Le masse magnifiche si movevano, lungo i viali, ad ogni soffio di vento, coprendo il terreno con l'abbondanza della loro neve odorante. In certi momenti l'aria, pregna dell'aroma, aveva un sapore dolce e possente come quello di un vino prelibato. Le fontane, invisibili tra la verzura, mormoravano. A tratti, la cima mobile scintillante degli zampilli appariva fuor del fogliame, scompariva, riappariva, con vari giochi; e alcuni zampilli bassi producevano nei fiori e nelle erbe un fruscìo e uno scompiglio singolari, sembrando bestie vive che vi corressero a traverso o vi pascolassero o vi scavassero tane. Gli uccelli, invisibili, cantavano. Donna Laura, seduta sotto la pergola, meditava. Ella era una donna già vecchia. Aveva il profilo fine e signorile; il naso lungo, lievemente aquilino, la fronte un po' troppo ampia, la bocca perfetta, ancora fresca, piena di benignità. I capelli canuti le si piegavano su le tempie e le facevano intorno al capo una specie di corona. Doveva essere stata molto bella, nella gioventù, ed amabile. Era venuta da due soli giorni in quella casa solitaria, col marito e con pochi servi. Aveva rinunziato alla villa magnatizia che sorgeva sopra un colle del Piemonte, abituale soggiorno estivo; aveva rinunziato al mare, per quella campagna deserta e quasi arida. -- Ti prego, andiamo a Penti, -- aveva detto al marito. Il barone settuagenario era rimasto da prima un po' stupefatto, a quello strano desiderio della moglie. -- Perchè a Penti? Che s'andava a fare a Penti? -- Ti prego, andiamo. Per mutare -- aveva insistito Donna Laura. Il barone, come sempre, s'era lasciato persuadere. -- Andiamo. Ora, Donna Laura custodiva un segreto. Nella giovinezza, la sua vita era stata attraversata dalla passione. A diciotto anni aveva sposato il barone Albònico, per ragioni di convenienza familiare. Il barone militava sotto il primo Napoleone, con molta prodezza; egli stava quasi sempre assente dalla sua casa, poichè seguiva ovunque il volo delle aquile imperiali. In una di quelle lunghe assenze, il marchese di Fontanella, un giovine signore che aveva moglie e figliuoli, fu preso d'amore per Donna Laura; e, come egli era bellissimo ed ardente, vinse alfine ogni resistenza dell'amata. Allora pei due amanti una stagione passò nella felicità più dolce. Essi vivevano nell'oblio di tutte le cose. Ma un giorno Donna Laura s'accorse d'essere incinta; pianse, si disperò, rimase in una terribile angoscia, non sapendo che risolvere, come salvarsi. Per consiglio del suo amico, partì alla volta della Francia; si nascose in un piccolo paese della Provenza, in una di quelle terre solatíe piene di verzieri, dove le donne parlano l'idioma dei trovatori. Abitava una casa di campagna, circondata da un grande orto. Gli alberi fiorivano: era la primavera. Fra i terrori e le nere malinconie, ella aveva intervalli d'una infinita dolcezza. Passava lunghe ore seduta all'ombra, in una specie d'inconsapevolezza, mentre il sentimento vago della maternità le dava a tratti a tratti un brivido profondo. I fiori in torno a lei emanavano un profumo acuto: leggiere nausee le salivano alla gola e le propagavano per tutte le membra una lassitudine immensa. Che giorni indimenticabili! E, quando il momento solenne si avvicinava, giunse, desiderato, il suo amico. La povera donna soffriva. Egli le stava accanto, pallido in viso, parlando poco, baciandole spesso le mani. Ella partorì di notte. Gridava, fra gli spasimi; si afferrava convulsamente alla lettiera; credeva di morire. I primi vagiti dell'infante le scossero l'anima dalle radici. Ella, supina, con la testa un po' arrovesciata oltre i guanciali, bianca bianca, senza più voce, senza più forza per tenere aperte le palpebre, agitava dinanzi a sè le mani esangui, debolmente, in certi piccoli movimenti vaghi, come fanno talvolta i moribondi verso la luce. Il giorno dopo, tutto il giorno, ella tenne seco, nel medesimo letto, sotto la medesima coperta, il bambino. Era un essere fragile, molle, un po' rossiccio, che vibrava d'una palpitazione incessante, di una vita palese, e in cui le forme umane non avevano certezza. Gli occhi stavano ancora chiusi, un po' gonfi; e dalla bocca usciva un lamento fioco, quasi un miagolío indistinto. La madre, rapita, non si saziava di riguardare, di toccare, di sentirsi su la guancia l'alito filiale. Dalla finestra entrava una luce bionda e si vedevano le terre provenzane tutte coperte di mèssi. Il giorno aveva una specie di santità. I canti dal fromento si avvicendavano, nell'aria quieta. Dopo, il bambino le fu tolto, fu nascosto, fu portato chi sa dove. Ella non lo rivide più. Ella tornò alla sua casa; e visse col marito la vita di tutte le donne, senza che nessun altro avvenimento sopraggiungesse a turbarla. Non ebbe altri figliuoli. Ma il ricordo, ma l'adorazione ideale di quella creatura ch'ella non vedeva più, ch'ella non sapeva più dove fosse, le occuparono l'anima per sempre. Ella non aveva se non quel pensiero; rammentava tutte le minime particolarità di quei giorni; rivedeva chiaramente il paese, la forma di certi alberi che stavano dinanzi alla casa, la linea d'una collina che chiudeva l'orizzonte, il colore e i disegni del tessuto che copriva il letto, una macchia nella vòlta della stanza, un piccolo piatto figurato su cui le portavano il bicchiere, tutto, tutto, chiaramente, minutamente. Ad ogni momento il fantasma di quelle cose lontane le sorgeva nella memoria, così, senza ordine, senza legame, come nei sogni. A volte ella ne rimaneva quasi stupita. Le tornavano dinanzi, precisi e viventi, i volti di certe persone vedute laggiù, i loro moti, un loro gesto insignificante, una loro attitudine, un loro sguardo. Le pareva di avere negli orecchi il vagito della creatura, di toccare le mani esilissime, rosee, molli, quelle manine che forse erano la sola parte già tutta formata perfettamente, simile alla miniatura d'una mano d'uomo, con le vene quasi impercettibili, con le falangi segnate di pieghe sottili, con le unghie trasparenti, tenere, appena appena suffuse di viola. Oh, quelle mani! Con che strano brivido la madre pensava alla loro carezza inconsapevole! Come ne sentiva l'odore, l'odore singolare che ricorda quello dei colombi nella prima piuma! Così Donna Laura, chiusa in questa specie di mondo interiore che ogni giorno più assumeva le apparenze della vita, passò gli anni, molti anni, sino alla vecchiezza. Tante volte aveva chiesto all'antico amante notizie del figliuolo. Ella avrebbe voluto rivederlo, sapere il suo stato. -- Ditemi dov'è, almeno. Vi prego. Il marchese, temendo un'imprudenza, si rifiutava. «Ella non doveva vederlo. Ella non avrebbe saputo contenersi. Il figlio avrebbe indovinato tutto; si sarebbe valso del segreto per i suoi fini; avrebbe forse rivelato ogni cosa... No, no, ella non doveva vederlo.» Donna Laura, dinanzi a queste argomentazioni d'uomo pratico, rimaneva smarrita. Ella non sapeva imaginarsi che la sua creatura fosse cresciuta, fosse già adulta, fosse già presso al limitare della vecchiaia. Oramai erano passati circa quarant'anni dal giorno della nascita; eppure ella nel suo pensiero non vedeva se non un bambino, roseo, con gli occhi ancora chiusi. Ma il marchese di Fontanella venne a morire. Quando Donna Laura seppe la malattia del vecchio, fu presa da un'angoscia così penosa che una sera, non potendo più resistere allo spasimo, uscì sola, si diresse verso la casa dell'infermo, perchè un pensiero tenace la sospingeva, il pensiero del figlio. Prima che il vecchio morisse, ella voleva conoscere il segreto. Camminò lungo i muri, tutta raccolta, come per non farsi vedere. Le strade erano piene di gente; l'ultimo chiarore del tramonto faceva rosee le case; tra una casa e l'altra un giardino appariva tutto violaceo di lilla in fiore. Voli di rondini, rapidi e circolari, s'intrecciavano nel cielo luminoso. Frotte di bambini passavano a corsa, con grida e con richiami. Talvolta passava una femmina incinta, a braccio del marito; e l'ombra della sua gonfiezza si disegnava sul muro. Donna Laura pareva incalzata da tutta quella gioconda vitalità delle cose e delle persone. Ella affrettava il passo, fuggiva. Gli splendori varii delle vetrine, delle botteghe aperte, dei caffè le davano agli occhi un senso acuto di dolore. A poco a poco una specie di stordimento le occupava la testa; una specie di sbigottimento le prendeva lo spirito. -- Che faceva? Dove andava? -- In quel disordine della coscienza, le pareva quasi di commettere una colpa; le pareva che tutti la guardassero, la indagassero, indovinassero il suo pensiero. Ora la città s'invermigliava agli ultimi rossori del sole. Qua e là, dentro le cantine, i cori del vino si levavano. Come Donna Laura giunse alla porta, non ebbe forza di entrare. Passò oltre, fece venti passi; poi ritornò in dietro, ripassò. Finalmente varcò la soglia, salì le scale; si fermò, sfinita, nell'anticamera. Nella casa c'era quell'animazione silenziosa di cui i familiari circondano il letto dell'infermo. I domestici camminavano in punta di piedi, portando qualche cosa fra le mani. Avvenivano dialoghi a bassa voce, nel corridoio. Un signore calvo, tutto vestito di nero, attraversò la sala, s'inchinò a Donna Laura, ed uscì. Donna Laura chiese a un domestico, con la voce omai ferma: -- La marchesa? Il domestico indicò rispettosamente col gesto un'altra stanza a Donna Laura. Quindi corse ad annunziare la visita. La marchesa apparve. Era una signora piuttosto pingue, con i capelli grigi. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Aperse le braccia all'amica, senza parlare, soffocata da un singulto. Dopo un poco, Donna Laura chiese, non alzando gli occhi: -- Si può vedere? Profferite le parole, strinse le mascelle per reprimere un tremito violento. La marchesa disse: -- Vieni. Le due donne entrarono nella stanza dell'infermo. La luce ivi era mite; l'odore di un farmaco, empiva l'aria; gli oggetti segnavano grandi e strane ombre. Il marchese di Fontanella, disteso nel letto, pallido, pieno di rughe, sorrise a Donna Laura, vedendola. Disse lentamente: -- Grazie, baronessa. E le tese la mano ch'era umidiccia e tiepida. Egli pareva aver ripreso gli spiriti d'un tratto, per uno sforzo di volontà. Parlò di varie cose, curando le parole, come quando stava sano. Ma Donna Laura, all'ombra, lo fissava con uno sguardo così ardente di supplicazione che egli, indovinando, si volse alla moglie. -- Giovanna, ti prego, preparami tu la pozione, come stamattina. La marchesa chiese licenza, ed uscì senza sospetto. Nel silenzio della casa si udirono i passi di lei allontanarsi su i tappeti. Allora Donna Laura, con un moto indescrivibile, si chinò sul vecchio, gli prese le mani, gli strappò le parole con gli occhi. -- A Penti... Luca Marino... ha moglie, figli... una casa... Non lo vedere! Non lo vedere! -- balbettò il vecchio, a fatica, preso da un terrore subitaneo che gli dilatava le pupille. -- A Penti... Luca Marino... Non ti svelare mai! Già la marchesa veniva, con il medicamento. Donna Laura sedette; si contenne. L'infermo bevve; e i sorsi scendevano nella gola con un gorgoglio, a uno a uno, distinti, regolari. Poi successe un silenzio. E l'infermo parve preso da sopore: tutta la faccia gli si fece più cava; ombre più profonde, quasi nere, gli occuparono le occhiaie, le guance, le narici, la gola. Donna Laura si accommiatò dall'amica; se ne andò, trattenendo il respiro, pianamente. II. Tutte queste vicende ripensava la vecchia signora, sotto la pergola, nel giardino tranquillo. Che cosa ora dunque la tratteneva dal rivedere il figlio? Ella avrebbe avuto la forza di reprimersi; ella non si sarebbe svelata, no. Le bastava di rivederlo, il figlio suo, quello ch'ella aveva tenuto su le braccia un giorno solo, tanti anni a dietro, tanti, tanti anni! Era cresciuto? Era grande? Era bello? Com'era? E mentre così interrogava sè stessa, nel fondo del suo spirito ella non giungeva a raffigurarsi l'uomo. Sempre in lei l'imagine dell'infante persisteva, si sovrapponeva ad ogni altra imagine, vinceva con la nitida chiarezza delle sue forme ogni altra forma fantastica che tentasse di sorgere. Ella non preparava l'animo, si abbandonava debolmente al sentimento indeterminato. Il senso della realtà in quel momento le mancava. -- Io lo vedrò! Io lo vedrò! -- ripeteva in sè stessa, inebriandosi. Le cose in torno tacevano. Il vento faceva incurvare i roseti che, passato il soffio, seguitavano a muoversi pesantemente. Gli zampilli scintillavano e guizzavano, tra il verde, come stocchi. Donna Laura stette un poco in ascolto. Dal silenzio, nell'ora pànica, sorgeva qualcosa di grande e di inesorabile, che le infuse nell'animo uno sgomento misterioso. Ella esitò. Poi si mise pel viale, da prima con passi rapidi; giunse al cancello tutto abbracciato dalle piante e dai fiori; sostò, per guardarsi in dietro: aprì. Dinanzi a lei la campagna si stendeva deserta sotto il meriggio. Le case di Penti in lontananza biancheggiavano su l'azzurro del cielo, con un campanile, con una cupola, con due o tre pini. Il fiume si svolgeva nella pianura, tortuoso e lucentissimo, toccando le case. Donna Laura pensò: -- Egli è là. -- E tutte le sue fibre di madre vibrarono. Animata, riprese a camminare, guardando dinanzi a sè con gli occhi che il sole fastidiva, non curando il calore. A un certo punto della strada cominciarono gli alberi, magri pioppetti tutti canori di cicale. Due femmine scalze, ciascuna con un cesto sul capo, venivano incontro. -- Sapete la casa di Luca Marino? -- chiese la signora, presa da una voglia irresistibile di pronunziare quel nome a voce alta, liberamente. Le femmine la guardarono, stupefatte, soffermandosi. Una rispose con semplicità: -- Noi non siamo di Penti. Donna Laura, malcontenta seguitò la via, provando già un poco di stanchezza nelle povere membra senili. Gli occhi, offesi dalla luce intensa, le facevano vedere alcune mobili macchie rosse nell'aria. Un leggero principio di vertigine le turbava il cervello. Penti si avvicinava sempre più. I primi tuguri apparvero tra molte piante di girasoli. Una femmina, mostruosa per l'adipe, stava seduta sopra una soglia; ed aveva su quel gran corpo una testa infantile, gli occhi dolci, i denti schietti, il sorriso placidissimo. -- O signora, dove andate? -- chiese la femmina, con un accento ingenuo di curiosità. Donna Laura si accostò. Aveva il volto tutto infiammato e la respirazione corta. Le forze erano per mancarle. -- Mio Dio! Oh mio Dio! -- gemeva ella, reggendosi le tempie con le palme. -- Oh mio Dio! -- Signora, riposatevi -- diceva la femmina ospitale, invitandola ad entrare. La casa era bassa ed oscura; ed aveva quell'odor particolare che hanno tutti i luoghi dove molta gente agglomerata vive. Tre o quattro bambini nudi, anch'essi col ventre così gonfio che parevano idropici, si trascinavano sul suolo, borbottando, brancicando, portando alla bocca per istinto qualunque cosa capitasse loro sotto le mani. Mentre Donna Laura seduta riprendeva le forze, la femmina parlava oziosamente, tenendo fra le braccia un quinto bambino, tutto coperto di croste nerastre tra mezzo a cui si aprivano due grandi occhi, puri ed azzurri, come due fiori miracolosi. Donna Laura domandò: -- Qual'è la casa di Luca Marino? L'ospite col gesto indicò una casa rossiccia, all'estremità del paese, in vicinanza del fiume, circondata quasi da un colonnato di alti pioppi. -- È quella, perchè? La vecchia signora si sporse per guardare. Gli occhi le dolevano, feriti dalla luce solare, e le palpebre le battevano forte. Ma ella stette qualche minuto in quell'attitudine, respirando con fatica, senza rispondere, quasi soffocata da una sollevazione di sentimento materno. -- Quella dunque era la casa del suo figliuolo? -- Subitamente, le apparvero l'interno della stanza lontana, il paese di Provenza, le persone, le cose, come nel bagliore di un lampo, ma evidenti, nettissimi. Ella si lasciò ricadere su la sedia, e rimase muta, confusa, in una specie di ottusità fisica proveniente forse dall'azione del sole. Negli orecchi aveva un ronzío continuo. Disse l'ospite: -- Volete passare il fiume? Donna Laura fece un cenno fievole, incantata da un turbinío di circoli rossi che le si producevano nella retina. -- Luca Marino porta uomini e bestie da una riva all'altra. Ha una barca e una chiatta -- seguitò l'ospite. -- Se no, bisogna andare fino a Prezzi a cercare il guado. È trent'anni che fa il mestiere! È sicurissimo, signora. Donna Laura ora ascoltava, facendo uno sforzo per raccogliere i suoi spiriti che si disperdevano. Ma pure, dinanzi a quelle novelle del figliuolo, restava smarrita; quasi non comprendeva. -- Luca non è del paese -- riprese la femmina grassa, trascinata dalla nativa loquacità. -- L'hanno allevato i Marino che non avevano figliuoli. E un signore, non di qui, gli ha dotata la moglie. Ora vive bene; lavora; ma ha il vizio del vino. La femmina diceva queste cose ed altre, con semplicità grande, senza malizia per l'origine sconosciuta di Luca. -- Addio, addio -- fece Donna Laura, levandosi, presa da un vigore fittizio. -- Grazie, buona donna. Porse a uno dei bimbi una moneta; ed uscì alla luce. -- Per quella viottola! -- le gridò dietro, indicando, l'ospite. Donna Laura seguì la viottola. Un gran silenzio regnava intorno, e nel silenzio le cicale cantavano a distesa. Alcuni gruppi d'olivi contorti e nodosi sorgevano dal terreno disseccato. Il fiume, a sinistra, brillava. -- Ooh, La Martinaaa! -- chiamò una voce, in lontananza, dalla parte del fiume. Quella voce umana d'improvviso fece tremare le vene della vecchia. Ella guardò. Sul fiume navigava una barca, a pena visibile tra il vapor luminoso; e un'altra barca, ma a vela, biancheggiava a maggior distanza. Nella prima barca si scorgevano forme d'animali: erano forse cavalli. -- Ooh, La Martinaaa! -- richiamò la voce. Le due barche si avvicinavano l'una all'altra. Quello era il punto delle secche, dove i barcaiuoli pericolavano quando il carico pesava. Donna Laura, ferma sotto un olivo, appoggiata al tronco, seguiva con lo sguardo la vicenda. Il cuore le palpitava con tanta violenza che le pareva i battiti empissero tutta la campagna circostante. Il fruscío dei rami, il canto delle cicale, il lampeggío delle acque, tutte le apparenze la turbavano, le si confondevano nello spirito col disordine della demenza. L'accumulamento lento del sangue nel cervello, per l'azione del sole, le dava ora una visione leggermente rossa, un principio di vertigine. Le due barche, giunte a un gomito del fiume, non si videro più. Allora Donna Laura riprese a camminare, un po' barcollante, come un'ebra. Le apparve un gruppo di case riunite intorno a una specie di corte. Sei o sette mendicanti meriggiavano ammucchiati in un angolo: le loro carni rossastre, maculate dalle malattie della cute, uscivano di tra i cenci; nei loro volti deformi il sonno aveva una pesantezza bestiale. Qualcuno dormiva bocconi, con la faccia nascosta tra le braccia piegate a cerchio. Qualche altro dormiva supino, con le braccia aperte, nell'attitudine del Cristo crocifisso. Un nuvolo di mosche turbinava e ronzava su quelle povere carcasse umane, denso e laborioso, come sopra un cumulo di fimo. Dalle porte socchiuse veniva un rumore di telai. Donna Laura attraversò la piazzetta. Il suono de' suoi passi su le pietre fece risvegliare un mendicante che si levò su i gomiti e, tenendo gli occhi ancora chiusi, balbettò macchinalmente: -- La carità, per l'amore di Dio! A quella voce tutti i mendicanti si risvegliarono, e tutti sorsero. -- La carità, per l'amore di Dio! -- La carità, per l'amore di Dio! La torma cenciosa si mise a seguitare la passante, chiedendo l'elemosina, tendendo le mani. Uno era storpio e camminava a piccoli salti, come una scimmia ferita. Un altro si trascinava sul sedere puntellandosi con ambo le braccia, come fanno con le zampe le locuste, poichè aveva tutta la parte inferiore del corpo morta. Un altro aveva un gran gozzo paonazzo e rugoso che ad ogni passo ondeggiava come una giogaia. Un altro aveva un braccio ritorto come una grossa radice. -- La carità, per l'amore di Dio! Le loro voci erano varie, alcune cavernose e roche, altre acute e feminine come quelle degli evirati. Ripetevano sempre le stesse parole, con lo stesso accento, in un modo accorante. -- La carità, per l'amore di Dio! Donna Laura, così inseguita da quella gente mostruosa, provava una voglia istintiva di fuggire, di salvarsi. Uno sbigottimento cieco la teneva. Avrebbe forse gridato, se avesse avuta la voce nella gola. I mendicanti le instavano da presso, le toccavano le braccia, con le mani tese. Volevano l'elemosina, tutti. La vecchia signora si cercò nella veste, prese alcune monete, le lasciò cadere dietro di sè. Gli affamati si fermarono, si gittarono avidamente su le monete, lottando, stramazzando sul terreno, dando calci, calpestandosi. Bestemmiavano. Tre rimasero con le mani vuote; e ripresero a seguitare la vecchia incattiviti. -- Noi non l'abbiamo avuta! Noi non l'abbiamo avuta! Donna Laura, disperata per quella persecuzione, diede altre monete, senza volgersi. La lotta fu tra lo storpio e il gozzuto. Ambedue presero. Ma un povero epilettico idiota, che tutti opprimevano e dileggiavano, non ebbe nulla; e si mise a piagnucolare, leccandosi le lacrime e il moccio che gli colava dal naso, con un verso ridicolo: -- Ahu, ahu, ahuuu! III. Donna Laura infine era giunta alla casa dei pioppi. Ella si sentiva sfinita: le si offuscava la vista, le tempie le battevano forte, la lingua le ardeva; le gambe sotto le si piegavano. Dinanzi a lei, un cancello stava aperto. Ella entrò. L'aia circolare era limitata da pioppi altissimi. Due degli alberi sostenevano un cumulo di paglia di fromento, tra mezzo a cui uscivano i rami fronzuti. Poichè in giro l'erba cresceva, due vacche falbe vi pascolavano pacificamente battendosi con la coda i fianchi nutriti; e tra le gambe a loro penzolavano le mammelle gonfie di latte, colorite come frutti succulenti. Molti arnesi di agricoltura stavano sparsi pel suolo. Le cicale, in su gli alberi, cantavano. Nel mezzo, tre o quattro cuccioli ruzzavano abbaiando verso le vacche o inseguendo le galline. -- O signora, che cerchi? -- chiese un vecchio, uscendo dalla casa. -- Vuoi -passare-? Il vecchio, calvo, con la barba rasa, teneva tutto il corpo in avanti su le gambe inarcate. Le sue membra erano deformate dalle rudi fatiche, dall'opera dell'arare che fa sorgere la spalla sinistra e torcere il busto, dall'opera del falciare che fa tenere le ginocchia discoste, dall'opera del potare che curva in due la persona, da tutte le opere lente e pazienti della coltivazione. Egli, dicendo l'ultima parola, accennava al fiume. -- Sì, sì -- rispose Donna Laura non sapendo che dire, non sapendo che fare, smarrita. -- Allora vieni. Ecco Luca che torna -- soggiunse il vecchio, volgendosi al fiume dove navigava a forza di pertiche una chiatta carica di pecore. Egli condusse la passeggiera, a traverso un orto irrigato, fin sotto a una pergola dove altri passeggieri attendevano. Camminando innanzi, egli lodava le verzure e faceva pronostici, per consuetudine di agricoltore invecchiato tra le cose della terra. Volgendosi a un tratto, poichè la signora restava muta come se non udisse, vide che ella aveva i cigli pieni di lacrime. -- Perchè piangi, signora? -- le chiese con la stessa tranquillità con cui parlava delle verzure. -- Ti senti male? -- No, no... niente... -- mormorò Donna Laura che si sentiva morire. Il vecchio non disse altro. Egli era così indurato alla vita, che i dolori altrui non lo commovevano. Egli vedeva, tutti i giorni, tanta gente diversa -passare-! -- Siedi -- fece, come giunse alla pergola. Là tre uomini della campagna attendevano, uomini giovani, carichi di fardelli. Tutt'e tre fumavano in grosse pipe, mettendo nel fumare una attenzione profonda, come per gustarne intera la voluttà, secondo il costume della gente campestre nei rari diletti. Ad intervalli, dicevano quelle lunghe cose insignificanti che l'agricoltore ripete senza fine e che appagano lo spirito di lui tardo ed angusto. Guardarono un poco, stupefatti, Donna Laura. Poi ripresero la loro impassibilità. Uno di loro avvertì, tranquillamente: -- Ecco la chiatta. Un altro aggiunse: -- Porta le pecore di Bidena. Il terzo: -- Saranno quindici. E si levarono, insieme, intascando le pipe. Donna Laura era caduta in una specie di stupidimento inerte. Le lacrime le si erano fermate su i cigli. Ella avea perduto il senso della realità. Dov'era? Che faceva? La chiatta urtò leggermente contro la riva. Le pecore, strette le une contro le altre, belavano intimidite dall'acqua. Il pastore, il traghettatore ed il figlio le aiutavano a discendere a terra. Le pecore, appena discese, facevano una piccola corsa; poi si fermavano, si riunivano e si mettevano a belare ancora. Due o tre agnelli saltellavano su le gambe lunghe e deformi, tentando i capezzoli materni. Compiuta la bisogna, Luca Marino fermò la chiatta. Poi a grandi passi lenti salì la riva, verso l'orto. Era un uomo di quarant'anni circa, alto, magro, con la faccia rossiccia, calvo alle tempie. Aveva baffi di colore incerto e una manata di peli sparsa disugualmente per il mento e per le guance; l'occhio un po' torbido, senza alcuna vivacità d'intelligenza, venato di sanguigno, come quello dei bevitori. La camicia aperta lasciava vedere il petto velloso, un berretto carico d'untume copriva la testa. -- Ahuf! -- esclamò egli d'un tratto, in faccia alla pergola, fermandosi su le gambe aperte e nettandosi con le dita la fronte stillante di sudore. Passò dinanzi ai passeggieri, senza guardarli. In tutti i suoi gesti e in tutte le sue attitudini era incomposto e quasi brutale. Le mani, enormi, gonfie di vene sul dorso, le mani avvezze al remo parevano essergli d'impaccio. Egli le teneva penzoloni lungo i fianchi e le dondolava camminando. -- Ahuf! Che sete!... Donna Laura stava come impietrita, senza più parole, senza più conscienza, senza più volontà. Quello era il suo figliuolo! Quello era il suo figliuolo! Una femmina gravida, che aveva già una figura senile, disfatta dal lavoro e dalla fecondità, venne a porgere al marito assetato un boccale di vino. L'uomo bevve d'un fiato. Poi si asciugò le labbra col dorso della mano e fece schioccare la lingua. Disse, bruscamente, come se la nuova fatica gli fosse dura: -- Andiamo. Insieme col primogenito, ch'era un grosso fanciullo di quindici anni, preparò il legno: mise tra il bordo e la riva due tavole per rendere agevole ai passeggieri l'imbarco. -- Perchè non monti, signora? -- fece il vecchio di dianzi, vedendo che Donna Laura non si moveva e non parlava. Donna Laura si levò, macchinalmente, e seguì il vecchio che le diede aiuto nel salire. Perchè saliva ella? Perchè passava il fiume? Non pensò; non giudicò l'atto. Il suo spirito, così colpito, rimaneva ora inerte, quasi immobile in un punto. -- Quello era il figlio. -- E a poco a poco ella sentiva in sè qualche cosa estinguersi, svanire; sentiva nella mente a poco a poco farsi una gran vacuità. Non comprendeva più niente. Vedeva, udiva, come in un sogno. Quando il primogenito di Luca venne a lei per chiedere la mercè del traghetto, prima che la barca si staccasse dalla riva, ella non intese. Il fanciullo scoteva nel concavo delle mani le monete ricevute da uno dei passeggieri; e ripeteva la domanda a voce più alta, credendo che la signora fosse sorda per la vecchiezza. Ella, come vide gli altri due uomini mettere la mano in tasca e pagare, imitò quell'atto, risovvenendosi. Ma diede più del dovuto. Il fanciullo volle farle intendere ch'egli non poteva renderle l'avanzo, perchè non l'aveva. Ella non comprese. Il fanciullo prese tutto il danaro, con una smorfia di malizia. I presenti sorrisero, di quel sorriso astuto che hanno gli uomini campestri in conspetto di un inganno. Uno disse: -- Andiamo? Luca, che fin allora stava intento a tirar l'áncora, spinse la barca che si mosse dolcemente su l'acqua gorgogliante. La riva parve fuggire, con le canne e con i pioppi, ed incurvarsi come una falce. Il sole incendiava tutto il fiume, appena inclinato verso il cielo occidentale, dove sorgevano vapori violetti. Si vedeva ora su la riva un gruppo di gente che gesticolava; ed erano i mendicanti addosso all'idiota. A tratti, col vento giungevano anche lembi di parole e di risa simili a un'agitazione di flutti. I rematori, nudi il busto, vogavano a gran forza per superare il filo della corrente. Donna Laura vedeva il dorso di Luca, nero, dove le costole si disegnavano e colava a rivoli il sudore Teneva gli occhi fissi, un po' dilatati, pieni di ebetudine. Uno dei passeggieri avvertì, prendendo sotto il banco le sue robe: -- Ci siamo. Luca afferrò l'ancora e la gittò alla riva. La barca ridiscese con la corrente per tutta la lunghezza della corda; quindi si fermò con una stratta. I passeggieri furono a terra, d'un salto, ed aiutarono la vecchia signora, tranquillamente. Quindi si rimisero in cammino. La campagna da quella parte era coltivata a vigneti. Le viti, piccole e magre, verdeggiavano in filari. Alcuni alberi interrompevano qua e là il piano, con forme rotonde. Donna Laura si trovò sola, perduta, su quella riva senz'ombra, non avendo più conoscenza di sè che per il battito continuo delle arterie, per un romorío cupo ed assordante negli orecchi. Il suolo sotto i piedi le mancava e pareva affondarsi come fango o arena, ad ogni passo. Tutte le cose intorno turbinavano e si dileguavano; tutte le cose, ed anche la sua esistenza, le apparivano vagamente, lontane, dimenticate, finite per sempre. La follia le prendeva la mente. Ella, d'un tratto, vide uomini, case, un altro paese, un altro cielo. Urtò in un albero, cadde su una pietra; si rialzò. E il suo povero corpo sfinito traballava in moti terribili e insieme ridevoli; ma nessuna cosa intorno splendeva come i suoi capelli bianchi sotto il sole feroce. Ora, i mendicanti dall'altra riva avevano eccitato per dileggio l'idiota a passare il fiume a nuoto ed a raggiungere la donna per aver l'elemosina. Essi l'avevano spinto nell'acqua, dopo avergli strappati i cenci di dosso. E l'idiota nuotava come un cane, tra una pioggia di sassate che gl'impedivano di tornare addietro. Quegli uomini deformi fischiavano e urlavano, prendendo diletto nella crudeltà. Essi, come la corrente traeva l'idiota, arrancavano lungo la sponda e imperversavano. -- Affoga! Affoga! L'idiota, con sforzi disperati, prese terra. E così ignudo, poichè in lui era morto con l'intelligenza il sentimento del pudore, si mise a camminare verso la donna, di traverso, com'era suo costume, tendendo la mano ad ogni tratto. La demente, rialzandosi, vide; e con un moto di orrore e con un grido acutissimo si diede a correre verso il fiume. Sapeva quel che faceva? Voleva morire? Che pensava ella, in quell'attimo? Giunta all'estremo limite, cadde nell'acqua. L'acqua gorgogliò, si chiuse pienamente; e tanti circoli successivi partirono dal luogo della caduta e si allargarono in lievi ondulazioni lucide e si dispersero. I mendicanti dall'altra riva gridavano verso una barca che si allontanava: -- Oh Lucaaa! Oh Luca Marinooo! E correvano verso la casa dei pioppi a dare la novella. Allora, come seppe il caso, Luca spinse la barca verso il luogo che gli indicavano, e chiamò La Martina che se ne veniva placidamente con il suo legno in balía della corrente. Disse Luca: -- C'è un'annegata laggiù. Non si curò di raccontare il fatto e di parlare della persona, poichè non amava le molte parole. I due fiumátici misero i legni a paro e remigarono con calma. Disse La Martina: -- Hai tu provato il vino nuovo di Chiachiù? Ti dico!... E fece un gesto che rappresentava l'eccellenza della bevanda. Luca rispose: -- Non ancora. Disse La Martina: -- Ne prenderesti una goccia? Luca rispose: -- Io sì. La Martina: -- Dopo. Ci aspetta Iannangelo. Luca: -- Va bene. Giunsero al luogo. L'idiota, che poteva meglio indicare il punto, era fuggito, e in mezzo alle vigne era stato preso da un accesso di epilessia. All'altra riva i curiosi cominciavano a radunarsi. Disse Luca al compagno: -- Tu ferma la tua barca e salta nella mia. Uno rema e l'altro cerca. La Martina così fece. Egli remava su e giù per una ventina di metri, e Luca tentava il fondo del fiume con una lunga pertica. Ogni tanto Luca, sentendo qualche resistenza, mormorava: -- Ecco. Ma s'ingannava sempre. Finalmente, dopo molte ricerche, Luca disse: -- Questa volta c'è. E chinandosi e inarcando le gambe per far forza, sollevò piano piano il peso all'estremità della pertica. I bicipiti gli tremavano. La Martina chiese, lasciando il remo: -- Vuoi che t'aiuti? Luca rispose: -- Non importa. AGONIA. I. Quando entrò Donna Letizia tenendo l'infermo su le belle braccia carnose con un'attitudine di misericordia lacrimevole, tutte le figlie accorsero a torno intenerite ed esalarono la gentil pietà dell'animo in querele gemebonde. Le voci femminili risonavano così nella stanza confusamente tra i rumori che dal traffico della strada salivano per le vetrate aperte; e al compianto delle fanciulle si mescevano in quel punto le interiezioni d'un cerretano magnificatore d'acque angelicali e di polveri mirifiche. Il cane, su le braccia della signora, ebbe allora un lieve tremito che gli corse per tutto il dorso fino alla estremità della coda; tentò di sollevare le palpebre, di volgere alle carezze quei suoi enormi occhi pieni di gratitudine. Moveva la testa in certi sforzi penosi, come se le corde del collo gli si fossero irrigidite; aveva la bocca semiaperta, da cui il lembo della lingua tenuta tra i due denti sporgenti usciva come una foglia vermiglia solcata di venature violacee. E una bava molle gl'inumidiva il mento, quella piccola parte della mandibola inferiore dove la rarezza dei peli lasciava apparire la pelle rosea. E la fatica del respiro a volte gli s'inaspriva in una specie di raucedine sibilante, mentre le narici d'ora in ora si disseccavano e prendevano l'aspetto duro e scabro di un tartufo. -- Oh, Sancio, povero Sancio, che t'hanno fatto? Povero bibì, eh? Povero vecchio mio!.. Le commiserazioni delle fanciulle sensibili si facevano via via più tenere, finivano in un balbettío pargoleggiante di parole senza significato, di suoni lamentevoli, di lezii carezzevoli. Tutte volevano passar la mano su la testa dell'animale, prendere una delle zampe, toccare le narici. Donna Letizia sorreggeva il dolce peso maternamente; e le sue dita grasse e bianche, le cui falangi parevano gonfie quasi per un morbo, le sue dita vellicavano pianamente il ventre di Sancio, s'insinuavano tra il pelo. Nella stanza entrava la luce del pomeriggio e il fresco della marina, a traverso le tende verdognole. Otto stampe colorite, chiuse in cornici nere, adornavano le pareti coperte di una carta a fiorami gialli. Sopra un vecchio canterale del Settecento, con la lastra di marmo roseo e le borchie di ottone, posava tra due piccoli specchi retti da sostegni d'argento un trionfo di fiori di cera in una campana di cristallo. Sopra il caminetto scintillava una coppia di candelabri dorati, con le candele intatte. Un automa di cartapesta, raffigurante un macacco in abito moresco, meditava immobile dall'alto d'uno di quei tavolini intarsiati che vengono di Sorrento. Molte seggiole con su la spalliera vignette di favole pastorali, un canapè dell'Impero, due poltrone moderne, concorrevano alla discordia delle forme e dei colori. II. Come l'infermo venne adagiato in grembo a una delle poltrone, ci fu nella stanza un intervallo di silenzio. Sancio si levò un momento in piedi tremando, si rigirò più volte cercando una positura meno dolorosa, nella irrequietudine della sofferenza, tentò di poggiare la testa su uno dei bracciuoli, si piegò su le gambe di dietro; stette così alfine con le palpebre socchiuse, respirando a fatica, come preso da una sonnolenza improvvisa. Sul petto largo la pelle abbondante gli faceva, con tre o quattro crespe, quasi una piccola giogaia; sopra la collottola le crespe erano più grandi e più tonde; i lembi delle labbra ai lati della mandibola superiore pendevano flosciamente; e il povero animale aveva ora nella malattia quel non so che di ridevole insieme e di miserevole che hanno gli uomini nani oppressi dall'adipe e dall'asma. Le fanciulle dinanzi a quell'abbattimento restavano mute, invase da un rammarico immenso, colpite dal presentimento della sventura; poichè Sancio era stato per molti anni la loro cura amorosa, l'oggetto delle loro blandizie e dei loro vezzi, lo sfogo innocuo delle loro mollezze e delle loro tenerezze di adolescenti clorotiche. Sancio era nato e cresciuto nella casa, con quelle forme tozze e pesanti di razza imbastardita, con quelle rotondità di bestia eunuca oziosa e golosa; e a poco a poco eragli apparso negli occhi tondi uno sguardo pieno di umanità e di devozione. Soleva agitar vivamente il tronco della coda nelle ore di gioia, reggendosi su tre gambe sole e tutto raggomitolandosi con un singolar tremolío del pelame e trotterellando con la grazia d'un porcellino d'India in mezzo all'erbe primaverili. I bei ricordi ora travagliavano le animule delle fanciulle. -- E il medico quando viene? -- chiese, con la voce impaziente, Teodolinda, la figlia minore; che aveva una faccia di giovine bertuccia, tutta bianca di cipria, e su la fronte una larga frangia di capelli rossi. L'infermo a tratti metteva una specie di gemito fioco aprendo gli occhi e volgendo in torno lo sguardo supplichevole, uno sguardo lento e dolce, fatto più umano dall'increspamento nervoso degli angoli delle palpebre e da due linee brune che gli umori sgorganti avevano segnato sotto le orbite. E come Donna Letizia tentava di fargli prendere un cucchiaio di zuppa ristoratrice, egli agitava fuor della bocca la lingua flessibile in tutti i sensi per lo sforzo dell'inghiottire e non poteva chiudere le mascelle irrigidite. Allora si udì nell'anticamera la voce del dottore Zenzuino che era finalmente salito. Ed entrò nella stanza un signore dalla bella faccia lucida di giovialità e di sanità. -- Oh Don Giovanni, guarite Sancio! Sta per morire -- esclamò una voce flebile. Il medico guardò in torno tutta quella dolente famiglia che egli aveva nutrita d'arsenico, di ferro e d'olio ferruginoso e d'acqua di Levico per tanti anni in vano ed ebbe un lieve lampo di sorriso negli occhiali d'oro. Poi, osservando l'infermo con una curiosità d'uomo ricercatore, disse molto lentamente: -- Credo sia un caso di paralisi della mandibola e delle glandole salivari sotto-mascellari. La malattia che ha sede in un'alterazione nervosa centrale probabilmente delle meningi e che per la sua eziologia può dipendere da una causa ereditaria o parassitaria, è d'indole progressiva. Il processo che tende a diffondersi, andrà parzialmente e progressivamente privando il corpo, organo per organo, della sua funzionalità; finchè giunto in breve ad agire sul centro di una delle funzioni vitali, sia della circolazione che della respirazione, produrrà la morte... Le terribili parole barbare misero un'ambascia suprema nelle animule blandule; e le guance floride di Donna Letizia in un momento impallidirono. -- Io credo che abbia influito su lo sviluppo del morbo l'alimentazione -- soggiunse Don Giovanni, senza pietà. A quella specie di accusa, il rimorso cominciò a tormentare le fanciulle che sempre per la golosità di Sancio erano state piene d'indulgenza colpevole. E Teodolinda, con un atto di sconforto ineffabile, chiese: -- Non c'è dunque rimedio? -- Tentiamo. Io consiglio l'applicazione di un cerotto vescicatorio alla nuca -- rispose il dottore licenziandosi in ultimo amabilmente. Sancio voleva discendere dalla poltrona. Esitava su l'orlo, non avendo la forza di spiccare il salto, implorava l'aiuto con gli occhi fievoli che già si velavano come due acini d'uva nera suffusi dalla pruina argentea della maturità. Nella sua pinguedine il dolore a poco a poco scavava ombre senili; le tinte rosee del muso, dove i peli erano lunghi e radi, pareva si corrompessero divenendo quasi giallastre; le orecchie mozze avevano di tratto in tratto un tremolìo leggerissimo; e nello stesso tempo un brivido passava a traverso il pelame bianco visibilmente. Allora Isabella, la più eterea delle cinque fanciulle, che per crudeltà della sorte ereditava dal padre il pio naso borbonico e la fronte leprina, si accostò tutta commossa e prese l'infermo fra le mani delicate per posarlo a terra. Sancio prima rimase fermo un istante, senza poter muovere i passi, con il dorso arcuato, e la testa in alto, oppresso dall'affanno del respiro; poi cominciò a trascinarsi, barcollando, con lo stento doloroso di un animale ferito alle due cosce. Forse aveva sete, perchè quando gli fu accostata la scodella tentò di lambire con la lingua il liquido. Ma, come la paralisi crescente già gli impediva anche quell'atto, dopo sforzi inutili ed irosi egli si volse piegando su le gambe posteriori e con una delle zampe davanti cominciò a battersi la mascella, quasi per rimuovere alfine di là quell'ostacolo che gli faceva tanto dolore. E l'attitudine era così vivamente umana e le pupille erano così piene di supplicazione e di disperazione umana, che d'un tratto Donna Letizia scoppiò in pianto: -- Oh, povero bibì! Chi te l'avesse mai detto, povero bibì mio!.. In tutte le fanciulle la commozione raggiunse il supremo grado. Teodolinda raccolse il morituro, lo portò sul canapè, chiese le forbici. Era necessario un eroismo; bisognava infine esperimentare il rimedio, ad ogni costo. -- Isabella, Maria, le forbici! Venite! Tutte trepide e pallide, si chinarono intorno a Sancio, che aveva di nuovo socchiuse le palpebre e alitava il fiato ardente nelle mani della soccorritrice. E questa, vinta la prima ripugnanza, cominciò a tagliare il pelo su la nuca dell'animale, pianamente, arrestandosi di tratto in tratto, mettendo via via un soffio su la parte rasa. Una specie di chierica irregolare si veniva allargando nella grassezza della collottola; e il tonsurato assumeva così un nuovo aspetto miserevolmente buffonesco. Le tende del balcone, investite dalla brezza, s'inarcavano come due vele. I clamori della strada salivano in confuso, vivi e giulivi; una prospettiva di case plebee s'intravedeva al fondo nella doratura pallida del tramonto; e un merlo fischiava. Allora discese dalle camere superiori Natalia, la bella nuora di Donna Letizia, con un bimbo su le braccia; ed entrò nella stanza. Ella aveva la faccia ovale, la pelle fine e rosea, solcata di vene, gli occhi chiarissimi, le narici diafane, tutta in somma la dolcezza di sangue della donna bionda, tra una nera ribellione di capelli; e aveva nella persona, nelle vesti, nell'incedere, quella negligenza semplice, quella felice placidità quasi direi bovina, quella specie di freschezza lattea delle giovani madri che nutrono con la propria mammella il figliuolo. Appena ella vide il cane tonsurato, un impeto così spontaneo d'ilarità la invase, che non potè ritenere le risa entro la chiostra dei denti. -- Ah, ah, ah, ah, ah!.. Come? Natalia osava ridere, mentre quel povero Sancio moriva? -- Le innupte sensibili volsero un acre sguardo d'indignazione alla cognata irriverente e crudele. Ma questa, con una lieta incuranza, si appressò per tendere il bimbo verso l'animale. E il bimbo seminudo agitava le piccole mani irrequiete, cercando toccare, tutto vibrando di naturale gioia e barbugliando suoni incomprensibili nella bocca rorida ancora della bevanda materna. E l'animale, uso già a sottomettere la testa mansueta a quei cercamenti, aveva ancora nelle membra inferme una esitazione di festevolezza e negli occhi un supremo barlume di bontà conoscente. -- Povero Sancio Panza! -- mormorò alfine Natalia ritraendo il figliuolo che stava per bagnarsi di bava le dita. E, come il bimbo rincrespava le labbra per piangere, ella fece due o tre giri nella stanza cullandolo e palleggiandolo; poi, fermatasi dinanzi all'automa, volse la chiave del meccanismo. Il macacco aprì la bocca, battè le palpebre, attorcigliò la coda, tutto animandosi internamente al suono d'una gavotta ben nota. Quel voluttuoso ondeggiamento di danza moveva l'aria e la testa di Natalia per ritmo. La luce nella stanza era dolce; il profumo dei garofoli entrava dai vasi del balcone aperto. Sancio non udiva forse più. Al bruciore caustico del vescicante su la nuca, egli scoteva di tratto in tratto il dorso, e piegava la testa in basso, con un lamentìo fievole. La lingua ritirata fra i denti, violacea, quasi anzi nerastra, aveva già perduta ogni facoltà di , , 1 , ' . 2 ' , ' , 3 . , 4 , . , 5 , , , 6 ; 7 , 8 . 9 , , . 10 11 , , . 12 13 . ; 14 , , ' , 15 , , . 16 17 . , , . 18 19 , 20 . 21 , ; 22 , . 23 24 - - , , - - . 25 26 ' , 27 . 28 29 - - ? ' ? 30 31 - - , . - - . 32 33 , , ' . 34 35 - - . 36 37 , . 38 39 , . 40 , 41 . , 42 ; , 43 . 44 , , 45 , ' ; , 46 , ' . 47 48 . 49 ' . 50 51 ' ' ; , 52 , , , 53 . , 54 ; , 55 , ' 56 . 57 58 , . 59 : . , 60 ' . 61 ' , ' , 62 . 63 : 64 . 65 ! 66 67 , , , , 68 . . , 69 , , . . 70 , ; ; 71 . 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