Allora Fra Mansueto fece alcune riflessioni morali e lodò la Provvidenza che dà alla testuggine una casa e le dà il sonno durante la stagione dell'inverno. Anna raccontò alcuni fatti che dimostravano nella testuggine un gran candore e una gran rettitudine. Poi soggiunse; «Che penserà?» E dopo un poco: «Gli animali che penseranno?» Il frate non rispose. Ambedue rimasero perplessi. Scendeva giù per la corteccia di un pino una fila di formiche e si dilungava pel terreno: ciascuna formica trascinava un frammento di cibo e tutta l'innumerevole famiglia compiva il lavoro con ordine diligente. Anna guardava, e le si svegliavano nella mente le credenze ingenue dell'infanzia. Ella parlò di abitazioni meravigliose che le formiche scavano sotto la terra. Il frate disse, con accento di fede intensa: «Dio sia lodato!» E ambedue rimasero cogitabondi, sotto i verdi alberi, adorando nel loro cuore Iddio. Nella prima ora del pomeriggio arrivarono al paese di Ortona. Anna battè alla porta del monastero e chiese di vedere l'abadessa. All'entrare si presentava un piccolo cortile con nel mezzo una cisterna di pietra bianca e nera. Il parlatorio era una stanza bassa, con poche sedie intorno: due pareti erano occupate dalle grate, le altre due da un crocefisso e da imagini. Anna fu subito presa da un senso di venerazione per la pace solenne che regnava in quel luogo. Quando la madre Veronica apparve d'improvviso dietro le grate, alta e severa nell'abito monastico, ella provò un turbamento indicibile come dinanzi all'apparizione di una forma soprannaturale. Poi, rianimata dal buon sorriso dell'abadessa, ella compì il messaggio in brevi parole; depose nel cavo della ruota le scatole, ed attese. La madre Veronica le si rivolse con benignità, guardandola da que' suoi belli occhi lionati; le donò un'effigie della Vergine; nel licenziarla le tese la mano signorile pel bacio, a traverso la grata, e disparve. Anna uscì trepidante. Mentre passava il vestibolo, le giunse un coro di litanie, un canto che veniva forse da una cappella sotterranea, ugualissimo e dolce. Mentre passava il cortile, vide a sinistra in cima al muro sporgere un ramo carico di melarance. E, come pose il piede su la via, le parve di aver lasciato dietro di sè un giardino di beatitudine. Allora si diresse verso la strada Orientale per cercare i parenti. Su la porta della vecchia casa una donna sconosciuta stava appoggiata allo stipite. Anna le si avvicinò timidamente e le chiese novelle della famiglia di Francesca Nobile. La donna l'interruppe: -- Perchè? Perchè? Che voleva? -- con una voce dura e uno sguardo investigante. Poi, quando Anna si palesò, ella le permise di entrare. I parenti erano quasi tutti o morti o emigrati. Restava nella casa un vecchio infermo, zi' Mingo, che aveva sposato in seconde nozze -la figlia di Sblendore- e viveva con lei quasi in miseria. Il vecchio da prima non riconobbe Anna. Egli stava seduto su un'alta sedia ecclesiastica di cui la stoffa rossastra pendeva a brandelli: le sue mani posavano su i braccioli, contorte ed enormi per la mostruosità della chiragra; i suoi piedi con un moto ritmico percotevano il terreno; un continuo tremore paralitico gli agitava i muscoli del collo, i gomiti, le ginocchia. Ed egli guardò Anna, tenendo a fatica dischiuse le palpebre infiammate. Finalmente si risovvenne. Come Anna andava esponendo il proprio stato, la figlia di Sblendore odorando il denaro cominciava a concepire nell'animo speranze di usurpazione e per virtù delle speranze diveniva in volto più benigna. Subito che Anna terminò, ella le offerse l'ospitalità per la notte; le prese il canestro dei panni e lo ripose; promise di aver cura della testuggine; poi fece alcune querele compassionevoli su la infermità del vecchio e su la miseria della casa, non senza lacrime. Ed Anna uscì, con l'animo pieno di riconoscenza e di misericordia; risalì per la costa, verso lo scampanìo della basilica, provando un'ansia crescente nell'appressarsi. In torno al palazzo Farnese il popolo rigurgitava ondoso; e quella gran reliquia feudale sovrastava ornata di paramenti, magnificata dal sole. Anna passò in mezzo alla folla, lungo i banchi degli argentarii artefici di arredi sacri e di oggetti votivi. A tutto quel candido scintillare di forme liturgiche il cuore le si dilatava per allegrezza; ed ella si faceva il segno della croce dinanzi a ogni banco come dinanzi a un altare. Quando giunse alla porta della basilica e intravide la luminaria e traudì il cantico del rito, ella non più contenne la veemenza della gioia; si avanzò fin verso il pulpito, con passi quasi vacillanti. Le ginocchia le si piegarono: le lacrime le sgorgarono dagli occhi allucinati. Ella rimase là, in contemplazione dei candelabri, dell'ostensorio, di tutte le cose che erano su l'altare, con la testa vacua, poichè dalla mattina non aveva più mangiato. E le prendeva le vene una debolezza immensa; l'anima le veniva meno in una specie di annientamento. Sopra di lei, lungo la nave centrale le lampade di vetro componevano una triplice corona di fuochi. In fondo, quattro massicci tronchi di cera fiammeggiavano ai lati del tabernacolo. XIV. I cinque giorni della festa Anna visse così, dentro la chiesa, dall'ora mattutina fino all'ora in cui le porte si chiudevano, fedelissima, respirando quell'aria calda che le infondeva nei sensi un torpore beatifico, nell'anima una felicità piena di umiltà. Le orazioni, le genuflessioni, le salutazioni, tutte quelle formule, tutti quei gesti rituali ripetuti incessantemente, la istupidivano. Il fumo dell'incenso le nascondeva la terra. Rosaria, la figlia di Sblendore, intanto ne traeva profitto, movendo la pietà di lei con false querimonie e con lo spettacolo miserevole del vecchio paralitico. Ella era una femmina malvagia, esperta nelle frodi, dedita alla crapula; aveva tutta la faccia sparsa di umori vermigli e serpiginosi, i capelli canuti, il ventre obeso. Legata al paralitico dai comuni vizi e dalle nozze, ella insieme con lui aveva disperse in breve tempo le già scarse sostanze, bevendo e gozzovigliando. Ambedue nella miseria, inveleniti dalla privazione, arsi da sete di vino e di liquori ignei, affranti da infermità senili, ora espiavano il loro lungo peccato. Anna, con uno spontaneo moto caritatevole, diede a Rosaria tutto il denaro tenuto per le elemosine, tutti i panni superflui; si tolse gli orecchini, due anelli d'oro, la collana di corallo; promise altri soccorsi. E riprese quindi il cammino di Pescara, in compagnia di Fra Mansueto, portando nel canestro la testuggine. In cammino, come le case di Ortona si allontanavano, una gran tristezza scendeva su l'animo della donna. Stuoli di pellegrini volgevano per altre vie, cantando: e i loro canti rimanevano a lungo nell'aria, monotoni e lenti. Anna li ascoltava; e un desiderio senza fine la traeva a raggiungerli, a seguirli, a vivere così pellegrinando di santuario in santuario, di contrada in contrada, per esaltare i miracoli d'ogni santo, le virtù d'ogni reliquia, le bontà d'ogni Maria. «Vanno a Cucullo,» le disse Fra Mansueto, accennando col braccio a un paese lontano. E ambedue si misero a parlare di san Domenico che protegge dal morso dei serpenti gli uomini, e le semenze dai bruchi; poi d'altri patroni. -- A Bugnara, sul Ponte del Rivo, più di cento giumenti, tra cavalli asini e muli, carichi di frumento vanno in processione alla Madonna della Neve: i devoti cavalcano su le some, con serti di spighe in capo, con tracolle di pasta; e depongono ai piedi dell'imagine i doni cereali. A Bisenti, molte giovinette, con in capo canestre di grano, conducono per le vie un asino che porta su la groppa una maggiore canestra: ed entrano nella chiesa della Madonna degli Angeli, per l'offerta, cantando. A Torricella Peligna, uomini e fanciulli, coronati di rose e di bacche rosee, salgono in pellegrinaggio alla Madonna delle Rose, sopra una rupe dov'è l'orma di Sansone. A Loreto Aprutino un bue candido, impinguato durante l'anno con abbondanza di pastura, va in pompa dietro la statua di san Zopito. Una gualdrappa vermiglia lo copre, e lo cavalca un fanciullo. Come il santo rientra nella chiesa, il bue s'inginocchia sul limitare; poi si rialza lentamente, e segue il santo tra il plauso del popolo. Giunto nel mezzo della chiesa, manda fuora gli escrementi del cibo; e i devoti da quella materia fumante traggono gli auspicii per l'agricoltura. Di queste usanze religiose Anna e Fra Mansueto parlavano, quando giunsero alla foce dell'Alento. L'alveo portava le acque di primavera tra le vitalbe non anche fiorenti. E il cappuccino disse della Madonna dell'Incoronata, dove per la festa di san Giovanni i devoti si cingono il capo di vitalbe, e nella notte vanno sul fiume Gizio a -passar l'acqua- con grandi allegrezze. Anna si scalzò per guadare. Ella sentiva ora nell'animo un'immensa venerazione d'amore per tutte le cose, per gli alberi, per le erbe, per gli animali, per tutte le cose che quelle usanze cattoliche avevano santificato. E dal fondo della sua ignoranza e della sua semplicità sorgeva l'istinto dell'idolatria. Alcuni mesi dopo il ritorno, scoppiò nel paese un'epidemia colerica; e la mortalità fu grande. Anna prestò le sue cure agli infermi poveri. Fra Mansueto morì. Anna n'ebbe molto dolore; e nel 1866, per la ricorrenza della festa, volle prendere congedo e rimpatriare per sempre, poichè vedeva in sonno tutte le notti san Tommaso che le comandava di partire. Ella prese la testuggine, le sue robe e i suoi risparmii; baciò le mani di Donna Cristina, piangendo; e partì questa volta sopra un carretto, insieme con due monache questuanti. A Ortona ella abitò nella casa dello zio paralitico; dormì su un pagliericcio; non si cibò se non di pane e di legumi. Dedicava tutte le ore del giorno alle pratiche della chiesa, con un fervore meraviglioso; e la sua mente vie più perdeva ogni altra facoltà che non fosse quella di contemplare i misteri cristiani, di adorare i simboli, d'imaginare il paradiso. Ella era tutta rapita nella carità divina, era tutta compresa di quella divina passione che i sacerdoti manifestano sempre con gli stessi segni e con le stesse parole. Ella non comprendeva se non quell'unico linguaggio; non aveva se non quell'unico ricovero, tiepido e solenne, dove tutto il cuore le si dilatava in una pia securtà di pace, e gli occhi le s'inumidivano in un'ineffabile soavità di lacrime. Soffrì, per amor di Gesù, le miserie domestiche; fu dolce e sommessa; non mai profferì un lamento, o un rimprovero, o una minaccia. Rosaria le sottrasse a poco a poco tutti i risparmii; e cominciò quindi a farle patire la fame, ad angariarla, a chiamarla con nomi disonesti, a perseguitarle la testuggine con insistenza feroce. Il vecchio paralitico metteva continuamente una specie di mugolìo rauco, aprendo la bocca ove la lingua tremava, onde colava in abbondanza la saliva continuamente. Un giorno, poichè la moglie avida beveva innanzi a lui un liquore e gli negava il bicchiere sfuggendo, egli si levò dalla sedia con uno sforzo, e si mise a camminare verso di lei: le gambe gli vacillavano, i piedi si posavano sul terreno con un'involontaria percussione ritmica. D'un tratto egli si accelerò, col tronco inclinato in avanti, saltellando a piccoli passi incalzanti, come spinto da un impulso irresistibile, finchè cadde bocconi su l'orlo delle scale fulminato. XV. Allora Anna, afflitta, prese la testuggine, e andò a chieder soccorso a Donna Veronica Monteferrante. Come la povera donna già negli ultimi tempi faceva alcuni servizi pel monastero, l'abadessa misericordiosa le diede l'ufficio di conversa. Anna, se bene non aveva gli ordini, vestì l'abito monacale: la tunica nera, il soggólo, la cuffia dalle ampie tese candide. Le parve, in quell'abito, di essere santificata. E, da prima, quando all'aria le tese le sbattevano in torno al capo con un fremito d'ali, ella trasaliva per un turbamento improvviso di tutto il suo sangue. E, da prima, quando le tese percosse dal sole le riflettevano nella faccia un vivo chiaror di neve, ella d'improvviso credevasi illuminata da un baleno mistico. Con l'andar del tempo, le estasi si fecero più frequenti. La vergine canuta era colpita a quando a quando da suoni angelici, da echi lontani d'organo, da romori e voci non percettibili agli orecchi altrui. Figure luminose le si presentavano dinanzi, nel buio; odori paradisiaci la rapivano. Così pel monastero una specie di sacro orrore cominciò a diffondersi, come per la presenza di un qualche potere occulto, come per l'imminenza di un qualche avvenimento soprannaturale. Per cautela, la nuova conversa fu dispensata da ogni obbligo d'opere servili. Tutte le attitudini di lei, tutte le parole, tutti gli sguardi furono osservati, comentati con superstizione. E la leggenda della santità incominciò a fiorire. Su le calende di febbraio dell'anno di Nostro Signore 1873, la voce della vergine Anna divenne singolarmente rauca e profonda. Poi la virtù della parola d'un tratto scomparve. L'inaspettato ammutolimento sbigottì gli animi delle religiose. E tutte, stando in torno alla conversa, ne consideravano con mistico terrore gli atteggiamenti estatici, i movimenti vaghi della bocca mutola, la immobilità degli occhi, d'onde a tratti sgorgavano profluvii di lacrime. I lineamenti dell'inferma, estenuati dai lunghi digiuni, avevano ora assunto una purità quasi eburnea; e tutte le trame delle vene e delle arterie ora trasparivano così visibili, e sporgevano con così forti rilievi, e così incessantemente palpitavano, che dinanzi a quel palesato pálpito del sangue una specie di raccapriccio prendeva le monache come dinanzi a un corpo spoglio di sua pelle cristiana. Quando fu prossimo il Mese di Maria, un'amorosa diligenza sollecitò le Benedettine al paramento dell'oratorio. Si spargevano elleno nel verziere claustrale tutto fiorente di rose e fruttificante di melarance, raccogliendo la messe del maggio novello per deporla ai piedi dell'altare. Anna, tornata nella calma, discendeva anch'ella ad aiutare la pia opera; e significava talvolta con i gesti il pensiero che la perdurante mutezza le toglieva di esprimere. S'indugiavano al sole tutte quelle spose del Signore, incedenti tra le fonti letifiche del profumo. Fuggiva lungo un lato del verziere un portico; e come nell'animo delle vergini i profumi risvegliavano imagini sopite, così il sole penetrando sotto li archi bassi ravvivava nell'intonico i residui dell'oro bisantino. L'oratorio fu pronto per il giorno del primo ufficio. La cerimonia ebbe principio dopo il vespro. Una suora salì su l'organo. Subitamente dalle canne armoniche il fremito della passione si propagò in tutte le cose; tutte le fronti s'inclinarono; i turiboli diedero fumi di belgiuino; le fiammelle dei ceri palpitarono tra corone di fiori. Poi sorsero i cantici, le litanie piene di appellazioni simboliche e di supplichevole tenerezza. Come le voci salivano con forza crescente, Anna nell'immenso impeto del fervore gridò. Colpita dal prodigio, cadde supina; agitò le braccia, volle rialzarsi. Le litanie s'interruppero. Delle suore, alcune, quasi atterrite, erano rimaste un istante nell'immobilità; altre davano soccorso all'inferma. Il miracolo appariva inopinato, fulgidissimo, supremo. Allora a poco a poco allo stupore, al murmure incerto, alle titubanze successe un giubilo senza limiti, un coro di esaltazioni clamorose, un'alata ebrietà canora. Anna, in ginocchio, ancora assorta nel rapimento del miracolo, non aveva conoscenza di quel che in torno avveniva. Ma quando i cantici con una maggior veemenza furono ripresi, ella cantò. La sua nota su dalla cadente onda del coro ad intervalli emerse, poichè le divote diminuivano la forza delle voci per ascoltare quella unica che dalla grazia divina era stata riconcessa. E la Vergine nei cantici a volta a volta fu l'incensiere d'oro onde esalavano i balsami più dolci, la lampada che dì e notte rischiarava il santuario, l'urna che racchiudeva la manna del cielo, il roveto che ardeva senza consumarsi, lo stelo di Iesse che portava il più bello di tutti i fiori. Dopo, la fama del miracolo si sparse dal monastero in tutto il paese di Ortona, e dal paese in tutte le terre finitime, aumentando nel viaggio. E il monastero sorse in grande onore. Donna Blandina Onofrii, la magnifica, offerse alla Madonna dell'oratorio una veste di broccato d'argento e una rara collana di turchesi venuta dall'isola di Smirne. Le altre gentildonne ortonesi offersero altri minori doni. L'arcivescovo d'Orsogna fece con pompa una visita gratulatoria, in cui rivolse parole di edificante eloquenza ad Anna che «con la purità della vita si era resa degna dei doni celesti.» Nell'agosto del 1876 sopravvennero nuovi prodigi. L'inferma, quando si avvicinava il vespro, cadeva in uno stato di estasi con catalessia; donde sorgeva poi quasi con impeto. E in piedi, conservando sempre la medesima attitudine, cominciava a parlare, da prima lentamente, e quindi gradatamente accelerando, come sotto l'urgenza di un'ispirazione mistica. Il suo eloquio non era se non un miscuglio tumultuario di parole, di frasi, di interi periodi già innanzi appresi, che ora nella sua inconsapevolezza si riproducevano, frammentandosi o combinandosi senza legge. Le native forme dialettali s'innestavano alle forme auliche, s'insinuavano nelle iperboli del linguaggio biblico; e mostruosi congiungimenti di sillabe, inauditi accordi di suoni avvenivano nel disordine. Ma il profondo tremito della voce, ma i cangiamenti repentini dell'inflessione, l'alterno ascendere e discendere del tono, la spiritualità della figura estatica, il mistero dell'ora, tutto concorreva a soggiogare gli animi delle astanti. Gli effetti si ripeterono cotidianamente, con una regolarità periodica. Sul vespro, nell'oratorio si accendevano le lampade; le monache facevano la cerchia inginocchiandosi; e la rappresentazione sacra incominciava. Come l'inferma entrava nell'estasi catalettica, i preludii vaghi dell'organo rapivano gli animi delle religiose in una sfera superiore. Il lume delle lampade si diffondeva fievole dall'alto, dando un'incertitudine aerea e quasi una morente dolcezza all'apparenza delle cose. A un punto l'organo taceva. La respirazione nell'inferma diveniva più profonda; le braccia le si distendevano così che nei polsi scarnificati i tendini vibravano simili alle corde di uno strumento. Poi, d'un tratto, l'inferma balzava in piedi, incrociava le braccia sul petto, restando nell'atteggiamento mistico delle cariatidi d'un battistero. E la sua voce risonava nel silenzio, ora dolce, ora lugubre, ora quasi canora, quasi sempre incomprensibile. Su i principii del 1877 questi accessi diminuirono di frequenza; si presentarono due o tre volte la settimana; poi disparvero totalmente, lasciando il corpo della donna in uno stato miserevole di debolezza. E allora alcuni anni passarono, in cui la povera idiota visse tra sofferenze atroci, con le membra rese inerti dagli spasimi articolari. Ella non aveva più alcuna cura della nettezza; non si cibava se non di pane molle e di pochi erbaggi; teneva in torno al collo, sul petto, una gran quantità di piccole croci, di reliquie, d'imagini, di corone; parlava balbettando per la mancanza dei denti; e i suoi capelli cadevano, i suoi occhi erano già torbidi come quelli dei vecchi giumenti che stanno per morire. Una volta, di maggio, mentre ella soffriva deposta sotto il portico e le suore in torno coglievano per Maria le rose, le passò dinanzi la testuggine che ancora traeva la sua vita pacifica e innocente nel verziere claustrale. La vecchia vide quella forma muoversi e a poco a poco allontanarsi. Nessun ricordo le si destò nell'anima. La testuggine si perse tra i cespi dei timi. Ma le suore consideravano la imbecillità e la infermità della donna come una di quelle supreme prove di martirio a cui il Signore chiama gli eletti per santificarli e glorificarli poi nel paradiso; e circondavano di venerazione e di cure l'idiota. Nell'estate del 1881 apparvero i segni della morte prossima. Consunto e piagato, quel miserabile corpo omai nulla più conservava di umano. Lente deformazioni avevano viziata la positura delle membra; tumori grossi come pomi sporgevano sotto un fianco, su una spalla, dietro la nuca. La mattina del 10 settembre, verso l'ottava ora, un sussulto della terra scosse dalle fondamenta Ortona. Molti edifici precipitarono, altri furono offesi nei tetti e nelle pareti, altri s'inclinarono e s'abbassarono. E tutta la buona gente di Ortona, con pianti, con grida, con invocazioni, con gran chiamare di santi e di madonne, uscì fuori delle porte, e si raunò sul piano di San Rocco, temendo maggiori pericoli. Le monache, prese dal pànico, infransero la clausura; irruppero su la via, scarmigliate, cercando salvezza. Quattro di loro portavano Anna sopra una tavola. E tutte trassero al piano, verso il popolo incolume. Come esse giunsero in vista del popolo, unanimi clamori si levarono, poichè la presenza delle religiose parve propizia. In ogni parte, d'in torno, giacevano infermi, vecchi impediti, fanciulli in fasce, donne stupide per la paura. Un bellissimo sole mattutino illustrava le teste tumultuanti, il mare, i vigneti; e accorrevano dalla spiaggia inferiore i marinai, cercando le mogli, chiamando i figli per nome, ansanti per la salita, rochi; e da Caldara cominciavano a venire mandre di pecore e di bovi con i pastori, branchi di gallinacci con le femmine guardiane, giumenti; poichè tutti temevano la solitudine, e tutti, uomini e bestie, nel frangente si accomunavano. Anna, adagiata sul suolo, sotto un olivo, sentendo prossima la morte, si rammaricava con un balbettìo fievole, perchè non voleva morire senza i sacramenti; e le monache d'in torno le davano conforto; e gli astanti la guardavano con pietà. Ora, d'improvviso, tra il popolo una voce si sparse, che da Porta-Caldara sarebbe uscito il busto dell'Apostolo. Le speranze risorgevano; canti di rogazione risorgevano nell'aria. Come da lungi vibrò un incognito luccichío, le donne s'inginocchiarono; e con i capelli disciolti, lacrimose, si misero a camminare su le ginocchia, in contro al luccichío, salmodiando. Anna agonizzava. Sostenuta da due suore, udì le preghiere, udì l'annunzio; e forse in un'ultima illusione travide l'Apostolo veniente, poichè nella faccia cava le passò quasi un sorriso di gaudio. Alcune bolle di saliva le apparvero su le labbra; un'ondulazione brusca le corse e ricorse, visibile, le estremità del corpo; su gli occhi le palpebre le caddero, rossastre come per sangue stravasato; il capo le si ritrasse nelle spalle. E la vergine Anna così alfine spirò. Quando il luccichío si fece più da presso alle donne adoranti, si chiarì nel sole la forma di un giumento che portava in bilico su la groppa, secondo il costume, una banderuola di metallo. GLI IDOLATRI. I. La gran piazza sabbiosa scintillava come sparsa di pomice in polvere. Tutte le case a torno imbiancate di calce parevano roventi come muraglie d'una immensa fornace che fosse per estinguersi. In fondo, i pilastri della chiesa riverberavano l'irradiamento delle nuvole e si facevano roggi come di granito; le vetrate balenavano quasi contenessero lo scoppio d'un incendio interno; le figurazioni sacre prendevano un'aria viva di colori e di attitudini; tutta la mole ora, sotto lo splendore della meteora crepuscolare, assumeva una più alta potenza di dominio su le case dei Radusani. Volgevano dalle strade alla piazza gruppi d'uomini e di femmine vociferando e gesticolando. In tutti gli animi il terrore superstizioso ingigantiva rapidamente; da tutte quelle fantasie incolte mille imagini terribili di castigo divino si levavano; i commenti, le contestazioni ardenti, le scongiurazioni lamentevoli, i racconti sconnessi, le preghiere, le grida si mescevano in un rumorìo cupo d'uragano imminente. Già da più giorni quei rossori sanguigni indugiavano nel cielo dopo il tramonto, invadevano la tranquillità della notte, illuminavano tragicamente i sonni delle campagne, suscitavano gli urli dei cani. -- Giacobbe! Giacobbe! -- gridavano, agitando le braccia, alcuni che fin allora avevano parlato a voce bassa, innanzi alla chiesa, stretti in torno a un pilastro del vestibolo. -- Giacobbe! Usciva dalla porta madre e si accostava agli appellanti un uomo lungo e macilento che pareva infermo di febbre etica, calvo su la sommità del cranio e coronato alle tempie e alla nuca di certi lunghi capelli rossicci. I suoi piccoli occhi cavi erano animati come dall'ardore di una passione profonda, un po' convergenti verso la radice del naso, d'un colore incerto. La mancanza dei due denti d'avanti nella mascella superiore dava all'atto della sua bocca nel profferire le parole e al moto del mento aguzzo sparso di peli una singolare apparenza di senilità faunesca. Tutto il resto del corpo era una miserabile architettura di ossa mal celata nei panni; e su le mani, su i polsi, sul riverso delle braccia, sul petto la cute era piena di segni turchini, di incisioni fatte a punta di spillo e a polvere d'indaco, in memoria de' santuarii visitati, delle grazie ricevute, dei voti sciolti. Come il fanatico giunse presso al gruppo del pilastro, una confusione di domande si levò da quelli uomini ansiosi. -- Dunque? Che aveva detto Don Cònsolo? Facevano uscire soltanto il braccio d'argento? E tutto il busto non era meglio? Quando tornava Pallura con le candele? Erano cento libbre di cera? Soltanto cento libbre? E quando cominciavano le campane a suonare? Dunque? Dunque? I clamori aumentarono in torno a Giacobbe; i più lontani si strinsero verso la chiesa; da tutte le strade la gente si riversò su la piazza e la riempì. E Giacobbe rispondeva agli interroganti, parlava a voce bassa, come se rivelasse segreti terribili, come se apportasse profezie da lontano. Egli aveva veduto nell'alto, in mezzo al sangue, una mano minacciosa, e poi un velo nero, e poi una spada e una tromba... «Racconta! racconta!» incitavano gli altri, guardandosi in faccia, presi da una strana avidità di ascoltare cose meravigliose; mentre la favola di bocca in bocca si spandeva rapidamente per la moltitudine assembrata. II. La gran plaga vermiglia dall'orizzonte saliva lentamente verso lo zenit, tendeva ad occupare tutta la cupola del cielo. Un vapore di fusi metalli pareva ondeggiare su i tetti delle case; e nel chiarore discendente dal crepuscolo raggi sulfurei e violetti si mescolavano con un tremolìo d'iridescenza. Una lunga striscia più luminosa fuggiva verso una strada sboccante su l'argine dei fiume; e s'intravedeva al fondo il fiammeggiamento delle acque tra i fusti lunghi e smilzi dei pioppetti; poi un lembo di campagna brulla, dove le vecchie torri saracene si levavano confusamente come isolotti di pietra fra le caligini. Le emanazioni affocanti del fieno mietuto si spandevano nell'aria: era a tratti come un odore di bachi putrefatti tra la frasca. Stuoli di rondini attraversavano lo spazio con molto schiamazzo di stridi, trafficando dai greti del fiume alle gronde. Nella moltitudine il mormorìo era interrotto da silenzii di aspettazione. Il nome di Pallura circolava per le bocche; impazienze irose scoppiavano qua e là. Lungo la strada del fiume non si vedeva ancora apparire il traino; le candele mancavano; Don Cònsolo indugiava per questo ad esporre le reliquie, a fare gli esorcismi; e il pericolo soprastava. Il pànico invadeva tutta quella gente ammassata come una mandra di bestie, non osante più di sollevare gli occhi al cielo. Dai petti delle femmine cominciarono a rompere i singhiozzi; e una costernazione suprema oppresse e istupidì le coscienze al suono di quel pianto. Allora le campane finalmente squillarono Come i bronzi stavano a poca altezza, il fremito cupo del rintocco sfiorò tutte le teste; e una specie di ululato continuo si propagava nell'aria tra un colpo e l'altro. -- San Pantaleone! San Pantaleone! Fu un immenso grido unanime di disperati che chiedevano aiuto. Tutti in ginocchio, con le mani tese, con la faccia bianca, imploravano. -- San Pantaleone! Apparve su la porta della chiesa, in mezzo al fumo di due turiboli, Don Cònsolo scintillante in una pianeta violetta a ricami d'oro. Egli teneva in alto il sacro braccio d'argento, e scongiurava l'aria gridando le parole latine: -- -Ut fidelibus tuis aeris serenitatem concedere digneris, Te rogamus, audi nos.- L'apparizione della reliquia eccitò un delirio di tenerezza nella moltitudine. Scorrevano lagrime da tutti gli occhi; e a traverso il velo lucido delle lagrime gli occhi vedevano un miracoloso fulgore celeste emanare dalle tre dita in alto atteggiate a benedire. La figura del braccio pareva ora più grande nell'aria accesa; i raggi crepuscolari suscitavano barbagli variissimi nelle pietre preziose; il balsamo dell'incenso si spargeva rapidamente per le nari devote. -- -Te rogamus, audi nos!- Ma, quando il braccio rientrò e le campane si arrestarono, nel momentaneo silenzio un tintinnìo prossimo di sonagli si udì, che veniva dalla strada del fiume. E avvenne allora un repentino movimento di concorso verso quella parte e molti dicevano: -- È Pallura con le candele! È Pallura che arriva! Ecco Pallura! Il traino si avanzava scricchiolando su la ghiaia, al passo di una pesante cavalla grigia a cui il gran corno d'ottone brillava, simile a una bella mezzaluna, su la groppa. Come Giacobbe e gli altri si fecero in contro, la pacifica bestia si fermò soffiando forte dalle narici. E Giacobbe, che s'accostò primo, subito vide disteso in fondo al traino il corpo di Pallura tutto sanguinante, e si mise a urlare agitando le braccia verso la folla: -- È morto! E morto! III. La triste novella si propagò in un baleno. La gente si accalcava in torno al traino, tendeva il collo per vedere qualche cosa, non pensava più alle minacce dell'alto, colpita dal nuovo caso inaspettato, invasa da quella natural curiosità feroce che gli uomini hanno in cospetto del sangue. -- È morto? Come è morto? Pallura giaceva supino su le tavole, con una larga ferita in mezzo alla fronte, con un orecchio lacerato, con strappi per le braccia, nei fianchi, in una coscia. Un rivo tiepido gli colava per il cavo degli occhi giù giù sino al mento ed al collo, gli chiazzava la camicia, gli formava grumi nerastri e lucenti sul petto, su la cintola di cuoio, fin su le brache. Giacobbe stava chino sopra quel corpo; tutti gli altri a torno attendevano; una luce d'aurora illuminava i volti perplessi; e, in quel momento di silenzio, dalla riva del fiume si levava il cantico delle rane, e i pipistrelli passavano e ripassavano rasente le teste. D'improvviso Giacobbe drizzandosi, con una gota macchiata di sangue, gridò: -- Non è morto. Respira ancora. Un mormorìo sordo corse per la folla, e i più vicini si protesero per guardare; e l'inquietudine dei lontani cominciò a rompere in clamori. Due donne portarono un boccale d'acqua, un'altra portò qualche brandello di tela; un giovinetto offerse una zucca piena di vino. Fu lavata la faccia al ferito, fu fermato il flusso del sangue alla fronte, fu rialzato il capo. Sorsero quindi alte le voci, chiedendo le cause del fatto. -- Le cento libbre di cera mancavano; appena pochi frantumi di candela rimanevano tra gli interstizi delle tavole nel fondo del traino. I giudizii, in mezzo al sommovimento, di più in più si accendevano e s'inasprivano e cozzavano. E, come un antico odio ereditario ferveva contro il paese di Mascálico, posto di contro su l'altra riva del fiume, Giacobbe disse con la voce rauca, velenosamente: -- Che i ceri sieno serviti a S. Gonselvo? Allora fu come una scintilla d'incendio. Lo spirito di chiesa si risvegliò d'un tratto in quella gente abbrutita per tanti anni nel culto cieco e feroce del suo unico idolo. Le parole del fanatico di bocca in bocca si propagarono. E, sotto il rossore tragico del crepuscolo, la moltitudine tumultuante aveva apparenza d'una tribù di negri ammutinati. Il nome del santo rompeva da tutte le gole, come un grido di guerra. I più ardenti gittavano imprecazioni contro la parte del fiume, agitando le braccia, tendendo i pugni. Poi, tutti quei volti accesi dalla collera e dalla luce, larghi e possenti, a cui i cerchi d'oro degli orecchi e il gran ciuffo della fronte davano uno strano aspetto di barbarie, tutti quei volti si tesero verso il giacente, si addolcirono di misericordia. Fu in torno al traino una sollecitudine pietosa di femmine che volevano rianimare l'agonizzante: tante mani amorevoli gli cambiarono le strisce di tela su le ferite, gli spruzzarono d'acqua la faccia, gli accostarono alle labbra bianche la zucca del vino, gli composero una specie di guanciale più molle sotto la testa. -- Pallura, povero Pallura, non rispondi? Egli stava supino, con gli occhi chiusi, con la bocca semiaperta, con una lanugine bruna su le gote e sul mento, con una mite beltà di giovinezza ancora trasparente dai tratti tesi nella convulsione del dolore. Di sotto alla fasciatura della fronte gli colava un fil di sangue giù per la tempia; agli angoli della bocca apparivano piccole bolle di schiuma rossigna; e dalla gola gli usciva una specie di sibilo fioco, interrotto. Intorno a lui le cure, le domande, gli sguardi febbrili crescevano. La cavalla ogni tanto scoteva la testa e nitriva verso le case. Un'ansietà come d'uragano imminente pesava su tutto il paese. S'intesero allora grida feminili verso la piazza, grida di madre, che parvero più alte in mezzo al subitaneo ammutolimento di tutte le altre voci. E una donna enorme, soffocata dall'adipe, attraversò la folla, giunse gridando presso al traino. Come ella era grave e non poteva salirvi, s'abbattè su i piedi del figlio, con parole d'amore tra i singhiozzi, con laceramenti così acuti di voce rotta e con una espressione di dolore così terribilmente bestiale che per tutti gli astanti corse un brivido e tutti rivolsero altrove la faccia. -- Zaccheo! Zaccheo! cuore mio! gioia mia! -- gridava la vedova, senza finire, baciando i piedi del ferito, attraendolo a sè verso terra. Il ferito si rimosse, torse la bocca per lo spasimo, aprì gli occhi in alto; ma certo non potè vedere, perchè una specie di pellicola umida gli copriva lo sguardo. Grosse lagrime incominciarono a sgorgargli dagli angoli delle palpebre e a scorrere giù per le guance e pel collo; la bocca gli rimase torta; nel sibilo fioco della gola si sentì un vano sforzo di favella. E in torno incalzavano: -- Parla, Pallura! Chi t'ha ferito? Chi t'ha ferito? Parla! Parla! E sotto la domanda fremevano le ire, si addensavano i furori, un sordo tumulto di vendicazione si riscoteva, e l'odio ereditario ribolliva nell'animo di tutti. -- Parla! Chi t'ha ferito? Dillo a noi! Dillo a noi! Il moribondo aprì gli occhi un'altra volta; e come gli tenevano serrate ambo le mani, forse per quel vivo contatto di calore gli spiriti un istante gli si ridestarono, lo sguardo si illuminò. Egli ebbe su le labbra un balbettamento vago, tra la schiuma che sopravveniva più copiosa e più sanguigna. Non si capivano ancora le parole. Si udì nel silenzio la respirazione della moltitudine anelante, e gli occhi ebbero in fondo una sola fiamma, poichè tutti gli animi attendevano una parola sola. -- ... Ma... Ma... Ma... scálico... -- Mascálico! Mascálico! urlò Giacobbe che stava chino, con l'orecchio teso, ad afferrare le sillabe fievoli da quella bocca morente. Un fragore immenso accolse il grido. Nella moltitudine fu dapprima un mareggiamento confuso di tempesta. Poi, quando una voce soverchiante il tumulto gittò l'allarme, la moltitudine a furia si sbandò. Un pensiero solo incalzava quelli uomini, un pensiero che pareva balenato a tutte le menti in un attimo: armarsi di qualche cosa per colpire. Su tutte le coscienze instava una specie di fatalità sanguinaria, sotto il gran chiaror torvo del crepuscolo, in mezzo all'odore elettrico emanante dalla campagna ansiosa. IV. E la falange, armata di falci, di ronche, di scuri, di zappe, di schioppi, si riunì su la piazza, dinanzi alla chiesa. E gli idolatri gridavano: -- San Pantaleone! Don Cònsolo, atterrito dallo schiamazzo, s'era rifugiato in fondo a uno stallo, dietro l'altare. Un manipolo di fanatici, condotto da Giacobbe, penetrò nella cappella maggiore, forzò le grate di bronzo, giunse nel sotterraneo, dove il busto del santo si custodiva. Tre lampade, alimentate d'olio d'oliva, ardevano dolcemente nell'aria umida del sacrario; dietro un cristallo, l'idolo cristiano scintillava con la testa bianca in mezzo a un gran disco solare; e le pareti sparivano sotto la ricchezza dei doni. Quando l'idolo, portato su le spalle da quattro ercoli, si mostrò alfine tra i pilastri del vestibolo, e s'irraggiò alla luce aurorale, un lungo anelito di passione corse il popolo aspettante, un fremito come d'un vento di gioia volò sopra tutte le fronti. E la colonna si mosse. E la testa enorme del santo oscillava in alto, guardando innanzi a sè dalle due orbite vuote. Nel cielo ora, in mezzo all'accensione eguale e cupa, a tratti passavano solchi di meteore più vive; gruppi di nuvole sottili si distaccavano dall'orlo della zona, e galleggiavano lentamente dissolvendosi. Tutto il paese di Radusa appariva in dietro come un monte di cenere che covasse il fuoco; e, dinanzi, le masse della campagna si perdevano con un luccichìo indistinto. Un gran cantico di rane empiva la sonorità della solitudine. Su la strada del fiume il traino di Pallura fece ostacolo all'incedere. Era vuoto, ma conservava tracce di sangue in più parti. Imprecazioni irose scoppiarono d'improvviso nel silenzio. Giacobbe gridò: -- Mettiamoci il santo! E il busto fu posato su le tavole e tirato a forza di braccia nel guado. La processione di battaglia così attraversava il confine. Lungo le file correvano lampi metallici; le acque invase rompevano in sprazzi luminosi, e tutta una corrente rossa fiammeggiava fra i pioppetti, nel lontano, verso le torri quadrangolari. Mascálico si scorgeva su una piccola altura, in mezzo agli olivi, dormente. I cani abbaiavano qua e là, con una furiosa persistenza di risposte. La colonna, uscita dal guado, abbandonando la via comune, avanzava a passi rapidi per una linea diretta che tagliava i campi. Il busto d'argento era portato di nuovo a spalle, dominava le teste degli uomini tra il grano altissimo, odorante e tutto stellante di lucciole vive. D'improvviso, un pastore, che stava dentro un covile di paglia a guardare il grano, invaso da un pazzo sbigottimento in cospetto di tanta gente armata, si diede a fuggire su per la costa, strillando a squarciagola: -- Aiuto! aiuto! E gli strilli echeggiavano nell'oliveto. Allora fu che i Radusani fecero impeto. Fra i tronchi degli alberi, fra le canne secche, il santo di argento traballava, dava tintinni sonori agli urti dei rami, s'illuminava di lampi vivissimi ad ogni accenno di precipizio. Dieci, dodici, venti schioppettate grandinarono in un balenìo vibrante, una dopo l'altra su la massa delle case. Si udirono crepiti, poi grida; poi si udì un gran sommovimento clamoroso: alcune porte si aprirono, altre si chiusero; caddero vetri in frantumi, caddero vasi di basilico, spezzati su la via. Un fumo bianco si levava nell'aria placidamente, dietro la corsa degli assalitori, su per l'incandescenza celeste. Tutti, accecati, in una furia belluina, gridavano: -- A morte! a morte! Un gruppo di idolatri si manteneva in torno a san Pantaleone. Vituperii atroci contro san Gonselvo irrompevano tra l'agitazione delle falci e delle ronche brandite. -- Ladro! Ladro! Pezzente! Le candele! Le candele! Altri gruppi prendevano d'assalto le porte delle case, a colpi d'accetta. E, come le porte sgangherate e scheggiate cadevano, i Pantaleonidi saltavano nell'interno urlando, per uccidere. Femmine seminude si rifugiavano negli angoli, implorando pietà; si difendevano dai colpi, afferrando le armi e tagliandosi le dita; rotolavano distese sul pavimento, in mezzo a mucchi di coperte e di lenzuoli da cui uscivano le loro flosce carni nutrite di rape. Giacobbe alto smilzo rossastro, fascio di aride ossa reso formidabile dalla passione, condottiero della strage, si arrestava ad ogni tratto per fare un largo gesto imperatorio sopra tutte le teste con una gran falce fienaia. Andava innanzi, impavido, senza cappello, nel nome di san Pantaleone. Più di trenta uomini lo seguivano. E tutti avevano la sensazione confusa e ottusa di camminare in mezzo a un incendio, sopra un terreno oscillante, sotto una vôlta ardente che fosse per crollare. Ma da ogni parte cominciarono ad accorrere i difensori, i Mascalicesi forti e neri come mulatti, sanguinarii, che si battevano con lunghi coltelli a scatto, e tiravano al ventre e alla gola, accompagnando di voci gutturali il colpo. La mischia si ritraeva a poco a poco verso la chiesa; dai tetti di due o tre case già scoppiavano le fiamme; un'orda di femmine e di fanciulli fuggiva a precipizio tra gli olivi, presa dal pánico, senza più lume negli occhi. Allora tra i maschi, senza impedimento di lagrime e di lamenti, la lotta a corpo a corpo si strinse più feroce. Sotto il cielo color di ruggine, il terreno si copriva di cadaveri. Stridevano vituperii mozzi tra i denti dei colpiti; e continuo tra i clamori persisteva il grido dei Radusani: -- Le candele! Le candele! Ma la porta della chiesa restava sbarrata, enorme, tutta di quercia, stellante di chiodi. I Mascalicesi la difendevano contro gli urti e contro le scuri. Il santo d'argento, impassibile e bianco, oscillava nel folto della mischia, ancora sostenuto su le spalle dei quattro ercoli che sanguinavano tutti dalla testa ai piedi, non volendo cadere. Ed era nel supremo voto degli assalitori mettere l'idolo su l'altare del nemico. Ora mentre i Mascalicesi si battevano da leoni, prodigiosamente, sul gradino di pietra, Giacobbe disparve all'improvviso, girò il fianco dell'edifizio, cercando un varco non difeso per penetrare nel sacrario. E come vide un'apertura a poca altezza da terra, vi si arrampicò, vi rimase tenuto ai fianchi dall'angustia, vi si contorse, fin che non giunse a far passare il suo lungo corpo giù per lo spiraglio. Il cordiale aroma dell'incenso vaniva nel gelo notturno della casa di Dio. A tentoni nel buio, guidato dal fragore della pugna esterna, quell'uomo camminò verso la porta, inciampando nelle sedie, ferendosi alla faccia, alle mani. Rimbombava già il lavorio furioso delle accette radusane su la durezza della quercia, quando egli cominciò con un ferro a forzare le serrature, anelante, soffocato da una violenta palpitazione di ambascia che gli diminuiva la forza, con la vista attraversata da bagliori fatui, con le ferite che gli dolevano e gli mettevano un'onda tiepida giù per la cute. -- San Pantaleone! San Pantaleone! -- gridarono di fuori le voci rauche de' suoi che sentivano cedere lentamente la porta, raddoppiando gli urti e i colpi di scure. A traverso il legno giungeva lo schianto grave dei corpi che stramazzavano, il colpo secco del coltello che inchiodava là qualcuno per le reni. E pareva a Giacobbe che tutta la navata rimbombasse al battito del suo selvaggio cuore. V. Dopo un ultimo sforzo, la porta si aprì. I Radusani si precipitarono con un immenso urlo di vittoria, passando su i corpi degli uccisi, traendo il santo d'argento all'altare. E una viva oscillazione di riverberi invase d'un tratto l'oscurità della navata, fece brillare l'oro dei candelabri, le canne dell'organo, in alto. E in quel chiaror fulvo, che or sì or no dall'incendio delle prossime case vibrava dentro, una seconda lotta si strinse. I corpi avviluppati rotolavano su i mattoni, non si distaccavano più, balzavano insieme qua e là nei divincolamenti della rabbia, urtavano e finivano sotto le panche, su i gradini delle cappelle, contro gli spigoli dei confessionali. Nella concavità raccolta della casa di Dio, il suono agghiacciante del ferro che penetra nelle carni o che scivola su le ossa, quell'unico gemito rotto dell'uomo che è colpito in una parte vitale, quello scricchiolìo che dà la cassa del cranio nell'infrangersi al colpo, il ruggito di chi non vuol morire, l'ilarità atroce di chi è giunto ad uccidere, tutto distintamente si ripercoteva. E il mite odore dell'incenso vagava sul conflitto. L'idolo d'argento non anche aveva attinto la gloria dell'altare, poichè un cerchio ostile ne precludeva l'accesso. Giacobbe si batteva con la falce, ferito in più parti, senza cedere un palmo del gradino che primo aveva conquistato. Non rimanevano se non due a sorreggere il santo. L'enorme testa bianca barcollava come ebra sul bulicame del sangue iroso. I Mascalicesi imperversavano. Allora san Pantaleone cadde sul pavimento, dando un tintinno acuto che penetrò nel cuore di Giacobbe più a dentro che punta di coltello. Come il rosso falciatore si slanciò per rialzarlo, un gran diavolo d'uomo con un colpo di ronca stese il nemico su la schiena. Due volte questi si risollevò, e altri due colpi lo rigettarono. Il sangue gli inondava tutta la faccia e il petto e le mani; per le spalle e per le braccia le ossa gli biancicavano scoperte nei tagli profondi; ma pure egli si ostinava a riavventarsi. Inviperiti da quella feroce tenacità di vita, tre, quattro, cinque bifolchi insieme gli diedero a furia nel ventre d'onde le viscere sgorgarono. Il fanatico cadde riverso, battè la nuca sul busto d'argento, si rivoltò d'un tratto bocconi con la faccia contro il metallo, con le branche stese innanzi, con le gambe contratte. E san Pantaleone fu perduto. L'EROE. Già i grandi stendardi di San Gonselvo erano usciti su la piazza ed oscillavano nell'aria pesantemente. Li reggevano in pugno uomini di statura erculea, rossi in volto e con il collo gonfio di forza, che facevano giuochi. Dopo la vittoria su i Radusani, la gente di Mascalico celebrava la festa di settembre con magnificenza nuova. Un meraviglioso ardore di religione teneva gli animi. Tutto il paese sacrificava la recente ricchezza del fromento a gloria del Patrono. Su le vie, da una finestra all'altra, le donne avevano tese le coperte nuziali. Gli uomini avevano inghirlandato di verzura le porte e infiorato le soglie. Come soffiava il vento, per le vie era un ondeggiamento immenso e abbarbagliante di cui la turba si inebriava. Dalla chiesa la processione seguitava a svolgersi e ad allungarsi su la piazza. Dinanzi all'altare, dove san Pantaleone era caduto, otto uomini, i privilegiati, aspettavano il momento di sollevare la statua di san Gonselvo; e si chiamavano: Giovanni Curo, l'Ummálido, Mattalà, Vincenzio Guanno, Rocco di Céuzo, Benedetto Galante, Biagio di Clisci, Giovanni Senzapaura. Essi stavano in silenzio, compresi della dignità del loro ufficio, con la testa un po' confusa. Parevano assai forti; avevano l'occhio ardente dei fanatici; portavano agli orecchi, come le femmine, due cerchi d'oro. Di tanto in tanto si toccavano i bicipiti e i polsi, come per misurarne la vigoria; o tra loro si sorridevano fuggevolmente. La statua del Patrono era enorme, di bronzo vuoto, nerastra, con la testa e con le mani di argento, pesantissima. Disse Mattalà: -- Avande! In torno, il popolo tumultuava per vedere. Le vetrate della chiesa romoreggiavano ad ogni colpo di vento. La navata fumigava di incenso e di belzuino. I suoni degli stromenti giungevano ora sì ora no. Una specie di febbre religiosa prendeva gli otto uomini, in mezzo a quella turbolenza. Essi tesero le braccia, pronti. Disse Mattalà: -- Una!... Dua!... Trea!... Concordemente, gli uomini fecero Io sforzo per sollevare la statua di su l'altare. Ma il peso era soverchiante: la statua barcollò a sinistra. Gli uomini non avevano potuto ancora bene accomodare le mani intorno alla base per prendere. Si curvavano tentando di resistere. Biagio di Clisci e Giovanni Curo, meno abili, lasciarono andare. La statua piegò tutta da una parte, con violenza. L'Ummálido gittò un grido. -- Abbada! Abbada! -- vociferavano intorno, vedendo pericolare il Patrono. Dalla piazza veniva un frastuono grandissimo che copriva le voci. L'Ummálido era caduto in ginocchio; e la sua mano destra era rimasta sotto il bronzo. Così, in ginocchio, egli teneva gli occhi fissi alla mano che non poteva liberare, due occhi larghi, pieni di terrore e di dolore; ma la sua bocca torta non gridava più. Alcune gocce di sangue rigavano l'altare. I compagni, tutt'insieme, fecero forza un'altra volta per sollevare il peso. L'operazione era difficile. L'Ummálido, nello spasimo, torceva la bocca. Le femmine spettatrici rabbrividivano. Finalmente la statua fu sollevata; e l'Ummálido ritrasse la mano schiacciata e sanguinolenta che non aveva più forma. -- Va a la casa, mo! Va a la casa! -- gli gridava la gente, sospingendolo verso la porta della chiesa. Una femmina si tolse il grembiule e gliel'offerse per fasciatura. L'Ummálido rifiutò. Egli non parlava; guardava un gruppo d'uomini che gesticolavano in torno alla statua e contendevano. -- Tocca a me! -- No, no! Tocca a me! -- No! a me! Cicco Ponno, Mattia Scafarola e Tommaso di Clisci gareggiavano per sostituire nell'ottavo posto di portatore l'Ummálido. Costui si avvicinò ai contendenti. Teneva la mano rotta lungo il fianco, e con l'altra mano si apriva il passo. Disse semplicemente: -- Lu poste è lu mi'. E porse la spalla sinistra a sorreggere il Patrono. Egli soffocava il dolore stringendo i denti, con una volontà feroce. Mattalà gli chiese: -- Tu che vuo' fa'? Egli rispose: -- Quelle che vo' sante Gunzelve. E, insieme con gli altri, si mise a camminare. La gente lo guardava passare, stupefatta. Di tanto in tanto, qualcuno, vedendo la ferita che dava sangue e diventava nericcia, gli chiedeva al passaggio: -- L'Ummá, che tieni? Egli non rispondeva. Andava innanzi gravemente, misurando il passo al ritmo delle musiche, con la mente un po' alterata, sotto le vaste coperte che sbattevano al vento, tra la calca che cresceva. All'angolo d'una via cadde, tutt'a un tratto. Il santo si fermò un istante e barcollò, in mezzo a uno scompiglio momentaneo: poi si rimise in cammino. Mattia Scafarola subentrò nel posto vuoto. Due parenti raccolsero il tramortito e lo portarono nella casa più vicina. Anna di Céuzo, ch'era una vecchia femmina esperta nel medicare le ferite, guardò il membro informe e sanguinante; e poi scosse la testa. -- Che ce pozze fa'? Ella non poteva far niente con l'arte sua. L'Ummálido, che aveva ripreso gli spiriti, non aprì bocca. Seduto, contemplava la sua ferita, tranquillamente. La mano pendeva, con le ossa stritolate, oramai perduta. Due o tre vecchi agricoltori vennero a vederla. Ciascuno, con un gesto o con una parola, espresse lo stesso pensiero. L'Ummálido chiese: -- Chi ha purtate lu Sante? Gli risposero: -- Mattia Scafarola. Di nuovo, chiese: -- Mo che si fa? Risposero: 1 2 3 ' . 4 . ; 5 « ? » : « ? » 6 7 . . 8 : 9 ' 10 . , 11 ' . 12 . 13 , : « ! » 14 , , 15 . 16 17 . 18 ' . 19 ' 20 . , 21 : , 22 . 23 . 24 ' , 25 ' , 26 ' . , 27 ' , ; 28 , . 29 , ' ; 30 ' ; 31 , , . 32 33 . , 34 , , 35 . , 36 . , 37 , 38 . 39 40 . 41 42 . 43 . ' : - - ? ? 44 ? - - . , 45 , . 46 47 . 48 , ' , - 49 - . 50 . ' 51 : 52 , 53 ; 54 ; 55 , , . , 56 . . 57 58 , 59 ' 60 . 61 , ' ; 62 ; 63 ; 64 , . , 65 ' ; 66 , , ' 67 ' . 68 69 ; 70 , 71 . , 72 . 73 74 ; 75 . 76 , 77 ; 78 , . : 79 . , 80 , ' , 81 ' , , 82 . ; ' 83 . 84 85 , 86 . , 87 . 88 89 90 . 91 92 , , ' 93 ' , , 94 ' 95 , ' . , 96 , , , 97 , . 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