Pareva ch'ella non conoscesse più né me né lui. Ora, tra gli orli
delle palpebre induriti e netti, aveva di quelli occhi che ci lasciano
perplessi e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia
senza varco e senza presa. Lo stesso bagliore obliquo, che mutava
in piastra rossa la scaglia dei tronchi, le infiammò su la tempia il
metallo dei capelli.
-- Addio -- disse ancóra il mio amico, levando la mano che aveva tratto
dalla tastiera la lamentazione notturna.
«Non t'ama, non t'ama.»
Le ruote si mossero nel rombo, solcarono profondamente la via sabbiosa
lasciando tra l'uno e l'altro solco qualcosa di quel fascino che la mia
lanterna posta in terra aveva rischiarato nella notte lontana.
Il rombo sì attenuò, si perse. Rimasi in ascolto tuttavia. Non
udivo più se non i colpi del mio cuore ripercossi nella mia nuca.
Un'ansietà simile a una vampa struggente dissolveva in me i pensieri,
e mi ricacciava in bocca quel gusto di sangue e di cenere che avevo
masticato sul cammino interrotto da quella mano sudicia colante e
brancolante in cerca della cosa perduta.
Tornai verso il canile, come si torna verso il luogo dove si compì un
miracolo di vita o d'arte, per rinnovare le domande che restano senza
risposta.
I lunghi musi umidi sporgevano di tra le sbarre, e gli occhi scuriti
dalla sera guatavano come quelli dei cigni quando si passa lungo
l'acqua d'un giardino già invaso dall'ombra e dal sonno.
Entrai; parlai, con quelle voci gutturali che i cani comprendono.
Tutti m'erano intorno, imitando su le quattro zampe la cresta del
flutto quando forma la voluta o impennandosi come le capre che danzano
in memoria dei satiri. Un solo in disparte s'abbandonava a una folle
allegrezza, come i cuccioli quando trovano un osso, gettando in aria
e riprendendo fra i denti qualcosa che non potevo distinguere. Era
appunto il favorito di Leda.
Lo chiamai più volte. Egli cessava di giocare, mi guardava con
diffidenza furbesca, esitava per qualche attimo, più sinuoso di
un'onda in un disegno giapponese; poi si riallontanava saltabeccando e
scambiettando sugli aghi di pino. Un richiamo più severo lo consigliò
all'obbedienza. S'accostò gatton gattoni, quasi strisciando, con una
grazia disperata; fece gli ultimi passi tutto chino sopra un fianco;
poi si rovesciò sul dosso, ai miei piedi, come per svenirsi o per
esalare l'ultimo fiato. Ma teneva tuttavia la cosa fra i denti con una
forza accorta che la serrava senza romperla.
-- Che hai? che hai? Lascia vedere.
Annaspava con le zampe in segno di supplicazione. Per forzarlo a
lentare, gli misi le dita nella commessura delle mascelle. Così gli
tolsi la presa; era un pettine di tartaruga bionda, un piccolo pettine
caduto dai capelli di Leda!
Lo sentivo umidiccio di bava. Lo sentivo vivere d'una vita segreta
nella mia palma soppesandolo. Non pesava più di una stella marina. Il
cane era ancóra là disteso, come aspettando il perdono d'un fallo; e
tra le frange socchiuse delle lunghe labbra i denti gli splendevano
evocando in me «i carati della perfezione».
Non avevo se non un pensiero tormentoso, generato da un'angoscia
oscura: tentare di rivederla prima di notte. Il pettine smarrito era
un pretesto plausibile. Forse ella era rientrata a casa sua, dopo aver
ricondotto l'amico. Pensavo tremando: «Se la trovassi sola! Se potessi
parlarle!» Ogni indugio mi pareva favorire non so che potenza nemica
e respingere la mia fortuna. L'ansia non può respirare se non nella
rapidità.
Saltai su una bicicletta e presi la via, di corsa. Alla prima erta
dura non ebbi alcuna pena. Uno strano vigore m'era venuto in tutti
i muscoli, e il vento della sera entrava nel mio petto come in
un fogliame nuovo. Traversai il Quartiere d'inverno, la città dei
malati. Travidi qualche lampada accesa dietro qualche vetro. Mi parve
d'indovinare, a destra, prima d'una svolta, la veste argentina del
melo rifiorito. La campana sonò su la Cappella. In fondo a un viale
arborato, dietro un alto Crocifisso, luccicò il Bacino.
Sapevo che la casa era in vicinanza dello sbarcatoio: la quarta, a
sinistra. Per trovarla camminai a piedi, piano, mancandomi l'ardire.
L'ombra era in tutte le finestre. Passai lungo il muro del giardino,
dove le foglie lisce degli arbusti lustravano tuttora. Le vetrate del
vestibolo erano aperte: si vedeva in fondo un balcone anche aperto
sul cielo pallido; e la brezza gonfiava le cortine, alitava sotto la
volta. La casa pareva deserta. La risacca vi risonava come contro una
banchina. «Forse è là, seduta nell'ombra. Ora mi riconosce, si alza e
getta un grido.»
Attesi immobile, nella corrente d'aria che mi rapiva in faville la
vita. Ora ella non era più davanti a me; era dietro di me, come un
blocco di gelo.
Al suono d'un passo mi volsi. Qualcuno entrava dal giardino. Non so che
ribrezzo istintivo e il luccichio delle lenti spesse m'avvertirono che
l'uomo dal capo a piramide tronca sopraggiungeva.
-- Chi è là? -- domandò, con una voce secca e penetrante che fendette il
romorio della marea.
Mi nominai; spiegai con poche parole la mia presenza; gli porsi il
pettine avvolto perché lo restituisse a chi l'aveva smarrito.
-- Non è tornata ancóra -- disse.
E, con una cortesia precisa e gelida, mi propose d'aspettarla.
Le mie pupille abituate all'ombra vedevano la testa fissa del pitone
come nella incoerenza d'un sogno quando senza sospetto s'entra nella
stanza e a un tratto si scopre nell'angolo il rettile enorme, fuggito
dal serraglio, che guata eretto sul mucchio delle sue spire all'altezza
dell'uomo.
-- Grazie -- risposi, non potendo dominare quello strano terrore. --
Bisogna che vada.
Uscìi; ripresi la corsa; giunsi fino all'estremità del viale marino,
sperando d'incontrarla. Risalìi verso le dune. Rientrai; ritrovai tra
i miei libri e i miei calchi l'odore del tabacco oppiato; rividi la
tastiera scoperta e l'ombra dell'Immortale su l'avorio ammutolito.
Vissi parte della notte come uno che sa di non più possedersi intero.
Stetti in ascolto per cogliere un grido che non giungeva ancóra al mio
orecchio ma toccava già la mia anima.
Non so se da molto durasse il sopore della stanchezza, quando la mia
anima risalì nei miei sensi col tumulto d'una moltitudine percossa
da un allarme improvviso. Mi ritrovai levato su i gomiti, pieno d'una
pulsazione fragorosa, con gli occhi spalancati nel buio, inconsapevole
del tempo, del luogo e della sorte, come colui che si sveglia per
morire nella casa che crolla. Secondo la consuetudine, la finestra
era aperta; e indovinai l'approssimarsi dell'alba dal colore del cielo
stellato. La frescura mi placò. Mi ricoricai supino, vigilando.
In nessuna riva la malinconia del mondo fluttua come su questa
dell'estremo Occidente, al principio d'ogni nuovo giorno. Il gallo
della Landa ha il canto roco e lugubre, come se si ricordasse di
discendere da quello ch'era consacrato a una divinità concepita dalla
Notte senza il soccorso d'alcun altro iddio. L'uomo, che quel canto
risveglia, si sente ombra, prima di riprendere il peso del suo corpo
per ritrascinarlo alla sua pena.
Di nuovo la stanchezza mi vinse.
Come la gran luce mattutina mi riscosse, sùbito mi ricordai d'aver
promesso un saluto alla madre del mio amico. M'affrettai per non
perdere l'ora, e portai meco un mazzo di violette.
S'era levato il vento di ponente in un cielo intrepido, pieno di
fecondità, di migrazioni e di ritorni.
«Forse non parte» pensavo, rivedendo la sua bocca amara, riudendo il
suo riso stridulo. «Non parte più.»
Ma un altro spirito, ricordandosi dello schianto di dolore che aveva
lacerato le fibre dello strumento, mi diceva: «Parte. Se ne va. È
vinto».
E io avevo velato dentro di me l'enigma di quell'antica e novella
faccia dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re
pastore intagliata nel basalte. Attendevo da non so quale orizzonte non
so qual messaggio, per disvelarlo e rimirarlo senza paura.
Entrai sotto la tettoia squallida. Il treno era fermo su le rotaie,
nero, stupido e massiccio. Sopra un lungo banco erano accumulate certe
gabbie di canna piene di polli tramortiti. Il viso d'ogni creatura
umana pareva portare un marchio di servitù e d'onta. Il gallo della
Landa aveva cantato per costoro.
Camminavo lungo le vetture in cerca del mio amico e di me, quando
lo scopersi ripiegato contro la spalla della madre, cereo, come
intorpidito da un narcotico, là, con le gambe flosce, con un po' del
bianco degli occhi apparente fra le palpebre mal chiuse. Un gesto
della vecchia signora prevenne l'importunità d'ogni mia parola, d'ogni
mio atto. Ella si chinò con influita cautela verso me, evitando di
riscuotere il figlio; e mi bisbigliò:
-- Stanotte s'è uccisa.
Questo mi fu raccontato da Desiderio Moriar.
Come il racconto parve giunto alla fine ed egli taceva fisso al banco
di sabbia mediano (pallida lacca senza asfodeli e senza vestigi, che
apparteneva al mondo di giù) io gli domandai:
-- Poteste vederla sul letto di morte?
-- La vidi -- rispose.
-- Aveva il viso intatto?
Accennò di sì, chinando il capo; e le sue mani tremavano un poco, su le
sue ginocchia.
Osai aggiungere, a bassa voce:
-- E com'era il suo viso allora?
Egli fece la notte in sé, coprendosi la vista con le palme; e restò
silenzioso.
Il riflusso aveva lasciata scoperta l'immensa spiaggia; e l'acqua
bassa non respirava più, ma immota rispecchiava il cielo immoto. I
canali, i banchi, le dune, le lunghe lingue sottili, i capi protesi, le
macchie basse, tutte le interne linee secondavano quella dell'orizzonte
oceanico, per obbedire a un ritmo di perfezione sublime non consentito
agli uomini se non nella sola ora che segue il transito.
In un silenzio eguale alla nudità perfetta, la bellezza dell'Occidente
stava supina.
Nella Landa, giugno 1913.
LA LEDA SENZA CIGNO
❧ ❧ RACCONTO DI
GABRIELE D'ANNUNZIO
❧ ❧ ❧ SEGUITO DA UNA
LICENZA ❧ TOMO SECONDO
FRATELLI TREVES EDITORI
• MILANO • MCMXVI
-LICENZA.-
A CHIAROVISO.
Riodo approssimarsi il galoppo delicato dei puledri di gran lignaggio
sul mio silenzio che oggi è metà nell'ombra e metà nella luce come la
prateria liscia nel paese di Silvia l'Italiana.
Vi sovviene ancóra, o Chiaroviso, di quel giorno d'estate acerbo e
torbido come un meriggio di primavera immatura? Era l'ultimo spettacolo
della vita leggera: la gara breve della grazia e dell'ardore ereditati
per sangue. I puledri di due anni ci parvero le più belle creature
dell'Universo, alti su le gambe e senza ventre come i miei levrieri
creati e allevati nello stampo ideale dalla mia volontà che impara ogni
arte.
L'ippodromo era quasi deserto. Rari e assorti gli spettatori, tenuti
da una inquietudine comune che inclinava i loro sguardi verso il suolo
come se nel verde agguagliato cercassero erbe da sortilegi. Taluni
erano sprofondati nella lettura dei fogli sibillini, senza volgersi al
ritmo delizioso che segnavano gli zoccoli dei giovani cavalli partendo
in gruppo sul terreno sonoro e cedevole. Io pensavo al principio di
un'ode, che somigliasse a quell'impeto fresco, fresco e allegro come il
frullo d'uno stormo d'uccelli spiccatosi da una frasca rinnovellata;
il quale era per risolversi in schiuma e in sudore fumanti giù per la
pelle ove il fuoco delle vene palesi dava imagine di quella vibrazione
silenziosa che la canicola crea contro le sabbie ignude.
Patetica ora di bellezza e di divinazione, perpetuata nella memoria
come il frammento d'un fregio sopravvissuto a un tempio in rovina.
Non era infatti men bello della cavalcata fidiaca quel grande stuolo
di puledri «figli del vento» che non sembravano calpestare l'erba
ma sorvolarla. Erano ventuno: tre volte sette: il numero ritmico e
magico del quale fui sempre studioso. E li cavalcavano fantini quasi
fanciulli, dai visi netti, senza pur la prima lanugine, fratelli
minori dei cavalieri ateniesi, sprovvisti della clamide e del cappello
tessalico ma non della flessibile eleganza.
Ci protendevamo dallo steccato per seguire la corsa, con gli occhi
avidi di chi s'accommiata e si volge prima di allontanarsi. Seguivamo
quell'onda ardente e fremente, dal sole all'ombra, dall'ombra al
sole, su la pista verde e azzurra a volta a volta, con la stessa
agitata malinconia che ci travaglia quando vediamo dileguare l'ultima
giovinezza o l'ultimo amore o l'ultimo piacere.
Era l'ultimo gioco dei nostri ozii e della nostra pace. Attendevamo
che del gruppo, compatto come una sola bestia baia dalle zampe
numerose, irrompesse il vincitore certo, il campione designato, quello
che avevamo scelto per la scommessa, quello che l'eccellenza della
struttura e la potenza del sangue annunziavano più formidabile nella
lotta. E mi si ripresentava nella mente concitata quel meraviglioso
corsiere britanno, prediletto della vittoria, che sul punto d'esser
superato dal rivale si voltò furibondo e lo addentò al garrese per
impedirgli di vincere. Così a un tratto l'ansietà del gioco si mutava
in un sentimento più acre e più profondo. Non già sprizzò sangue dal
garrese del puledro che alla svolta sopravanzava di tutta l'incollatura
lo stuolo chiuso conducendo la corsa; ma l'odore del sangue futuro
pareva salire da quel dolce seno dell'Isola di Francia, ma dai molli
orizzonti del Vallese pareva affacciarsi la Guerra e soffiare la sua
afa di putredine e d'incendio.
Non più palpitavamo per quella vittoria ma per un'altra, non più per
i giovani cavalli ma per i giovani eroi. Ci guardavamo negli occhi,
a leggervi lo stesso pensiero; ed eravamo un poco pallidi, sotto
l'ombra d'una nuvola fugace. E, come nei nostri occhi fraterni, in
tutta la nobiltà della contrada, su cui tremolava pel declinare del
giorno il sorriso italiano di Silvia, noi leggevamo il presagio della
resurrezione latina. Gli edifizii, le colline, le acque, i prati, i
parchi si armonizzavano in lineamenti della medesima architettura. Nel
dominio che la nepote trilustre di Maria de' Medici s'ebbe per il più
abile dei suoi cinti, la mia anima toscana si accomodava come in una
vecchia villa medícea. La Nonetta era vagabonda e vitrea come l'Ambra.
L'Orsina arieggiava la bella Vespuccia dalla collana d'angue. Teofilo
cantava come il Poliziano.
Il puledro vincitore era ricondotto a mano nel recinto del peso. Un che
di fluido e di fermo, insieme: il tremolìo dei muscoli sotto il sudore
schiumante faceva pensare alla mobilità delle polle improvvise; ma i
suoi tendini convenivano alla sua ossatura come le corde ai tenieri
delle balestre. Dalla barbozza al nodello, dalla spalla all'anca, dalla
punta del petto al fusto della coda, era tutto opera di stile ancor più
concisa che quella scolpita nella metope attica. Ma tanta severità di
forma non era destinata se non a governare la strapotenza della vita.
Nelle narici e negli occhi gli spiriti del sangue bruciavano con la
forza del fuoco che apparisce per gli interstizii del forno fusorio.
E nel modo inimitabile di comprendere e di sentire quella convenienza
e quella bellezza noi ci riconoscevamo latini. E intorno allo sforzo
vittorioso di quel giovine animale perfetto vedevamo disporsi la
perfezione secolare di tutte le nostre culture.
Ed ecco che a quel gioco lieve stava per succedere un gioco tremendo,
la cui posta consisteva di tutti i nostri beni. Noi eravamo per
rischiare tutti i nostri beni contro un getto di dadi. Già udivamo
risonare i malvagi dadi su la pelle d'asino tesa nel tamburo del
lanzichenecco.
Traversammo la prateria deserta, quasi a vespero, per tornare verso
la casa amica. Io pensavo alla dimora di Silvia specchiata nelle acque
chiare. Imaginavo nella parlatura di Francia l'accento della patrizia
romana.
Rare parole, passi lenti, gravi pensieri: Le torri del Castello
allungavano l'ombra su i bacini e su gli spiazzi. Laggiù, forme
taciturne della sera, un cigno attraversava uno stagno, una cerva
attraversava un viale. Laggiù, in una sala deserta, il serpe grazioso
si dislacciava dal collo della Simonetta e le si moltiplicava nei
capelli ornati. Il bel capo genovese si faceva irto e sibilante come
quello della Gorgone, e sovr'esso la nuvola del destino si gonfiava di
minaccia.
Sorridevamo di questa imaginazione camminando sul tappeto dell'erba;
ma, come la luce si dipartiva da tutte le cose per andarsene
all'occidente, sentivamo tutte le cose più dilette a poco a poco
abbandonarci. Non soltanto un giorno finiva ma un mondo si dissolveva.
I fantasmi della vita leggera si dileguavano più veloci che il galoppo
dei giovani cavalli. In mezzo a quel morbido prato una necessità
repentina ci premeva e ci curvava, dura come il ginocchio del Genio
michelangiolesco.
Io e Marcello, il mio compagno di giuochi, distaccandoci alquanto
dalle gonne serrate che sembravano impastoiare anche le nostre gambe,
ci guardammo con una commozione che scomponeva le nostre labbra e ci
stringeva la gola; perché il flutto dei nostri pensieri e dei nostri
presentimenti, levandosi e aumentandosi nel tempo medesimo, ci aveva
insieme sopraffatti.
La casa materna era là, tranquilla, sotto la protezione dei vecchi
alberi: bella e comoda casa francese, tutta chiara e nitida, illuminata
dall'ordine quasi più che dalle finestre, un poco italianeggiante come
un sonetto della Pleiade.
Udivamo i cani uggiolare e squittire nel vestibolo. Come la cateratta
si solleva e la forza dell'acqua precipita, così la porta s'aperse e la
loro gioia impetuosa ci assalì senza ritegno. Era una irrequietudine di
muscoli simile allo sbattimento d'una stoffa di seta manosa percorsa da
rapidi riflessi; e per entro vi brillavano gli occhi e vi s'appuntavano
i musi che parevan quasi l'acume dello sguardo nella volontà di
penetrare lo spazio. Tutto era potenza elastica, levità balzante,
secchezza essenziale come nei cespi aromatici, giubilo d'amore,
malizia infantile, desiderio di fuga, avidità e gelosia, fedeltà e
disobbedienza. Erano fanciulli capricciosi e tremende macchine di
vittoria, belve crudeli e damigelle timide, sognatori taciturni e
dilaniatori inesorabili. Li amavamo come si ama una donna malfida e
tenera, mista di svogliatezza e d'ardore, di frenesia e di mestizia. E,
quando Marcello si chinò verso il prediletto e gli sollevò una zampa di
dietro per esaminare un'unghia malata, il cuore ci tremò come davanti
alla più squisita delle opere d'arte vedendo l'estrema luce trasparire
nella membrana tra lo stinco e il tendine.
Eppure il giorno innanzi, parlando della guerra, s'era a noi presentata
l'eventualità di sopprimere una parte del canile, la necessità orribile
di uccidere i nostri amici e di seppellirli in una fossa. Tutto quel
vigore scolpito e cesellato era omai sotto la condanna. I morituri
erano già scelti. Qualcosa di funebre era entrato con noi nella casa
pacifica. Nelle stanze ordinate le tende e le portiere non si movevano,
ma l'aria pareva inquieta come quando sta per scoppiare l'uragano e i
servi corrono a chiudere i vetri e gli usci.
Il Sacrifizio era venuto a prender posto tra i Penati. Non volgemmo
il capo per ignorare la sua presenza. Ma ci avvicinammo a lui, gli
togliemmo il velo, e lo guardammo con pupille ferme.
Ora non dimenticabile di amicizia, di proposito, di speranza! Eravamo
seduti intorno alla tavola familiare. Le lampade non erano state
accese. A una a una le cose erano abbandonate dalla luce del giorno
che se ne tornava all'Occidente. Una Vittoria dorata, del tempo
dell'Impero, luccicava sul marmo del caminetto. Parlavamo piano, come
se l'ombra di quella sera avesse una grandezza inconsueta. Lasciavamo
freddare l'arguzia nella bocca e la bevanda nella tazza. Il nemico
non era soltanto al confine ma su quella soglia. La soglia della casa
e il confine della patria erano una sola santità che poteva essere
profanata. Bisognava sorgere e combattere.
Allora Marcello venne sorridendo, con quel suo viso bianco e affilato
come una spada nuda che riposi sopra una lastra di Carrara. Venne e
recò la sua tunica azzurra e il suo berretto di fantaccino tirati fuori
dal fondo di un canterano. Odoravano di canfora.
Non altrimenti ci saremmo commossi se fossimo stati sfiorati dalle
pieghe della bandiera sventolante. Ciascuno di noi palpò il panno rude.
Qualcuno forse lo vide intriso di sangue.
Come il berretto andava al mio capo, ne traemmo un buono augurio; e
ritrovammo il nostro sobrio riso con aggiuntovi un che di tagliente.
Fin da quella sera le due patrie furono una sola per noi.
Una campana di fuoco sonava in sommo del crepuscolo di luglio.
Ci levammo per uscire all'aperto, come soffocati. Respirammo la
battaglia e la liberazione nel vento che passava su l'Isola di Francia.
Vi sovviene, o Chiaroviso, di quella sera? In quella sera, per segno
di fraternità latina, io vi diedi il bel nome italiano che a un
tratto mi ricordai d'avere scoperto in una vecchia carta notarile
pistoiese quando i bei nomi generavano nel mio spirito le belle eroine:
Chiaroviso. Sembra il nome luminoso delle due patrie congiunte.
Poi seguirono giorni stupendi, che canteremo.
Colgo intanto per voi nel libro della mia memoria queste pagine di
passione scritte sotto la data del 27 di quel luglio tragico. V'è un
canto nascosto.
[Veramente oggi la vita è sospesa; e, così com'è, sembra non valga più
la pena d'esser vissuta. Il tedio e l'ansia s'avvicendano; o l'una
attraversa l'altro come la corrente che passa pel mezzo del lago
stagnante. Non so quante cose malate e quante cose morte appèstino
l'aria. Respiriamo infezioni senza numero e ignote, come quando la
polvere crassa e il fango risecco ribollono sotto la prima acquata in
un paese che devastarono la canicola e la pestilenza.
Mi ricordo di aver paragonato una certa tristezza dell'uomo alla nave
che con l'elica guasta è perduta nell'immenso polipaio, nell'inerzia
ardente dell'Oceano sotto il Tropico, morendo a poco a poco nel fetore
della sua sentina.
Sentii l'odore d'un abisso
invisibile e onnipresente,
il pestifero fiato
d'un gran mare torpente
ma pieno di occulta
ferocia, di vita vorace....
Ritornano in me le imagini di certi pomeriggi romani, nel tempo più
tristo, quando le oche del Campidoglio scendevano a starnazzare e
a gracidare nella Cloaca, restando abbattuto o deserto ogni altare
venerabile. Ritorna in me qualcosa di quella disperazione e di quella
nausea.
Manìe, Manìe silenziose,
erranti nell'inferno
della città canicolare,
col passo degli sciacalli
famelici, tra le bucce
lùbriche dei frutti e lo sterco
dei cavalli coperto
d'insetti che hanno il lucore
dell'acciaio azzurrato....
L'aspetto di Parigi è sinistro, sotto il cielo basso umidiccio e grigio
come il vapore della caldaia che bóllica. Il fiato di tutti quegli
uomini che s'accalcano nel Tribunale sembra appestare la città intera.
Ciascuno di costoro ha messo la sua unghia listata a bruno nei buchi
fatti dal piombo alla veste dell'ucciso, e con quella stessa unghia s'è
levata la càccola dal naso partigiano e l'ha deposta cautamente su la
manica del suo prossimo.
Non c'è dunque altra bandiera che quel soprabito bucato e un po' di
biancheria sporca? Non c'è altro grido di allarme e di riscossa che
il falso rugghio avvocatesco? In un rauco baritono forense Parigi vede
un magnanimo leone, e i baffi ritinti e spioventi d'un accusatore ben
mandibolato le danno imagine dell'antica rudezza gallica. Sii dura alla
presa, mascella faconda!
Dicono che la vendicatrice non abbia ucciso se non per farsi riamare
da un marito stufo. Non so perché, penso a quel piombo che i pescatori
mettono in bocca ai pesci morti, di cui si servono per esca. L'anima
stessa della città mi ricorda uno squalo arenato, laggiù, su la
spiaggia atlantica, in una sera di luglio senz'astri, ove l'udii
lungamente soffiare e agitarsi finché l'alta marea non lo salvò.
La marea sale? Che è questo romore meraviglioso, il qual sembra venire
dalla profondità dell'orizzonte? Non c'è nessuno che si corichi in
capo d'una strada, dalla Parte di levante, e ponga l'orecchio contro
terra in ascolto? Forse la Francia eterna, la grande Seminatrice che ha
esausto la semenza del grembo, sta ora così contro terra in ascolto; e
un poco di quella terra arida si pone ella su la lingua, sotto specie
eucaristica, prima di risollevarsi.
S'aspetta la sera, per alfine seppellire il morto e i mal vivi. Forse
a mezzanotte dai quattro canti della città, subitamente, le trombe
invisibili soffieranno la guerra; e nessuno vorrà dormire nel suo
letto, ma ognuno aspetterà l'alba per riconoscere il suo vero viso e
il viso altrui. E il tono dell'ultima canzone, interrotta nella gola
grassa della cantatrice da conio, sarà cosa memorabile pel goditore
costretto a intendere il primo grido dell'allodola come richiamo di
combattenti.
Tuttavia la speranza della pace cola pei rigagnoli, alla soglia delle
botteghe, tra chiavica e chiavica, come una immondizia tarda che
domattina gli spazzaturai mescoleranno all'altro sudiciume e porteranno
via su' loro carri cigolanti. È l'ultimo giorno di vituperio? sono
l'ultime ore di vergogna?
Non so se la femmina del mestatore oda ripalpitare il cuore della
vittima sotto il pavimento della cella, secondo l'ingenua favola
del rimorso e dell'espiazione; ma a noi sembra udire, in una maniera
misteriosa, un cuor nuovo battere a quando a quando, non sappiamo dove,
forse nella nuvola, forse già nella nostra carne opaca, come allorché
il nostro polso medesimo rappresenta al nostro orecchio un rombo strano
e lontano.
O necessità della sorte, dura e pur bella, che non ci consente di
vivere più oltre se non siamo capaci di creare a noi stessi la nostra
primavera e di restituirci in novità di vita!
Perché quello che fino a ieri ci valse, oggi non ci vale più; quel che
ci appartenne, non più ci appartiene. I sostegni abituali mancano a un
tratto, i comuni rimedii sono inefficaci. Domani non possederemo più
nulla, di quanto fu la nostra ricchezza illusoria. La nostra vecchia
anima sarà men che un cencio da buttar via. Saremo spogli di tutto,
vuoti di tutto. E non ci sarà permesso di mendicare, ma sì ci sarà
imposto di conquistare. E la vera legge marziale sarà su noi instaurata
dopo la guerra delle armi; che uccidere e distruggere sarà ben facile
cómpito in paragone di quel che i superstiti troveranno dinanzi a loro.
Quale, tra le sorti del mondo, è magnifica come questa che si disegna
ai nostri occhi attoniti? Neppure la resurrezione asiatica, il
subitaneo ringiovanimento che rinnova la sacra Asia, le è comparabile;
né alcun altro più fiero dramma di stirpi nella storia umana. Ecco che
l'Europa decrepita, la temporeggiatrice incurvata dal peso delle sue
frodi e delle sue viltà, sta per immergersi tutta nel sangue con la
certezza di uscirne più giovine che quando su lei barbara i freschi
vènti della Rinascenza soffiarono dal Mediterraneo! Il più crudo fato
diventa una fede inebriante, per gli spiriti maschi. L'ansia si placa
in un culto di aspettazione.
Penso che l'antico Ade non fosse nel mondo di giù, ma rimasto sia
con gli uomini che l'imaginarono. In questo intermezzo di giorni so
che mi muovo tra le ombre della vita, ignudo di ogni bene e quasi
immemore, non dissimile a un ospite delle valli cieche. La malattia
m'aveva già distaccato da molte cose, e liberato interamente dalle
ceneri del mio stesso ardore. Esco dalla convalescenza come uno che,
abituato a camminare con gravi fardelli e più grave compagnia, passi a
nuoto una rapida fiumana, avendo prima in essa gettato ogni sua soma
e lasciato i seguaci su la riva. Sono leggero e spedito per andare
verso l'avventura, verso il pericolo e verso la morte. Forse mi sarà
dato di sentire in me la stupenda novità che si prepara, prima di
disciogliermi. Ma già la ricevo in forma di annunciazione.
Dal principio della primavera a questa estate, un sentimento continuo
di precarietà m'ha impedito d'intraprendere qualsiasi cosa e pur di
disegnarla. La vicenda cotidiana m'era estranea e remota. I prossimi
mi parevano larve inesistenti. Poiché la vita, quale mi s'offriva,
non valeva la pena ch'io la vivessi, ero contento d'essere occupato
dal mio male e dalla mia pazienza, chiuso in una sorta d'involucro
angusto, simile a una crisalide silenziosa. Ma tuttavia avevo in me la
certezza che quel tempo non fosse se non un passaggio fatale e che in
fondo a quel silenzio si accelerasse il ritmo formidabile del Destino.
Pensavo che una parte della materia umana fosse tolta a me, come a ogni
altro uomo consapevole o inconsapevole in quel punto, per alimentare
e aumentare l'evento, e che il mio soffio e l'altrui fossero menomati
per accrescere un turbine non del tutto composto ancóra. Tenevo il
viso rivolto verso una triste finestra che dava su una corte ove non
s'udiva se non cuoche scodellare, serve cianciare, bambini fiottare,
ustolare cani prigionieri. Quanto ho amata quella umile solitudine che
mi preparava a non essere più solo!
E mezzogiorno, è l'ora alta in cui le carogne abbandonate brulicano di
vermi e ronzano di mosche. L'aria è ambigua, calda e fredda a volta
a volta, afosa e umidiccia, quasi ributtante come certe mani che ci
sono tese nella strada e che ci danno il bisogno subitaneo di nettarci
dal loro contatto non soltanto con l'acqua ma con l'acido. Alla punta
della Torre di ferro, che sembra il priapo della città, la nuvola si
lacera rossastra come il fumo alla bocca del cannone. Pioviggina? o è
l'immondo sudore della Corte d'Assise, che ricade su Parigi anelante?
Un venditore di giornali vocia, laggiù, verso l'Arco di Trionfo; e mi
par di vedere la sua fauce vinosa, la sua carotide gonfia che sforza
la cravatta rossa, il suo berretto consolidato dall'untume. Il vano
dell'Arco è senza luce: sembra murato provvisoriamente con mattoni
per coltello. Ma domani l'alto rilievo eroico di Francesco Rude, la
-Dipartita-, non si staccherà dalla pietra, non diverrà un gruppo
scolpito di tutto tondo, non si metterà a camminare, non s'ingrandirà
come una valanga, non travolgerà tutto e tutti nel suo impeto
trionfale?
Abbasso le palpebre su la mia intollerabile angoscia; e rivedo la
mietitura del mio paese, un certo campo del Lazio tutto sanguigno di
papaveri, una mano bruna che ha un suo certo modo di prendere la manata
di spighe da segare, un fastello di covoni coperto di passeri ghiotti
nel contado di Settignano, uno stuolo di mietitori seminudi lungo la
via polverosa di Montecassino, il tremendo specchio del lago di Nemi
nel suo cerchio di selve, la lunata d'una spiaggia etrusca, la stortura
d'un pino piceno carico di cicale, gli occhi d'una paranza ortonese
dipinti di minio, e la sacra bocca dolente di mia madre.
Si parte dalla mia anima un gesto improvviso di passione, come verso
una presenza tangibile, come verso una creatura nel tempo medesimo
reale e ideale. Per alcuni attimi il desolato volto materno si pone
tra me e il volto della Patria che ho creduto di scoprire come in un
lampeggiamento penoso. «O timore simile all'inverno che conduce per
mano la speranza simile alla primavera!»]
E trovo nel libro della mia memoria queste altre pagine sotto la data
del 30 di agosto. V'è un canto celato.
[Oggi l'invasore è a La Fère, occupa la cittadella forse immemore
d'un'altra capitolazione precipitosa davanti alla medesima forza. I
suoi cavalli scendono per la vallata dell'Oise verso Parigi, calcano
già il vero cuore della Francia, scalpitano la più sensibile parte
della terra afflitta, con ogni pesta profanano una memoria, offendono
una bellezza, rinnovano un dolore. Ho veduto un velo subitaneo turbare
lo sguardo di colui che dianzi mi dava la triste novella, nato nella
contrada natale di Jean Racine, all'ombra delle vecchie torri alzate da
Louis d'Orléans. Ora, se socchiudo gli occhi ed evoco l'Isola dai tre
Gigli, mi sembra di vedere tra poggio e poggio tutti i suoi campanili
tremolare come i suoi pioppi; e forse non è se non il pianto contenuto
del mio amico, che mi fa vacillare lo spirito.
Ma mi riappare, ne miei ricordi di pellegrino, l'antica signoria
dei Coucy senza paura, entro la disutile cerchia merlata, sopra le
praterie basse inondate dalle due fiumane, in un odore di concia. Or è
quarantaquattr'anni, quella città di pellai, di mugnai e di oliandoli
issò la bandiera bianca, avendo perduto tre de' suoi borghesi, dopo
un assedio d'un giorno, con tutte le sue vettovaglie intatte e con
più di cento cannoni ammutoliti. La foschía di quel malvagio novembre
lontano sembra oggi a un tratto rispandersi su Parigi attonita. Il
cielo è ingombro di cenere, le strade sono pallide come arterie senza
sangue, la Senna stagnante e spessita sembra resistere allo sforzo del
rimorchiatore fumoso che trascina la lunga fila dei barconi carichi
di carbon fossile; e tutti gli alberi perdono le foglie, come se
all'improvviso si ammalassero d'autunno.
Il palpito della città è intermesso, ineguale, rotto da lunghe pause
o accelerato da un'ansia folle. Una piazza deserta par vôtata dalla
tromba duna nuvola che s'alza, s'avvolge e trascorre a levante,
torbida e gonfia della vita rapita agli uomini. Uno sprazzo crudo di
sole contro un marciapiede popoloso sembra annientare i passanti,
come uno scoppio di mitraglia. Un gruppo di operai famelici, sotto
un muro spellato di vecchi affissi osceni, non è se non una minaccia
d'occhi selvatici e di bocche ferine. Vetture in corsa, zeppe di carne
da macello, passano con un gran rombo e un gran vocìo, andando verso
tramontana; e tutti i fantaccini son seduti su le loro brache rosse,
come i battaglioni falciati all'altezza degli inguini stanno a terra in
una pozza grumosa e ancor gridano. Le dodici stazioni di Parigi pompano
il coraggio e la viltà: scaricano fuor della cinta quelli che vanno a
combattere e quelli che si salvano. Visi bianchi di donne dalle ciglia
e dalle labbra dipinte appariscono, nella rapidità dello spavento,
di tra i cumuli delle valige e delle scatole, in fuga disordinata
come se già il primo drappello di ulani fosse alla Porta Delfina. Il
veterano già rimastica il pane scuro dell'assedio, tra i denti che
gli restano. La cortigiana, abbandonata dal mantenitore, si dondola
su gli alti tacchi con un gioco sapiente di ginocchi e di lombi nella
gonna stretta, lungo le botteghe chiuse, sotto l'ingiuria delle oneste
portinaie, già pronta ad accogliere il dragone bavaro o l'ussero della
morte. Contro i cancelli d'un ambasciatore invisibile s'accalca la fame
degli emigrati, s'impazienta la lunga attesa vana; e già l'odio e la
ribellione balenano sopra la miseria, mentre il lezzo umano si mescola
al fiato putrido dell'estate moribonda.
Ecco il silenzio della pietra, una via deserta e cieca, un'ombra
plumbea fra alte case esanimi, uno spazio morto, qualcosa d'un canale
succhiato dalla bassa marea, e me simile a un rottame sperso, a
una bottiglia vuota, a una scarpa informe di naufrago. «Chi sono?
dove vado? e che ho mai fatto?» Le mura si serrano. Mi soffermo,
per fiutare quell'aria ignota. In capo della strada, tre vecchie
agucchiano e biasciano davanti a una soglia, con le gote grinzute
come le palme delle mani e, come le palme, scritte dal Destino per
segni indecifrabili. Parche senza nome, mi guatano e mi agghiacciano,
minacciando con le loro cesoie nascoste l'ultimo filo del mio passato.
«Il ragno tumido ha tessuto la sua tela fra i rami del mio lauro.»
Perché non posso più sopportare la solitudine? e perché non posso più
conservare la mia sostanza né considerare gli aspetti della mia anima?
Un tempo sapevo con qual tra- vaglio l'operaio sanguigno, che m'ho
alla cima del cuore, trasmutasse tutte le cose in mio sentimento. Oggi
mi sembra che il cuore carnale «non maggiore della man chiusa» faccia
un altro lavoro, a me sconosciuto, e ch'egli non riconduca a sé, pel
circolo consueto, quel che fuori di sé ha spinto. Tutto si parte, e
nulla ritorna. Tutto si dona, e nulla si riprende. Ho perduto il mio
mondo, e non so se ne conquisterò un altro. Ho ripudiato quel che fu
la mia potenza; e talvolta, con un profondo brivido, nel tumulto degli
uomini, penso a una bellezza segreta che non so rivelare ancóra e che
forse altri manifesterà per un'arte misteriosa non posseduta da me
se non in forma di divinazione. « Chi inciderà ancóra una sillaba nel
frontone dell'Arco? E chi nella parete del Monte scolpirà una lettera
sola del nome? E chi scruterà l'Avvenire convolto nel grembo penoso?»
Talvolta, all'annunzio d'una strage, penso che la guerra prepara gli
spazii mistici per le apparizioni ideali. Se resto solo, o nella mia
casa o nella via, mi sembra di udire in realtà crollare le masse
d'uomini come quando nella foresta folta si pratica la radura che
subito è occupata dalla nuova luce. Questo senso continuo dell'opera di
morte dissolve ogni pensiero abituale. L'abbattimento è senza pausa.
Quel che un Antico nostro chiamava «il tagliamento delle genti» non
ha mai tregua. In ogni attimo le creature sono agguagliate alla terra
che si abbevera del loro sangue furioso, prima d'inghiottirle e di
convertirle in sua grassezza tranquilla. Anche una volta la divinità
della terra è testimoniata dall'immane sacrifizio. Ella prende il
corpo orizzontale dell'uomo come misura unica per misurare il più
vasto Destino. E se si sazia di carne, poi la rende in ispirito. Dove
il carnaio si dissolve, quivi nascono i fermenti sublimi. Dove si
sprofonda il peso mortale, quivi la libertà dell'anima si leva. Quanto
più larga sarà l'offerta, tanto più alto sarà il prodigio.
Così comprendo come la terra e la guerra sieno entrambe d'essenza
divina e per sempre congiunte da un patto non violabile. Nei campi e
nelle nazioni il solco, sia bruno o sia vermiglio, è fatto per essere
seminato. E ogni solco non ha altra necessità se non di crescere e
d'alzarsi. Mi viene in mente una parola tragica: «Avete voi giaciuto
come il figliuolo e la madre, tu e la terra?» Mai fu più forte e
pieno il contatto fra l'uno e l'altra. E ora so perché mi diede tanta
commozione il leggere che i soldati d'Africa, in un assalto disperato
contro i reggimenti della Guardia imperiale, combatterono tutti a piedi
nudi.
Ogni attimo ha qualcosa di lontano e di sacro; e in ogni luogo lo
spirito è dalla poesia rapito fuori del tempo.
La Senna ristagna sotto una calura cinerea. Di là dalla ripa arborata
il poggio s'accovaccia sotto un castigo di nuvoli. Nell'acqua inerte
si specchiano le croci bianche abbaglianti dipinte su le prore delle
lunghe barche di traffico. L'ululo d'un rimorchio lacera l'afa greve,
e gli risponde un mugghio dal polverio del ponte. Innanzi la porta
risonano i colpi degli abbattitori d'alberi, che tagliano i tronchi per
abbarrare il passo. Dietro la porta, nella via soda, i picconi scavano
la trincea. Qualcosa di primordiale e di selvaggio è nel chiarore del
nembo imminente. Il pericolo soffia per la valle del fiume tributario;
par visibile come la polvere, come il fumo, ch'entrano negli occhi e
nella gola di chi cammina.
Una immensa mandria di buoi s'incalza e s'accavalla sul ponte, sbocca
su la strada, si spande per la ripa, spinta coi gridi e coi pungoli dai
soldati e dai bovari polverosi. Sono mille, sono duemila, sono tremila.
Si precipitano innanzi come un torrente gonfio; e hanno il colore
dell'alluvione che ha rapinato le terre fulve, il colore della ruggine
e dell'ocra, della paglia e del croco. Perché tanto si affrettano? per
sfuggire all'inseguimento del nemico? Par di udire già all'altro capo
del ponte il galoppo dei cavalli e di scorgere un balenìo d'armi in
asta e di respirare l'antichissima forza dei re chiomati.
L'amico che mi accompagna, della miglior razza di Francia, mi serra
il braccio in una sùbita commozione. Egli ha inteso, nel grido d'un
giovine bovaro, il nome della bella bestia color di covone che passa
rasente sfiorandoci col suo corno spuntato: «Jaunet!»
Non è l'accento di Piccardia? Qual campo del paese invaso arò il bue
flavo dal nome leggiadro? Le figure delle città violate riappariscono:
Amiens rivolta verso il suo Angelo fulgido di cicatrici diritto sotto
la Porta maggiore che il Paradiso invidia; Saint-Quentin, squillo di
tromba, rintocco di campana, grido di riscossa, raccolta nella loggia
del suo palazzo comunale la fede inespugnabile; Noyon silenziosa e
pensierosa, con le sue case di cotto e i suoi orti murati, intorno al
suo duomo dall'abside coronata di cappelle raggianti....
La tristezza del mio compagno e il richiamo rinnovato del bifolco
risvegliano in me il ricordo d'un campo toscano a me dolce, ove sino
al tardo vespero udivo la voce di colui che guidava l'aratro incitando
i bovi bianchi dal muso imprigionato nella gabbia di salcio splendenti
tra gli oppi e gli olivi più che ogni altra cosa chiara, mentre su
dall'Arno veniva il rombo della mulina e delle pescaie.
Il temporale scoppia sul poggio, come una battaglia. Il tuono imita
il fragore del cannone. Le nuvole si squarciano e si riserrano. Una
luce sulfurea illividisce la verdura. Le prime gocce di pioggia sono
tiepide, come se grondassero da una larga piaga. Forse il buon batrono
San Dionigi cammina sopra le nuvole, verso la città minacciata,
portando tra le mani ferme il suo capo mozzo che cola e non dole?
L'immensa mandra sbigottita, sotto gli urli e sotto i pungoli, si
precipita verso la porta, scalpitando la via sonora, rosseggiando
ai lampi spessi, accavallandosi contro i tronchi abbattuti, contro
l'alzata di terreno che difende la trincea, contro i cancelli afforzati
in fretta con travature di longarine. È la vettovaglia d'assedio, la
provvisione contro la nuova fame, il vitto di sciagura. Una frotta
di colombi messaggeri vola basso, nel chiarore sinistro, a poche
spanne dal tumulto dei dorsi fulvi. S'ode in alto, nella regione delle
folgori, il battito coraggioso d'un velìvolo che affronta la tempesta.
Un carro di feriti è arrestato dal bestiame che si serra contro le
ruote fumanti: il sangue brilla nelle fasciature e l'intrepidità negli
occhi. Sotto le sferze della pioggia i buoi mugghiano a morte. Le
bandiere garriscono nella raffica, come vele sfuggite alla scotta. Le
foglie s'involano nell'ignoto, con le sorti sibilline. D'improvviso uno
smisurato arcobaleno s'accende sulla città cupa, e il teschio di San
Dionigi fiammeggia nel disco del sole.»]
Ed ecco, amica animosa, ecco le pagine scritte il 3 di settembre, alla
vigilia del miracolo inatteso. V'è un canto nascente.
[È un giorno mistico, dominato da un silenzio così alto che il
passaggio dei carri di guerra ferrati non l'interrompono. La gente è
taciturna e raccolta, grave e rara. Le vie sembrano più larghe, piene
di attenzione dalla parte della luce, piene di aspettazione dalla parte
dell'ombra, deserte d'uomini inutili, popolate di pensieri operanti,
con in fondo qualche monumento solenne che non è se non un gruppo
di memorie impietrate. Tutta la paura alfine ha lasciato la città, è
fuggita con ogni sorta di veicoli, s'è dispersa per le province più
lontane, ha messo in salvo il suo ventre correndo senza fiato verso
le terre immuni e grasse, ha già raggiunto i Pirenei, l'Atlantico, il
Mediterraneo. Si respira un'aria più schietta e più aspra, come se un
vento robusto avesse a un tratto spazzato le infezioni. E, considerando
Parigi divenuta più bella e più forte, penso a quell'antica Torre
fondata su la riva destra della Senna da Carlo il Calvo; la quale nella
notte che seguì il primo assalto dei Normanni condotti da Sigefredo,
quasi a miracolo crebbe di più cubiti e si munì d'un altro ordine di
feritoie.
Oggi mi sembra che nell'Isola della Città si sia novamente rafforzata
l'anima civica. E io veggo entrare nel Duomo di Nostra Donna l'imagine
della Francia male armata ma intrepida, come v'entrò a cavallo Filippo
il Bello con quella mezza armatura, senza usbergo né gambiere, ch'egli
portava a Mons-en-Puelle vittorioso contro la sùbita aggressione dei
Fiamminghi.
Non più brulicanti del formicaio umano che le celava e lordava, non
più sonanti del penoso strepito, ridiventate a un tratto ignude e
libere, le pietre oggi vivono d'una vita antica e nova, riacquistano
il mistero e la potenza, rimemorano quel che fu e annunziano quel che
è per apparire. Alle rotte luci di questo pomeriggio ove l'autunno
sembra scendere precoce, ingannato dalla rossa vendemmia che si fa fuor
de' tini, esse hanno l'aspetto profondo dei sogni che sono proposti
all'interprete dei fati. L'illusione del tempo è distrutta. E mentre
laggiù San Luigi entra per la Porta maggiore tra le due torri recando
la corona di spine, ecco che dietro di me, al ponte di Maria, sbarca un
giovinetto sconosciuto, smorticcio e scarno, di nome Bonaparte.
L'Isola, simile a una nave incagliata nel limo del fiume, ha la prua
frondosa rivolta all'Occidente: non soltanto alla parte del cielo ove
declina il sole ma al sacro mondo di bellezza, di eroismo e di gloria
che pesa in questa parola nostra dacché verso la plaga incognita
l'Ulisse novello fece de remi «ale al folle volo».
Occidente, splendore dello spinto senza tramonto, nessun barbaro poté
mai spegnerti, nessuno mai ti spegnerà ne' secoli, finché l'uomo porti
su' suoi sopraccigli una fronte per rispecchiarti.
È un giorno mistico. Le nubi sono così fulgide e si dilatano in
così ampio cerchio che mi fanno pensare alla Rosa sempiterna, e mi
rammentano la parola di Beatrice: «Vedi nostra città quanto ella gira!»
Quale può esser mai l'ardore dell'azzurro, oggi, su Roma? e qual mai,
apparendo al popolo rapito, la faccia del nuovo pontefice latino?
Chiudo gli occhi, col capo tra le mani, coi gomiti su la pietra del
parapetto; e il silenzio m'accompagna nella memoria la via di Santa
Marta, la via delle Fondamenta, deserte e sonore sotto il mio passo,
ove in giorni inquieti di giovinezza e di ambizione cercai un che di
grande e di remoto all'ombra dei Palazzi Vaticani. Rivedo, più oltre,
la Pineta Sacchetti, simile a un colonnato chiomoso, ove tra l'erba
fioriva il porrazzo che è l'asfodelo dell'Agro, per me inespugnabile
come quello dell'Ade. Là solevo far lunghe soste, in vista della mole
papale e del Soratte solitario, con una specie di pensieri che non
ritrovo più ma che mi raffiguro quasi corporei, dotati d'una violenza
flessibile e audace, in quel modo che un cacciatore si ricorda del
fiato forte d'una fiera con cui ha combattuto da vicino.
E rivedo la volta dei Profeti e delle Sibille, dove oggi forse dinanzi
all'Eletto si abbassano i baldacchini dei porporati. «-Acceptas ne
electionem-....»
La materia del mondo è di nuovo incandescente, come il massello che
deve patire l'incudine e il maglio; è in fusione come il bronzo che
deve colare per tutti i rami di gitto a riempiere la forma cava. Se
il pontefice fosse un artefice di vita, se il vicario di Dio fosse un
creatore onnipotente, quale opera potrebbe escire dalle sue mani!
Or è molt'anni, in una notte di dolore commossa da un fremito di
speranze, salutammo un re eletto dal Destino con segni che ci parvero
meravigliosi.
O tu che chiamato dalla Morte
venisti dal Mare,
Giovine, che assunto dalla Morte
fosti re nel Mare!
Si sogna che in questa ora sia vestito della tunica bianca e coperto
del camauro vermiglio un papa giovine come quell'Ottaviano principe
de' Romani nomato Giovanni XII, imberbe come il figlio di Alberico ma
capace di contenere nel suo petto il coraggio sovrumano d'Ildebrando.
Si sogna ch'egli non vada a sedersi sul trono preparato davanti
all'altare per ricevere il bacio dei suoi cardinali, ma rimanga solo
e si stenda supino sul pavimento della Cappella, con gli occhi e gli
spiriti rivolti alla visione sublime di Michelangelo, e quivi faccia
la sua vigilia, steso come le miriadi d'uomini in quel punto abbattuti
su la terra dalla guerra, inspirato dalla Morte che è la musa della
Resurrezione.
E, se tu volgi col dito
il foglio del libro verace
or che il Genio con la sua face
t'accende la lucerna,
qual tirannide crolla,
nasce qual novo mito,
qual puro eroe s'eterna?
L'acqua passa sotto il ponte, fatta bionda dal riflesso delle
nuvole bionde, come l'acqua del Tevere. Un segno più luminoso arde
su i padiglioni del Palazzo comunale, a imagine di quell'angelo
fiammeggiante che apparve sul sepolcro di Adriano mentre Gregorio stava
per entrare nella basilica di San Pietro. Tutto il cielo è solcato di
presagi, come nelle ore fatali. Sembra mosso per me dal medesimo ritmo
che nello spazio curvo della Sistina atteggia le forze necessarie. La
Delfica svolge il suo rotolo pieno di sorti, da oriente a occidente.
Che guardi? Una cosa fuggente,
o una che giunge dai mari
onde tu stessa venisti?
Scendere su i popoli tristi
le ceneri crepuscolari,
o sorgere l'albe cruente?
Mi tornano nello spirito le melodie che non furono udite e che perciò
a taluno devono oggi sembrare più belle. Rimpianto e speranza mi fanno
delle due patrie una patria sola. Qual potenza si mostra oggi, laggiù,
dall'altura che è la sommità dell'anima cristiana, all'aspettazione del
popolo? Qual mano si leva oggi a tracciare tre volte nell'aria di Roma
il segno della croce, mentre da ogni terra una crociata senza croce si
leva contro l'ultima barbarie? -Ecce sacerdos magnus.-
Ma forse il nuovo Pastore è carico d'anni e, incatenato alla pietra
secolare, già si curva sapendo
come
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte l'altre some.
L'ombra di Dante sembra soccorrere alla mia tristezza, creando in me
per l'eco della sua rima un sentimento musicale che si confonde col
desiderio della patria lontana. L'anima affannata si sogna di cercarlo
nei luoghi dove forse peregrinò, e di ritrovarlo, e di domandargli
quella consolazione ch'egli domandò sì dolcemente al buon cantore da
Pistoia. «Casella diede il suono.»
Come in sogno entro nel laberinto delle vie scure, che sta fra la
piazza di San Michele e quella più antica dove un tempo gli scolari
e le baldracche danzavano tra la Forca e la Gogna a suon di pifferi
e di cornamuse. Casupole sordide dalle mura sudice di filiggine,
attraversate da doccioni di latta, da cannelle di piombo che soffiano
un tanfo di cavoli e di rigovernatura; porte di ricoveri disgustose
come bocche di fogne, orribili covili dove nel cuor della notte i
dormienti sono scossi d'improvviso e presi per i capelli dallo sbirro
che li abbaglia con la sua lanterna di scoperta; bettole anguste come
nascondigli, color di carne affumicata, ove si spende il quattrino
del furto o dell'elemosina; botteghe di semplicisti, piene d'erbe
giallastre, ove par d'intravedere per la vetrina bavosa di lumache i
cadaveri seduti di quelle tre avvelenatrici che una mattina furono
ritrovate uccise dai vapori delle droghe messe a bollire su' loro
fornelli; cànove di vino tenute da vecchie megere, in zoccoli che
sembrano staccheggiare nella feccia e nel fondime; ruderi di conventi
divenuti depositi di pellami e fondachi di rigattieri. Un vagabondo
lacero leva al mio passaggio il viso gonfio di cattivo sonno, mi guarda
coi suoi occhi malati, e poi ricasca sopra il foglio che gli fa da
guanciale. Quella femmina, su la soglia di quella taverna dalle tendine
rosse, è la Caterinaccia, o è la Gianna soprannominata Scorzone da
Benvenuto, la salvatichella veloce che gli servì di modello per le due
Vittorie e per la Fontana Beliò? Quel negro camuso e crespo, in quella
locanda sinistra a quella finestra senza vetri, non è forse Zamor,
l'ignobile scimmiotto che divertiva la Dubarry e che più tardi le fece
tagliare il collo? Par di riudire, con non so che allusione attuale,
il grido della favorita bianca di terrore e abbrancata ai ferri del
cancello: «-Encore une minute, monsieur le Bourreau!-»
Ma dov'è il «vico degli strami»?
Ecco, in una pietra murata, San Giuliano che traghetta Gesù con la sua
chiatta. Ecco, alla porta della chiesetta povera, una sponda di pozzo
riturata e consunta, ove forse bevve Gregorio di Tours. Ecco le due
absidiole con umiltà francescana rannicchiate contro il Coro, ove sono
sepolti i due Normanni incestuosi. Giuliano di Ravalet e la sua sorella
Margherita, con le due teste mozze. Si dice che quivi Dante abbia
pregato. Ma oggi l'altare non è più latino: è servito da preti e da
diaconi barbuti, con la liturgia di San Giovanni Crisostomo.
Un campanile di vecchia pietra fosca leva in un campo di ruine la
'
.
,
1
,
2
3
.
,
4
,
5
.
6
7
-
-
-
-
,
8
.
9
10
«
'
,
'
.
»
11
12
,
13
'
'
14
.
15
16
,
.
.
17
.
18
'
,
19
20
21
.
22
23
,
24
'
,
25
.
26
27
,
28
29
'
'
'
.
30
31
;
,
.
32
'
,
33
34
.
'
35
,
,
36
.
37
.
38
39
.
,
40
,
,
41
'
;
42
.
43
'
.
'
,
,
44
;
;
45
,
,
46
'
.
47
.
48
49
-
-
?
?
.
50
51
.
52
,
.
53
;
,
54
!
55
56
.
'
57
.
.
58
,
'
;
59
60
«
»
.
61
62
,
'
63
:
.
64
.
,
65
'
.
:
«
!
66
!
»
67
.
'
68
.
69
70
,
.
71
.
'
72
,
73
.
'
,
74
.
.
75
'
,
,
'
,
76
.
.
77
,
,
.
78
79
:
,
80
.
,
,
'
.
81
'
.
,
82
.
83
:
84
;
,
85
.
.
86
.
«
,
'
.
,
87
.
»
88
89
,
'
90
.
;
,
91
.
92
93
'
.
.
94
'
95
'
.
96
97
-
-
?
-
-
,
98
.
99
100
;
;
101
'
.
102
103
-
-
-
-
.
104
105
,
,
'
.
106
107
'
108
'
'
109
'
,
110
,
'
111
'
.
112
113
-
-
-
-
,
.
-
-
114
.
115
116
;
;
'
,
117
'
.
.
;
118
'
;
119
'
'
'
.
120
121
.
122
123
.
124
125
126
127
128
,
129
'
130
.
,
'
131
,
,
132
,
,
133
.
,
134
;
'
'
135
.
.
,
.
136
137
138
'
,
'
.
139
,
140
'
141
'
.
'
,
142
,
,
143
.
144
145
146
.
147
148
,
'
149
.
'
150
'
,
.
151
152
'
,
153
,
.
154
155
«
»
,
,
156
.
«
.
»
157
158
,
159
,
:
«
.
.
160
»
.
161
162
'
'
163
164
.
165
,
.
166
167
.
,
168
,
.
169
.
'
170
'
.
171
.
172
173
,
174
,
,
175
,
,
,
'
176
.
177
'
'
,
'
178
.
,
179
;
:
180
181
-
-
'
.
182
183
184
.
185
186
187
(
,
188
)
:
189
190
-
-
?
191
192
-
-
-
-
.
193
194
-
-
?
195
196
,
;
,
197
.
198
199
,
:
200
201
-
-
'
?
202
203
,
;
204
.
205
206
'
;
'
207
,
.
208
,
,
,
,
,
209
,
'
210
,
211
.
212
213
,
'
214
.
215
216
217
,
.
218
219
220
221
222
'
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
-
.
-
235
236
237
.
238
239
240
'
241
'
.
242
243
,
,
'
244
?
'
245
:
'
246
.
247
'
,
248
249
.
250
251
'
.
,
252
253
.
254
,
255
256
.
257
'
,
'
,
258
'
'
;
259
260
261
.
262
263
,
264
'
.
265
266
«
»
'
267
.
:
:
268
.
269
,
,
,
270
,
271
.
272
273
,
274
'
.
275
'
,
'
,
'
276
,
,
277
'
278
'
'
.
279
280
'
.
281
,
282
,
,
,
283
,
'
284
285
.
286
,
,
'
287
288
.
'
289
.
290
'
291
;
'
292
'
,
293
294
'
.
295
296
'
,
297
.
,
298
;
,
299
'
'
.
,
,
300
,
301
,
302
.
,
,
,
,
303
.
304
'
'
305
,
306
.
'
.
307
'
'
.
308
.
309
310
.
311
,
:
312
;
313
314
.
,
'
,
315
,
316
.
317
.
318
319
.
320
321
322
.
323
324
.
325
326
,
327
.
328
.
329
'
330
.
331
332
,
,
333
.
334
.
'
335
.
336
337
,
,
:
338
'
.
,
339
,
,
340
.
,
,
341
342
.
343
,
'
344
.
345
346
'
;
347
,
348
'
,
349
.
.
350
351
.
352
,
353
.
354
355
,
,
356
,
357
358
;
359
,
,
360
.
361
362
,
,
363
:
,
,
364
'
,
365
.
366
367
.
368
'
,
'
369
.
370
'
371
;
'
372
'
373
.
,
,
374
,
'
,
375
,
,
,
376
.
377
,
,
378
.
379
,
'
,
.
,
380
381
'
,
382
'
'
383
.
384
385
,
,
'
386
'
,
387
.
388
.
389
.
390
.
,
391
'
'
392
.
393
394
.
395
.
,
396
,
.
397
398
,
,
!
399
.
400
.
401
'
.
,
402
'
,
.
,
403
'
.
404
'
.
405
.
406
407
.
.
408
409
,
410
.
411
412
.
.
413
414
415
.
.
416
.
417
418
,
;
419
.
420
.
421
422
.
423
424
'
,
.
425
'
.
426
427
428
,
,
?
,
429
,
430
'
431
:
432
.
.
433
434
,
.
435
436
437
.
'
438
.
439
440
441
[
;
,
'
,
442
'
.
'
'
;
'
443
'
444
.
445
'
.
,
446
447
.
448
449
'
450
'
'
,
'
451
'
,
452
.
453
454
'
'
455
,
456
457
'
458
459
,
.
.
.
.
460
461
,
462
,
463
,
464
.
465
.
466
467
,
,
468
'
469
,
470
471
,
472
473
474
'
475
'
.
.
.
.
476
477
'
,
478
.
479
'
.
480
481
'
,
'
482
'
483
.
484
485
'
'
486
?
'
487
?
488
,
'
489
'
.
490
,
!
491
492
493
.
,
494
,
.
'
495
,
,
496
,
'
,
'
497
'
.
498
499
?
,
500
'
?
'
501
'
,
,
'
502
?
,
503
,
;
504
,
505
,
.
506
507
'
,
.
508
,
,
509
;
510
,
'
511
.
'
,
512
,
513
'
514
.
515
516
517
,
518
,
,
519
'
520
'
.
'
?
521
'
?
522
523
524
,
'
525
'
;
,
526
,
,
,
527
,
,
528
529
.
530
531
,
,
532
533
!
534
535
,
;
536
,
.
537
,
.
538
,
.
539
.
,
540
.
,
541
.
542
;
543
.
544
545
,
,
546
?
,
547
,
;
548
.
549
'
,
550
,
551
552
!
553
,
.
'
554
.
555
556
557
'
,
558
'
.
559
,
560
,
.
561
'
,
562
.
,
563
,
564
,
565
.
566
'
,
.
567
,
568
.
.
569
570
,
571
'
'
572
.
'
.
573
.
,
'
,
574
'
,
'
575
,
'
576
,
.
577
578
.
579
,
580
,
581
'
,
'
582
.
583
584
'
,
,
,
585
.
586
!
587
588
589
,
'
590
.
'
,
591
,
,
592
593
'
'
.
594
,
,
595
.
?
596
'
'
,
?
597
,
,
'
;
598
,
599
,
'
.
600
'
:
601
.
'
,
602
-
-
,
,
603
,
,
'
604
,
605
?
606
607
;
608
,
609
,
610
,
611
,
612
,
613
,
'
,
614
'
,
'
615
,
.
616
617
,
618
,
619
.
620
621
.
«
'
622
!
»
]
623
624
625
626
.
'
.
627
628
629
[
'
,
630
'
'
.
631
'
,
632
,
633
,
,
634
,
.
635
,
636
,
'
637
'
.
,
'
638
,
639
;
640
,
.
641
642
,
,
'
643
,
,
644
,
.
645
'
,
,
646
,
'
,
647
'
,
648
.
649
.
650
,
651
,
652
653
;
,
654
'
'
.
655
656
,
,
657
'
.
658
'
,
'
,
659
.
660
,
661
.
,
662
,
663
'
.
,
664
,
,
665
;
,
666
'
667
.
668
:
669
.
670
,
,
671
,
672
.
673
'
,
674
.
,
,
675
676
,
,
'
677
,
'
678
.
'
'
679
,
'
;
'
680
,
681
'
.
682
683
,
,
'
684
,
,
'
685
,
,
686
,
.
«
?
687
?
?
»
.
,
688
'
.
,
689
,
690
,
,
691
.
,
,
692
'
.
693
«
.
»
694
695
696
?
697
?
698
699
-
'
,
'
700
,
.
701
«
»
702
,
,
'
,
703
,
.
,
704
.
,
.
705
,
.
706
;
,
,
707
,
708
'
709
.
«
710
'
?
711
?
'
?
»
712
713
,
'
'
,
714
.
,
715
,
716
'
717
.
'
718
.
'
.
719
«
»
720
.
721
,
'
722
.
723
'
.
724
'
725
.
,
.
726
,
.
727
,
'
.
728
'
,
.
729
730
'
731
.
732
,
,
733
.
734
'
.
:
«
735
,
?
»
736
'
'
.
737
'
,
738
,
739
.
740
741
742
;
743
.
744
745
.
746
'
.
'
747
748
.
'
'
'
,
749
.
750
'
,
751
.
,
,
752
.
753
.
;
754
,
,
'
755
.
756
757
'
'
,
758
,
,
759
.
,
,
.
760
;
761
'
,
762
'
,
.
?
763
'
?
'
764
'
765
'
.
766
767
'
,
,
768
.
,
'
769
,
770
:
«
!
»
771
772
'
?
773
?
:
774
775
;
-
,
776
,
,
,
777
;
778
,
,
779
'
.
.
.
.
780
781
782
'
,
783
'
784
785
,
786
'
.
787
788
,
.
789
.
.
790
.
791
,
.
792
,
,
793
?
794
'
,
,
795
,
,
796
,
,
797
'
,
798
.
'
,
799
,
.
800
,
,
801
.
'
,
802
,
'
.
803
804
:
'
805
.
.
806
,
.
807
'
'
,
.
'
808
'
,
809
.
»
]
810
811
812
,
,
,
813
.
'
.
814
815
816
[
,
817
'
.
818
,
.
,
819
,
820
'
,
'
,
,
821
822
.
,
823
,
'
824
,
825
,
,
'
,
826
.
'
,
827
.
,
828
,
'
829
;
830
,
831
'
832
.
833
834
'
835
'
.
'
836
,
'
837
,
,
'
838
-
-
839
.
840
841
,
842
,
843
,
'
,
844
,
845
.
'
846
,
847
'
,
'
848
'
.
'
.
849
850
,
,
,
851
,
,
.
852
853
'
,
,
854
'
:
855
,
856
857
'
«
»
.
858
859
,
,
860
,
'
,
'
861
'
.
862
863
.
864
,
865
:
«
!
»
866
'
'
,
,
?
,
867
,
?
868
869
,
,
870
;
'
871
,
,
,
872
873
'
.
,
,
874
,
,
'
875
'
'
,
876
'
.
,
877
,
878
,
'
879
,
880
'
.
881
882
,
883
'
.
«
-
884
-
.
.
.
.
»
885
886
,
887
'
;
888
.
889
,
890
,
!
891
892
'
,
893
,
894
.
895
896
897
,
898
,
899
!
900
901
902
'
903
'
,
904
'
.
905
'
906
'
,
907
,
908
,
909
,
'
910
,
911
.
912
913
,
914
915
916
'
,
917
,
918
,
919
'
?
920
921
'
,
922
,
'
.
923
,
'
924
925
.
926
,
.
927
.
928
,
.
929
930
?
,
931
932
?
933
934
,
935
'
?
936
937
938
.
939
.
,
,
940
'
'
,
'
941
?
'
942
,
943
'
?
-
.
-
944
945
'
,
946
,
947
948
949
,
950
'
.
951
952
'
,
953
'
954
.
'
955
,
,
956
'
957
.
«
.
»
958
959
,
960
961
962
.
,
963
,
964
;
965
,
966
'
967
;
968
,
,
969
'
;
,
'
970
,
'
971
972
'
973
;
,
974
;
975
.
976
,
977
,
978
.
,
979
,
,
980
,
981
?
,
982
,
,
983
'
984
?
,
,
985
986
:
«
-
,
!
-
»
987
988
'
«
»
?
989
990
,
,
991
.
,
,
992
,
.
993
,
994
.
995
,
.
996
.
'
:
997
,
.
998
999
1000