moto. Gli occhi, ora, coperti da una specie di membrana turchiniccia
e umidiccia, non conservavano altra espressione di spasimo che quella
dell'apparir rapido d'un lembo bianco agli angoli delle orbite. La bava
si produceva più copiosa e più densa. L'asfissia pareva imminente.
-- Oh Natalia, cessa! Ma non vedi che Sancio muore? -- proruppe, con la
voce piena d'acredine e di lagrime, Isabella.
La gavotta non si poteva interrompere prima che la forza data dalla
chiave alla macchina fosse esaurita. Le note continuavano, lente e
molli, a spandersi su l'agonia del cane. Le ombre del crepuscolo,
intanto, cominciavano a penetrare nell'interno e le tende sbattevano
nella frescura.
Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi, non reggendo più allo
strazio, uscì. Tutte le figlie la seguirono, a una a una, piangendo,
con i teneri petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosità
si fece da presso al moribondo.
E, mentre la gavotta era su la ripresa, il buon Sancio spirò in musica,
come l'eroe di un melodramma italiano.
LA FINE DI CANDIA.
I.
Donna Cristina Lamonica, tre giorni dopo il convito pasquale che
in casa Lamonica soleva essere grande per tradizione e magnifico e
frequente di convitati, numerava la biancheria e l'argenteria delle
mense e con perfetto ordine riponeva ogni cosa nei canterani e nei
forzieri pei conviti futuri.
Erano presenti, per solito, alla bisogna, e porgevano aiuto, la
cameriera Maria Bisaccia e la lavandaia Candida Marcanda detta
popolarmente Candia. Le vaste canestre ricolme di tele fini giacevano
in fila sul pavimento. I vasellami di argento e gli altri strumenti da
tavola rilucevano sopra una spasa; ed erano massicci, lavorati un po'
rudemente da argentarii rustici, di forme quasi liturgiche, come sono
tutti i vasellami che si trasmettono di generazione in generazione
nelle ricche famiglie provinciali. Una fresca fragranza d bucato
spandevasi nella stanza.
Candia prendeva dalle canestre i mantili, le tovaglie, le salviette;
faceva esaminare alla signora la tela intatta; e porgeva via via
ciascun capo a Maria che riempiva i tiratoi, mentre la signora spargeva
negli interstizi un aroma e segnava nel libro la cifra. Candia era una
femmina alta, ossuta, segaligna, di cinquant'anni; aveva la schiena un
po' curvata dall'attitudine abituale del suo mestiere, le braccia molto
lunghe, una testa d'uccello rapace sopra un collo di testuggine. Maria
Bisaccia era un'ortonese, un po' pingue di carnagione lattea, d'occhi
chiarissimi; aveva la parlatura molle, e i gesti lenti e delicati
come colei ch'era usa a esercitar le mani quasi sempre tra la pasta
dolce, tra gli sciroppi, tra le conserve e tra le confetture. Donna
Cristina, anche nativa di Ortona, educata nel monastero benedettino,
era piccola di statura, con il busto un po' abbandonato sul davanti;
aveva i capelli tendenti al rosso, la faccia sparsa di lentiggini, il
naso lungo e grosso, i denti cattivi, gli occhi bellissimi e pudichi,
somigliando un cherico vestito d'abiti muliebri.
Le tre donne attendevano all'opera con molta cura; e spendevano così
gran parte del pomeriggio.
Ora, una volta, come Candia usciva con le canestre vuote, Donna
Cristina numerando le posate trovò che mancava un cucchiaio.
-- Maria! Maria! -- ella gridò, con una specie di spavento. -- Conta!
Manca -'na cucchiara-.... Conta tu!
-- Ma come? Non può essere, signó, -- rispose Maria. -- Mo' vediamo.
E si mise a riscontrare le posate, dicendo il numero ad alta voce.
Donna Cristina guardava, scotendo il capo. L'argento tintinniva
chiaramente.
-- E vero! -- esclamò alla fine Maria, con un atto di disperazione. -- E
mo' che facciamo?
Ella era sicura da ogni sospetto. Aveva dato prove di fedeltà e di
onestà per quindici anni, in quella famiglia. Era venuta da Ortona
insieme con Donna Cristina, all'epoca delle nozze, quasi facendo parte
dell'appannaggio matrimoniale; ed oramai nella casa aveva acquistata
una certa autorità, sotto la protezione della signora. Ella era piena
di superstizioni religiose, devota al suo santo e al suo campanile,
astutissima. Con la signora aveva stretto una specie di alleanza ostile
contro tutte le cose di Pescara, e specialmente contro il santo dei
Pescaresi. Ad ogni occasione nominava il paese natale, le bellezze
e le ricchezze del paese natale, gli splendori della sua basilica, i
tesori di San Tommaso, la magnificenza delle cerimonie ecclesiastiche,
in confronto alle miserie di San Cetteo che possedeva un solo piccolo
braccio d'argento.
Donna Cristina disse:
-- Guarda bene di là.
Maria uscì dalla stanza per andare a cercare. Rovistò tutti gli angoli
della cucina e della loggia inutilmente. Tornò a mani vuote.
-- Non c'è! Non c'è!
Allora ambedue si misero a pensare, a cumular congetture, a investigar
nella loro memoria. Uscirono su la loggia che dava nel cortile, su la
loggia del lavatoio, per fare l'ultima ricerca. Come parlavano a voce
alta, alle finestre delle case in torno si affacciarono le comari.
-- Che v'è successo, Donna Cristí? Dite! Dite! Donna Cristina e Maria
raccontarono il fatto, con molte parole, con molti gesti.
-- Gesù! Gesù! Dunque ci stanno i ladri?
In un momento il rumore del furto si sparse pel vicinato, per tutta
Pescara. Uomini e donne si misero a discutere, a imaginare chi
potesse essere il ladro. La novella, giungendo alle ultime case
di Sant'Agostino, s'ingrandì: non si trattava più di un semplice
cucchiaio, ma di tutta l'argenteria di casa Lamonica.
Ora, come il tempo era bello e su la loggia le rose cominciavano a
fiorire e due lucherini in gabbia cantavano, le comari si trattennero
alle finestre per il piacere di ciarlare al bel tempo, con quel dolce
calore. Le teste feminili apparivano tra i vasi di basilico e il
ciaramellio pareva dilettare i gatti in su le gronde.
Donna Cristina disse, congiungendo le mani:
-- Chi sarà stato?
Donna Isabella Sertale, detta la Faina, che aveva i movimenti lesti e
furtivi di un animaletto predatore, chiese con la voce stridula:
-- Chi ci stava con voi. Donna Cristí? Mi pare che ho visto ripassare
Candia....
-- Aaaah! -- esclamò donna Felicetta Margasanta, detta la Pica per la sua
continua garrulità.
-- Ah! -- ripeterono le altre comari.
-- E non ci pensavate?
-- E non ve n'accorgevate?
-- E non sapete chi è Candia?
-- Ve lo diciamo noi chi è Candia!
-- Sicuro!
-- Ve lo diciamo noi!
-- I panni li lava bene, non c'è che dire. È la meglio lavandaia che sta
a Pescara, non c'è che dire. Ma tiene lu difetto delle cinque dita...
Non lo sapevate, commà?
-- A me 'na volta mi mancò due mantili.
-- A me 'na tovaglia.
-- A me 'na camicia.
-- A me tre paia di calzette.
-- A me due fédere.
-- A me 'na sottana nuova.
-- Io non ho potuto riavere niente.
-- Io manco.
-- Io manco.
-- Io non l'ho cacciata; perchè chi prendo? Silvestra?
-- Ah! Ah!
-- Angelantonia? Babascetta?
-- Una peggio dell'altra!
-- Bisogna ave' pazienza.
-- Ma 'na cucchiara, mo'!
-- È troppo, mo'!
-- Non vi state zitta, Donna Cristí; non vi state zitta!
-- Che zitta e non zitta! -- proruppe Maria Bisaccia che, quantunque
avesse l'aspetto placido e benigno, non si lasciava sfuggire nessuna
occasione per opprimere o per mettere in mala vista gli altri serventi
della casa. -- Ci penseremo noi, Donn'Isabbé, ci penseremo!
E le ciarle dalla loggia alle finestre seguitavano. E l'accusa di bocca
in bocca si propalò per tutto il paese.
II.
La mattina vegnente, mentre Candia Marcanda teneva le braccia nella
lisciva, comparve su la soglia la guardia comunale Biagio Pesce
soprannominato -il Caporaletto-.
Egli disse alla lavatrice:
-- Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, sùbito.
-- Che dici? -- domandò Candia aggrottando le sopracciglia, ma senza
tralasciare la sua bisogna.
-- Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, sùbito.
-- Mi vuole? E perchè? -- seguitò a domandare Candia, con un modo un
po' brusco, non sapendo a che attribuire quella chiamata improvvisa,
inalberandosi come fanno le bestie caparbie dinanzi a un'ombra.
-- Io non posso sapere perchè -- rispose il Caporaletto. -- Ho ricevuto
l'ordine.
-- Che ordine?
La donna, per una ostinazione naturale in lei, non cessava dalle
domande. Ella non sapeva persuadersi della cosa.
-- Mi vuole il Sindaco? E perchè? E che ho fatto io? Non ci voglio
venire. Io non ho fatto nulla.
Il Caporaletto, impazientito, disse:
-- Ah, non ci vuoi venire? Bada a te!
E se ne andò, con la mano su l'elsa della vecchia daga, mormorando.
Intanto per il vico alcuni che avevano udito il dialogo uscirono su
gli usci e si misero a guardare Candia che agitava la lisciva con le
braccia. E, poichè sapevano del cucchiaio d'argento, ridevano tra loro
e dicevano motti ambigui che Candia non comprendeva. A quelle risa e a
quei motti, l'inquietudine prese l'animo della donna; e crebbe quando
ricomparve il Caporaletto accompagnato dall'altra guardia.
-- Cammina! -- disse il Caporaletto, risolutamente.
Candia si asciugò le braccia, in silenzio; e andò. Per la piazza la
gente si fermava. Rosa Panara, una nemica, dalla soglia della bottega
gridò con una risata feroce:
-- Posa l'osso!
La lavandaia, smarrita, non imaginando la causa di quella persecuzione,
non seppe che rispondere.
Dinanzi al Comune stava un gruppo di persone curiose che la volevano
veder passare. Candia, presa dall'ira, salì le scale rapidamente;
giunse in conspetto del Sindaco, affannata; chiese:
-- Ma che volete da me?
Don Silla, uomo pacifico, rimase un momento turbato dalla voce aspra
della lavandaia, e volse uno sguardo ai due fedeli custodi della
dignità sindacale. Quindi disse, prendendo il tabacco nella scatola di
corno:
-- Figlia mia, sedetevi.
Candia rimase in piedi. Il suo naso ricurvo era gonfio di collera, e le
sue guance rugose tremolavano alle contratture delle mascelle mordaci.
-- Dite, Don Sì.
-- Voi siete stata ieri a riporta' la biancheria a Donna Cristina
Lamonica?
-- Be', che c'è? che c'è? Manca qualche cosa? Tutto contato, capo per
capo... Non manca nulla. Che c'è, mo'?
-- Un momento, figlia mia! C'era nella stanza l'argenteria...
Candia, indovinando, si voltò come un falchetto inviperito che stia per
ghermire. E le labbra sottili le tremavano.
-- C'era nella stanza l'argenteria, e Donna Cristina trova mancante 'na
cucchiara... Capite, figlia mia? L'avete presa voi... pe' sbaglio?
Candia saltò come una locusta, a quell'accusa immeritata. Ella non
aveva preso nulla, in verità.
-- Ah, io? Ah, io? Chi lo dice? Chi mi ha vista? Mi faccio meraviglia di
voi, Don Sì! Mi faccio meraviglia di voi! Io ladra? io? io?...
E la sua indignazione non aveva fine. Ella più era ferita dall'ingiusta
accusa perchè si sentiva capace dell'azione che le addebitavano.
-- Dunque voi non l'avete presa? -- interruppe Don Silla, ritirandosi in
fondo alla sua grande sedia curule, prudentemente.
-- Mi faccio meraviglia! -- garrì di nuovo la donna, agitando le lunghe
braccia come due bastoni.
-- Be', andate. Si vedrà.
Candia uscì, senza salutare, urtando contro lo stipite della porta.
Ella era diventata verde: era fuori di sè. Mettendo il piede nella
via, vedendo tutta la gente assembrata, comprese che oramai l'opinione
popolare era contro di lei; che nessuno avrebbe creduto alla sua
innocenza. Nondimeno si mise a gridare le sue discolpe. La gente
rideva, dileguandosi. Ella, furibonda, tornò a casa; si disperò; si
mise a singhiozzare su la soglia.
Don Donato Brandimarte, che abitava a canto, le disse per beffa:
-- Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la gente.
Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno, ella finalmente
si acquetò; si nudò le braccia, e si rimise all'opera. Lavorando,
pensava alla discolpa, architettava un metodo di difesa, cercava
nel suo cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso per provare
l'innocenza; arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti gli
spedienti della dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento
che persuadesse gli increduli.
Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì; volle andare prima da
Donna Cristina.
Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia ascoltò le molte
parole di Candia scotendo il capo, senza risponder niente; e si
ritrasse con dignità.
Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti. Ad ognuna raccontò
il fatto, ad ognuna espose la discolpa, aggiungendo sempre un nuovo
argomento, aumentando le parole, accalorandosi, disperandosi dinanzi
alla incredulità e alla diffidenza; e inutilmente. Ella sentiva che
oramai non era più possibile la difesa. Una specie di abbattimento cupo
le prese l'animo. -- Che più fare! Che più dire!
III.
Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare la Cinigia, una
femmina del volgo, che faceva professione di magia e di medicina
empirica con molta fortuna. La Cinigia già qualche volta aveva scoperta
la roba rubata; e si diceva ch'ella avesse diverse pratiche con i
ladroncelli.
Donna Cristina le disse:
-- Ritrovami la cucchiara, e ti darò 'na regalía forte.
La Cinigia rispose:
-- Va bene. Mi bastano ventiquattr'ore.
E, dopo ventiquattr'ore, ella portò la risposta. -- Il cucchiaio si
trova in una buca, nel cortile, vicino al pozzo.
Donna Cristina e Maria discesero nel cortile, cercarono e trovarono,
con grande meraviglia.
Rapidamente, la novella si sparse per Pescara.
Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede a percorrere le vie. Ella
pareva più alta; teneva la testa eretta, sorrideva, guardando tutti
negli occhi come per dire:
-- Avete visto? Avete visto?
La gente su le botteghe, vedendola passare, mormorava qualche parola
e poi rompeva in uno sghignazzìo significativo. Filippo La Selvi, che
stava bevendo un bicchiere d'acquavite fine nel caffè d'Angeladea,
chiamò Candia.
-- 'Nu bicchiere pe' Candia, di questo qua!
La donna, che amava i liquori ardenti, fece con le labbra un atto di
cupidigia.
Filippo La Selvi soggiunse:
-- Te lo meriti, non c'è che di'.
Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al caffè. Tutti avevano su
la faccia un'aria burlevole.
Filippo La Selvi, rivoltosi all'uditorio, mentre la donna beveva:
-- L'ha saputa fa'; è vero? Volpe vecchia...
E battè familiarmente la spalla ossuta della lavandaia.
Tutti risero.
Magnafave, un piccolo gobbo, scemo e bleso, unendo insieme l'indice
della mano destra con quello della sinistra, e impuntandosi su le
sillabe, disse:
-- Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia...
E seguitò a gesticolare e a balbettare con un'aria furbesca, per
indicare che Candia e la Cinigia erano comari. Tutti, a quella vista,
si contorcevano nell'ilarità.
Candia rimase un momento smarrita, co 'l bicchiere in mano. Poi, d'un
tratto, comprese. -- Non credevano alla sua innocenza. L'accusavano di
aver riportato il cucchiaio d'argento segretamente, d'accordo con la
strega, per non aver guai.
Un impeto cieco di collera allora la invase. Ella non trovava parole.
Si gittò su 'l più debole, su 'l piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni
e di graffi. La gente, con una gioia crudele, in cospetto di quella
lotta, schiamazzava a torno in cerchio, come dinanzi a un combattimento
d'animali; ed aizzava le due parti con le voci e con le gesticolazioni.
Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa, cercava di fuggire,
sgambettando come uno scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della
lavandaia, girava con rapidità crescente, come un sasso nella fionda,
sinchè cadde con gran veemenza bocconi.
Alcuni corsero a rialzarlo. Candia si allontanò tra i sibili; andò
a chiudersi in casa; si gittò a traverso il letto, singhiozzando e
mordendosi le dita, pe 'l gran dolore. La nuova accusa le coceva più
della prima, tanto più ch'ella si sentiva capace di quel sotterfugio.
-- Come discolparsi ora? Come chiarire la verità? -- Ella si disperava,
pensando di non poter addurre in discolpa difficoltà materiali che
avessero potuto impedire l'esecuzione dell'inganno. L'accesso al
cortile era facilissimo: una porta, non chiusa, corrispondeva al primo
pianerottolo della scalinata grande; per togliere l'immondizie o per
altre bisogne una quantità di gente entrava ed usciva liberamente da
quella porta. Dunque ella non poteva chiudere la bocca agli accusatori
dicendo: -- Come avrei fatto ad entrare? -- I mezzi per condurre a
termine l'impresa erano molti ed agevoli; e su questa agevolezza si
fondava la credenza popolare.
Candia allora cercò differenti argomenti di persuasione; aguzzò
l'astuzia; imaginò tre, quattro, cinque casi diversi per spiegare
come mai si trovasse il cucchiaio nella buca del cortile; ricorse ad
artifizi e a cavilli d'ogni genere; sottilizzò con una ingegnosità
singolare. Poi si mise a girare per le botteghe, per le case, cercando
in tutti i modi di vincere l'incredulità delle persone. Le persone
ascoltavano quei ragionamenti capziosi, dilettandosi. In ultimo
dicevano:
-- Va bene! Va bene!
Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva annichilita. -- Tutte le
sue fatiche dunque erano inutili! Nessuno credeva! Nessuno credeva!
-- Ella, con una pertinacia mirabile, tornava all'assalto. Passava le
notti intere pensando sempre a trovar nuove ragioni, a costruire nuovi
edifizi, a superare nuovi ostacoli. E a poco a poco, in questo continuo
sforzo, la sua mente s'indeboliva, non sosteneva più altro pensiero che
non fosse quello del cucchiaio, non avea quasi più consapevolezza della
vita comune. Più tardi, per la crudeltà della gente, una vera manìa
prese il cervello della povera donna.
Ella, trascurando le sue bisogne, s'era ridotta quasi alla miseria.
Lavava male i panni, li perdeva, li faceva strappare. Quando scendeva
alla riva del fiume, sotto il ponte di ferro, dove erano raccolte le
altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir di mano le tele che rapiva
per sempre la corrente. Parlava continuamente, senza stancarsi mai,
della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie giovani si mettevano
a cantare e la beffavano nei canti con rime improvvise. Ella gridava e
gesticolava, come una pazza.
Nessuno più le dava lavoro. Per compassione le antiche clienti le
mandavano qualche cosa da mangiare. A poco a poco ella si abituò a
mendicare. Andava per le strade, tutta cenciosa, curva e disfatta. I
monelli le gridavano dietro:
-- Mo' dicci la storia de la cucchiara, che nun la sapemo, zi' Ca'!
Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta, per raccontare la storia
e per arzigogolare su la discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un
soldo le facevano fare tre, quattro volte la narrazione; sollevavano
difficoltà contro gli argomenti; ascoltavano sino alla fine, per poi
ferirla con una sola parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si
univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con loro, sempre,
sempre, infaticabile, invincibile. Prediligeva una femmina sorda,
che aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da un
piede.
Nell'inverno del 1874 la colse una febbre maligna. Fu assistita dalla
femmina lebbrosa. Donna Cristina Lamonica le mandò un cordiale e un
cassetto di brace.
L'inferma, distesa su 'l giaciglio, farneticava del cucchiaio;
si levava su i gomiti, tentava di agitar le mani, per secondare
la perorazione. La lebbrosa le prendeva le mani e la riadagiava
pietosamente.
Nell'agonia, quando già gli occhi ingranditi sì velavano come per
un'acqua torbida che vi salisse dall'interno, Candia balbettava:
-- No so' stata io, signó... vedete... perchè... la cucchiara...
LA FATTURA.
Quando nella piazza comunale strepitavano consecutivamente i sette
starnuti di Mastro Peppe De Sieri, detto La Bravetta, tutti gli
abitanti di Pescara sedevano alle mense e incominciavano il pasto.
Sùbito dopo, la campana vibrava i tocchi del mezzodì. Un'ilarità
unanime propagavasi nelle case.
Per molti anni La Bravetta diede al popolo pescarese questo giocondo
segnale cotidiano; e la fama delle sue meravigliose starnutazioni si
sparse per il contado in torno e per le terre finitime. Ancora tra
il buon volgo la memoria n'è viva e, fermata in un proverbio, durerà
lungamente nei tempi a venire.
I.
Mastro Peppe La Bravetta era un plebeo di alquanta corpulenza, tozzo,
con la faccia piena di una prospera stupidezza, con gli occhi simili
a quelli d'un vitello poppante, con mani e piedi di straordinaria
espansione. E come aveva un naso molto lungo e carnoso e singolarmente
mobile, e come aveva le mascelle forti, egli nel ridere e nello
starnutire pareva una di quelle foche a proboscide, che in conseguenza
della pinguedine tremano tutte come una gelatina, secondo narrano i
marinai. Anche di quelle foche egli aveva la pigrizia, la lentezza
dei movimenti, la ridicolezza delle attitudini, l'amore del sonno. Non
poteva passare dall'ombra al sole o dal sole all'ombra, senza che un
irresistibile impeto d'aria gli rompesse per la bocca e per le narici.
Lo strepito, in ispecie nelle ore tranquille, udivasi a gran distanza;
e poichè si produceva in periodi determinati, serviva d'orario a quasi
tutti i cittadini. Mastro Peppe nella sua gioventù aveva tenuto negozio
di maccheroni; ed era cresciuto in una dolce balordaggine, tra le belle
frange di pasta, tra il rumore eguale dei buratti e delle ruote, fra
il tepore dell'aria invasa dal polverìo delle farine. Nella maturità
egli s'era legato in nozze con una tal Donna Pelagia, del comune dei
Castelli, e da allora, abbandonato il mestiere alimentario, aveva
preso a rivendere stoviglie di maiolica e di terracotta, orci, piatti,
boccali, tutto lo schietto vasellame fiorito di cui gli artefici
castellesi allietano le mense della terra d'Abruzzi. Tra la rusticità
e quasi direi la religiosità di quelle forme immutate da secoli e
immutabili, egli viveva molto semplicemente, starnutando. E come la
moglie era avara, a poco a poco l'avarizia conquistava e avviluppava
anche l'animo di lui.
Ora, possedeva egli su la destra riva del fiume un podere con una casa
rurale, proprio in quel punto ove la corrente rivolgesi formando quasi
un verde anfiteatro lacustre. Ivi il terreno irriguo rendeva, più che
uve e cereali, gran copia d'erbaggi; il frutteto si moltiplicava;
e un porco si impinguava annualmente, sotto una quercia ricca di
ghiande. In ogni gennaio La Bravetta andava insieme con la moglie al
podere, trattenendovisi co 'l favore di sant'Antonio, per assistere
all'occisione e alla salatura del porco.
Avvenne una volta che, essendo la moglie alquanto inferma, La Bravetta
andò solo ad invigilare il supplicio.
Sopra una tavola ampia l'animale, tenuto da due o tre coloni, fu
scannato con un coltello forbitissimo. Risonarono i grugniti per tutta
la solitudine fluviatile; poi subitamente divennero fiochi, si persero
nel gorgogliare caldo e vermiglio del sangue che sgorgava dalla ferita
slabbrante, mentre il gran corpo dava gli ultimi tratti. Il sole
del novello anno beveva dalla riviera e dalle terre umide la nebbia.
La Bravetta guardava, con una sorta di dilettosa ferocia, l'occisor
Lepruccio bruciare con un ferro rovente gli occhi del porco profondati
nel grasso; e gioiva, udendo stridere i bulbi, al pensiero del molto
lardo e del molto prosciutto futuro.
L'occiso fu sollevato, a forza di braccia, sino all'uncino d'una
sorta di forca rusticale, e rimase péndulo con la testa in basso. Ivi
con fasci di canne accese i coloni arsero tutte le setole; le fiamme
crepitavano quasi invisibili alla maggior luce del giorno. Lepruccio
in ultimo con una lama lucida si diede a raschiar quel corpo nerastro
che un altr'uomo intanto aspergeva d'acqua bollente. La pelle, a mano
a mano divenendo netta e tutta di un dubbio pallor roseo, fumigava nel
sole. E Lepruccio, che aveva una faccia rugosa e untuosa di vecchia
femmina con le campanelle d'oro agli orecchi, stringeva le labbra nella
bisogna, allungandosi ed accorciandosi, giocando su i ginocchi.
Quando l'opera fu fornita, Mastro Peppe ordinò che i coloni deponessero
il porco in un luogo coperto. Mai, negli altri anni, più meravigliosa
mole di carni egli aveva veduto; e si rammaricava in cuor suo che la
moglie non ivi fosse a rallegrarsene.
Allora (cadeva il pomeriggio) sopraggiunsero Matteo Puriello e Biagio
Quaglia, amici, i quali venivano dalla prossima casa di Don Bergamino
Campione, prete dato alla mercatura. Erano costoro gente di gaia vita,
ricchi di consiglio, dediti alla crapula, vaghi d'ogni sollazzo; e,
poichè avean saputo l'occisione del porco e l'assenza di Donna Pelagia,
sperando in una qualche bella avventura venivano a tentar La Bravetta.
Matteo Puriello, detto Ciávola, era un uomo in su i quarant'anni;
cacciatore clandestino; alto e segaligno, con i capelli biondastri, la
pelle del viso giallognola, i baffi duri e tagliati come una spazzola,
tutta la testa avente l'aspetto di una effige di legno su cui fosse
rimasta una traccia lievissima dell'antica doratura. I suoi occhi,
tondi, vivi e mobili quasi per inquietudine come quelli delle bestie
corritrici, lucevano simili a due monete nuove. In tutta la persona,
vestita quasi sempre di un certo panno di color terrigno, egli aveva
le attitudini, i movimenti, il passo dondolante di quei lunghi cani
barbareschi che pigliano le lepri a corsa per le pianure.
Biagio Quaglia, detto il Ristabilito, era in vece di statura mediocre,
d'alcuni anni più giovane, rubicondo nella faccia e tutto gemmante
come un mandorlo a primavera. Egli aveva una singolar virtù scimiatica
di muovere indipendentemente gli orecchi e la pelle della fronte
e la pelle del cranio, per non so che vivacità di muscoli: e aveva
una tale versatilità di aspetti e una tal felice potenza vocale di
contraffazioni e così prontamente sapeva cogliere il lato ridevole
degli uomini e delle cose e in un sol gesto o in un sol motto
rappresentarlo che tutte le brigate pescaresi per amor di allegria
lo chiamavano e convitavano. Egli, in questa dolce vita parassitica,
prosperava, sonando la chitarra alle mense nuziali e alle pompe dei
battesimi. I suoi occhi brillavano come quelli d'un furetto. Il suo
cranio era coperto d'una sorta di lanugine simile a quella del corpo
spiumato di un'oca grassa che ancora sia da abbrustolire.
Or dunque La Bravetta, come vide i due amici, li accolse con cera
festevole, dicendo loro:
-- Qualu vente ve porte?
E quindi, poi che le accoglienze oneste e liete furono iterate, egli
traendoli nella stanza dove su una tavola giaceva il mirabile porco,
soggiunse:
-- Che dicete de 'sta bellezze? Eh? Mo che ve pare?
I due amici contemplavano il porco con una silenziosa meraviglia; e il
Ristabilito faceva un cotal suo rumore con la lingua contro il palato.
Ciávola chiese:
-- E che ce ne vuo' fa'?
-- Le vuojie salà -- rispose La Bravetta con una voce in cui sentivasi
fremere tutta la ghiotta gioia per le future delizie della gola.
-- Le vuo' salà? -- gridò d'improvviso il Ristabilito, -- le vuo' salà? --
Ma, o Cià, si viste ma' 'n'ommene chiù stupide di custù? A farse scappa
l'uccasïone!
La Bravetta, stupito, guardava con i suoi occhi vitulini ora l'uno ora
l'altro degli interlocutori.
-- Donna Pelagge t'ha sempre tenute assuggette -- continuò il
Ristabilito. -- Sta vote che esse nen te guarde, vínnete lu porche; e
magnémece li quatrine.
-- Ma Pelagge? Ma Pelagge? -- balbettava La Bravetta, a cui il fantasma
della moglie irata dava già uno sbigottimento immenso.
-- E tu dijie ca lu porche te se l'hanne arrubbate -- fece il biondo
Ciávola, con un vivo gesto d'impazienza.
La Bravetta inorridì.
-- E coma facce a riì a la case nghe sa nutizie? Pelagge nen me crede;
me cacce, me mene... Vu nen le sapete chi è Pelagge?
-- Uh, Pelagge! Uh, uh, Donna Pelagge! -- squittirono in coro
motteggiando i due insidiatori. E il Ristabilito, subito, imitando
la voce piagnucolosa di Peppe e la voce acuta e stridula della donna,
rappresentò una scena di comedia in cui Peppe era garrito e sculacciato
come un bamboletto.
Ciávola rideva sgambettando in torno al porco, senza potersi reggere.
Il beffato, preso da un violento impeto di starnuti, agitava le braccia
verso l'atto, volendo forse interrompere. Al frastuono i vetri della
finestra tremavano. I fuochi dell'occaso percotevano i tre diversi
volti umani.
Come il Ristabilito tacque, Ciávola disse:
-- Mbé, jamocénne!
-- Se vulete cenà nghe me... -- offerse, a bocca stretta, Mastro Peppe.
-- No, no, bello mio -- interruppe Ciávola volgendosi verso l'uscio. -- Tu
súghete Pelagge e sálate lu porche.
II.
Camminarono gli amici lungo la riva del fiume.
In lontananza le barche di Barletta cariche di sale scintillavano come
edifizi di preziosi cristalli; e da Montecorno un serenissimo albore
spandevasi nella rigidità delle aure, ripercotevasi dalla limpidità
delle acque.
Disse il Ristabilito al Ciávola, soffermandosi:
-- Cumbà, ce vuléme arrubbà sstanotte lu porche?
Disse il Ciávola:
-- Eccome?
Disse il Ristabilito:
-- Le sacce i' come, si lu porche arremane addó l'avéme viste.
Disse Ciávola:
-- Embé, facémele! Ma, dapù?
Il Ristabilito si soffermò di nuovo. I suoi piccoli occhi brillavano
come due carbuncoli schietti; la sua faccia florida e rubiconda tra le
orecchie faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia. Egli fece,
laconico:
-- Le sacce i'.
Veniva da lungi in contro ai due Don Bergamino Camplone, nero in tra la
pioppaia ignuda e argentea. Subito che i due lo scorsero, sollecitarono
il passo verso di lui. E il prete, veduta la lor cera giuliva, dimandò
sorridendo:
-- Che me dicéte de bbelle?
Comunicarono gli amici in brevi parole il lor proposito a Don
Bergamino, il quale assentì con molto rallegramento. E il Ristabilito
soggiunse, a bassa voce:
-- Aqquà avéme da fa' li cose a la furbesca maniere. Vu sapete ca Peppe,
da quande s'ha pijiate chella brutta vijecchie de Donna Pelagge, s'ha
fatte avare; e lu vine je piace assa'. 'Mbè, jémele a pijà e purtémele
a la taverne d'Assaù. Vu, Don Bergamine, détece a beve a tutte e
paghéte sempre vu. Peppe bevarrà quante chiù putarrà, senza caccià
quatrine; e se pijarà 'na bona parrucche. Accuscì nu, dapù, putéme fa'
mejie l'affare nuostre.
Lodò Ciávola il consiglio del Ristabilito, e il prete s'accordò.
Andarono insieme verso la casa dell'uomo, distante due tiri di fucile;
e quando furono da presso, Ciávola diede la voce:
-- Ohe, La Bravettaa! Vuo' venì a la taverne d'Assaù? Ce sta lu prévete
aqquà che ce paghe na carráfe. Oheee!
La Bravetta non pose indugio a discendere su 'l sentiero, e tutti e
quattro camminarono in fila, motteggiando, sotto il chiarore della
nuova luna. Nella serenità il miagolío de' gatti presi d'amore saliva
ad intervalli. E il Ristabilito fece:
-- O Pe', nen siente Pelagge che t'archiame?
In su la sinistra riva splendevano i lumi della taverna d'Assaù
ripercossi dall'acqua. Ora, come il corso del fiume era ivi per
solito assai dolce, Assaù teneva un paliscalmo per traghettare gli
avventori. Alle voci, si mosse infatti il paliscalmo e venne per
l'acqua luminosa a prendere i sopraggiunti. Quando tutti i quattro
salirono, tra amichevoli clamori, Ciávola con le sue lunghe gambe prese
a far traballare e scricchiolare il legno per atterrire La Bravetta
che in mezzo all'umidità fluviale fu assalito da un nuovo impeto di
starnutazioni.
Ma nella taverna, in torno a un desco di quercia, gli amici
moltiplicarono le risa e i clamori. Ognuno mesceva da bere
all'insidiato, a cui quel buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi,
brusco, quasi frizzante, ricco di sapore e di colore, scendeva
agevolmente nel gorgozzúle.
-- 'N'atra carráfe! -- ordinava Don Bergamino, battendo il pugno in su 'l
desco.
Assaù, un uomo tutto bestialmente villoso fin sotto gli occhi e di
gambe storto, recava le caraffe arrubinate. Ciávola canticchiava una
canzone di molta libertà bacchica, percotendo in ritmo il vetro dei
bicchieri. La Bravetta, con la lingua già impedita, con gli occhi già
natanti nella favolosa gioia del vino, balbettava non so che laudi
del suo bel porco e teneva il prete per la manica affinchè ascoltasse.
Sopra di loro pendevano dalla vôlta lunghe corone di poponelle d'acqua
verdegialle; le lucerne mal nutrite d'olio fumigavano.
Era buona ora di notte quando gli amici ripassarono il fiume, alla luna
occidua. Nel discendere su la riva Mastro Peppe fu lì lì per cadere tra
la melma, tanto egli aveva le gambe malferme e la vista torbida.
Disse il Ristabilito:
-- Facéme 'n' ópera bbone. Arpurtéme a la case custù.
E il ricondussero, sorreggendolo alle ascelle, su per la pioppaia.
Balbettava l'ebro, travedendo i tronchi biancicanti nella notte:
-- Uh, quanta frate duminicane!...
E Ciávola:
-- Vann' a la cerche pe' sant'Antuone.
E l'ebro, dopo un poco:
-- O Leprucce, Leprucce, sette rótole de sale n'abbaste. Coma facéme?
Giunti all'uscio di casa, i tre congiurati se ne andarono. Mastro Peppe
salì a grande stento la scaletta, sempre farneticando di Lepruccio e
del sale. Poi, senza rammentarsi d'aver lasciato aperto l'uscio, si
gittò in su 'l letto pesantemente tra le braccia del sonno, e inerte vi
rimase.
Ciávola e il Ristabilito, come ebbero avuto ristoro alla cena di Don
Bergamino, muniti di certi ordigni ritorti, se ne vennero cautamente
all'impresa. Era il cielo, dopo l'occaso della luna, tutto smagliante
di stelle; e un maestraletto gelido andava soffiando per la solitudine.
I due avanzarono in silenzio, tendendo l'orecchio, soffermandosi ad ora
ad ora; e tutte le virtù venatorie e le agilità di Matteo Puriello in
quell'occorrenza si esercitavano.
Quando essi giunsero alla mèta, il Ristabilito a pena potè trattenere
una esclamazione di gioia accorgendosi dell'uscio aperto. Una perfetta
quiete regnava nella casa, se non che si udiva il profondo russare del
dormiente. Ciávola salì primo le scale, seguito dall'altro. Ambedue, al
fievolissimo lume che entrava pe' vetri, scorsero subito la forma vaga
del porco in su la tavola. Con infinita cautela sollevarono il peso e
pianamente lo trassero fuori a gran forza di braccia. Stettero quindi
in ascolto. Un gallo d'improvviso cantò e altri galli risposero dalle
aie, consecutivamente.
Allora i due gai ladroni si misero pe 'l sentiero, con il porco in su
le spalle, ridendo d'un riso lungo e silenzioso; e a Ciávola pareva
d'essere giù per una bandita recando un grosso capo di selvaggina
predata. Come il porco era assai greve, essi giunsero alla casa del
prete alenanti.
III.
La mattina Mastro Peppe, avendo digerito il vino, si risvegliò; e
stette su 'l letto un poco ad allungar le membra e ad ascoltare le
campane che salutavan la vigilia di Sant'Antonio. Egli già, in mezzo
alla confusione del primo risvegliarsi, sentiva nell'animo espandersi
la contentezza del possesso, e pregustava il diletto di veder Lepruccio
mettere in pezzi e coprir con sale le pingui carni suine.
Spinto da questo pensiero, egli si levò; e con sollecitudine uscì su
'l pianerottolo, stropicciandosi gli occhi per meglio guardare. Su la
tavola non rimaneva se non qualche macchia sanguigna, e sopra vi rideva
il sole virginalmente.
-- Lu porche? Addó sta lu porche? -- gridò, con una voce rauca, il
derubato.
Una furibonda agitazione l'invase. Egli discese le scale, vide l'uscio
aperto, si percosse la fronte, irruppe fuori urlando, chiamando in
torno a sè i lavoratori, chiedendo a tutti se avessero visto il porco,
se l'avessero preso. Egli moltiplicava le querele, sollevava ognora
più le voci; e il doloroso schiamazzo, risonando per tutta la riviera,
giunse fino agli orecchi di Ciávola e del Ristabilito.
Se ne vennero dunque costoro placidamente, in accordo, per godersi lo
spettacolo e per continuare la beffa. E come furono giunti in vista,
Mastro Peppe, rivolgendosi a loro, tutto dolente e lacrimante, esclamò:
-- Uh, pover'a me! Me l'hann'arrubbate lu porche! Uh, pover'a me! E coma
facce mo? E coma facce?
Biagio Quaglia stette un poco a considerare l'aspetto
dell'infelicissimo, con socchiusi gli occhi tra la canzonatura e
l'ammirazione, con china la testa verso una spalla, quasi in atto di
giudicare un effetto d'arte mimetica. Poi, accostatosi, fece:
-- Eh, sì, sì.... nen ze po' di' de no.... Tu le fi' bbone la parte.
Peppe, non comprendendo, levò la faccia tutta solcata di gocciole.
-- E, sì, sì.... sta vote li si fatte proprie da furbe -- seguitò il
Ristabilito, con una cert'aria di confidenza amichevole.
Peppe, non comprendendo ancora, levò di nuovo la faccia; e le lacrime
negli occhi pieni di stupore gli si arrestarono.
-- Ma, pe' di' la verità, accuscì maleziose nen te credeve -- riprese a
dire il Ristabilito. -- Brave! brave! Me rallegre!
-- Ma tu che dice? -- dimandò tra i singhiozzi La Bravetta. -- Ma tu che
dice? Uh, pover'a me! E coma facce mo a rijì a la case?
-- Brave! brave! Bena! -- incalzava il Ristabilito. -- Dajie mo! Strilla
forte! Piagne forte! Tirete li capille! Fatte sentì! Accuscì! Falle
créde'.
E Peppe, piangendo:
-- Ma i' diche addavére ca me se l'hann'arrubbate. Uh die! Pover'a me!
-- Dajie! Dajie! Nen te fermà. Quante chiù tu strilla, chiù te nome
créde. Dajie! Angóre! Angóre!
Peppe, fuor di sè pe 'l dispetto e pe 'l dolore, sacramentava ripetendo:
-- I' diche addavére. Che me pozza murì, mo, sùbbite, se lu porche nen
me se l'hann'arrubbate!
-- Uh, povere 'nnucende! -- squittì per ischerno Ciávola. -- Mettéteje
lu ditucce 'mmocche. Coma putéme fa' a crédete, se jere avéme viste lu
porche a là? Sant'Andonie j'ha date li 'scelle pe' vula?
-- Sant'Andonie bbenedette! È coma diche i'.
-- Ma po' esse?
-- Accuscì è.
-- Ma nen è cuscì.
-- È cuscì.
-- No.
-- Uh, uh, uh! È cuscì! È cuscì! I' so' mmorte. I' nen sacce coma pozze
fa' a rijì a la case. Pelagge nen me crede; e se ppure me crede, nen me
dà chiù pace... I' so' mmorte!
-- 'Mbè, ce vuléme créde -- concluse il Ristabilito. -- Ma bbade, Pe',
ca Ciávule a jere t'ha 'nzegnate lu juchette. E i' nen vulesse ca tu
gabbísse a Pelagge e a nu, tutte 'na vote. Tu fusse capace...
Allora La Bravetta ricominciò a piangere, a gridare, a disperarsi
con una così pazza irruzion di dolore, che il Ristabilito per pietà
soggiunse:
-- 'Mbé, statte zitte. Te credéme. Ma, se è vere su fatte, s'ha da truvà
'na maniere pe' armedià.
-- Quala maniere? -- dimandò subito, rasserenandosi tra le lacrime, La
Bravetta, nel cui animo la speranza risorgeva.
-- Ecc'a qua -- propose Biagio Quaglia. -- Certe, une di quille che
stanne pe' qua attorne ha avute da esse; pecchè certe n'hanne vinute
dall'India bbasse a pijarse lu porche a te. No, Pe'?
-- Va bbone, va bbone, -- assentì l'uomo, che stava trepido a udire, col
naso in alto tutto ancor pieno d'umor lacrimale.
-- Mo dunque (statte attende), -- continuò il Ristabilito che a quella
credula attenzione prendeva diletto, -- mo dunque se nisciume ha vinute
dall'India bbasse pe' venirte a rubbà, cert'è che quaccune di quille
che stanne pe' qua attorne ha avute da esse lu latre. No, Pe'?
-- Va bbone, va bbone.
-- Mo che s'ha da fa'? S'ha da raunà tutte sti cafune e s'ha da
sprementà cacche fatture pe' scuprì lu latre. Scuperte lu latre,
scuperte lu porche.
Gli occhi di mastro Peppe brillarono di desiderio; ed egli si fece più
da presso, poichè l'accenno alla fattura aveva risvegliate in lui le
native superstizioni.
-- Tu le sié; ce stanne tre specie de maggie: la bianche, la rosce e la
nere, e ce stanne, tu le sié, a lu paese tre femmene dell'arte: Rosa
Schiavona, Rusaria Pajara e la Ciniscia. Sta a te a scejie.
Peppe stette un momento in forse. Poi elesse Rosaria Pajara che aveva
gran fama d'incantatrice e aveva operato in altri tempi cose mirabili.
-- 'Mbé, su, -- concluse il Ristabilito, -- nen ce sta tembe da pérde.
I' pe' te, propie pe' farte nu piacere, vajie sine a lu paese a pijà
quelle che ce serve. Parle 'nghe Rusarie, me facce dà tutte cose, e me
n'arvenghe, dentr'a sta matine. Damme li quatrine.
Peppe si tolse dalla tasca del panciotto tre carlini ed esitando li
porse.
-- Tre carline? -- gridò l'altro, rifiutandoli. Tre carline? Ma ce ne vo'
pe' lu mene diece.
A sentir questo il marito di Pelagia ebbe quasi uno sbigottimento.
-- Come? Pe' na fatture, diece carline? -- balbettò egli cercandosi con
le dita tremule nella tasca. -- Ècchetene otte. Nen ne tenghe chiù.
Disse il Ristabilito, secco:
-- Va bbone. Quelle che posse fa' facce. Viene pure tu, Cià?
I due compagni s'incamminarono verso Pescara, di buon passo, pe 'l
sentiero degli alberi, l'uno innanzi, l'altro dietro. E Ciávola
picchiava gran colpi di pugno su la schiena del Ristabilito, per
dimostrare la sua allegrezza. Come essi giunsero al paese, si recarono
nella bottega di un tal Don Daniele Pacentro speziale con cui erano
in familiarità; ed ivi comperarono certi aròmati e droghe, facendone
quindi comporre pallottole a guisa di pillole grosse, come noci, ben
coperte di zucchero, sciloppate e cotte. Subito che lo speziale ebbe
compiuta l'operazione, Biagio Quaglia (il quale nel frattempo era stato
assente) tornò con una carta piena d'escrementi secchi di cane; e di
quelli escrementi volle che lo speziale componesse due belle pillole,
in tutto simili alle altre per la forma, se non che confettate prima in
aloe e poi coperte leggermente di zucchero. Così lo speziale fece; e,
perchè queste dalle altre si riconoscessero, vi mise, per consiglio del
Ristabilito, un piccolo segno.
I due ciurmadori ripresero la via della campagna, e furono alla casa
di Mastro Peppe in su l'ora di mezzodì. Mastro Peppe stava con molto
affanno aspettando. A pena vide sbucare di tra le alberelle il corpo
lungo e sottile di Ciávola, gridò:
-- Mbé?
-- Tutte è all'ordene -- rispose in suon di trionfo il Ristabilito,
mostrando il cofano delle confetture incantate. -- Mo tu, già che ogge
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