Fu ieri, o quasi, e me ne ricordo come d'un sogno interrotto. Passammo
Per un monastero senza monache, vecchissimo, senza usci senza imposte,
pieno di donne cenciose e di bambini macilenti, brulicante di malattie
e di miserie sonante di ciarle e di strilli e di singhiozzi, popoloso
e vuoto, dove ardeva e splendeva l'ara di un vetraio, laggiù, in fondo
a un corridoio ingombro di legna: un cuore di fuoco domato. Il dolore
della Foscarina ripalpitava all'orlo della fiamma.
Poi, non so per che via, non so per che andito, entrammo nella vigna
come in un'opera di vetro freddo e verde.
Era un labirinto di pergole basse. Non ci si camminava in piedi. Le
viti qua e là si staccavano dai graticolati malfermi di pali e di
canne, per coricarsi in terra, per abbracciarsi su l'erba. I tralci
a ogni passo c'impastoiavano; i pampani ci passavano una mano fresca
su la faccia; i viticci tentavano di pigliarci l'orecchio e il
collo. Tenevo il braccio alzato su la fronte per proteggere la vista
che mi rimane, temendo il palo aguzzo e la canna fessa, nell'ombra
ingannevole. Intravedevo le stelle per gli spiragli della volta
pampinosa, e parevano vicine da poterle tastare come i grappoli acerbi
che penzolavano da per tutto fitti e duri.
V'era un lume quasi di crepuscolo, un lume di perla, un albore di
via lattea, che rendeva sensibile la trasparenza dei pampani. V'era
talvolta un che di vitreo, un che di fragile, qualcosa come un
ghiaccio verdiccio che s'incrinasse, che si screpolasse. Il canto
delle raganelle continuava in suono quella fragilità, quella verdezza.
Credevamo di udir saltare una botta molliccia a traverso il cammino,
e mettevamo il piede cauto per non schiacciarla, rabbrividendo. Senza
sapere perché, avevamo uno sgomento improvviso, un senso languido di
freddo, come se la febbre ci salisse dall'erba su per le ginocchia.
L'umidità pareva che c'impallidisse, che c'illividisse. Il cammino si
faceva cedevole. L'orma si sprofondava. Ci sorreggevamo a vicenda per
non sdrucciolare nella belletta.
Tornavamo indietro, smarriti, esitando ai crocicchi. Eravamo
prigionieri del laberinto d'uva. Le pergole si facevano più basse.
Andavamo quasi carponi, vincolati dai sarmenti, serrati nella frescura
delle foglie, soffermandoci a mordicchiare i viticci asprigni.
D'improvviso vedevamo luccicare l'acqua, giù per un'apertura praticata
tra la ripa e la fratta come una callaia da passarvi. V'era legato a
un piuolo, con una corda stramba, un sandalo marcito; e un mozzicone
di remo, una forcola consunta, una gottazza senza manico davano al
silenzio raccolto in quel legno cavo una tristezza umana che faceva
pensare agli annegati solitarii.
Da quella parte la vigna era più selvaggia: finiva in prunaia, finiva
in canneto. Sentivamo, di là dagli sterpi, di là dalle cannucce,
l'ambascia della dozàna, l'afa dell'acqua morta, sciacquìi e fruscìi
misteriosi nel limaccio. Erano i serpi che calavano ad accoppiarsi con
le anguille in amore?
Non so che apprensione ci respingeva verso i dubbii intrichi
della vigna. Erravamo ancora di pergola in pergola, abbassandoci,
risollevandoci. Vedevamo sopra ogni pampano una stella, posata come un
acino di luce. Tastavamo i grappoli immaturi per trovare un granello
meno acerbo. Ci pareva che l'umidità c'inverdisse fino alla cintola. Il
bianco degli occhi, in chi mi camminava allato, era stranamente bianco.
A un crocicchio ci abbattemmo in una tavola rustica, senza tovaglia,
intorno a cui erano disposte le scodelle e le panche. Non v'era seduto
alcuno, se non una figura di spavento. Noi ci sedemmo, trasognati,
obbedendo a una sùbita stanchezza.
Allora ci fu uno che ruppe il silenzio per dire: «Questa tavola è
fatta col fasciame della barca che pescava l'alga nella Valle dei sette
morti».
Vi sono parole che sembrano crearsi nell'aria indistinta e non portare
la forma delle labbra note. Vi sono le parole delle cose e non soltanto
le lacrime delle cose, reali le une e le altre. Udendo quelle, non le
attribuimmo a una gola amica ma a uno spirito che dimorasse in quel
luogo o vi passasse. Erano modulate secondo quella luce e quell'ombra,
secondo quegli aspetti e quei lineamenti, secondo quel freddo verdore
di sott'acqua ove il respirare era simile al boccheggiare. Risolvevano
con un accordo atteso i rapporti musicali della malinconia.
«Quale barca raccoglieva l'alga nella Valle dei sette morti?» domandò
un'altra voce intonata su quella cadenza.
La tavola era dinanzi a noi. fatta d'un legno più vecchio che quello
del coro di Santa Chiara, dove sono iscritti i nomi lucenti delle prime
Clarisse ed è appeso un fascetto di spighe. Era di pino. Mostrava le
vene e i nocchi. Scheggiato, screpolato, abbrumato, serbava l'odore
del catrame e della salsuggine. Io v'ero appoggiato con i due gomiti e
mi reggevo con le due mani il capo; e mi pareva di sentirla barcollare
come se fosse ridivenuta cava e avesse rimutato in chiglia i suoi
quattro piedi.
Tenevo le palpebre socchiuse; e rivedevo -- con l'occhio che non
riconosce più i viventi ma riconosce i fantasmi -- rivedevo Roberto
Prunas, il mio compagno sardo, caduto nella laguna con le ali rotte,
rivoltolato e trascinato dalla corrente, non ritrovato se non dopo
molti giorni dai palombari, laggiù, agli Alberoni, tutto disfatto nel
sacco del suo gabbano, con mezza carne del viso distaccata dal teschio.
V'era, in quel verdore di sott'acqua, non so che spavento bianchiccio.
L'antica leggenda lagunare trasformava la vigna in barena. Ascoltai? o
guardai?
«Sette uomini dei lidi, raccoglitori d'alga, passando con la barca
lungo una barena, scoprirono il corpo d'un annegato che giaceva sul
fianco tra i fiori di tapo, deposto dalla magra. Non gli s'appressarono
per tirarlo a bordo o almeno per legarlo con una cima e prenderlo a
rimorchio. Passarono oltre. Attesero a raccogliere l'alga. Poi accadde
che, venuta l'ora del pasto, si riaccostassero a quella barena per
cuocere la polenta e scodellarla.
Era con loro un fanciullo, il figlio d'uno d'essi. E il fanciullo,
mentre il paiuolo bolliva, si dilungò dalla barca. Vide sul margine
della barena, tra i fiori di tapo, un uomo coricato che non si mosse.
Tornò egli al padre, e disse: Padre v'è laggiù uno che dorme. A Nora il
padre gli fece: Va, e sveglialo, che venga a mangiare con noi.
Il figliuolo andò, e toccò alla spalla il giacente, un poco lo scosse.
L'uomo si svegliò, e si rizzò in piedi, e si mise a camminare dietro il
bambino.
I sette avevano giù scodellato la polenta: e s'erano posti innanzi alle
scodelle fumanti, e attendevano.
Come scorsero l'ombra di colui che veniva a mangiare con loro, di
sùbito piegarono il capo, né più lo rialzarono; né fecero motto, né
diedero fiato. Così stettero, rimasero.»
Allora levai la testa, e guardai. E vidi venire per la notte verde,
sotto la pergola bassa, il corpo alzato di Roberto Prunas nel sacco
fradicio del suo gabbano impellicciato. E la carne macera gli tremolava
su l'osso del viso; e la mascella era scoperta, perché mancava il pezzo
del labbro; e la fossa del naso e un'occhiaia erano vuote.
La vita è bella, o Chiaroviso. L'altra notte tornavamo dall'aver fatto
musica in quella sala verde ove, se vi sovviene, i sonatori capelluti
di Giorgione partendo avevano dimenticato l'archetto di una viola da
braccio.
I nostri sonatori erano alcuni giovani cannonieri dal capo raso, che
la guerra ha tolti da un'orchestra di legni e posti in un'orchestra di
acciai. La viola era venuta da una batteria di San Nicolò; il violino
era disceso da un'altana munita; il violoncello aveva smesso allora
allora la guardia della strada ferrata. Ed era un famoso strumento d'un
famoso liutaio, di Andrea Guarnieri: una creatura sensibile come uno
dei miei levrieretti d'un anno, vestita duna vernice così ricca, d'una
pelle così trasparente, che l'avevo veduta rilucere perfino all'ombra
degli alberi, tra le fresche pareti verdi, come se veramente la sua
lucentezza cristallina fosse data dalla polvere di diamante.
L'artigliere aveva ricolcato il suo dolce violoncello nella custodia
e avviluppato la custodia in un càmice di panno bigio. Ma, poiché la
gondola era carica da poppa a prua come la barca di Caronte, la cassa
stava in piedi per prender meno posto, e aveva il suo corpo, il suo
collo, il suo capo, a simiglianza degli altri passeggeri. Essendo
calda la notte, il sonatore, toltosi il berretto, ne aveva coperto la
sommità della custodia, là dove riposa il manico dal mirabile riccio;
cosicché eravamo nel leggero legno dieci uomini e uno spettro d'uomo.
Tutti eravamo seduti su le panchette o sul fondo. Soli stavano in piedi
lo spettro bigio e i due soldati rematori. Il violoncellista reggeva
il suo caro con le due braccia. Ciascuno di noi serbava tuttavia
nell'anima la potenza di quelle corde ridiventate mute.
Calda era la notte, senza bava. Lo scirocco aveva perso ogni alito.
Il latte di Galassia pareva inondare tutto il firmamento. Le stelle
annegavano in una biancosa mollezza. L'acqua pareva «in ardore» come
nelle maree di settembre, come intorno al tempo dell'equinozio. I due
remi propagavano gli anelli della fosforescenza sino ai muri della
Sacca.
Andavamo per la Sacca della Misericordia cercando l'eco. Era con
noi una cantatrice dalla voce duplice, che saliva alle più alte
note del soprano e scendeva alle più basse del contralto: un pallore
cupo annodato da nere trecce, sopra un collo rigato dalle vene della
melodia. La sentivamo tra noi vivere d'una pura vita musicale, come il
violoncello di Andrea Guarnieri. Ciascuno di noi era legato a lei dalla
cadenza di un'aria prediletta. Non avevamo altra voce se non la sua.
Ella teneva la testa alta, come lo spettro bigio. Era attentissima,
come a un richiamo. Le sue labbra serbavano la forma della modulazione.
Mi pareva di vedere la nota nella sua gola come la perla nella
conchiglia.
Di tratto in tratto metteva un gorgheggio e poi inclinava la testa
nella pausa, come l'usignuolo quando incomincia. Tutti imitavamo
quell'atto, ascoltando se la risposta venisse. Così ella tentava
l'aria, tentava il silenzio.
I rematori levavano il remo, restavano sospesi, chini anch'essi
dalla medesima banda, mentre dalla pala gocciolava l'acqua in collane
disciolte. Poi seguitavano a remare piano, anch'essi attentissimi,
cercando di divinare il luogo acconcio, scotendo il capo quando la
voce non era ripercossa. Tentavano l'acqua come la cantatrice tentava
l'aria. Ci sentivamo fatti d'aria, d'acqua e di musica. La gondola era
uno strumento natante, col suo corpo, col suo manico, con la sua rosa,
col suo scagnello.
Dov'era l'eco? Era scivolata lungo i muri? s'era nascosta sotto il
ponte della Sacca?
Ma la cantatrice paziente continuava a interrogare il silenzio.
Talvolta qualche nota veniva ripercossa, come se la piena eco fosse
prossima. Il rematore di prua teneva il remo ritto a governare; solo
vogava adagio adagio quello di poppa, senza che lo scalmo forcuto
desse il più lieve stridore. Era come nella caccia di padule, quando
il barchino s'accosta al branco e il fucile è già contro la spalla e
l'occhio alla mira, e nessuno fiata. Ma, poco più discosto, le note
si perdevano. E una strana pena cominciava a opprimerci. Qualcosa di
morto era intorno a noi, era tra noi. Mi volsi, e vidi i cipressi di
San Michele nel biancore lento. Rabbrividii guardando lo Spettro bigio
ch'era tra noi l'undecimo, immobile, rigido, più alto di tutti.
Cresceva la notte senza bava, già senza stelle. I cerchi di luce si
rompevano contro le grandi zattere di legname che galleggiavano nella
Sacca tristi come se avessero trasportato mucchi di naufraghi o di
pestilenti. Le finestre cieche del Casino degli Spiriti, murate a
una a una per impedire che vi si riaffacciasse la fantasima, non si
riaprivano?
D'un tratto udimmo un tuono cupo come d'un uragano che scoppiasse
laggiù su l'Adriatico. Stavamo per entrare nel rio di Noale.
Alzai una mano per far segno ai rematori che s'arrestassero. La mia
mano mi parve troppo pallida e il mio gesto troppo vano. Guardai i miei
compagni, e li vidi tutti dello stesso color grigio, dello stesso color
di cenere, nella barca nera, tutti simili a quello spettro ravvolto in
quel càmice e coperto di quel berretto. Erano tutti fissi come quando
aspettavano che l'eco rispondesse al gorgheggio escito di quella bianca
gola.
«È il cannone su l'Isonzo, uno disse, a bassa voce, da prua come da una
indefinita distanza
E due o tre mani troppo pallide si levarono ancora, per far più di
silenzio in quel silenzio mortale.
E fu l'ultimo gesto. Ascoltammo, senza soffio, senza colore, divenuti
spettri gli uni per gli altri, esangui, esanimi. Non ci guardavamo in
viso, ma tutti eravamo fissi al morto dal càmice bigio che ci dominava,
ritornato dal sonno come quello che piegò su le scodelle le facce dei
raccoglitori d'alga.
I tuoni si seguivano quasi senza pause, formavano un solo rombo
propagato dalle solitudini del mare. La battaglia era nascosta sotto
l'orizzonte, bolliva nella conca della notte. Gli spettri di prua
vedevano forse il fumo del bollore sanguigno tingere l'orlo dell'alba.
Noi non ci volgemmo; non potemmo noi volgerci. Né si volsero i
vogatori. I remi rimasero sospesi su l'acqua lùgubre, e credemmo che
non ricalassero più.
La vita è bella. Oggi è il solstizio d'estate, è l'immobile estasi
della luce, la culminazione del giorno febèo. Tutta l'aria è volontà e
voluttà di vita. Il cerchio del sole sùbito brulica d'api ardenti che
mellificano il fuoco. Passa nel libeccio l'ebrezza del miele igneo. Il
bel giardino lagunare, ove fiutammo tutto il profumo d'Italia accolto,
lentamente si cuoce. Sfatte sono le rose, sfatti sono i gigli; e gli
steli ingialliti si mutano in stecchi. Le speronelle si sfogliano
al vento come farfalle che perdano un'ala. Gualcita è la seta dei
gracili rosoni che s'aprono intorno alle verghe fogliute delle alcee.
Ma il timo, il rosmarino, la spicanardi, tutti gli aromati, sembrano
consumarsi come l'incenso. I fiori numerosi della lavanda sono quasi
fumo azzurrino. I melograni sono tutti accesi di fiammelle che si
nutrono nella cera scarlatta dei balausti. Il giardino s'appassisce e
s'appassiona. Gli ho lasciato il mio affanno. La bellezza del fiore si
perde, e il frutto non riempie la mano.
Io sono andato a visitare i morti. Si compiono oggi quattro mesi della
mia pena, si compiono sei mesi dal trapasso di quel compagno alato
ch'era divenuto la metà del mio coraggio, -dimidium animi-. Ed egli era
nato, or è trentatre anni, nel giorno del solstizio estivo. È questo il
suo dì natale, il suo genetliaco di luce.
Per la prima volta ho sfidato la luce, nell'ora vietata. Mi pareva
d'andare verso il totale abbacinamento, verso la cecità compiuta; o
verso un miracolo d'oro. La scala era nell'ombra, tutta la casa era
nell'ombra delle tendine verdicce: una prigione cupa e senza pace,
dove il letto è un segno spaventoso come la croce a chi ne fu deposto
tramortito per ricominciare a morire.
Sono disceso con cautela, senza rumore, come chi fugge per non tornar
mai più. Sentivo le mura fatte di tedio, d'angustia e di smania. Andavo
ai morti come alla libertà. Nondimeno ho esitato prima di passare la
soglia Ho avuto paura della luce come d'un abbacinatore all'agguato
nella calle deserta. Ho visto una lama di sole, stretta come uno
stocco, davanti a me, allungarsi sul muro dell'orto dei Corner. E il
ragno nero, che sta nel centro della sua tela tessuta dentro il mio
occhio destro, m'è parso muoversi in un bagliore giallo vorticoso.
Ma come avrei potuto meglio prepararmi a visitare il più ardito dei
miei compagni se non con un atto di temerità? Il gusto del rischio
pareva di nuovo diffondersi in tutte le mie membra, simile a un sapore
da troppo tempo vietato. L'anima sentiva di nuovo la qualità del
sangue, come nei mattini delle mie dipartite, quando il pensiero del
ritorno era lasciato nel vestibolo a dispregio, quasi ingombro vile.
Contro la riva il canotto aveva il medesimo battito, incitante come
la diana, come il rullo del tamburo teso. Ma non v'era sul banco il
mio gabbano pesante, né il mio camaglio, né il mio paio di calzari,
né la mia maschera, né la mia pistola carica. V'erano sul banco tre
fasci di fiori colti in quel giardino isolano ove respirammo l'essenza
inebriante dell'Italia bella: tre fasci mortuarii, coperti affinché
non li cocesse il sole. E nella corsa il vento sollevava la copertura
e il mio cuore, che mi pareva a ogni tratto il sole non soltanto li
guastasse ma li pigiasse come fa dei grappoli il duro vendemmiatore.
E il marinaio che era al timone, presso al meccanico, si volgeva e con
una mano cercava di ricoprire i fiori, per quetare la pena che la sua
gentilezza leggeva nel mio viso. Ma anche quella mano era rude come
il sole, e mi faceva soffrire. Imagini funebri mi attraversavano il
cervello pulsante. Rivedevo la mano villosa del medico nell'atto di
ricoprire il cadavere dopo avere iniettato il balsamo per conservarlo.
Allora con un segno brusco ho impedito che l'uomo continuasse quel
gesto. E il vento ha rapito la copertura, che s'è dileguata tra i
due filoni della scìa schiumanti. Sul legno caldo del banco il sole
divorava la freschezza dei fiori.
Ho cavalcato per ore ed ore nel deserto. Solo, di mezzogiorno, ho
traversato le sabbie roventi che dividono le grandi Piramidi dai
sepolcreti di Sakkarah. Ma non mi ricordavo che il sole potesse tanto
essere terribile. Avevo dunque dimenticato, sotto la coltre della mia
tristezza, la forza del giorno italiano?
Ero uscito dalle cautele dell'ombra per entrare in un contrasto di
violenze aperte. La vibrazione del motore si comunicava a tutte le
mie ossa. Tenevo i miei piedi sospesi per interromperlo, discostavo
le mascelle perché non arrivasse all'orbita, serravo la palpebra per
comprimere i tessuti e gli umori dell'occhio leso. L'acqua rotta dalla
rapidità mi spruzzava la gota; e i suoi riflessi erano intorno come
un combattimento ad armi bianche. Vedevo, a traverso la palpebra, un
rossore simile a una nuova emorragia raggiante, ove il ragno tenace
fosse annegato. E il dominio del mio corpo meschino sfuggiva alla
mia anima non dominabile. Il mio corpo temeva, si contraeva, pareva
quasi cercasse nascondersi per sfuggire all'offesa. L'istinto se n'era
impadronito. Ma la miglior parte di me era sollevata da un dolore più
solitario che la sommità stessa del cielo. Consideravo la miseria del
mio corpo come la fragilità di quei fasci funebri, sopra quel banco
arido e palpitante. Il mio dolore e il mio amore volevano difendere
la freschezza di quell'offerta che il sole disfaceva. Più che la
velocità dello scafo, quel sentimento mi avvicinava alle tombe. E
pure quei fiori erano destinati a esser deposti su le zolle secche,
destinati a divenir strame innanzi sera. Che già incominciassero a
morire, importava forse ai morti? Potevano essi forse godere la loro
freschezza?
O illusione sublime dell'amicizia! Io portavo quelle rose, quei
garofani e quelle ortensie a colui che un giorno, reduce da un'impresa
su Pola, nell'orto di Tomaso Contarini aperto in vista dell'isola
sepolcrale, mi aveva ripetuto un pensiero e un sorriso dell'Estremo
Oriente: «La farfalla non parla. Vorrei mi dicesse come sogna i fiori».
L'approdo è dalla parte del muro vecchio. Di là dai mattoni disfatti si
alzano i cipressi ancora arrossati qua e là come il panno nero delle
coltri che servirono a troppi funerali. Eccomi alla riva. Non so se
è vero. Mi ritrovo su lastre di pietre sonore. I passi mi rimbombano
nel capo. I quattro marinai hanno di nuovo sollevata la cassa, con le
larghe cinghie. Cammino di nuovo dietro la cassa, di nuovo la tocco,
la riprendo. Mi accosto, e metto le mie mani sotto: ora sento il peso.
La coltre mi copre le braccia fino al gomito. Cammino senza vedere
niente altro che il nero e l'oro e i fiori. Entriamo nel chiostro,
attraversiamo il portico. Andiamo verso un uscio, verso il deposito
mortuario dove la salma attenderà fino a lunedì per essere seppellita.
Non mi distacco dal mio feretro. Entro anch'io nella stanza fredda,
imbiancata. La cassa è deposta su due cavalletti. È ancora coperta
dalla coltre e dai miei fiori. Mentre mi raccolgo e m'agghiaccio e dico
anche una volta addio al mio compagno (il suo povero corpo è scosso
da questo continuo moto, dalle prove e riprove per la collocazione
stabile), ecco che cominciano a entrare le corone. Sono enormi, talune.
I portatori le dispongono contro le pareti, l'una su l'altra. Sono
cento, sono più di cento. Un'afa irrespirabile. Fiori ancor vivi, fiori
già quasi putridi. Tutta la stanza è ingombra. Per far posto, bisogna
premere le ghirlande, calcarle, pestarle....
Non è vero. Trasogno. La gran luce m'acceca. I riflessi acuti mi
trafiggono come stocchi. La riva è troppo erta sopra la marea bassa.
Una mano ignota si tende per aiutarmi a salire. Mi ritrovo su le
lastre di pietra arroventate che mi abbacinano. Fuggo verso la porta
del chiostro. Ho qualche minuto di smarrimento. Tutta la vita e come
uno sciacquìo lontano, simile a quello che suona contro l'approdo
verdastro. Tutta la vita è come il ciarlìo continuo di quei passeri
su quei tetti bruni ove qualche tegola rosseggia. Vacillo su le
ombre delle colonnette, su liste d'ombra sottili come lame a doppio
taglio, che mi mozzano le caviglie. M'imbatto nella porta grigia del
deposito, che è chiusa. Mi soffermo davanti alla vecchia lapide di
Regina Carazzolo. Rivedo incisa la lieve ghirlanda di ulivo e di edera;
rivedo le due ali. Come si sono alzate le erbe negli interstizii delle
lastre sconnesse, intorno al pozzo francescano! Sono alte come candele
infisse. Il gran sole non lascia scorgere le fiammelle.
Passo tra due cipressi e due magnolie. Salgo una breve scala. Un
crudele ardore m'abbaglia, simile a quello che tremola sopra le stoppie
deserte. Una pietra bianca, una pietra di tomba, si smuove sotto i
miei piedi. Odo il lagno rauco d'una sirena che lacera laggiù, la
laguna torpida. Odo un maglio che batte, laggiù, su ferramenti grossi.
Il cuore mi manca. Tocco il fondo della più opaca tristezza. Sono tra
buio e barbaglio. Ho in un occhio l'orribile ragno nero, e nell'altro
una vertigine di fiamma. Vado avanti, e non so perché non cada.
Tutte le pietre delle tombe si smuovono sotto il mio passo. Discendo
qualche gradino che splende e tentenna come le lapidi. Ora la ghiaia
stride. Che è quella scala di luce e d'ombra? È la via dei cipressi,
che rasenta il cimitero dei marinai. Vedo non so che cosa dolce e
miserabile: in un campo di fango rappreso, un mucchio di piccole croci,
di poveri segni, di ghirlande secche, di nomi che luccicano, di tumuli
senza nomi e senza erbe. E il mio primo compagno non s'alza? non mi
viene incontro? E gli altri due miei compagni dove sono?
Dov'è Roberto Prunas? dov'è Luigi Bresciani?
Intravedo nel bagliore il cippo di Giuseppe Miraglia. L'ala dorata
d'Icaro vi splende nel cavo. Domina tutte le altre sepolture. È come un
grande stipite terminale. Le parole che io v'incisi, la gloria non le
dimenticherà. L'alloro che io v'appesi, il tempo non lo sfronderà.
Ma dove sono le altre due tombe? Non le conosco. Non le riconosco.
La sera del 2 aprile i due miei amici erano vivi, seduti accanto
al mio letto. Dovevano, il giorno dopo, esperimentare la nuova ala,
senza di me. Sentivo nell'ombra la loro forza ch'essi dissimulavano,
sentivo la loro gioia ch'essi dissimulavano per non straziare la
mia impazienza. Tendevo a ogni tratto verso di loro le mie mani per
avvicinarmeli. Gino sorrideva con tanta bontà che il suo viso n'era
rischiarato. Aveva l'aria d'un giovinetto, d'un guardiamarina ancóra
timido, con quella testa imberbe e bionda un poco inclinata verso la
spalla sinistra, con quelle ciglia chiare che nel sorriso si serravano
e palpitavano lasciando scorrere uno sguardo limpido come una di quelle
gocciole di guazza che nel velivolo, fra tela e tela, pendono da un
tirante d'acciaio. La faccia di Roberto olivastra pareva invece come
invecchiata dai due profondi solchi che contornavano la bocca sottile.
Era una faccia di pastore sardo scavata dal tedio e dalla riflessione.
Usava egli l'ironia, talvolta l'arguzia; ma la sua maschera era come
quelle campagne solcate da torrenti aridi in attesa di piene subitanee.
I solchi delle lacrime erano scolpiti nelle gote fin giù al mento. E
sembrava che da un momento all'altro dovessero riempirsi.
Da quella sera ansiosa e affettuosa, ecco che per la prima volta
ricalco la terra dove i due corpi si disfanno. Cammino fra lo strame
funerario, fra il pacciame che ricopre i crepacci. Mi curvo su i morti
del mare, a scoprire, a leggere. Ogni nome mi ferisce, ogni pietra
mi colpisce. Ecco il capo torpediniere del sommergibile Jalea, Ciro
Armellino. Ecco il sottocapo, Biagio di Tullio. Un ricordo sublime mi
solleva il cuore. Rivedo, in fondo allo specchio d'acqua esplorato, la
lunga tomba di ferro, il sepolcro navale. Ecco i morti del sommergibile
-Medusa-, ecco i morti dell'-Amalfi-, ecco i naufraghi ripescati e
sotterrati. Son forse più tristi qui, in questa mota gialliccia, sotto
queste croci meschine, sotto queste ghirlande di zinco.
Forse era meglio che Roberto Prunas non fosse ritrovato dai palombari
lungo la diga solitaria. Forse era meglio ch'egli sentisse ancóra
passare sopra sé le torpediniere a fuochi spenti in rotta verso i porti
dell'Istria. Era meglio che sottomare si cangiasse «in qualcosa di
ricco e di strano».
Qui non ha più nome; né il suo pilota ha nome. Li cerco, e non li
trovo. Mi smarrisco nella farragine della morte. Vacillo nel barbaglio.
Odo sotto il mio cranio uno scampanìo continuo che è come la sonorità
della luce. Vedo un'ombra passare lungo il muro abbagliante di lapidi.
È un vecchio cappuccino, vecchio decrepito, che strascica gli zoccoli
biasciando, con le mani congiunte sul cordiglio di San Francesco,
seguito da un gatto nero e da due gatti tigrati che gli miagolano
alle calcagna. Mi accosto, lo riverisco, lo interrogo. Non è se non
una tonaca logora, non è se non un cappuccio penzoloni, tanto la sua
carcassa mi sembra cadente e sparente. Il suo viso è niente, è meno
d'un pomo aggrinzito e muffito. I suoi occhi sono come due frantumi
di vetro azzurrognolo, senza sguardo, senza cigli. Si sofferma, non
comprende, non risponde. Gli domando dove sieno i miei morti. I morti
sono da per tutto. Egli medesimo è un morto che va a coricarsi in
quella fossa laggiù, dove i suoi gatti scarni lo lamenteranno tutta
notte. I suoi piedi nudi sono morti negli zoccoli che fanno stridere
la ghiaia. Egli non ode le voci umane che vengono dalle fondamente
lontane; non ode le campane lontane; non ode l'ora che suona; non
ode il martello che batte; non ode quel bambino che piange, chi sa
dove, forse in fondo a un locello, di sotto a una lapide, dietro a un
cipresso.
Dove sono i miei morti? Vedo Roberto Prunas che apre la tabacchiera
d'oro donata al suo bisnonno dal re di Sardegna e prende una sigaretta
tra le sue dita brunicce. Luigi Bresciani è in piedi, come sotto la
tettoia dell'Arsenale dov'era ricoverato il suo meraviglioso idròttero;
e la sua gota è inclinata verso la pala dell'elica ferma verticalmente;
e le linee del suo volto sono fini, precise e misteriose come quelle
del legno propulsante. Batto le palpebre. Le apparizioni vaniscono. Il
sudore mi cola giù per la tempia.
Il frate minore non torna indietro. Scorgo nel viale un custode nero.
Lo chiamo. Lo interrogo. Non sa. Va a consultare il registro. Si
allontana. La ghiaia scricchiola.
L'attesa mi vuota l'anima, e vuota il mondo. I pensieri ruotano e si
sperdono come nella vertigine. Col supplizio della luce negli occhi,
resto fisso alla mia ombra coricata sul sabbione dove i miei piedi si
stampano. Sopra la mia ombra svolazzano due farfalle bianche, simili a
quelle che esitavano davanti al cancello rugginoso dell'orto contareno.
Il custode torna. Mi tende una piccola carta piegata: la polizza
sepolcrale, la bulletta funeraria: dov'è scritto che Luigi Bresciani fu
seppellito nella fossa tredicesima della fila terza.
Oggi è la festa del suo nome.
Ho il foglio tra le dita. Cerco. Scopro la pietra quadrata che porta
scolpito il numero tredici.
Nel primo attimo, qualcosa di vivido e di leggero, qualcosa come la
sensibilità, come la delicatezza e l'acume del mio amico, trema su
quella desolazione. Poi vedo la cruda miseria. Nessun nome, nessun
segno. Una grossa corona di zinco e di porcellana, un'altra di conterie
nere e bianche; un fascio di palme secche, quasi spinose, legato da un
nastro stinto; un coccio rossastro, con uno stecco fitto in un poco
di terra; un cartoccio di latta, con un poco di acqua e un mazzolino
marcio.
La tristezza mi curva, mi fiacca i ginocchi, mi schiaccia su quel
povero orrore. Vedo il viso raso e chiaro, il biondo puerile dei
capelli lisci, le labbra esigue e sensitive, i leali occhi fraterni che
di sùbito il coraggio affilava e aguzzava. Tra la lugubre cianfrusaglia
che ingombra questa sepoltura, scopro il fiore tenue del vilucchio, un
che di fresco e di candido, quasi volubile sorriso. S'allevia il peso
del cuore.
Ecco che il nostro primo compagno, ecco che il più amato è con noi.
La sua voce mi passa nell'anima, come quando conduceva al mio sogno
le imagini dell'Estremo Oriente, nel giardino situato dalla Parte
dell'ombra.
«Una donna esce dalla casa mattutina, col suo orciuolo, per attingere
acqua del pozzo. E vede che un vilucchio prestamente nella notte s'è
attorcigliato alla corda umida della secchia ed è fiorito. Rientra
nella casa, posa l'orciuolo, e dice: Il vilucchio ha preso la corda.
Chi mi dà acqua?»
Qui neppur l'amore immortale può disgiungere dalla putredine la figura
della morte. La cassa d'abete rozza, dove fu chiusa -- or è sei mesi
-- l'altra cassa levigata e ornata, per preservarla, è certo fracida
nell'umidità della fossa. Le assi hanno ceduto, e la mota salsa ha
spalmato l'altro coperchio dov'era inciso il nome di Giuseppe Miraglia.
Il 27 decembre era un giorno di piovitura e di caligine. Tutto il
camposanto pareva ridivenuto una barena melmosa. Quando fu portata la
cassa di legno bianco, quando l'altra vi fu dentro deposta, quando il
marinaio conficcò i chiodi a gran colpi di martello, quando vennero i
seppellitori con le corde, quando vidi il fango agglomerarsi intorno
alle loro suola su l'orlo della fossa, quando vidi in fondo alla fossa
luccicare un poco d'acqua giallastra, io non ebbi se non un pensiero e
una pena e una domanda. Mi fu risposto che l'abete grezzo poteva durare
in terra due anni. Ma non era vero. I sei becchini grigi imbracarono il
legname e lo calarono, pontando i piedi nella mota che saliva a mezza
gamba. Poi presero le pale. Le aste delle pale erano lisce per l'uso.
Un riflesso vi guizzava a ogni movimento. La terra era molliccia, quasi
liquida. Le prime palate di melma sopra le assi diedero un suono sordo,
un croscio fiacco. Il corpo dell'uomo alato era sepolto nel fracidume.
Ma vidi nel fracidume rilucere una conchiglia. Allora aguzzai la vista.
E scopersi innumerevoli conchiglie, intiere o trite, bianche o rosee.
Perché queste cose alleviano il dolore? Perché l'amore superstite
rimane così tenacemente legato alla bara, al corpo disfatto, alle ossa,
alle ceneri, alla materia del sepolcro? Perché oggi, al primo chinarmi
sul tumulo del mio compagno, ho sofferto delle fenditure che il calore
apre nel breve spazio compreso tra gli orli di busso ingiallito?
M'è egli più vicino qui? o nella mia casa, o nella strada, o su
l'acqua, o dovunque io vada e pensi?
Lo rivedo a traverso la terra, a traverso il legno e il piombo. Lo
sento rivivere. Lo sento respirare, lo sento ripalpitare, quando
m'inginocchio, quando poso la mia mano su la sua sepoltura calda come
sul suo fido petto.
L'illusione è profonda come quella radice della speranza che nessuno di
noi riesce a strapparsi del cuore interamente.
Non piango, ma entra in me qualche dolcezza. Resto inchinato, col giogo
del sole sul collo. Il mio occhio illeso è sensibile come il mio occhio
infermo. Le imagini vi s'imprimono e vi restano. Come guardo fisamente
la corona d'alloro sospesa al cippo, ecco che la mia visione si fa
verde. Potrei levarmi e accorgermi d'esser divenuto cieco. Perché qui
un tal pensiero non mi sbigottisce?
Qui non è l'inerte chiarore glauco che ghiacciava la pergola bassa,
là, nella vigna di Murano. È un ardore, un incendio divorante Chiudo le
Palpebre, poi le riapro.
Vedo i fili d'erba che tremano.
Vedo un ciuffo di trifogli, e non v'è quello di quattro foglie.
Vedo le conchiglie lucenti, e ve n'è una fatta come un'orecchia. Le
formiche rossigne camminano su per gli ovoli e gli sgusci del plinto.
Una lucertola è ferma contro lo spigolo, e par fusa nel bronzo come
il braccio d'Icaro nel bassorilievo incastrato. Ma ciascuna di queste
cose perde la sua sostanza vera e si trasmuta in un sentimento che è
musicale come le cadenze delle lamentazioni.
Chi ha portato a questa tomba i fiori violetti della barena, perpetui
come gli asfodeli? Sono simili a quelli che cogliemmo nella laguna di
Grado un dì d'agosto, «fiuri de tapo», per spargerli su lo specchio
d'acqua dov'era colato a picco il -Jalea-. Mi volgo, e vedo il
marinaio che m'ha seguito portando i tre fasci di rose, d'ortensie e di
garofani. Aspetta, sotto il cipresso, diritto, in silenzio.
Chiudo ancora le palpebre. Sento che il mio compagno è dietro di
me, seduto al governo delle leve, come in quella partenza. Sento
l'oscillazione del velivolo. Ho davanti a me, sopra una specie di
rastrelliera, quattro bombe con le eliche fissate da un fil di ferro e
il fascio di fiori che un'anima pietosa ci ha affidato per gettarlo sul
sepolcro marino.
Prendiamo altezza. C'è vento fresco, ma l'apparecchio è stabile.
Un rullio leggero, a quando a quando, poi un senso d'immobilità, di
sospensione nell'aria. Il cuore si dilata. Un sorriso spontaneo brilla
alla cima dell'anima.
V'è qualche ragnatelo sparso nell'azzurro.
Il mare increspato fa un poco di bava bianca ai lidi sottili.
Un raggio traversa il cofano e fa rilucere il tubo d'ottone nel motore.
Nella scìa d'una torpediniera i due filoni divergono, simili alle due
palme nelle mani della Vittoria.
Tutto di qui appar soave, quasi femineo. Dianzi, la città e il ponte
erano come il fiore e il gambo.
La gola di Venezia era come la gola della colomba cangiante quando un
poco si gonfia e s'inarca nella voglia di tubare.
I colli euganei erano laggiù come tumuli d'amanti famose, inzaffirati.
Le chiare dighe sono cinture cinte alla terra bionda e molle che, come
una donna, ha le sue delicatezze segrete da non potersi sorprendere se
non di quassù.
Nell'estuario le porzioni della terra sembrano fatte per essere
offerte, come il pane si frange, come la focaccia si parte.
Il fango è una materia preziosissima: di quassù è opulento come la
sabbia del Pattolo.
Le rive sono protese, distese come chi si stira nel sopore: sono
attitudini, sono gesti.
La laguna ha i suoi prati che aspettano le sue greggi d'argento
squammose.
La laguna è come la perlagione d'un cielo vista a traverso le nervature
duna foglia macera.
Ora il mare la imita. Ora nel mare le correnti rilucono e lo fanno
simile alla laguna solcata dai canali tortuosi.
Nel pallore della laguna i canali tortuosi sono verdi come la
malachite, verdi come l'ossido di rame, come certi occhi.
Le piccole città bianche, su le sporgenze della costa, sono da prendere
e da portare in palma di mano.
Ecco Caorle. Sta sopra una sporgenza che ha la forma di una tiara
aguzza.
Guardo ancóra Caorle. Il lido m'appare tagliato come una sella d'alto
arcione; e la città è posta in sommo dell'arcione di velluto logoro.
Il mare è deserto. Gli orli spumosi hanno una dolcezza infinita, simili
a non so che favellìo, a noi so che sorrise parolette.
L'ala inferiore è metà nel sole e metà nell'ombra. La parte davanti
è nel sole. L'ombra di tratto in tratto avanza. Resta nel sole una
striscia sottile: la costola.
Leggo e comprendo i segni intersecati che fanno le ombre dei tiranti
d'acciaio.
Ho lo spirito lucido come l'aria. Si sale, si sale. «Sublimare è d'una
cosa bassa e corrotta farla alta, e grande, cioè pura.»
Si sale. Siamo di là dai duemila metri. Siamo soli, io e il mio
compagno. Quel che io ho veduto, egli l'ha veduto; quel che io ho
sentito, egli l'ha sentito.
Mi volgo. Lo guardo. Ha l'aria d'uno di quegli idoli dell'Estremo
Oriente accosciati e immobili. È fisso. Il suo viso è bronzino nel
camaglio di lana. Alla radice del naso ha l'ammaccatura degli occhiali,
violacea. Porta i baffi tagliati nettamente su la bocca grande, rasi
col rasoio agli angoli. I suoi occhi sono felini, tra verdognoli e
giallognoli, pieni di polvere d'oro. Prendono qualcosa d'infantile
quando mi sorridono.
Egli mi domanda il taccuino, e scrive: «Vuoi, di grazia, stringermi
l'elastico degli occhiali, che m'è lento?».
Mi sporgo dal mio seggiolino; faccio miracoli d'agilità per non
disturbargli il governo, mentre il velivolo rulla al vento che
rinfresca. La molletta non serra. Mi levo i guanti. Riesco a fare un
nodo. Vedo a traverso le lenti ridere i suoi occhi. Ho sùbito le dita
ghiacce. Il freddo aumenta.
Si continua a salire. Il sangue è armonioso. La vita è piena.
Ecco Grado nostra. Grado d'Italia!
«O Gravo belo, me no posso dî
El canto eterno de la to belessa....»
Discendiamo. La terra il mare il cielo s'aggirano in un solo vortice
raggiante. Le barene e le velme ci sono sul capo come le nubi. Le alpi
dentate della guerra mordono l'Adriatico come l'addentano i moli di
Trieste. I gabbiani si precipitano incontro a noi come per passarci
a traverso. Abbiamo nel petto i canali verdi, i prati salsi, i lidi
biondi orlati di spuma, le isole violette come i pascoli dell'Ade.
Le isole, le barene, le velme, tutte le seccagne solitarie, sott'acqua,
a fior d'acqua, nel cieco splendore, hanno non so che aspetto avernale.
I pioppi sembrano consumarsi nel tremito dell'aria, le tamerici vanire
nella loro pallidità, i grandi erbai di color gridellino inclinarsi al
soffio di non so che transito.
Nulla più ci tocca, fuorché l'imagine della tomba d'acciaio che sta in
un fondo ignoto del mare. La cercheremo, la scopriremo. La nostra sosta
è accompagnata da non so che funebre melodia marina.
V'è un superstite, un solo. Ha la sua carne sopra le sue ossa; eppure
nella luce è simile a un'anima con due dolci occhi.
Ha un'anima paziente e potente come quella del re d'Itaca questo
naufrago ventenne; ma i suoi occhi a mandorla sono belli come gli occhi
della gioventù che danza intorno ai vasi campani.
È un figlio della Campania, dorato come il frumento. È della stirpe
costrutta secondo la «divina proporzione». Come tanto cuore può
esser contenuto in quel petto breve? Si chiama Vietri, che vuol dire
intrepidezza.
Quale naufrago, perduto nel mare deserto, non teme la notte? Questo
non paventò la notte, ma sì scelse di superarne l'orrore, in vista del
lido!
V'è un momento eroico più profondo di ogni altro: quello che scocca tra
il cuore dell'uomo e tutto l'ignoto, tra il volere dell'uomo e tutto il
silenzio.
Questo eroe è come disgiunto dalla sua gloria. V'è un ardore di gloria
sparso nella solitudine del mare dove cercheremo la tomba di grigio
metallo. E questo superstite ignora la sua virtù, e la bellezza del suo
evento.
Cammina col suo passo di marinaio, provato sul guscio del battello
emerso. Va lungo la proda del canale, sul prato violetto di santònico;
e ha dietro sé le ombre glauche dei suoi morti.
Dov'è Guido Cavalieri? per qual lido si voltola? quale corrente lo
trasporta? Il flutto non ha rigettato se non il materasso di gomma che
lo sosteneva nel nuoto disperato.
Lo rivedo su la riva degli Schiavoni, presso il ponte, vestito di
bianco, parlare con la sua bella compagna, prima della partenza. Era
diritto in piedi, svelto, elastico, non curvato sotto la condanna
oscura. Sorrideva, mentre tagliava le sue scarpe bianche l'ombra d'un
balaustro.
Partenza nella sera di perla. Molla ormeggi. In moto il motore a
combustione di diritta. Dal ponte di una torpediniera vedo passare il
Jalea emerso, di là dagli sbarramenti, in prossimità della costa, e
navigare verso Grado. Il mare s'incupisce; ma nella sua palpitazione
accelerata si sente già la fosforescenza notturna. L'increspamento
luccica qua e là d'una luce interiore, come una palpebra che batta e
lasci sfuggire uno sguardo misterioso. La luna nuova è come un pugnello
di solfo che bruci. A quando a quando la nuvola nera del fumaiuolo
la nasconde, oppure sembra trarla come una favilla fugace nella sua
voluta. La vita non è un'astrazione di aspetti e di eventi, ma è una
specie di sensualità diffusa, una conoscenza offerta a tutti i sensi,
una sostanza buona da fiutare, da palpare, da mangiare. Guardo il
sommergibile allontanarsi. Un gruppo d'uomini è sul guscio, una massa
grigia indistinta, come un'escrescenza sul dosso d'un cetaceo. La prua
acuta penetra la notte e scompare. Il lungo fuso verdastro s'immergerà
laggiù, proseguendo le sue rotte parallele alla linea che congiunge
la Secca di Muggia e la Punta Sdobba. E per quegli uomini la vita
somiglierà a un'agonia energica. Le loro facce saranno come i quadranti
bianchi dei manometri. Le loro arterie saranno come i tubi dipinti di
rosso nella camera di manovra.
All'alba il semaforo di Grado vede il -Jalea- immergersi, oltrepassato
il gavitello che segna l'origine della rete, e proseguire veloce a
levante, verso la Secca di Muggia. Nessuno più lo vedrà nel golfo. Lo
scafo è già un sepolcro. Gli uomini sono già seppelliti nel mare. Uno
d'essi, vestito d'una tunica azzurra, tien la mano poggiata alla ruota
d'ottone che governa la pompa d'assetto, ov'è scritto: -Dal mare al
mare-.
Vietri sale nella torretta. Di qua e di là dal cristallo pendono le due
rivoltelle da segnali. L'acqua è più pallida dell'alba. Le voci salgono
nel silenzio come le bolle in quel pallore. L'occhio non distingue
se non il portello di prua, i due maniglioni laterali, qualche medusa
fuggevole. Il sudore stilla dalla fronte del marinaio. Ma la clessidra
del Tempo ha già cessato di gocciolare.
V'è nel mondo una specie di silenzio che galleggia sul rumore come
l'olio su l'acqua.
Uno sciacquìo intermesso sale dalle intercapedini. La ruota del timone
orizzontale si riflette nello specchio del piccolo lavabo che le sta
di fronte. In quell'apparenza v'è qualcosa di lontano, qualcosa che
aumenta la lontananza all'infinito.
Il comandante è fisso al periscopio, con la fronte contro la tabella
di mira. Gli sta a sinistra la tabella che indica l'altezza delle
soprastrutture di ciascuna nave nemica. Egli ha una veste di color
marino. La sua faccia rasa è bruna; ma stranamente smorti sono i suoi
piedi nei sandali di cuoio allacciati. Laggiù, a prua, i due siluri
con le loro eliche e i loro timoni aspettano nei tubi di lancio. Le
due teste di bronzo, cariche di tritòlo, aspettano nella camera stagna.
S'ode la voce del comandante, la voce che ancóra è nella sua gola col
suo soffio: «Accosta sempre a diritta. Quanto?» Un uomo dalla barba
rossa è seduto vicino alla ruota del timone verticale. Risponde:
«Centoquarantasei». È fisso, con tutti i lineamenti immobili, con
le fulve ciglia senza battito, più vivo della vita e più morto della
morte, simile a un ritratto magnetico....
Così il mio ricordo si converte in sogno, mentre coricato su i fiori
funerei della barena, supino, attendo che si riparta.
Mi sovviene d'uno dei più lugubri orrori sorto dalla mia carne, mentre
un giorno coi miei compagni, presso le chiuse di Sagrado, mangiavo
allo scoperto, in un luogo battuto dal fuoco austriaco. Ciascuno di noi
poteva essere sorpreso dalla morte col boccone in bocca, con la vivanda
tra le mascelle mal masticata. Imagine d'animalità orrenda. Il pasto
interrotto dal rantolo. Il sussulto del tristo sacco ripieno. Avevo
già veduto un soldato riverso nella mota gialla della trincea, col
rancio nel gozzo, col resto della gamella sparso nel sangue fumante. Un
filaccico di lesso gli esciva dall'angolo delle labbra livide. La morte
gli pigliava a un tempo il corpo e il cibo. Quegli che stava ingoiando,
ecco, era ingoiato. La morte gli toglieva ogni bellezza, all'atto
bestiale della nutrizione aggiungendo più di bestialità, fissando al
limitare dell'eterno quel che è ignobile. Il compagno che gli chiuse
le palpebre, gli nettò anche da quei rimasugli la bocca e il mento.
La misericordia vinse la ripugnanza. Sempre vedrò quel gesto pietoso e
atroce, quelle due dita ficcate tra i denti lordi del cadavere.
Verso mezzogiorno, il -Jalea- scende adagio sul fondo, per il pasto
dell'equipaggio. I rumori si attenuano. Il motore elettrico è fermo.
Sopra la camera del motore elettrico il boccaporto di poppa guarda coi
suoi due occhi glauchi. Un salvagente dipinto di rosso v'è sospeso: una
massiccia aureola.
Il manometro indica che la tomba d'acciaio è posata a tredici metri
di profondità. Gli uomini mangiano, gli uomini masticano, ruminano.
Qualcuno è svogliato e sonnolento. Il malvagio calore pesa intorno al
capo come un elmo di scafandro. Il fondo è ignoto. Nessuno sa dove sia.
Dianzi si navigava col periscopio immerso. Tutto il battello è ora una
clessidra che gocciola. Gli attimi sono lenti e veloci. Sembra che si
mettano d'improvviso a tintinnire. Ma è il tintinno dei campanelli.
Il -Jalea- si solleva dal fondo. Il manometro segna. La pompa sposta
l'acqua da poppa a prua. L'acqua fa una specie di salmodia sorda
circolando nelle intercapedini. Si risale a quattro metri e mezzo.
Il cetaceo riacquista il suo occhio girante. L'uomo fulvo è di nuovo
seduto al timone verticale. È fisso; non batte ciglio, non ingoia la
saliva. È netto, lucido e spaventoso come certe figure dei musei di
cera.
Sono le due del pomeriggio. Il mare è deserto e raggiante. Sonnecchiano
le piccole città bianche intorno al golfo dove svaria la grana del
vento. Un pescatore dorme supino su le tavole fracide del suo vecchio
topo, laggiù, nella pace della laguna, alla proda d'una barena fiorita
di santònico.
Vietri smonta di guardia al periscopio; e dalla camera di manovra
si ritira nella camera dei tubi di lancio a prua. Ode la voce del
comandante che ordina l'accostata per invertire la rotta. Un tuono
improvviso lo stordisce, uno scroscio biancastro lo percuote. L'acqua
gli si precipita addosso, lo fascia sino all'altezza delle spalle. Non
ode nessun grido. La gente perduta non mette un grido né un lagno. Egli
è tuttavia in piedi, con l'acqua alla gola. Percepisce nettamente lo
scoppio degli accumulatori. Si tappa la bocca e il naso per non essere
soffocato dal cloro che si sviluppa. Si avvicina alla paratia che lo
separa dalla contigua camera degli ufficiali; ma presso la porta stagna
trova ancor vivo il tenente di vascello Guido Cavalieri che gli grida:
«È inutile andare a poppa. Cerchiamo di salvarci dal portello di prua».
Egli getta lo sguardo e l'anima verso poppa. Non ode nessun grido,
nessun gemito. Il comandante Ernesto Giovannini è caduto al suo posto
di comando. S'è coricato per dormire il suo sonno eroico tra il lido
gradense e l'Istria sua. Portava sempre in cuore la vecchia cittadella
della sua gente, l'imagine di Capodistria severa e soave, come la
rappresentò per amore nella tavola dell'Ingresso Benedetto Carpaccio.
Sempre vedeva nel cielo della sua speranza le code di rondine che fanno
corona ghibellina al Palagio del Podestà, e la Cibele romana armata
e alzata tra i due merli, e la porta della Muda aperta a un altro
Ingresso, e i balaustri della fonte arcuata che sembra debba crescere e
decrescere come la marea sotto un ponte di Venezia.
«Capodistria, succiso adriaco fiore!»
Pochi giorni innanzi, avendo a bordo come pilota il fuoruscito Nazario
Sauro nato all'ombra della colonna di Santa Giustina, avvistava dalla
torretta del -Jalea- emerso la città dei cinque Dogi, e la salutava
prima d'immergersi; quindi, posato sul fondo di quei paraggi rimasto
republicano e veneto come la Piazza Grande, si stendeva a fianco
del pilota fraterno, beati entrambi in un medesimo sogno come se
fossero per dormire sotto il voltone della scala comunale e per essere
risvegliati all'alba dalle campane dell'arengo.
Ora egli dorme un poco più in su, più a tramontana, più a ponente. Col
comandante, tutto l'equipaggio s'è coricato silenziosamente nella bara
d'acciaio. Se l'acqua penetra per la falla d'una nave d'Italia, non mai
vi penetra la paura, comunque lo squarcio sia largo.
Il silenzio è già sepolcrale, ma il sepolcro è ancora sospeso nel
gorgo. Ciascuno dei sei viventi ha inciso nel cuore l'attimo in cui lo
scafo tocca il fondo.
La volontà di vivere tien luogo di respiro. Vietri s'aggrappa
alla scaletta per aprire il portello. Ma Ciro Armellino, il capo
torpediniere, sopraggiunto, prima di lui riesce ad aprirlo e ad escire.
Guido Cavalieri, il sottocapo Tullio di Biagio, un torpediniere, un
marinaio salgono ed escono. Vietri, con la bocca chiusa, col naso
tappato, aspetta che gli altri sieno scomparsi su per la colonna
gorgogliante. Tanto è più tardo il tempo quanto è più rapido il
cuore dell'uomo. Se il palpito si accelera, l'attimo si allunga.
L'antichissima parola eroica, nata nel Mediterraneo, ecco che ha forza
anche sottomare. «O cuore, sopporta.» Colui che è l'ultimo, è il primo.
Egli solo è pari all'evento e all'elemento.
Prova sublime, rivelazione magnifica, là dove l'uomo sembra cancellato!
Quel punto della profonda e irrespirabile solitudine, io voglio
consacrarlo, celebrarlo. Quivi un cuore d'uomo oppone il battito
misurato del suo potere a tutte le forze avverse. Tranquillo, accetta
la lotta e la conduce. Fin dal principio è attento a non commettere
errore alcuno. Deliberato a preservare la sua vita, egli si cura
tuttavia degli altri prima che di sé. Ogni suo gesto è fraterno e
generoso. Vuol portare il messaggio di sciagura alla riva ma non si
antepone ai compagni. Se bene i cinque superstiti sieno di lui più
esperti nel nuoto, egli spontaneo li soccorre, li conforta. Poiché la
costa istriana è molto erta mentre l'avversa è al livello del mare,
egli si crede esser molto più vicino all'Istria che a Grado; ma non
esita a dirigersi verso la sua riva, stimando esser meglio giunger
morto alla sua gente che darsi vivo al nemico. Ogni suo movimento
ha origine in una virtù vera che è la sua sostanza medesima, la sua
midolla, l'osso della sua schiena. Vi sono forse gesta di marinai
nostri più splendide, quasi baleni d'eroismo, su i ponti delle navi
sottili, ai pezzi delle batterie sbarcate. Ma in questa avventura
di naufrago si rivela una perfezione di disciplina così alta che può
servire d'esempio agli equipaggi più induriti. Nel mezzo del golfo che
è nostro, in fondo al mare irto d'insidie, su da uno scafo squarciato,
ecco che sorge per i marinai d'Italia un monumento invisibile ma
perpetuo. «Sopporta, o cuore.»
Questo dramma sottomarino è d'una brevità e d'una novità non
eguagliate da alcun altra delle tragedie navali conosciute. Le
persone del dramma sono vestite d'acqua sino al collo. I corpi sono
già ingoiati dall'abisso; ma le sei maschere umane respirano ancóra
allo stesso livello, nell'aria che comprime la massa irrompente e le
impedisce di invadere tutto lo spazio chiuso. La mia imaginazione
vede quei sei respiranti teschi decapitati dal filo dell'acqua, e
non riesce a rilevare i loro lineamenti né a rischiararli di quel
chiarore incognito. Li cerco invano nel tranquillo occhio nero del
superstite che forse ne serba l'imagine ma non l'esprime. Non so che
avida violenza è nel mio sguardo, come per sforzare quel taciturno
a rievocare il momento indicibile, come per comunicare l'acuità dei
miei sensi a quel sobrio narratore. Che accadde quando il portello di
prua fu aperto e il primo uomo balzò fuori e gli altri lo seguirono
risalendo dal profondo verso la luce che a mano a mano cresceva?
Vietri fu l'ultimo ad abbandonare lo scafo squarciato. La vita non
v'era del tutto spenta. Pochi attimi innanzi, il comandante era stato
intraveduto ancora in piedi. Il resto dell'equipaggio non aveva dato
grido né segno, ma forse laggiù nella tenebra qualche gola palpitava
tuttavia. E v'era tuttavia l'ultimo dolore delle cose, l'aspetto
estremo delle cose che non hanno più potere, che non servono più, che
non indicano più nulla, che non misurano più nulla: il portavoce, il
tubo del periscopio, i cinque tubi della pompa, i tre segnali rossi,
la lampadina della bussola, i quadranti degli indicatori, le ruote
dei timoni, la bandiera avvolta.... Il manometro grande aveva segnato
i metri di profondità? aveva misurato di metro in metro la discesa
del sepolcro? V'era là, in quegli ultimi attimi, un odore, un rumore,
un silenzio, un'ombra, una figura finale, una faccia della sorte, un
estremità immaginabile che questi giovani occhi videro e che nessun
altro mai vide né vedrà mai. La poesia in me trema e si vela.
Ora le cinque teste umane, l'una dopo l'altra, emergono a fiore del
mare deserto. Si contano. Una chiazza oleosa li ha preceduti. Ecco
Vietri a galla: respira; si netta il viso con una mano; sente nel
torace i suoi polmoni e il suo cuore; sente sotto il cranio il suo
cervello maschio. Tutto in lui è sano e pronto. Sùbito le sue forze si
equilibrano, la sua mente s'aguzza, la sua bontà si offre. E tutto il
suo coraggio si quadra nella disciplina.
Aiuta Guido Cavalieri a togliersi le scarpe e gli accomoda il
materasso di gomma (ve n'erano otto a bordo) che gli serve a meglio
sostenersi. Dà una mano agli altri per liberarli dagli impedimenti.
Sveste il torpediniere Motolese, che pare il men vigoroso. Poi pensa
a sé medesimo. Sa che non ha grand'arte nel nuoto e che gli conviene
adoperare ogni accorgimento per risparmiarsi. Il mare è mosso da
scirocco. Quando egli s'allontana dal luogo del naufragio, dove pullula
la nafta mista alle bolle d'aria, quasi rantolo e sangue della nave
uccisa, un gran dolore gli fende il petto. Fa tre volte il segno della
croce, raccomanda a Dio le anime dei sepolti, promette di recare il
messaggio alla patria. Poco dopo, ode dietro di sé il grido soffocato
del torpediniere che già pericola; ode l'ultima voce di Ciro che
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