-- Lu vespre 'n múseche.
Gli agricoltori salutarono. Andarono al vespro. Un grande scampanìo
veniva dalla chiesa madre.
Uno dei parenti mise accanto al ferito un secchio d'acqua fredda,
dicendo:
-- Ogne tante mitte la mana a qua. Nu mo veniamo. Jame a sentì lu vespre.
L'Ummálido rimase solo. Lo scampanìo cresceva, mutando metro. La luce
del giorno cominciava a diminuire. Un ulivo, investito dal vento,
batteva i rami contro la finestra bassa.
L'Ummálido, seduto, si mise a bagnare la mano, a poco a poco. Come il
sangue e i grumi cadevano, il guasto appariva maggiore.
L'Ummálido pensò:
-- È tutt'inutile! È pirdute. Sante Gunzelve, a te le offre.
Prese un coltello, e uscì. Le vie erano deserte. Tutti i devoti erano
nella chiesa. Sopra le case correvano le nuvole violacee del tramonto
di settembre, come mandre fuggiasche.
Nella chiesa la moltitudine agglomerata cantava quasi in coro, al suono
degli stromenti, per intervalli misurati. Un calore intenso emanava
dai corpi umani e dai ceri accesi. La testa argentea di san Gonselvo
scintillava dall'alto come un faro.
L'Ummálido entrò. Fra la stupefazione di tutti, camminò sino all'altare.
Egli disse, con voce chiara, tenendo nella sinistra il coltello:
-- Sante Gunzelve, a te le offre.
E si mise a tagliare in torno al polso destro, pianamente, in cospetto
del popolo che inorridiva. La mano informe si distaccava a poco a poco,
tra il sangue. Penzolò un istante trattenuta dagli ultimi filamenti.
Poi cadde nel bacino di rame che raccoglieva le elargizioni di pecunia,
ai piedi del Patrono.
L'Ummálido allora sollevò il moncherino sanguinoso; e ripetè con voce
chiara:
-- Sante Gunzelve, a te le offre.
LA VEGLIA FUNEBRE.
Il cadavere del sindaco Biagio Mila, già tutto vestito e con la faccia
coperta d'una pezzuola umida d'acqua e d'aceto, stava disteso nel
letto, quasi in mezzo alla stanza tra quattro ceri. Vegliavano, nella
stanza, la moglie e il fratello del morto ai due lati.
Rosa Mila poteva avere circa venticinque anni. Era una donna fiorita,
di carnagione chiara, con la fronte un po' bassa, le sopracciglia
lungamente arcuate, gli occhi grigi e larghi e nell'iride variegati
come agate. Possedendo in grande abbondanza capelli, ella quasi
sempre aveva la nuca e le tempie e gli occhi nascosti da molte ciocche
ribelli. In tutta la persona le splendeva la nitidezza della sanità; e
la sua fresca pelle aveva il profumo dei frutti prelibati.
Emidio Mila, il cherico, poteva avere circa la stessa età. Era magro,
con nel volto il colore bronzino di chi vive nella campagna al pieno
sole. Una molle lanugine rossiccia gli copriva le guance; i denti forti
e bianchi davano al suo sorriso una bellezza virile; e gli occhi suoi
giallognoli lucevano talvolta come due zecchini nuovi.
Ambedue tacevano: l'una scorrendo con le dita un rosario di vetro,
l'altro guardando il rosario scorrere. Ambedue avevano l'indifferenza
che la nostra gente campestre suole avere dinanzi al mistero della
morte.
Emidio disse, con un lungo sospiro:
-- Fa caldo, stanotte.
Rosa sollevò gli occhi per assentire.
Nella stanza un poco bassa la luce oscillava secondo i moti delle
fiammelle. Le ombre si raccoglievano ora in un angolo ora in una
parete, variando di forme e di intensità. Le vetrate della finestra
erano aperte, ma le persiane restavano chiuse. Di tratto in tratto le
tende di mussolo bianco si movevano come per un fiato. Sul candore del
letto il corpo di Biagio pareva dormire.
Le parole di Emidio caddero nel silenzio. La donna chinò di nuovo la
testa, e ricominciò a scorrere il rosario lentamente. Alcune stille
di sudore le imperlavano la fronte, e la respirazione le era faticosa.
Emidio, dopo un poco, domandò:
-- A che ora verranno a prenderlo, domani?
Ella rispose, nel natural suono della sua voce:
-- Alle dieci, con la congregazione del Sacramento.
Quindi ancora tacquero. Dalla campagna giungeva il gracidare assiduo
delle rane, giungevano a quando a quando gli odori delle erbe. Nella
tranquillità perfetta Rosa udì una specie di gorgoglìo roco escir
dal cadavere, e con un atto di orrore si levò dalla sedia, e fece per
allontanarsi.
-- Non abbiate paura, Rosa. Sono umori -- disse il cognato, tendendole la
mano per rassicurarla.
Ella prese la mano, istintivamente; e la tenne, stando in piedi.
Tendeva gli orecchi per ascoltare, ma guardava altrove. I gorgoglìi
si prolungavano dentro il ventre del morto, e parevano salire verso la
bocca.
-- Non è nulla, Rosa. Quietatevi -- soggiunse il cognato, accennandole di
sedere sopra un cassone da nozze coperto d'un lungo cuscino a fiorami.
Ella sedette, accanto a lui, tenendolo ancora per mano, nel turbamento.
Come il cassone non era molto grande, i gomiti dei seduti si toccavano.
Il silenzio tornò. Un canto di trebbiatori sorse di fuori in lontananza.
-- Fanno le trebbie di notte, al lume della luna -- disse la donna,
volendo parlare per ingannar la paura e la stanchezza.
Emidio non aprì bocca. E la donna ritrasse la mano, poichè quel
contatto ora cominciava a darle un senso vago d'inquietudine.
Ambedue ora erano occupati da uno stesso pensiero che li aveva colti
d'improvviso; ambedue ora erano tenuti da uno stesso ricordo, da un
ricordo di amori agresti nel tempo della pubertà.
Essi, in quel tempo, vivevano nelle case di Caldore, su la collina
solatìa, al quadrivio. Sul limite d'un campo di fromento sorgeva
un muro alto costruito di sassi e di terra argillosa. Dal lato di
mezzodì, che i parenti di Rosa possedevano, come ivi era più lento e
dolce il calor del sole, una famiglia di alberi fruttiferi prosperava
e moltiplicava. Alla primavera gli alberi fiorivano in comunione di
letizia; e le cupole argentee o rosee o violacee s'incurvavano sul
cielo coronando il muro e dondolavano come per inalzarsi nell'aria e
facevano insieme un ronzío sonnifero come d'api mellificanti.
Dietro il muro, dalla parte degli alberi Rosa in quel tempo soleva
cantare.
La voce limpida e fresca zampillava come una fontana, sotto le corone
dei fiori.
Per una lunga stagione di convalescenza Emidio aveva udito quel canto.
Egli era debole e famelico. Per sfuggire alla dieta, scendeva dalla
casa furtivamente, celando sotto gli abiti un gran pezzo di pane,
e camminava lungo il muro, nell'ultimo solco del grano, fin che non
giungeva al luogo della beatitudine.
Allora si sedeva, con le spalle contro i sassi riscaldati, e cominciava
a mangiare. Mordeva il pane e sceglieva una spiga tenera: ogni granello
aveva in sè una minuta stilla di succo simile a latte e aveva un
fresco sapor di farina. La voluttà del gusto e la voluttà dell'udito
nel convalescente si confondevano quasi in una sola sensazione
infinitamente dilettosa. Cosicchè in quell'ozio, tra quel calore,
tra quelli odori che davano all'aria quasi la cordial saporità del
vino, anche la voce femminile diveniva per lui un naturale alimento di
rinascenza e come un nutrimento fisico che gli si fondeva nelle vene.
Il canto di Rosa era dunque una causa di guarigione. E, quando la
guarigione fu compiuta, la voce di Rosa ebbe sempre sul beneficato una
virtù sensuale.
Dopo d'allora, poichè tra le due famiglie la dimestichezza divenne
grande, sorse in Emidio uno di quei taciturni e timidi e solitarii
amori che divorano le forze dell'adolescenza.
Di settembre, prima che Emidio partisse pel seminario, le due famiglie
riunite andarono in un pomeriggio a merendare nel bosco, lungo il
fiume.
La giornata era molle, e i tre carri tirati dai bovi avanzavano lungo i
canneti fioriti.
Nel bosco la merenda fu fatta su l'erba, in una radura circolare
limitata da fusti di pioppi giganteschi. L'erba corta era tutta piena
di certi piccoli fiori violacei che esalavano un profumo sottile; qua
e là nell'interno discendevano tra il fogliame larghe zone di sole;
e la riviera in basso pareva ferma, aveva una pace lacustre, una pura
trasparenza ove le piante acquatiche dormivano immote.
Dopo la merenda, alcuni si sparpagliarono per la riva, altri rimasero
distesi supini.
Rosa ed Emidio si trovarono insieme; si presero a braccio e
cominciarono a camminare per un sentiero segnato tra i cespugli.
Ella si appoggiava tutta su lui; rideva, strappava le foglie ai
virgulti nel passaggio, morsicchiava gli steli amari, rovesciava la
testa in dietro per guardar le ghiandaie fuggiasche. Nel moto il
pettine di tartaruga le scivolò dai capelli che d'un tratto le si
diffusero su le spalle con una stupenda ricchezza.
Emidio si chinò insieme a lei per raccogliere il pettine. Nel
rialzarsi, le due teste si urtarono un poco. Rosa, reggendosi la fronte
tra le mani, gridava tra le risa:
-- Ahi! Ahi!
Il giovinetto la guardava, sentendosi fremere sin nelle midolle e
sentendosi impallidire e temendo di tradirsi.
Ella distaccò con l'unghie da un tronco una lunga spirale d'edera,
se l'avvolse alle trecce con un attorcigliamento rapido e fermò la
ribellione su la nuca con i denti del pettine. Le foglie verdi, talune
rossastre, mal contenute, rompevano fuori irregolarmente. Ella chiese:
-- Così vi piaccio?
Ma Emidio non aprì bocca; non seppe che rispondere.
-- Ah, non va bene! Siete forse muto?
Egli aveva voglia di cadere in ginocchio. E, come Rosa rideva d'un
riso scontento, egli si sentiva quasi salire il pianto agli occhi per
l'angoscia di non poter trovare una parola sola.
Seguitarono a camminare. In un punto un'alberella abbattuta impediva
il passaggio. Emidio con ambe le mani sollevò il fusto, e Rosa passò di
sotto ai rami verdeggianti che un istante la incoronarono.
Più in là incontrarono un pozzo ai cui fianchi stavano due bacini di
pietra rettangolari. Gli alberi densi formavano intorno e sopra il
pozzo una chiostra di verdura. Ivi l'ombra era profonda, quasi umida.
La vôlta vegetale si rispecchiava perfettamente nell'acqua che giungeva
a metà dei parapetti di mattone.
Rosa disse, distendendo le braccia:
-- Come si sta bene qui!
Poi raccolse l'acqua nel concavo della palma, con un'attitudine di
grazia, e sorseggiò. Le gocciole le cadevano di tra le dita e le
imperlavano la veste.
Quando fu dissetata, con tutt'e due le palme raccolse altr'acqua, e
l'offerse al compagno lusinghevolmente:
-- Bevete!
-- Non ho sete -- balbettò Emidio istupidito.
Ella gli gettò l'acqua in viso, facendo con il labbro inferiore una
smorfia quasi di dispregio. Poi si distese dentro uno dei bacini
asciutti, come in una culla, tenendo i piedi fuori dell'orlo, e
scotendoli irrequietamente. A un tratto si rialzò, guardò Emidio con
uno sguardo singolare:
-- Dunque? Andiamo.
Si rimisero in cammino, tornarono al luogo della riunione, sempre in
silenzio. I merli fischiavano su le loro teste; fasci orizzontali di
raggi attraversavano i loro passi; e il profumo del bosco cresceva
intorno a loro.
Alcuni giorni dopo, Emidio partiva.
Alcuni mesi dopo, il fratello d'Emidio prendeva in moglie Rosa.
Nei primi anni di seminario il cherico aveva pensato spesso alla nuova
cognata. Nella scuola, mentre i preti spiegavano l'-Epitome historiæ
sacræ-, egli aveva fantasticato di lei. Nello studio, mentre i suoi
vicini, nascosti dai leggii aperti, si davano fra loro a pratiche
oscene, egli aveva chiuso la faccia tra le mani, e s'era abbandonato
ad immaginazioni impure. Nella chiesa, mentre le litanie alla Vergine
sonavano, egli, dietro l'invocazione alla -Rosa mystica-, era fuggito
lontano.
E, come aveva appresa dai condiscepoli la corruzione, la scena del
bosco gli era apparsa in una nuova luce. E il sospetto di non avere
indovinato, il rammarico di non aver saputo cogliere un frutto che gli
si offriva, allora lo tormentarono stranamente.
Dunque era così? Dunque Rosa un giorno lo aveva amato? Dunque egli era
passato inconsapevole accanto a una grande gioia?
E questo pensiero ogni giorno si faceva più acuto, più insistente,
più incalzante, più angustioso. E ogni giorno egli se ne pasceva con
maggiore intensità di sofferenza; finchè, nella lunga monotonia della
vita sacerdotale, questo pensiero divenne per lui una specie di morbo
immedicabile, e dinanzi alla irrimediabilità della cosa egli fu preso
da uno scoramento immenso, da una melanconia senza fine.
-- Dunque egli non aveva saputo!
Nella stanza ora i ceri lacrimavano. Di tra le stecche delle persiane
chiuse entravano soffi di vento più forti, e facevano inarcare le
tende.
Rosa, invasa pianamente dal sopore, chiudeva di tanto in tanto le
palpebre; e come la testa le cadeva sul petto, le riapriva subitamente.
-- Siete stanca? -- chiese con molta dolcezza il cherico.
-- Io, no -- rispose la donna, riprendendo gli spiriti ed ergendosi su la
vita.
Ma nel silenzio di nuovo il sopore le occupò i sensi. Ella teneva la
testa appoggiata alla parete: i capelli le empivano tutto il collo,
dalla bocca semiaperta le usciva la respirazione lenta e regolare. Così
ella era bella; e nulla in lei era più voluttuoso che il ritmo del seno
e la visibile forma dei ginocchi sotto la gonna leggiera. Un soffio
repentino fece gemere le tende e spense i due ceri più vicini alla
finestra.
-- S'io la baciassi? -- pensò Emidio, per una suggestione improvvisa
della carne guardando l'assopita.
Ancora i canti umani si propagavano nella notte di giugno, con la
solennità delle cadenze liturgiche; e sorgevano di lontananza in
lontananza le risposte in diversi toni, senza compagnia di stromenti.
Poichè il plenilunio doveva essere alto, il fioco lume interno non
valeva a vincere l'albore che pioveva copioso su le persiane, e si
versava fra gli intervalli del legno.
Emidio si volse verso il letto mortuario. I suoi occhi, scorrendo la
linea rigida e nera del cadavere, si fermarono involontariamente su
la mano, su una mano gonfia e giallastra, un po' adunca, solcata di
trame livide nel dorso; e prestamente si ritrassero. Piano piano,
nell'inconsapevolezza del sonno, la testa di Rosa, quasi segnando
su la parete un semicerchio, si chinò verso il cherico turbato. La
reclinazione della bella testa muliebre fu in atto dolcissima; e,
poichè il movimento alterò un poco il sonno, tra le palpebre a pena a
pena sollevate apparve un lembo d'iride e scomparve nel bianco, quasi
come una foglia di viola nel latte.
Emidio rimase immobile, tenendo contro l'omero il peso. Egli frenava
il respiro per tema di destare la dormiente, e un'angoscia enorme
l'opprimeva per il battito del cuore e dei polsi e delle tempie, che
pareva empire tutta la stanza. Ma, come il sonno di Rosa continuava,
a poco a poco egli si sentì illanguidire e mancare in una mollezza
invincibile, guardando quella gola femminea che le collane di Venere
segnavano di voluttà, aspirando quell'alito caldo e l'odor dei capelli.
Un nuovo soffio, carico di profumo notturno, piegò la terza fiammella e
la spense.
Allora senza più pensare, senza più temere, abbandonandosi tutto alla
tentazione, il vegliante baciò la donna in bocca.
Al contatto, ella si destò di soprassalto; aprì gli occhi stupefatti in
faccia al cognato, divenne pallida pallida.
Poi, lentamente si raccolse i capelli su la nuca; e stette là, con
il busto eretto, tutta vigile, guardando dinanzi a sè nelle ombre
varianti.
-- Chi ha spento i ceri?
-- Il vento.
Non altro dissero. Ambedue rimanevano sul cassone da nozze, come prima,
seduti a canto, sfiorandosi con i gomiti, in una incertezza penosa,
evitando con una specie di artificio mentale che la loro coscienza
giudicasse il fatto e lo condannasse. Spontaneamente ambedue rivolsero
l'attenzione alle cose esteriori, in quest'operazione dello spirito
mettendo un'intensità fittizia, concorrendovi pure con l'attitudine
della persona. E a poco a poco una specie di ebrietà li conquistava.
I canti, nella notte, seguitavano e s'indugiavano per l'aria
lunghissimamente, e s'ammollivano lusinghevolmente di risposta in
risposta. Le voci maschili e le voci feminili facevano un componimento
amoroso. Talvolta una sola voce emergeva su le altre altissima, dando
una nota unica, in torno a cui gli accordi concorrevano come onde in
torno al medio filo d'una corrente fluviatile. Ora, ad intervalli, sul
principio di ciascun canto, si udiva la vibrazione metallica di una
chitarra accordata in diapente; e tra una ripresa e l'altra si udivano
gli urti misurati delle trebbie in sul terreno.
I due ascoltavano.
Forse per una vicenda del vento, ora gli odori non erano più gli
stessi. Venivano, forse dalla collina d'Orlando, i profumi possenti
dell'agrumeto; forse dai giardini di Scalia i profumi delle rose, così
densi che davano all'aria il sapore delle confetture nuziali; forse
dal padule della Farnia le fragranze umide dei giaggioli, che respirate
deliziavano come un sorso d'acqua.
I due rimanevano ancora taciturni, sul cassone, immobili, oppressi
dalla voluttà della notte lunare. Dinanzi a loro l'ultima fiammella
oscillava rapidamente, e curvandosi faceva lacrimare il cero consunto.
Ad ogni tratto, pareva sul punto di spegnersi. I due non si movevano.
Stavano là ansiosi, con gli occhi dilatati e fissi, a guardare la
tremula fiammella moritura. D'improvviso il vento inebriante la spense.
Allora, senza temere l'ombra, con un'avidità concorde, nel medesimo
tempo, l'uomo e la donna si strinsero l'uno all'altra, si allacciarono,
si cercarono con la bocca, perdutamente, ciecamente, senza parlare,
soffocandosi di carezze.
LA CONTESSA D'AMALFI.
I.
Quando, verso le due del pomeriggio, Don Giovanni Ussorio stava per
mettere il piede su la soglia della casa di Violetta Kutufà, Rosa
Catana apparve in cima alle scale e disse a voce bassa, tenendo il capo
chino:
-- Don Giovà, la signora è partita.
Don Giovanni, alla novella improvvisa, rimase stupefatto; e stette un
momento, con gli occhi spalancati, con la bocca aperta, a guardare in
su, quasi aspettando altre parole esplicative. Poichè Rosa taceva, in
cima alle scale, torcendo fra le mani un lembo del grembiule e un poco
dondolandosi, egli chiese:
-- Ma come? ma come?...
E salì alcuni gradini, ripetendo con una lieve balbuzie:
-- Ma come? ma come?
-- Don Giovà, che v'ho da dire? È partita.
-- Ma come?
-- Don Giovà, io non saccio, mo.
E Rosa fece qualche passo nel pianerottolo, verso l'uscio
dell'appartamento vuoto. Ella era una femmina piuttosto magra, con i
capelli rossastri, con la pelle del viso tutta sparsa di lentiggini. I
suoi larghi occhi cinerognoli avevano però una vitalità singolare. La
eccessiva distanza tra il naso e la bocca dava alla parte inferiore del
viso un'apparenza scimmiesca.
Don Giovanni spinse l'uscio socchiuso ed entrò nella prima stanza,
poi entrò nella seconda, poi nella terza; fece il giro di tutto
l'appartamento, a passi concitati; si fermò nella piccola camera del
bagno. Il silenzio quasi lo sbigottì; un'angoscia enorme gli prese
l'animo.
-- È vero! È vero! -- balbettava, guardandosi a torno, smarrito.
Nella camera i mobili erano al loro posto consueto. Mancavano però
su la tavola, a piè dello specchio rotondo, le fiale di cristallo,
i pettini di tartaruga, le scatole, le spazzole, tutti quei minuti
oggetti che servono alla cura della bellezza muliebre. Stava in un
angolo una specie di gran bacino di zinco in forma di chitarra; e
dentro il bacino l'acqua traluceva, tinta lievemente di roseo da una
essenza. L'acqua esalava un profumo sottile che si mesceva nell'aria
col profumo della cipria. L'esalazione aveva in sè qualche cosa di
carnale.
-- Rosa! Rosa! -- chiamò Don Giovanni, con la voce soffocata, sentendosi
invadere da un rammarico immenso.
La femmina comparve.
-- Racconta com'è stato! Per dove è partita? E quando è partita? E
perchè? -- chiedeva Don Giovanni, facendo con la bocca una smorfia
puerile e buffa come per rattenere il pianto o per respingere il
singhiozzo. Egli aveva presi ambedue i polsi di Rosa; e così la
sollecitava a parlare, a rivelare.
-- Io non saccio, signore... Stamattina ha messa la roba nelle valige;
ha mandato a chiamare la carrozza di Leone; e se n'è andata senza dire
niente. Che ci volete fare? Tornerà.
-- Torneràaa? -- piagnucolò Don Giovanni, sollevando gli occhi dove già
le lacrime incominciavano a sgorgare. -- Te l'ha detto? Parla!
E quest'ultimo verbo fu uno strillo quasi minaccioso e rabbioso.
-- Eh... veramente a me m'ha detto: «Addio, Rosa. Non ci vediamo più...»
Ma... insomma... chi lo sa!... Tutto può essere.
Don Giovanni si accasciò sopra una sedia, a queste parole; e si mise
a singhiozzare con tanto impeto di dolore che la femmina ne fu quasi
intenerita.
-- Don Giovà, mo che fate? Non ci stanno altre femmine a questo mondo?
Don Giovà, mo vi pare?...
Don Giovanni non intendeva. Seguitava a singhiozzare come un bambino,
nascondendo la faccia nel grembiule di Rosa Catana; e tutto il suo
corpo era scosso dai sussulti del pianto.
-- No, no, no... Voglio Violetta! Voglio Violetta!
A quello stupido pargoleggiare, Rosa non potè tenersi di sorridere. E
si diede a lisciare il cranio calvo di Don Giovanni, mormorando parole
di consolazione:
-- Ve la ritrovo io Violetta; ve la ritrovo io... Zitto! Zitto! Non
piangete più, Don Giovannino. La gente che passa può sentire. Mo vi
pare, mo?
Don Giovanni, a poco a poco, sotto la carezza amorevole, frenava le
lacrime: si asciugava gli occhi al grembiule.
-- Oh! Oh! che cosa! -- esclamò, dopo essere stato un momento con lo
sguardo fisso al bacino di zinco, dove l'acqua scintillava ora sotto un
raggio. -- Oh! Oh! che cosa! Oh!
E si prese la testa fra le mani, e due o tre volte oscillò come fanno
talora gli scimmioni prigionieri.
-- Via, Don Giovannino, via! -- diceva Rosa Catana, prendendolo
pianamente per un braccio e tirandolo.
Nella piccola camera il profumo pareva crescere. Le mosche ronzavano
innumerevoli in torno a una tazza dov'era un residuo di caffè. Il
riflesso dell'acqua nella parete tremolava come una sottil rete di oro.
-- Lascia tutto così! -- raccomandò Don Giovanni alla femmina, con una
voce interrotta dai singulti mal repressi. E discese le scale, scotendo
il capo su la sua sorte. Egli aveva gli occhi gonfi e rossi, a fior
di testa, simili a quelli di certi cani imbastarditi. Il suo corpo
rotondo, dal ventre prominente, gravava su due gambette un poco volte
in dentro. In torno al suo cranio calvo girava una corona di lunghi
capelli arricciati, che parevano non crescere dalla cotenna ma dalle
spalle e salire verso la nuca e le tempie. Egli con le mani inanellate,
di tanto in tanto, soleva accomodare qualche ciocca scomposta: gli
anelli preziosi e vistosi gli rilucevano perfino nel pollice, e un
bottone di corniola grosso come una fragola gli fermava lo sparato
della camicia a mezzo il petto.
Come uscì alla luce viva della piazza, provò di nuovo uno smarrimento
invincibile. Alcuni ciabattini attendevano all'opera loro, lì accanto,
mangiando fichi. Un merlo in gabbia fischiava l'inno di Garibaldi,
continuamente, ricominciando sempre da capo, con una persistenza
accorante.
-- Servo suo, Don Giovanni! -- disse Don Domenico Oliva passando e
togliendosi il cappello con quella sua gloriosa cordialità napoletana.
E, mosso a curiosità dall'aspetto sconvolto del signore, dopo poco
ripassò e risalutò con maggior larghezza di gesto e di sorriso.
Egli era un uomo che aveva il busto lunghissimo e le gambe corte e
l'atteggiamento della bocca involontariamente irrisorio. I cittadini di
Pescara lo chiamavano Culinterra.
-- Servo suo!
Don Giovanni, in cui un'ira velenosa cominciava a fermentare poichè
le risa dei mangiatori di fichi e i sibili del merlo lo irritavano,
al secondo saluto voltò dispettoso le spalle e si mosse, credendo quel
saluto un'irrisione.
Don Domenico, stupefatto, lo seguiva.
-- Ma... Don Giovà!... sentite... ma...
Don Giovanni non voleva ascoltare. Camminava innanzi a passi lesti,
verso la sua casa. Le fruttivendole e i maniscalchi lungo la via
guardavano, senza capire, l'inseguimento di quei due uomini affannati e
gocciolanti di sudore sotto il solleone.
Giunto alla porta, Don Giovanni, che quasi stava per scoppiare, si
voltò come un aspide, giallo e verde per la rabbia.
-- Don Domè, o Don Domè, io ti do in capo!
Ed entrò, dopo la minaccia; e chiuse la porta dietro di sè con violenza.
Don Domenico, sbigottito, rimase senza parole in bocca. Poi rifece la
via, pensando quale potesse essere la causa del fatto. Matteo Verdura,
uno dei mangiatori di fichi, chiamò:
-- Venite! venite! Vi debbo dire 'na cosa grande.
-- Che cosa? -- chiese l'uomo di schiena lunga, avvicinandosi.
-- Non sapete niente?
-- Che?
-- Ah! Ah! Non sapete niente ancora?
-- Ma che?
Verdura si mise a ridere; e gli altri ciabattini lo imitarono. Un
momento tutti quelli uomini sussultarono d'uno stesso riso rauco e
incomposto, in diverse attitudini.
-- Pagate tre soldi di fichi se ve lo dico?
Don Domenico, ch'era tirchio, esitò un poco. Ma la curiosità lo vinse.
-- Be', pago.
Verdura chiamò una femmina e fece ammonticchiare sul suo desco le
frutta. Poi disse:
-- Quella signora che stava là sopra, Donna Viuletta, sapete?... Quella
del teatro, sapete?...
-- Be'?
-- Se n'è scappata stamattina. Tombola!
-- Da vero?
-- Da vero, Don Domè.
-- Ah, mo capisco! -- esclamò Don Domenico, ch'era un uomo fino,
sogghignando crudelissimamente.
E, come voleva vendicarsi della contumelia di Don Giovanni e rifarsi
dei tre soldi spesi per la notizia, andò subito verso il -casino- per
divulgare la cosa, per ingrandire la cosa.
Il -casino-, una specie di bottega del caffè, stava immerso nell'ombra;
e su dal tavolato sparso di acqua saliva un singolare odore di polvere
e di muffa. Il dottore Panzoni russava abbandonato sopra una sedia con
le braccia penzolanti. Il barone Cappa, un vecchio appassionato per
i cani zoppi e per le fanciulle tenerelle, sonnecchiava discretamente
su una gazzetta. Don Ferdinando Giordano moveva le bandierine su una
carta rappresentante il teatro della guerra franco-prussiana. Don
Settimio de Marinis discuteva di Pietro Metastasio col dottor Fiocca,
non senza molti scoppi di voce e non senza una certa eloquenza fiorita
di citazioni poetiche. Il notaro Gaiulli, non sapendo con chi giocare,
maneggiava le carte da giuoco solitariamente e le metteva in fila
sul tavolino. Don Paolo Seccia girava in torno al quadrilatero del
biliardo, con passi misurati per favorire la digestione.
Don Domenico Oliva entrò con tale impeto che tutti si voltarono verso
di lui, tranne il dottore Panzoni il quale rimase tra le braccia del
sonno.
-- Sapete? sapete?
Don Domenico era così ansioso di dire la cosa e così affannato che
da prima balbettava senza farsi intendere. Tutti quei galantuomini
in torno a lui pendevano dalle sue labbra, presentivano con gioia un
qualche strano avvenimento che alimentasse alfine le loro chiacchiere
pomeridiane. Don Paolo Seccia, che era un poco sordo da un orecchio,
disse impazientito:
-- Ma che v'hanno legata la lingua, Don Domè?
Don Domenico ricominciò da capo la narrazione, con più calma e più
chiarezza. Disse tutto; ingrandì i furori di Don Giovanni Ussorio;
aggiunse particolarità fantastiche; s'inebriò delle parole. -- Capite?
capite? E poi questo; e poi quest'altro...
Il dottore Panzoni al clamore aperse le palpebre; volgendo i grossi
globi visivi ancora stupidi di sonno e russando ancora pel naso tutto
vegetante di nèi mostruosi, disse o russò, nasalmente:
-- Che c'è? Che c'è?
E con fatica puntellandosi al bastone si levò piano piano e venne nel
crocchio per udire.
Il barone Cappa ora narrava, con alquanta saliva nella bocca, una
storiella grassa, a proposito di Violetta Kutufà. Nelle pupille degli
ascoltatori intenti passavano luccicori, a tratti. Gli occhiolini
verdognoli di Don Paolo Seccia scintillavano come immersi in un umore
esilarante. Alla fine, le risa scoppiarono.
Ma il dottor Panzoni, così ritto, s'era riaddormentato; poichè a lui
sempre il sonno, grave come un morbo, siedeva dentro le nari. E rimase
a russare, solo nel mezzo, con il capo chino sul petto; mentre gli
altri si disperdevano per tutto il paese a divulgare la novella, di
famiglia in famiglia.
E la novella, divulgata, mise a rumore Pescara. Verso sera, co 'l
fresco della marina e con la luna crescente, tutti i cittadini uscirono
per le vie e per le piazzette. Il chiacchierío fu infinito. Il nome di
Violetta Kutufà correva su tutte le bocche. Don Giovanni Ussorio non fu
veduto.
II.
Violetta Kutufà era venuta a Pescara nel mese di gennaio, in tempo
di carnevale, con una compagnia di cantatori. Ella diceva d'essere
una Greca dell'Arcipelago, di aver cantato in un teatro di Corfù al
cospetto del re degli Elleni e di aver fatto impazzire d'amore un
ammiraglio d'Inghilterra. Era una donna di forme opulente, di pelle
bianchissima. Aveva due braccia straordinariamente carnose e piene di
piccole fosse che apparivano rosee ad ogni moto; e le piccole fosse
e le anella e tutte le altre grazie proprie di un corpo infantile
rendevano singolarmente piacevole e fresca e quasi ridente la sua
pinguedine. I lineamenti del volto erano un po' volgari: gli occhi
color tané, pieni di pigrizia; le labbra grandi, piatte e come
schiacciate. Il naso non rivelava l'origine greca: era corto, un poco
erto, con le narici larghe e respiranti. I capelli, neri, abbondavano.
Ed ella parlava con un accento molle, esitando ad ogni parola, ridendo
quasi sempre. La sua voce spesso diventava roca, d'improvviso.
Quando la compagnia giunse, i Pescaresi smaniavano nell'aspettazione.
I cantatori forestieri furono ammirati per le vie, nei loro gesti,
nel loro incedere, nel loro vestire, e in ogni loro attitudine. Ma la
persona su cui tutta l'attenzione converse fu Violetta Kutufà.
Ella portava una specie di giacca scura orlata di pelliccia e chiusa
da alamari d'oro, e sul capo una specie di tôcco tutto di pelliccia,
chino un po' da una parte. Andava sola, camminando speditamente;
entrava nelle botteghe, trattava con un certo disdegno i bottegai, si
lagnava della mediocrità delle merci, usciva senza aver nulla comprato:
cantarellava, con noncuranza.
Per le vie, nelle piazzette, su tutti i muri, grandi scritture a mano
annunziavano la rappresentazione della -Contessa d'Amalfi-. Il nome
di Violetta Kutufà risplendeva in lettere vermiglie. Gli animi dei
Pescaresi si accendevano. La sera aspettata giunse.
Il teatro era in una sala dell'antico Ospedal militare, all'estremità
del paese, verso la marina. La sala era bassa, stretta e lunga come
un corridoio: il palco scenico, tutto di legname e di carta dipinta,
s'inalzava pochi palmi da terra; contro le pareti maggiori stavano le
tribune, costruite d'assi e di tavole, ricoperte di bandiere tricolori,
ornate di festoni. Il sipario, opera insigne di Cucuzzitto figlio di
Cucuzzitto, raffigurava la Tragedia, la Comedia e la Musica allacciate
come le tre Grazie e trasvolanti sul ponte a battelli sotto cui passava
la Pescara turchina. Le sedie, tolte alle chiese, occupavano metà della
platea. Le panche, tolte alle scuole, occupavano il resto.
Verso le sette la banda comunale prese a sonare in piazza e sonando
fece il giro del paese; e si fermò quindi al teatro. La marcia
fragorosa sollevava gli animi al passaggio. Le signore fremevano
d'impazienza, nei loro belli abiti di seta. La sala rapidamente si
empì.
Su le tribune raggiava una corona di signore e di signorine
gloriosissima. Teodolinda Pomàrici, la filodrammatica sentimentale e
linfatica, sedeva accanto a Fermina Memma la -mascula-. Le Fusilli,
venute da Castellammare, grandi fanciulle dagli occhi nerissimi,
vestite di una eguale stoffa rosea, tutte con i capelli stretti in
treccia giù per la schiena, ridevano forte e gesticolavano. Emilia
d'Annunzio volgeva attorno i belli occhi lionati con un'aria di tedio
infinito. Mariannina Cortese faceva segni col ventaglio a Donna Rachele
Profeta che stava di fronte. Donna Rachele Bucci con Donna Rachele
Carabba ragionava di tavolini parlanti e di apparizioni. Le maestre
Del Gado, vestite tutt'e due di seta cangiante, con mantellette di
moda antichissime e con certe cuffie luccicanti di pagliuzze d'acciaio,
tacevano, compunte, forse stordite dalla novità del caso, forse pentite
d'esser venute a uno spettacolo profano. Costanza Lesbii tossiva
continuamente, rabbrividendo sotto lo scialle rosso; bianca bianca,
bionda bionda, sottile sottile.
Nelle prime sedie della platea sedevano gli ottimati. Don Giovanni
Ussorio primeggiava, bene curato nella persona, con magnifici calzoni a
quadri bianchi e neri, con soprabito di castoro lucido, con alle dita
e alla camicia una gran quantità di oreficeria chietina. Don Antonio
Brattella, membro dell'Areopago di Marsiglia, un uomo spirante la
grandezza da tutti i pori e specialmente dal lobo auricolare sinistro
ch'era grosso come un'albicocca acerba, raccontava, a voce alta, il
dramma lirico di Giovanni Peruzzini; e le parole, uscendo dalla sua
bocca, acquistavano una rotondità ciceroniana. Gli altri su le sedie si
agitavano con maggiore o minore importanza. Il dottore Panzoni lottava
in vano contro le lusinghe del sonno e di tanto in tanto faceva un
rumore che si confondeva con il la degli strumenti preludianti.
-- Pss! psss! pssss!
Nel teatro il silenzio divenne profondo. All'alzarsi della tela, la
scena era vuota. Il suono d'un violoncello veniva di tra le quinte.
Uscì Tilde, e cantò. Poi uscì Sertorio, e cantò. Poi entrò una torma di
allievi e di amici, e intonò un coro. Poi Tilde si avvicinò pianamente
alla finestra.
Oh! come lente l'ore
Sono al desio!...
Nel pubblico incominciava la commozione, poichè doveva essere imminente
un duetto di amore. Tilde, in verità, era un -primo soprano- non molto
giovine; portava un abito azzurro; aveva una capellatura biondastra
che le ricopriva insufficentemente il cranio; e, con la faccia bianca
di cipria, rassomigliava a una costoletta cruda e infarinata che fosse
nascosta dentro una parrucca di canapa.
Egidio venne. Egli era il tenore giovine. Come aveva il petto
singolarmente incavato, le gambe un po' curve, rassomigliava un
cucchiaio a doppio manico, su 'l quale fosse appiccicata una di quelle
teste di vitello raschiate e pulite che si veggono talvolta nelle
mostre dei beccai.
Tilde! il tuo labbro è muto,
Abbassi al suol gli sguardi.
Un tuo gentil saluto,
Dimmi, perchè mi tardi?
È la tua man tremante....
Fanciulla mia, perchè?
E Tilde, con un impeto di sentimento:
In sì solenne istante
Tu lo domandi a me?
Il duetto crebbe in tenerezza. Le melodie del cavaliere Petrella
deliziavano le orecchie degli uditori. Tutte le signore stavano chinate
sul parapetto delle tribune, immobili, attente; e i loro volti, battuti
dal riflesso del verde delle bandiere, impallidivano.
Un cangiar di paradiso
Il morir ci sembrerà!
Tilde uscì; ed entrò, cantando, il duca Carnioli ch'era un uomo
corpulento e truculento e zazzeruto come ad un baritono si addice.
Egli cantava fiorentinamente, aspirando le c iniziali, anzi addirittura
sopprimendole talvolta.
Non sai tu che piombo è a ippiede
La atena oniugale?
Ma quando nel suo canto nominò alfine -d'Amalfi la contessa-, corse nel
pubblico un fremito lungo. La contessa era desiderata, invocata.
Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio Brattella:
-- Quando viene?
Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall'alto la risposta:
-- Oh, mio Dio, Don Giovà! Non sapete? Nell'atto secondo! Nell'atto
secondo!
Il sermone di Sertorio fu ascoltato con una certa impazienza. Il
sipario calò fra applausi deboli. Il trionfo di Violetta Kutufà così
incominciava. Un gran susurro correva per la platea, per le tribune,
crescendo, mentre si udivano dietro il sipario i colpi di martello dei
macchinisti. Quel lavorìo invisibile aumentava l'aspettazione.
Quando il sipario si alzò, una specie di stupore invase gli animi.
L'apparato scenico parve meraviglioso. Tre arcate si prolungavano in
prospettiva, illuminate; e quella di mezzo terminava in un giardino
fantastico. Alcuni paggi stavano sparsi qua e là, e s'inchinavano. La
contessa d'Amalfi, tutta vestita di velluto rosso, con uno strascico
regale, con le braccia e le spalle nude, rosea nella faccia, entrò a
passi concitati.
Fu una sera d'ebrezza, e l'alma mia
N'è piena ancor....
La sua voce era disuguale, talvolta stridula, ma spesso poderosa,
acutissima. Produsse nel pubblico un effetto singolare, dopo il
miagolìo tenero di Tilde. Subitamente il pubblico si divise in due
fazioni: le donne stavano per Tilde; gli uomini, per Leonora.
A' vezzi miei resistere
Non è sì facil gioco...
Leonora aveva nelle attitudini, nei gesti, nei passi, una procacità
che inebriava ed accendeva i celibi avvezzi alle flosce Veneri del
vico di Sant'Agostino, e i mariti stanchi delle scipitezze coniugali.
Tutti guardavano, ad ogni volgersi della cantatrice, le spalle grasse
e bianche, dove al gioco delle braccia rotonde due fossette parevano
ridere.
Alla fine dell'-a solo- gli applausi scoppiarono con un fragore
immenso. Poi lo svenimento della contessa, le simulazioni dinanzi al
duca Carnioli, il principio del duetto, tutte le scene suscitarono
applausi. Nella sala s'era addensato il calore: per le tribune i
ventagli s'agitavano confusamente, e nello sventolìo le facce feminili
apparivano e sparivano. Quando la contessa si appoggiò a una colonna,
in un'attitudine d'amorosa contemplazione, e fu rischiarata dalla luce
lunare d'un -bengala-, mentre Egidio cantava la romanza soave. Don
Antonio Brattella disse forte:
-- È grande!
Don Giovanni Ussorio, con un impeto subitaneo, si mise a battere le
mani, solo. Gli altri imposero silenzio, poichè volevano ascoltare. Don
Giovanni rimase confuso.
Tutto d'amore, tutto ha favella:
La luna, il zeffiro, le stelle, il mar....
Le teste degli uditori, al ritmo della melodia petrelliana,
ondeggiavano, se bene la voce di Egidio era ingrata; e gli occhi
si deliziavano, se bene la luce della luna era fumosa e un po'
giallognola. Ma quando, dopo un contrasto di passione e di seduzione,
la contessa d'Amalfi incamminandosi verso il giardino riprese la
romanza, la romanza che ancora vibrava nelle anime, il diletto degli
uditori fu tanto che molti sollevavano il capo e l'abbandonavano un
poco in dietro quasi per gorgheggiare insieme con la sirena perdentesi
tra i fiori.
La barca è presta.... deh vieni, o bella!
Amor c'invita.... vivere è amar.
In quel punto Violetta Kutufà conquistò intero Don Giovanni Ussorio
che, fuori di sè, preso da una specie di furore musicale ed erotico,
acclamava senza fine:
-- Brava! Brava! Brava!
Disse Don Paolo Seccia, forte:
-- 'O vi', 'o vi', s'è 'mpazzito Ussorio!
Tutte le signore guardavano Ussorio, stordite, smarrite. Le maestre Del
Gado scorrevano il rosario, sotto le mantelline. Teodolinda Pomàrici
rimaneva estatica. Soltanto le Fusilli conservavano la loro vivacità
e cinguettavano, tutte rosee, facendo guizzare nei movimenti le trecce
serpentine. Nel terzo atto, non i morenti sospiri di Tilde che le donne
proteggevano, non le rampogne di Sertorio e Carnioli, non le canzonette
dei popolani, non il monologo del malinconico Egidio, non le allegrezze
delle dame e dei cavalieri ebbero virtù di distrarre il pubblico dalla
voluttà antecedente. -- Leonora! Leonora!
E Leonora ricomparve a braccio del conte di Lara, scendendo da un
padiglione. E toccò il culmine del trionfo.
Ella aveva ora un abito violetto, ornato di galloni d'argento e di
fermagli enormi. Si volse verso la platea, dando un piccolo colpo
di piede allo strascico e scoprendo nell'atto la caviglia. Poi,
inframmezzando le parole di mille vezzi e di mille lezii, cantò fra
giocosa e beffarda:
Io son la farfalla che scherza tra i fiori....
Quasi un delirio prese il pubblico a quell'aria già nota. La contessa
d'Amalfi, sentendo salire fino a sè l'ammirazione ardente degli uomini
e la cupidigia, s'inebriò, moltiplicò le seduzioni del gesto e del
passo; salì con la voce a supreme altitudini. La sua gola carnosa,
segnata dalla collana di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta.
Son l'ape che solo di mèle si pasce;
M'inebrio all'azzurro d'un limpido ciel....
Don Giovanni Ussorio, rapito, guardava con tale intensità che gli occhi
parevano volergli uscir fuori delle orbite. Il barone Cappa faceva un
po' di bava, incantato. Don Antonio Brattella, membro dell'Areopago di
Marsiglia, gonfiò, gonfiò, fin che disse, in ultimo:
-- Colossale!
III.
E Violetta Kutufà così conquistò Pescara.
Per oltre un mese le rappresentazioni dell'opera del cavaliere Petrella
si seguirono con favore crescente. Il teatro era sempre pieno, gremito.
Le acclamazioni a Leonora scoppiavano furiose ad ogni fine di romanza.
Un singolare fenomeno avveniva: tutta la popolazione di Pescara pareva
presa da una specie di manìa musicale; tutta la vita pescarese pareva
chiusa nel circolo magico di una melodia unica, di quella ov'è la
farfalla che scherza tra i fiori. Da per tutto, in tutte le ore, in
tutti i modi, in tutte le possibili variazioni, in tutti gli strumenti,
con una persistenza stupefacente, quella melodia si ripeteva; e
l'imagine di Violetta Kutufà collegavasi alle note cantanti, come,
Dio mi perdoni, agli accordi dell'organo l'imagine del Paradiso.
Le facoltà musiche e liriche, le quali nel popolo aternino sono
nativamente vivissime, ebbero allora una espansione senza limiti. I
monelli fischiavano per le vie; tutti i dilettanti sonatori provavano.
Donna Lisetta Memma sonava l'aria sul gravicembalo, dall'alba al
tramonto; Don Antonio Brattella la sonava sul flauto; Don Domenico
Quaquino sul clarinetto; Don Giacomo Palusci, il prete, su una sua
vecchia spinetta rococò; Don Vincenzo Rapagnetta sul violoncello; Don
Vincenzo Ranieri su la tromba; Don Nicola d'Annunzio sul violino. Dai
bastioni di Sant'Agostino all'Arsenale e dalla Pescheria alla Dogana, i
vari suoni si mescolavano e contrastavano e discordavano. Nelle prime
ore del pomeriggio il paese pareva un qualche grande ospizio di pazzi
incurabili. Perfino gli arrotini, affilando i coltelli alla ruota,
cercavano di seguire con lo stridore del ferro e della cote il ritmo.
Com'era tempo di carnevale, nella sala del teatro fu dato un festino
pubblico.
Il giovedì grasso, alle dieci di sera, la sala fiammeggiava di candele
steariche, odorava di mortelle, risplendeva di specchi. Le maschere
entravano a stuoli. I pulcinelli predominavano. Sopra un palco,
fasciato di veli verdi e constellato di stelle di carta argentea,
l'orchestra incominciò a sonare. Don Giovanni Ussorio entrò.
Egli era vestito da gentiluomo spagnuolo, e pareva un conte di Lara
più grasso. Un berretto azzurro con una lunga piuma bianca gli copriva
la calvizie; un piccolo mantello di velluto rosso gli ondeggiava su le
spalle, gallonato d'oro. L'abito metteva più in vista la prominenza
del ventre e la picciolezza delle gambe. I capelli, lucidi di olii
cosmetici, parevano una frangia artificiale attaccata intorno al
berretto ed erano più neri del consueto.
Un pulcinella impertinente, passando, strillò con la voce falsa:
-- Mamma mia!
E fece un gesto di orrore così buffonesco, dinanzi al travestimento di
Don Giovanni, che in torno molte risa scampanellarono. La Ciccarina,
tutta rosea dentro il cappuccio nero della bautta, simile a un bel
fiore di carne, rideva d'un riso luminosissimo, dondolandosi fra due
arlecchini cenciosi.
Don Giovanni si perse tra la folla, con dispetto. Egli cercava Violetta
Kutufà. I sarcasmi delle altre maschere lo inseguivano e lo ferivano.
D'un tratto egli s'incontrò in un secondo gentiluomo di Spagna, in un
secondo conte di Lara. Riconobbe Don Antonio Brattella, ed ebbe una
fitta al cuore. Già tra quei due uomini la rivalità era scoppiata.
-- Quanto 'sta nespola? -- squittì Don Donato Brandimarte, velenosamente,
alludendo all'escrescenza carnosa che il membro dell'Areopago di
Marsiglia aveva nell'orecchio sinistro.
Don Giovanni esultò di una gioia feroce. I due rivali si guardarono e
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