moto. Gli occhi, ora, coperti da una specie di membrana turchiniccia e umidiccia, non conservavano altra espressione di spasimo che quella dell'apparir rapido d'un lembo bianco agli angoli delle orbite. La bava si produceva più copiosa e più densa. L'asfissia pareva imminente. -- Oh Natalia, cessa! Ma non vedi che Sancio muore? -- proruppe, con la voce piena d'acredine e di lagrime, Isabella. La gavotta non si poteva interrompere prima che la forza data dalla chiave alla macchina fosse esaurita. Le note continuavano, lente e molli, a spandersi su l'agonia del cane. Le ombre del crepuscolo, intanto, cominciavano a penetrare nell'interno e le tende sbattevano nella frescura. Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi, non reggendo più allo strazio, uscì. Tutte le figlie la seguirono, a una a una, piangendo, con i teneri petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosità si fece da presso al moribondo. E, mentre la gavotta era su la ripresa, il buon Sancio spirò in musica, come l'eroe di un melodramma italiano. LA FINE DI CANDIA. I. Donna Cristina Lamonica, tre giorni dopo il convito pasquale che in casa Lamonica soleva essere grande per tradizione e magnifico e frequente di convitati, numerava la biancheria e l'argenteria delle mense e con perfetto ordine riponeva ogni cosa nei canterani e nei forzieri pei conviti futuri. Erano presenti, per solito, alla bisogna, e porgevano aiuto, la cameriera Maria Bisaccia e la lavandaia Candida Marcanda detta popolarmente Candia. Le vaste canestre ricolme di tele fini giacevano in fila sul pavimento. I vasellami di argento e gli altri strumenti da tavola rilucevano sopra una spasa; ed erano massicci, lavorati un po' rudemente da argentarii rustici, di forme quasi liturgiche, come sono tutti i vasellami che si trasmettono di generazione in generazione nelle ricche famiglie provinciali. Una fresca fragranza d bucato spandevasi nella stanza. Candia prendeva dalle canestre i mantili, le tovaglie, le salviette; faceva esaminare alla signora la tela intatta; e porgeva via via ciascun capo a Maria che riempiva i tiratoi, mentre la signora spargeva negli interstizi un aroma e segnava nel libro la cifra. Candia era una femmina alta, ossuta, segaligna, di cinquant'anni; aveva la schiena un po' curvata dall'attitudine abituale del suo mestiere, le braccia molto lunghe, una testa d'uccello rapace sopra un collo di testuggine. Maria Bisaccia era un'ortonese, un po' pingue di carnagione lattea, d'occhi chiarissimi; aveva la parlatura molle, e i gesti lenti e delicati come colei ch'era usa a esercitar le mani quasi sempre tra la pasta dolce, tra gli sciroppi, tra le conserve e tra le confetture. Donna Cristina, anche nativa di Ortona, educata nel monastero benedettino, era piccola di statura, con il busto un po' abbandonato sul davanti; aveva i capelli tendenti al rosso, la faccia sparsa di lentiggini, il naso lungo e grosso, i denti cattivi, gli occhi bellissimi e pudichi, somigliando un cherico vestito d'abiti muliebri. Le tre donne attendevano all'opera con molta cura; e spendevano così gran parte del pomeriggio. Ora, una volta, come Candia usciva con le canestre vuote, Donna Cristina numerando le posate trovò che mancava un cucchiaio. -- Maria! Maria! -- ella gridò, con una specie di spavento. -- Conta! Manca -'na cucchiara-.... Conta tu! -- Ma come? Non può essere, signó, -- rispose Maria. -- Mo' vediamo. E si mise a riscontrare le posate, dicendo il numero ad alta voce. Donna Cristina guardava, scotendo il capo. L'argento tintinniva chiaramente. -- E vero! -- esclamò alla fine Maria, con un atto di disperazione. -- E mo' che facciamo? Ella era sicura da ogni sospetto. Aveva dato prove di fedeltà e di onestà per quindici anni, in quella famiglia. Era venuta da Ortona insieme con Donna Cristina, all'epoca delle nozze, quasi facendo parte dell'appannaggio matrimoniale; ed oramai nella casa aveva acquistata una certa autorità, sotto la protezione della signora. Ella era piena di superstizioni religiose, devota al suo santo e al suo campanile, astutissima. Con la signora aveva stretto una specie di alleanza ostile contro tutte le cose di Pescara, e specialmente contro il santo dei Pescaresi. Ad ogni occasione nominava il paese natale, le bellezze e le ricchezze del paese natale, gli splendori della sua basilica, i tesori di San Tommaso, la magnificenza delle cerimonie ecclesiastiche, in confronto alle miserie di San Cetteo che possedeva un solo piccolo braccio d'argento. Donna Cristina disse: -- Guarda bene di là. Maria uscì dalla stanza per andare a cercare. Rovistò tutti gli angoli della cucina e della loggia inutilmente. Tornò a mani vuote. -- Non c'è! Non c'è! Allora ambedue si misero a pensare, a cumular congetture, a investigar nella loro memoria. Uscirono su la loggia che dava nel cortile, su la loggia del lavatoio, per fare l'ultima ricerca. Come parlavano a voce alta, alle finestre delle case in torno si affacciarono le comari. -- Che v'è successo, Donna Cristí? Dite! Dite! Donna Cristina e Maria raccontarono il fatto, con molte parole, con molti gesti. -- Gesù! Gesù! Dunque ci stanno i ladri? In un momento il rumore del furto si sparse pel vicinato, per tutta Pescara. Uomini e donne si misero a discutere, a imaginare chi potesse essere il ladro. La novella, giungendo alle ultime case di Sant'Agostino, s'ingrandì: non si trattava più di un semplice cucchiaio, ma di tutta l'argenteria di casa Lamonica. Ora, come il tempo era bello e su la loggia le rose cominciavano a fiorire e due lucherini in gabbia cantavano, le comari si trattennero alle finestre per il piacere di ciarlare al bel tempo, con quel dolce calore. Le teste feminili apparivano tra i vasi di basilico e il ciaramellio pareva dilettare i gatti in su le gronde. Donna Cristina disse, congiungendo le mani: -- Chi sarà stato? Donna Isabella Sertale, detta la Faina, che aveva i movimenti lesti e furtivi di un animaletto predatore, chiese con la voce stridula: -- Chi ci stava con voi. Donna Cristí? Mi pare che ho visto ripassare Candia.... -- Aaaah! -- esclamò donna Felicetta Margasanta, detta la Pica per la sua continua garrulità. -- Ah! -- ripeterono le altre comari. -- E non ci pensavate? -- E non ve n'accorgevate? -- E non sapete chi è Candia? -- Ve lo diciamo noi chi è Candia! -- Sicuro! -- Ve lo diciamo noi! -- I panni li lava bene, non c'è che dire. È la meglio lavandaia che sta a Pescara, non c'è che dire. Ma tiene lu difetto delle cinque dita... Non lo sapevate, commà? -- A me 'na volta mi mancò due mantili. -- A me 'na tovaglia. -- A me 'na camicia. -- A me tre paia di calzette. -- A me due fédere. -- A me 'na sottana nuova. -- Io non ho potuto riavere niente. -- Io manco. -- Io manco. -- Io non l'ho cacciata; perchè chi prendo? Silvestra? -- Ah! Ah! -- Angelantonia? Babascetta? -- Una peggio dell'altra! -- Bisogna ave' pazienza. -- Ma 'na cucchiara, mo'! -- È troppo, mo'! -- Non vi state zitta, Donna Cristí; non vi state zitta! -- Che zitta e non zitta! -- proruppe Maria Bisaccia che, quantunque avesse l'aspetto placido e benigno, non si lasciava sfuggire nessuna occasione per opprimere o per mettere in mala vista gli altri serventi della casa. -- Ci penseremo noi, Donn'Isabbé, ci penseremo! E le ciarle dalla loggia alle finestre seguitavano. E l'accusa di bocca in bocca si propalò per tutto il paese. II. La mattina vegnente, mentre Candia Marcanda teneva le braccia nella lisciva, comparve su la soglia la guardia comunale Biagio Pesce soprannominato -il Caporaletto-. Egli disse alla lavatrice: -- Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, sùbito. -- Che dici? -- domandò Candia aggrottando le sopracciglia, ma senza tralasciare la sua bisogna. -- Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, sùbito. -- Mi vuole? E perchè? -- seguitò a domandare Candia, con un modo un po' brusco, non sapendo a che attribuire quella chiamata improvvisa, inalberandosi come fanno le bestie caparbie dinanzi a un'ombra. -- Io non posso sapere perchè -- rispose il Caporaletto. -- Ho ricevuto l'ordine. -- Che ordine? La donna, per una ostinazione naturale in lei, non cessava dalle domande. Ella non sapeva persuadersi della cosa. -- Mi vuole il Sindaco? E perchè? E che ho fatto io? Non ci voglio venire. Io non ho fatto nulla. Il Caporaletto, impazientito, disse: -- Ah, non ci vuoi venire? Bada a te! E se ne andò, con la mano su l'elsa della vecchia daga, mormorando. Intanto per il vico alcuni che avevano udito il dialogo uscirono su gli usci e si misero a guardare Candia che agitava la lisciva con le braccia. E, poichè sapevano del cucchiaio d'argento, ridevano tra loro e dicevano motti ambigui che Candia non comprendeva. A quelle risa e a quei motti, l'inquietudine prese l'animo della donna; e crebbe quando ricomparve il Caporaletto accompagnato dall'altra guardia. -- Cammina! -- disse il Caporaletto, risolutamente. Candia si asciugò le braccia, in silenzio; e andò. Per la piazza la gente si fermava. Rosa Panara, una nemica, dalla soglia della bottega gridò con una risata feroce: -- Posa l'osso! La lavandaia, smarrita, non imaginando la causa di quella persecuzione, non seppe che rispondere. Dinanzi al Comune stava un gruppo di persone curiose che la volevano veder passare. Candia, presa dall'ira, salì le scale rapidamente; giunse in conspetto del Sindaco, affannata; chiese: -- Ma che volete da me? Don Silla, uomo pacifico, rimase un momento turbato dalla voce aspra della lavandaia, e volse uno sguardo ai due fedeli custodi della dignità sindacale. Quindi disse, prendendo il tabacco nella scatola di corno: -- Figlia mia, sedetevi. Candia rimase in piedi. Il suo naso ricurvo era gonfio di collera, e le sue guance rugose tremolavano alle contratture delle mascelle mordaci. -- Dite, Don Sì. -- Voi siete stata ieri a riporta' la biancheria a Donna Cristina Lamonica? -- Be', che c'è? che c'è? Manca qualche cosa? Tutto contato, capo per capo... Non manca nulla. Che c'è, mo'? -- Un momento, figlia mia! C'era nella stanza l'argenteria... Candia, indovinando, si voltò come un falchetto inviperito che stia per ghermire. E le labbra sottili le tremavano. -- C'era nella stanza l'argenteria, e Donna Cristina trova mancante 'na cucchiara... Capite, figlia mia? L'avete presa voi... pe' sbaglio? Candia saltò come una locusta, a quell'accusa immeritata. Ella non aveva preso nulla, in verità. -- Ah, io? Ah, io? Chi lo dice? Chi mi ha vista? Mi faccio meraviglia di voi, Don Sì! Mi faccio meraviglia di voi! Io ladra? io? io?... E la sua indignazione non aveva fine. Ella più era ferita dall'ingiusta accusa perchè si sentiva capace dell'azione che le addebitavano. -- Dunque voi non l'avete presa? -- interruppe Don Silla, ritirandosi in fondo alla sua grande sedia curule, prudentemente. -- Mi faccio meraviglia! -- garrì di nuovo la donna, agitando le lunghe braccia come due bastoni. -- Be', andate. Si vedrà. Candia uscì, senza salutare, urtando contro lo stipite della porta. Ella era diventata verde: era fuori di sè. Mettendo il piede nella via, vedendo tutta la gente assembrata, comprese che oramai l'opinione popolare era contro di lei; che nessuno avrebbe creduto alla sua innocenza. Nondimeno si mise a gridare le sue discolpe. La gente rideva, dileguandosi. Ella, furibonda, tornò a casa; si disperò; si mise a singhiozzare su la soglia. Don Donato Brandimarte, che abitava a canto, le disse per beffa: -- Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la gente. Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno, ella finalmente si acquetò; si nudò le braccia, e si rimise all'opera. Lavorando, pensava alla discolpa, architettava un metodo di difesa, cercava nel suo cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso per provare l'innocenza; arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti gli spedienti della dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento che persuadesse gli increduli. Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì; volle andare prima da Donna Cristina. Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia ascoltò le molte parole di Candia scotendo il capo, senza risponder niente; e si ritrasse con dignità. Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti. Ad ognuna raccontò il fatto, ad ognuna espose la discolpa, aggiungendo sempre un nuovo argomento, aumentando le parole, accalorandosi, disperandosi dinanzi alla incredulità e alla diffidenza; e inutilmente. Ella sentiva che oramai non era più possibile la difesa. Una specie di abbattimento cupo le prese l'animo. -- Che più fare! Che più dire! III. Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare la Cinigia, una femmina del volgo, che faceva professione di magia e di medicina empirica con molta fortuna. La Cinigia già qualche volta aveva scoperta la roba rubata; e si diceva ch'ella avesse diverse pratiche con i ladroncelli. Donna Cristina le disse: -- Ritrovami la cucchiara, e ti darò 'na regalía forte. La Cinigia rispose: -- Va bene. Mi bastano ventiquattr'ore. E, dopo ventiquattr'ore, ella portò la risposta. -- Il cucchiaio si trova in una buca, nel cortile, vicino al pozzo. Donna Cristina e Maria discesero nel cortile, cercarono e trovarono, con grande meraviglia. Rapidamente, la novella si sparse per Pescara. Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede a percorrere le vie. Ella pareva più alta; teneva la testa eretta, sorrideva, guardando tutti negli occhi come per dire: -- Avete visto? Avete visto? La gente su le botteghe, vedendola passare, mormorava qualche parola e poi rompeva in uno sghignazzìo significativo. Filippo La Selvi, che stava bevendo un bicchiere d'acquavite fine nel caffè d'Angeladea, chiamò Candia. -- 'Nu bicchiere pe' Candia, di questo qua! La donna, che amava i liquori ardenti, fece con le labbra un atto di cupidigia. Filippo La Selvi soggiunse: -- Te lo meriti, non c'è che di'. Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al caffè. Tutti avevano su la faccia un'aria burlevole. Filippo La Selvi, rivoltosi all'uditorio, mentre la donna beveva: -- L'ha saputa fa'; è vero? Volpe vecchia... E battè familiarmente la spalla ossuta della lavandaia. Tutti risero. Magnafave, un piccolo gobbo, scemo e bleso, unendo insieme l'indice della mano destra con quello della sinistra, e impuntandosi su le sillabe, disse: -- Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia... E seguitò a gesticolare e a balbettare con un'aria furbesca, per indicare che Candia e la Cinigia erano comari. Tutti, a quella vista, si contorcevano nell'ilarità. Candia rimase un momento smarrita, co 'l bicchiere in mano. Poi, d'un tratto, comprese. -- Non credevano alla sua innocenza. L'accusavano di aver riportato il cucchiaio d'argento segretamente, d'accordo con la strega, per non aver guai. Un impeto cieco di collera allora la invase. Ella non trovava parole. Si gittò su 'l più debole, su 'l piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni e di graffi. La gente, con una gioia crudele, in cospetto di quella lotta, schiamazzava a torno in cerchio, come dinanzi a un combattimento d'animali; ed aizzava le due parti con le voci e con le gesticolazioni. Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa, cercava di fuggire, sgambettando come uno scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della lavandaia, girava con rapidità crescente, come un sasso nella fionda, sinchè cadde con gran veemenza bocconi. Alcuni corsero a rialzarlo. Candia si allontanò tra i sibili; andò a chiudersi in casa; si gittò a traverso il letto, singhiozzando e mordendosi le dita, pe 'l gran dolore. La nuova accusa le coceva più della prima, tanto più ch'ella si sentiva capace di quel sotterfugio. -- Come discolparsi ora? Come chiarire la verità? -- Ella si disperava, pensando di non poter addurre in discolpa difficoltà materiali che avessero potuto impedire l'esecuzione dell'inganno. L'accesso al cortile era facilissimo: una porta, non chiusa, corrispondeva al primo pianerottolo della scalinata grande; per togliere l'immondizie o per altre bisogne una quantità di gente entrava ed usciva liberamente da quella porta. Dunque ella non poteva chiudere la bocca agli accusatori dicendo: -- Come avrei fatto ad entrare? -- I mezzi per condurre a termine l'impresa erano molti ed agevoli; e su questa agevolezza si fondava la credenza popolare. Candia allora cercò differenti argomenti di persuasione; aguzzò l'astuzia; imaginò tre, quattro, cinque casi diversi per spiegare come mai si trovasse il cucchiaio nella buca del cortile; ricorse ad artifizi e a cavilli d'ogni genere; sottilizzò con una ingegnosità singolare. Poi si mise a girare per le botteghe, per le case, cercando in tutti i modi di vincere l'incredulità delle persone. Le persone ascoltavano quei ragionamenti capziosi, dilettandosi. In ultimo dicevano: -- Va bene! Va bene! Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva annichilita. -- Tutte le sue fatiche dunque erano inutili! Nessuno credeva! Nessuno credeva! -- Ella, con una pertinacia mirabile, tornava all'assalto. Passava le notti intere pensando sempre a trovar nuove ragioni, a costruire nuovi edifizi, a superare nuovi ostacoli. E a poco a poco, in questo continuo sforzo, la sua mente s'indeboliva, non sosteneva più altro pensiero che non fosse quello del cucchiaio, non avea quasi più consapevolezza della vita comune. Più tardi, per la crudeltà della gente, una vera manìa prese il cervello della povera donna. Ella, trascurando le sue bisogne, s'era ridotta quasi alla miseria. Lavava male i panni, li perdeva, li faceva strappare. Quando scendeva alla riva del fiume, sotto il ponte di ferro, dove erano raccolte le altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir di mano le tele che rapiva per sempre la corrente. Parlava continuamente, senza stancarsi mai, della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie giovani si mettevano a cantare e la beffavano nei canti con rime improvvise. Ella gridava e gesticolava, come una pazza. Nessuno più le dava lavoro. Per compassione le antiche clienti le mandavano qualche cosa da mangiare. A poco a poco ella si abituò a mendicare. Andava per le strade, tutta cenciosa, curva e disfatta. I monelli le gridavano dietro: -- Mo' dicci la storia de la cucchiara, che nun la sapemo, zi' Ca'! Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta, per raccontare la storia e per arzigogolare su la discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un soldo le facevano fare tre, quattro volte la narrazione; sollevavano difficoltà contro gli argomenti; ascoltavano sino alla fine, per poi ferirla con una sola parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con loro, sempre, sempre, infaticabile, invincibile. Prediligeva una femmina sorda, che aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da un piede. Nell'inverno del 1874 la colse una febbre maligna. Fu assistita dalla femmina lebbrosa. Donna Cristina Lamonica le mandò un cordiale e un cassetto di brace. L'inferma, distesa su 'l giaciglio, farneticava del cucchiaio; si levava su i gomiti, tentava di agitar le mani, per secondare la perorazione. La lebbrosa le prendeva le mani e la riadagiava pietosamente. Nell'agonia, quando già gli occhi ingranditi sì velavano come per un'acqua torbida che vi salisse dall'interno, Candia balbettava: -- No so' stata io, signó... vedete... perchè... la cucchiara... LA FATTURA. Quando nella piazza comunale strepitavano consecutivamente i sette starnuti di Mastro Peppe De Sieri, detto La Bravetta, tutti gli abitanti di Pescara sedevano alle mense e incominciavano il pasto. Sùbito dopo, la campana vibrava i tocchi del mezzodì. Un'ilarità unanime propagavasi nelle case. Per molti anni La Bravetta diede al popolo pescarese questo giocondo segnale cotidiano; e la fama delle sue meravigliose starnutazioni si sparse per il contado in torno e per le terre finitime. Ancora tra il buon volgo la memoria n'è viva e, fermata in un proverbio, durerà lungamente nei tempi a venire. I. Mastro Peppe La Bravetta era un plebeo di alquanta corpulenza, tozzo, con la faccia piena di una prospera stupidezza, con gli occhi simili a quelli d'un vitello poppante, con mani e piedi di straordinaria espansione. E come aveva un naso molto lungo e carnoso e singolarmente mobile, e come aveva le mascelle forti, egli nel ridere e nello starnutire pareva una di quelle foche a proboscide, che in conseguenza della pinguedine tremano tutte come una gelatina, secondo narrano i marinai. Anche di quelle foche egli aveva la pigrizia, la lentezza dei movimenti, la ridicolezza delle attitudini, l'amore del sonno. Non poteva passare dall'ombra al sole o dal sole all'ombra, senza che un irresistibile impeto d'aria gli rompesse per la bocca e per le narici. Lo strepito, in ispecie nelle ore tranquille, udivasi a gran distanza; e poichè si produceva in periodi determinati, serviva d'orario a quasi tutti i cittadini. Mastro Peppe nella sua gioventù aveva tenuto negozio di maccheroni; ed era cresciuto in una dolce balordaggine, tra le belle frange di pasta, tra il rumore eguale dei buratti e delle ruote, fra il tepore dell'aria invasa dal polverìo delle farine. Nella maturità egli s'era legato in nozze con una tal Donna Pelagia, del comune dei Castelli, e da allora, abbandonato il mestiere alimentario, aveva preso a rivendere stoviglie di maiolica e di terracotta, orci, piatti, boccali, tutto lo schietto vasellame fiorito di cui gli artefici castellesi allietano le mense della terra d'Abruzzi. Tra la rusticità e quasi direi la religiosità di quelle forme immutate da secoli e immutabili, egli viveva molto semplicemente, starnutando. E come la moglie era avara, a poco a poco l'avarizia conquistava e avviluppava anche l'animo di lui. Ora, possedeva egli su la destra riva del fiume un podere con una casa rurale, proprio in quel punto ove la corrente rivolgesi formando quasi un verde anfiteatro lacustre. Ivi il terreno irriguo rendeva, più che uve e cereali, gran copia d'erbaggi; il frutteto si moltiplicava; e un porco si impinguava annualmente, sotto una quercia ricca di ghiande. In ogni gennaio La Bravetta andava insieme con la moglie al podere, trattenendovisi co 'l favore di sant'Antonio, per assistere all'occisione e alla salatura del porco. Avvenne una volta che, essendo la moglie alquanto inferma, La Bravetta andò solo ad invigilare il supplicio. Sopra una tavola ampia l'animale, tenuto da due o tre coloni, fu scannato con un coltello forbitissimo. Risonarono i grugniti per tutta la solitudine fluviatile; poi subitamente divennero fiochi, si persero nel gorgogliare caldo e vermiglio del sangue che sgorgava dalla ferita slabbrante, mentre il gran corpo dava gli ultimi tratti. Il sole del novello anno beveva dalla riviera e dalle terre umide la nebbia. La Bravetta guardava, con una sorta di dilettosa ferocia, l'occisor Lepruccio bruciare con un ferro rovente gli occhi del porco profondati nel grasso; e gioiva, udendo stridere i bulbi, al pensiero del molto lardo e del molto prosciutto futuro. L'occiso fu sollevato, a forza di braccia, sino all'uncino d'una sorta di forca rusticale, e rimase péndulo con la testa in basso. Ivi con fasci di canne accese i coloni arsero tutte le setole; le fiamme crepitavano quasi invisibili alla maggior luce del giorno. Lepruccio in ultimo con una lama lucida si diede a raschiar quel corpo nerastro che un altr'uomo intanto aspergeva d'acqua bollente. La pelle, a mano a mano divenendo netta e tutta di un dubbio pallor roseo, fumigava nel sole. E Lepruccio, che aveva una faccia rugosa e untuosa di vecchia femmina con le campanelle d'oro agli orecchi, stringeva le labbra nella bisogna, allungandosi ed accorciandosi, giocando su i ginocchi. Quando l'opera fu fornita, Mastro Peppe ordinò che i coloni deponessero il porco in un luogo coperto. Mai, negli altri anni, più meravigliosa mole di carni egli aveva veduto; e si rammaricava in cuor suo che la moglie non ivi fosse a rallegrarsene. Allora (cadeva il pomeriggio) sopraggiunsero Matteo Puriello e Biagio Quaglia, amici, i quali venivano dalla prossima casa di Don Bergamino Campione, prete dato alla mercatura. Erano costoro gente di gaia vita, ricchi di consiglio, dediti alla crapula, vaghi d'ogni sollazzo; e, poichè avean saputo l'occisione del porco e l'assenza di Donna Pelagia, sperando in una qualche bella avventura venivano a tentar La Bravetta. Matteo Puriello, detto Ciávola, era un uomo in su i quarant'anni; cacciatore clandestino; alto e segaligno, con i capelli biondastri, la pelle del viso giallognola, i baffi duri e tagliati come una spazzola, tutta la testa avente l'aspetto di una effige di legno su cui fosse rimasta una traccia lievissima dell'antica doratura. I suoi occhi, tondi, vivi e mobili quasi per inquietudine come quelli delle bestie corritrici, lucevano simili a due monete nuove. In tutta la persona, vestita quasi sempre di un certo panno di color terrigno, egli aveva le attitudini, i movimenti, il passo dondolante di quei lunghi cani barbareschi che pigliano le lepri a corsa per le pianure. Biagio Quaglia, detto il Ristabilito, era in vece di statura mediocre, d'alcuni anni più giovane, rubicondo nella faccia e tutto gemmante come un mandorlo a primavera. Egli aveva una singolar virtù scimiatica di muovere indipendentemente gli orecchi e la pelle della fronte e la pelle del cranio, per non so che vivacità di muscoli: e aveva una tale versatilità di aspetti e una tal felice potenza vocale di contraffazioni e così prontamente sapeva cogliere il lato ridevole degli uomini e delle cose e in un sol gesto o in un sol motto rappresentarlo che tutte le brigate pescaresi per amor di allegria lo chiamavano e convitavano. Egli, in questa dolce vita parassitica, prosperava, sonando la chitarra alle mense nuziali e alle pompe dei battesimi. I suoi occhi brillavano come quelli d'un furetto. Il suo cranio era coperto d'una sorta di lanugine simile a quella del corpo spiumato di un'oca grassa che ancora sia da abbrustolire. Or dunque La Bravetta, come vide i due amici, li accolse con cera festevole, dicendo loro: -- Qualu vente ve porte? E quindi, poi che le accoglienze oneste e liete furono iterate, egli traendoli nella stanza dove su una tavola giaceva il mirabile porco, soggiunse: -- Che dicete de 'sta bellezze? Eh? Mo che ve pare? I due amici contemplavano il porco con una silenziosa meraviglia; e il Ristabilito faceva un cotal suo rumore con la lingua contro il palato. Ciávola chiese: -- E che ce ne vuo' fa'? -- Le vuojie salà -- rispose La Bravetta con una voce in cui sentivasi fremere tutta la ghiotta gioia per le future delizie della gola. -- Le vuo' salà? -- gridò d'improvviso il Ristabilito, -- le vuo' salà? -- Ma, o Cià, si viste ma' 'n'ommene chiù stupide di custù? A farse scappa l'uccasïone! La Bravetta, stupito, guardava con i suoi occhi vitulini ora l'uno ora l'altro degli interlocutori. -- Donna Pelagge t'ha sempre tenute assuggette -- continuò il Ristabilito. -- Sta vote che esse nen te guarde, vínnete lu porche; e magnémece li quatrine. -- Ma Pelagge? Ma Pelagge? -- balbettava La Bravetta, a cui il fantasma della moglie irata dava già uno sbigottimento immenso. -- E tu dijie ca lu porche te se l'hanne arrubbate -- fece il biondo Ciávola, con un vivo gesto d'impazienza. La Bravetta inorridì. -- E coma facce a riì a la case nghe sa nutizie? Pelagge nen me crede; me cacce, me mene... Vu nen le sapete chi è Pelagge? -- Uh, Pelagge! Uh, uh, Donna Pelagge! -- squittirono in coro motteggiando i due insidiatori. E il Ristabilito, subito, imitando la voce piagnucolosa di Peppe e la voce acuta e stridula della donna, rappresentò una scena di comedia in cui Peppe era garrito e sculacciato come un bamboletto. Ciávola rideva sgambettando in torno al porco, senza potersi reggere. Il beffato, preso da un violento impeto di starnuti, agitava le braccia verso l'atto, volendo forse interrompere. Al frastuono i vetri della finestra tremavano. I fuochi dell'occaso percotevano i tre diversi volti umani. Come il Ristabilito tacque, Ciávola disse: -- Mbé, jamocénne! -- Se vulete cenà nghe me... -- offerse, a bocca stretta, Mastro Peppe. -- No, no, bello mio -- interruppe Ciávola volgendosi verso l'uscio. -- Tu súghete Pelagge e sálate lu porche. II. Camminarono gli amici lungo la riva del fiume. In lontananza le barche di Barletta cariche di sale scintillavano come edifizi di preziosi cristalli; e da Montecorno un serenissimo albore spandevasi nella rigidità delle aure, ripercotevasi dalla limpidità delle acque. Disse il Ristabilito al Ciávola, soffermandosi: -- Cumbà, ce vuléme arrubbà sstanotte lu porche? Disse il Ciávola: -- Eccome? Disse il Ristabilito: -- Le sacce i' come, si lu porche arremane addó l'avéme viste. Disse Ciávola: -- Embé, facémele! Ma, dapù? Il Ristabilito si soffermò di nuovo. I suoi piccoli occhi brillavano come due carbuncoli schietti; la sua faccia florida e rubiconda tra le orecchie faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia. Egli fece, laconico: -- Le sacce i'. Veniva da lungi in contro ai due Don Bergamino Camplone, nero in tra la pioppaia ignuda e argentea. Subito che i due lo scorsero, sollecitarono il passo verso di lui. E il prete, veduta la lor cera giuliva, dimandò sorridendo: -- Che me dicéte de bbelle? Comunicarono gli amici in brevi parole il lor proposito a Don Bergamino, il quale assentì con molto rallegramento. E il Ristabilito soggiunse, a bassa voce: -- Aqquà avéme da fa' li cose a la furbesca maniere. Vu sapete ca Peppe, da quande s'ha pijiate chella brutta vijecchie de Donna Pelagge, s'ha fatte avare; e lu vine je piace assa'. 'Mbè, jémele a pijà e purtémele a la taverne d'Assaù. Vu, Don Bergamine, détece a beve a tutte e paghéte sempre vu. Peppe bevarrà quante chiù putarrà, senza caccià quatrine; e se pijarà 'na bona parrucche. Accuscì nu, dapù, putéme fa' mejie l'affare nuostre. Lodò Ciávola il consiglio del Ristabilito, e il prete s'accordò. Andarono insieme verso la casa dell'uomo, distante due tiri di fucile; e quando furono da presso, Ciávola diede la voce: -- Ohe, La Bravettaa! Vuo' venì a la taverne d'Assaù? Ce sta lu prévete aqquà che ce paghe na carráfe. Oheee! La Bravetta non pose indugio a discendere su 'l sentiero, e tutti e quattro camminarono in fila, motteggiando, sotto il chiarore della nuova luna. Nella serenità il miagolío de' gatti presi d'amore saliva ad intervalli. E il Ristabilito fece: -- O Pe', nen siente Pelagge che t'archiame? In su la sinistra riva splendevano i lumi della taverna d'Assaù ripercossi dall'acqua. Ora, come il corso del fiume era ivi per solito assai dolce, Assaù teneva un paliscalmo per traghettare gli avventori. Alle voci, si mosse infatti il paliscalmo e venne per l'acqua luminosa a prendere i sopraggiunti. Quando tutti i quattro salirono, tra amichevoli clamori, Ciávola con le sue lunghe gambe prese a far traballare e scricchiolare il legno per atterrire La Bravetta che in mezzo all'umidità fluviale fu assalito da un nuovo impeto di starnutazioni. Ma nella taverna, in torno a un desco di quercia, gli amici moltiplicarono le risa e i clamori. Ognuno mesceva da bere all'insidiato, a cui quel buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi, brusco, quasi frizzante, ricco di sapore e di colore, scendeva agevolmente nel gorgozzúle. -- 'N'atra carráfe! -- ordinava Don Bergamino, battendo il pugno in su 'l desco. Assaù, un uomo tutto bestialmente villoso fin sotto gli occhi e di gambe storto, recava le caraffe arrubinate. Ciávola canticchiava una canzone di molta libertà bacchica, percotendo in ritmo il vetro dei bicchieri. La Bravetta, con la lingua già impedita, con gli occhi già natanti nella favolosa gioia del vino, balbettava non so che laudi del suo bel porco e teneva il prete per la manica affinchè ascoltasse. Sopra di loro pendevano dalla vôlta lunghe corone di poponelle d'acqua verdegialle; le lucerne mal nutrite d'olio fumigavano. Era buona ora di notte quando gli amici ripassarono il fiume, alla luna occidua. Nel discendere su la riva Mastro Peppe fu lì lì per cadere tra la melma, tanto egli aveva le gambe malferme e la vista torbida. Disse il Ristabilito: -- Facéme 'n' ópera bbone. Arpurtéme a la case custù. E il ricondussero, sorreggendolo alle ascelle, su per la pioppaia. Balbettava l'ebro, travedendo i tronchi biancicanti nella notte: -- Uh, quanta frate duminicane!... E Ciávola: -- Vann' a la cerche pe' sant'Antuone. E l'ebro, dopo un poco: -- O Leprucce, Leprucce, sette rótole de sale n'abbaste. Coma facéme? Giunti all'uscio di casa, i tre congiurati se ne andarono. Mastro Peppe salì a grande stento la scaletta, sempre farneticando di Lepruccio e del sale. Poi, senza rammentarsi d'aver lasciato aperto l'uscio, si gittò in su 'l letto pesantemente tra le braccia del sonno, e inerte vi rimase. Ciávola e il Ristabilito, come ebbero avuto ristoro alla cena di Don Bergamino, muniti di certi ordigni ritorti, se ne vennero cautamente all'impresa. Era il cielo, dopo l'occaso della luna, tutto smagliante di stelle; e un maestraletto gelido andava soffiando per la solitudine. I due avanzarono in silenzio, tendendo l'orecchio, soffermandosi ad ora ad ora; e tutte le virtù venatorie e le agilità di Matteo Puriello in quell'occorrenza si esercitavano. Quando essi giunsero alla mèta, il Ristabilito a pena potè trattenere una esclamazione di gioia accorgendosi dell'uscio aperto. Una perfetta quiete regnava nella casa, se non che si udiva il profondo russare del dormiente. Ciávola salì primo le scale, seguito dall'altro. Ambedue, al fievolissimo lume che entrava pe' vetri, scorsero subito la forma vaga del porco in su la tavola. Con infinita cautela sollevarono il peso e pianamente lo trassero fuori a gran forza di braccia. Stettero quindi in ascolto. Un gallo d'improvviso cantò e altri galli risposero dalle aie, consecutivamente. Allora i due gai ladroni si misero pe 'l sentiero, con il porco in su le spalle, ridendo d'un riso lungo e silenzioso; e a Ciávola pareva d'essere giù per una bandita recando un grosso capo di selvaggina predata. Come il porco era assai greve, essi giunsero alla casa del prete alenanti. III. La mattina Mastro Peppe, avendo digerito il vino, si risvegliò; e stette su 'l letto un poco ad allungar le membra e ad ascoltare le campane che salutavan la vigilia di Sant'Antonio. Egli già, in mezzo alla confusione del primo risvegliarsi, sentiva nell'animo espandersi la contentezza del possesso, e pregustava il diletto di veder Lepruccio mettere in pezzi e coprir con sale le pingui carni suine. Spinto da questo pensiero, egli si levò; e con sollecitudine uscì su 'l pianerottolo, stropicciandosi gli occhi per meglio guardare. Su la tavola non rimaneva se non qualche macchia sanguigna, e sopra vi rideva il sole virginalmente. -- Lu porche? Addó sta lu porche? -- gridò, con una voce rauca, il derubato. Una furibonda agitazione l'invase. Egli discese le scale, vide l'uscio aperto, si percosse la fronte, irruppe fuori urlando, chiamando in torno a sè i lavoratori, chiedendo a tutti se avessero visto il porco, se l'avessero preso. Egli moltiplicava le querele, sollevava ognora più le voci; e il doloroso schiamazzo, risonando per tutta la riviera, giunse fino agli orecchi di Ciávola e del Ristabilito. Se ne vennero dunque costoro placidamente, in accordo, per godersi lo spettacolo e per continuare la beffa. E come furono giunti in vista, Mastro Peppe, rivolgendosi a loro, tutto dolente e lacrimante, esclamò: -- Uh, pover'a me! Me l'hann'arrubbate lu porche! Uh, pover'a me! E coma facce mo? E coma facce? Biagio Quaglia stette un poco a considerare l'aspetto dell'infelicissimo, con socchiusi gli occhi tra la canzonatura e l'ammirazione, con china la testa verso una spalla, quasi in atto di giudicare un effetto d'arte mimetica. Poi, accostatosi, fece: -- Eh, sì, sì.... nen ze po' di' de no.... Tu le fi' bbone la parte. Peppe, non comprendendo, levò la faccia tutta solcata di gocciole. -- E, sì, sì.... sta vote li si fatte proprie da furbe -- seguitò il Ristabilito, con una cert'aria di confidenza amichevole. Peppe, non comprendendo ancora, levò di nuovo la faccia; e le lacrime negli occhi pieni di stupore gli si arrestarono. -- Ma, pe' di' la verità, accuscì maleziose nen te credeve -- riprese a dire il Ristabilito. -- Brave! brave! Me rallegre! -- Ma tu che dice? -- dimandò tra i singhiozzi La Bravetta. -- Ma tu che dice? Uh, pover'a me! E coma facce mo a rijì a la case? -- Brave! brave! Bena! -- incalzava il Ristabilito. -- Dajie mo! Strilla forte! Piagne forte! Tirete li capille! Fatte sentì! Accuscì! Falle créde'. E Peppe, piangendo: -- Ma i' diche addavére ca me se l'hann'arrubbate. Uh die! Pover'a me! -- Dajie! Dajie! Nen te fermà. Quante chiù tu strilla, chiù te nome créde. Dajie! Angóre! Angóre! Peppe, fuor di sè pe 'l dispetto e pe 'l dolore, sacramentava ripetendo: -- I' diche addavére. Che me pozza murì, mo, sùbbite, se lu porche nen me se l'hann'arrubbate! -- Uh, povere 'nnucende! -- squittì per ischerno Ciávola. -- Mettéteje lu ditucce 'mmocche. Coma putéme fa' a crédete, se jere avéme viste lu porche a là? Sant'Andonie j'ha date li 'scelle pe' vula? -- Sant'Andonie bbenedette! È coma diche i'. -- Ma po' esse? -- Accuscì è. -- Ma nen è cuscì. -- È cuscì. -- No. -- Uh, uh, uh! È cuscì! È cuscì! I' so' mmorte. I' nen sacce coma pozze fa' a rijì a la case. Pelagge nen me crede; e se ppure me crede, nen me dà chiù pace... I' so' mmorte! -- 'Mbè, ce vuléme créde -- concluse il Ristabilito. -- Ma bbade, Pe', ca Ciávule a jere t'ha 'nzegnate lu juchette. E i' nen vulesse ca tu gabbísse a Pelagge e a nu, tutte 'na vote. Tu fusse capace... Allora La Bravetta ricominciò a piangere, a gridare, a disperarsi con una così pazza irruzion di dolore, che il Ristabilito per pietà soggiunse: -- 'Mbé, statte zitte. Te credéme. Ma, se è vere su fatte, s'ha da truvà 'na maniere pe' armedià. -- Quala maniere? -- dimandò subito, rasserenandosi tra le lacrime, La Bravetta, nel cui animo la speranza risorgeva. -- Ecc'a qua -- propose Biagio Quaglia. -- Certe, une di quille che stanne pe' qua attorne ha avute da esse; pecchè certe n'hanne vinute dall'India bbasse a pijarse lu porche a te. No, Pe'? -- Va bbone, va bbone, -- assentì l'uomo, che stava trepido a udire, col naso in alto tutto ancor pieno d'umor lacrimale. -- Mo dunque (statte attende), -- continuò il Ristabilito che a quella credula attenzione prendeva diletto, -- mo dunque se nisciume ha vinute dall'India bbasse pe' venirte a rubbà, cert'è che quaccune di quille che stanne pe' qua attorne ha avute da esse lu latre. No, Pe'? -- Va bbone, va bbone. -- Mo che s'ha da fa'? S'ha da raunà tutte sti cafune e s'ha da sprementà cacche fatture pe' scuprì lu latre. Scuperte lu latre, scuperte lu porche. Gli occhi di mastro Peppe brillarono di desiderio; ed egli si fece più da presso, poichè l'accenno alla fattura aveva risvegliate in lui le native superstizioni. -- Tu le sié; ce stanne tre specie de maggie: la bianche, la rosce e la nere, e ce stanne, tu le sié, a lu paese tre femmene dell'arte: Rosa Schiavona, Rusaria Pajara e la Ciniscia. Sta a te a scejie. Peppe stette un momento in forse. Poi elesse Rosaria Pajara che aveva gran fama d'incantatrice e aveva operato in altri tempi cose mirabili. -- 'Mbé, su, -- concluse il Ristabilito, -- nen ce sta tembe da pérde. I' pe' te, propie pe' farte nu piacere, vajie sine a lu paese a pijà quelle che ce serve. Parle 'nghe Rusarie, me facce dà tutte cose, e me n'arvenghe, dentr'a sta matine. Damme li quatrine. Peppe si tolse dalla tasca del panciotto tre carlini ed esitando li porse. -- Tre carline? -- gridò l'altro, rifiutandoli. Tre carline? Ma ce ne vo' pe' lu mene diece. A sentir questo il marito di Pelagia ebbe quasi uno sbigottimento. -- Come? Pe' na fatture, diece carline? -- balbettò egli cercandosi con le dita tremule nella tasca. -- Ècchetene otte. Nen ne tenghe chiù. Disse il Ristabilito, secco: -- Va bbone. Quelle che posse fa' facce. Viene pure tu, Cià? I due compagni s'incamminarono verso Pescara, di buon passo, pe 'l sentiero degli alberi, l'uno innanzi, l'altro dietro. E Ciávola picchiava gran colpi di pugno su la schiena del Ristabilito, per dimostrare la sua allegrezza. Come essi giunsero al paese, si recarono nella bottega di un tal Don Daniele Pacentro speziale con cui erano in familiarità; ed ivi comperarono certi aròmati e droghe, facendone quindi comporre pallottole a guisa di pillole grosse, come noci, ben coperte di zucchero, sciloppate e cotte. Subito che lo speziale ebbe compiuta l'operazione, Biagio Quaglia (il quale nel frattempo era stato assente) tornò con una carta piena d'escrementi secchi di cane; e di quelli escrementi volle che lo speziale componesse due belle pillole, in tutto simili alle altre per la forma, se non che confettate prima in aloe e poi coperte leggermente di zucchero. Così lo speziale fece; e, perchè queste dalle altre si riconoscessero, vi mise, per consiglio del Ristabilito, un piccolo segno. I due ciurmadori ripresero la via della campagna, e furono alla casa di Mastro Peppe in su l'ora di mezzodì. Mastro Peppe stava con molto affanno aspettando. A pena vide sbucare di tra le alberelle il corpo lungo e sottile di Ciávola, gridò: -- Mbé? -- Tutte è all'ordene -- rispose in suon di trionfo il Ristabilito, mostrando il cofano delle confetture incantate. -- Mo tu, già che ogge . , , 1 , 2 ' ' . 3 . ' . 4 5 - - , ! ? - - , 6 ' , . 7 8 9 . , 10 , ' . , 11 , ' 12 . 13 14 , , , 15 , . , , , 16 . 17 . 18 19 , , , 20 ' . 21 22 23 24 25 . 26 27 28 . 29 30 , 31 32 , ' 33 34 . 35 36 , , , , 37 38 . 39 . 40 ; , ' 41 , , 42 43 . 44 . 45 46 , , ; 47 ; 48 , 49 . 50 , , , ' ; 51 ' ' , 52 , ' . 53 ' , ' , ' 54 ; , 55 ' 56 , , . 57 , , , 58 , ' ; 59 , , 60 , , , 61 ' . 62 63 ' ; 64 . 65 66 , , , 67 . 68 69 - - ! ! - - , . - - ! 70 - ' - . . . . ! 71 72 - - ? , , - - . - - ' . 73 74 , . 75 , . ' 76 . 77 78 - - ! - - , . - - 79 ' ? 80 81 . 82 , . 83 , ' , 84 ' ; 85 , . 86 , , 87 . 88 , 89 . , 90 , , 91 , , 92 93 ' . 94 95 : 96 97 - - . 98 99 . 100 . . 101 102 - - ' ! ' ! 103 104 , , 105 . , 106 , ' . 107 , . 108 109 - - ' , ? ! ! 110 , , . 111 112 - - ! ! ? 113 114 , 115 . , 116 . , 117 ' , ' : 118 , ' . 119 120 , 121 , 122 , 123 . 124 . 125 126 , : 127 128 - - ? 129 130 , , 131 , : 132 133 - - . ? 134 . . . . 135 136 - - ! - - , 137 . 138 139 - - ! - - . 140 141 - - ? 142 143 - - ' ? 144 145 - - ? 146 147 - - ! 148 149 - - ! 150 151 - - ! 152 153 - - , ' . 154 , ' . . . . 155 , ? 156 157 - - ' . 158 159 - - ' . 160 161 - - ' . 162 163 - - . 164 165 - - . 166 167 - - ' . 168 169 - - . 170 171 - - . 172 173 - - . 174 175 - - ' ; ? ? 176 177 - - ! ! 178 179 - - ? ? 180 181 - - ' ! 182 183 - - ' . 184 185 - - ' , ' ! 186 187 - - , ' ! 188 189 - - , ; ! 190 191 - - ! - - , 192 ' , 193 194 . - - , ' , ! 195 196 . ' 197 . 198 199 200 . 201 202 , 203 , 204 - - . 205 206 : 207 208 - - , . 209 210 - - ? - - , 211 . 212 213 - - , . 214 215 - - ? ? - - , 216 ' , , 217 ' . 218 219 - - - - . - - 220 ' . 221 222 - - ? 223 224 , , 225 . . 226 227 - - ? ? ? 228 . . 229 230 , , : 231 232 - - , ? ! 233 234 , ' , . 235 236 237 238 . , ' , 239 . 240 , ' ' ; 241 ' . 242 243 - - ! - - , . 244 245 , ; . 246 . , , 247 : 248 249 - - ' ! 250 251 , , , 252 . 253 254 255 . , ' , ; 256 , ; : 257 258 - - ? 259 260 , , 261 , 262 . , 263 : 264 265 - - , . 266 267 . , 268 . 269 270 - - , . 271 272 - - ' 273 ? 274 275 - - ' , ' ? ' ? ? , 276 . . . . ' , ' ? 277 278 - - , ! ' ' . . . 279 280 , , 281 . . 282 283 - - ' ' , ' 284 . . . , ? ' . . . ' ? 285 286 , ' . 287 , . 288 289 - - , ? , ? ? ? 290 , ! ! ? ? ? . . . 291 292 . ' 293 ' . 294 295 - - ' ? - - , 296 , . 297 298 - - ! - - , 299 . 300 301 - - ' , . . 302 303 , , . 304 : . 305 , , ' 306 ; 307 . . 308 , . , , ; ; 309 . 310 311 , , : 312 313 - - , , ' . 314 315 , 316 ; , ' . , 317 , , 318 319 ' ; , 320 321 . 322 323 , , ; 324 . 325 326 . 327 , ; 328 . 329 330 . 331 , , 332 , , , 333 ; . 334 . 335 ' . - - ! ! 336 337 338 . 339 340 , 341 , 342 . 343 ; ' 344 . 345 346 : 347 348 - - , ' . 349 350 : 351 352 - - . ' . 353 354 , ' , . - - 355 , , . 356 357 , , 358 . 359 360 , . 361 362 , , . 363 ; , , 364 : 365 366 - - ? ? 367 368 , , 369 . , 370 ' ' , 371 . 372 373 - - ' ' , ! 374 375 , , 376 . 377 378 : 379 380 - - , ' ' . 381 382 . 383 ' . 384 385 , ' , : 386 387 - - ' ' ; ? . . . 388 389 . 390 391 . 392 393 , , , ' 394 , 395 , : 396 397 - - . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 398 399 ' , 400 . , , 401 ' . 402 403 , ' . , ' 404 , . - - . ' 405 ' , ' 406 , . 407 408 . . 409 ' , ' , 410 . , , 411 , , 412 ' ; . 413 414 , , , 415 ; , 416 , , , 417 . 418 419 . ; 420 ; , 421 , ' . 422 , ' . 423 - - ? ? - - , 424 425 ' ' . ' 426 : , , 427 ; ' 428 429 . 430 : - - ? - - 431 ' ; 432 . 433 434 ; 435 ' ; , , 436 ; 437 ' ; 438 . , , 439 ' . 440 , . 441 : 442 443 - - ! ! 444 445 . - - 446 ! ! ! 447 - - , , ' . 448 , 449 , . , 450 , ' , 451 , 452 . , , 453 . 454 455 , , ' . 456 , , . 457 , , 458 , 459 . , , 460 . , 461 . 462 , . 463 464 . 465 . 466 . , , . 467 : 468 469 - - ' , , ' ' ! 470 471 , , 472 . 473 , ; 474 ; , 475 . ; ; 476 , , 477 , , . , 478 479 . 480 481 ' . 482 . 483 . 484 485 ' , ' , ; 486 , , 487 . 488 . 489 490 ' , 491 ' ' , : 492 493 - - ' , . . . . . . . . . . . . 494 495 496 497 498 . 499 500 501 502 , , 503 . 504 , . ' 505 . 506 507 508 ; 509 . 510 ' , , 511 . 512 513 514 . 515 516 , , 517 , 518 ' , 519 . 520 , , 521 , 522 , 523 . , 524 , , ' . 525 ' ' , 526 ' . 527 , , ; 528 , ' 529 . 530 ; , 531 , , 532 ' . 533 ' , 534 , , , 535 , , , 536 , 537 ' . 538 539 , , . 540 , ' 541 ' . 542 543 , 544 , 545 . , 546 , ' ; ; 547 , 548 . 549 , ' ' , 550 ' . 551 552 , , 553 . 554 555 ' , , 556 . 557 ; , 558 559 , . 560 . 561 , , ' 562 563 ; , , 564 . 565 566 ' , , ' ' 567 , . 568 ; 569 . 570 571 ' ' . , 572 , 573 . , 574 ' , 575 , , . 576 577 ' , 578 . , , 579 ; 580 . 581 582 ( ) 583 , , 584 , . , 585 , , ' ; , 586 ' ' , 587 . 588 589 , , ' ; 590 ; , , 591 , , 592 ' 593 ' . , 594 , 595 , . , 596 , 597 , , 598 . 599 600 , , , 601 ' , 602 . 603 604 , : 605 606 607 608 609 . , , 610 , 611 . ' . 612 ' 613 ' . 614 615 , , 616 , : 617 618 - - ? 619 620 , , 621 , 622 : 623 624 - - ' ? ? ? 625 626 ; 627 . 628 : 629 630 - - ' ' ? 631 632 - - - - 633 . 634 635 - - ' ? - - ' , - - ' ? - - 636 , , ' ' ' ? 637 ' ! 638 639 , , ' 640 ' . 641 642 - - ' - - 643 . - - , ; 644 . 645 646 - - ? ? - - , 647 . 648 649 - - ' - - 650 , ' . 651 652 . 653 654 - - ? ; 655 , . . . ? 656 657 - - , ! , , ! - - 658 . , , 659 , 660 661 . 662 663 , . 664 , , 665 ' , . 666 . ' 667 . 668 669 , : 670 671 - - , ! 672 673 - - . . . - - , , . 674 675 - - , , - - ' . - - 676 . 677 678 679 . 680 681 . 682 683 684 ; 685 , 686 . 687 688 , : 689 690 - - , ? 691 692 : 693 694 - - ? 695 696 : 697 698 - - ' , ' . 699 700 : 701 702 - - , ! , ? 703 704 . 705 ; 706 . , 707 : 708 709 - - ' . 710 711 , 712 . , 713 . , , 714 : 715 716 - - ? 717 718 719 , . 720 , : 721 722 - - ' . , 723 ' , ' 724 ; ' . ' , 725 ' . , , 726 . , 727 ; ' . , , ' 728 ' . 729 730 , ' . 731 ' , ; 732 , : 733 734 - - , ! ' ' ? 735 . ! 736 737 ' , 738 , , 739 . ' ' 740 . : 741 742 - - ' , ' ? 743 744 ' 745 ' . , 746 , 747 . , 748 ' . 749 , , 750 751 ' 752 . 753 754 , , 755 . 756 ' , , 757 , , , 758 . 759 760 - - ' ' ! - - , ' 761 . 762 763 , 764 , . 765 , 766 . , , 767 , 768 . 769 ' 770 ; ' . 771 772 , 773 . 774 , . 775 776 : 777 778 - - ' ' . . 779 780 , , . 781 ' , : 782 783 - - , ! . . . 784 785 : 786 787 - - ' ' ' . 788 789 ' , : 790 791 - - , , ' . ? 792 793 ' , . 794 , 795 . , ' ' , 796 ' , 797 . 798 799 , 800 , , 801 ' . , ' , 802 ; . 803 , ' , 804 ; 805 ' . 806 807 , 808 ' . 809 , 810 . , ' . , 811 ' , 812 . 813 . 814 . ' 815 , . 816 817 ' , 818 , ' ; 819 ' 820 . , 821 . 822 823 824 . 825 826 , , ; 827 ' 828 ' . , 829 , ' 830 , 831 . 832 833 , ; 834 ' , . 835 , 836 . 837 838 - - ? ? - - , , 839 . 840 841 ' . , ' 842 , , , 843 , , 844 ' . , 845 ; , , 846 . 847 848 , , 849 . , 850 , , , : 851 852 - - , ' ! ' ' ! , ' ! 853 ? ? 854 855 ' 856 ' , 857 ' , , 858 ' . , , : 859 860 - - , , . . . . ' ' . . . . ' . 861 862 , , . 863 864 - - , , . . . . - - 865 , ' . 866 867 , , ; 868 . 869 870 - - , ' ' , - - 871 . - - ! ! ! 872 873 - - ? - - . - - 874 ? , ' ! ? 875 876 - - ! ! ! - - . - - ! 877 ! ! ! ! ! 878 ' . 879 880 , : 881 882 - - ' ' ' . ! ' ! 883 884 - - ! ! . , 885 . ! ! ! 886 887 , ' ' , : 888 889 - - ' . , , , 890 ' ' ! 891 892 - - , ' ! - - . - - 893 ' . ' , 894 ? ' ' ' ' ? 895 896 - - ' ! ' . 897 898 - - ' ? 899 900 - - . 901 902 - - . 903 904 - - . 905 906 - - . 907 908 - - , , ! ! ! ' ' . ' 909 ' . ; , 910 . . . ' ' ! 911 912 - - ' , - - . - - , ' , 913 ' ' . ' 914 , ' . . . . 915 916 , , 917 , 918 : 919 920 - - ' , . . , , ' 921 ' ' . 922 923 - - ? - - , , 924 , . 925 926 - - ' - - . - - , 927 ' ; ' 928 ' . , ' ? 929 930 - - , , - - ' , , 931 ' . 932 933 - - ( ) , - - 934 , - - 935 ' ' , ' 936 ' . , ' ? 937 938 - - , . 939 940 - - ' ' ? ' ' 941 ' . , 942 . 943 944 ; 945 , ' 946 . 947 948 - - ; : , 949 , , , ' : 950 , . . 951 952 . 953 ' . 954 955 - - ' , , - - , - - . 956 ' ' , ' , 957 . ' , , 958 ' , ' . . 959 960 961 . 962 963 - - ? - - ' , . ? ' 964 ' . 965 966 . 967 968 - - ? ' , ? - - 969 . - - . . 970 971 , : 972 973 - - . ' . , ? 974 975 ' , , ' 976 , ' , ' . 977 , 978 . , 979 980 ; , 981 , , 982 , . 983 ' , ( 984 ) ' ; 985 , 986 , 987 . ; , 988 , , 989 , . 990 991 , 992 ' . 993 . 994 , : 995 996 - - ? 997 998 - - ' - - , 999 . - - , 1000