-- Ah, va bbone; lu fije de Sciore nen ci ha vulute arnunzià a lì ducate... Ma a nu nen ce po fa' niente mo, pecché frutte nen ce ne sta, e a Piscare nen ci jeme. -- Lu fije de Sciore joca na mala carte. -- A nu ce vo fa' murì? Mbé, esse ha sbajate lu tembe, povere Sciurione... -- Addó le po mette la pruvelette? A la paste, a lu sale... Ma la paste nu ne la magneme; e lu sale le deme prime a pruvà a li hatte e a li cane. -- Ah, Signure birbune! Ch'aveme fatte nu, puveritte? Mannajia Crimie, ha da venì chilu journe... Così le mormorazioni si levavano da ogni parte, miste ai dileggi e alle contumelie contro gli uomini del Comune e contro i Governanti. A Pescara, d'un tratto, tre, quattro, cinque persone del volgo furono prese dal male. Cadeva la sera; e su tutte le case discendeva una grande paura funerea, insieme con l'umidità del fiume. Per le vie la gente si agitava correndo verso il Palazzo comunale; dove il sindaco e i consiglieri e i gendarmi, avvolti in una confusion miserevole, salivano e scendevano le scale parlando tutti insieme ad alta voce, dando contrari ordini, non sapendo che risolvere, dove andare, come provvedere. Per un natural fenomeno, il commovimento dell'animo si propagava al ventre. Tutti, sentendo dentro le viscere romorii cupi, si mettevano a tremare e a battere i denti; si guardavano in volto l'un l'altro; si allontanavano a rapidi passi; si chiudevano nelle case. Le cene rimasero intatte. Poi, a tarda ora, quando il primo tumulto del pánico fu sedato, le guardie cominciarono ad accendere su i canti delle vie fuochi di zolfo e di catrame. Il rossore delle fiamme illustrava i muri e le finestre; e l'inutile odore del bitume spandevasi per la città sbigottita. Da lontano, come la luna era serena, pareva che i calafati verso il mare spalmassero carene allegramente. Tale fu in Pescara l'entrata dell'Asiatico. E il male, serpeggiando lungo il fiume, s'insinuò nei borghi della Marina, in quelli adunamenti di casupole basse dove vivono i marinai e alcuni vecchi dediti a piccole industrie. Gli infermi morirono quasi tutti, poichè non volevano prendere i rimedi. Nessuna ragione e nessuna esperienza valse a persuaderli. Anisafine, un gobbo che vendeva ai soldati acqua mista a spirito di ánace, quando vide il bicchiere del medicamento, strinse forte le labbra e cominciò a scuotere il capo in segno di rifiuto. Il dottore prese ad eccitarlo con parole di persuasione; bevve egli pel primo la metà del liquido; e, dopo, quasi tutti gli assistenti accostarono la bocca all'orlo del bicchiere. Anisafine seguitava a scuotere il capo. -- Ma vedi, -- esclamò il dottore, -- abbiamo bevuto prima noi... Anisafine si mise e ridere per beffa. -- Ah, ah, ah! Ma vu, mo che arreuscite, ve pijate lu contravvelene, -- disse. E, poco dopo, morì. Cianchine, un macellaio idiota, fece la stessa cosa. Il dottore, per ultima prova, gli versò a forza tra i denti il medicinale. Cianchine sputò tutto, con ira e con orrore. Poi si mise a scagliar vituperii contro gli astanti; tentò due o tre volte di levarsi per fuggire; e morì rabbiosamente, dinanzi a due gendarmi esterrefatti. Le cucine pubbliche, instituite per concorso spontaneo d'uomini caritatevoli, furono in su 'l principio credute dal volgo un laboratorio di tossici. I mendicanti pativano la fame più tosto che mangiare la carne cotta in quelle pentole. Costantino di Corròpoli, il cinico, andava spargendo i dubbi tra la sua tribù. Egli vagava in torno alle cucine, dicendo a voce alta, con un gesto indescrivibile: -- A me nen mi ci acchiappe! La Catalana di Gissi fu la prima a vincere il timore. Ella, un poco esitante, entrò; mangiò a piccoli bocconi, esaminando in sè stessa l'effetto del cibo; bevve il vino a piccoli sorsi. Poi, sentendosi tutta ristorata e fortificata, sorrise di meraviglia e di piacere. Tutti i mendicanti attendevano ch'ella uscisse. Quando la rividero incolume si precipitarono per la porta; vollero anch'essi bere e mangiare. Le cucine sono in un vecchio teatro scoperto, nelle vicinanze di Portanova. Le caldaie bollono nel luogo dell'orchestra, il fumo invade il palco scenico: tra il fumo si vedono al fondo le scene raffiguranti un castel feudale illuminato dal plenilunio. Quivi, su 'l mezzodì, si raccoglie intorno a una mensa rustica la tribù dei poveri. Prima che l'ora scocchi, nella platea s'agita un brulichìo multicolore di cenci e si leva un mormorìo di voci roche. Alcune figure nuove appaiono tra le figure già cognite. Notabile una tal Liberata Lotta di Montenerodòmo, che ha una stupenda maschera di Minerva ottuagenaria, piena di regalità e di austerità nella fronte, con i capelli tutti tesi in su 'l cranio come un casco aderente. Ella tiene fra le mani un vaso di vetro verde, che par colmo di misteri; e resta in disparte, taciturna, aspettando d'essere chiamata. Ma il grande episodio epico di questa cronaca del -choléra- è la Guerra del Ponte. Un'antica discordia dura tra Pescara e Castellammare Adriatico, tra i due comuni che il bel fiume divide. Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e in rappresaglie, l'una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell'altra. E poichè oggi è prima fonte di prosperità la mercatura, e poichè Pescara ha già molta dovizia d'industrie, i Castellammaresi da tempo mirano a trarre i mercanti su la loro riva con ogni sorta di astuzie e di allettamenti. Ora, un vecchio ponte di legname cavalca il fiume su grossi battelli tutti incatramati e incatenati e trattenuti da ormeggi. I canapi e le gómene s'intrecciano nell'aria artifiziosamente, scendendo dalle antenne alte dell'argine ai parapetti bassissimi; e dànno imagine di un qualche barbarico attrezzo ossidionale. Le tavole mal connesse scricchiolano al peso dei carri. Al passaggio delle schiere militari, tutta la mostruosa macchina acquatica oscilla e balza da un capo all'altro e risuona come un tamburo. Sorse un dì da questo ponte la popolar leggenda di san Cetteo liberatore; e il santo annualmente vi si ferma nel mezzo, con gran pompa cattolica, a ricevere le salutazioni che dalle barche ancorate mandano i marinai. Così, tra la vista di Montecorno e la vista del mare, l'umile costruzione sta quasi come un monumento della patria, ha quasi in sè la santità delle cose antiche e dà agli estranei indizio di genti che ancora vivano in una semplicità primordiale. Gli odii tra i Pescaresi e i Castellammaresi cozzano su quelle tavole che si consumano sotto i laboriosi traffici cotidiani. E, come per di là le industrie cittadine si riversano su la provincia teramana e vi si spandono felicemente, oh con qual gioia la parte avversa taglierebbe i canapi e respingerebbe i sette rei battelli a naufragare! Sopraggiunta dunque la bella opportunità, il gonfaloniere nemico con molto apparato di forze campestri impedì ai Pescaresi il passaggio nell'ampia strada che dal ponte si dilunga per gran tratto congiungendo innumerevoli paesi. Era nell'intendimento di colui chiudere la città rivale in una specie d'assedio, toglierle ogni modo di traffico ed interno ed esterno, attrarre al suo mercato i venditori e i compratori che per consuetudine praticavano su la destra riva; e, quindi, dopo avere ivi oppressa in una forzosa inerzia ogni arte dì lucro, sorgere trionfatore. Offerse egli ai padroni delle paranze pescaresi venti carlini per ogni cento libbre di pesce, mettendo come patto che tutte le paranze approdassero e scaricassero alla sua riva e che la convenzion del prezzo durasse fino al giorno della Natività di Cristo. Ora, nella settimana precedente la Natività, il prezzo del pesce suol salire a più che quindici ducati per ogni cento libbre. Manifesta appariva dunque l'insidia. I padroni rifiutarono ogni offerta, preferendo tenere inoperose le reti. Lo scaltro nemico fece ad arte spargere voce che una mortalità grande affliggeva Pescara. Si adoperò per via d'amicizia a sollevare tutti gli animi della provincia teramana e gli animi anche dei Chietini contro la pacifica città dove il morbo già era scomparso. Respinse con violenza o ritenne prigionieri alcuni onesti viandanti che, usando d'un comun diritto, prendevano la strada provinciale per recarsi altrove. Lasciò che su la linea di confine un branco di suoi lanzichenecchi stesse dall'alba al tramonto schiamazzando contro chiunque si avvicinava. La ribellione cominciò allora a fermentare nei Pescaresi, contro gli ingiusti arbitrii; poichè sopraggiungeva la miseria e tutta la numerosa classe dei lavoratori languiva nell'inerzia e tutti i mercanti incorrevano in gravissimi danni. Il -cholèra-, scomparso dalla città, accennava a scomparire anche dalla marina dove soltanto alcuni vecchi invalidi erano morti. Tutti i cittadini, fiorenti di salute, amavano riprendere le consuete fatiche. I tribuni sorsero: Francesco Pomárice, Antonio Sorrentino, Pietro D'Amico. Per le vie la gente si divideva in gruppi, ascoltava la parola tribunizia, applaudiva, proponeva, gittava gridi. Un gran tumulto andavasi preparando fra il popolo. Per eccezione, taluni raccontavano il fatto eroico del Moretto di Claudia. Il quale, preso dai lanzichenecchi a forza e imprigionato nel lazzeretto ed ivi trattenuto per cinque giorni senz'altro cibo che pane, riuscì a fuggire dalla finestra; passò a nuoto il fiume, e giunse tra i suoi grondante di acqua, alenante, famelico, raggiante di gloria e di gioia. Il sindaco, nel frattempo, sentendo il mugolio precursore della tempesta, si accinse a parlamentare co 'l Gran Nimico castellammarese. È il sindaco un piccolo dottor di legge cavaliere, tutto untuosamente ricciutello, con omeri sparsi di forfora, con chiari occhietti esercitati alle dolci simulazioni. E il Gran Nimico un degenere nepote del buon Gargantuasso; enorme, sbuffante, tonante, divorante. Il colloquio avvenne in terra neutrale; e presenti vi furono gli illustri prefetti di Teramo e di Chieti. Ma, verso il tramonto, un lanzichenecco, entrato in Pescara per recare un messaggio a un consiglier del Comune, si mise in cantina con altri bravi a bevere; e quindi prese bravamente a girovagare. Come lo videro i tribuni, gli corsero sopra. Tra le grida e le acclamazioni della plebe lo spinsero lungo la riva, sino al lazzeretto. Era il tramonto su le acque luminosissimo; e il bèllico rossore dell'aria inebriava gli animi plebei. Allora dall'opposta riva ecco una torma di Castellammaresi, uscente di tra i salici ed i vimini darsi con molta veemenza di gesti ad inveire contro l'oltraggio. Rispondevano i nostri con eguale furia. E il lanzichenecco imprigionato percoteva con tutta la forza dei piedi e delle mani la porta della prigione, gridando: -- Apríteme! Apríteme! -- Tu adduòrmete a esse, e nen te n'incaricà, -- gli gridavano per beffa i popolani. E qualcuno crudelmente aggiungevagli: -- Ah, si sapisse quante se n'hanne muorte a esse dendre! Siente l'uddore? Nen te s'ha cumenzate a smove nu poche la panze? -- Urrà! Urrà! Verso la Bandiera scorgevasi un luccichío di canne di fucile. Il sindachetto veniva a capo di un manipolo militare per liberar dal carcere il lanzichenecco, a fin di non incorrere nelle ire del Gran Nimico. Subitamente la plebe, irritata, tumultuò; grida altissime si levarono contro quel vil liberatore di Castellammaresi. Per tutta la via, dal lazzeretto alla città, fu un clamoroso accompagnamento di sibili e di contumelie. Al lume delle torce, la gazzarra durò fin che le voci non furon roche. Dopo quel primo impeto, la rivolta si andò svolgendo a mano a mano con nuove peripezie. Tutte le botteghe si chiusero. Tutti i cittadini si raccolsero su la strada, ricchi e poveri, in familiarità, presi da una furiosa smania di parlare, di gridare, di gesticolare, di manifestare in mille diversi modi un unico pensiero. Ad ogni tratto giungeva un tribuno recando una notizia. I gruppi si scioglievano, si ricomponevano, variavano, secondo le correnti delle opinioni. E, poichè su tutte le teste la libertà del giorno era vitale e i sorsi dell'aria letificavano come sorsi di vino, si ridestò nei Pescaresi la nativa giocondità beffarda; ed essi seguitarono a far ribellione in una maniera gaia ed ironica, così, per il diletto, per il dispetto, per l'amore delle cose nuove. Gli stratagemmi del Gran Nimico si moltiplicavano. Qualunque accordo rimaneva inosservato a causa di abili temporeggiamenti che la debolezza del piccolo sindaco favoriva. Il mattino d'Ognissanti, verso la settima ora, mentre nelle chiese si celebravano i primi uffici festivi, i tribuni si misero in giro per la città, seguiti da una turba che ad ogni passo accrescevasi e diveniva più clamorosa. Quando l'intero popolo fu raccolto, Antonio Sorrentino arringò. La processione, in ordine, quindi si diresse al Palazzo comunale. Le strade erano ancora azzurre nell'ombra e le case erano coronate dal sole. In vista del Palazzo un immenso grido scoppiò. Tutte le bocche scagliavano vituperii contro il leguleio; tutti i pugni si levavano in attitudine di minaccia; tra un grido e l'altro, certe lunghe oscillazioni sonore rimanevano nell'aria, come prodotte da uno strumento; e su la confusion delle teste e delle vesti i lembi vermigli delle bandiere sbattevano, come agitati dal largo soffio popolare. Su 'l comunal balcone non appariva alcuno. Il sole discendeva a poco a poco dal tetto verso la gran meridiana tutta nera di cifre e di linee su cui lo gnomone vibrava l'ombra indicatrice. Dalla Torretta dei D'Annunzio al campanil badiale torme di colombe svolazzavano nell'azzurro superiore. Le grida si moltiplicarono. Una mano di animosi diede l'assalto alle scale del Palazzo. Il piccolo sindaco, pallido e pavido, si arrese al volere del popolo; lasciò il seggio; rinunziò all'ufficio; discese su la strada, tra i gendarmi, seguito dai consiglieri. Uscì quindi dalla città; si ritrasse su 'l colle di Spoltore. Le porte del Palazzo furono chiuse. Un'anarchia provvisoria si stabilì nella città. Le milizie, per impedire l'imminente lotta tra i Castellammaresi e i Pescaresi, fecero argine su l'estremità sinistra del ponte. La turba, deposte le bandiere, si avviò alla strada di Chieti; poichè di là era per giungere il Prefetto chiamato in furia da un Commissario reale. I proponimenti parevano feroci. Ma la mite virtù del sole a poco a poco pacificò le ire. Nell'ampia strada venivano, uscenti dalla chiesa, le femmine del contado tutte in vesti di seta multicolori e coperte di gioielli giganteschi, di filigrane d'argento, di collane d'oro. Lo spettacolo di quelle facce, rubiconde e gioconde come grandi pomi, rasserenava ogni animo. I motti e le risa nacquero spontaneamente; ed il non breve tempo dell'aspettazione parve quasi dilettevole. Su 'l mezzodì la vettura prefettizia giunse in vista. Il popolo si dispose in semicerchio per chiuderle la via. Antonio Sorrentino arringò, non senza un certo sfoggio di eloquenza fiorita. Gli altri, fra le pause dell'arringa, chiedevano in vari modi giustizia contro gli abusi, sollecitudine e validità di provvedimenti nuovi. Due grandi scheletri equini, ancora animati, scotevano di tratto in tratto le sonagliere, mostrando ai ribelli le gencive pallidicce, con una smorfia di derisione. E il delegato di polizia, simile non so a qual vecchio cantator di teatro che ancora portasse per divozione in torno al volto una finta barba di druido, moderava dall'altitudine del serpe l'ardor del tribuno, con cenni gravi della mano. Come il perorante nella foga saliva a culmini di eloquenza troppo audaci, il Prefetto, sorgendo su 'l predellino, colse il momento per interrompere. Proferì una frase ambigua e timida che le grida del popolo copersero. -- A Pescara! A Pescara! La vettura camminò quasi sospinta dall'onda popolare ed entrò in città; e, poichè il Palazzo era chiuso, si fermò dinanzi alla Delegazione. Dieci nominati a voce dal popolo salirono insieme col Prefetto, per parlamentare. La turba occupò tutta la via. Impazienze qua e là scoppiavano. La via era angusta. Le case riscaldate dal sole irraggiavano un tepor dilettoso; e non so qual lenta mollezza emanava dal cielo oltremarino, dall'erbe fluttuanti lungo le gronde, dalle rose delle finestre, dalle mura bianche, dalla fama stessa del luogo. Ha il luogo fama d'albergare le più belle popolane pescaresi: vive e di generazione in generazione nella contrada si va perpetuando una tradizion di beltà. La immensa casa decrepita di Don Fiore Ussorio è un vivaio di bimbi floridi e di fanciulle leggiadre; ed è tutta coperta di piccole logge che sono esuberanti di garofani e che si reggono su rozze mènsole scolpite di mascheroni procaci. A poco a poco, le impazienze della folla si placavano. I parlari oziosi propagavansi da un capo all'altro; dall'uno all'altro bivio. Domenico di Matteo, una specie di Rodomonte villereccio, motteggiava ad alta voce sull'asinità e l'avidità dei dottori che facevano morire gli infermi per prendere dal Comune una maggior mercede. Egli narrava certe sue cure mirabili. Una volta egli aveva un gran dolore al petto ed era quasi prossimo all'agonia. Poichè il medico gli proibì di bere acqua, egli ardeva di sete. Una notte, mentre tutti dormivano, si levò piano piano, cercò a tentoni la conca, vi tuffò la testa e rimase lì a bevere come un giumento, fin che la conca non fu vuota. La mattina dopo egli era guarito. Un'altra volta egli ed un suo compare, avendo da lungo tempo la febbre terzana contro cui ogni virtù di chinino pareva inutile, deliberarono di fare una esperienza. Si trovavano su la riva del fiume, ed alla riva opposta una vigna solatia li allettava con i grappoli. Si spogliarono, si gittarono nelle fredde acque, tagliarono la corrente, toccarono l'altra riva, si saziarono d'uva; poi di nuovo attraversarono. La terzana disparve. Un'altra volta, essendo egli infermo di mal francioso ed avendo speso più di quindici ducati vanamente in opere di medici e di medicine, come vide la madre attendere al bucato, fu colto da un pensiero felice. Tracannò, l'un dopo l'altro, cinque bicchieri di lisciva; e si liberò. Ma ai balconi, alle finestre, alle logge il bello sciame muliebre si affacciava tumultuariamente. Tutti gli uomini dalla via levavano gli occhi a quelle apparizioni e restavano con la faccia al sole per guardare; e tutti, poichè la consueta ora del pasto era già trascorsa, si sentivano la testa un poco vacua e nello stomaco un languore infinito. Brevi dialoghi dalla via alle finestre si intrecciavano. I giovini gittarono motti salaci alle belle. Le belle risposero con gesti schivi, con scuotere di capo; o si ritrassero, o forte risero. Le fresche risa di quelle bocche si sgranellavano come collane di cristallo, cadendo su gli uomini che già il desio incominciava a pungere. Dalle mura il calore s'irradiava più largo e mescevasi al calor dei corpi agglomerati. I riverberi bianchissimi abbarbagliavano. Qualche cosa di snervante e di stupefacente discendeva su quella turba digiuna. Apparve su una loggia, d'improvviso, la Ciccarina, la bella delle belle, la rosa delle rose, l'amorosa pèsca, colei che tutti han desiato. Per un moto unanime, gli sguardi si volsero verso di lei. Ella, nel trionfo, stava semplicemente sorridendo, come una dogaressa dinanzi al suo popolo. Il sole le illuminava la piena faccia carnosa, che è simile alla polpa di un frutto succulento. I capelli, di quel color lionato di sotto a cui par trasparisca una fiamma d'oro, le invadevano la fronte, le tempie, il collo, mal frenati. Un natural fàscino venereo le emanava da tutta la persona. Ed ella stava semplicemente, tra due gabbie di merli, sorridendo, non sentendosi offesa dalle brame che lucevano in tutti quelli occhi intenti a lei. I merli fischiarono. I madrigali rustici batterono l'ali verso la loggia. La Ciccarina si ritrasse, sorridendo. La turba rimase nella via, quasi abbacinata dai riverberi, dalla vista di quella femmina, dalle prime vertigini della fame. Allora uno dei parlamentari, affacciatosi a una finestra della Delegazione, disse con voce squillante: -- Cittadini, si risolverà la cosa fra tre ore! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . TURLENDANA RITORNA. La compagnia camminava lungo il mare. Già per i chiari poggi litorali ricominciava la primavera; l'umile catena era verde, e il verde di varie verdure distinto; e ciascuna cima aveva una corona d'alberi fioriti. Allo spirar del maestro quelli alberi si movevano; e nel moto forse si spogliavano di molti fiori, poichè alla breve distanza le alture parevano coprirsi d'un colore tra il roseo e il violaceo, e tutta la veduta un istante pareva tremare e impallidire come un'imagine a traverso il vel dell'acqua o come una pittura che lavata si stinge. Il mare si distendeva in una serenità quasi verginale, lungo la costa lievemente lunata verso austro, avendo nello splendore la vivezza d'una turchese della Persia. Qua e là, segnando il passaggio delle correnti, alcune zone di più cupa tinta serpeggiavano. Turlendana, in cui la conoscenza dei luoghi per i molti anni d'assenza era quasi intieramente smarrita e in cui per le lunghe peregrinazioni il sentimento della patria era quasi estinto, andava innanzi senza volgersi a riguardare, con quel suo passo affaticato e claudicante. Come il camello indugiava ad ogni cespo d'erbe selvatiche, egli gittava un breve grido rauco d'incitamento. E il gran quadrupede rossastro risollevava il collo lentamente, triturando fra le mandibole laboriose il cibo. -- Hu, Barbarà! L'asina, la piccola e nivea Susanna, di tratto in tratto, sotto gli assidui tormenti del macacco si metteva a ragliare in suono lamentevole, chiedendo d'esser liberata dal cavaliere. Ma Zavalì, instancabile, senza tregua, con una specie di frenesia, con gesti rapidi e corti ora di collera e ora di gioco, percorreva tutta la schiena dell'animale, saltava su la testa afferrandosi alle grandi orecchie, prendeva fra le due mani la coda sollevandola e scotendone il ciuffo dei crini, cercava tra il pelo grattando con l'unghie ostinatamente e recandosi quindi l'unghie alla bocca e masticando con mille vari moti di tutti i muscoli della faccia. Poi, d'improvviso, si raccoglieva su 'l sedere, tenendosi in una delle mani il piede ritorto simile a una radice d'arbusto, immobile, grave, fissando verso le acque i tondi occhi color d'arancio che gli si empivano di meraviglia, mentre la fronte gli si corrugava e le orecchie fini e rosee gli tremavano quasi per inquietudine. Poi, d'improvviso, con un gesto di malizia ricominciava la giostra. -- Hu, Barbarà! Il camello udiva; e si rimetteva in cammino. Quando la compagnia giunse al bosco dei salci, presso la foce della Pescara, su la riva sinistra (già si scorgevano i galli sopra le antenne delle paranze ancorate allo scalo della Bandiera), Turlendana si arrestò, poichè voleva dissetarsi al fiume. Il patrio fiume recava l'onda perenne della sua pace al mare. Le rive, coperte di piante fluviatili, tacevano e si riposavano, come affaticate dalla recente opera della fecondazione. Il silenzio era profondo su tutte le cose. Gli estuarii risplendevano al sole tranquilli, come spere, chiusi in una cornice di cristalli salini. Secondo le vicende del vento, i salci verdeggiavano o biancheggiavano. -- La Pescara! -- disse Turlendana soffermandosi, con un accento di curiosità e di riconoscimento istintivo. E stette a riguardare. Poi discese al margine, dove la ghiaia era polita; e si mise in ginocchio per attingere l'acqua con il concavo delle palme. Il camello curvò il collo, e bevve a sorsi lenti e regolari. L'asina anche bevve. E la scimmia imitò l'attitudine dell'uomo, facendo conca con le esili mani ch'erano violette come i fichi d'India acerbi. -- Hu, Barbarà! Il camello udì e cessò di bere. Dalle labbra molli gli gocciolava l'acqua abbondantemente su le callosità del petto, e gli si vedevano le gencive pallidicce e i grossi denti giallognoli. Per il sentiero, segnato nel bosco dalla gente di mare, la compagnia riprese il viaggio. Cadeva il sole, quando giunse all'Arsenale di Rampigna. A un marinaio, che camminava lungo il parapetto di mattone, Turlendana domandò: -- Quella è Pescara? Il marinaio, stupefatto alla vista delle bestie, rispose: -- È quella. E tralasciò la sua faccenda per seguire il forestiero. Altri marinai si unirono al primo. In breve una torma di curiosi si raccolse dietro Turlendana che andava innanzi tranquillamente, non curandosi dei diversi comenti popolari. Al ponte delle barche il camello si rifiutò di passare. -- Hu, Barbarà! Hu, hu! Turlendana prese ad incitarlo con le voci, pazientemente, scotendo la corda della cavezza con cui ora egli lo conduceva. Ma l'animale ostinato si coricò a terra e posò la testa nella polvere, come per rimanere ivi lungo tempo. I plebei d'in torno, riavutisi dalla prima stupefazione, schiamazzavano gridando in coro: -- Barbarà! Barbarà! E, come avevano dimestichezza con le scimmie perchè talvolta i marinai dalle lunghe navigazioni le riportavano in patria insieme ai pappagalli e ai cacatua, provocavano Zavalì in mille modi e gli porgevano certe grosse mandorle verdi che il macacco apriva per mangiarne il seme fresco e dolce golosamente. Dopo molta persistenza di urti e di urli, alla fine Turlendana riuscì a vincere la tenacità del camello. E quella mostruosa architettura d'ossa e di pelle si risollevò barcollante, in mezzo alla folla che incalzava. Da tutte le parti i soldati e i cittadini accorrevano allo spettacolo, sopra il ponte delle barche. Dietro il Gran Sasso il sole cadendo irradiava per tutto il cielo primaverile una viva luce rosea: e, come dalle campagne umide e dalle acque del fiume e del mare e dagli stagni durante il giorno erano sorti molti vapori, le case e le vele e le antenne e le piante e tutte le cose apparivano rosee; e le forme, acquistando una specie di trasparenza, perdevano la certezza dei contorni e quasi fluttuavano sommerse in quella luce. Il ponte, sotto il peso, scricchiolava su le barche incatramate, simile ad una vastissima zattera galleggiante. La popolazione tumultuava giocondamente. Per la ressa, Turlendana con le sue bestie rimase fermo a mezzo il ponte. E il camello, enorme, sovrastante a tutte le teste, respirava contro il vento, movendo tardi il collo simile a un qualche favoloso serpente coperto di peli. Poichè già nella curiosità degli accorsi s'era sparso il nome dell'animale, tutti, per un nativo amore degli schiamazzi e per una concorde letizia che sorgeva a quella dolcezza del tramonto e della stagione, tutti gridavano: -- Barbarà! Barbarà! Al clamore plaudente, Turlendana, che stava stretto contro il petto del camello, si sentiva invadere da un compiacimento quasi paterno. Ma l'asina d'un tratto prese a ragliare con sì alte ed ingrate variazioni di voci e con tanta sospirevole passione che un'ilarità unanime corse il popolo. E le schiette risa plebee si propagavano da un capo all'altro del ponte, come uno scroscio di scaturigine cadente giù pe' i sassi d'una china. Allora Turlendana ricominciò a muoversi attraverso la folla, non conosciuto da alcuno. Quando fu su la porta della città, dove le femmine vendevano la pesca recente dentro ampi canestri di giunco, Binchi-Banche, l'omiciattolo dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, gli si fece innanzi, e, secondo soleva con tutti i forestieri che capitavano nel paese, gli offerse i suoi servigi per l'alloggiamento. Prima chiese, accennando a Barbarà: -- È feroce? Turlendana rispose che no, sorridendo. -- Be'! -- riprese Binchi-Banche, rassicurato -- ci sta la casa di Rosa Schiavona. Ambedue volsero per la Pesceria e quindi per Sant'Agostino, seguiti dal popolo. Alle finestre e ai balconi le donne e i fanciulli si affacciavano guardando con stupore il passaggio del camello e ammiravano le minute grazie dell'asinetta bianca e ridevano ai lezii di Zavalì. A un punto Barbarà, vedendo pendere da una loggia bassa un'erba mezzo secca, tese il collo e sporse le labbra per giungerla, e la strappò. Un grido di terrore ruppe dalle donne che stavano su la loggia chine; e il grido si propagò nelle logge prossime. La gente dalla via rideva forte, gridando come in carnovale dietro le maschere: -- Viva! Viva! Tutti erano inebriati dalla novità dello spettacolo e dall'aria della primavera. Dinanzi alla casa di Rosa Schiavona, in vicinanza di Portasale, Binchi-Banche accennò di sostare. -- È qua -- disse. La casa, molto umile, a un solo ordine di finestre, aveva le mura inferiori tutte segnate d'iscrizioni e di figurazioni oscene. Una fila di pipistrelli crocifissi ornava l'architrave; e una lanterna coperta di carta rossa pendeva sotto la finestra media. Ivi alloggiava ogni sorta di gente avveniticcia e girovaga: dormivano mescolati i carrettieri di Letto Manoppello grandi e panciuti; gli zingari di Sulmona, mercanti di giumenti e restauratori di caldaie; i fusari di Bucchianico; le femmine di Città Sant'Angelo venute a far pubblica professione d'impudicizia tra i soldati; gli zampognari di Atina; i montagnuoli domatori d'orsi, i cerretani, i falsi mendicanti, i ladri, le fattucchiere. Gran mezzano della marmaglia era Binchi-Banche. Giustissima proteggitrice, Rosa Schiavona. Come udì i rumori, la femmina venne su 'l limitare. Ella pareva in verità un essere generato da un uomo nano e da una scrofa. Chiese, da prima, con un'aria di diffidenza: -- Che c'è? -- C'è qua 'stu cristiano che vuo' alloggio co' le bestie, Donna Rosa. -- Quante bestie? -- Tre, vedete, Donna Rosa: 'na scimmia, 'n'asina e 'nu camelo. Il popolo non badava al dialogo. Alcuni incitavano Zavalì. Altri palpavano le gambe di Barbarà, osservando su le ginocchia e su 'l petto i duri dischi callosi. Due guardie del sale, che avevano viaggiato sino ai porti dell'Asia Minore, dicevano ad alta voce le varie virtù dei camelli e narravano confusamente d'averne visti taluni fare un passo di danza portando il lungo collo carico di musici e di femmine seminude. Gli ascoltatori, avidi di udire cose meravigliose, pregavano: -- Dite! dite! Tutti stavano a torno, in silenzio, con gli occhi un po' dilatati, bramando quel diletto. Allora una delle guardie, un uomo vecchio che aveva le palpebre arrovesciate dai venti del mare, cominciò a favoleggiare dei paesi asiatici. E a poco a poco le parole sue stesse lo trascinavano e lo inebriavano. Una specie di mollezza esotica pareva spargersi nel tramonto. Sorgevano, nella fantasia popolare, le rive favoleggiate e luminavano. A traverso l'arco della Porta, già occupato dall'ombra, si vedevano le tanecche coperte di sale ondeggiar su 'l fiume; e, come il minerale assorbiva tutta la luce del crepuscolo, le tanecche sembravano materiate di cristalli preziosi. Nel cielo un po' verde saliva il primo quarto della luna. -- Dite! dite! -- ancora chiedevano i più giovini. Turlendana intanto aveva ricoverate le bestie e le aveva provviste di cibo; e quindi era uscito in compagnia di Binchi-Banche, mentre la gente rimaneva accolta innanzi all'uscio della stalla, dove la testa del camello appariva e spariva dietro le alte grate di corda. Per la via, Turlendana domandò: -- Ci stanno cantine? Binchi-Banche rispose: -- Sì, segnore; ci stanno. Poi, sollevando le grosse mani nerastre e prendendosi co 'l pollice e l'indice della destra successivamente la punta d'ogni dito della sinistra, enumerava: -- La candina di Speranza, la candina di Buono, la candina di Assaù, la candina di Zarricante, la candina della cecata di Turlendana... -- Ah -- fece tranquillamente l'uomo. Binchi-Banche sollevò i suoi acuti occhiolini verdognoli. -- Ci sei stato 'n'altra volta a qua, segnore? E, non aspettando la risposta, con la nativa loquacità della gente pescarese, seguitava: -- La candina della cecata è grande e ci si vende lu meglio vino. La cecata è la femmina delli quattro mariti... Si mise a ridere, con un sorriso che gli increspava tutta la faccia gialliccia come il centopelle d'un ruminante. -- Lu primo marito fu Turlendana, ch'era marinaro e andava su li bastimenti del re di Napoli, all'Indie basse e alla Francia e alla Spagna e infino all'America. Quello si perse in mare, e chi sa a dove, con tutto il legno; e non s'è trovato più. So' trent'anni. Teneva la forza di Sansone: tirava l'áncore co' un dito... Povero giovane! Eh, chi va pe' mare quella fine fa. Turlendana ascoltava, tranquillamente. -- Lu secondo marito, dopo cinqu'anni di vedovanza, fu 'n'ortonese, lu figlio di Ferrante, 'n'anima dannata, che s'er'unito co' li contrabbandieri, a tempo che Napolione stava contro l'Inglesi. Facevano contrabbando da Francavilla infino a Silvi e a Montesilvano, di zucchero e di cafè, co' li legni inglesi. C'era, vicino a Silvi, 'na torre delli Saracini, sotto il bosco, da dove si facevano li segnali. Come passava la pattuglia, plon plon, plon plon, noi 'scivamo dall'alberi.... -- Ora il parlatore accendevasi al ricordo; ed obliandosi descriveva con prolissità di parole tutta l'operazion clandestina, ed aiutava di gesti e di interiezioni vive il racconto. La sua piccola persona coriacea si raccorciava e si distendeva nell'atto. -- In fine, il figlio di Ferrante era morto d'una schioppettata nelle reni, per mano de' soldati di Gioacchino Murat, di notte, su la costiera. -- Lu terzo marito fu Titino Passacantando che morì nel letto suo, di male cattivo. Lu quarto vive. Ed è Verdura, bonomo, che no' mestura li vini. Sentarai, segnore. Quando giunsero alla cantina lodata, si separarono. -- F'lice sera, segnore! -- F'lice sera. Turlendana entrò, tranquillamente, fra la curiosità dei bevitori che sedevano a certe lunghe tavole in giro. Avendo chiesto da mangiare, egli fu da Verdura invitato a salire in una stanza superiore ove i deschi erano già pronti per le cene. Nessun cliente ancora stava nella stanza. Turlendana sedette e incominciò a mangiare a grandi bocconi, con la testa su 'l piatto, senza intervalli, come un uomo famelico. Egli era quasi intieramente calvo: una profonda cicatrice rossiccia gli solcava per lungo la fronte e gli scendeva fino a mezzo la guancia; la barba folta e grigia gli saliva fino ai pomelli emergenti; la pelle, bruna, secca, piena di asperità, corrosa dalle intemperie, riarsa dal sole, incavata dalle sofferenze, pareva non conservare più alcuna vivezza umana; gli occhi e tutti i lineamenti erano, da tempo, come pietrificati nell'impassibilità. Verdura, curioso, sedette di contro; e stette a riguardare il forestiero. Egli era piuttosto pingue, con la faccia d'un color roseo sottilissimamente venato di vermiglio come la milza dei buoi. Alla fine, domandò: -- Da che paese venite? Turlendana, senza levar la faccia, rispose semplicemente: -- Vengo di lontano. -- E dove andate? -- ridomandò Verdura. -- Sto qua. Verdura, stupefatto, tacque. Turlendana levava ai pesci la testa e la coda; e li mangiava così a uno a uno, triturando le lische. Ad ogni due o tre pesci, beveva un sorso di vino. -- Qua ci conoscete qualcuno? -- riprese Verdura, bramoso di sapere. -- Forse -- rispose l'altro semplicemente. Sconfitto dalla brevità dell'interlocutore, il vinattiere una seconda volta ammutolì. Udivasi la masticazione lenta ed elaborata di Turlendana tra l'inferior clamore dei bevitori. Dopo un poco, Verdura riaprì la bocca. -- Il camello in che siti nasce? Quelle due gobbe sono naturali? Una bestia così grande e forte come può essere mai addomesticata? Turlendana lasciava parlare, senza rimuoversi. -- Il vostro nome, signor forestiere? L'interrogato sollevò il capo dal piatto; e rispose, semplicemente: -- Io mi chiamo Turlendana. -- Che? -- Turlendana. -- Ah! La stupefazione dell'oste non ebbe più limiti. E insieme una specie di vago sbigottimento cominciava a ondeggiare in fondo all'animo di lui. -- Turlendana!... Di qua? -- Di qua. Verdura dilatò i grossi occhi azzurri in faccia all'uomo. -- Dunque non siete morto? -- Non sono morto. -- Dunque voi siete il marito di Rosalba Catena? -- Sono il marito di Rosalba Catena. -- E ora? -- esclamò Verdura, con un gesto di perplessità. -- Siamo due. -- Siamo due. Un istante rimasero in silenzio. Turlendana masticava l'ultima crosta d'un pane, tranquillamente; e si udiva nel silenzio lo scricchiolío leggero. Per una naturale benigna incuranza dell'animo e per una fatuità gloriosa, Verdura non era compreso d'altro che della singolarità dell'avvenimento. Un improvviso impeto d'allegrezza lo prese, salendo spontaneo dai precordii. -- Andiamo da Rosalba! andiamo! andiamo! andiamo! Egli traeva il reduce per un braccio, a traverso il fondaco dei bevitori, agitandosi, gridando: -- Ecc'a qua Turlendana, Turlendana marinaro, lu marito de mógliema, Turlendana che s'era morto! Ecc'a qua Turlendana! Ecc'a qua Turlendana! TURLENDANA EBRO. Quando egli bevve l'ultimo bicchiere, all'orologio del Comune stavano per iscoccare due ore dopo la mezzanotte. Disse Biagio Quaglia, con la voce intorbidata dal vino, come i tocchi squillarono nel silenzio della luna chiarissimi: -- Mannaggia! Ce ne vulemo i'? Ciávola, quasi disteso sotto la panca, agitando di tratto in tratto le lunghe gambe corritrici, farneticava di cacce clandestine nelle bandite del marchese di Pescara, poichè il sapor selvatico della lepre gli risaliva su per la gola e il vento recava l'odor resinoso dei pini dalla boscaglia marittima. Disse Biagio Quaglia, percotendo con i piedi il cacciatore biondo, e facendo atto di levarsi: -- 'Jamo, Purié. E Ciávola con molto sforzo si rizzò dondolandosi, smilzo e lungo come un cane levriere. -- 'Jamo; ca mo fanne lu passo -- rispose, levando la mano verso l'alto quasi in atto di auspicio, poichè forse pensava a una qualche migrazione di uccelli. Turlendana anche si mosse; e, vedendo dietro di sè la vinattiera Zarricante che aveva fresche le gote e acerbe le poma del petto, volle abbracciarla. Ma Zarricante gli sfuggì di tra le braccia, gridandogli una contumelia. Su la porta, Turlendana chiese ai due amici un po' di compagnia e di sostegno per un tratto di cammino. Ma Biagio Quaglia e Ciávola, che facevano un bel paio, gli volsero le spalle sghignazzando e si allontanarono sotto la luna. Allora Turlendana si fermò a guardare la luna che era tonda e rossa come una faccia canonicale. I luoghi intorno tacevano. Le case biancicavano in fila. Un gatto miagolava alla notte di maggio, su i gradini della porta. L'uomo, avendo nell'ebrietà una singolare inclinazione alla tenerezza, tese la mano pianamente per accarezzare l'animale Ma l'animale, essendo di natura forastico, diede un balzo e disparve. Vedendo un cane errante avvicinarsi, l'uomo tentò di versare su quello la piena della sua benevolenza amorevole. Ma il cane passò oltre, senza rispondere al richiamo, e si mise in un canto del trivio a rosicare certe ossa. Il rumore dei denti laboriosi udivasi distintamente nel silenzio. Come dopo poco la porta della cantina si chiuse, Turlendana rimase solo nel gran plenilunio popolato di ombre e di nuvole in viaggio. E la sua mente rimase colpita da quel rapido allontanarsi di tutti gli esseri circostanti. Tutti dunque fuggivano? Che aveva egli fatto perchè tutti fuggissero? Cominciò a muovere i passi incertamente, verso il fiume. Il pensiero di quella fuga universale, a mano a mano ch'egli andava innanzi, gli occupava con maggior profondità il cervello alterato dai fumi bacchici. Avendo incontrato altri due cani spersi, si fermò presso di loro quasi per esperimentare e li chiamò. Le due bestie ignobili seguitarono a strisciarsi lungo i muri, con la coda fra le gambe; e scantonarono. Poi, quando furono più lontani, si misero a latrare; e subitamente da tutti i punti del paese, dal Bagno, da Sant'Agostino, dall'Arsenale, dalla Pescheria, da tutti i luoghi luridi e oscuri i cani erranti accorsero, come a un suon di battaglia. E il coro ostile di quella tribù famelica saliva fino alla luna. Turlendana stupefatto, mentre una specie d'inquietudine gli si svegliava nell'animo vagamente, riprese il cammino con passi più spediti, di tratto in tratto incespicando su le asperità del terreno. Quando giunse al canto dei bottari, dove le ampie botti di Zazzetta formavano cumuli biancastri simili a monumenti, egli sentì un interrotto respirar bestiale. E, poichè il pensiero fisso dell'ostilità delle bestie omai lo teneva, egli si accostò da quella parte, con una ostinazione di ebro, per esperimentare di nuovo. Dentro una stalla bassa i tre vecchi cavalli di Michelangelo ansavano faticosamente su la mangiatoia. Erano bestie decrepite che avevano logorata la vita trascinando su per la strada di Chieti due volte al giorno la gran carcassa d'una diligenza piena di mercanti e di mercanzie. Sotto i loro peli bruni, qua e là rasati dalle bardature, le coste sporgevano come tante canne secche di una tettoia in rovina; le gambe anteriori piegate non avevano quasi più ginocchia; la schiena era dentata come una sega; e il collo spelato, dove a pena rimaneva qualche vestigio della criniera, si curvava verso terra così che talvolta le froge senza più soffio toccavano quasi le ugne consunte. Un cancello di legno, malfermo, sbarrava la porta. Turlendana cominciò a fare: -- Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! I cavalli non si movevano; ma respiravano insieme, umanamente. E le forme dei loro corpi apparivano confuse nell'ombra turchiniccia; e il fetore dei loro aliti si mesceva al fetore dello strame. -- Ush, ush, ush! -- seguitava Turlendana, in suono lamentevole, come quando spingeva Barbará ad abbeverarsi. I cavalli non si movevano -- Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! Uno dei cavalli si volse e venne a mettere la grossa testa deforme su 'l cancello, guardando dagli occhi che rilucevano alla luna come ripieni d'un'acqua torbida. Il labbro inferiore gli penzolava simile a un lembo di pelle flaccida, scoprendo la genciva. Le froge ad ogni soffio ripalpitavano nel tenerume umidiccio del muso, e si chiudevano talvolta con la stessa mollezza d'una bolla d'aria in una massa di lievito che fermenta, e si richiudevano. Alla vista di quella testa senile, l'ebro si risovvenne. Perchè dunque s'era empito di vino, egli così sobrio per consuetudine? Un momento, in mezzo all'ebrietà obliosa, la forma di Barbarà moribondo gli ricomparve dinanzi, la forma del camello che giaceva su 'l terreno e teneva su la paglia il lungo collo inerte e tossiva come un uomo e si agitava debolmente di tratto in tratto, mentre ad ogni moto il ventre gonfio produceva il rumore d'un barile a metà pieno d'acqua. Una gran tenerezza pietosa lo invase; e l'agonia del camello, con quelle scosse improvvise e quegli strani singhiozzi rauchi che facevano sussultare e vibrare sonoramente tutto l'enorme carcame semivivo, e con quegli sfarzi affannosi del collo che si sollevava un istante per ricadere su la paglia dando un romor sordo e grave mentre le gambe si movevano quasi in atto di correre, e con quel tremore continuo degli orecchi e quell'immobilità del globo oculare che pareva già spento prima d'ogni altra parte sensibile, l'agonia del camello gli ritornò nella memoria lucidamente in tutta la sua miseria umana. Ed egli, appoggiato al cancello, per un moto macchinale della bocca seguitava a fare verso il cavallo di Michelangelo: -- Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! Con la persistenza inconscia degli ebri, con una ebetudine crescente, seguitava, seguitava; ed era una lamentazione monotona accorante, quasi lugubre come il canto degli uccelli notturni. -- Ush, ush, ush! Allora Michelangelo, che dal suo letto udiva, d'improviso si affacciò alla finestra soprastante; e in furia si diede a caricar di contumelie e di imprecazioni il disturbatore. -- Fijie di puttane, vatt'a jettà a la Piscare! Vatténne da ecche! Vatténne, ca mo pijie na varre. Fijie di puttane a turmendà li cristiani vuo' venì? 'Mbriache 'vrette! Vatténne! Turlendana si rimise a camminare, verso il fiume, barcollando. Al trivio dei fruttaiuoli una torma di cani stava in conciliabolo amoroso. Come l'uomo si appressò, la torma si disperse correndo verso il Bagno. Dal vicolo di Gesidio un'altra torma sbucò e prese la via dei Bastioni. Tutto il paese di Pescara, nel dolce plenilunio primaverile, era pieno di amori e di combattimenti canini. Il mastino di Madrigale, incatenato a guardia d'un bove ucciso, di tratto in tratto faceva sentire la sua voce profonda che dominava tutte le altre voci. Di tratto in tratto, qualche cane sbandato passava di gran corsa, solo, dirigendosi al luogo della mischia. Nelle case, i cani prigionieri ululavano. Ora, un turbamento più strano prendeva il cervello dell'ebro. Dinanzi a lui, dietro a lui, in torno a lui, la fuga imaginaria delle cose ricominciava più rapida. Egli si avanzava, e tutte le cose si allontanavano: le nuvole, gli alberi, le pietre, le rive del fiume, le antenne delle barche, le case. Questa specie di repulsione e di reprobazione universale lo empì di terrore. Si fermò. Un gorgoglio prolungato gli moveva le viscere. Subito, nella mente scomposta, gli balenò un pensiero. -- Il lepre! Anche il lepre di Ciávola non voleva più restar con lui! -- Il terrore gli crebbe; un tremito gli prese le gambe e le braccia. Ma, incalzato, discese fra i salici teneri e le alte erbe su la riva. La luna piena, radiante, spandeva per tutto il cielo una dolce 1 - - , ; 2 . . . 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