si osservarono dal capo alle piante; e si mantennero sempre l'uno poco
discosto dall'altro, pur girando tra la folla.
Alle undici, nella folla corse una specie di agitazione. Violetta
Kutufà entrava.
Ella era vestita diabolicamente, con un dominò nero a lungo cappuccio
scarlatto e con una mascherina scarlatta su la faccia. Il mento rotondo
e niveo, la bocca grossa e rossa si vedevano a traverso un sottil velo.
Gli occhi, allungati e resi un po' obliqui dalla maschera, parevano
ridere.
Tutti la riconobbero, subito; e tutti quasi fecero ala al passaggio
di lei. Don Antonio Brattella si avanzò, leziosamente, da una parte.
Dall'altra si avanzò Don Giovanni. Violetta Kutufà ebbe un rapido
sguardo per gli anelli che brillavano alle dita di quest'ultimo. Indi
prese il braccio dell'Areopagita. Ella rideva, e camminava con un certo
vivace ondeggiare de' lombi. L'Areopagita, parlandole e dicendole le
sue solite gonfie stupidezze, la chiamava contessa, e intercalava nel
discorso i versi lirici di Giovanni Peruzzini. Ella rideva e si piegava
verso di lui e premeva il braccio di lui, ad arte, perchè gli ardori e
gli sdilinquimenti di quel brutto e vano signore la dilettavano. A un
certo punto, l'Areopagita, ripetendo le parole del conte di Lara nel
melodramma petrelliano, disse, anzi sommessamente cantò:
-- Poss'io dunque sperarrr?
Violetta Kutufà rispose, come Leonora:
-- Chi ve lo vieta?... Addio.
E, vedendo Don Giovanni poco discosto, si staccò dal cavaliere
affascinato e si attaccò all'altro che già da qualche tempo seguiva con
occhi pieni d'invidia e di dispetto gli avvolgimenti della coppia tra
la folla danzante.
Don Giovanni tremò, come un giovincello al primo sguardo della
fanciulla adorata. Poi, preso da un impeto glorioso, trasse la
cantatrice nella danza. Egli girava affannosamente, con il naso sul
seno della donna; e il mantello gli svolazzava dietro, la piuma gli si
piegava, rivi di sudore misti ad olii cosmetici gli colavano giù per
le tempie. Non potendo più, si fermò. Traballava per la vertigine. Due
mani lo sorressero; e una voce beffarda gli disse nell'orecchio:
-- Don Giovà, riprendete fiato!
Era la voce dell'Areopagita, il quale a sua volta trasse la bella nella
danza.
Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato sul fianco, battendo
il piede ad ogni cadenza, cercando parer leggiero e molle come una
piuma, con atti di grazia così goffi e con smorfie così scimmiescamente
mobili che intorno a lui le risa e i motti dei pulcinelli cominciarono
a grandinare.
-- Un soldo si paga, signori!
-- Ecco l'orso della Polonia, che balla come un cristiano! Mirate,
signori!
-- Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee?
-- 'O vi'! 'O vi'! L'urangutango!
Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a ballare.
In torno a lui altre coppie giravano. La sala si era empita di
gente variissima; e nel gran calore le candele ardevano con una
fiamma rossiccia, tra i festoni di mortella. Tutta quella agitazione
multicolore si rifletteva negli specchi.
La Ciccarina, la figlia di Montagna, la figlia di Suriano, le sorelle
Montanaro apparivano e sparivano, mettendo nella folla l'irraggiamento
della loro fresca bellezza plebea. Donna Teodolinda Pomàrici, alta e
sottile, vestita di raso azzurro, come una madonna, si lasciava portare
trasognata; e i capelli sciolti in anella le fluttuavano su gli omeri.
Costanzella Caffè, la più agile e la più infaticabile fra le danzatrici
e la più bionda, volava da una estremità all'altra in un baleno.
Amalia Solofra, la rossa dai capelli quasi fiammeggianti, vestita da
forosetta, con audacia senza pari, aveva il busto di seta sostenuto
da un solo nastro che contornava l'appiccatura del braccio; e, nella
danza, a tratti le si vedeva una macchia scura sotto le ascelle. Amalia
Gagliano, la bella dagli occhi cisposi, vestita da maga, pareva una
cassa funeraria che camminasse verticalmente. Una specie di ebrietà
teneva tutte quelle fanciulle. Esse erano alterate dall'aria calda e
densa, come da un falso vino. Il lauro e la mortella formavano un odore
singolare, quasi ecclesiastico.
La musica cessò. Ora tutti salivano i gradini conducenti alla sala dei
rinfreschi.
Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta a cena. L'Areopagita,
per mostrare d'essere in grande intimità con la cantatrice, si chinava
verso di lei e le susurrava qualche cosa all'orecchio e poi si metteva
a ridere. Don Giovanni non si curò del rivale.
-- Venite, contessa? -- disse, tutto cerimonioso, porgendo il braccio.
Violetta accettò. Ambedue salirono i gradini, lentamente, con Don
Antonio dietro.
-- Io vi amo! -- avventurò Don Giovanni, tentando di dare alla sua
voce un accento di passione appreso dal -primo amoroso giovine- d'una
compagnia drammatica di Chieti.
Violetta Kutufà non rispose. Ella si divertiva a guardare il concorso
della gente verso il banco di Andreuccio che distribuiva rinfreschi
gridando il prezzo ad alta voce, come in una fiera campestre.
Andreuccio aveva una testa enorme, il cranio polito, un naso che
si curvava su la sporgenza del labbro inferiore poderosamente; e
somigliava una di quelle grandi lanterne di carta, che hanno la forma
d'una testa umana. I mascherati mangiavano e bevevano con una cupidigia
bestiale, spargendosi su gli abiti le briciole delle paste dolci e le
gocce dei liquori.
Vedendo Don Giovanni, Andreuccio gridò:
-- Signò, comandate?
Don Giovanni aveva molte ricchezze, era vedovo, senza parenti prossimi;
cosicchè tutti si mostravano servizievoli per lui e lo adulavano.
-- Na' cenetta, rispose. Ma!...
E fece un segno espressivo per indicare che la cosa doveva essere
eccellente e rara.
Violetta Kutufà sedette e con un gesto pigro si tolse la mascherina dal
volto ed aprì un poco sul seno il dominò. Dentro il cappuccio scarlatto
la sua faccia, animata dal calore, pareva più procace. Per l'apertura
del dominò si vedeva una specie di maglia rosea che dava l'illusione
della carne viva.
-- Salute! -- esclamò Don Pompeo Nervi fermandosi dinanzi alla tavola
imbandita e sedendosi, attirato da un piatto di aragoste succulente.
E allora sopraggiunse Don Tito De Sieri e prese posto, senza
complimenti; sopraggiunse Don Giustino Franco insieme con Don Pasquale
Virgilio e con Don Federico Sicoli. La tavola s'ingrandì. Dopo molto
rigirare tortuoso, venne anche Don Antonio Brattella. Tutti costoro
erano per lo più i convitati ordinari di Don Giovanni; gli formavano
intorno una specie di corte adulatoria; gli davano il voto nelle
elezioni del Comune; ridevano ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per
antonomasia, -il principale-.
Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta Kutufà. I parassiti si
misero a mangiare, chinando sui piatti le bocche voraci. Ogni parola,
ogni frase di Don Antonio Brattella veniva accolta con un silenzio
ostile. Ogni parola, ogni frase di Don Giovanni veniva applaudita
con sorrisi di compiacenza, con accenni del capo. Don Giovanni, tra
la sua corte, trionfava. Violetta Kutufà gli era benigna, poichè
sentiva l'oro; e, ormai liberata dal cappuccio, con i capelli un po'
in ribellione per la fronte e per la nuca, si abbandonava alla sua
naturale giocondità un po' clamorosa e puerile.
D'in torno, la gente movevasi variamente. In mezzo alla folla tre
o quattro arlecchini camminavano sul pavimento, con le mani e con i
piedi; e si rotolavano, simili a grandi scarabei. Amalia Solofra, ritta
sopra una sedia, con alte le braccia ignude, rosse ai gomiti, agitava
un tamburello. Sotto di lei una coppia saltava alla maniera rustica,
gittando brevi gridi; e un gruppo di giovani stava a guardare con
gli occhi levati, un poco ebri di desio. Di tanto in tanto dalla sala
inferiore giungeva la voce di Don Ferdinando Giordano che comandava le
quadriglie con gran bravura:
-- -Balanzé! Turdemé! Rondagósce!-
A poco a poco la tavola di Violetta Kutufà diveniva amplissima. Don
Nereo Pica, Don Sebastiano Pica, Don Grisostomo Troilo, altri della
corte ussoriana, sopraggiunsero; poi anche Don Cirillo d'Amelio, Don
Camillo D'Angelo, Don Rocco Mattace. Molti estranei d'intorno stavano a
guardar mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano. Di tanto in
tanto, dalla tavola si levava uno scoppio di risa rauche; e, di tanto
in tanto, saltava un turacciolo e le spume del vino si riversavano.
Don Giovanni amava spruzzare i convitati, specialmente i calvi,
per far ridere Violetta. I parassiti levavano le facce arrossite; e
sorridevano, ancora masticando, al -principale-, sotto la pioggia
nivea. Ma Don Antonio Brattella s'impermalì e fece per andarsene.
Tutti gli altri, contro di lui, misero un clamore basso che pareva un
abbaiamento.
Violetta disse:
-- Restate.
Don Antonio restò. Poi fece un brindisi poetico in quinari.
Don Federico Sicoli, mezzo ebro, fece anche un brindisi a gloria di
Violetta e di Don Giovanni, in cui si parlava persino di -sacre tede- e
di -felice imene-. Egli declamò a voce alta. Era un uomo lungo e smilzo
e verdognolo come un cero. Viveva componendo epitalami e strofette
per gli onomastici e laudazioni per le festività ecclesiastiche. Ora,
nell'ebrietà, le rime gli uscivano dalla bocca senza ordine, vecchie
rime e nuove. A un certo punto egli, non reggendosi su le gambe, si
piegò come un cero ammollito dal calore; e tacque.
Violetta Kutufà si diffondeva in risa. La gente accalcavasi intorno
alla tavola, come ad uno spettacolo.
-- Andiamo, -- disse Violetta, a un certo punto, rimettendosi la maschera
e il cappuccio.
Don Giovanni, al culmine dell'entusiasmo amoroso, tutto invermigliato e
sudante, porse il braccio. I parassiti bevvero l'ultimo bicchiere e si
levarono confusamente, dietro la coppia.
IV.
Pochi giorni dopo, Violetta Kutufà abitava un appartamento in una
casa di Don Giovanni, su la piazza comunale; e una gran diceria
correva Pescara. La compagnia dei cantatori partì, senza la contessa
d'Amalfi, per Brindisi. Nella grave quiete quaresimale, i Pescaresi si
dilettarono della mormorazione e della calunnia, modestamente. Ogni
giorno una novella nuova faceva il giro della città, e ogni giorno
dalla fantasia popolare sorgeva una favola.
La casa di Violetta Kutufà stava proprio dalla parte di Sant'Agostino,
in contro al palazzo di Brina, accosto al palazzo di Memma. Tutte le
sere le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano.
Violetta riceveva i visitatori in una stanza tappezzata di carta
francese su cui erano francescamente rappresentati taluni fatti
mitologici. Due canterali panciuti del Settecento occupavano i due lati
del caminetto. Un canapè giallo stendevasi lungo la parete opposta,
tra due portiere di stoffa simile. Sul caminetto s'alzava una Venere
di gesso, una piccola Venere de' Medici, tra due candelabri dorati.
Su i canterali posavano vari vasi di porcellana, un gruppo di fiori
artificiali sotto una campana di cristallo, un canestro di frutta
di cera, una casetta svizzera di legno, un blocco d'allume, alcune
conchiglie, una noce di cocco.
Da prima i signori avevano esitato, per una specie di pudicizia, a
salire le scale della cantatrice. Poi, a poco a poco, avevano vinta
ogni esitazione. Anche gli uomini più gravi facevano di tanto in tanto
la loro comparsa nel salotto di Violetta Kutufà, anche gli uomini
di famiglia; e ci andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo,
come se andassero a commettere una piccola infedeltà alle mogli loro,
come se andassero in un luogo di dolce perdizione e di peccato. Si
univano in due, in tre; formavano leghe, per maggior sicurezza e per
giustificarsi; ridevano tra loro e si spingevano i gomiti a vicenda per
incoraggiamento. Poi la luce delle finestre e i suoni del pianoforte
e il canto della contessa d'Amalfi e le voci e gli applausi degli
altri visitatori li inebriavano. Essi erano presi da un entusiasmo
improvviso; ergevano il busto e la testa, con un moto giovanile;
salivano risolutamente, pensavano che infine bisognava godersi la vita
e cogliere le occasioni del piacere.
Ma i ricevimenti di Violetta avevano un'aria di grande convenienza,
erano quasi cerimoniosi. Violetta accoglieva con gentilezza i nuovi
venuti ed offriva loro sciroppi nell'acqua e rosolii. I nuovi venuti
rimanevano un po' attoniti, non sapevano come muoversi, dove sedere,
che dire. La conversazione si versava sul tempo, su le notizie
politiche, su la materia delle prediche quaresimali, su altri
argomenti volgari e tediosi. Don Giuseppe Postiglione parlava della
candidatura del principe prussiano Hohenzollern al trono di Spagna;
Don Antonio Brattella amava talvolta discutere dell'immortalità
dell'anima e d'altre cose edificanti. La dottrina dell'Areopagita
era grandissima. Egli parlava lento e rotondo, di tanto in tanto
pronunziando rapidamente una parola difficile e mangiandosi qualche
sillaba. Secondo la cronaca veridica, una sera, prendendo una bacchetta
e piegandola, disse: «Com'è -flebile-!» per dire -flessibile-;
un'altra sera, indicando il palato e scusandosi di non potere suonare
il flauto, disse: «Mi s'è infiammata tutta la -platea-!» e un'altra
sera, indicando l'orificio di un vaso, disse che, perchè i fanciulli
prendessero la medicina, bisognava spargere di qualche materia dolce
tutta l'-oreficeria- del bicchiere.
Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito incredulo, udendo
raccontare fatti troppo singolari, saltava su:
-- Ma, Don Antò, voi che dite?
Don Antonio assicurava, con una mano sul cuore:
-- Testimone -oculista!- Testimone -oculista!- Una sera egli venne,
camminando a fatica; e piano piano si mise a sedere: aveva un reuma
-lungo il reno-. Un'altra sera venne, con la guancia destra un po'
illividita: era caduto -di soppiatto-, cioè aveva sdrucciolato battendo
la guancia sul suolo.
-- Come mai,. Don Antò? -- chiese qualcuno.
-- Eh guardate! Ho perfino un -impegno- rotto, egli rispose, indicando
il tomaio che nel dialetto nativo si chiama -'mbígna-, come nel
proverbio -Senza 'mbígna nen ze mandé la scarpe-.
Questi erano i belli ragionari di quella gente. Don Giovanni Ussorio,
presente sempre, aveva delle arie padronali; ogni tanto si avvicinava
a Violetta e le mormorava qualche cosa nell'orecchio, con familiarità,
per ostentazione. Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in cui Don
Grisostomo Troilo si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva
come un macacco tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole.
La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i suoi trionfi
di Corfù, di Ancona, di Bari. Ella a poco a poco si eccitava, si
abbandonava tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava di
amori principeschi, di favori reali, di avventure romantiche; evocava
tutti i suoi tumultuarii ricordi di letture fatte in altro tempo:
confidava largamente nella credulità degli ascoltatori. Don Giovanni
in quei momenti le teneva addosso gli occhi pieni d'inquietudine,
quasi smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e
confusa apparenza di gelosia.
Violetta finalmente s'interrompeva, sorridendo d'un sorriso fatuo.
Di nuovo, la conversazione languiva.
Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava. Tutti ascoltavano,
con attenzione profonda. Alla fine, applaudivano.
Poi sorgeva l'Areopagita, col flauto. Una malinconia immensa prendeva
gli uditori, a quel suono, uno sfinimento dell'anima e del corpo.
Tutti stavano col capo basso, quasi chino sul petto, in attitudini di
sofferenza.
In ultimo, tutti uscivano l'uno dietro l'altro. Come avevano presa la
mano di Violetta, un po' di profumo, d'un forte profumo muschiato,
restava loro nelle dita; e n'erano turbati alquanto. Allora, nella
via, si riunivano in crocchio, tenevano discorsi libertini, si
rinfocolavano, cercavano d'imaginare le occulte forme della cantatrice;
abbassavano la voce o tacevano, se qualcuno s'appressava. Pianamente se
ne andavano sotto il palazzo di Brina, dall'altra parte della piazza.
E si mettevano a spiare le finestre di Violetta ancora illuminate. Su
i vetri passavano ombre indistinte. A un certo punto, il lume spariva,
attraversava due o tre stanze; e si fermava nell'ultima, illuminando
l'ultima finestra. Dopo poco, una figura veniva innanzi a chiudere
le imposte. E i riguardanti credevano riconoscere la figura di Don
Giovanni. Seguitavano ancora a discorrere, sotto le stelle; e di tanto
in tanto ridevano, dandosi piccole spinte a vicenda, gesticolando.
Don Antonio Brattella, forse per effetto della luce d'un lampione
comunale, pareva di color verde. I parassiti, a poco a poco, nel
discorso, cacciavan fuori una certa animosità contro la cantatrice che
spiumava con tanto garbo il loro anfitrione. Essi temevano che i larghi
pasti corressero pericolo. Già Don Giovanni era più parco d'inviti.
«Bisognava aprire gli occhi a quel poveretto. Un'avventuriera!.....
Puah! Ella sarebbe stata capace di farsi sposare. Come no? E poi lo
scandalo....»
Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa vitulina, assentiva:
-- È vero! È vero! Bisogna pensarci.
Don Nereo Pica, la faina, proponeva qualche mezzo, escogitava
stratagemmi, egli uomo pio, abituato alle secrete e laboriose guerre
della sacrestia, scaltro nel seminar le discordie.
Così quei mormoratori s'intrattenevano a lungo; e i discorsi grassi
ritornavano nelle loro bocche amare. Come era la primavera, gli alberi
del giardino pubblico odoravano e ondeggiavano bianchi di fioriture,
dinanzi a loro: e pei vicoli vicini si vedevano sparire figure di
meretrici discinte.
V.
Quando dunque Don Giovanni Ussorio, dopo aver saputo da Rosa Catana la
partenza di Violetta Kutufà, rientrò nella casa vedovile e sentì il suo
pappagallo modulare l'aria della farfalla e dell'ape, fu preso da un
nuovo e più profondo sgomento.
Nell'andito, tutto candido, entrava una zona di sole. A traverso
il cancello di ferro si vedeva il giardino tranquillo, pieno di
eliotropii. Un servo dormiva sopra una stuoia, co'l cappello di paglia
su la faccia.
Don Giovanni non risvegliò il servo. Salì con fatica le scale, tenendo
gli occhi fissi ai gradini, soffermandosi, mormorando:
-- Oh, che cosa! Oh, oh, che cosa!
Giunto alla sua stanza, si gettò sul letto, con la bocca contro i
guanciali; e ricominciò a singhiozzare. Poi si sollevò. Il silenzio era
grande. Gli alberi del giardino, alti sino alla finestra, ondeggiavano
appena, nella quiete dell'ora. Nulla di straordinario avevano le cose
in torno. Egli quasi n'ebbe meraviglia.
Si mise a pensare. Stette lungo tempo a rammentarsi le attitudini, i
gesti, le parole, i minimi cenni della fuggitiva. La forma di lei gli
appariva chiara, come se fosse presente. Ad ogni ricordo, il dolore
cresceva; fino a che una specie di ebetudine gli occupò il cervello.
Egli rimase a sedere sul letto, quasi immobile, con gli occhi rossi,
con le tempie tutte annerite dalla tintura dei capelli mista al sudore,
con la faccia solcata da rughe diventate più profonde all'improvviso,
invecchiato di dieci anni in un'ora; ridevole e miserevole.
Venne Don Grisostomo Troilo, che aveva saputo la novella; ed entrò.
Era un uomo d'età, di piccola statura, con una faccia rotonda e gonfia,
d'onde uscivan fuori due baffi acuti e sottili, bene incerati, simili a
due aculei. Disse:
-- Be', Giovà, che è questo?
Don Giovanni non rispose; ma scosse le spalle come per rifiutare ogni
conforto. Don Grisostomo allora si mise a riprenderlo amorevolmente,
con unzione, senza parlare di Violetta Kutufà.
Sopraggiunse Don Cirillo D'Amelio con Don Nereo Pica. Tutt'e due,
entrando, avevano quasi un'aria trionfante.
-- Hai visto? Hai visto? Giovà? Noi lo dicevaaamo! Noi lo dicevaaamo!
Essi avevano ambedue una voce nasale e una cadenza acquistata nella
consuetudine del cantare su l'organo, poichè appartenevano alla
Congregazione del Santissimo Sacramento. Cominciarono a imperversare
contro Violetta, senza misericordia. «Ella faceva questo, questo e
quest'altro».
Don Giovanni, straziato, tentava di tanto in tanto un gesto per
interrompere, per non udire quelle vergogne. Ma i due seguitavano.
Sopraggiunsero anche Don Pasquale Virgilio, Don Pompeo Nervi, Don
Federico Sicoli, Don Tito De Sieri, quasi tutti i parassiti, insieme.
Essi, così collegati, diventavano feroci. «Violetta Kutufà s'era data a
Tizio, a Caio, a Sempronio... Sicuro! Sicuro!» Esponevano particolarità
precise, luoghi precisi.
Ora Don Giovanni ascoltava, con gli occhi accesi, avido di sapere,
invaso da una curiosità terribile. Quelle rivelazioni, in vece di
disgustarlo, alimentavano in lui la brama. Violetta gli parve più
desiderabile, ancora più bella; ed egli si sentì mordere dentro da una
gelosia furiosa che si confondeva col dolore. Subitamente, la donna gli
apparve nel ricordo atteggiata ad una posa molle. Egli più non la vide
se non in quell'atto. Quell'imagine permanente gli dava le vertigini.
«Oh Dio! Oh Dio! Oh! Oh!» Egli ricominciò a singhiozzare. I presenti
si guardarono in volto e contennero il riso. In verità, il dolore di
quell'uomo pingue calvo e deforme aveva un'espressione così ridicola
che non pareva reale.
-- Andatevene ora! -- balbettò tra le lacrime Don Giovanni.
Don Grisostomo Troilo diede l'esempio. Gli altri seguirono. E per le
scale cicalavano.
Come venne la sera, l'abbandonato si sollevò, a poco a poco. Una voce
feminile chiese all'uscio:
-- È permesso, Don Giovanni?
Egli riconobbe Rosa Catana e provò d'un tratto una gioia istintiva.
Corse ad aprire. Rosa Catana apparve, nella penombra della stanza.
Egli disse:
-- Vieni! Vieni!
La fece sedere a canto a sè, la fece parlare,, l'interrogò in mille
modi. Gli pareva di soffrir meno, ascoltando quella voce familiare in
cui egli per illusione trovava qualche cosa della voce di Violetta. Le
prese le mani.
-- Tu la pettinavi; è vero?
Le accarezzò le mani ruvide, chiudendo gli occhi, co 'l cervello un po'
svanito, pensando all'abbondante capellatura disciolta che quelle mani
avevano tante volte toccata. Rosa, da prima, non comprendeva; credeva
a qualche subitaneo desiderio di Don Giovanni, e ritirava le mani
mollemente, dicendo qualche parola ambigua, ridendo. Ma Don Giovanni
mormorò:
-- No, no!... Zitta! Tu la pettinavi; è vero? Tu la mettevi nel bagno; è
vero?
Egli si mise a baciare le mani di Rosa, quelle mani che pettinavano,
che lavavano, che vestivano Violetta. Tartagliava, baciandole; faceva
versi così strani che Rosa a fatica poteva ritenere le risa. Ma ella
finalmente comprese; e da femmina accorta, sforzandosi di rimanere in
serietà, calcolò tutti i vantaggi ch'ella avrebbe potuto trarre dalla
melensa commedia di Don Giovanni. E fu docile; si lasciò accarezzare;
si lasciò chiamare Violetta; si servì di tutta l'esperienza acquistata
guardando dal buco della chiave ed origliando tante volte all'uscio
della padrona; cercò anche di rendere la voce più dolce.
Nella stanza ci si vedeva appena. Dalla finestra aperta entrava un
chiarore roseo; e gli alberi del giardino, quasi neri, stormivano.
Dai pantani dell'Arsenale giungeva il gracidare lungo delle rane. Il
romorìo delle strade cittadine era indistinto.
Don Giovanni attirò la donna su le sue ginocchia; e, tutto smarrito,
come se avesse bevuto qualche liquore troppo ardente, balbettava mille
leziosaggini puerili, pargoleggiava, senza fine, accostando la sua
faccia a quella di lei.
-- Violettuccia bella! Cocò mio! Non te ne vai, Cocò!... Se te ne vai,
Ninì tuo muore. Povero Ninì!... Baubaubaubauuu!
E seguitava ancora, stupidamente, come faceva prima con la cantatrice.
E Rosa Catana, paziente, gli rendeva le piccole carezze, come a un
bambino malaticcio e viziato; gli prendeva la testa e se la teneva
contro la spalla; gli baciava gli occhi gonfi e lagrimanti; gli palpava
il cranio calvo; gli ravviava i capelli untuosi.
VI.
Così Rosa Catana a poco a poco guadagnò l'eredità di Don Giovanni
Ussorio, che nel marzo del 1871 moriva di paralisía.
LA MORTE DEL DUCA D'OFENA.
I.
Quando giunse di lontano il primo clamor confuso della ribellione,
Don Filippo Cassàura aprì subitamente le palpebre che per solito gli
pesavano su gli occhi, infiammate agli orli e arrovesciate come quelle
de' piloti che navigano per mari ventosi.
-- Hai sentito? -- chiese al Mazzagrogna che gli stava da presso. E il
tremito della voce tradiva lo sbigottimento interiore.
Rispose il maggiordomo, sorridendo:
-- Non abbiate paura, Eccellenza. Oggi è San Pietro. Cantano i mietitori.
Il vecchio stette un poco in ascolto, poggiato sul gomito, con
lo sguardo ai balconi. Le cortine ondeggiavano ai soffi caldi del
libeccio. Le rondini a stormi passavano e ripassavano, rapide come
freccie, nell'aria ardentissima. Tutti i tetti delle case sottostanti
fiammeggiavano, quali rossastri, quali grigi. Oltre i tetti si
distendeva la campagna immensa ed opulenta, quasi tutta d'oro in tempo
di mietitura. Di nuovo chiese il vecchio:
-- Ma, Giovanni, hai sentito?
Giungevano, infatti, clamori che non parevano di gioia. Il vento,
rafforzandoli a intervalli e spegnendoli o mescendoli al suo fischio,
li rendeva più singolari.
-- Non ci badate, Eccellenza -- rispose il Mazzagrogna. -- Gli orecchi
v'ingannano. State quieto.
Ed egli si levò per andare verso uno dei balconi.
Era un uomo tarchiato, con le gambe in arco, con le mani enormi,
coperte di peli sul dorso, bestiali. Aveva gli occhi un poco obliqui,
biancastri come quelli degli albini, tutta la faccia sparsa di
lentiggini, pochi capelli rossi su le tempie, e l'occipite occupato da
certe escrescenze dure e scure in forma di castagne.
Rimase in piedi alquanto, fra le due cortine che si gonfiavano come
due vele, a investigare il piano sottoposto. Un alto polverìo levavasi
dalla strada della Fara, come per passaggio di greggi numerose; e i
folti nugoli, gonfiati dal vento, crescevano in forma di trombe. Di
tratto in tratto, anche, i nugoli balenavano come se chiudessero gente
armata.
-- Ebbene? -- chiese don Filippo, inquieto.
-- Nulla -- rispose il Mazzagrogna; ma aveva le sopracciglia corrugate
profondamente.
Di nuovo, il soffio impetuoso portò un tumulto di grida lontane. Una
cortina, sforzata dall'urto, si mise a sbattere e a garrire nell'aria
come un gonfalone spiegato. Una porta si chiuse d'improvviso, con
violenza e con fragore. I vetri ne tremarono. Le carte, accumulate
sopra una tavola, si sparpagliarono per tutta la stanza.
-- Chiudi! Chiudi! -- gridò il vecchio, con un moto di terrore. -- Mio
figlio dov'è?
Egli ansava, sul letto, affogato dalla pinguedine, incapace di
levarsi poichè aveva tutta la inferior parte del corpo impedita dalla
paralisìa. Un continuo tremor paralitico gli agitava i muscoli del
collo, i gomiti, le ginocchia. Le sue mani posavano sul lenzuolo,
contorte e nodose come le ràdiche dei vecchi olivi. Un sudore abondante
gli stillava dalla fronte e dal cranio calvo, rigandogli la larga
faccia che era d'un color roseo disfatto, sottilissimamente venato di
vermiglio come la milza dei buoi.
-- Diavolo! -- mormorò fra i denti il Mazzagrogna, mentre chiudeva le
imposte a viva forza.
-- Fanno davvero?
Ora si scorgeva su la strada della Fara, alle prime case, una
moltitudine d'uomini agitata e ondeggiante, come un rigurgito di
flutti, che dava indizio d'un'altra maggior moltitudine non visibile,
nascosta dalla linea dei tetti e dalle querci di San Pio. La legione
ausiliaria delle campagne veniva dunque ad ingrossar la ribellione.
A poco a poco la folla diminuiva, internandosi nelle vie del paese e
scomparendo come un popolo di formiche nei labirinti d'un formicaio. Le
grida, soffocate dalle mura o ripercosse, giungevano ora come un rombo
continuo, indistinte. A volte mancavano; e allora si udiva il grande
stormire degli elci dinanzi al palazzo che pareva più solo.
-- Mio figlio dov'è? -- chiese di nuovo il vecchio, con una voce che lo
sbigottimento rendeva più stridula. -- Chiamalo! Lo voglio vedere.
Tremava forte, sul letto, non soltanto perchè egli era paralitico,
ma perchè aveva paura. Ai primi moti sediziosi del giorno innanzi,
agli urli d'un centinaio di giovinastri venuti a schiamazzare sotto i
balconi contro la più recente angheria del duca d'Ofena, egli era stato
preso da una così pazza paura che aveva pianto come una femminetta
ed aveva passata la notte invocando i santi del Paradiso. Il pensiero
della morte o del pericolo dava un indicibile terrore a quel vecchio
paralitico, già semispento, in cui gli ultimi guizzi della vita eran sì
dolorosi. Egli non voleva morire.
-- Luigi! Luigi! -- si mise a gridare, nell'ambascia, chiamando il
figliuolo.
Tutto il palazzo era pieno dell'acuto tintinnio de' vetri all'urto del
vento. Di tratto in tratto si udiva il rimbombo d'un uscio sbattuto, o
suono di passi precipitati e di voci brevi.
-- Luigi!
II.
Il duca accorse. Egli era un poco pallido e concitato, se bene cercasse
di dominarsi. Alto di statura e robusto, aveva la barba ancor tutta
nera su le mascelle assai grosse; la bocca tumida e imperiosa, piena
d'un soffio veemente; gli occhi torbidi e voraci; il naso grande,
palpitante, sparso di rossore.
-- Ebbene? -- chiese Don Filippo, ansando con tal rantolo che pareva
dovesse soffocarlo.
-- Non temete, padre; ci sono io -- rispose il duca, appressandosi al
letto, cercando di sorridere.
Il Mazzagrogna stava in piedi, dinanzi a uno de' balconi, guardando di
fuori, intento. Non giungevano più grida; non si vedeva più alcuno. Il
sole declinava dal cielo puro, simile a un cerchio roseo di fiamma, che
più s'ingrandiva e più s'accendeva nel raggiungere le cime dei colli.
Tutta la campagna pareva ardere; e pareva che il garbino fosse l'alito
dell'incendio. Il primo quarto della luna saliva di tra le macchie
di Lisci. Poggio Rivelli, Ricciano, Rocca di Forca, in lontananza,
mandavano lampi dai vetri delle finestre e a tratti suono di campane.
Qualche fuoco incominciava a brillare qua e là. Il calore toglieva il
respiro.
-- Questo -- disse il duca d'Ofena con quella sua voce rauca e dura -- ci
viene dagli Scioli. Ma...
E fece un gran gesto di minaccia. Poi s'accostò al Mazzagrogna.
Egli era inquieto per Carletto Grua che non si vedeva ancora. Passeggiò
in lungo e in largo nella stanza, con un passo pesante. Staccò da
una panoplia due lunghe pistole d'arcione e le esaminò attentamente.
Il padre seguiva ogni atto di lui con occhi dilatati; ansava come un
giumento in agonia; di tratto in tratto scoteva con le mani deformi il
lenzuolo, per aver refrigerio. Domandò due o tre volte al Mazzagrogna:
-- Che si vede?
D'improvviso il Mazzagrogna esclamò:
-- Ecco Carletto che vien su correndo, con Gennaro.
Si udirono, in fatti, colpi furiosi alla porta grande. Poco dopo,
Carletto e il servo entrarono nella stanza, pallidi, sbigottiti,
macchiati di sangue, coperti di polvere.
Il duca, vedendo Carletto, gettò un grido. Lo prese fra le braccia, si
mise a tastarlo in tutto il corpo per trovare la ferita.
-- Che t'hanno fatto? Di', che t'hanno fatto?
Il giovine piangeva, come una donna.
-- Qui -- disse fra i singhiozzi. Abbassò la testa e mostrò su la nuca
alcune ciocche di capelli attaccate insieme dal sangue rappreso.
Il duca mise le dita fra i capelli delicatamente, per iscoprir la
ferita. Egli amava d'un tristo amore Carletto Grua; ed aveva per lui le
cure d'un amante.
-- Ti fa dolore? -- gli chiese.
Il giovine singhiozzò più forte. Egli era esile come una fanciulla;
aveva un volto femineo, a pena a pena ombrato d'una lanugine bionda;
i capelli alquanto lunghi, bellissima la bocca, e la voce acuta come
quella degli evirati. Era un orfano, figliuolo d'un confettiere di
Benevento. Faceva da valletto al duca.
-- Ora verranno! -- disse, con un tremito per tutta la persona, volgendo
gli occhi pieni di lacrime al balcone d'onde ora di nuovo giungevano i
clamori, più alti e più terribili.
Il servo, che aveva una ferita profonda su la spalla destra e tutto
il braccio intriso di sangue fino al gomito, raccontava balbettando
come ambedue fossero stati rincorsi dalla folla inferocita; quando il
Mazzagrogna, ch'era rimasto sempre a spiare, gridò:
-- Eccoli! Vengono al palazzo. Sono armati.
Don Luigi, lasciando Carletto, corse a vedere.
III.
La moltitudine, in fatti, irrompeva su per l'ampia salita, urlando
e scotendo nell'aria armi ed arnesi, con una tal furia concorde che
non pareva un adunamento di singoli uomini ma la coerente massa d'una
qualche cieca materia sospinta da una irresistibile forza. In pochi
minuti fu sotto al palazzo, si allungò intorno come un gran serpente
di molte spire, e chiuse in un denso cerchio tutto l'edifizio. Taluni
dei ribelli portavano alti fasci di canne accesi, come fiaccole, che
gittavano sui volti una luce mobile e rossastra, schizzavano faville
e schegge ardenti, mettevano un crepitìo sonoro. Altri, in un gruppo
compatto, sostenevano un'antenna alla cui cima penzolava un cadavere
umano. Minacciavano la morte coi gesti e con le voci. Tra le contumelie
ripetevano un nome:
-- Cassàura! Cassàura!
Il duca d'Ofena si morse le mani, quando riconobbe in cima all'antenna
il corpo mutilato di Vincenzio Murro, del messo ch'egli aveva spedito
nella notte a chieder soccorso di gente d'arme. Additò l'impiccato al
Mazzagrogna, il quale disse a bassa voce:
-- È finita!
Ma l'udì don Filippo, e cominciò a fare un lagno così accorante che
tutti si sentirono stringere il cuore e mancare gli spiriti.
I servi si accalcavano su le soglie, smorti in faccia, tenuti dalla
viltà. Alcuni lacrimavano, altri invocavano un santo, altri pensavano
al tradimento. -- Se, consegnando il padrone al popolo, avessero potuto
aver salva la vita? -- Cinque o sei, meno pusillanimi, tenevano perciò
consiglio e si eccitavano a vicenda.
-- Al balcone! Al balcone! -- gridava il popolo, tempestando. -- Al
balcone!
Ora il duca d'Ofena parlava sommesso col Mazzagrogna, in disparte.
Volgendosi a don Filippo, disse:
-- Mettetevi nella sedia, padre. Sarà meglio. Ci fu tra i servi un
leggero mormorìo. Due si fecero innanzi per aiutare il paralitico a
discendere dal letto. Altri due accostarono la sedia che scorreva su
piccole ruote. L'operazione fu penosa.
Il vecchio corpulento ansava e si lamentava forte, premendo con
le braccia il collo dei servi che lo sostenevano. Egli era tutto
grondante; e la stanza, essendo chiuse le imposte, era omai piena
dell'insoffribile odore. Com'egli fu nella sedia, i suoi piedi con
un moto ritmico presero a percuotere il pavimento. Il gran ventre
tremolava floscio su le ginocchia, simile a un otre mezzo vuoto.
Allora il duca disse al Mazzagrogna:
-- Giovanni, a te!
E quegli, con un gesto risoluto, aprì le imposte ed uscì sul balcone.
IV.
Un urlo immenso l'accolse. Cinque, dieci, venti fasci di canne ardenti
vennero lì sotto a radunarsi. Il chiarore illuminava i volti animati
dalla bramosia della strage, l'acciaro degli schioppi, i ferri delle
scuri. I portatori di fiaccole avevano tutta la faccia cospersa di
farina, per difendersi dalle faville; e tra quel bianco i loro occhi
sanguigni brillavano singolarmente. Il fumo nero saliva nell'aria,
disperdendosi rapido. Tutte le fiamme si allungavano da una banda,
spinte dal vento, sibilanti, come capellature infernali. Le canne più
sottili e più secche si accendevano, si torcevano, rosseggiavano, si
spezzavano, scoppiettavano come razzi, in un attimo. Ed era una vista
allegra.
-- Mazzagrogna! Mazzagrogna! A morte il ruffiano! A morte il guercio! --
gridavano tutti, accalcandosi per iscagliar più da vicino l'insulto.
Il Mazzagrogna stese una mano, come per sedare i clamori; raccolse
tutta la potenza vocale; e incominciò col nome del re, quasi
promulgasse una legge, per incutere al popolo il rispetto.
-- In nome di S. M. Ferdinando II, per la grazia di Dio, re delle Due
Sicilie, di Gerusalemme...
-- A morte il ladro!
Due, tre schioppettate risonarono fra le grida; e l'arringatore,
colpito al petto e alla fronte, vacillò, agitò in alto le mani e cadde
in avanti. Nel cadere, la testa entrò fra l'un ferro e l'altro della
ringhiera e penzolò di fuori come una zucca. Il sangue gocciolava sul
terreno sottostante.
Il caso rallegrò il popolo. Lo schiamazzo saliva alle stelle.
Allora i portatori dell'antenna con l'impiccato vennero sotto il
balcone e accostarono Vincenzio Murro al maggiordomo. Mentre l'antenna
oscillava nell'aria, il popolo stava intento al congiungimento
dei due morti, quasi ammutolito. Un poeta improvviso, alludendo
all'occhio albino del Mazzagrogna e a quello cisposo del messo, gittò a
squarciagola un sospetto:
-- -Affàccet' a 'ssa fenêstre, ùocchie fritte,
Ca t' è mmenut' a ccandà 'lu scacazzate!-
Un vasto scroscio di risa accolse lo scherno del poeta; e le risa si
propagarono di bocca in bocca, come un tuono d'acque cadenti giù pe'
sassi d'una china.
Un poeta rivale gridò:
-- -Vide che ssòrt' ha da 'vé 'ssu cecàte!
S' affranghe de chiude 'l'ùocchie quande se mòre.-
Le risa si rinnovellarono.
Un terzo gridò:
-- -O faccia de cecòria mmàle còtte!
Tenète lu chelòre de la mòrte!-
Altri distici volarono al Mazzagrogna. Una gioia feroce aveva invaso
gli animi. La vista e l'odore del sangue inebriavano i più vicini.
Tommaso di Beffi e Rocco Furci vennero a contesa di destrezza nel
colpire con una sassata il cranio penzoloni dell'ucciso ancor caldo.
Ad ogni colpo il cranio si moveva e dava sangue. La pietra di Rocco
Furci alla fine colpì nel mezzo, levando un suono secco. Gli spettatori
applaudirono. Ma erano sazii ormai del Mazzagrogna.
Di nuovo sorse il grido:
-- Cassàura! Cassàura! Il duca! A morte! Fabrizio e Ferdinandino
Scioli s'insinuavano tra la folla ed istigavano i facinorosi. Una
terribile sassaiuola si levò contro le finestre del palazzo, fitta
come una grandine, mista di schioppettate. I vetri cadevano addosso
agli assalitori. Le pietre rimbalzavano. Rimasero feriti non pochi dei
circostanti.
Terminati i sassi, consumato il piombo, Ferdinandino Scioli gridò:
-- A terra le porte!
E il grido, ripetuto da tante bocche, tolse al duca d'Ofena ogni
speranza di salvezza.
V.
Nessuno aveva osato di richiudere il balcone dov'era caduto il
Mazzagrogna. Il cadavere giaceva in un'attitudine scomposta. Poichè
i ribelli, per essere liberi, avevan lasciata l'antenna contro la
ringhiera, anche il corpo sanguinoso del messo, a cui qualche membro
era stato reciso con la scure, scorgevasi a traverso le cortine
gonfiate dal vento. La sera era profonda. Le stelle riscintillavano
senza fine. Qualche stoppia bruciava in lontananza.
Udendo i colpi contro le porte, il duca d'Ofena volle ancora tentare
una prova. Don Filippo, istupidito dal terrore, teneva gli occhi
chiusi; non parlava più. Carletto Grua, con la testa fasciata, si
rannicchiava tutto in un angolo, battendo i denti nella febbre e nella
paura, seguendo con i poveri occhi fuori dell'orbita ogni passo, ogni
gesto, ogni moto del suo signore. I servi erano rifugiati quasi tutti
nelle soffitte. Pochi rimanevano nelle stanze contigue.
Don Luigi li radunò, li rianimò; li armò di pistole o di fucile; quindi
a ciascuno assegnò un posto dietro il davanzale d'una finestra o tra
le persiane d'un balcone. Ciascuno doveva tirare su la folla, con la
maggior possibile celerità di colpi, in silenzio, senza esporsi.
-- Avanti!
Il fuoco incominciò. Don Luigi sperava nel pànico. Egli stesso caricava
e scaricava le sue lunghe pistole con un meraviglioso vigore, senza
stancarsi. Come la moltitudine era densa, nessun colpo falliva.
Le grida, che si levavano ad ogni scarica, eccitavano i servi e
n'aumentavano l'ardore. Già lo scompiglio invadeva gli ammutinati.
Molti fuggivano, lasciando a terra i feriti.
Allora dal servidorame partì un urlo di vittoria:
-- Viva il duca d'Ofena!
Quelli uomini vili ora s'imbaldanzivano, vedendo le spalle del nemico.
Non rimanevano più nascosti, nè più tiravano alla cieca, ma si erano
alzati in piedi, fieramente, e cercavano di colpire nel segno. Ed ogni
volta che vedevan cadere uno, gittavano l'urlo:
-- Viva il duca!
In poco, il palazzo fu libero d'assedio. D'intorno i feriti si
lamentavano. I residui delle canne, che ancora ardevano al suolo,
gittavan su' corpi bagliori incerti, suscitavan riflessi da qualche
pozza di sangue, o stridevano spegnendosi. Il vento era cresciuto;
ed investiva gli elci con alto stormire. I latrati dei cani si
rispondevano per tutta la valle.
Inebriati dalla vittoria, grondanti per la fatica, i servi discesero a
rifocillarsi. Tutti erano incolumi. Bevevano senza misura, e facevano
gazzarra. Alcuni proclamavano i nomi di quelli che essi avevan colpito,
e ne descrivevano il modo della caduta, buffonescamente. I bracchieri
desumevano le similitudini dalla selvaggina. Un cuciniere si vantò
d'aver ucciso il terribile Rocco Furci. Alimentate dal vino, le
millanterie si moltiplicavano.
VI.
Ora, mentre il duca d'Ofena, sicuro d'aver per quella notte
almeno scongiurato ogni pericolo, era solo intento a custodire il
piagnucolante Carletto, improvvisi bagliori si ripercossero in uno
specchio e nuovi clamori si levarono tra il fischiar del libeccio,
sotto il palazzo. Al tempo medesimo apparvero quattro o cinque servi,
che il fumo aveva quasi soffocati mentre dormivano ubriachi nelle
stanze basse. Essi non avevano ancora riacquistati gli spiriti;
barcollavano senza poter parlare poichè si sentivan la lingua torpida.
Altri sopraggiunsero.
-- Il fuoco! Il fuoco!
Tremavano gli uni addossati agli altri, come una greggia. La viltà
nativa li occupava novamente. Avevano tutti i sensi ottusi, come in
un sogno. Non sapevano quel che dovevano fare. Nè ancora la perfetta
consapevolezza del pericolo li stimolava a cercare uno scampo.
Sorpreso, il duca dapprima restò perplesso. Ma Carletto Grua, vedendo
entrare il fumo e udendo quel singolare ruggito che fanno le fiamme
nel nutrirsi, si mise a strillare così acutamente e a far gesti così
forsennati che Don Filippo si destò dal grave sopore in cui era caduto
e vide la morte.
La morte era inevitabile. Il fuoco, sotto il costante soffio del
vento, propagavasi con una stupenda celerità per tutta la vecchia
ossatura dell'edifizio, divorando ogni cosa, suscitando da ogni cosa
vampe mobili, fluide, canore. Le vampe correvano lievi su le pareti,
lambivano le tappezzerie, esitavano un istante a fior del tessuto, si
colorivano di tinte mutevoli e vaghe, penetravano nella trama con mille
lingue sottilissime e vibranti, parevano infondere per un attimo nelle
figure murali uno spirito, accendere per un attimo su la bocca delle
ninfe e delle iddie un riso non mai veduto, muovere per un attimo le
loro attitudini e i loro gesti immobili. Passavan oltre, in fuga sempre
più luminosa; si avvolgevano alle suppellettili di legno, conservando
fino all'ultimo la loro forma, così da farle apparire tutte materiate
di piropi che d'un tratto si disgregavano e s'incenerivano come per
incanti. Le voci delle vampe erano innumerevoli; formavano un vasto
coro, una profonda armonia, come d'una selva dai milioni di foglie,
come d'un organo dai milioni di canne. Già appariva ad intervalli,
nelle aperture fragorose, il cielo puro con le sue corone di stelle.
Omai tutto il palazzo era in potere del fuoco.
-- Salvami! Salvami! -- gridò il vecchio, tentando invano di sorgere,
sentendo già sotto di sè sprofondare il pavimento, sentendosi accecare
dall'implacabile rossore. -- Salvami!
Con uno sforzo supremo giunse a levarsi. E si mise a correre, col
tronco inclinato innanzi, saltellando a piccoli passi incalzanti,
come spinto da un irresistibile impulso progressivo, agitando le mani
informi, finchè cadde fulminato, già preda del fuoco, sgonfiandosi e
rappigliandosi come una vescica.
Ora di tratto in tratto le grida del popolo aumentavano, e salivan
più alto dell'incendio. I servi, pazzi di terrore e di dolore, mezzo
riarsi, si precipitavano dalle finestre e venivano a cadere morti sul
suolo; o mal vivi, ed eran finiti. Ad ogni caduta rispondeva un maggior
clamore.
-- Il duca! Il duca! -- gridavano i barbari, malcontenti, perchè volevano
veder precipitare il tirannello col suo bagascione.
-- Eccolo! Eccolo! È lui!
-- Giù! Giù! Ti vogliamo!
-- Muori, cane! Muori! Muori! Muori!
Su la porta grande, proprio in cospetto del popolo, apparve Don
Luigi con le vesti in fiamme portando su le spalle il corpo inerte di
Carletto Grua. Egli aveva tutto il volto bruciato, irriconoscibile; non
aveva quasi più capelli, nè barba. Ma camminava a traverso l'incendio,
impavido, non anche morto, poichè valeva a sostener gli spiriti quello
stesso atroce dolore.
Da prima il popolo ammutolì. Poi di nuovo proruppe in urli e in gesti,
aspettando con ferocia che la gran vittima venisse a spirargli dinanzi.
-- Qui, qui, cane! Ti vogliamo veder morire!
Don Luigi udì, a traverso le fiamme, l'ultime ingiurie. Raccolse tutta
l'anima in un atto di scherno indescrivibile. Quindi voltò le spalle; e
disparve per sempre dove più ruggiva il fuoco.
IL TRAGHETTATORE.
I.
Donna Laura Albònico stava nel giardino, sotto la pergola, prendendo il
fresco all'ora meridiana.
La villa taceva, tutta bianca, con le persiane chiuse tra le piante
degli agrumi. Il sole raggiava un calore e un fulgore immensi. Era
la metà di giugno; e i profumi degli aranci e dei limoni fioriti
si mescolavano all'odor delle rose, nell'aria tranquilla. Le rose
crescevano da per tutto, nel giardino, con una forza indomabile.
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