricoltori, Giulio Citrullo della pianura
e Achille di Russo dei colli; e il vecchio, mentre ascoltava, volgevasi
di tratto in tratto a quei due con cenni delle palpebre e delle labbra
come per avvertirli dell'inganno ch'egli credeva si celasse nelle
parole dei consiglieri signori e del sindaco.
Finalmente, non più potendo trattenersi, disse, con la sicurtà di un
uomo che sa e vede molto:
-- Mbé, leváme ssti chiacchiere in tra di nu áutre. Le vuleme fa' veni
nu poche de culere, u ne le vuleme fa' veni? Dicémecele 'n segrete, mo.
A queste inaspettate parole, tutti i consiglieri furono da prima presi
dalla meraviglia, e quindi dal riso.
-- Vatténne, Mengarì! Che ti mitte a dice, sangue de Crimie! -- esclamò
don Aiace, il grande assessore, spingendo con la mano una spalla del
vecchio. E gli altri, scotendo il capo o battendo il pugno in sul
tavolo sindacale, commentavano la pertinace ignoranza dei cafoni.
-- Mbè, ma ve pare mo ca nu credeme a ssi chiacchiera quisse? --
fece Antonio Mengarino, con un gesto vivo, poichè sentivasi punto
dall'ilarità che le sue parole avevano suscitata. Nell'animo di lui
e in quello degli altri due agricoltori la diffidenza e la nativa
ostilità contro -la signoria- insorgevano. -- Dunque essi erano esclusi
dai segreti del Consiglio? Dunque ancora erano considerati come cafoni?
Ah, brutte cose, per la Majella!...
-- Facéte vu. Nu ce ne jame -- concluse il vecchio, acre, coprendosi
il capo. E i tre villici uscirono dalla sala, con un passo pieno di
dignità, in silenzio.
Come furono fuori del paese nella campagna opulenta di vigne e di
gran ciciliano, Giulio Citrullo, soffermatosi per accendere la pipa,
sentenziò:
-- Ocche bádene a isse! Ca ssta vote sa coma va sgrizzenne li cocce, pe'
la Majelle!... I nin vulesse esse' lu sìnnache.
Intanto nel territorio contadino il timore del morbo imminente
sconvolgeva tutti gli animi. In torno agli alberi fruttiferi, in torno
alle viti, in torno alle cisterne, in torno ai pozzi, gli agricoltori
vigilavano, sospettosi e minacciosi, con una costanza instancabile.
Nella notte colpi di fucile frequenti turbavano il silenzio; i cani,
aizzati, latravano fino all'alba. Le imprecazioni contro i Governanti
scoppiavano di giorno in giorno con maggior violenza d'ira. Tutte
le pacifiche ed auguste fatiche agresti erano intraprese con una
sorta d'incuria e d'insofferenza. Sorgevano dai campi le canzoni di
ribellione rimate all'improvviso.
Poi, i vecchi rinnovavano i ricordi delle passate mortalità,
confermando la credenza nei veleni. Un giorno, nel 54, alcuni
vendemmiatori di Fontanella, avendo colto un uomo in cima a un albero
di fico e avendolo costretto a discendere, videro che questi nascondeva
una fiala piena di un unguento gialliccio. Con minacce essi gli fecero
inghiottire tutto l'unguento; e d'un tratto l'uomo (ch'era uno dei
Paduani) stramazzò, torcendo le membra su le zolle, livido, con gli
occhi fissi, con il collo teso, con ai denti una schiuma verde. A
Spoltore, nel 37, Zinicche, un fabbro, uccise in mezzo alla piazza il
cancelliere Don Antonio Rapino; e le morti cessarono subitamente, il
paese fu salvo.
Poi, a poco a poco, le leggende si formavano e di bocca in bocca
variavano, e, se bene recenti, divenivano meravigliose. Una diceva che
al Palazzo del Comune erano giunte sette casse di veleno distribuito
dai -Governanti- perchè fosse sparso nelle campagne e mescolato nel
sale. Le casse erano verdi, cerchiate di ferro, con tre serrature. Il
sindaco aveva dovuto pagare settemila ducati per sotterrar le casse e
liberare il paese. Un'altra voce recava che al sindaco i -Governanti-
davano cinque ducati per ogni morto. La popolazione era troppo grande:
toccava ai poveri morire. Il sindaco stava facendo le liste. Ah, si
arricchiva, il -figlio di Sciore-, questa volta!
Così il fermento cresceva. Gli agricoltori al mercato di Pescara nulla
compravano, nè portavano mercanzia in traffico. I fichi dagli alberi,
giunti a maturità, cadevano e si corrompevano su 'l suolo. I grappoli
rimanevano intatti fra i pampini. I ladroneggi notturni più non
seguivano, poichè i ladri temevano di cogliere frutti attossicati. Il
sale, l'unica merce presa nelle botteghe della città, era prima offerto
ai cani e ai gatti, per esperimento.
Giunse quindi un giorno la novella che a Napoli i cristiani morivano
in gran numero. E al nome di Napoli, di quel gran reame lontano
dove -Ggiuanne senza pahure- un dì trovò fortuna, le imaginazioni si
accendevano.
Sopravvennero le vendemmie. Ma, come i mercanti di Lombardia compravano
le uve nostrali e le portavano nei paesi del settentrione per trarne
vini artifiziosi, la letizia del rinato mosto fu scarsa e poco le
gambe dei vendemmiatori si esercitarono a danzare nel tino e poco si
esercitarono al canto le bocche feminili.
Ma, quando tutte le opere della raccolta furono terminate e tutti gli
alberi furono spogliati dei loro frutti, cominciarono i timori e i
sospetti a dileguarsi; poichè oramai eran diminuite pe' i Governanti le
opportunità di spargere il veleno.
Grandi piogge beneficatrici caddero su le campagne. Il terreno ora,
nutrito d'acqua, andavasi temperando pe 'l lavoro dell'aratro e per la
seminagione, co 'l favore dei dolci soli autunnali; e la luna nel primo
quarto influiva su la virtù dei semi.
Una mattina, per tutto il territorio si sparse d'improvviso la voce
che a Villareale, presso le querci di Don Settimio, su la riva destra
del fiume, tre femmine erano morte dopo aver mangiato in comune una
minestra di pasta comprata nella città. L'indignazione irruppe da
tutti gli animi; e con maggior veemenza, poichè tutti oramai s'erano
pacificati in una securtá fiduciosa.
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