Così Orsola al fine aveva concesso a Marcello un ritrovo. Si sarebbero
ritrovati in una casa remota del sobborgo, in fondo a un vico deserto,
dove nessuno li avrebbe spiati, una domenica di giugno, stando Camilla
nella chiesa più lungo tempo, facendo buona guardia Lindoro.
Nei giorni precedenti quel gran fatto, Orsola era tenuta da una
eccitazione amara, da una specie di febbre che a volte le dava il
battito dei denti e le vampe alla faccia e i brividi alla radice dei
capelli, alla nuca. Ella non poteva più star ferma, non poteva più
star seduta; poichè una furia di mobilità le sollecitava tutte le
membra. Nella scuola, in mezzo al coro eguale dei discepoli, in mezzo
a quello stillicidio continuo di sillabe, uno spirito di ribellione
le abbagliava la vista all'improvviso, ed ella avrebbe voluto balzare
tra i fanciulli, sconvolgere con le mani tutte quelle capigliature,
rovesciare la lavagna, le tabelle, le panche, rompere in grida,
spezzare qualche cosa, stordirsi. Sotto lo sguardo freddo e scrutatore
di Camilla, poco mancava che ella non svenisse per lo spasimo, per la
bile, per l'immenso sforzo interiore di dissimulazione.
Poi, quando Camilla usciva, ella si agitava per tutte le stanze, moveva
le sedie, morsicchiava un fiore, beveva d'un fiato un gran bicchier
d'acqua, si guardava nello specchio, si affacciava alla finestra, si
abbatteva a traverso il letto, sfogava in mille modi l'irrequietudine,
l'esuberanza della vitalità sensuale. Tutto il suo corpo, nel tardivo
fermento della verginità, si era arricchito ed espanto. La sua
testa non era bella, non aveva la quadratura vigorosa, lo splendore
olivastro di certe razze d'Abruzzo, quelle pure linee del naso e del
mento svolgentisi grecamente nella latina ampiezza della faccia. Ma
ella, inconsapevole, sotto la goffaggine delle vesti grige, sotto la
cascaggine delle pieghe incomposte, celava un bel corpo delicato.
Erano i giorni primi di giugno: sorgeva l'estate dalla primavera, come
da un campo d'erbe un àloe. Tra il mare e il fiume tutto il paese di
Pescara godeva nella ventilazione salina e nel refrigerio fluviale,
come distendendo le braccia verso quei naturali confini d'acqua amara e
d'acqua dolce. Salivano alla stanza di Orsola allora le blandizie della
temperie; insetti lucidi urtavano ai vetri e rimbalzavano, come una
grandine d'oro.
La vergine, se era sola, provava un bisogno di distendersi, di gettare
lungi le vesti, di giacere, e di raccogliere su la pelle quella
blandizia ignota che fluttuava nell'aria.
Cominciava lentamente a spogliarsi, con gesti pigri, indugiando con le
dita in torno alle allacciature e ai fermagli, facendo piccoli sforzi
svogliati nel cacciar fuori le braccia dalle maniche, fermandosi a
mezzo e abbandonando in dietro la testa dai capelli crespi e corti,
quella sua testa di giovincello. Lentamente, sotto l'amorosa fatica,
dalla informità delle vesti, come dalla scoria del tempo una statua
diseppellita, il corpo ignudo si rivelava. Un mucchio di lana e di tela
vile era ai piedi della pulzella così purificata, e da quel mucchio
ella come da un piedestallo sorgeva nella luce coronandosi con le
braccia, mentre al contatto dell'aria una vibrazione a pena visibile
le correva a fior della pelle. In quell'attitudine momentanea tutte
le linee del torso si distendevano e salivano verso il capo ricinto:
si appianava la leggera onda del ventre non anche deturpato dalla
concezione; gli archi delle coste si disegnavano in rilievo. Poi, se un
insetto entrava nella stanza, il ronzìo aliante in torno ed accennante
ad attingere la nudità, il ronzìo sbigottiva Orsola; ed era allora un
difendersi dalla puntura mal temuta, erano movimenti serpentini, scatti
di muscoli sotto la cute, paurosi raggruppamenti di membra, falli dei
malleoli non bene forti al gioco.
Poi, così eccitata dal moto e calda, ella aveva voglie nuove.
Apriva l'uscio, cauta in sospetto; e metteva fuori il capo guardando
nell'altra stanza. C'era un odore di chiuso, quello squallore inanimato
che hanno le scuole senza fanciulli. Nelle tabelle quadrate l'alfabeto
cubitale e i gruppi dei dittonghi e delle sillabe stavano muti
dominatori del luogo. Orsola si avanzava evitando co' piedi nudi gli
interstizii del pavimento smosso, provando la titubanza di chi cammina
scalzo per la prima volta su un piano aspro e la confusione di una
donna che non sente più in torno al suo passo l'impedimento abituale
della veste. Andava così fino alla terza stanza, dov'era l'acqua.
Intingeva le mani, si spruzzava tutta, coraggiosamente, sussultando
se una gocciola più grossa le rigava l'epidermide. Usciva di là, tutta
sparsa di rugiada: andava verso lo specchio di un antico canterano.
Restavano in quel canterano ancora frammenti d'intarsio qua e là.
Lo specchio, che celava un armario sovrastante, aveva in torno fregi
misti d'oro e di colori e in alto due puttini decapitati. Orsola saliva
fin là, attratta da una irresistibile curiosità di vedersi nuda. La
sua persona tutta ancora fresca di gocciole sorgeva nell'offuscamento
dello specchio come in un verdazzurro fondo marino. Ella si guardava
sorridendo. Il sorriso, ogni movimento dei muscoli pareva far tremolare
tutte le linee della nudità nello specchio come quelle di una imagine
dentro le acque. Allora ella cominciava una specie di mimica vanitosa,
guardando riprodursi tutti i suoi gesti nella lastra, aprendo le labbra
per mostrare i denti, alzando le braccia per mostrare le ascelle,
presentando la schiena arcata e forzando il capo a volgersi in dietro;
fin che un pazzo impeto di ilarità, dinanzi a quello spettacolo di sè,
le scuoteva tutta la persona. In fondo in fondo, dietro la donna, si
rifletteva dalla parete avversa la tabella dell'alfabeto.
XIV.
Ora avvenne che in uno di quei momenti battesse alla porta della scala
Lindoro venuto su con le conche. Orsola gridò:
-- Aspetta!
E raccolse da terra le vesti, in furia; se le mise addosso, in furia;
andò ad aprire.
Erano le sei di sera: il riverbero bianco del palazzo di Brina entrava
nella stanza; tutto il paese di Pescara, grande ospizio di rondini,
cantava.
I due, in mezzo, ritti, parlarono del ritrovo imminente. Lindoro con la
sua loquacità cercava di vincere le estreme esitazioni della pulzella;
poichè egli già teneva una parte della mercede, e l'adescava il resto.
L'artifizio persuasore gli avvivava le parole, gli occhi, i gesti.
Egli aveva nel fiato l'odore del vino, e nella faccia, su le tempie,
pe 'l passaggio recente del rasoio, piccole macchie rosee e violacee.
Mentre parlava gli si scopriva la fila dei denti eguale e schietta,
una di quelle forti chiostre che spesso armano le bocche plebee; e la
singolarità emergeva vivacemente dalla generale turpitudine dell'uomo.
Orsola opponeva dubbii, paure, ad interrompere; ma già, poi che
l'impudicizia a mano a mano sorgendo più calda dal fòmite del vino
bevuto si insinuò nelle persuasioni del galeotto, ella cominciava a
turbarsi. S'era ritirata a poco a poco verso il muro, appoggiandovisi.
Dalle aperture, lasciate qua e là nell'abito per la furia del
rivestirsi, si intravedevano i lembi del lino. La gola era tutta
scoperta, i piedi senza calze nascondevano nelle pianelle soltanto le
dita.
Ma ella, a un punto, involontariamente, per quel cieco istinto da cui
una donna è avvertita d'essere innanzi a un uomo bramoso, corse con
la mano a chiudere sotto la gola, sul petto gli uncinelli. Quell'atto,
col quale Orsola così riconosceva nel mezzano l'uomo, quell'improvviso
atto fece scattare dall'abbiezione di Lindoro un impeto di orgoglio
maschile. -- Ah, egli dunque aveva potuto per sè stesso turbare una
donna! -- E si fece più da presso; e, come il coraggio del vino lo
animava, quella volta nessun ritegno di viltà trattenne il bruto.
XV.
Orsola rimase inerte, lunga su i mattoni, con nelle vesti, con in tutta
la figura lo scompiglio della donna violata.
Ma, quando udì i passi di Camilla nella scala, dal fondo della sua
languidezza si levò su un gomito; rapidamente passò le mani su le
vesti sconvolte; ritrovò le parole per dire alla sorella che una sùbita
mancanza di forze l'aveva fatta cadere nel mezzo della stanza.
Fuori, annottava. Sul paese si spandeva la grande frescura glauca della
sera di giugno, originante dall'Adriatico. Voci e risa empivano la
piazza; giù pe 'l casamento cantava la gioia sabatina degli abitanti
sollevati. Dal secondo pianerottolo Teodora La Jece gridò:
-- Comare Camilla, comare Orsola, venite?
Orsola seguì la sorella, senza parlare, senza pensare. Durava fatica
a ricordarsi: una specie di ebetudine le teneva ancora la memoria.
Teodora le empiva gli orecchi del suo chiacchierio di femmina
maldicente e petulante.
-- Sapete, comare, la figlia di Rachela Catena si marita.
-- Ah.
-- Sapete, piglia Giovannino Speranza, quel rosso che tiene locanda alla
Pesceria e ha il mal di San Donato, liberanosdòmine.
-- Ah.
-- Sapete, comare; Checchina Madrigale se n'è scappata un'altra volta a
Francavilla. Voi la conoscete: quella grassa che sta di casa a Gloria,
nera, col naso a becco.... quella.
Teodora seguitando aveva preso il passo di Orsola. Camilla veniva un
poco in dietro, a capo chino, senza badare ai peccati di mormorazione
che la lingua della tessitrice commetteva contro il prossimo. Per le
vie tutta la gente godeva l'aria; gruppi di donne passavano, in vesti
di tela, con braccia nude sino al gómito.
-- Comare, guardate Graziella Potavigna che falbalà s'è messo! Guardate
Rosa Zazzetta, con un sergente avanti e uno dietro.... Ah, voi non
sapete?
E qui una storia d'amorazzi piena d'indiscrezioni salaci, susurrata
quasi all'orecchio. Per obliare, Orsola si immerse nel pettegolezzo
intieramente, con una specie di furia convulsa, non dando a sè
stessa il tempo di ripensare, interrogando, eccitando Teodora alla
chiacchiera, temendo gli intervalli di silenzio, riempiendoli con
sussulti di riso. Ella aveva quasi un godimento amaro a sentire i
vituperii degli altri.
-- Oh! ecco Don Paolo!
Veniva in contro con la sua bella placidezza Don Paolo Seccia, un
ottuagenario ancora aspro e verde come un ginepro.
-- Venite con noi, Don Paolo: usciamo fuori.
Tutti i macelli per la via di qua, di là, avevano i loro manzi freschi
penzolanti in mezzo alla porta: l'odore della carne bovina si spandeva
dalle ventraie aperte e assaliva le nari. Più in su, lunghe file di
maccheroni stavano attelate al lume della luna che le guardava dalla
cima di un'antenna soperchiante la caserma. Gruppi di soldati si
affollavano in torno alle rivenditrici di frutta, vociferando.
-- Andiamo alla Bandiera -- disse Teodora, dando la precedenza a Don
Paolo ed a Camilla.
Orsola passò in mezzo a tutti quei romori e quegli odori forti,
stordita. Cominciava alfine uno sbigottimento vago a sommuoversi
dal fondo, a torcerle la bocca nel riso, nelle parole, a impedirle
la lingua. Anche certi piccoli tormenti fisici la molestavano e la
richiamavano alla realità delle cose. Ella non sapeva più sfuggire
a sè stessa: le moriva la voce fra i denti, l'angoscia le serrava la
gola, il fantasma del peccato enorme e irrimediabile le si drizzava
dinanzi. Ella ora si sentiva morire dalla fatica di reggersi in piedi,
di mettere i passi: si sentiva percossa dalla spietata animazione della
vita nella strada che è di tutti.
-- Dunque, comare mia, quel guercio del marito senza saper nulla di
nulla... -- diceva Teodora riannodando la maldicenza interrotta.
Andavano per la Bandiera. Il ponte a battelli, su la sinistra,
cavalcava il fiume. Dall'altro lato, la mole cupa e grave del bastione
si disegnava nel chiarore. I vecchi cannoni di ferro, piantati con la
bocca nel terreno, si dilungavano in fila trattenendo le gómene; grandi
áncore di ferro ingombravano lo scalo. Nelle tolde, a riva, i marinari
sotto le tende mangiavano e fumavano: le tende illuminate contrastavano
con un rossore sanguigno l'albore della luna. Intorno alle proe,
su l'acqua larghe chiazze come di materia liquefatta fluttuavano
lentamente.
-- ... mandò a chiamare Don Nereo Memma, figuratevi! -- seguitava
Teodora, implacabile.
-- Chi parla del dottor Dulcamara? -- fece Don Paolo, a cui era giunto
quel nome, ridendo dalla franca bocca ancora armata di avorii.
Orsola non sentiva più: ella era pallida come la faccia della luna. Da
prima, tutta quella gran pace luminosa piovente dal cielo sul fiume
e tutte quelle lunghe vene di odore marino correnti pe 'l fresco le
avevano dato sollievo; poichè dinanzi a quello spettacolo di dolcezza
i fantasmi vagheggiati dell'amore in fondo a lei si risollevavano
e le sommità del sentimento al raggio lunare riscintillavano. Fu,
súbito dopo, un tumulto confuso in cui ella udiva battere le arterie
con un susurrìo assordante che parve dilatarsi e riempire tutta
l'aria d'un tratto. Le mancava sotto i piedi il suolo fermo. Il
limite delle acque si confuse, per la vertigine; il fiume invase la
strada; acque acque acque si spársero in torno. Poi, d'un tratto, uno
scintillìo di bagliori si accese dentro gli occhi di lei, un tremolìo
crescente di fiammelle fatue che rompevano, si intrecciavano, si
allontanavano, e si fondevano e perdevano serpentinamente nell'ombra.
In quella illuminazione la figura di Marcello compariva e spariva,
con una rapidità e una mutabilità di sogno. La vertigine cessò.
Orsola riconobbe i riflessi della luna nel fiume placido; continuò a
camminare, stupefatta, indebolita, quasi in punto di venir meno.
-- Stanca, eh? comare; voi non siete abituata, si sa. Appoggiatevi a me,
appoggiatevi -- diceva Teodora. -- La figlia di Donna Mentina Ussoria,
quella più piccola, butterata, stava proprio innanzi alla bottega,
sapete, su la piazzetta...
Erano alla caserma dei finanzieri. Grandi mucchi di carrùbe mandavano
un odore forte come di pelli conciate; e la strada seminata di scaglie
d'ostriche scricchiolava sotto i passi. Due sciàbiche, presso la riva,
facevano pesca d'anguille, in silenzio, con la luna propizia. Ma la
sonorità del mare empiva di grandezza il silenzio. Annunziavano la foce
gli ondeggiamenti del sale superanti il lieve fiore dell'acqua dolce.
-- Torniamo in dietro, belle figliuole -- disse Don Paolo, prendendo una
carruba dal mucchio vicino.
Orsola si lasciava condurre. Ella durava fatica a rattenere l'ansia
del respiro; poichè ora il suo stato, con una terribilità incalzante,
le si ripresentava dinanzi e schiacciava tutti gli aneliti e i tumulti
del sentimento suscitati dalla voluttà della notte lunare. Ella vedeva,
nella fissazione del suo pensiero, la figura di Lindoro levarsi e
vivere; si sentiva un'altra volta afferrare e palpare da quelle mani
aspre, soffocare da quel fiato caldo di vino e di libidine, violare
su i mattoni della stanza. Ma in quel momento, pensava, ella non aveva
resistito, non aveva gridato, non aveva fatto nessun moto per opporsi;
ella aveva soggiaciuto, senza forze, non distinguendo più nulla, non
sentendo se non una gran gioia mista di dolore inondarle le fibre.
Allora il ribrezzo e il languore si avvicendarono nella sua carne,
agghiacciandola, affocandola. Inconsapevole, guardava innanzi a sè,
pallida e con gli occhi ingranditi e più neri.
-- Sentite come il vino canta! -- disse Don Paolo, soffermandosi.
Nelle barche i marinai stavano distesi tra i cordami, in mezzo al fumo
del tabacco di Dalmazia, e cantavano di femmine belle, in gran coro.
XVI.
Camilla, su l'inginocchiatoio, pregò a voce bassa, co 'l capo
prostrato, con giunte le mani, lungamente; poi accese la lampada votiva
a Maria Vergine, per la notte; piegò poi nel sonno tenendo il dolce
cuore di Gesù tra i fiori vizzi del seno. Il suo respiro di dormiente
era religioso come se sfiorasse l'ostia sacra su la paténa d'argento.
Nella volta le ombre seguivano le oscillazioni della fiammella
alimentata dall'olio. I rumori del legno che si dilata e dei tarli
che ródono, le voci misteriose dei vecchi mobili nella calma notturna,
rompevano il silenzio.
Orsola stava nello stesso letto, a fianco di Camilla, distesa, senza
muoversi, senza chiudere gli occhi, poichè una grande stanchezza
insonne le occupava le membra e la vigilanza assidua dell'angoscia le
martoriava l'anima tapina. Ella ascoltava il silenzio; spiava sè stessa
con una curiosità ansiosa, come per sentire qual mutamento si fosse
compiuto nell'essere suo.
A un tratto, Camilla nel sonno cominciò a mormorare parole confuse,
frammenti di parole incomprensibili, movendo appena le labbra, mettendo
lunghi respiri. La testa di lei, scarna, affilata, scolpita rigidamente
dalla penitenza e dal digiuno, ingiallita dal lume della lampada,
posava su la bianchezza del guanciale come una effigie mal dorata di
santa sopra una raggiera. Piccole ombre violacee segnavano l'interno
delle narici, i solchi del collo teso e pieno di corde, le fosse delle
gote, le occhiaie d'onde sporgeva grande il globo coperto dalla pelle
molle della pálpebra. Ella pareva così il cadavere di una martire,
dentro cui scendesse lo spirito di Dio.
Benchè quello dei soliloquii notturni non fosse il primo, Orsola
sentì freddo in mezzo ai capelli: un terrore improvviso l'assalì e la
oppresse. Ella istintivamente si rannicchiò, cercò di allontanarsi
dal corpo della sorella ritraendosi su l'orlo della sponda; stette
immobile, sospesa negli intervalli di silenzio, con gli occhi fissi
su la bocca della dormiente, provando un sordo sussulto in mezzo
al petto se quelle labbra si movevano a profferire nuove parole.
Ella non comprendeva; ma qualche cosa di lontanamente profondo e di
solenne era in quel mormorìo interrotto, un mistero soprannaturale si
levava da quel corpo inerte e inconsapevole che parlava senza udire
la propria voce. Nella stanza passava l'alito del sepolcro; per la
fantasia sconvolta dell'insonne le ombre oscillanti prendevano forme
spaventose e minacciose di spettri; l'aria pareva solcata da romori
ignoti. Tutte le cose su cui l'allucinata si rifugiava con lo sguardo,
tutte le cose si trasformavano e si animavano ed andavano verso di
lei. Allora l'idea del castigo e della pena eterna ancora una volta
le risorse nella conscienza e la incalzò. Ella si abbattè sotto
l'incubo del suo peccato, mettendo in croce le braccia sul petto per
difendersi dalle minacce dei demoni, tentando pregare con la lingua
impedita dal terrore, aggrappandosi con un supremo slancio all'áncora
del pentimento, all'ultima salvezza. Ella si sentiva perduta, chiedeva
misericordia dall'intimo del suo cuore al divino Sposo tradito, a Gesù
buono e grande, a Colui che perdona.
La voce di Camilla si esalava in sospiri, si confondeva in un borboglìo
tremulo, si spegneva nella respirazione lenta ed eguale, a mano a
mano che l'entusiasmo del sogno mistico si andava placando. Le ombre
seguitavano ad oscillare. Non ancora il Crocefisso discendeva dalla
parete a raccogliere con le dolcissime braccia la pecorella tornante
all'ovile.
XVII.
-- Ha detto il Signore per bocca del profeta Gioele, figlio di Petuel:
«Avverrà che io spanderò il mio Spirito sopra ogni carne, e i vostri
figliuoli e le vostre figliuole profetizzeranno; i vostri vecchi
sogneranno sogni, i vostri giovani vedranno visioni.»
Questo Spirito di cui gli Apostoli ebbero le primizie e la beatitudine,
fu per essi e per noi uno Spirito di verità, uno Spirito di santità
e uno Spirito di forza... O divino amore, o sacro legame che unisci
il Padre e il Figlio, Spirito onnipotente, fedele consolatore degli
afflitti, pénetra negli abissi profondi del nostro cuore e infondici la
tua gran luce! --
Così predicava Don Gennaro Tierno nella Pentecoste, dall'altare
maggiore, volto al popolo ascoltante. Sopra di lui, in alto, la terza
persona della SS. Trinità apriva l'arco radioso delle ali d'oro, e
nella chiesa l'illuminazione dei ceri spandeva un rossore simile a
un riflesso d'incendio. Gli enormi pilastri di pietra sostenenti le
due navate, coperti di barbare sculture cristiane, cavalcavano verso
l'altare pesantemente; su le pareti gli avanzi dei mosaici rilucevano:
qualche testa di Apostolo, qualche braccio rigido di santa, qualche ala
d'angelo emergeva ancora nell'offuscamento e nello scrostamento operato
dai secoli. Tra i mosaici pendevano piccole navi ex-voto dedicate al
tempio dai naufraghi supérstiti. E in mezzo alle pietre rudi e alle
croste fosche si elevava agile un gruppo di colonne rosee a spira
sorreggenti il pergamo anche marmoreo fiorito di acanti e animato di
bassirilievi.
-- Spandi la tua dolce rugiada su questa terra deserta, a fin che cessi
la sua lunga aridità. Manda i raggi celesti del tuo amore fino al
santuario dell'anima nostra, a fin che penetrandoci accendano fiamme
consumatrici delle nostre debolezze, delle nostre negligenze, dei
nostri languori! -- seguitava il prete, salendo ai supremi culmini della
sua eloquenza e della sua potenza vocale.
Orsola, da presso, ascoltava, tutta raccolta. Ella si era rifugiata
nella casa del Signore, era tornata al talamo; voleva che il Signore
la purificasse e la ricevesse un'altra volta nella benignità del suo
grande abbracciamento. Quel barbaglio subitaneo di fede la abbacinava,
le faceva quasi dimenticare ogni fallo anteriore. Le pareva che
subitamente dalla sua anima le macchie si cancellassero e dalla sua
carne cadessero le scorie della impurità terrena. Giammai ella si era
accostata all'altare di Dio con un più profondo tremito di speranza;
giammai aveva ascoltato la parola di Dio con una più lunga ebrezza.
Dall'istante in cui l'orrore della dannazione le si levò nella
conoscenza, ella si compresse in una specie di raccoglimento cupo,
sorvegliando sè stessa, sorvegliando i propri atti, i propri pensieri,
i minimi moti pe 'l timore che quella veemenza di pentimento si
esalasse, per l'ansia di conservare intatto dentro di sè quel fiore
di fede rigermogliato d'improvviso. Fu una specie d'assunzione verso
Gesù, con un ripudio di ogni legame umano. Ella si esaltò nella lettura
dei libri sacri; si gettò nella contemplazione delle imagini e dei
misteri; lottò contro le molli viltà della carne, contro i calori della
giornata, contro l'insidie della notte, contro i profumi che le portava
il vento, contro il soffio che saliva dai suoi ricordi impuri, contro
le voci che parevano vellicarle l'udito e susurrarle segreti nuovi di
piacere.
Dopo quella settimana solitaria di passione, ella ora deponeva il
sacrificio ai piedi dell'altare; beveva il balsamo della parola di Dio,
fissando gli occhi in alto alla colomba radiosa e sentendosi a poco a
poco naufragare nel pèlago dell'estasi.
-- Vieni dunque, vieni, dolce consolatore delle anime desolate, rifugio
nei pericoli, protettore nella sventura. Vieni, o tu che purifichi
l'anime da ogni macchia e ne guarisci le piaghe. Vieni, forza del
debole, appoggio di quegli che cade. Vieni, stella dei naviganti,
speranza dei poveri, salute di chi è per morire -- incalzava Don Gennaro
Tierno, alto nella pianeta d'argento, vermiglio in volto, con occhi
forzanti le órbite, con gesti che parevano toccare il cielo.
Nella chiesa una calura grave si era addensata su i cristiani. Le
navate si schiacciavano su i pilastri; in una vetrata la testa di S.
Luca evangelista raggiava percossa dal sole e il gran manto metteva
nell'aria una zona di crepuscolo verde. L'ambone marmoreo si levava
come un miracoloso fiore mistico, in quel vapore di luce.
-- Vieni, o Spirito, vieni ed abbi misericordia di noi!
Orsola teneva gli occhi all'alto: su l'onda di tutte quelle invocazioni
ella ascendeva verso il nimbo, penetrata dalla ineffabile soavità che
attira l'anime all'odore degli aromi spirituali. Le parve un istante
di vedere la colomba d'oro balenarle un lampo di assentimento, e il
cuore le balzò di giubilo nel seno come San Giovanni nelle viscere
d'Elisabetta alla visita della Vergine Maria.
-- Per nostro signore Gesù Cristo. Amen.
Il prete, tutto d'argento, si volse verso la custodia, dicendo a bassa
voce un credo. Due turiferarii bianchi ai lati cominciarono a scuotere
i turiboli fumanti e odoranti. Un nuvolo di incenso avvolse la vergine
violata che stava da presso; e subitamente un invincibile fiotto di
náusea dal fondo della maternità le salì alla gola e le fece torcere la
bocca.
XVIII.
Non c'era dunque scampo? -- Più giorni ancora ella oscillò nel dubbio,
aspettando l'ultima prova. Vertigini la prendevano al levarsi, quando
ella metteva a terra i piedi; sfinimenti vaghi la invadevano su la
sera, fievolezze in cui il pensiero, la volontà, i ricordi parevano
quasi avere la confusione, la sonnolenza fluttuante delle prime ore
mattutine. Ella faceva le cose per abitudine, con gesti di sonnambula,
stancamente. Nella scuola, se veniva sul vento l'odore del pane caldo
dal forno, ella si sentiva morire, sentiva tutte le viscere montarle
d'un tratto alla bocca; e un sapore di lisciva le si spandeva nella
lingua. Un giorno, mentre un bimbo succhiava una ciliegia, una voglia
violenta di quel frutto la fece contorcere su la sedia, impallidire
e sudare. Poi, ella, dopo il pasto, tutta amara di nausea, si metteva
lunga sul letto, si lasciava occupare dal sopore: il caldo era pesante,
le mosche ronzavano, le grida d'un venditore di occhiali passavano
sotto la finestra, rauche nel silenzio.
Sfiduciata, ella non cercò più la chiesa: l'incenso anche la ributtava.
Ella non pensò più a Marcello; non lo vide più, non ebbe di lui se non
un ricordo incerto, come d'un sogno remoto. L'ansia presente la teneva
tutta.
Lindoro saliva a portar acqua, come prima. Egli giungeva su, rosso e
stillante di sudore; posava le conche, lanciando sguardi di sbieco alla
vittima. Orsola si ritirava nell'altra stanza o si curvava sul lavoro
stringendo i denti nella collera repressa. Lindoro se ne andava, come
un cane frustato; ma il pensiero di aver posseduto quella donna gli
turbava il sangue: avrebbe voluto ora trascinarsela con sè, tenersela,
esserne il padrone come di una merce da usare e da vendere. Cupidigia
sensuale e avidità di guadagno in lui si mescevano.
Una sera egli aspettò che Camilla uscisse, alla porta di strada; poi
salì a precipizio per sorprendere Orsola, per trovarla sola nella casa.
Quando egli battè all'uscio Orsola lo riconobbe e si sentì rimescolare.
-- Che vuoi da me, che vuoi? -- chiese ella con la voce soffocata, senza
aprire.
-- Sentimi un momento, sentimi! Non aver paura; non ti faccio male...
-- Vattene, cane, infame, assassino... -- proruppe la donna, con una
veemenza stridula di vituperii, togliendo il freno a tutto l'odio
accumulato contro colui. -- Vattene, vattene!
E, sfinita, si ritrasse nella sua stanza, si gettò su i guanciali
mordendoli fra le lagrime.
XIX.
Non c'era più scampo. -- La figlia di Maria Camastra aveva bevuto il
vetriolo ed era morta così, con un bimbo di tre mesi nel ventre. La
figlia di Clemenza Iorio s'era precipitata dal ponte, ed era morta
così, nella fanga della Pescarina. Bisognava dunque morire.
Quando questo pensiero balenò alla mente di Orsola, cadeva il
pomeriggio. Tutte le campane sonavano a gloria, nella vigilia del
-Corpus Domini-; grandi tribù di rondini schiamazzavano e turbinavano
sul palazzo di Brina, si assembravano a parlamento su l'Arco. Una
nuvola rossa sovrastava le case, simile forse a quella che versò bitume
ardente su l'empietà di Sodoma.
Orsola al baleno di quel pensiero si smarrì, ebbe paura. Poi a mano
a mano che il sentimento della vergogna la persuadeva al passo, in
fondo a lei una sorda ribellione di vitalità cominciava a levitare,
le viscere fremevano. Ella d'un tratto sentì il rossore e il calore
del suo sangue chiazzarle la fronte, le guance. Si levò dalla sedia,
torcendosi le braccia nell'agitazione della lotta. E, con un impeto
di forza nervosa, finalmente uscì dalla stanza, entrò nella cucina,
cercò su le tavole un bicchiere e il mazzo degli zolfanelli. L'odore
forte del carbone le turbava lo stomaco; la vertigine le prendeva
il cervello. Ella trovò tutto: mise gli zolfanelli a disciogliersi
nell'acqua; rientrò nella sua stanza e nascose in un angolo, sotto un
mobile, il bicchiere letale.
-- Dio mio! Dio mio!
Ella aveva ora paura di trovarsi così, sola, dinanzi al suo
proponimento. Le tornò subitamente nella fantasia il cadavere di
Cristina Iorio intraveduto quel giorno mentre lo portavano su la
barella alla casa della madre: un corpo gonfio come un otre, con la
melma ne' capelli, nel cavo degli occhi, nella bocca, tra le dita de'
piedi violetti...
-- Dio mio, Dio mio, morire!
E sussultò come se una mano fredda e rigida le si fosse posata sul
capo: un brivido le corse tutte le membra, le durò un momento sul
cranio con l'impressione di una lama che vi penetrasse per distaccarne
la pelle.
-- No, no, no! -- disse con la voce alterata, come se volesse scacciare
da sè il contatto di qualche cosa orribile. E andò alla finestra,
sporse il capo fuori, cercando un rifugio.
Ella rimase là, inchiodata, attònita dinanzi a quella visione
d'incendio biblico e a quella tregenda di uccelli neri. Quando si
volse un poco, intravide nell'ombra della stanza un bagliore strano:
il luccichìo delle mezzelune d'oro su la veste della Madonna di Loreto
e il luccichìo delle medaglie. Ebbe ancora paura; si schiacciò sul
davanzale, si sporse di più; stette là, senza avere il coraggio di
muoversi. Allora, in quella immobilità, l'indebolimento serale cominciò
ad invaderla; ed ella si strinse la testa grave tra le palme, socchiuse
le pàlpebre.
-- Ah!
D'improvviso le si era aperto nell'animo uno spiràcolo. -- Sì, sì, ella
se ne rammentava! Spacone, il mago, quel vecchio con la barba lunga,
quello che faceva i miracoli e aveva le medicine per ogni male... Era
venuto al paese qualche volta a cavalcioni di una muletta bianca, con
due triangoli d'oro agli orecchi, con una fila di bottoni larghi come
cucchiai d'argento senza mànico. Tante donne uscivano su gli usci e
lo chiamavano, e lo benedicevano. Egli aveva guarito ogni sorta di
malattie con certe erbe e certe acque e certi segni del dito pollice
e certe parole magiche. Egli doveva avere i rimedii pure per quella
cosa... sì, sì, li doveva avere!
E Orsola rivisse in un barlume di speranza, mentre il languore saliva
saliva. Dinanzi a lei, le cose annegavano nel crepuscolo; il giorno
vermiglio, penetrato dalle ceneri della notte vicina, mancava in un
lento scoloramento, senza contrasti. Una rondine, come un pipistrello,
passò radendole il capo. Il sùbito alito dell'estate le soffiò nella
faccia, le toccò ogni vena, le scosse fin le radici infime della vita.
Ella, con un moto involontario e inconsapevole, mise le mani sul ventre
e le tenne così un istante. L'indefinito sentimento della maternità
le attraversava l'anima. E dal fondo, misteriosamente, un ricordo
della convalescenza lontana si svegliò. -- Ah, era di marzo... una
gran bianchezza ridente... e sopra di lei le -spie-, le lanugini molli
piovevano.
XX.
Così fu che la mattina dopo ella uscì dalla casa, di sotterfugio; e
s'incamminò sola fuori del paese, per la strada nuova di Chieti.
Nelle vicinanze di San Rocco abitava Spacone. Sotto la maestà di una
quercia druidica, egli compiva i miracoli e formulava i responsi.
Tutto il contado, in venti miglia di circuito, ricorreva a lui, come
a un apostolo della Providenza. Nelle epidemie del bestiame indigeno,
mandre di bovi e di cavalli si raccoglievano in torno alla quercia
per ricevere il talismano preservante dal morbo: le orme delle unghie
equine e bovine facevano come un circolo d'incanti su l'erbe semplici
del terreno.
Quando Orsola s'incamminò, era nella terra pescarese un gran giuoco
d'ombre e di luci. Le nuvole nòmadi trasmigravano dalla marina alla
montagna, come carovane con buone salmerìe d'acqua, per quel cielo
arabico del mese di giugno. A intervalli, larghe zone di terra si
sommergevano nell'ombra, altre zone emergevano illustrate; e, come
l'ombra era turchina e mobile, la campagna così dava apparenza di un
arcipelago che galleggiasse copioso d'alberi e di fromento. Il canto
degli uccelli lodava la maturità delle biade.
Al primo spettacolo Orsola ebbe un insolito ristoro; poichè la
libertà della campagna, la felicità della luce sul fogliame, gli odori
cordiali dell'aria circondandole d'un tratto la persona le mossero il
sangue, e la nuova speranza in lei al dispiegarsi dell'orizzonte si
fortificò ed esultò. Ella si alleggeriva di tutte le angosce, vivendo
per due sentimenti soli, per la speranza della salvazione corporea
e pel desiderio di raggiungere la meta. In fondo, alla meta, ella
vedeva nella sua fantasia sorgere il vecchio benefico e illuminarsi
misticamente. Per una nativa tendenza superstiziosa, ella trasformava
quella figura, la ingigantiva e la vestiva di una dolcezza cristiana,
la cingeva di nimbo. Allora tutte le dicerie che correvano tra il
volgo le tornarono alla memoria confusamente e gittarono sprazzi di
luce meravigliosa su la fronte di Spacone. Allora ella si rammentò
che Rosa Catena, in un giorno lontano della malattia, aveva parlato
del Vecchio con una reverenza devota citando miracoli. -- Un cieco di
Torre de' Passeri era andato a San Rocco ed era tornato dopo tre dì con
gli occhi che ci vedevano e con una cifra turchina su la tempia. Una
femmina di Spoltore, invasa dagli spiriti maligni, era tornata mansueta
come un'agnella, dopo aver bevuto due sorsi d'un'acqua custodita in una
piccola zucca secca.
Così a poco a poco, lungo il cammino, pel concorso di tanti elementi
sparsi si venne formando nella mente di Orsola una specie di leggenda.
E a poco a poco, giacchè nulla possono gli uomini senza l'assistenza
di Dio, sorse anche la persuasione che il vecchio fosse un inviato
del cielo, un redentore delle anime dalla dipendenza corporale, un
distributore di grazie celesti su la terra ai caduti. -- La speranza
estrema non era discesa su la peccatrice improvvisamente, quasi per
influsso divino, fra i segnali accesi nell'aria? E nella Pentecoste
la colomba non aveva balenato dall'alto, agli occhi della pregante, un
lampo di buona promessa?
La promessa ora si compiva nel santo giorno del -Corpus Domini-. Orsola
dunque, tutta calda di fede e di giubilo, andava su la polvere della
via nuova, non curando la fatica dei passi. Ai due lati, le siepi
biancheggiavano come coperte di escrementi d'uccelli. Gruppi di pioppi
sonori stavano su i limiti; e i tronchi inargentati riverberavano
le variazioni della luce. Le contadine della Villa del Fuoco, nane,
co 'l naso camuso, con le labbra schiacciate, femmine cafre dalla
pelle bianca, venivano incontro a due, a tre. Le vicende delle nuvole
occupavano l'immenso teatro della campagna.
Orsola passò il Mulino, passò la Villa. Una energìa nervosa le animava
il passo. Ella si sentiva battere il vento su la nuca e sentiva sul
capo a intervalli stormire i pioppi. Ma l'oscillare delle ombre e la
polvere cominciavano a turbarle un poco la visione; il calore del moto
le affluiva alla testa; la volontà era tutta occupata nell'insolito
sforzo materiale dell'incedere. Ella così andò innanzi in una specie di
stordimento crescente che si mutava in malessere; e, vinta dalla fatica
e dal caldo, si lasciò allettare da un mucchio di olivi messi in salita
a sinistra.
Passavano quattro o cinque zingari seminudi, bronzini, con amuleti
luccicanti sul petto, a cavalcioni di certi asini rossastri. Uno di
loro fischiava urtando con le calcagna il ventre della sua bestia.
Tutti avevano in mano canne e portavano bisacce di pelle su le cosce.
Guardarono la donna rifugiata sotto gli olivi e mormorarono ridendo.
Orsola ebbe paura di quegli occhi che mostravano il bianco nello
sguardo, e stette sbigottita finchè il gruppo non si allontanò. Lo
scoraggiamento incominciava a impadronirsi di lei; la solitudine
cominciava ad esserle paventosa, poichè nella campagna correva per
lunghi brividi l'annunzio della pioggia e un silenzio quasi lugubre
scendeva nell'aria dalle nuvole raccolte. Ella s'era appoggiata ad
un tronco: freschi soffi intermessi le investivano la persona e le
gelavano il sudore nei pori, soffi che accorrevano a lei co 'l fruscìo
di un animale furtivo nell'erba; mentre in torno il tremolìo del sole
pareva un riverbero d'acque lontane. Pallidi fiori d'un giallo sulfureo
facevano onda a pie' degli olivi.
Un ricordo scese allora dai buoni alberi su l'animo della donna. -- La
chiesa era tutta piena di palme benedette e di aromi, quel giorno;
ed ella andava tra il popolo sorretta dalle braccia di Marcello, in
un gran tremore... Ma, come ella si soffermò in quel pensiero, le
si smarrì la memoria; tutto le sfuggì in una incertezza di sogno.
Soltanto, colpi sordi le batterono il cuore, sussulti d'angoscia le
affannarono il respiro. Ella aveva ora la sensazione ottusa di un
sopore che le cadesse sul cervello con la pesantezza d'un colpo di
maglio. Un resto di volontà vigile le bastò a scuotersi debolmente e a
discendere nella strada.
Le nuvole raccolte verso la Maiella avevano preso il colore diafano
e grigio di una massa pendula d'acque. Larghe trombe si avvicinavano
dalla marina più cariche; e ancora qualche azzurro campo si dilatava
nell'alto. Un odore di umidità già saliva dalla polvere, da tutta
la campagna ansante nell'aspettazione. Gli alberi immobili parevano
assorbire la luce, si levavano anneriti in mezzo alla fumea dell'aria,
popolavano di forme incerte la lontananza.
Orsola camminava con una fatica immensa, sentendo che le forze stavano
per abbandonarla. -- Ecco, pensava, arriverò a quell'albero e poi
cadrò. -- Ma non cadeva. Si scorgevano a destra le case di San Rocco. Un
contadino veniva in contro a corsa.
-- Buon uomo, è quello San Rocco?
-- Sì, sì, voltate alla prima scorciatoia.
Grosse gocce sonanti cominciarono a cadere; poi d'un tratto la pioggia
crescente rigò l'aria di lunghe frecce bianche, di lunghe sferze che
percotendo schioccavano. Un sommovimento mostruoso agitò allora le
nuvole: sprazzi di raggi eruppero di qua, di là. Tutte le colline, in
fondo, a traverso le liste della pioggia si accesero un attimo e si
rispensero. Una fievole serenità d'argento si levò su la Maiella, parve
acuirsi come una spada sottile.
Orsola tentava di correre verso la quercia distante un tiro di
schioppo. Le gocce le battevano su la nuca, le scivolavano per la
schiena, le colpivano la faccia; e già le vesti erano tutte molli sino
alla pelle. I passi le mancavano sul terreno sdrucciolevole. Ella cadde
e si rialzò, due volte. Poi, quasi folle, si mise a gridare verso la
casa.
-- Aiuto! aiuto!
Una femmina uscì dalla porta e venne a sorreggerla, seguita da due cani
che abbaiavano.
Orsola si lasciò condurre senza poter più proferire una parola a
traverso i denti serrati, livida, con la faccia stravolta. Non si
riscosse se non dopo qualche tempo, per le domande che l'ospite le
faceva. E allora, repentinamente, all'udire il nome di Spacone, si
ricordò di tutto.
-- Ah, dov'è Spacone? -- chiese.
-- È a Popoli, donna santa: l'hanno chiamato.
Orsola non resse più: cominciò a singhiozzare e a strapparsi i capelli.
-- Che volete, donna santa? che volete? Io sono la moglie; ci son qua
io... -- miagolava la strega, trattenendole i polsi, incitandola a
parlare.
Orsola esitò un momento; poi disse tutto, a precipizio, tra i singulti,
coprendosi la faccia.
-- Aspettate. Il rimedio c'è; ma costa cinquanta soldi, donna santa --
fece la strega in quel suo idioma tutto molle di vocali, cantando quel
bello appellativo per intercalare.
Orsola sciolse un nodo nel fazzoletto e offerse cinque piccole monete
d'argento. Poi aspettò, più calma.
La stanza era vasta, ma bassa. Le pareti, su cui qua e là il salnitro
fioriva, apparivano scagliose e verdastre. Rozzi idoli cristiani di
maiolica popolavano quel fondo di spelonca; forme strane di utensili
e di stromenti ingombravano le tavole. Era come un aspro santuario
custodito da un semplicista monaco.
La moglie di Spacone, dinanzi al camino, componeva il suo filtro, in
silenzio. Era una femmina alta e ossuta, bianchissima in faccia, co
'l naso guasto, violetto come un fico, con i capelli rossi e lisci su
le tempie, con due piccoli occhi di albina, tatuata nel mento, nella
fronte, nel dorso delle mani.
-- Ecco, donna santa! Coraggio!
Orsola ingoiò il liquido, d'un fiato; ma si sentì, subito dopo, da
un'amarezza atroce mordere il palato e le viscere. Restò con la bocca
aperta, premendosi il ventre con le mani, battendo rapidamente un piede
sul pavimento, nello spasimo della prima contrazione uterina.
-- Coraggio, donna santa, coraggio! -- le ripeteva la strega, fissandola
con quegli occhi bianchicci, soffregandole le reni. Avete tempo di
arrivare a Pescara... Via! via!
Orsola non poteva rispondere: alla bocca non le venivano che urli. I
crampi le serravano lo stomaco, le irrigidivano i muscoli respiratorii,
le eccitavano il vomito. I bulbi visivi le ruotavano in alto, come se
ella fosse entrata ne' sintomi di una convulsione epilettica. In tutto
il suo debole organismo la potenza eccessiva della bevanda operava ora
effetti inaspettati. Il parto falso si produsse quasi d'improvviso, con
una di quelle terribili perdite per ove le forze della vita se ne vanno
mollemente, insensibilmente, fluendo.
-- Gesù, Gesù, Gesù! -- mormorava la strega, inquieta, presa da una
sùbita paura dinanzi a quel povero corpo riverso -- Gesù, aiutatemi!
Alle sollecitazioni di lei, Orsola rinvenne. E come dopo qualche tempo
il profluvio parve arrestarsi, la meschina si potè levare in piedi;
sospinta dalla femmina, uscire; giungere fino alla strada nuova,
barcollando, pallida come se non le fosse rimasta sotto la pelle una
goccia di sangue, ma tenuta viva dalla speranza che il maggior pericolo
fosse omai superato.
Ora la campagna era tutta frescamente luminosa dopo la pioggia. Passava
una fila di carretti carichi di gesso, e i grossi carrettieri di Letto
Manoppello, pieni di vino, sdraiati sui sacchi fumavano. Come Orsola si
mise dietro la fila, uno di quelli, l'estremo, gridò:
-- Ohè, volete che vi porti, bella figliuola?
Quasi inconscia Orsola si lasciò tirar su dalle forti braccia
dell'uomo, e stette così seduta sopra i sacchi. Non intendeva le grosse
risa e i motti osceni che di carro in carro si propagavano.
Con l'energia dell'istinto teneva le ginocchia serrate per impedire al
flusso la via. Sentiva a poco a poco una specie di ottusità occuparle i
sensi, così che gli sbalzi frequenti delle ruote su la ghiaia le davano
appena un dolor sordo e il lezzo delle pipe le feriva appena le nari.
Poi cominciò un susurro lontano agli orecchi, un tremante bagliore alla
vista. Più volte ella sarebbe caduta se non l'avessero sorretta le mani
del carrettiere, che incoraggiato dalla muta docilità di lei tentava
qualche brutale carezza.
Il paese di Pescara apparve in cima alla strada, in mezzo al sole,
mandando suoni sul vento.
-- Fanno la processione -- disse uno degli uomini. Tutti gli altri
sferzarono; e la strada risonò sotto il trotto pesante, al tintinnìo
de' sonagli, allo schiocco delle fruste.
Quella violenza di scosse e di fragore richiamò per un momento Orsola
al senso della realtà circostante. Ma, poichè l'uomo le cingeva i
fianchi con un braccio e le soffiava il fiato vinoso nella guancia,
ella per un cieco impeto si mise a gridare e a gesticolare quasi
l'avesse presa il delirio. E il fantasma di Lindoro subitamente le si
rizzò dinanzi agli occhi offuscati e potè anco suscitarle il ribrezzo
dell'orrore in quel poco di sensibilità che le restava nei nervi.
Appena il carro si fermò, discese a terra dai sacchi scivolando; tentò
di muovere i passi, con la furia affannosa di chi cerchi raggiungere un
luogo sicuro per cadere.
Venivano in contro nella strada le verginelle coperte di veli candidi,
con in mano i cèrei dipinti, e cantavano. Dietro la torma angelica, un
grande sventolìo di drappi e di baldacchini ampliava l'aria beneficata
dalla pioggia recente. E cantavano:
-Tantum ergo sacramentum-
-Veneremur cernui...-
Orsola, intravedendo, voltò nel vicolo; giunse alla casa di Rosa
Catena, entrò; presa dalla vertigine, cadde in mezzo al pavimento. E,
come il profluvio del sangue ricominciava, la paralisi le occupò la
metà inferiore del corpo, ogni facoltà di moto volontario in lei si
spense.
Rosa non era nella casa: la processione aveva attirato tutto il paese,
quel giorno. In un angolo della stanza Muà, il padre, un mostro di
vecchiaia umana, un cieco inchiodato per anni sul legname di una sedia
dall'artrite deformante, tentava vagamente con la punta del bastone i
mattoni intorno a sè per scoprire la causa del rumore improvviso; e un
borbottìo bavoso gli esciva dalla bocca sdentata.
Allora, ai piedi del mostro orrendo, in mezzo al sangue del peccato,
con i pollici stretti nei pugni, senza grida, la sposa violata del
Signore per alcuni attimi si agitò nella convulsione mortale.
-- Via! Via! Passa via! Via di qua!
Il vecchio, credendo che fosse entrato il mastino del beccaio,
allungava il bastone per scacciarlo; e percoteva la moribonda.
LA VERGINE ANNA.
I.
Luca Minella, nato nel 1789 a Ortona in una delle case di Porta
Caldara, fu marinaio. Nella prima giovinezza navigò per qualche
tempo sul trabaccolo -Santa Liberata-, dalla rada di Ortona ai porti
della Dalmazia, caricando legnami, frumento e frutta secche. Poi,
per vaghezza di cambiar padrone, si mise al servizio di Don Rocco
Panzavacante, e su una tanecca nuova fece molti viaggi in commercio
d'agrumi al promontorio di Roto, che è una grande e dilettosa altura su
la costa italica, tutta coperta da una selva di aranci e di limoni.
Su i ventisette anni egli si accese d'amore per Francesca Nobile; e
dopo alcuni mesi strinse le nozze.
Luca, uomo di statura bassa e fortissimo, aveva una dolce barba bionda
intorno al viso colorito; e, come le femmine, agli orecchi portava
due cerchietti d'oro. Amava il vino ed il tabacco; professava una
devozione ardente per il santo apostolo Tommaso; e, poichè era di
natura superstizioso e inchinevole allo stupore, raccontava singolari
avventure e meraviglie dei paesi d'oltremare e novellava delle genti
dálmate e delle isole adriatiche come di tribù e di terre prossime al
polo.
Francesca, donna di gioventù già schiusa, aveva della razza ortonese
la floridissima carne e i lineamenti molli. Ella amava la chiesa, le
funzioni religiose, le pompe sacre, le musiche dei tridui; viveva in
gran semplicità di costumi; e, poichè la sua intelligenza era fievole,
credeva le più incredibili cose e lodava in ogni suo atto il Signore.
Dal congiungimento nacque Anna; e fu nel mese di giugno del 1817.
Siccome il parto veniva difficile e si temeva di qualche sventura,
il sacramento del battesimo fu amministrato sul ventre della madre,
prima che uscisse alla luce l'infante. Dopo molto travaglio il parto
si compì. La creatura bevve il latte dalle mammelle materne e crebbe
in salute e in letizia. Francesca scendeva verso sera alla marina,
con la poppante su le braccia, quando la tanecca doveva tornare
carica da Roto; e Luca sbarcando aveva la camicia tutta odorosa dei
frutti meridionali. Risalendo insieme verso le case alte, si fermavano
allora un momento alla chiesa e s'inginocchiavano. Nelle cappelle già
ardevano le lampade votive; e in fondo, a traverso i sette cancelli
di bronzo, il busto dell'Apostolo luccicava come un tesoro. Le
preghiere invocavano la benedizione celeste sul capo della figliuola.
Nell'uscire, quando la madre bagnava la fronte di Anna con l'acqua
della pila, gli strilli infantili echeggiavano a lungo per quelle
navate sonanti come grandi conche di metallo puro.
L'infanzia di Anna passava pianamente, senza alcuno avvenimento
notevole. Nel maggio del 1823 ella fu vestita da cherubino, con una
corona di rose e un velo bianco; e, confusa in mezzo allo stuolo
angelico, seguì la processione tenendo in mano un cero sottile. La
madre nella chiesa volle sollevarla su le braccia per farle baciare
il santo protettore. Ma, come le altre madri sorreggenti gli altri
cherubini spingevano in folla, uno dei ceri appiccò il fuoco al velo
d'Anna e d'improvviso la fiamma avvolse il corpo tenerello. Un moto di
paura si propagò allora nella moltitudine, e ciascuno tentava d'essere
primo ad uscire. Francesca, se bene aveva le mani quasi impedite dal
terrore, riuscì a strappare la veste ardente; si strinse contro il
petto la figliuola nuda e tramortita; gittandosi dietro ai fuggenti,
invocava Gesù con alte grida.
Per le ustioni Anna stette inferma lungo tempo in pericolo. Ella
giaceva nel letto, con l'esile faccia esangue, senza parlare, come
fosse diventata muta; e aveva negli occhi aperti e fissi un'espressione
di stupore immemore più che di dolore. Nell'autunno guarì: e andò ad
appendere un voto.
Quando la temperie era dolce, la famiglia scendeva nella barca pel
pasto della sera. Sotto la tenda, Francesca accendeva il fuoco e sul
fuoco metteva i pesci: l'odor cordiale degli alimenti si spandeva
lungo il Molo mescendosi al profumo derivante dai verzieri della Villa
Onofria. Il mare dinanzi era così tranquillo che si udiva a pena
tra gli scogli il risucchio, e l'aria così limpida che la punta di
San Vito si vedeva in lontananza emergere con tutto il cumulo delle
case. Luca si metteva a cantare, insieme con gli altri uomini; Anna
faceva atto di aiutare la madre. Dopo il pasto, come la luna saliva il
cielo, i marinai apprestavano la tanecca per salpare. Intanto Luca,
nel calore del vino e del cibo, preso da quella sua naturale avidità
di narrazioni mirabili, cominciava a parlare dei litorali lontani. --
C'era, più in là di Roto, una montagna tutta abitata dalle scimmie
e da -uomini dell'India-, altissima, con piante che producevano le
pietre preziose.... -- La moglie e la figlia ascoltavano, in silenzio,
attonite. Poi le vele si spiegavano lungo gli alberi lentamente, tutte
segnate di figure nere e di simboli cattolici, come vecchi gonfaloni
della patria. E Luca partiva.
Nel febbraio del 1826 Francesca si sgravò d'un bimbo morto. Nella
primavera del 1830 Luca volle condurre Anna al promontorio. Anna
era allora su l'adolescenza. Il viaggio fu felice. Nell'alto mare
incontrarono una nave di mercanti, una gran nave che faceva cammino
per forza di immense vele bianche. I delfini nuotavano nella scia;
l'acqua si moveva dolcemente intorno, scintillando, come se sopra vi
galleggiassero tappeti di penne di paone. Anna seguì a lungo con gli
occhi mai sazii la nave in lontananza. Poi una specie di nuvola azzurra
sorse su la linea dell'orizzonte; ed era la montagna fruttifera. Le
coste della Puglia si designavano a poco a poco sotto il sole. Il
profumo degli agrumi veniva spandendosi nell'aria gioviale. Quando Anna
discese su la riva, fu presa da un senso di letizia; e stette curiosa
a guardare le piantagioni e gli uomini nativi del luogo. Il padre la
condusse nella casa di una donna non giovane che parlava con una lieve
balbuzie. Restarono là due giorni. Anna vide una volta il padre baciare
la donna ospite su la bocca; ma non comprese. Al ritorno la tanecca era
carica di aranci; e il mare era ancora mite.
Anna conservò di quel viaggio un ricordo come di sogno; e, poichè per
natura era taciturna, raccontò non molte cose alle coetanee che la
incalzavano di interrogazioni.
II.
Nel maggio seguente, alle feste dell'Apostolo intervenne l'arcivescovo
di Orsogna. La chiesa era tutta parata di drappi rossi e di fogliami
d'oro; dinanzi ai cancelli di bronzo ardevano undici lampade d'argento
lavorate dagli orefici per religione; e tutte le sere l'orchestra
sonava un oratorio solenne con un bel coro di voci bianche. Il sabato
si doveva esporre il busto dell'Apostolo. I devoti peregrinavano
da tutti i paesi marittimi e interni; salivano la costa cantando e
portando in mano i voti, nel conspetto del mare.
Anna il venerdì fece la prima comunione. L'arcivescovo era un vecchio
venerando e mite: quando sollevava la mano per benedire, la gemma
dell'anello risplendeva simile ad un occhio divino. Anna, appena sentì
su la lingua l'ostia eucaristica, smarrì la vista per un'improvvisa
onda di gaudio che le irrigò i capelli con la dolcezza d'un bagno
tiepido e odoroso. Dietro di lei un susurro correva nella moltitudine;
allato, altre verginelle prendevano il sacramento e chinavano la faccia
sul gradino, in gran compunzione.
La sera Francesca volle dormire, com'è costume dei fedeli, sul
pavimento della basilica, aspettando l'ostensione mattutina del santo.
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