Così Orsola al fine aveva concesso a Marcello un ritrovo. Si sarebbero ritrovati in una casa remota del sobborgo, in fondo a un vico deserto, dove nessuno li avrebbe spiati, una domenica di giugno, stando Camilla nella chiesa più lungo tempo, facendo buona guardia Lindoro. Nei giorni precedenti quel gran fatto, Orsola era tenuta da una eccitazione amara, da una specie di febbre che a volte le dava il battito dei denti e le vampe alla faccia e i brividi alla radice dei capelli, alla nuca. Ella non poteva più star ferma, non poteva più star seduta; poichè una furia di mobilità le sollecitava tutte le membra. Nella scuola, in mezzo al coro eguale dei discepoli, in mezzo a quello stillicidio continuo di sillabe, uno spirito di ribellione le abbagliava la vista all'improvviso, ed ella avrebbe voluto balzare tra i fanciulli, sconvolgere con le mani tutte quelle capigliature, rovesciare la lavagna, le tabelle, le panche, rompere in grida, spezzare qualche cosa, stordirsi. Sotto lo sguardo freddo e scrutatore di Camilla, poco mancava che ella non svenisse per lo spasimo, per la bile, per l'immenso sforzo interiore di dissimulazione. Poi, quando Camilla usciva, ella si agitava per tutte le stanze, moveva le sedie, morsicchiava un fiore, beveva d'un fiato un gran bicchier d'acqua, si guardava nello specchio, si affacciava alla finestra, si abbatteva a traverso il letto, sfogava in mille modi l'irrequietudine, l'esuberanza della vitalità sensuale. Tutto il suo corpo, nel tardivo fermento della verginità, si era arricchito ed espanto. La sua testa non era bella, non aveva la quadratura vigorosa, lo splendore olivastro di certe razze d'Abruzzo, quelle pure linee del naso e del mento svolgentisi grecamente nella latina ampiezza della faccia. Ma ella, inconsapevole, sotto la goffaggine delle vesti grige, sotto la cascaggine delle pieghe incomposte, celava un bel corpo delicato. Erano i giorni primi di giugno: sorgeva l'estate dalla primavera, come da un campo d'erbe un àloe. Tra il mare e il fiume tutto il paese di Pescara godeva nella ventilazione salina e nel refrigerio fluviale, come distendendo le braccia verso quei naturali confini d'acqua amara e d'acqua dolce. Salivano alla stanza di Orsola allora le blandizie della temperie; insetti lucidi urtavano ai vetri e rimbalzavano, come una grandine d'oro. La vergine, se era sola, provava un bisogno di distendersi, di gettare lungi le vesti, di giacere, e di raccogliere su la pelle quella blandizia ignota che fluttuava nell'aria. Cominciava lentamente a spogliarsi, con gesti pigri, indugiando con le dita in torno alle allacciature e ai fermagli, facendo piccoli sforzi svogliati nel cacciar fuori le braccia dalle maniche, fermandosi a mezzo e abbandonando in dietro la testa dai capelli crespi e corti, quella sua testa di giovincello. Lentamente, sotto l'amorosa fatica, dalla informità delle vesti, come dalla scoria del tempo una statua diseppellita, il corpo ignudo si rivelava. Un mucchio di lana e di tela vile era ai piedi della pulzella così purificata, e da quel mucchio ella come da un piedestallo sorgeva nella luce coronandosi con le braccia, mentre al contatto dell'aria una vibrazione a pena visibile le correva a fior della pelle. In quell'attitudine momentanea tutte le linee del torso si distendevano e salivano verso il capo ricinto: si appianava la leggera onda del ventre non anche deturpato dalla concezione; gli archi delle coste si disegnavano in rilievo. Poi, se un insetto entrava nella stanza, il ronzìo aliante in torno ed accennante ad attingere la nudità, il ronzìo sbigottiva Orsola; ed era allora un difendersi dalla puntura mal temuta, erano movimenti serpentini, scatti di muscoli sotto la cute, paurosi raggruppamenti di membra, falli dei malleoli non bene forti al gioco. Poi, così eccitata dal moto e calda, ella aveva voglie nuove. Apriva l'uscio, cauta in sospetto; e metteva fuori il capo guardando nell'altra stanza. C'era un odore di chiuso, quello squallore inanimato che hanno le scuole senza fanciulli. Nelle tabelle quadrate l'alfabeto cubitale e i gruppi dei dittonghi e delle sillabe stavano muti dominatori del luogo. Orsola si avanzava evitando co' piedi nudi gli interstizii del pavimento smosso, provando la titubanza di chi cammina scalzo per la prima volta su un piano aspro e la confusione di una donna che non sente più in torno al suo passo l'impedimento abituale della veste. Andava così fino alla terza stanza, dov'era l'acqua. Intingeva le mani, si spruzzava tutta, coraggiosamente, sussultando se una gocciola più grossa le rigava l'epidermide. Usciva di là, tutta sparsa di rugiada: andava verso lo specchio di un antico canterano. Restavano in quel canterano ancora frammenti d'intarsio qua e là. Lo specchio, che celava un armario sovrastante, aveva in torno fregi misti d'oro e di colori e in alto due puttini decapitati. Orsola saliva fin là, attratta da una irresistibile curiosità di vedersi nuda. La sua persona tutta ancora fresca di gocciole sorgeva nell'offuscamento dello specchio come in un verdazzurro fondo marino. Ella si guardava sorridendo. Il sorriso, ogni movimento dei muscoli pareva far tremolare tutte le linee della nudità nello specchio come quelle di una imagine dentro le acque. Allora ella cominciava una specie di mimica vanitosa, guardando riprodursi tutti i suoi gesti nella lastra, aprendo le labbra per mostrare i denti, alzando le braccia per mostrare le ascelle, presentando la schiena arcata e forzando il capo a volgersi in dietro; fin che un pazzo impeto di ilarità, dinanzi a quello spettacolo di sè, le scuoteva tutta la persona. In fondo in fondo, dietro la donna, si rifletteva dalla parete avversa la tabella dell'alfabeto. XIV. Ora avvenne che in uno di quei momenti battesse alla porta della scala Lindoro venuto su con le conche. Orsola gridò: -- Aspetta! E raccolse da terra le vesti, in furia; se le mise addosso, in furia; andò ad aprire. Erano le sei di sera: il riverbero bianco del palazzo di Brina entrava nella stanza; tutto il paese di Pescara, grande ospizio di rondini, cantava. I due, in mezzo, ritti, parlarono del ritrovo imminente. Lindoro con la sua loquacità cercava di vincere le estreme esitazioni della pulzella; poichè egli già teneva una parte della mercede, e l'adescava il resto. L'artifizio persuasore gli avvivava le parole, gli occhi, i gesti. Egli aveva nel fiato l'odore del vino, e nella faccia, su le tempie, pe 'l passaggio recente del rasoio, piccole macchie rosee e violacee. Mentre parlava gli si scopriva la fila dei denti eguale e schietta, una di quelle forti chiostre che spesso armano le bocche plebee; e la singolarità emergeva vivacemente dalla generale turpitudine dell'uomo. Orsola opponeva dubbii, paure, ad interrompere; ma già, poi che l'impudicizia a mano a mano sorgendo più calda dal fòmite del vino bevuto si insinuò nelle persuasioni del galeotto, ella cominciava a turbarsi. S'era ritirata a poco a poco verso il muro, appoggiandovisi. Dalle aperture, lasciate qua e là nell'abito per la furia del rivestirsi, si intravedevano i lembi del lino. La gola era tutta scoperta, i piedi senza calze nascondevano nelle pianelle soltanto le dita. Ma ella, a un punto, involontariamente, per quel cieco istinto da cui una donna è avvertita d'essere innanzi a un uomo bramoso, corse con la mano a chiudere sotto la gola, sul petto gli uncinelli. Quell'atto, col quale Orsola così riconosceva nel mezzano l'uomo, quell'improvviso atto fece scattare dall'abbiezione di Lindoro un impeto di orgoglio maschile. -- Ah, egli dunque aveva potuto per sè stesso turbare una donna! -- E si fece più da presso; e, come il coraggio del vino lo animava, quella volta nessun ritegno di viltà trattenne il bruto. XV. Orsola rimase inerte, lunga su i mattoni, con nelle vesti, con in tutta la figura lo scompiglio della donna violata. Ma, quando udì i passi di Camilla nella scala, dal fondo della sua languidezza si levò su un gomito; rapidamente passò le mani su le vesti sconvolte; ritrovò le parole per dire alla sorella che una sùbita mancanza di forze l'aveva fatta cadere nel mezzo della stanza. Fuori, annottava. Sul paese si spandeva la grande frescura glauca della sera di giugno, originante dall'Adriatico. Voci e risa empivano la piazza; giù pe 'l casamento cantava la gioia sabatina degli abitanti sollevati. Dal secondo pianerottolo Teodora La Jece gridò: -- Comare Camilla, comare Orsola, venite? Orsola seguì la sorella, senza parlare, senza pensare. Durava fatica a ricordarsi: una specie di ebetudine le teneva ancora la memoria. Teodora le empiva gli orecchi del suo chiacchierio di femmina maldicente e petulante. -- Sapete, comare, la figlia di Rachela Catena si marita. -- Ah. -- Sapete, piglia Giovannino Speranza, quel rosso che tiene locanda alla Pesceria e ha il mal di San Donato, liberanosdòmine. -- Ah. -- Sapete, comare; Checchina Madrigale se n'è scappata un'altra volta a Francavilla. Voi la conoscete: quella grassa che sta di casa a Gloria, nera, col naso a becco.... quella. Teodora seguitando aveva preso il passo di Orsola. Camilla veniva un poco in dietro, a capo chino, senza badare ai peccati di mormorazione che la lingua della tessitrice commetteva contro il prossimo. Per le vie tutta la gente godeva l'aria; gruppi di donne passavano, in vesti di tela, con braccia nude sino al gómito. -- Comare, guardate Graziella Potavigna che falbalà s'è messo! Guardate Rosa Zazzetta, con un sergente avanti e uno dietro.... Ah, voi non sapete? E qui una storia d'amorazzi piena d'indiscrezioni salaci, susurrata quasi all'orecchio. Per obliare, Orsola si immerse nel pettegolezzo intieramente, con una specie di furia convulsa, non dando a sè stessa il tempo di ripensare, interrogando, eccitando Teodora alla chiacchiera, temendo gli intervalli di silenzio, riempiendoli con sussulti di riso. Ella aveva quasi un godimento amaro a sentire i vituperii degli altri. -- Oh! ecco Don Paolo! Veniva in contro con la sua bella placidezza Don Paolo Seccia, un ottuagenario ancora aspro e verde come un ginepro. -- Venite con noi, Don Paolo: usciamo fuori. Tutti i macelli per la via di qua, di là, avevano i loro manzi freschi penzolanti in mezzo alla porta: l'odore della carne bovina si spandeva dalle ventraie aperte e assaliva le nari. Più in su, lunghe file di maccheroni stavano attelate al lume della luna che le guardava dalla cima di un'antenna soperchiante la caserma. Gruppi di soldati si affollavano in torno alle rivenditrici di frutta, vociferando. -- Andiamo alla Bandiera -- disse Teodora, dando la precedenza a Don Paolo ed a Camilla. Orsola passò in mezzo a tutti quei romori e quegli odori forti, stordita. Cominciava alfine uno sbigottimento vago a sommuoversi dal fondo, a torcerle la bocca nel riso, nelle parole, a impedirle la lingua. Anche certi piccoli tormenti fisici la molestavano e la richiamavano alla realità delle cose. Ella non sapeva più sfuggire a sè stessa: le moriva la voce fra i denti, l'angoscia le serrava la gola, il fantasma del peccato enorme e irrimediabile le si drizzava dinanzi. Ella ora si sentiva morire dalla fatica di reggersi in piedi, di mettere i passi: si sentiva percossa dalla spietata animazione della vita nella strada che è di tutti. -- Dunque, comare mia, quel guercio del marito senza saper nulla di nulla... -- diceva Teodora riannodando la maldicenza interrotta. Andavano per la Bandiera. Il ponte a battelli, su la sinistra, cavalcava il fiume. Dall'altro lato, la mole cupa e grave del bastione si disegnava nel chiarore. I vecchi cannoni di ferro, piantati con la bocca nel terreno, si dilungavano in fila trattenendo le gómene; grandi áncore di ferro ingombravano lo scalo. Nelle tolde, a riva, i marinari sotto le tende mangiavano e fumavano: le tende illuminate contrastavano con un rossore sanguigno l'albore della luna. Intorno alle proe, su l'acqua larghe chiazze come di materia liquefatta fluttuavano lentamente. -- ... mandò a chiamare Don Nereo Memma, figuratevi! -- seguitava Teodora, implacabile. -- Chi parla del dottor Dulcamara? -- fece Don Paolo, a cui era giunto quel nome, ridendo dalla franca bocca ancora armata di avorii. Orsola non sentiva più: ella era pallida come la faccia della luna. Da prima, tutta quella gran pace luminosa piovente dal cielo sul fiume e tutte quelle lunghe vene di odore marino correnti pe 'l fresco le avevano dato sollievo; poichè dinanzi a quello spettacolo di dolcezza i fantasmi vagheggiati dell'amore in fondo a lei si risollevavano e le sommità del sentimento al raggio lunare riscintillavano. Fu, súbito dopo, un tumulto confuso in cui ella udiva battere le arterie con un susurrìo assordante che parve dilatarsi e riempire tutta l'aria d'un tratto. Le mancava sotto i piedi il suolo fermo. Il limite delle acque si confuse, per la vertigine; il fiume invase la strada; acque acque acque si spársero in torno. Poi, d'un tratto, uno scintillìo di bagliori si accese dentro gli occhi di lei, un tremolìo crescente di fiammelle fatue che rompevano, si intrecciavano, si allontanavano, e si fondevano e perdevano serpentinamente nell'ombra. In quella illuminazione la figura di Marcello compariva e spariva, con una rapidità e una mutabilità di sogno. La vertigine cessò. Orsola riconobbe i riflessi della luna nel fiume placido; continuò a camminare, stupefatta, indebolita, quasi in punto di venir meno. -- Stanca, eh? comare; voi non siete abituata, si sa. Appoggiatevi a me, appoggiatevi -- diceva Teodora. -- La figlia di Donna Mentina Ussoria, quella più piccola, butterata, stava proprio innanzi alla bottega, sapete, su la piazzetta... Erano alla caserma dei finanzieri. Grandi mucchi di carrùbe mandavano un odore forte come di pelli conciate; e la strada seminata di scaglie d'ostriche scricchiolava sotto i passi. Due sciàbiche, presso la riva, facevano pesca d'anguille, in silenzio, con la luna propizia. Ma la sonorità del mare empiva di grandezza il silenzio. Annunziavano la foce gli ondeggiamenti del sale superanti il lieve fiore dell'acqua dolce. -- Torniamo in dietro, belle figliuole -- disse Don Paolo, prendendo una carruba dal mucchio vicino. Orsola si lasciava condurre. Ella durava fatica a rattenere l'ansia del respiro; poichè ora il suo stato, con una terribilità incalzante, le si ripresentava dinanzi e schiacciava tutti gli aneliti e i tumulti del sentimento suscitati dalla voluttà della notte lunare. Ella vedeva, nella fissazione del suo pensiero, la figura di Lindoro levarsi e vivere; si sentiva un'altra volta afferrare e palpare da quelle mani aspre, soffocare da quel fiato caldo di vino e di libidine, violare su i mattoni della stanza. Ma in quel momento, pensava, ella non aveva resistito, non aveva gridato, non aveva fatto nessun moto per opporsi; ella aveva soggiaciuto, senza forze, non distinguendo più nulla, non sentendo se non una gran gioia mista di dolore inondarle le fibre. Allora il ribrezzo e il languore si avvicendarono nella sua carne, agghiacciandola, affocandola. Inconsapevole, guardava innanzi a sè, pallida e con gli occhi ingranditi e più neri. -- Sentite come il vino canta! -- disse Don Paolo, soffermandosi. Nelle barche i marinai stavano distesi tra i cordami, in mezzo al fumo del tabacco di Dalmazia, e cantavano di femmine belle, in gran coro. XVI. Camilla, su l'inginocchiatoio, pregò a voce bassa, co 'l capo prostrato, con giunte le mani, lungamente; poi accese la lampada votiva a Maria Vergine, per la notte; piegò poi nel sonno tenendo il dolce cuore di Gesù tra i fiori vizzi del seno. Il suo respiro di dormiente era religioso come se sfiorasse l'ostia sacra su la paténa d'argento. Nella volta le ombre seguivano le oscillazioni della fiammella alimentata dall'olio. I rumori del legno che si dilata e dei tarli che ródono, le voci misteriose dei vecchi mobili nella calma notturna, rompevano il silenzio. Orsola stava nello stesso letto, a fianco di Camilla, distesa, senza muoversi, senza chiudere gli occhi, poichè una grande stanchezza insonne le occupava le membra e la vigilanza assidua dell'angoscia le martoriava l'anima tapina. Ella ascoltava il silenzio; spiava sè stessa con una curiosità ansiosa, come per sentire qual mutamento si fosse compiuto nell'essere suo. A un tratto, Camilla nel sonno cominciò a mormorare parole confuse, frammenti di parole incomprensibili, movendo appena le labbra, mettendo lunghi respiri. La testa di lei, scarna, affilata, scolpita rigidamente dalla penitenza e dal digiuno, ingiallita dal lume della lampada, posava su la bianchezza del guanciale come una effigie mal dorata di santa sopra una raggiera. Piccole ombre violacee segnavano l'interno delle narici, i solchi del collo teso e pieno di corde, le fosse delle gote, le occhiaie d'onde sporgeva grande il globo coperto dalla pelle molle della pálpebra. Ella pareva così il cadavere di una martire, dentro cui scendesse lo spirito di Dio. Benchè quello dei soliloquii notturni non fosse il primo, Orsola sentì freddo in mezzo ai capelli: un terrore improvviso l'assalì e la oppresse. Ella istintivamente si rannicchiò, cercò di allontanarsi dal corpo della sorella ritraendosi su l'orlo della sponda; stette immobile, sospesa negli intervalli di silenzio, con gli occhi fissi su la bocca della dormiente, provando un sordo sussulto in mezzo al petto se quelle labbra si movevano a profferire nuove parole. Ella non comprendeva; ma qualche cosa di lontanamente profondo e di solenne era in quel mormorìo interrotto, un mistero soprannaturale si levava da quel corpo inerte e inconsapevole che parlava senza udire la propria voce. Nella stanza passava l'alito del sepolcro; per la fantasia sconvolta dell'insonne le ombre oscillanti prendevano forme spaventose e minacciose di spettri; l'aria pareva solcata da romori ignoti. Tutte le cose su cui l'allucinata si rifugiava con lo sguardo, tutte le cose si trasformavano e si animavano ed andavano verso di lei. Allora l'idea del castigo e della pena eterna ancora una volta le risorse nella conscienza e la incalzò. Ella si abbattè sotto l'incubo del suo peccato, mettendo in croce le braccia sul petto per difendersi dalle minacce dei demoni, tentando pregare con la lingua impedita dal terrore, aggrappandosi con un supremo slancio all'áncora del pentimento, all'ultima salvezza. Ella si sentiva perduta, chiedeva misericordia dall'intimo del suo cuore al divino Sposo tradito, a Gesù buono e grande, a Colui che perdona. La voce di Camilla si esalava in sospiri, si confondeva in un borboglìo tremulo, si spegneva nella respirazione lenta ed eguale, a mano a mano che l'entusiasmo del sogno mistico si andava placando. Le ombre seguitavano ad oscillare. Non ancora il Crocefisso discendeva dalla parete a raccogliere con le dolcissime braccia la pecorella tornante all'ovile. XVII. -- Ha detto il Signore per bocca del profeta Gioele, figlio di Petuel: «Avverrà che io spanderò il mio Spirito sopra ogni carne, e i vostri figliuoli e le vostre figliuole profetizzeranno; i vostri vecchi sogneranno sogni, i vostri giovani vedranno visioni.» Questo Spirito di cui gli Apostoli ebbero le primizie e la beatitudine, fu per essi e per noi uno Spirito di verità, uno Spirito di santità e uno Spirito di forza... O divino amore, o sacro legame che unisci il Padre e il Figlio, Spirito onnipotente, fedele consolatore degli afflitti, pénetra negli abissi profondi del nostro cuore e infondici la tua gran luce! -- Così predicava Don Gennaro Tierno nella Pentecoste, dall'altare maggiore, volto al popolo ascoltante. Sopra di lui, in alto, la terza persona della SS. Trinità apriva l'arco radioso delle ali d'oro, e nella chiesa l'illuminazione dei ceri spandeva un rossore simile a un riflesso d'incendio. Gli enormi pilastri di pietra sostenenti le due navate, coperti di barbare sculture cristiane, cavalcavano verso l'altare pesantemente; su le pareti gli avanzi dei mosaici rilucevano: qualche testa di Apostolo, qualche braccio rigido di santa, qualche ala d'angelo emergeva ancora nell'offuscamento e nello scrostamento operato dai secoli. Tra i mosaici pendevano piccole navi ex-voto dedicate al tempio dai naufraghi supérstiti. E in mezzo alle pietre rudi e alle croste fosche si elevava agile un gruppo di colonne rosee a spira sorreggenti il pergamo anche marmoreo fiorito di acanti e animato di bassirilievi. -- Spandi la tua dolce rugiada su questa terra deserta, a fin che cessi la sua lunga aridità. Manda i raggi celesti del tuo amore fino al santuario dell'anima nostra, a fin che penetrandoci accendano fiamme consumatrici delle nostre debolezze, delle nostre negligenze, dei nostri languori! -- seguitava il prete, salendo ai supremi culmini della sua eloquenza e della sua potenza vocale. Orsola, da presso, ascoltava, tutta raccolta. Ella si era rifugiata nella casa del Signore, era tornata al talamo; voleva che il Signore la purificasse e la ricevesse un'altra volta nella benignità del suo grande abbracciamento. Quel barbaglio subitaneo di fede la abbacinava, le faceva quasi dimenticare ogni fallo anteriore. Le pareva che subitamente dalla sua anima le macchie si cancellassero e dalla sua carne cadessero le scorie della impurità terrena. Giammai ella si era accostata all'altare di Dio con un più profondo tremito di speranza; giammai aveva ascoltato la parola di Dio con una più lunga ebrezza. Dall'istante in cui l'orrore della dannazione le si levò nella conoscenza, ella si compresse in una specie di raccoglimento cupo, sorvegliando sè stessa, sorvegliando i propri atti, i propri pensieri, i minimi moti pe 'l timore che quella veemenza di pentimento si esalasse, per l'ansia di conservare intatto dentro di sè quel fiore di fede rigermogliato d'improvviso. Fu una specie d'assunzione verso Gesù, con un ripudio di ogni legame umano. Ella si esaltò nella lettura dei libri sacri; si gettò nella contemplazione delle imagini e dei misteri; lottò contro le molli viltà della carne, contro i calori della giornata, contro l'insidie della notte, contro i profumi che le portava il vento, contro il soffio che saliva dai suoi ricordi impuri, contro le voci che parevano vellicarle l'udito e susurrarle segreti nuovi di piacere. Dopo quella settimana solitaria di passione, ella ora deponeva il sacrificio ai piedi dell'altare; beveva il balsamo della parola di Dio, fissando gli occhi in alto alla colomba radiosa e sentendosi a poco a poco naufragare nel pèlago dell'estasi. -- Vieni dunque, vieni, dolce consolatore delle anime desolate, rifugio nei pericoli, protettore nella sventura. Vieni, o tu che purifichi l'anime da ogni macchia e ne guarisci le piaghe. Vieni, forza del debole, appoggio di quegli che cade. Vieni, stella dei naviganti, speranza dei poveri, salute di chi è per morire -- incalzava Don Gennaro Tierno, alto nella pianeta d'argento, vermiglio in volto, con occhi forzanti le órbite, con gesti che parevano toccare il cielo. Nella chiesa una calura grave si era addensata su i cristiani. Le navate si schiacciavano su i pilastri; in una vetrata la testa di S. Luca evangelista raggiava percossa dal sole e il gran manto metteva nell'aria una zona di crepuscolo verde. L'ambone marmoreo si levava come un miracoloso fiore mistico, in quel vapore di luce. -- Vieni, o Spirito, vieni ed abbi misericordia di noi! Orsola teneva gli occhi all'alto: su l'onda di tutte quelle invocazioni ella ascendeva verso il nimbo, penetrata dalla ineffabile soavità che attira l'anime all'odore degli aromi spirituali. Le parve un istante di vedere la colomba d'oro balenarle un lampo di assentimento, e il cuore le balzò di giubilo nel seno come San Giovanni nelle viscere d'Elisabetta alla visita della Vergine Maria. -- Per nostro signore Gesù Cristo. Amen. Il prete, tutto d'argento, si volse verso la custodia, dicendo a bassa voce un credo. Due turiferarii bianchi ai lati cominciarono a scuotere i turiboli fumanti e odoranti. Un nuvolo di incenso avvolse la vergine violata che stava da presso; e subitamente un invincibile fiotto di náusea dal fondo della maternità le salì alla gola e le fece torcere la bocca. XVIII. Non c'era dunque scampo? -- Più giorni ancora ella oscillò nel dubbio, aspettando l'ultima prova. Vertigini la prendevano al levarsi, quando ella metteva a terra i piedi; sfinimenti vaghi la invadevano su la sera, fievolezze in cui il pensiero, la volontà, i ricordi parevano quasi avere la confusione, la sonnolenza fluttuante delle prime ore mattutine. Ella faceva le cose per abitudine, con gesti di sonnambula, stancamente. Nella scuola, se veniva sul vento l'odore del pane caldo dal forno, ella si sentiva morire, sentiva tutte le viscere montarle d'un tratto alla bocca; e un sapore di lisciva le si spandeva nella lingua. Un giorno, mentre un bimbo succhiava una ciliegia, una voglia violenta di quel frutto la fece contorcere su la sedia, impallidire e sudare. Poi, ella, dopo il pasto, tutta amara di nausea, si metteva lunga sul letto, si lasciava occupare dal sopore: il caldo era pesante, le mosche ronzavano, le grida d'un venditore di occhiali passavano sotto la finestra, rauche nel silenzio. Sfiduciata, ella non cercò più la chiesa: l'incenso anche la ributtava. Ella non pensò più a Marcello; non lo vide più, non ebbe di lui se non un ricordo incerto, come d'un sogno remoto. L'ansia presente la teneva tutta. Lindoro saliva a portar acqua, come prima. Egli giungeva su, rosso e stillante di sudore; posava le conche, lanciando sguardi di sbieco alla vittima. Orsola si ritirava nell'altra stanza o si curvava sul lavoro stringendo i denti nella collera repressa. Lindoro se ne andava, come un cane frustato; ma il pensiero di aver posseduto quella donna gli turbava il sangue: avrebbe voluto ora trascinarsela con sè, tenersela, esserne il padrone come di una merce da usare e da vendere. Cupidigia sensuale e avidità di guadagno in lui si mescevano. Una sera egli aspettò che Camilla uscisse, alla porta di strada; poi salì a precipizio per sorprendere Orsola, per trovarla sola nella casa. Quando egli battè all'uscio Orsola lo riconobbe e si sentì rimescolare. -- Che vuoi da me, che vuoi? -- chiese ella con la voce soffocata, senza aprire. -- Sentimi un momento, sentimi! Non aver paura; non ti faccio male... -- Vattene, cane, infame, assassino... -- proruppe la donna, con una veemenza stridula di vituperii, togliendo il freno a tutto l'odio accumulato contro colui. -- Vattene, vattene! E, sfinita, si ritrasse nella sua stanza, si gettò su i guanciali mordendoli fra le lagrime. XIX. Non c'era più scampo. -- La figlia di Maria Camastra aveva bevuto il vetriolo ed era morta così, con un bimbo di tre mesi nel ventre. La figlia di Clemenza Iorio s'era precipitata dal ponte, ed era morta così, nella fanga della Pescarina. Bisognava dunque morire. Quando questo pensiero balenò alla mente di Orsola, cadeva il pomeriggio. Tutte le campane sonavano a gloria, nella vigilia del -Corpus Domini-; grandi tribù di rondini schiamazzavano e turbinavano sul palazzo di Brina, si assembravano a parlamento su l'Arco. Una nuvola rossa sovrastava le case, simile forse a quella che versò bitume ardente su l'empietà di Sodoma. Orsola al baleno di quel pensiero si smarrì, ebbe paura. Poi a mano a mano che il sentimento della vergogna la persuadeva al passo, in fondo a lei una sorda ribellione di vitalità cominciava a levitare, le viscere fremevano. Ella d'un tratto sentì il rossore e il calore del suo sangue chiazzarle la fronte, le guance. Si levò dalla sedia, torcendosi le braccia nell'agitazione della lotta. E, con un impeto di forza nervosa, finalmente uscì dalla stanza, entrò nella cucina, cercò su le tavole un bicchiere e il mazzo degli zolfanelli. L'odore forte del carbone le turbava lo stomaco; la vertigine le prendeva il cervello. Ella trovò tutto: mise gli zolfanelli a disciogliersi nell'acqua; rientrò nella sua stanza e nascose in un angolo, sotto un mobile, il bicchiere letale. -- Dio mio! Dio mio! Ella aveva ora paura di trovarsi così, sola, dinanzi al suo proponimento. Le tornò subitamente nella fantasia il cadavere di Cristina Iorio intraveduto quel giorno mentre lo portavano su la barella alla casa della madre: un corpo gonfio come un otre, con la melma ne' capelli, nel cavo degli occhi, nella bocca, tra le dita de' piedi violetti... -- Dio mio, Dio mio, morire! E sussultò come se una mano fredda e rigida le si fosse posata sul capo: un brivido le corse tutte le membra, le durò un momento sul cranio con l'impressione di una lama che vi penetrasse per distaccarne la pelle. -- No, no, no! -- disse con la voce alterata, come se volesse scacciare da sè il contatto di qualche cosa orribile. E andò alla finestra, sporse il capo fuori, cercando un rifugio. Ella rimase là, inchiodata, attònita dinanzi a quella visione d'incendio biblico e a quella tregenda di uccelli neri. Quando si volse un poco, intravide nell'ombra della stanza un bagliore strano: il luccichìo delle mezzelune d'oro su la veste della Madonna di Loreto e il luccichìo delle medaglie. Ebbe ancora paura; si schiacciò sul davanzale, si sporse di più; stette là, senza avere il coraggio di muoversi. Allora, in quella immobilità, l'indebolimento serale cominciò ad invaderla; ed ella si strinse la testa grave tra le palme, socchiuse le pàlpebre. -- Ah! D'improvviso le si era aperto nell'animo uno spiràcolo. -- Sì, sì, ella se ne rammentava! Spacone, il mago, quel vecchio con la barba lunga, quello che faceva i miracoli e aveva le medicine per ogni male... Era venuto al paese qualche volta a cavalcioni di una muletta bianca, con due triangoli d'oro agli orecchi, con una fila di bottoni larghi come cucchiai d'argento senza mànico. Tante donne uscivano su gli usci e lo chiamavano, e lo benedicevano. Egli aveva guarito ogni sorta di malattie con certe erbe e certe acque e certi segni del dito pollice e certe parole magiche. Egli doveva avere i rimedii pure per quella cosa... sì, sì, li doveva avere! E Orsola rivisse in un barlume di speranza, mentre il languore saliva saliva. Dinanzi a lei, le cose annegavano nel crepuscolo; il giorno vermiglio, penetrato dalle ceneri della notte vicina, mancava in un lento scoloramento, senza contrasti. Una rondine, come un pipistrello, passò radendole il capo. Il sùbito alito dell'estate le soffiò nella faccia, le toccò ogni vena, le scosse fin le radici infime della vita. Ella, con un moto involontario e inconsapevole, mise le mani sul ventre e le tenne così un istante. L'indefinito sentimento della maternità le attraversava l'anima. E dal fondo, misteriosamente, un ricordo della convalescenza lontana si svegliò. -- Ah, era di marzo... una gran bianchezza ridente... e sopra di lei le -spie-, le lanugini molli piovevano. XX. Così fu che la mattina dopo ella uscì dalla casa, di sotterfugio; e s'incamminò sola fuori del paese, per la strada nuova di Chieti. Nelle vicinanze di San Rocco abitava Spacone. Sotto la maestà di una quercia druidica, egli compiva i miracoli e formulava i responsi. Tutto il contado, in venti miglia di circuito, ricorreva a lui, come a un apostolo della Providenza. Nelle epidemie del bestiame indigeno, mandre di bovi e di cavalli si raccoglievano in torno alla quercia per ricevere il talismano preservante dal morbo: le orme delle unghie equine e bovine facevano come un circolo d'incanti su l'erbe semplici del terreno. Quando Orsola s'incamminò, era nella terra pescarese un gran giuoco d'ombre e di luci. Le nuvole nòmadi trasmigravano dalla marina alla montagna, come carovane con buone salmerìe d'acqua, per quel cielo arabico del mese di giugno. A intervalli, larghe zone di terra si sommergevano nell'ombra, altre zone emergevano illustrate; e, come l'ombra era turchina e mobile, la campagna così dava apparenza di un arcipelago che galleggiasse copioso d'alberi e di fromento. Il canto degli uccelli lodava la maturità delle biade. Al primo spettacolo Orsola ebbe un insolito ristoro; poichè la libertà della campagna, la felicità della luce sul fogliame, gli odori cordiali dell'aria circondandole d'un tratto la persona le mossero il sangue, e la nuova speranza in lei al dispiegarsi dell'orizzonte si fortificò ed esultò. Ella si alleggeriva di tutte le angosce, vivendo per due sentimenti soli, per la speranza della salvazione corporea e pel desiderio di raggiungere la meta. In fondo, alla meta, ella vedeva nella sua fantasia sorgere il vecchio benefico e illuminarsi misticamente. Per una nativa tendenza superstiziosa, ella trasformava quella figura, la ingigantiva e la vestiva di una dolcezza cristiana, la cingeva di nimbo. Allora tutte le dicerie che correvano tra il volgo le tornarono alla memoria confusamente e gittarono sprazzi di luce meravigliosa su la fronte di Spacone. Allora ella si rammentò che Rosa Catena, in un giorno lontano della malattia, aveva parlato del Vecchio con una reverenza devota citando miracoli. -- Un cieco di Torre de' Passeri era andato a San Rocco ed era tornato dopo tre dì con gli occhi che ci vedevano e con una cifra turchina su la tempia. Una femmina di Spoltore, invasa dagli spiriti maligni, era tornata mansueta come un'agnella, dopo aver bevuto due sorsi d'un'acqua custodita in una piccola zucca secca. Così a poco a poco, lungo il cammino, pel concorso di tanti elementi sparsi si venne formando nella mente di Orsola una specie di leggenda. E a poco a poco, giacchè nulla possono gli uomini senza l'assistenza di Dio, sorse anche la persuasione che il vecchio fosse un inviato del cielo, un redentore delle anime dalla dipendenza corporale, un distributore di grazie celesti su la terra ai caduti. -- La speranza estrema non era discesa su la peccatrice improvvisamente, quasi per influsso divino, fra i segnali accesi nell'aria? E nella Pentecoste la colomba non aveva balenato dall'alto, agli occhi della pregante, un lampo di buona promessa? La promessa ora si compiva nel santo giorno del -Corpus Domini-. Orsola dunque, tutta calda di fede e di giubilo, andava su la polvere della via nuova, non curando la fatica dei passi. Ai due lati, le siepi biancheggiavano come coperte di escrementi d'uccelli. Gruppi di pioppi sonori stavano su i limiti; e i tronchi inargentati riverberavano le variazioni della luce. Le contadine della Villa del Fuoco, nane, co 'l naso camuso, con le labbra schiacciate, femmine cafre dalla pelle bianca, venivano incontro a due, a tre. Le vicende delle nuvole occupavano l'immenso teatro della campagna. Orsola passò il Mulino, passò la Villa. Una energìa nervosa le animava il passo. Ella si sentiva battere il vento su la nuca e sentiva sul capo a intervalli stormire i pioppi. Ma l'oscillare delle ombre e la polvere cominciavano a turbarle un poco la visione; il calore del moto le affluiva alla testa; la volontà era tutta occupata nell'insolito sforzo materiale dell'incedere. Ella così andò innanzi in una specie di stordimento crescente che si mutava in malessere; e, vinta dalla fatica e dal caldo, si lasciò allettare da un mucchio di olivi messi in salita a sinistra. Passavano quattro o cinque zingari seminudi, bronzini, con amuleti luccicanti sul petto, a cavalcioni di certi asini rossastri. Uno di loro fischiava urtando con le calcagna il ventre della sua bestia. Tutti avevano in mano canne e portavano bisacce di pelle su le cosce. Guardarono la donna rifugiata sotto gli olivi e mormorarono ridendo. Orsola ebbe paura di quegli occhi che mostravano il bianco nello sguardo, e stette sbigottita finchè il gruppo non si allontanò. Lo scoraggiamento incominciava a impadronirsi di lei; la solitudine cominciava ad esserle paventosa, poichè nella campagna correva per lunghi brividi l'annunzio della pioggia e un silenzio quasi lugubre scendeva nell'aria dalle nuvole raccolte. Ella s'era appoggiata ad un tronco: freschi soffi intermessi le investivano la persona e le gelavano il sudore nei pori, soffi che accorrevano a lei co 'l fruscìo di un animale furtivo nell'erba; mentre in torno il tremolìo del sole pareva un riverbero d'acque lontane. Pallidi fiori d'un giallo sulfureo facevano onda a pie' degli olivi. Un ricordo scese allora dai buoni alberi su l'animo della donna. -- La chiesa era tutta piena di palme benedette e di aromi, quel giorno; ed ella andava tra il popolo sorretta dalle braccia di Marcello, in un gran tremore... Ma, come ella si soffermò in quel pensiero, le si smarrì la memoria; tutto le sfuggì in una incertezza di sogno. Soltanto, colpi sordi le batterono il cuore, sussulti d'angoscia le affannarono il respiro. Ella aveva ora la sensazione ottusa di un sopore che le cadesse sul cervello con la pesantezza d'un colpo di maglio. Un resto di volontà vigile le bastò a scuotersi debolmente e a discendere nella strada. Le nuvole raccolte verso la Maiella avevano preso il colore diafano e grigio di una massa pendula d'acque. Larghe trombe si avvicinavano dalla marina più cariche; e ancora qualche azzurro campo si dilatava nell'alto. Un odore di umidità già saliva dalla polvere, da tutta la campagna ansante nell'aspettazione. Gli alberi immobili parevano assorbire la luce, si levavano anneriti in mezzo alla fumea dell'aria, popolavano di forme incerte la lontananza. Orsola camminava con una fatica immensa, sentendo che le forze stavano per abbandonarla. -- Ecco, pensava, arriverò a quell'albero e poi cadrò. -- Ma non cadeva. Si scorgevano a destra le case di San Rocco. Un contadino veniva in contro a corsa. -- Buon uomo, è quello San Rocco? -- Sì, sì, voltate alla prima scorciatoia. Grosse gocce sonanti cominciarono a cadere; poi d'un tratto la pioggia crescente rigò l'aria di lunghe frecce bianche, di lunghe sferze che percotendo schioccavano. Un sommovimento mostruoso agitò allora le nuvole: sprazzi di raggi eruppero di qua, di là. Tutte le colline, in fondo, a traverso le liste della pioggia si accesero un attimo e si rispensero. Una fievole serenità d'argento si levò su la Maiella, parve acuirsi come una spada sottile. Orsola tentava di correre verso la quercia distante un tiro di schioppo. Le gocce le battevano su la nuca, le scivolavano per la schiena, le colpivano la faccia; e già le vesti erano tutte molli sino alla pelle. I passi le mancavano sul terreno sdrucciolevole. Ella cadde e si rialzò, due volte. Poi, quasi folle, si mise a gridare verso la casa. -- Aiuto! aiuto! Una femmina uscì dalla porta e venne a sorreggerla, seguita da due cani che abbaiavano. Orsola si lasciò condurre senza poter più proferire una parola a traverso i denti serrati, livida, con la faccia stravolta. Non si riscosse se non dopo qualche tempo, per le domande che l'ospite le faceva. E allora, repentinamente, all'udire il nome di Spacone, si ricordò di tutto. -- Ah, dov'è Spacone? -- chiese. -- È a Popoli, donna santa: l'hanno chiamato. Orsola non resse più: cominciò a singhiozzare e a strapparsi i capelli. -- Che volete, donna santa? che volete? Io sono la moglie; ci son qua io... -- miagolava la strega, trattenendole i polsi, incitandola a parlare. Orsola esitò un momento; poi disse tutto, a precipizio, tra i singulti, coprendosi la faccia. -- Aspettate. Il rimedio c'è; ma costa cinquanta soldi, donna santa -- fece la strega in quel suo idioma tutto molle di vocali, cantando quel bello appellativo per intercalare. Orsola sciolse un nodo nel fazzoletto e offerse cinque piccole monete d'argento. Poi aspettò, più calma. La stanza era vasta, ma bassa. Le pareti, su cui qua e là il salnitro fioriva, apparivano scagliose e verdastre. Rozzi idoli cristiani di maiolica popolavano quel fondo di spelonca; forme strane di utensili e di stromenti ingombravano le tavole. Era come un aspro santuario custodito da un semplicista monaco. La moglie di Spacone, dinanzi al camino, componeva il suo filtro, in silenzio. Era una femmina alta e ossuta, bianchissima in faccia, co 'l naso guasto, violetto come un fico, con i capelli rossi e lisci su le tempie, con due piccoli occhi di albina, tatuata nel mento, nella fronte, nel dorso delle mani. -- Ecco, donna santa! Coraggio! Orsola ingoiò il liquido, d'un fiato; ma si sentì, subito dopo, da un'amarezza atroce mordere il palato e le viscere. Restò con la bocca aperta, premendosi il ventre con le mani, battendo rapidamente un piede sul pavimento, nello spasimo della prima contrazione uterina. -- Coraggio, donna santa, coraggio! -- le ripeteva la strega, fissandola con quegli occhi bianchicci, soffregandole le reni. Avete tempo di arrivare a Pescara... Via! via! Orsola non poteva rispondere: alla bocca non le venivano che urli. I crampi le serravano lo stomaco, le irrigidivano i muscoli respiratorii, le eccitavano il vomito. I bulbi visivi le ruotavano in alto, come se ella fosse entrata ne' sintomi di una convulsione epilettica. In tutto il suo debole organismo la potenza eccessiva della bevanda operava ora effetti inaspettati. Il parto falso si produsse quasi d'improvviso, con una di quelle terribili perdite per ove le forze della vita se ne vanno mollemente, insensibilmente, fluendo. -- Gesù, Gesù, Gesù! -- mormorava la strega, inquieta, presa da una sùbita paura dinanzi a quel povero corpo riverso -- Gesù, aiutatemi! Alle sollecitazioni di lei, Orsola rinvenne. E come dopo qualche tempo il profluvio parve arrestarsi, la meschina si potè levare in piedi; sospinta dalla femmina, uscire; giungere fino alla strada nuova, barcollando, pallida come se non le fosse rimasta sotto la pelle una goccia di sangue, ma tenuta viva dalla speranza che il maggior pericolo fosse omai superato. Ora la campagna era tutta frescamente luminosa dopo la pioggia. Passava una fila di carretti carichi di gesso, e i grossi carrettieri di Letto Manoppello, pieni di vino, sdraiati sui sacchi fumavano. Come Orsola si mise dietro la fila, uno di quelli, l'estremo, gridò: -- Ohè, volete che vi porti, bella figliuola? Quasi inconscia Orsola si lasciò tirar su dalle forti braccia dell'uomo, e stette così seduta sopra i sacchi. Non intendeva le grosse risa e i motti osceni che di carro in carro si propagavano. Con l'energia dell'istinto teneva le ginocchia serrate per impedire al flusso la via. Sentiva a poco a poco una specie di ottusità occuparle i sensi, così che gli sbalzi frequenti delle ruote su la ghiaia le davano appena un dolor sordo e il lezzo delle pipe le feriva appena le nari. Poi cominciò un susurro lontano agli orecchi, un tremante bagliore alla vista. Più volte ella sarebbe caduta se non l'avessero sorretta le mani del carrettiere, che incoraggiato dalla muta docilità di lei tentava qualche brutale carezza. Il paese di Pescara apparve in cima alla strada, in mezzo al sole, mandando suoni sul vento. -- Fanno la processione -- disse uno degli uomini. Tutti gli altri sferzarono; e la strada risonò sotto il trotto pesante, al tintinnìo de' sonagli, allo schiocco delle fruste. Quella violenza di scosse e di fragore richiamò per un momento Orsola al senso della realtà circostante. Ma, poichè l'uomo le cingeva i fianchi con un braccio e le soffiava il fiato vinoso nella guancia, ella per un cieco impeto si mise a gridare e a gesticolare quasi l'avesse presa il delirio. E il fantasma di Lindoro subitamente le si rizzò dinanzi agli occhi offuscati e potè anco suscitarle il ribrezzo dell'orrore in quel poco di sensibilità che le restava nei nervi. Appena il carro si fermò, discese a terra dai sacchi scivolando; tentò di muovere i passi, con la furia affannosa di chi cerchi raggiungere un luogo sicuro per cadere. Venivano in contro nella strada le verginelle coperte di veli candidi, con in mano i cèrei dipinti, e cantavano. Dietro la torma angelica, un grande sventolìo di drappi e di baldacchini ampliava l'aria beneficata dalla pioggia recente. E cantavano: -Tantum ergo sacramentum- -Veneremur cernui...- Orsola, intravedendo, voltò nel vicolo; giunse alla casa di Rosa Catena, entrò; presa dalla vertigine, cadde in mezzo al pavimento. E, come il profluvio del sangue ricominciava, la paralisi le occupò la metà inferiore del corpo, ogni facoltà di moto volontario in lei si spense. Rosa non era nella casa: la processione aveva attirato tutto il paese, quel giorno. In un angolo della stanza Muà, il padre, un mostro di vecchiaia umana, un cieco inchiodato per anni sul legname di una sedia dall'artrite deformante, tentava vagamente con la punta del bastone i mattoni intorno a sè per scoprire la causa del rumore improvviso; e un borbottìo bavoso gli esciva dalla bocca sdentata. Allora, ai piedi del mostro orrendo, in mezzo al sangue del peccato, con i pollici stretti nei pugni, senza grida, la sposa violata del Signore per alcuni attimi si agitò nella convulsione mortale. -- Via! Via! Passa via! Via di qua! Il vecchio, credendo che fosse entrato il mastino del beccaio, allungava il bastone per scacciarlo; e percoteva la moribonda. LA VERGINE ANNA. I. Luca Minella, nato nel 1789 a Ortona in una delle case di Porta Caldara, fu marinaio. Nella prima giovinezza navigò per qualche tempo sul trabaccolo -Santa Liberata-, dalla rada di Ortona ai porti della Dalmazia, caricando legnami, frumento e frutta secche. Poi, per vaghezza di cambiar padrone, si mise al servizio di Don Rocco Panzavacante, e su una tanecca nuova fece molti viaggi in commercio d'agrumi al promontorio di Roto, che è una grande e dilettosa altura su la costa italica, tutta coperta da una selva di aranci e di limoni. Su i ventisette anni egli si accese d'amore per Francesca Nobile; e dopo alcuni mesi strinse le nozze. Luca, uomo di statura bassa e fortissimo, aveva una dolce barba bionda intorno al viso colorito; e, come le femmine, agli orecchi portava due cerchietti d'oro. Amava il vino ed il tabacco; professava una devozione ardente per il santo apostolo Tommaso; e, poichè era di natura superstizioso e inchinevole allo stupore, raccontava singolari avventure e meraviglie dei paesi d'oltremare e novellava delle genti dálmate e delle isole adriatiche come di tribù e di terre prossime al polo. Francesca, donna di gioventù già schiusa, aveva della razza ortonese la floridissima carne e i lineamenti molli. Ella amava la chiesa, le funzioni religiose, le pompe sacre, le musiche dei tridui; viveva in gran semplicità di costumi; e, poichè la sua intelligenza era fievole, credeva le più incredibili cose e lodava in ogni suo atto il Signore. Dal congiungimento nacque Anna; e fu nel mese di giugno del 1817. Siccome il parto veniva difficile e si temeva di qualche sventura, il sacramento del battesimo fu amministrato sul ventre della madre, prima che uscisse alla luce l'infante. Dopo molto travaglio il parto si compì. La creatura bevve il latte dalle mammelle materne e crebbe in salute e in letizia. Francesca scendeva verso sera alla marina, con la poppante su le braccia, quando la tanecca doveva tornare carica da Roto; e Luca sbarcando aveva la camicia tutta odorosa dei frutti meridionali. Risalendo insieme verso le case alte, si fermavano allora un momento alla chiesa e s'inginocchiavano. Nelle cappelle già ardevano le lampade votive; e in fondo, a traverso i sette cancelli di bronzo, il busto dell'Apostolo luccicava come un tesoro. Le preghiere invocavano la benedizione celeste sul capo della figliuola. Nell'uscire, quando la madre bagnava la fronte di Anna con l'acqua della pila, gli strilli infantili echeggiavano a lungo per quelle navate sonanti come grandi conche di metallo puro. L'infanzia di Anna passava pianamente, senza alcuno avvenimento notevole. Nel maggio del 1823 ella fu vestita da cherubino, con una corona di rose e un velo bianco; e, confusa in mezzo allo stuolo angelico, seguì la processione tenendo in mano un cero sottile. La madre nella chiesa volle sollevarla su le braccia per farle baciare il santo protettore. Ma, come le altre madri sorreggenti gli altri cherubini spingevano in folla, uno dei ceri appiccò il fuoco al velo d'Anna e d'improvviso la fiamma avvolse il corpo tenerello. Un moto di paura si propagò allora nella moltitudine, e ciascuno tentava d'essere primo ad uscire. Francesca, se bene aveva le mani quasi impedite dal terrore, riuscì a strappare la veste ardente; si strinse contro il petto la figliuola nuda e tramortita; gittandosi dietro ai fuggenti, invocava Gesù con alte grida. Per le ustioni Anna stette inferma lungo tempo in pericolo. Ella giaceva nel letto, con l'esile faccia esangue, senza parlare, come fosse diventata muta; e aveva negli occhi aperti e fissi un'espressione di stupore immemore più che di dolore. Nell'autunno guarì: e andò ad appendere un voto. Quando la temperie era dolce, la famiglia scendeva nella barca pel pasto della sera. Sotto la tenda, Francesca accendeva il fuoco e sul fuoco metteva i pesci: l'odor cordiale degli alimenti si spandeva lungo il Molo mescendosi al profumo derivante dai verzieri della Villa Onofria. Il mare dinanzi era così tranquillo che si udiva a pena tra gli scogli il risucchio, e l'aria così limpida che la punta di San Vito si vedeva in lontananza emergere con tutto il cumulo delle case. Luca si metteva a cantare, insieme con gli altri uomini; Anna faceva atto di aiutare la madre. Dopo il pasto, come la luna saliva il cielo, i marinai apprestavano la tanecca per salpare. Intanto Luca, nel calore del vino e del cibo, preso da quella sua naturale avidità di narrazioni mirabili, cominciava a parlare dei litorali lontani. -- C'era, più in là di Roto, una montagna tutta abitata dalle scimmie e da -uomini dell'India-, altissima, con piante che producevano le pietre preziose.... -- La moglie e la figlia ascoltavano, in silenzio, attonite. Poi le vele si spiegavano lungo gli alberi lentamente, tutte segnate di figure nere e di simboli cattolici, come vecchi gonfaloni della patria. E Luca partiva. Nel febbraio del 1826 Francesca si sgravò d'un bimbo morto. Nella primavera del 1830 Luca volle condurre Anna al promontorio. Anna era allora su l'adolescenza. Il viaggio fu felice. Nell'alto mare incontrarono una nave di mercanti, una gran nave che faceva cammino per forza di immense vele bianche. I delfini nuotavano nella scia; l'acqua si moveva dolcemente intorno, scintillando, come se sopra vi galleggiassero tappeti di penne di paone. Anna seguì a lungo con gli occhi mai sazii la nave in lontananza. Poi una specie di nuvola azzurra sorse su la linea dell'orizzonte; ed era la montagna fruttifera. Le coste della Puglia si designavano a poco a poco sotto il sole. Il profumo degli agrumi veniva spandendosi nell'aria gioviale. Quando Anna discese su la riva, fu presa da un senso di letizia; e stette curiosa a guardare le piantagioni e gli uomini nativi del luogo. Il padre la condusse nella casa di una donna non giovane che parlava con una lieve balbuzie. Restarono là due giorni. Anna vide una volta il padre baciare la donna ospite su la bocca; ma non comprese. Al ritorno la tanecca era carica di aranci; e il mare era ancora mite. Anna conservò di quel viaggio un ricordo come di sogno; e, poichè per natura era taciturna, raccontò non molte cose alle coetanee che la incalzavano di interrogazioni. II. Nel maggio seguente, alle feste dell'Apostolo intervenne l'arcivescovo di Orsogna. La chiesa era tutta parata di drappi rossi e di fogliami d'oro; dinanzi ai cancelli di bronzo ardevano undici lampade d'argento lavorate dagli orefici per religione; e tutte le sere l'orchestra sonava un oratorio solenne con un bel coro di voci bianche. Il sabato si doveva esporre il busto dell'Apostolo. I devoti peregrinavano da tutti i paesi marittimi e interni; salivano la costa cantando e portando in mano i voti, nel conspetto del mare. Anna il venerdì fece la prima comunione. L'arcivescovo era un vecchio venerando e mite: quando sollevava la mano per benedire, la gemma dell'anello risplendeva simile ad un occhio divino. Anna, appena sentì su la lingua l'ostia eucaristica, smarrì la vista per un'improvvisa onda di gaudio che le irrigò i capelli con la dolcezza d'un bagno tiepido e odoroso. Dietro di lei un susurro correva nella moltitudine; allato, altre verginelle prendevano il sacramento e chinavano la faccia sul gradino, in gran compunzione. La sera Francesca volle dormire, com'è costume dei fedeli, sul pavimento della basilica, aspettando l'ostensione mattutina del santo. . 1 , , 2 , , 3 , . 4 5 , 6 , 7 8 , . , 9 ; 10 . , , 11 , 12 ' , 13 , , 14 , , , , 15 , . 16 , , 17 , ' . 18 19 , , , 20 , , ' 21 ' , , , 22 , ' , 23 ' . , 24 , . 25 , , 26 ' , 27 . 28 , , , 29 , . 30 31 : ' , 32 ' . 33 , 34 ' 35 ' . 36 ; , 37 ' . 38 39 , , , 40 , , 41 ' . 42 43 , , 44 , 45 , 46 , 47 . , ' , 48 , 49 , . 50 , 51 52 , ' 53 . ' 54 : 55 56 ; . , 57 , 58 , ; 59 , , 60 , , 61 . 62 63 , , . 64 ' , ; 65 ' . ' , 66 . ' 67 68 . ' 69 , 70 71 ' 72 . , ' ' . 73 , , , 74 ' . , 75 : . 76 77 ' . 78 , , 79 ' . 80 , . 81 ' 82 . 83 . , 84 85 . , 86 , 87 , , 88 ; 89 , , 90 . , , 91 ' . 92 93 94 . 95 96 97 . : 98 99 - - ! 100 101 , ; , ; 102 . 103 104 : 105 ; , , 106 . 107 108 , , , . 109 ; 110 , ' . 111 ' , , . 112 ' , , , 113 ' , . 114 , 115 ; 116 ' . 117 118 , , ; , 119 ' 120 , 121 . ' , . 122 , ' 123 , . 124 , 125 . 126 127 , , , 128 ' , 129 , . ' , 130 ' , ' 131 ' 132 . - - , 133 ! - - ; , 134 , . 135 136 137 . 138 139 , , , 140 . 141 142 , , 143 ; 144 ; 145 ' . 146 147 , . 148 , ' . 149 ; ' 150 . : 151 152 - - , , ? 153 154 , , . 155 : . 156 157 . 158 159 - - , , . 160 161 - - . 162 163 - - , , 164 , . 165 166 - - . 167 168 - - , ; ' ' 169 . : , 170 , . . . . . 171 172 . 173 , , 174 . 175 ' ; , 176 , . 177 178 - - , ' ! 179 , . . . . , 180 ? 181 182 ' ' , 183 ' . , 184 , , 185 , , 186 , , 187 . 188 . 189 190 - - ! ! 191 192 , 193 . 194 195 - - , : . 196 197 , , 198 : ' 199 . , 200 201 ' . 202 , . 203 204 - - - - , 205 . 206 207 , 208 . 209 , , , 210 . 211 . 212 : , ' 213 , 214 . , 215 : 216 . 217 218 - - , , 219 . . . - - . 220 221 . , , 222 . ' , 223 . , 224 , ; 225 . , , 226 : 227 ' . , 228 ' 229 . 230 231 - - . . . , ! - - 232 , . 233 234 - - ? - - , 235 , . 236 237 : . 238 , 239 ' 240 ; 241 ' 242 . , 243 , 244 245 ' ' . . 246 , ; 247 ; . , ' , 248 , 249 , , 250 , ' . 251 , 252 . . 253 ; 254 , , , . 255 256 - - , ? ; , . , 257 - - . - - , 258 , , , 259 , . . . 260 261 . 262 ; 263 ' . , , 264 ' , , . 265 . 266 ' . 267 268 - - , - - , 269 . 270 271 . ' 272 ; , , 273 274 . , 275 , 276 ; ' 277 , , 278 . , , 279 , , ; 280 , , , 281 . 282 , 283 , . , , 284 . 285 286 - - ! - - , . 287 288 , 289 , , . 290 291 292 . 293 294 , ' , , ' 295 , , ; 296 , ; 297 . 298 ' ' . 299 300 ' . 301 , , 302 . 303 304 , , , 305 , , 306 ' 307 ' . ; 308 , 309 ' . 310 311 , , 312 , , 313 . , , , 314 , , 315 316 . ' 317 , , 318 , ' 319 . , 320 . 321 322 , 323 : ' 324 . , 325 ' ; 326 , , 327 , 328 . 329 ; 330 , 331 332 . ' ; 333 ' 334 ; ' 335 . ' , 336 337 . ' 338 . 339 ' , 340 , 341 , ' 342 , ' . , 343 ' , 344 , . 345 346 , 347 , , 348 ' . 349 . 350 351 ' . 352 353 354 . 355 356 - - , : 357 « , 358 ; 359 , . » 360 361 , 362 , 363 . . . , 364 , , 365 , 366 ! - - 367 368 , ' 369 , . , , 370 . ' ' , 371 ' 372 ' . 373 , , 374 ' ; : 375 , , 376 ' ' 377 . - 378 . 379 380 381 . 382 383 - - , 384 . 385 ' , 386 , , 387 ! - - , 388 . 389 390 , , , . 391 , ; 392 ' 393 . , 394 . 395 396 . 397 ' ; 398 . 399 400 ' ' 401 , , 402 , , , 403 ' 404 , ' 405 ' . ' 406 , . 407 ; 408 ; , 409 , ' , 410 , , 411 ' 412 . 413 414 , 415 ' ; , 416 417 ' . 418 419 - - , , , 420 , . , 421 ' . , 422 , . , , 423 , - - 424 , ' , , 425 , . 426 427 . 428 ; . 429 430 ' . ' 431 , . 432 433 - - , , ! 434 435 ' : ' 436 , 437 ' ' . 438 ' , 439 440 ' . 441 442 - - . . 443 444 , ' , , 445 . 446 . 447 ; 448 449 . 450 451 452 . 453 454 ' ? - - , 455 ' . , 456 ; 457 , , , 458 , 459 . , , 460 . , ' 461 , , 462 ' ; 463 . , , 464 , 465 . , , , , 466 , : , 467 , ' 468 , . 469 470 , : ' . 471 472 ; , 473 , ' . ' 474 . 475 476 , . , 477 ; , 478 . ' 479 . , 480 ; 481 : , , 482 . 483 . 484 485 , ; 486 , . 487 ' . 488 489 - - , ? - - , 490 . 491 492 - - , ! ; . . . 493 494 - - , , , . . . - - , 495 , ' 496 . - - , ! 497 498 , , , 499 . 500 501 502 . 503 504 ' . - - 505 , . 506 ' , 507 , . . 508 509 , 510 . , 511 - - ; 512 , ' . 513 , 514 ' . 515 516 , . 517 , 518 , 519 . ' 520 , . , 521 ' . , 522 , , , 523 . ' 524 ; 525 . : 526 ' ; , 527 , . 528 529 - - ! ! 530 531 , , 532 . 533 534 : , 535 ' , , , ' 536 . . . 537 538 - - , , ! 539 540 541 : , 542 ' 543 . 544 545 - - , , ! - - , 546 . , 547 , . 548 549 , , 550 ' . 551 , ' : 552 ' 553 . ; 554 , ; , 555 . , , ' 556 ; , 557 . 558 559 - - ! 560 561 ' ' . - - , , 562 ! , , , 563 . . . 564 , 565 ' , 566 ' . 567 , . 568 569 . 570 . . . , , ! 571 572 , 573 . , ; 574 , , 575 , . , , 576 . ' 577 , , . 578 579 , , 580 . ' 581 ' . , , 582 . - - , . . . 583 . . . - - , 584 . 585 586 587 . 588 589 , ; 590 ' , . 591 592 . 593 , . 594 , , , 595 . , 596 597 : 598 ' ' 599 . 600 601 ' , 602 ' . 603 , ' , 604 . , 605 ' , ; , 606 ' , 607 ' . 608 . 609 610 ; 611 , , 612 ' ' 613 , ' 614 . , 615 , 616 . , , 617 618 . , 619 , , 620 . 621 622 . 623 , , 624 . - - 625 ' 626 . 627 , , 628 ' , ' ' 629 . 630 631 , , 632 . 633 , ' 634 , 635 , , 636 . - - 637 , 638 , ' ? 639 ' , , 640 ? 641 642 - - . 643 , , 644 , . , 645 ' . 646 ; 647 . , , 648 ' , , 649 , , . 650 ' . 651 652 , . 653 . 654 . ' 655 ; 656 ; ' 657 ' . 658 ; , 659 , 660 . 661 662 , , 663 , . 664 . 665 . 666 . 667 668 669 , . 670 ; 671 , 672 ' 673 ' . ' 674 : 675 , ' 676 ' ; 677 ' . ' 678 ' . 679 680 ' . - - 681 , ; 682 , 683 . . . , , 684 ; . 685 , , ' 686 . 687 ' 688 . 689 . 690 691 692 ' . 693 ; 694 ' . , 695 ' . 696 , ' , 697 . 698 699 , 700 . - - , , ' 701 . - - . . 702 . 703 704 - - , ? 705 706 - - , , . 707 708 ; ' 709 ' , 710 . 711 : , . , 712 , 713 . ' , 714 . 715 716 717 . , 718 , ; 719 . . 720 , . , , 721 . 722 723 - - ! ! 724 725 , 726 . 727 728 729 , , . 730 , ' 731 . , , ' , 732 . 733 734 - - , ' ? - - . 735 736 - - , : ' . 737 738 : . 739 740 - - , ? ? ; 741 . . . - - , , 742 . 743 744 ; , , , 745 . 746 747 - - . ' ; , - - 748 , 749 . 750 751 752 ' . , . 753 754 , . , 755 , . 756 ; 757 . 758 . 759 760 , , , 761 . , , 762 ' , , 763 , , , 764 , . 765 766 - - , ! ! 767 768 , ' ; , , 769 ' . 770 , , 771 , . 772 773 - - , , ! - - , 774 , . 775 . . . ! ! 776 777 : . 778 , , 779 . , 780 ' . 781 782 . ' , 783 784 , , . 785 786 - - , , ! - - , , 787 - - , ! 788 789 , . 790 , ; 791 , ; , 792 , 793 , 794 . 795 796 . 797 , 798 , , . 799 , , ' , : 800 801 - - , , ? 802 803 804 ' , . 805 . 806 807 ' ' 808 . 809 , 810 . 811 , 812 . ' 813 , 814 . 815 816 , , 817 . 818 819 - - - - . 820 ; , 821 ' , . 822 823 824 . , ' 825 , 826 827 ' . 828 829 ' . 830 , ; 831 , 832 . 833 834 , 835 , . , 836 ' 837 . : 838 839 - - 840 - . . . - 841 842 , , ; 843 , ; , . , 844 , 845 , 846 . 847 848 : , 849 . , , 850 , 851 ' , 852 ; 853 . 854 855 , , , 856 , , 857 . 858 859 - - ! ! ! ! 860 861 , , 862 ; . 863 864 865 866 867 . 868 869 870 . 871 872 , 873 , . 874 - - , 875 , , . , 876 , 877 , 878 ' , 879 , . 880 881 ' ; 882 . 883 884 , , 885 ; , , 886 ' . ; 887 ; , 888 , 889 ' 890 891 . 892 893 , , 894 . , 895 , , ; 896 ; , , 897 . 898 899 ; . 900 , 901 , 902 ' . 903 . 904 . , 905 , 906 ; 907 . , 908 ' . 909 ; , 910 , ' . 911 . 912 ' , ' 913 , 914 . 915 916 ' , 917 . , 918 ; , 919 , . 920 921 . , 922 , 923 ' ' . 924 , ' 925 . , 926 , ; 927 ; , 928 . 929 930 . 931 , ' , , 932 ; ' 933 . ' : 934 . 935 936 , 937 . , 938 : ' 939 940 . 941 , ' 942 943 . , ; 944 . , 945 , . , 946 , 947 , . - - 948 ' , , 949 - ' - , , 950 . . . . - - , , 951 . , 952 , 953 . . 954 955 ' . 956 . 957 ' . . ' 958 , 959 . ; 960 ' , , 961 . 962 . 963 ' ; . 964 . 965 ' . 966 , ; 967 . 968 969 . . 970 ; . 971 ; . 972 973 ; , 974 , 975 . 976 977 978 . 979 980 , ' ' 981 . 982 ' ; ' 983 ; ' 984 . 985 ' . 986 ; 987 , . 988 989 . ' 990 : , 991 ' . , 992 ' , ' 993 ' 994 . ; 995 , 996 , . 997 998 , ' , 999 , ' . 1000