forza magnetica comunicata a grado a grado, come quella che il gran sonatore comunica alla sensibilità del suo strumento; e l'orgoglio di riconoscere nel campione prediletto la struttura sublime di uno Stradivario, e la gioia di sentirsi quasi il liutaio di quella perfezione viva. I pasti sostanziali di rossa carne trita, data in porzioni esatte, con la mia propria mano abile a non lasciarsi prendere un paio di falangi dalla voracità che ingoia prima con gli occhi e poi con la gola. La visita notturna di banco in banco, il tocco lieve per accertarmi che il tartufo scuro o chiaro del naso sia ghiaccio, segno della tranquilla salute; il rimescolio della paglia compressa; le coperte riassettate, riallacciate; l'esplorazione attenta delle correnti d'aria e delle lanterne sospese; la carezza tenera per l'eletto, con in cuore l'augurio della vittoria. -Scrivi che quivi è perfecta letitia.- La sveglia impaziente nel giorno della gara; l'irrequietezza nervosa su i banchi di quelli che già sanno di dover correre perché hanno veduto sospesi alle inferriate i bei mantelli da cerimonia distinti dai tre anelli d'oro e dalle tre frecce d'argento; il governo minuzioso, le fregagioni toniche della miscela bianca, l'esame dei piedi tra dito e dito e il lavamento tiepido; il pasto eccitante e leggero, la breve passeggiata nella corte per la comodità del ventre, una occhiata non vana in memoria degli antichi aruspici. La vestizione dei prescelti, resa difficile dalla loro frenesia, tra il clamore e i lanci disperati dei prigionieri; la cautela nel distribuirli agli allenatori che li pongono dentro le automobili chiuse e li guardano; la gelosia di tutti contro i favoriti che prendo con me nella vettura più comoda. La pena e la tenerezza per il loro continuo tremito, per la loro angoscia, per i loro sguardi ora di belve implacabili ora di cortigiane innamorate. La loro smania di starmi addosso, di insinuarsi dietro la mia schiena, di salire su le mie ginocchia, di alitarmi in faccia a traverso la museruola. La comunicanza profonda, per contatto e per imaginazione, tra la loro generosità e la mia, tra la mia e la loro fiducia, tra la mia e la loro attesa. -Scrivi che quivi è perfecta letitia.- L'arrivo sul prato della corsa, la prudenza nel moderare il balzo della discesa, la sbirciata ai rivali, il passo ondoleggiante delle coppie disdegnose sotto l'eleganza principesca dei mantelli d'ottima foggia. La terribilità che a un tratto s'accende nelle pupille dardeggiate, quando appariscono le alte stuoie di paglia ond'è cinto il parco delle lepri d'Ungheria. L'entrata nel ricovero di legno a due scompartimenti, l'un de' quali pieno di uova, di balsami, di droghe, di bevande, di lini, di lane. Il primo suono della campanella, che inaugura la prima gara; il battito concorde dei cuori negli animali a due piedi e in quelli a quattro piedi, divenuti quasi consanguinei; il nome del mio cane gridato dal punto della partenza, ove brilla il panciotto rosso dello sguinzagliatore. Il passaggio solenne del campione lungo la fila dei conoscitori addossati al parapetto del campo; il mio sforzo per serbare un viso tranquillissimo in cima a un ardore e a un'ansietà di gioco che mi travagliano come una passione indomabile; la consegna del favorito all'uomo che gli leva delicatamente la coperta pel verso del pelo, lo sospinge per metterlo a paro del rivale già pronto, lo fascia col sovattolo resistente per meglio trattenerlo al primo escire incerto della lepre sul prato. Poi il precipitarsi della coppia occhiuta e zannuta, a lanci, mal frenata dall'uomo che correndo la regge ancóra; lo scatto del congegno che apre i collari e dà la via agli inseguitori; lo scocco della rapidità, dell'agilità, della ferocia, della bellezza, della morte, di tutto ciò che pone lo spirito della lotta all'apice del mondo. Lo spasimo del mio cuore, la contrattura di tutti i miei nervi, sotto il dominio del mio viso impassibile; il soffio della resistenza e del coraggio, comunicato a traverso lo spazio, dall'immobilità silenziosa; lo sguardo fisso che non abbandona mai né i cani né il giudice né la sorte. Infine la preda afferrata in aria, mentre fa l'ultimo sette; la coda tesa e rigida dell'uccisore, in quel prodigio elastico, usata come il timone del naviglio che vira di gran forza; il gemito leporino, simile al suono di un oboe fesso, nel silenzio dell'aria grigia; l'accorrere verso il vittorioso, col collare, col guinzaglio, col mantello; le prime cure della bocca e della gola piene di sangue e di pelame; le parole del gergo di canile mormorate nell'orecchio eretto e vibrante; il ritorno superbo nel ricovero; l'esame di tutte le membra, fatto in ginocchio; il cordiale dato a cucchiai; il conforto magnetico dato con le palme delle mani e con la dolcezza della voce, nell'attesa della seconda prova. -Scrivi che quivi è perfecta letitia.- Tutte queste cose, o Chiaroviso, o Nontivolio, tornarono a vivere nella mia vita, con gli sforzi, con gli scatti, con i ritmi, con i movimenti bruschi o lievi ch'esse richiedono. Il vigore dell'uomo sano si levò dal languore dell'infermo. Strappata la benda vile, stavo quasi per gridare: «Datemi gli stivali ingrassati! Datemi la frusta lunga! Datemi la pelliccia grigia!» Era un mattino di corse? Un mattino aspro di febbraio? Gli uomini, finita la guerra, riprendevano i giuochi severi? Avevamo noi incettato da padroni, in Ungheria, le grandi lepri rossastre di lunga lena? Il fornimento del nostro parco faceva parte del bottino? M'era giunta una coppia di levrieri illustri per le prossime gare? Chiaroviso e Nontivolio erano i loro nomi? S'italianizzavano anche le glorie del canile da corsa. Buon segno! O amica, metta anche questo fra i miei sogni d'infermo che solevo trascrivere nel buio sopra le strette liste di carta sibilline, non senza qualche sorriso nel supplizio. Voi, e la vostra svelta compagna Nontivolio, mi recavate non soltanto i ricordi di Dama Rosa, ma l'alito di Roma ripalpitante nell'anniversario purpureo, ma l'odore antico e novo di Villa Medici, di Villa d'Este, di Villa Mondragone, ma sul fondo degli orti e dei ruderi laziali le vostre imagini di cacciatrici disegnate alla Fontana Beliò da Benvenuto. Viaggio di alleate, pellegrinaggio di riconoscimento e di testimonianza, voto d'amore e promessa di fedeltà, fresca ricerca di armonie. Ecco Chiaroviso che, in veste bianca e succinta, poggia il braccio sul margine d'una fontana di Villa Torlonia; la quale per la grazia di quel gesto le appartiene. Ecco Nontivolio che, nella Villa Adriana, lungo la sublime nudità di un muro, lascia trascorrere la sua spedita eleganza emula di quella propria delle danzatrici negli stucchi delle Terme. Ecco Chiaroviso che, quivi, con una tunica liscia orlata di greche, allarga le braccia in un intercolunnio e tocca con la punta delle mani tese l'una e l'altra colonna striata, sapendo come la liscezza della sua veste convenga al valore delle scanalature. Ecco Nontivolio, che sa con la voluta dei suoi capelli contornare i suoi occhi glauchi a ricordo di Atena quando si poneva in capo l'elmetto chiamato aulopide dai Greci, eccola nella Villa del Belvedere, contro la balaustrata di travertino, intenta a contemplare l'Agro sino al Tirreno, e i Monti di Tivoli e la Sabina e il Soratte d'Orazio. Ecco Chiaroviso che, ponendo il suo piede arcuato sul nono gradino del Teatro di Tuscolo, mormora il più melodioso tra i versi della divina -Berenice-. O suore di Francia, in ognuno di quei luoghi indimenticabili voi vi accordaste facilmente col loro genio e sapeste comporre un'armonia latina, come io non mi sentii straniero -- nei giorni del ferro e del fuoco -- a Soissons, a Reims, a Senlis, a Chantilly, tra le foreste e le correnti del Vallese. La grazia di Silvia, l'ombra di Maria Felicia Orsina, vi accompagnava tra le statue e le vasche delle ville romane. E certo con voi ella ripassò le Alpi e se ne tornò nella sua casa a specchio dello stagno, e forse ora séguita a gettar l'amo nelle acque chete del vivaio, stando fra le sue donne, col suo cervo bianco giacente ai suoi piedi, «-Legato son perch'io stesso mi strinsi.-» Sopraggiunte nella intenebrata Venezia di guerra, nella Venezia delle altane munite, non più tenuta desta dalle canzoni voganti ma dal grido delle vedette in guato su i colmigni, voi sembraste subito vivere nella sua ombra indicibile come nell'elemento stesso della vostra eleganza; ne faceste il vostro mantello e la vostra bautta, con una invenzione estemporanea che stupì e forse indispettì le più studiose frequentatrici del Liston. Strana cosa, per me monocolo tra due e due occhi invitti, ritrovare a un tratto nelle mie gambe fiacche, su per i ponti disagevoli e lungo le fondamente anguste, il ritmo flessibile delle nostre lunghe passeggiate d'allenamento. Il passo bene accordato è uno tra i più squisiti piaceri dell'amicizia. Sorridemmo tutt'e tre, del medesimo sorriso, quando riconoscemmo l'accordo. E per alcuni attimi il lastricato della calle fu come il musco nel sentiere della foresta. Nontivolio quella sera portava una veste di tela rude color di laguna quando intorno alla barena il cilestro muore nel grigio; ma era tutta ricamata d'argento, come una veste di Cenerentola trapunta di nascosto da una fata lunatica che l'avesse tolta dal chiodo dov'era appesa e poi ve l'avesse riappiccata così mista di luna in fili torti. Chiaroviso invece portava una veste scura, listata di bianco intorno al collo, intorno alle maniche, dovunque toccasse la pelle, orlata di bianco in basso: una veste di lutto; ma il bianco v'era messo con quell'arte lieve che usavano i nostri vecchi vetrai nell'orlare un vetro fumato. Amico a Nontivolio era il tremolar delle stelle nei rii colmi di marea alta; amico a Chiaroviso era il riflesso dei rari fanali tra violetto e azzurro. I muri, di lontano, sembravano paramenti di velluto tesi fin giù nell'acqua come quei drappi che le gentildonne strascicavano dietro le gondole. Non erano lisci ma a opera, densi d'una ricchezza profonda e diversa che si scopriva a poco a poco. La coltre che un tempo ammantava il feretro del Doge defunto non poteva essere magnifica come quella banda di ombra nera. Mi veniva fatto di sollevarla con la mano come un cortinaggio, per lasciare le due ospiti passare di sotto senza chinare il capo. Ed ecco che, da presso, non era bruna ma rossa come il robone d'un procuratore di San Marco. La notte trasparente non spegneva il colore del mattone salso ma lo vellutava, ma lo rendeva quasi manevole. Avevamo voglia di toccarlo, di sentirne la morbidezza e il peso, come d'una stoffa che fosse sciorinata nel fondaco d'un setaiuolo. Ma se tanto era mirabile il nero, il bianco era oltremirabile. La pietra degli architravi, degli stipiti, dei gradini, degli zoccoli pareva imbevuta di lume stellare. La fosforescenza mossa dal remo nel rio pareva vi si propagasse e vi durasse. Valori e rapporti non mai trovati da alcuno più potente o esquisito colorista si succedevano con una sensualità che ci rapiva fino alla più alta ebrezza musicale, come se in una barca invisibile ci seguissero i sonatori di Giorgione. La stessa mia infermità moltiplicava per me gli incanti e gli inganni, confondendo la misura delle distanze, prolungando o accorciando gli spazii, congiungendo o sovrapponendo i fantasmi delle cose, per modo che io mi credeva gioco d'una Morgana notturna venuta dall'estremo limite delle lagune deserte a illudere la città spenta e il poeta semispento. Mettevo le mani innanzi per non urtare il capo contro i pilastri d'una chiesa quasi bianca e quasi bruna, e la chiesa si discostava palpitando come una vela chioggiotta tinta di emblemi neri. Un muro mi precludeva il passo nella fondamenta sonora, ed ecco si apriva davanti a me come una torma di pietre mobili, risvegliandomi il ricordo di quando m'accadeva di traversare trasognato una di quelle greggi che passano innanzi l'alba per le vie di Roma, appunto intorno al tempo del solstizio. Così, di calle in calle, di campo in campo, di rio in rio, già improvvisavo quell'arte che mi servirà ad attenuare il colpo della sorte. Fasciato la tempia dolente, bendato l'occhio estinto, già imparavo quei movimenti accorti del capo che debbono sovvenire al difetto. E mi pareva cominciasse a spandersi nelle mie membra un senso delicato, non forse dissimile a quello che dirige i tentacoli. Ma sul Canalazzo la Morgana ombrifera faceva i suoi giuochi più molli, dissolvendo la pietra, distemperandola nell'acqua, colorandone la marea. Tal palagio era convertito in una vasta chiazza d'olio natante, ricco in colore e in essenza come gli olii aromatici conservati negli otri d'Arabia. Tal altro ondeggiava immerso fino alla sommità, fino all'altana, come un edificio della città abissata che traspare nella leggenda oceanica. I sandali, le gondole, le peote, adunati in una zona d'ombra, esalavano un respiro di sonno animale, respiravano come il nero della piuma e del pelame vivente, come il nero dei cani demoniaci di Donatella, che è il più bello e il più intenso del mondo. Talvolta Nontivolio tendeva verso di loro la sua lunga mano, come per voglia di lisciarli. Soffermati, stavamo in ascolto, se uno di quei grandi uccelli non togliesse il capo di sotto l'ala starnazzando o se uno di quegli smisurati béveri a un tratto non si tuffasse. Udivamo il fresco strepito della marea contro le rive levigate, misterioso ed esultante come lo strepito del disgelo primaverile nell'alpe, come la sinfonia remota e prossima che odono i navigatori polari quando il settentrione si disghiaccia. Era una gioia delle vene, un giubilo dei polsi, prima che dell'anima. Il crescente portava seco e travolgeva le stelle, mutando le costellazioni in infusorii, la Via lattea in fosforescenza. Alzavamo la fronte per riconoscere il vero cielo. Era il vespro? era l'alba? Veniva da occidente, veniva da oriente quel chiarore? Innamorata del pallido crepuscolo, la notte lo aveva preso nelle sue braccia per non lasciarlo morire; e vivo da occidente lo traslatava a oriente, fra il tremore attonito degli astri. A quando a quando si soffermava ella per rimirarlo o per baciarlo; e nell'abbandono lasciava cadere alcuno dei suoi veli costellati nel flusso che li rapiva per non più renderli. Avevamo dunque dimenticato il sangue? il bulicame che non resta mai? quell'altra marea che sempre monta e che per istelle travolge gli eroi? Riudivo su la città anadiomene l'allarme della sirena sinistra, il colpo di cannone annunziante l'incursione celeste, il fragore delle altane lampeggianti come torri di navi in battaglia. E mi ritornava di lontano l'ambascia che mi prese sul ciglione della strada ingombra di ambulanze laggiù, nella signoria di Clodoveo, quando vidi mozzare la guglia di San Giovanni della Vigna. «Dove andiamo?» Sorgeva in noi un pensiero concorde. L'alpe scheggiata di Trento, le colline sfigurate di Verdun si levavano sopra ogni bellezza, di là da ogni armonia. Il sentimento della lontananza ci affaticava come un affanno implacabile. Non avevamo dentro al petto se non la piaga fumante della patria. Lo sguardo fraterno mi rendeva la mia fascia e la mia benda più care di ogni lauro. «Dove andiamo?» Non era più un passo di nottambuli oziosi il nostro, ma diveniva rapido e diretto a una meta. Passavamo quasi a tentoni le calli strette, i sottoportici bassi, i piccoli ponti erti. Non vedevamo più le stelle ma i rari fanali azzurri incappellati. L'ombra non era più di velluto ma di non so che incerto e incognito. La notte non portava più su le braccia il dolce crepuscolo ma il destino di ferro. Ci arrestammo davanti a una grande porta nera che lasciava passare un poco di lume tra i battenti socchiusi. Salimmo i gradini, penetrammo nel vestibolo. Fiutammo l'odore della carta umida, dei caratteri di piombo, delle macchine rotanti: l'odore elettrico, l'odore febrile del giornale che scrivono compongono stampano gli insonni. Nel fondo, a traverso una inferriata, apparivano le facce smorte e sudaticce dei tipografi chini su le cassette, attenti al gesto ripetuto, sotto i crudi riverberi. Contro una parete era una sorta di armadio enorme rafforzato di chiodi a gran capocchia, come una postierla. Su e giù per una scala d'ampiezza patrizia salivano e scendevano uomini frettolosi come se dovessero consegnare i loro fogli a staffette che li attendessero. V'era là quasi un riflesso della guerra lontana. «Il bollettino di Cadorna! Il bollettino di Joffre!» Quale doveva esser letto prima? Non era soltanto la guerra d'Italia, non era soltanto la guerra di Francia. Era la lotta suprema dei Latini contro i Germani. Era lo sforzo di Roma e di tutti i suoi secoli. Su ogni altra fronte la battaglia pareva sospesa, quasi che il mondo volesse assistere in silenzio alla meravigliosa vicenda. Italia! Francia! Eravamo pallidi nel contenere il nostro fremito. A Coni Zugna, al Passo di Buole gli Italiani avevano sterminato le colonne nemiche respingendo l'assalto. Le pendici boreali di Douaumont erano rialzate da cataste di cadaveri tedeschi, massicce come contrafforti, che i combattenti scalavano per venire a corpo a corpo su le creste dei carnai. Escimmo nel buio. Vacillavo sopra il primo gradino, come cieco delle due pupille. Mi guidò leggermente la vostra mano di sorella. E sentii quanto di fierezza era nella vostra gentilezza. Mi sembrò che per voi, Chiaroviso, il rimatore senese avesse cantato: È gentilezza dovunque è vertude siccome è cielo dovunque è la stella. Passammo per un sottoportico basso e vicino all'acqua come il tiemo impeciato di un burchio. Salimmo e scendemmo pel dosso d'un ponte rischiarato da un grande zaffiro. Entrammo in una calle cupa che pareva quel corridoio lungo da poppa a prua nei vecchi bastimenti di alto bordo, sotto a tutte le batterie, chiamato di alto puntale perché ci si andava ritti in piè. Le porte chiuse dei fondachi le davano pareti di legno dogato; la mia vista ondeggiante le conferiva un moto di rullio, da banda a banda. V'era un odore forte di caffè, un odore di spezie, esalato dalla stiva su cui camminavamo. Si camminava e si navigava verso l'Oriente. Rimanevamo in silenzio, come chi è prossimo all'approdo e sogna il paese strano. Un altro grande zaffiro rischiarava il vano d'un arco profondo e si rifletteva in un pavimento levigato. Vedemmo l'Orsa alta brillare in cima a un'alta cuspide, come in cima all'albero maestro. Le sette stelle fatali palpitavano al vento come se fossero trapunte nel drappo ceruleo d'una bandiera. «-Sub ipsa semper.-» La Basilica era là, tutta chiusa come il libro nella branca del Leone irato, cavernosa d'ombra, compatta, larga, come se avesse scorciato la sua altezza e prolungato il suo fondamento per meglio radicarsi nella città sua. Lampi di calore si succedevano senza pause dietro le sue cupole, come il battito incessante d'una palpebra di fuoco. Le colonne dei lunghi portici s'accendevano e si spegnevano allo sguardo fulmineo, parendo crollare e risorgere. E di laggiù, di tra le due colonne, veniva il respiro dell'approdo. Vedemmo due Vittorie nel luogo dei due Santi stiliti. Allora, su la riva chiara come se l'alba vi avesse già posato il suo piede d'argento, fummo ripresi dalla voluttà della vita che era come la severità della morte. Allora sentii rifluirmi nel cuore l'onda nera che mareggia in quel -Notturno- da me significato su liste sibilline nelle notti della mia cecità e del mio insonnio. Il quale a voi manderò prima che si compia questa nostra estate di gloria, come a tutti i miei fedeli. E mi risalì dal cuore quella domanda che l'intona: «-O sorella, perché due volte m'hai deluso?-» E credo che parlai della morte come si parla dell'amore, al modo di quegli enigmi che ingannano per similitudine l'interprete. Che potevano omai essere a me i piaceri e i giuochi, al paragone di quegli attimi d'altezza in cui m'ero fatto puro spirito in cima all'idealità del mondo? Tutta la mia poesia si era risoluta in quell'unica melodia non udita se non da me, non udita neppure dal mio compagno eroico. Una linea necessaria, che stava per compiere la mia imagine vera chiudendosi, era stata interrotta da un comando non comprensibile. Se a quell'approdo mi fosse riapparito il mio compagno e mi avesse portato seco su l'ala «-più alto e più oltre-», senza ritorno, ecco che la mia imagine si sarebbe alfine conclusa. Allora Nontivolio, che dava un orecchio alle mie parole e l'altro alla sinfonia del crescente, disse: «Eppure la vita è bella». Disse Chiaroviso: «Eppure l'Italia è bella, ed è vostra». Ma bisogna morire per confessarla. «Confesserò te nella cetera» canta uno degli antichi salmi. Uno dei novissimi canta: «Confesserò te nella tua ala». LA LEDA SENZA CIGNO ❧ ❧ RACCONTO DI GABRIELE D'ANNUNZIO ❧ ❧ ❧ SEGUITO DA UNA LICENZA ❧ TOMO TERZO FRATELLI TREVES EDITORI • MILANO • MCMXVI -LICENZA.- A CHIAROVISO. Il giorno dopo, in quel giardino solatio della Giudecca, non respirammo tutta l'Italia bella sotto la specie del profumo? Era come uno di quei doni che figurano la copia delle contrade. Era come uno di quei doni che accompagnano il commiato, troppo ricchi, fatti per colmare e per straziare. Una ricchezza selvaggia. I fiori a mucchi, le erbe a fasci. I rosai commisti alle ortaglie. Il fogliame frastagliato del carciofo confuso con quello corinzio dell'acanto. Un arco violetto di pendule clematiti, più lieve d'uno sciame, lungo la muraglia ove ingrassano i cavoli glauchi, che sembrano rugiadosi di luna, tutti foglie intorno il cuore simile a una rosa azzurra serrata e indurita dal gelo. Alti oleandri, non arbusti ma alberi, come nelle spiagge del Tirreno. Strisce di giaggioli come in vetta al muro d'un podere di Fiesole; macchie di rosolacci come sul ciglio d'una via laziale. La vite e i suoi viticci freschi, asprigni al gusto; il ribes e i suoi grappoletti di vetro lucido; il fico e i suoi fioroni chiari come le nervature delle sue foglie arrovesciate dal vento; il susino e, tra le sue prugne ancóra acerbe, qualcuna già bionda di miele. I ciliegi carichi di vìsciole e d'amarasche, sopra un pratello in disparte; e le scale rozze poggiate contro i tronchi, per cogliere le ciocche rosse che fanno pensare agli orecchi dei bambini ornati di quei sugosi coralli. I melagrani come candelabri accesi di fiammelle che sono quasi fiore e quasi frutto, quasi lume e quasi cera. Le teste dei papaveri, alte come la giovinetta Proserpina, coronate dalla corona di nove punte, stillanti sopore. I garofanetti a mazzi, che i pii Veneziani chiamano oculicristi e voi chiamate garofani dei poeti, quasi fatti a ricamo sopra una veste di seta verdina. Le viole del pensiero a tappeti gialli, bianchi, violetti; le roselline a corimbi, a grappoli, a capanne, a cascate; le rose d'ogni mese a siepi, a masse, a campi. Il rosmarino, la salvia, la menta, lo spigo, il timo, il serpillo, tutte le erbe odorifere, come in un orto domestico. La lupinaggine, il trifoglio, l'erba medica, l'erba sulla, tutti i foraggi, come in un recinto da pascolo. I limoni e gli aranci nei vasi di terracotta e nelle casse quadrate di legno dipinto, intorno alla vasca d'acqua verde ove scivolano gli insetti gambuti e marcisce il fascio di vinchi gialli e la rana prova a quando a quando il suo flagioletto fioco. Dove siamo? Ecco un gruppo d'allori nobili come quelli del Bosco Parrasio. Dove siamo? Ecco una fila di cipressetti compagni a quelli di Vincigliata. Dove siamo? Ecco un pino emulo di quelli che albergano le cicale della Campania e le cornacchie dell'Agro. Camminiamo per una ripa erbosa, piano, senza parlare, temendo che si sveglino i grandi uccelli di paradiso accovacciati, che non sono se non una fila di tuie auree, a cui il libecciuolo arruffa la piuma come increspa la laguna color di foglia d'aloè. Rapiti, a un tratto, scorgiamo l'albore dell'Annunziazione. Mille e mille Angeli sono inclinati davanti a mille e mille Marie? e ciascuno alza il suo segno di purità? È la via lattea dei gigli, il cammino senza labe. Tutti gli steli sono precocemente fioriti, avanti la festa del Santo. Maggiori di Chiaroviso, giungono alla tempia di Nontivolio altocinta. Tanto argento vince l'oro del sole e crea un incanto lunare nel giorno. Dove siamo? Laggiù la Primavera d'Italia e l'Estate d'Italia alzano ciascuna il braccio nudo e congiungono in sommo l'una mano con l'altra, come nei balli a tondo quando tutta la catena deve passare sotto il giogo delle due prime danzatrici. Ma le ospiti volgono per un altro cammino, con non so che umiltà inebriata. E nessun fiore fu colto. Il domani, verso sera, visitammo quel giardino bacìo che sta tra la Madonna dell'Orto e la Sacca della Misericordia, piantato dal procuratore di San Marco Tomaso Contarini fratello di quel cardinale Gaspare che fu candido amico di Vittoria Colonna e accomandò a Paolo III Ignazio di Loyola. Non è un giardino disordinato e copioso come quello della Giudecca, mescolanza ardente di odori e di sapori. È ricomposto con arte su i vestigi cinquecenteschi, segretamente architettato, simile alle sale e alle camere terrene d'un palagio di verdura ove abiti una Stagione educata come una gentildonna ma non schiva d'intorbidare con qualche negligenza la sua grazia mite. A traverso le sue grate di ferro guarda la laguna di Murano e di San Michele, dove il Gran Becchino attinge l'acqua triste con una secchia di vetro forata. Ha le sue vecchie mura, la sua vecchissima cinta, dove ogni mattone ha vissuto la sua propria vita, patito i suoi mali, veduto passare i fantasmi del tempo, ceduto o resistito alla corrosione dei secoli e della salsedine, acceso o spento il suo colore. Uno ha tanto sanguinato che è come un massello di grumi; un altro s'è tanto consunto che si nasconde dietro un ragnatelo; un altro, divenuto insensibile, s'è indurito come la rosea cornalina. Altri hanno altri aspetti, altre infermità, altre rimembranze. E il muro tocca l'anima come un racconto che passi per le pupille, scritto coi segni delle fenditure e delle cicatrici. Quando si vede qua e là riapparire tra il fogliame, s'ha pietà come della vecchiezza denudata. Ma gli uccelli si posano su la sua cresta o sul ramo per cantare il medesimo canto. Quella sera lo scirocco ci fu favorevole. Inumidì il mattone e la pietra ravvivandole, come l'antiquario passa la spugna umida su una lastra appannata di pavonazzetto o di cipollino per iscoprirne le venature e gli screzii. Nontivolio camminò col suo passo «alla levriera» sopra un pavimento a quadri bianchi e rossi orlato di bossolo non più massiccio di un festone; e sotto l'altissimo tacco il marmo veronese riluceva come porfido suntuoso. Passammo di appartamento in appartamento, per gli anditi dei pergolati. Le pergole erano sostenute da vecchie colonne, da vecchi capitelli, da vecchie travi, ove la fronda pareva non anche racconsolarsi d'aver portato e d'aver lasciato cadere il fiore. V'era un ricordo di cosa allegra, come quando il ramo séguita a vacillare dopo che l'uccello s'è involato. Entrammo in una sala di musica. Gli arazzi erano verdi, verdi i tappeti. I sonatori di Giorgione se n'erano già andati, con i loro strumenti e intavolature. Uno aveva dimenticato per terra un archetto, o qualcosa che ci parve nell'ombra un archetto, non forse fatto di crini ma di bei capelli tesi. Come la nostra malinconia origliò su la soglia, il silenzio le ripeté le ultime note d'una cascarda detta la Contarina. Traversammo una fuga di camere attigue, costrutte di bossolo, di carpino, di mortella, d'alloro, di caprifoglio. Qualcuno fuggiva dinanzi a noi, senza mostrarsi, di camera in camera. Avevamo l'aria d'inseguirlo, se bene andassimo adagio. Inseguendolo, ci trovammo all'ingresso d'un corridoio basso, di fronda così fitta ch'era quasi buio come un cunicolo. Allora stesi la mano e dissi: «Non passiamo di qui». Credo che voi credeste che fosse una precauzione d'infermo malsicuro. Il cielo sciroccale fumigava non senza qualche sprazzo di vampa, come quando il fuoco piglia e non piglia nella catasta di legna verdi. Volgemmo verso il pergolato mediano, simile a un portico di monastero; salimmo tre gradini umidi, ci trovammo dinanzi al cancello di ferro che dà su l'approdo dalla parte della laguna. Ci affacciammo al cancello. E la ruggine fulva tingeva i guanti delle vostre mani appoggiate, facendo parer più chiara la vostra biondezza. L'estremo ardore del tramonto s'era aperto un varco nella fumèa pigra e accendeva dinanzi a noi, su l'acqua immobile, la muraglia claustrale che cinge l'Isola dei Morti. Tutta la palude e le altre isole erano fumo e ceneraccio. Soltanto l'isola funebre e il suo cipresseto e le ali dei gabbiani spersi splendevano in quel silenzio che pareva lor sostanza e spirito. Lo splendore ravvicinava il cimitero, abbreviava il transito. La terra sepolcrale invadeva il giardino di delizia. Il mio compagno sepolto m'era prossimo, come quando mi chinai verso le sue scarne mani violacee, prima che il coperchio di piombo fosse sigillato dalla fiamma che già ruggiva e dardeggiava presso la cassa lunga come la sua spoglia. Allora il cuore mi dolse così forte che, per aver sollievo, dissi il suo nome, parlai della sua anima, parlai delle sue ali e della mia promessa. Discendendo dalle nuvole perigliose, io solevo condurlo nell'orto contareno. Il giardino gli pareva più bello in un'aria grigia, o sotto un cielo lavato dalla pioggia d'autunno. Preferiva un luogo segreto ov'era non so che pace dell'Estremo Oriente, quasi una cadenza della narrazione di Marco Polo. Là in una vasca bassa viveva un loto dalla larga foglia che gli sembrava la più dolce e ricca seta del mondo. Una grande e bellissima donna essendosi con noi accostata alla vasca, si vide che aveva l'altezza medesima dello stelo; cosicché la pelle della sua faccia e del suo collo pareva venire a gara, non senza compiacenza, con la foglia solinga. Ma questa, sebbene immobile, riceveva la luce più misteriosamente, come una creatura divina riceve una cosa divina. Eravamo fermi in un attimo di felicità, senza desiderio. Forse il mio compagno cercava in sé le parole d'uno di quei sentimenti o concetti -- -gnomas breviculas- -- pe' quali Giacomo Boni un giorno gli aveva rivelato la grazia dei poeti d'Asia più lontani. Spesso egli per gioco si piaceva di foggiarne a simiglianza, con quel misto di sottigliezza e d'ironia ch'era il tono del suo spirito tra estranei. Allora la bellissima donna si volse verso noi troppo silenziosi; e domandò, con la gota contro il margine della foglia perfetta: «Chi è più bella?». «Quella che non parla» rispose il misogino, placidamente. Non so se in quel giorno o in un altro, seduto sopra uno dei gradini laterali che scendono al cancello dell'approdo, mi ripeté ancora qualche pensiero e qualche sorriso dell'Estremo Oriente, guardando a traverso il ferro battuto l'Isola dell'ultima pace. Un filo di fumo azzurrino gli esciva dall'angolo delle labbra e, spinto dal vento, si avvolgeva al ferro, vacillava, e poi vaniva. Due farfalle bianche, di quelle che per ali hanno rapito quattro petali a una rosa di neve, esitavano su l'acqua color di perla e poi svolazzavano su per il cancello come se volessero entrare nel giardino, ma pareva non osassero passare per i vani temendo di sgualcirsi. Una alfine si posò sul ferro rugginoso, come su una corolla inflessibile. Allora il mio amico si ricordò d'una di quelle imagini asiatiche di farfalle che gli aveva mostrate il romito del Palatino. E ripeté, in un velo di fumo, guardando con que' suoi occhi d'ambra verdiccia quel bianco fiore di quattro petali fiorito dalla ruggine bruna: «Ha le ali ancor tremule, e già s'è posata». Avremmo potuto incidere questa allusione alla sua anima nel suo cippo di pietra istriana, s'egli non fosse stato un guerriero, se nel suo corpo esiguo non avesse chiuso il rigore d'una volontà eroica, se la severità della sua sorte non avesse in noi annerato il ricordo del suo sorriso lieve. Quand'anche questa immensa guerra non altro facesse che ricondurre l'uomo alla familiarità della morte abolendo quel falso limitare che sembrava separarla dalla vita e dalla luce, già dovrebbe per noi essere lodata e benedetta. Un giovine granatiere della Brigata di Sardegna, tornato con una corta barba rossa da rabbi cresciutagli nella trincea intorno a un viso fermo e netto come se glie lo avesse ridisegnato a sanguigna l'intagliatore del -Trionfo di Cesare-, parlandomi d'un suo compagno che non aveva saputo ben morire, mi disse: «Era venuto alla guerra, come tanti, senza aver prima fatto la pace in sé». Disse questo con una piana semplicità. E, più delle parole, mi colpì quella sua aria tranquilla che non somigliava a una certa tranquillità usuale ma alla figura d'un sentimento straordinario, all'espressione d'un acquisto e d'un possesso più preziosi che tanto di suolo nemico espugnato e occupato. Egli era rimasto solo per un giorno intero, in mezzo ai reticolati austriaci, nascosto in uno di quegli imbuti che scavano nella terra le granate scoppiando; e, mentre il nostro fuoco abbatteva gli spineti e sconvolgeva il suolo, egli osservava l'esattezza del tiro e pigliava rilievi imperturbabile. Un altro giorno, come la sua gente già provata dall'artiglieria nemica era stata presa di mira per errore dalla nostra, egli solo con una bandiera in pugno, sopra un'eminenza del terreno scoperta, tra i due fuochi, ritto in piè, aveva persistito a far segnali finché i nostri pezzi non ebbero mutato bersaglio. Un'altra volta, di notte, su la montagna, in una di quelle gloriose incamiciate ove eccellono la prodezza e l'accortezza dei nostri fanti, s'era battuto contro una puntaglia austriaca con la baionetta impugnata come una daga e poi, sopraffatto, a pugni a calci a morsi, lasciando sul terreno la pelliccia a brandelli ma riuscendo a svincolarsi e a raggiungere i suoi per ricondurli alla mislea con un mozzicone di lama e con un largo riso ne' suoi denti di lupo tutti in sangue. Aveva perso il pelo, non la ferocia. Ammalatosi di tifo e di polmonite nella belletta putrida della trincea, i medici avevano diviso in zone il suo corpo paziente, curandolo a contrasto, col freddo e col caldo. Una vescica di ghiaccio sul capo, un'altra sul ventre; un impiastro bollente sul petto; la morte ai piedi esangui. Egli non si ricorda se non di una gran pace deserta, fra sole e neve, ov'egli restava immobile senza tempo, come una di quelle sentinelle perse che si considerano già sepolte. Era venuto per un'ora a vedermi, senza ansia. Della sua compagnia erano superstiti ventitré uomini. Doveva ritrovarsi all'alba su l'Altipiano tremendo. Diceva: «Comando da una diecina di giorni una compagnia speciale della Brigata dei Granatieri: la compagnia degli Esploratori. Si tratta di ciò che noi chiamiamo «una formazione organica» da istruire particolarmente, con metodi nuovi, con una disciplina nuova. Si tratta di creare un'anima e un corpo, e di prepararli a sacrificarsi. C'era, in altri tempi, chi allevava le vittime, chi produceva i tori bianchi e le pecore nere. Imagini un che di simile. Non so dove io abbia letto che tre cose costituiscono il sacrifizio: la vittima, l'oblazione della vittima e l'uccisione della vittima. Imagini una compagnia istruita in questo senso. Si va sempre fuori di notte a far esercizio, da mezzanotte alle cinque, su i colli. Mi sono amicate le costellazioni, che conoscevo così poco; e son riuscito a ispirare nei miei Granatieri l'amore della notte. I soldati italiani, in genere, non amano la notte. Gli austriaci ne hanno qualche pratica; ma anche in questa siamo per superarli. I miei Esploratori, per i segnali, già imitano maravigliosamente i gridi degli uccelli notturni. Sono quattrocento ottanta sceltissimi. I pochi superstiti dell'ultima carneficina vi son tutti. Gente che, a vederla, è più alta della sua statura vera. Dalle spalle in su, c'è l'aria della testa: il coraggio che non sopporta d'esser misurato, come la passione. In poco più di dieci giorni, avevo formato intorno a questa compagnia qualcosa come un'aurèola. L'aurèola aiuta a vederci di notte. Nelle soste, solevo raccontare anche le storie antiche dei Granatieri che si chiamavano «enfants perdus». I nuovi rinnovano quel nome a modo loro. Perdutissimi, infatti. Credo che riescirei a spingerli tutti, d'un balzo, di là dalla morte, senza sforzo. Credo che farei qualcosa di buono, con questa gente, anche se si tornasse proprio alla guerra di trincea, nel Carso, come pare. Invece qualcuno s'è accorto che una simile accozzaglia non è regolare, non è «sugli organici»! E la compagnia sta per essere sciolta, prima dell'immolazione. Io sarò rimandato a inquadrarmi, a ridiventare sagoma da tiro nella massa. Non mi lagno. Conosco la trincea. Per un mal di trincea, sono stato diviso in zone fredde e calde: esperimento di culture. Ma confesso che m'è, a un tratto, venuta la voglia di volare. Dopo tanta terra, un poco di cielo. Mi aiuti, se può. Conosco bene la zona di confine perché ho cacciato nella conca di Gorizia e sul Carso. Sono stato a Lubiana, a Gratz, da per tutto laggiù. So la lingua, i dialetti, gli usi. Vista ottima. Peso, in allenamento, circa sessantacinque chili. Ho molta pratica di motori a scoppio....» Parlava semplice, con gesti sobrii. Il reale e l'ideale avevano in lui il medesimo accento. Lo guardavo fiso, senza rispondere, con quella pupilla dove ora s'aduna tutta la voracità del mio sguardo. Sentivo in lui l'amore dell'olocausto «in cui tutta la vittima si brucia, totalmente ad onor divino». «So che non cessa di pensare al Suo compagno scomparso» mi disse, con una bontà velata. Gli risposi: «Le auguro uno che a lui somigli». E m'erano là, accanto, sopra lo sgabello, in mucchio, le liste di carta scritte nel buio, quando avevo gli occhi bendati, quando stavo supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi, sollevando leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v'era posata. Cercai nelle rubriche. Trovai, e lessi. [La coppia virile, la coppia da battaglia, rinata nella creazione dell'ala umana, conduttore e feritore, arma d'altezza, arma celeste, maneggiata da una sola volontà, come la duplice lancia del giovine Greco. Il compagno è il compagno. Non v'ha oggi al mondo legame più nobile di questo patto tacito che fa di due vite e di due ali una sola rapidità, una sola prodezza, una sola morte. Il più segreto brivido dell'amore non espresso è nulla al paragone di certi sguardi che, -nelle ore leggère-, riconfermano tra i due la fedeltà all'idea, la gravità del proposito, il sacrificio taciturno di domani. Ora la morte, che doveva prendere i due, ne prese uno, un solo, contro il patto, contro l'offerta, contro la giustizia, contro la gloria. Alla cima della gloria, per la coppia alata, è l'olocausto: il sacrifizio in cui è arsa tutta la vittima. La sorte del fuoco è la lor vera sorte. La loro ala rombante diviene il lor rogo fiammeggiante. Come nell'ottava bolgia, essi sono due «dentro ad un fuoco», ma il fuoco non è diviso. Non parlarono in alto; non ebbero bisogno dell'orazion piccola per essere acuti; né parleranno nei crolli della fiamma. Come il volo era un silenzio ceruleo misurato dal canto ritmico della combustione, così l'olocausto si risolve in nero silenzio. La necessità eroica della coppia alata, quando sia sopraffatta, è l'arsione totale. Chi si rende prigione, e cede la sua ala, si può dire veramente che pecchi contro la patria, contro l'anima e contro il cielo. Sventurato o svergognato, perde ogni diritto alla gloria. Portato dal fuoco, il combattente aereo è un incendiario in vita e in morte. Beati i due compagni eroi le cui ossa irriconoscibili sono mescolate nella barella come tizzoni fumanti!] Egli guardava di tratto in tratto la mia tempia fasciata, il mio occhio bendato, con un sentimento di dolcezza, ma senza proferire alcuna di quelle parole di compianto o di conforto che mi sono odiose e mi sembrano vilissime. Io notavo che i suoi occhi bruni erano straordinariamente ingranditi e che la barba fulva intorno alla faccia ossuta gli dava quell'aspetto energico e pacato che doveva avere il Purificatore quando ebbe cacciato dal Tempio «coloro che vendevano e comperavano in esso». Non v'era più nulla di superfluo nella sua carne come non v'era più nulla di vano nel suo spirito. Non un'oncia di vanità né un'oncia di adipe. Il vero asceta nei due sensi, come quegli che aveva esercitato e preparato alla perfezione il corpo e lo spirito. Certi asceti cristiani parevano respirare veracemente in Dio, cioè non nell'aria comune, non nei vènti del mondo; parevano avere i polmoni e l'anima adattati a una nuova condizione di esistenza. Simile egli pareva respirare in disparte, in non so che novità interiore, consapevole di sé stesso, e pure non più appartenente a sé stesso, presente e pur trapassato. Non era un uomo; era un'offerta. Non aveva più nessun legame, fuorché quello che lega l'offerta al sacrificio. Era, nel più alto significato ideale, il Volontario. Parlava semplice, con gesti sobrii. Stava là seduto, occupava poco spazio. Ma quella sua serenità aveva qualcosa d'immenso e di profondo. Io mi sentivo all'orlo della sua serenità come su la riva di un mare raggiante. Dinanzi a un uomo, ecco che avevo un senso sovrumano dell'uomo. Era quello un uomo pel quale la vita e la morte s'erano confuse come il giorno e la notte si confondono nella zona dell'alba. Tuttavia le sue mani erano robuste e, nella lotta a corpo a corpo, avevano preso il nemico per la gola; forti erano i suoi bianchi denti, e avevano morso alla disperata il nemico; saldi i suoi piedi, nelle grevi scarpe munite di chiodi, e avevano sferrato contro il nemico il buon calcio all'inguine. Pensavo: «Ecco un soldato d'Italia». Mi tornavano nella memoria certe sere d'ottobre, laggiù, lungo l'Isonzo, quando parlavo ai reggimenti in punto di marciare verso la battaglia. Da prima i reggimenti non avevano se non un solo viso e un'anima sola, perché io non vedevo se non la fronte allineata, a traverso la mutazione della mia voce. Ma dopo, rotte le righe, avvicinandomi, scoprivo in uno sbattimento d'ombra, in un riflesso di lume vespertino, qualche aspetto di sovrana giovinezza, qualche testa costrutta come quelle delle statue atletiche di Delfo, qualche faccia illuminata come quelle dei martiri invitti, un che di ferino e di spiritale, un che di adamantino e di fervente, come nel volto del mio visitatore. Certo, i più belli erano venuti alla guerra -dopo aver fatto la pace in sé-. L'ho io fatta in me? V'è certo, per ottenerla senza sforzo, un dono di grazia, una elezione gratuita. Allora essa scende e ci sgombra di tutte le infezioni e di tutte le fermentazioni, come dei mali incurabili accadeva al tocco del guaritore. Allora l'identità della vita e della morte diviene un sentimento luminoso. Il pericolo -- come da me fu scritto in un libro di prova ascetica -- diviene l'asse della vita sublime. Mi guardo dentro; e confesso che quella qualità di pace, quella pura tempra interna, rivelatami dalla presenza di quel giovine amico, non mi fu concessa, benché io mi sforzi di osservare la disciplina utile a conseguirla. Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Dov'è la pace, non può essere l'ebrezza. Non si può dire che vi sia vero silenzio in quello spirito che il levame lirico solleva e infervora di continuo. È necessaria una certa nudità interiore, l'assenza delle imagini e delle melodie, perché l'anima imiti quella trasparenza dell'alba «dove il giorno e la notte si confondono». Ma, poiché la divinazione di una trasparenza tanto perfetta mi rapisce, io cerco il modo di accostarmi a quello stato che mi sembra oggi il più alto per colui che vuol donare tutto sé stesso, per il volontario della sua propria libertà. Dal momento in cui quel giovine [Paolo Stivanello caduto nel Carso il 9 agosto 1916] si rizzò in piedi e prese commiato per andare a vivere come si va a morire, per andare a morire come si va a vivere, la mia aspirazione lo segue. Quando udii la porta richiudersi dietro di lui, stetti in ascolto. Il suo passo tranquillo risonava nella calle stretta allontanandosi. Nondimeno egli mi appariva in un modo misterioso, riempiendomi di fremito e d'anelito. Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Considero le trasformazioni del «pensiero dominante», da che stette su me, dal principio di un esilio che fu per me una specie di trapasso. Non pace ma ansietà; non fermezza ma ebrezza; non silenzio ma clamore. Il sangue sgorgante dal corpo ignudo del mio Sebastiano aveva per lui medesimo la forza del vino fumoso. Il ritmo del suo canto era come il polso della mia febbre. Per essere a sé il suo cielo, egli voleva le sue ferite innumerevoli come gli astri. Era di sé martire e testimone. I suoi uccisori gli erano specchio. Egli medesimo era l'uccisore e l'ucciso, il saettatore e il saettato. Cangiava la morte in voluttà, guardandola. Gli arcieri, ogni volta che lo ferivano, morivano in lui; ed egli in loro moriva. Per dire il suo rapimento nella morte, imitava il furore della vita. Come dissimile a quel giovine combattente dell'Alpe! Forse qualche vampa di quell'antica febbre risorgeva in me, o Chiaroviso, quando vi parlavo della morte lungo la bella riva. Ritornava nel mio sangue l'appassionato aroma della Landa che versa la resina dalle mille e mille piaghe dei suoi tronchi morituri. E forse fu la consueta smania di liberazione, o una subitanea curiosità di confronto, quella che mi spinse a condurre verso la figura del martire inebriato due compagne non immemori di quel che già fui e di quel che già mi piacque. Il domani della sosta nell'orto di Tomaso Contarini, approdammo a quella casa dei Contarini che fu dipinta e dorata da Zuane de Franza. Passava un canotto veloce, di legno bruno levigato e leggero come quello d'un contrabbasso, con a poppa un Ammiraglio canuto, blu e oro, figura di cera in una custodia di vetro. I due filoni della scìa propagarono l'onda alle due rive del canale pieno. Dall'improvviso rimescolamento la gondola stava per essere sbattuta contro i gradini di marmo, quando col remo abile il gondoliere tranquillo la distaccò e la tenne discosta. Il fondo piatto diede tre o quattro colpi su l'acqua come la spatola di Arlecchino. Poi rimanemmo qualche minuto a danzare tra onda e onda, ber una nuova scìa lasciata da un battello nell'accostarsi al pontile vicino. E tutta la vita fu una cosa vana, fluttuante e inesplicabile. I pensieri si alleggerirono e si dispersero. I sentimenti non ebbero più alcun peso. Un sorriso eguale s'indugiò nella bocca delle due donne, il sorriso fisso e dipinto delle statue arcaiche dalle molte trecce, mentre s'attendeva che la danza terminasse. Le liste corrose del marmo di Verona brillarono nel portico quasi che la salsedine vi avesse incrostato cristalli di sale e schegge di conchiglie. Lo sciacquìo orlò di bava i gradini gialli come l'avorio dei dittici. Il palagio traforato ci pendeva sul capo come fatto di refe da una Buranella malaticcia e paziente che tuttavia vi lavorasse di sul tetto con le sue mani da dogaressa. Anche le qualità della materia si trasmutavano come le facce della mente. Non sapevo più nulla, e non v'era più nulla, fuorché maniere di dire, figure di musica, ambagi di linee. Non sapevo perché fossi là e non altrove, non in cima a una piramide, non dentro a un labirinto. Era come una dispersione attonita, come un annullamento stupefatto. Quel legno cavo e nero danzava sul nulla; e i colpi della spatola di Arlecchino risonavano a quando a quando nel vuoto dell'anima. Alfine mettemmo il piede su la pietra ferma. Avemmo il passo cauto, come dopo una vertigine. Aspettammo davanti a una porta che non si apriva. Il passato esiste? Tornavo a quella porta dopo vent'anni. Vedevo, a traverso il battente, nella sala terrena, me chino, con Giorgio Franchetti e con Angelo Conti, me in ginocchio come un operaio a commettere nello stucco porfidi e serpentini per rifare il pavimento di musaico. I riflessi del canale entravano coi soffii dell'aria marina; e noi secondavamo col nostro lavoro quei giuochi della luce, orientando ad arte i tasselli così che ciascuno pigliasse la sua diversità di chiaro e di scuro e tutta l'opera fosse varia e sensibile, là dove un musaicista meccanico avrebbe tutto appianato e agguagliato in una politura inerte. A ogni passaggio di battello, uno strepito di risacca si prolungava su la riva, riecheggiato dal portichetto come da un antro. Avevamo nella conca dell'orecchio una melodia argentina, e quelle sillabe ineffabili che si creano a quando a quando nei riscontri del vento. Nei pomeriggi di scirocco, i marmi misti sudavano come le nostre tempie, come le nostre mani; e quella tepidezza umidiccia pareva propagare alla materia la sensibilità della nostra pelle e più umanamente assomigliare a noi la nostra opera. Divenivamo più lenti ma più imaginosi. Un orto vicino, di là dal muro coronato dai vecchi merli di terra cotta color «rosa di gruogo», ci mandava l'odore vainigliato dell'oleandro nella polvere soffocante dei calcinacci. Perdevamo a poco a poco la memoria di noi, attratti in non so che incantesimo delle cose. Vedevamo i piedi ignudi d'una creatura sconosciuta passare sul nostro lavoro nettato dalla spugna. Ed ecco che il custode venne ad aprire la porta, dopo vent'anni! E non osai guardarlo in viso. Entrammo. La mia ombra e quella dei miei due amici si dileguarono pel pavimento, nello sprazzo di luce marina che lo percosse. Nulla intorno era mutato. Non camminai sul musaico, quasi temessi di calpestare le mie stesse mani. Camminai rasente. Erano tuttavia là i rottami, le assi, le lastre di marmo non segate, le scorticature della parete, le travature scoperte, la solitudine aspettante, l'abbandono e il trasognamento, e quelle furtive larve grige vestite di ragnateli laceri, che abitano le case dove il nuovo fu demolito per ritrovare il vecchio. Il gran pozzo rossigno era là, nel mezzo del cortile, pieno di silenzio e di polvere come un'arca. Allora mi ricordai che venivamo a visitare un ospite moriente e immortale. E non mi tornò di sopra al muro merlato l'odore dell'oleandro ma quello della resina, quello dei pini piagati d'occidente; il profumo della Landa, l'aulente malinconia della spiaggia oceanica, l'aroma dell'esilio. E, salendo la scala erta, riudivo nell'aria il coro angelico di Claudio Debussy ripetere misteriosamente il nome del Santo. E il mio spirito tremava di maraviglia come quando per la prima volta sentì dalla profondità del dramma salire la rivelazione della melodia. Gli si ripresentò a un tratto l'evento immenso. «Dal vecchio mondo che si gonfia e crolla, ecco balza la giovine Musica». Andavamo vacillando sul solaio sconnesso della sala veneziana restituita alla sua vastità primiera. «Dov'è?» diceva Nontivolio. «Dov'è?» diceva Chiaroviso. Tavole pencolanti, pareti raschiate, usci senza imposte. Come sta ad asciugare il bucato dei poveri, stavano appesi a una cordicella per traverso alcuni tappeti persiani di grande pregio. Attoniti, ci soffermammo a toccarli. Erano vivi. Avevano serbato nei secoli la vita animale onde è pregna la lana tondata nel momento che la tingono i tintori d'Asia. Nontivolio passò la sua lunga mano in uno sdrucio. Ma che era quella bellezza ferita al paragone dell'altra? Vacillavamo tuttavia sul solaio malfermo. Ed ecco un arco marmoreo, l'apertura stupenda d'una specie di tabernacolo glorioso, tutto marmi venati e rosati, cui non tanto rischiarava l'alto spiraglio quanto il soffitto a melagrane d'oro. «Dov'è?» ripeteva Chiaroviso. Gli occhi non lo vedevano ancora, ché la luce dov'egli viveva era una luce diversa da quella del giorno. «Eccolo.» Egli era diritto in piedi, dentro l'edicola. Era come in un ciborio di marmo. Era nudo, sol fasciato i fianchi sobrii; grande, svelto, col petto quadro. Nella sua carne i dardi parevano fitti con arte, come gli aghi crinali in una capellatura simmetrica. Il suo sangue colava parco, quasi lo ritenesse la durezza dei muscoli. Non riconoscevo il mio giovinetto canoro, rivolto verso l'Oriente dei misteri sanguigni, turbato dalle lamentazioni degli Adornasti, dal pianto melodiante delle donne di Biblo. L'eroe scolpito dal pennello di Andrea Mantegna era di verace schiatta romana. Nella sua larga faccia, sostenuta da un collo robusto come un rocchio di colonna, la bocca dai piccoli denti schietti mi ricordava quella del giovine combattente partito per l'Altipiano. Dischiusa, non per dire una parola o per gittare un grido ma per bere l'aria silenziosa, aveva non so che purità belluina, come se vi respirasse un selvaggio istinto. Confitto presso il piede saldo e attraversato dalla cocca pennuta d'una saetta, un cero sottile portava la sua fiammella e un cartiglio dov'era scritto: NIL NISI DIVINVM STABILE EST CŒTERA FVMVS. Ma il divino lampeggiava e s'oscurava, appariva e dispariva, presente e fugace, diverso e instabile, tra il fumo dalle mille e mille forme. Ripassando lungo l'inferriata bassa della sala terrena, mi volsi a cercare l'imagine mia giovenile inginocchiata sul musaico. Si faceva sera. Ripensai la mia finestra bassa, laggiù, su l'Ausa, dove i miei compagni venivano a chiamarmi picchiando i vetri con le nocche. Erano giovani. Intravedevo nell'ombra violetta i loro denti bianchi come quelli del San Sebastiano di Andrea Mantegna il Cesàreo. Ora bisogna che io mi umilii. -Divini et humani nihil a me alienum....- Apro a caso il libro segreto della mia memoria, e mi chino sopra questa inquieta cenere d'una mia giornata arsa. [Il mio generale -- dalla cui rude bontà m'ebbi ieri in dono una sorta di alloro spinoso sradicato alle falde del sanguinante Podgora e trapiantato in un vaso di terra rossa -- il mio generale mi avverte che stamani l'oratore castrense parla alla Brigata Caltanissetta accampata in Versa. Vado a Versa. È una mattina d'ottobre limpidissima, quasi temprata e forbita come un'arme nuova. Le strade sono già asciutte, stanno per ridiventar polverose. File di soldati, file di muli, file di carriaggi. La mia macchina grigia, snella, vibrante come una piccola torpediniera, fende i battaglioni che si aprono. Movimento insolito da per tutto. 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