Pareva ch'ella non conoscesse più né me né lui. Ora, tra gli orli delle palpebre induriti e netti, aveva di quelli occhi che ci lasciano perplessi e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia senza varco e senza presa. Lo stesso bagliore obliquo, che mutava in piastra rossa la scaglia dei tronchi, le infiammò su la tempia il metallo dei capelli. -- Addio -- disse ancóra il mio amico, levando la mano che aveva tratto dalla tastiera la lamentazione notturna. «Non t'ama, non t'ama.» Le ruote si mossero nel rombo, solcarono profondamente la via sabbiosa lasciando tra l'uno e l'altro solco qualcosa di quel fascino che la mia lanterna posta in terra aveva rischiarato nella notte lontana. Il rombo sì attenuò, si perse. Rimasi in ascolto tuttavia. Non udivo più se non i colpi del mio cuore ripercossi nella mia nuca. Un'ansietà simile a una vampa struggente dissolveva in me i pensieri, e mi ricacciava in bocca quel gusto di sangue e di cenere che avevo masticato sul cammino interrotto da quella mano sudicia colante e brancolante in cerca della cosa perduta. Tornai verso il canile, come si torna verso il luogo dove si compì un miracolo di vita o d'arte, per rinnovare le domande che restano senza risposta. I lunghi musi umidi sporgevano di tra le sbarre, e gli occhi scuriti dalla sera guatavano come quelli dei cigni quando si passa lungo l'acqua d'un giardino già invaso dall'ombra e dal sonno. Entrai; parlai, con quelle voci gutturali che i cani comprendono. Tutti m'erano intorno, imitando su le quattro zampe la cresta del flutto quando forma la voluta o impennandosi come le capre che danzano in memoria dei satiri. Un solo in disparte s'abbandonava a una folle allegrezza, come i cuccioli quando trovano un osso, gettando in aria e riprendendo fra i denti qualcosa che non potevo distinguere. Era appunto il favorito di Leda. Lo chiamai più volte. Egli cessava di giocare, mi guardava con diffidenza furbesca, esitava per qualche attimo, più sinuoso di un'onda in un disegno giapponese; poi si riallontanava saltabeccando e scambiettando sugli aghi di pino. Un richiamo più severo lo consigliò all'obbedienza. S'accostò gatton gattoni, quasi strisciando, con una grazia disperata; fece gli ultimi passi tutto chino sopra un fianco; poi si rovesciò sul dosso, ai miei piedi, come per svenirsi o per esalare l'ultimo fiato. Ma teneva tuttavia la cosa fra i denti con una forza accorta che la serrava senza romperla. -- Che hai? che hai? Lascia vedere. Annaspava con le zampe in segno di supplicazione. Per forzarlo a lentare, gli misi le dita nella commessura delle mascelle. Così gli tolsi la presa; era un pettine di tartaruga bionda, un piccolo pettine caduto dai capelli di Leda! Lo sentivo umidiccio di bava. Lo sentivo vivere d'una vita segreta nella mia palma soppesandolo. Non pesava più di una stella marina. Il cane era ancóra là disteso, come aspettando il perdono d'un fallo; e tra le frange socchiuse delle lunghe labbra i denti gli splendevano evocando in me «i carati della perfezione». Non avevo se non un pensiero tormentoso, generato da un'angoscia oscura: tentare di rivederla prima di notte. Il pettine smarrito era un pretesto plausibile. Forse ella era rientrata a casa sua, dopo aver ricondotto l'amico. Pensavo tremando: «Se la trovassi sola! Se potessi parlarle!» Ogni indugio mi pareva favorire non so che potenza nemica e respingere la mia fortuna. L'ansia non può respirare se non nella rapidità. Saltai su una bicicletta e presi la via, di corsa. Alla prima erta dura non ebbi alcuna pena. Uno strano vigore m'era venuto in tutti i muscoli, e il vento della sera entrava nel mio petto come in un fogliame nuovo. Traversai il Quartiere d'inverno, la città dei malati. Travidi qualche lampada accesa dietro qualche vetro. Mi parve d'indovinare, a destra, prima d'una svolta, la veste argentina del melo rifiorito. La campana sonò su la Cappella. In fondo a un viale arborato, dietro un alto Crocifisso, luccicò il Bacino. Sapevo che la casa era in vicinanza dello sbarcatoio: la quarta, a sinistra. Per trovarla camminai a piedi, piano, mancandomi l'ardire. L'ombra era in tutte le finestre. Passai lungo il muro del giardino, dove le foglie lisce degli arbusti lustravano tuttora. Le vetrate del vestibolo erano aperte: si vedeva in fondo un balcone anche aperto sul cielo pallido; e la brezza gonfiava le cortine, alitava sotto la volta. La casa pareva deserta. La risacca vi risonava come contro una banchina. «Forse è là, seduta nell'ombra. Ora mi riconosce, si alza e getta un grido.» Attesi immobile, nella corrente d'aria che mi rapiva in faville la vita. Ora ella non era più davanti a me; era dietro di me, come un blocco di gelo. Al suono d'un passo mi volsi. Qualcuno entrava dal giardino. Non so che ribrezzo istintivo e il luccichio delle lenti spesse m'avvertirono che l'uomo dal capo a piramide tronca sopraggiungeva. -- Chi è là? -- domandò, con una voce secca e penetrante che fendette il romorio della marea. Mi nominai; spiegai con poche parole la mia presenza; gli porsi il pettine avvolto perché lo restituisse a chi l'aveva smarrito. -- Non è tornata ancóra -- disse. E, con una cortesia precisa e gelida, mi propose d'aspettarla. Le mie pupille abituate all'ombra vedevano la testa fissa del pitone come nella incoerenza d'un sogno quando senza sospetto s'entra nella stanza e a un tratto si scopre nell'angolo il rettile enorme, fuggito dal serraglio, che guata eretto sul mucchio delle sue spire all'altezza dell'uomo. -- Grazie -- risposi, non potendo dominare quello strano terrore. -- Bisogna che vada. Uscìi; ripresi la corsa; giunsi fino all'estremità del viale marino, sperando d'incontrarla. Risalìi verso le dune. Rientrai; ritrovai tra i miei libri e i miei calchi l'odore del tabacco oppiato; rividi la tastiera scoperta e l'ombra dell'Immortale su l'avorio ammutolito. Vissi parte della notte come uno che sa di non più possedersi intero. Stetti in ascolto per cogliere un grido che non giungeva ancóra al mio orecchio ma toccava già la mia anima. Non so se da molto durasse il sopore della stanchezza, quando la mia anima risalì nei miei sensi col tumulto d'una moltitudine percossa da un allarme improvviso. Mi ritrovai levato su i gomiti, pieno d'una pulsazione fragorosa, con gli occhi spalancati nel buio, inconsapevole del tempo, del luogo e della sorte, come colui che si sveglia per morire nella casa che crolla. Secondo la consuetudine, la finestra era aperta; e indovinai l'approssimarsi dell'alba dal colore del cielo stellato. La frescura mi placò. Mi ricoricai supino, vigilando. In nessuna riva la malinconia del mondo fluttua come su questa dell'estremo Occidente, al principio d'ogni nuovo giorno. Il gallo della Landa ha il canto roco e lugubre, come se si ricordasse di discendere da quello ch'era consacrato a una divinità concepita dalla Notte senza il soccorso d'alcun altro iddio. L'uomo, che quel canto risveglia, si sente ombra, prima di riprendere il peso del suo corpo per ritrascinarlo alla sua pena. Di nuovo la stanchezza mi vinse. Come la gran luce mattutina mi riscosse, sùbito mi ricordai d'aver promesso un saluto alla madre del mio amico. M'affrettai per non perdere l'ora, e portai meco un mazzo di violette. S'era levato il vento di ponente in un cielo intrepido, pieno di fecondità, di migrazioni e di ritorni. «Forse non parte» pensavo, rivedendo la sua bocca amara, riudendo il suo riso stridulo. «Non parte più.» Ma un altro spirito, ricordandosi dello schianto di dolore che aveva lacerato le fibre dello strumento, mi diceva: «Parte. Se ne va. È vinto». E io avevo velato dentro di me l'enigma di quell'antica e novella faccia dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte. Attendevo da non so quale orizzonte non so qual messaggio, per disvelarlo e rimirarlo senza paura. Entrai sotto la tettoia squallida. Il treno era fermo su le rotaie, nero, stupido e massiccio. Sopra un lungo banco erano accumulate certe gabbie di canna piene di polli tramortiti. Il viso d'ogni creatura umana pareva portare un marchio di servitù e d'onta. Il gallo della Landa aveva cantato per costoro. Camminavo lungo le vetture in cerca del mio amico e di me, quando lo scopersi ripiegato contro la spalla della madre, cereo, come intorpidito da un narcotico, là, con le gambe flosce, con un po' del bianco degli occhi apparente fra le palpebre mal chiuse. Un gesto della vecchia signora prevenne l'importunità d'ogni mia parola, d'ogni mio atto. Ella si chinò con influita cautela verso me, evitando di riscuotere il figlio; e mi bisbigliò: -- Stanotte s'è uccisa. Questo mi fu raccontato da Desiderio Moriar. Come il racconto parve giunto alla fine ed egli taceva fisso al banco di sabbia mediano (pallida lacca senza asfodeli e senza vestigi, che apparteneva al mondo di giù) io gli domandai: -- Poteste vederla sul letto di morte? -- La vidi -- rispose. -- Aveva il viso intatto? Accennò di sì, chinando il capo; e le sue mani tremavano un poco, su le sue ginocchia. Osai aggiungere, a bassa voce: -- E com'era il suo viso allora? Egli fece la notte in sé, coprendosi la vista con le palme; e restò silenzioso. Il riflusso aveva lasciata scoperta l'immensa spiaggia; e l'acqua bassa non respirava più, ma immota rispecchiava il cielo immoto. I canali, i banchi, le dune, le lunghe lingue sottili, i capi protesi, le macchie basse, tutte le interne linee secondavano quella dell'orizzonte oceanico, per obbedire a un ritmo di perfezione sublime non consentito agli uomini se non nella sola ora che segue il transito. In un silenzio eguale alla nudità perfetta, la bellezza dell'Occidente stava supina. Nella Landa, giugno 1913. LA LEDA SENZA CIGNO ❧ ❧ RACCONTO DI GABRIELE D'ANNUNZIO ❧ ❧ ❧ SEGUITO DA UNA LICENZA ❧ TOMO SECONDO FRATELLI TREVES EDITORI • MILANO • MCMXVI -LICENZA.- A CHIAROVISO. Riodo approssimarsi il galoppo delicato dei puledri di gran lignaggio sul mio silenzio che oggi è metà nell'ombra e metà nella luce come la prateria liscia nel paese di Silvia l'Italiana. Vi sovviene ancóra, o Chiaroviso, di quel giorno d'estate acerbo e torbido come un meriggio di primavera immatura? Era l'ultimo spettacolo della vita leggera: la gara breve della grazia e dell'ardore ereditati per sangue. I puledri di due anni ci parvero le più belle creature dell'Universo, alti su le gambe e senza ventre come i miei levrieri creati e allevati nello stampo ideale dalla mia volontà che impara ogni arte. L'ippodromo era quasi deserto. Rari e assorti gli spettatori, tenuti da una inquietudine comune che inclinava i loro sguardi verso il suolo come se nel verde agguagliato cercassero erbe da sortilegi. Taluni erano sprofondati nella lettura dei fogli sibillini, senza volgersi al ritmo delizioso che segnavano gli zoccoli dei giovani cavalli partendo in gruppo sul terreno sonoro e cedevole. Io pensavo al principio di un'ode, che somigliasse a quell'impeto fresco, fresco e allegro come il frullo d'uno stormo d'uccelli spiccatosi da una frasca rinnovellata; il quale era per risolversi in schiuma e in sudore fumanti giù per la pelle ove il fuoco delle vene palesi dava imagine di quella vibrazione silenziosa che la canicola crea contro le sabbie ignude. Patetica ora di bellezza e di divinazione, perpetuata nella memoria come il frammento d'un fregio sopravvissuto a un tempio in rovina. Non era infatti men bello della cavalcata fidiaca quel grande stuolo di puledri «figli del vento» che non sembravano calpestare l'erba ma sorvolarla. Erano ventuno: tre volte sette: il numero ritmico e magico del quale fui sempre studioso. E li cavalcavano fantini quasi fanciulli, dai visi netti, senza pur la prima lanugine, fratelli minori dei cavalieri ateniesi, sprovvisti della clamide e del cappello tessalico ma non della flessibile eleganza. Ci protendevamo dallo steccato per seguire la corsa, con gli occhi avidi di chi s'accommiata e si volge prima di allontanarsi. Seguivamo quell'onda ardente e fremente, dal sole all'ombra, dall'ombra al sole, su la pista verde e azzurra a volta a volta, con la stessa agitata malinconia che ci travaglia quando vediamo dileguare l'ultima giovinezza o l'ultimo amore o l'ultimo piacere. Era l'ultimo gioco dei nostri ozii e della nostra pace. Attendevamo che del gruppo, compatto come una sola bestia baia dalle zampe numerose, irrompesse il vincitore certo, il campione designato, quello che avevamo scelto per la scommessa, quello che l'eccellenza della struttura e la potenza del sangue annunziavano più formidabile nella lotta. E mi si ripresentava nella mente concitata quel meraviglioso corsiere britanno, prediletto della vittoria, che sul punto d'esser superato dal rivale si voltò furibondo e lo addentò al garrese per impedirgli di vincere. Così a un tratto l'ansietà del gioco si mutava in un sentimento più acre e più profondo. Non già sprizzò sangue dal garrese del puledro che alla svolta sopravanzava di tutta l'incollatura lo stuolo chiuso conducendo la corsa; ma l'odore del sangue futuro pareva salire da quel dolce seno dell'Isola di Francia, ma dai molli orizzonti del Vallese pareva affacciarsi la Guerra e soffiare la sua afa di putredine e d'incendio. Non più palpitavamo per quella vittoria ma per un'altra, non più per i giovani cavalli ma per i giovani eroi. Ci guardavamo negli occhi, a leggervi lo stesso pensiero; ed eravamo un poco pallidi, sotto l'ombra d'una nuvola fugace. E, come nei nostri occhi fraterni, in tutta la nobiltà della contrada, su cui tremolava pel declinare del giorno il sorriso italiano di Silvia, noi leggevamo il presagio della resurrezione latina. Gli edifizii, le colline, le acque, i prati, i parchi si armonizzavano in lineamenti della medesima architettura. Nel dominio che la nepote trilustre di Maria de' Medici s'ebbe per il più abile dei suoi cinti, la mia anima toscana si accomodava come in una vecchia villa medícea. La Nonetta era vagabonda e vitrea come l'Ambra. L'Orsina arieggiava la bella Vespuccia dalla collana d'angue. Teofilo cantava come il Poliziano. Il puledro vincitore era ricondotto a mano nel recinto del peso. Un che di fluido e di fermo, insieme: il tremolìo dei muscoli sotto il sudore schiumante faceva pensare alla mobilità delle polle improvvise; ma i suoi tendini convenivano alla sua ossatura come le corde ai tenieri delle balestre. Dalla barbozza al nodello, dalla spalla all'anca, dalla punta del petto al fusto della coda, era tutto opera di stile ancor più concisa che quella scolpita nella metope attica. Ma tanta severità di forma non era destinata se non a governare la strapotenza della vita. Nelle narici e negli occhi gli spiriti del sangue bruciavano con la forza del fuoco che apparisce per gli interstizii del forno fusorio. E nel modo inimitabile di comprendere e di sentire quella convenienza e quella bellezza noi ci riconoscevamo latini. E intorno allo sforzo vittorioso di quel giovine animale perfetto vedevamo disporsi la perfezione secolare di tutte le nostre culture. Ed ecco che a quel gioco lieve stava per succedere un gioco tremendo, la cui posta consisteva di tutti i nostri beni. Noi eravamo per rischiare tutti i nostri beni contro un getto di dadi. Già udivamo risonare i malvagi dadi su la pelle d'asino tesa nel tamburo del lanzichenecco. Traversammo la prateria deserta, quasi a vespero, per tornare verso la casa amica. Io pensavo alla dimora di Silvia specchiata nelle acque chiare. Imaginavo nella parlatura di Francia l'accento della patrizia romana. Rare parole, passi lenti, gravi pensieri: Le torri del Castello allungavano l'ombra su i bacini e su gli spiazzi. Laggiù, forme taciturne della sera, un cigno attraversava uno stagno, una cerva attraversava un viale. Laggiù, in una sala deserta, il serpe grazioso si dislacciava dal collo della Simonetta e le si moltiplicava nei capelli ornati. Il bel capo genovese si faceva irto e sibilante come quello della Gorgone, e sovr'esso la nuvola del destino si gonfiava di minaccia. Sorridevamo di questa imaginazione camminando sul tappeto dell'erba; ma, come la luce si dipartiva da tutte le cose per andarsene all'occidente, sentivamo tutte le cose più dilette a poco a poco abbandonarci. Non soltanto un giorno finiva ma un mondo si dissolveva. I fantasmi della vita leggera si dileguavano più veloci che il galoppo dei giovani cavalli. In mezzo a quel morbido prato una necessità repentina ci premeva e ci curvava, dura come il ginocchio del Genio michelangiolesco. Io e Marcello, il mio compagno di giuochi, distaccandoci alquanto dalle gonne serrate che sembravano impastoiare anche le nostre gambe, ci guardammo con una commozione che scomponeva le nostre labbra e ci stringeva la gola; perché il flutto dei nostri pensieri e dei nostri presentimenti, levandosi e aumentandosi nel tempo medesimo, ci aveva insieme sopraffatti. La casa materna era là, tranquilla, sotto la protezione dei vecchi alberi: bella e comoda casa francese, tutta chiara e nitida, illuminata dall'ordine quasi più che dalle finestre, un poco italianeggiante come un sonetto della Pleiade. Udivamo i cani uggiolare e squittire nel vestibolo. Come la cateratta si solleva e la forza dell'acqua precipita, così la porta s'aperse e la loro gioia impetuosa ci assalì senza ritegno. Era una irrequietudine di muscoli simile allo sbattimento d'una stoffa di seta manosa percorsa da rapidi riflessi; e per entro vi brillavano gli occhi e vi s'appuntavano i musi che parevan quasi l'acume dello sguardo nella volontà di penetrare lo spazio. Tutto era potenza elastica, levità balzante, secchezza essenziale come nei cespi aromatici, giubilo d'amore, malizia infantile, desiderio di fuga, avidità e gelosia, fedeltà e disobbedienza. Erano fanciulli capricciosi e tremende macchine di vittoria, belve crudeli e damigelle timide, sognatori taciturni e dilaniatori inesorabili. Li amavamo come si ama una donna malfida e tenera, mista di svogliatezza e d'ardore, di frenesia e di mestizia. E, quando Marcello si chinò verso il prediletto e gli sollevò una zampa di dietro per esaminare un'unghia malata, il cuore ci tremò come davanti alla più squisita delle opere d'arte vedendo l'estrema luce trasparire nella membrana tra lo stinco e il tendine. Eppure il giorno innanzi, parlando della guerra, s'era a noi presentata l'eventualità di sopprimere una parte del canile, la necessità orribile di uccidere i nostri amici e di seppellirli in una fossa. Tutto quel vigore scolpito e cesellato era omai sotto la condanna. I morituri erano già scelti. Qualcosa di funebre era entrato con noi nella casa pacifica. Nelle stanze ordinate le tende e le portiere non si movevano, ma l'aria pareva inquieta come quando sta per scoppiare l'uragano e i servi corrono a chiudere i vetri e gli usci. Il Sacrifizio era venuto a prender posto tra i Penati. Non volgemmo il capo per ignorare la sua presenza. Ma ci avvicinammo a lui, gli togliemmo il velo, e lo guardammo con pupille ferme. Ora non dimenticabile di amicizia, di proposito, di speranza! Eravamo seduti intorno alla tavola familiare. Le lampade non erano state accese. A una a una le cose erano abbandonate dalla luce del giorno che se ne tornava all'Occidente. Una Vittoria dorata, del tempo dell'Impero, luccicava sul marmo del caminetto. Parlavamo piano, come se l'ombra di quella sera avesse una grandezza inconsueta. Lasciavamo freddare l'arguzia nella bocca e la bevanda nella tazza. Il nemico non era soltanto al confine ma su quella soglia. La soglia della casa e il confine della patria erano una sola santità che poteva essere profanata. Bisognava sorgere e combattere. Allora Marcello venne sorridendo, con quel suo viso bianco e affilato come una spada nuda che riposi sopra una lastra di Carrara. Venne e recò la sua tunica azzurra e il suo berretto di fantaccino tirati fuori dal fondo di un canterano. Odoravano di canfora. Non altrimenti ci saremmo commossi se fossimo stati sfiorati dalle pieghe della bandiera sventolante. Ciascuno di noi palpò il panno rude. Qualcuno forse lo vide intriso di sangue. Come il berretto andava al mio capo, ne traemmo un buono augurio; e ritrovammo il nostro sobrio riso con aggiuntovi un che di tagliente. Fin da quella sera le due patrie furono una sola per noi. Una campana di fuoco sonava in sommo del crepuscolo di luglio. Ci levammo per uscire all'aperto, come soffocati. Respirammo la battaglia e la liberazione nel vento che passava su l'Isola di Francia. Vi sovviene, o Chiaroviso, di quella sera? In quella sera, per segno di fraternità latina, io vi diedi il bel nome italiano che a un tratto mi ricordai d'avere scoperto in una vecchia carta notarile pistoiese quando i bei nomi generavano nel mio spirito le belle eroine: Chiaroviso. Sembra il nome luminoso delle due patrie congiunte. Poi seguirono giorni stupendi, che canteremo. Colgo intanto per voi nel libro della mia memoria queste pagine di passione scritte sotto la data del 27 di quel luglio tragico. V'è un canto nascosto. [Veramente oggi la vita è sospesa; e, così com'è, sembra non valga più la pena d'esser vissuta. Il tedio e l'ansia s'avvicendano; o l'una attraversa l'altro come la corrente che passa pel mezzo del lago stagnante. Non so quante cose malate e quante cose morte appèstino l'aria. Respiriamo infezioni senza numero e ignote, come quando la polvere crassa e il fango risecco ribollono sotto la prima acquata in un paese che devastarono la canicola e la pestilenza. Mi ricordo di aver paragonato una certa tristezza dell'uomo alla nave che con l'elica guasta è perduta nell'immenso polipaio, nell'inerzia ardente dell'Oceano sotto il Tropico, morendo a poco a poco nel fetore della sua sentina. Sentii l'odore d'un abisso invisibile e onnipresente, il pestifero fiato d'un gran mare torpente ma pieno di occulta ferocia, di vita vorace.... Ritornano in me le imagini di certi pomeriggi romani, nel tempo più tristo, quando le oche del Campidoglio scendevano a starnazzare e a gracidare nella Cloaca, restando abbattuto o deserto ogni altare venerabile. Ritorna in me qualcosa di quella disperazione e di quella nausea. Manìe, Manìe silenziose, erranti nell'inferno della città canicolare, col passo degli sciacalli famelici, tra le bucce lùbriche dei frutti e lo sterco dei cavalli coperto d'insetti che hanno il lucore dell'acciaio azzurrato.... L'aspetto di Parigi è sinistro, sotto il cielo basso umidiccio e grigio come il vapore della caldaia che bóllica. Il fiato di tutti quegli uomini che s'accalcano nel Tribunale sembra appestare la città intera. Ciascuno di costoro ha messo la sua unghia listata a bruno nei buchi fatti dal piombo alla veste dell'ucciso, e con quella stessa unghia s'è levata la càccola dal naso partigiano e l'ha deposta cautamente su la manica del suo prossimo. Non c'è dunque altra bandiera che quel soprabito bucato e un po' di biancheria sporca? Non c'è altro grido di allarme e di riscossa che il falso rugghio avvocatesco? In un rauco baritono forense Parigi vede un magnanimo leone, e i baffi ritinti e spioventi d'un accusatore ben mandibolato le danno imagine dell'antica rudezza gallica. Sii dura alla presa, mascella faconda! Dicono che la vendicatrice non abbia ucciso se non per farsi riamare da un marito stufo. Non so perché, penso a quel piombo che i pescatori mettono in bocca ai pesci morti, di cui si servono per esca. L'anima stessa della città mi ricorda uno squalo arenato, laggiù, su la spiaggia atlantica, in una sera di luglio senz'astri, ove l'udii lungamente soffiare e agitarsi finché l'alta marea non lo salvò. La marea sale? Che è questo romore meraviglioso, il qual sembra venire dalla profondità dell'orizzonte? Non c'è nessuno che si corichi in capo d'una strada, dalla Parte di levante, e ponga l'orecchio contro terra in ascolto? Forse la Francia eterna, la grande Seminatrice che ha esausto la semenza del grembo, sta ora così contro terra in ascolto; e un poco di quella terra arida si pone ella su la lingua, sotto specie eucaristica, prima di risollevarsi. S'aspetta la sera, per alfine seppellire il morto e i mal vivi. Forse a mezzanotte dai quattro canti della città, subitamente, le trombe invisibili soffieranno la guerra; e nessuno vorrà dormire nel suo letto, ma ognuno aspetterà l'alba per riconoscere il suo vero viso e il viso altrui. E il tono dell'ultima canzone, interrotta nella gola grassa della cantatrice da conio, sarà cosa memorabile pel goditore costretto a intendere il primo grido dell'allodola come richiamo di combattenti. Tuttavia la speranza della pace cola pei rigagnoli, alla soglia delle botteghe, tra chiavica e chiavica, come una immondizia tarda che domattina gli spazzaturai mescoleranno all'altro sudiciume e porteranno via su' loro carri cigolanti. È l'ultimo giorno di vituperio? sono l'ultime ore di vergogna? Non so se la femmina del mestatore oda ripalpitare il cuore della vittima sotto il pavimento della cella, secondo l'ingenua favola del rimorso e dell'espiazione; ma a noi sembra udire, in una maniera misteriosa, un cuor nuovo battere a quando a quando, non sappiamo dove, forse nella nuvola, forse già nella nostra carne opaca, come allorché il nostro polso medesimo rappresenta al nostro orecchio un rombo strano e lontano. O necessità della sorte, dura e pur bella, che non ci consente di vivere più oltre se non siamo capaci di creare a noi stessi la nostra primavera e di restituirci in novità di vita! Perché quello che fino a ieri ci valse, oggi non ci vale più; quel che ci appartenne, non più ci appartiene. I sostegni abituali mancano a un tratto, i comuni rimedii sono inefficaci. Domani non possederemo più nulla, di quanto fu la nostra ricchezza illusoria. La nostra vecchia anima sarà men che un cencio da buttar via. Saremo spogli di tutto, vuoti di tutto. E non ci sarà permesso di mendicare, ma sì ci sarà imposto di conquistare. E la vera legge marziale sarà su noi instaurata dopo la guerra delle armi; che uccidere e distruggere sarà ben facile cómpito in paragone di quel che i superstiti troveranno dinanzi a loro. Quale, tra le sorti del mondo, è magnifica come questa che si disegna ai nostri occhi attoniti? Neppure la resurrezione asiatica, il subitaneo ringiovanimento che rinnova la sacra Asia, le è comparabile; né alcun altro più fiero dramma di stirpi nella storia umana. Ecco che l'Europa decrepita, la temporeggiatrice incurvata dal peso delle sue frodi e delle sue viltà, sta per immergersi tutta nel sangue con la certezza di uscirne più giovine che quando su lei barbara i freschi vènti della Rinascenza soffiarono dal Mediterraneo! Il più crudo fato diventa una fede inebriante, per gli spiriti maschi. L'ansia si placa in un culto di aspettazione. Penso che l'antico Ade non fosse nel mondo di giù, ma rimasto sia con gli uomini che l'imaginarono. In questo intermezzo di giorni so che mi muovo tra le ombre della vita, ignudo di ogni bene e quasi immemore, non dissimile a un ospite delle valli cieche. La malattia m'aveva già distaccato da molte cose, e liberato interamente dalle ceneri del mio stesso ardore. Esco dalla convalescenza come uno che, abituato a camminare con gravi fardelli e più grave compagnia, passi a nuoto una rapida fiumana, avendo prima in essa gettato ogni sua soma e lasciato i seguaci su la riva. Sono leggero e spedito per andare verso l'avventura, verso il pericolo e verso la morte. Forse mi sarà dato di sentire in me la stupenda novità che si prepara, prima di disciogliermi. Ma già la ricevo in forma di annunciazione. Dal principio della primavera a questa estate, un sentimento continuo di precarietà m'ha impedito d'intraprendere qualsiasi cosa e pur di disegnarla. La vicenda cotidiana m'era estranea e remota. I prossimi mi parevano larve inesistenti. Poiché la vita, quale mi s'offriva, non valeva la pena ch'io la vivessi, ero contento d'essere occupato dal mio male e dalla mia pazienza, chiuso in una sorta d'involucro angusto, simile a una crisalide silenziosa. Ma tuttavia avevo in me la certezza che quel tempo non fosse se non un passaggio fatale e che in fondo a quel silenzio si accelerasse il ritmo formidabile del Destino. Pensavo che una parte della materia umana fosse tolta a me, come a ogni altro uomo consapevole o inconsapevole in quel punto, per alimentare e aumentare l'evento, e che il mio soffio e l'altrui fossero menomati per accrescere un turbine non del tutto composto ancóra. Tenevo il viso rivolto verso una triste finestra che dava su una corte ove non s'udiva se non cuoche scodellare, serve cianciare, bambini fiottare, ustolare cani prigionieri. Quanto ho amata quella umile solitudine che mi preparava a non essere più solo! E mezzogiorno, è l'ora alta in cui le carogne abbandonate brulicano di vermi e ronzano di mosche. L'aria è ambigua, calda e fredda a volta a volta, afosa e umidiccia, quasi ributtante come certe mani che ci sono tese nella strada e che ci danno il bisogno subitaneo di nettarci dal loro contatto non soltanto con l'acqua ma con l'acido. Alla punta della Torre di ferro, che sembra il priapo della città, la nuvola si lacera rossastra come il fumo alla bocca del cannone. Pioviggina? o è l'immondo sudore della Corte d'Assise, che ricade su Parigi anelante? Un venditore di giornali vocia, laggiù, verso l'Arco di Trionfo; e mi par di vedere la sua fauce vinosa, la sua carotide gonfia che sforza la cravatta rossa, il suo berretto consolidato dall'untume. Il vano dell'Arco è senza luce: sembra murato provvisoriamente con mattoni per coltello. Ma domani l'alto rilievo eroico di Francesco Rude, la -Dipartita-, non si staccherà dalla pietra, non diverrà un gruppo scolpito di tutto tondo, non si metterà a camminare, non s'ingrandirà come una valanga, non travolgerà tutto e tutti nel suo impeto trionfale? Abbasso le palpebre su la mia intollerabile angoscia; e rivedo la mietitura del mio paese, un certo campo del Lazio tutto sanguigno di papaveri, una mano bruna che ha un suo certo modo di prendere la manata di spighe da segare, un fastello di covoni coperto di passeri ghiotti nel contado di Settignano, uno stuolo di mietitori seminudi lungo la via polverosa di Montecassino, il tremendo specchio del lago di Nemi nel suo cerchio di selve, la lunata d'una spiaggia etrusca, la stortura d'un pino piceno carico di cicale, gli occhi d'una paranza ortonese dipinti di minio, e la sacra bocca dolente di mia madre. Si parte dalla mia anima un gesto improvviso di passione, come verso una presenza tangibile, come verso una creatura nel tempo medesimo reale e ideale. Per alcuni attimi il desolato volto materno si pone tra me e il volto della Patria che ho creduto di scoprire come in un lampeggiamento penoso. «O timore simile all'inverno che conduce per mano la speranza simile alla primavera!»] E trovo nel libro della mia memoria queste altre pagine sotto la data del 30 di agosto. V'è un canto celato. [Oggi l'invasore è a La Fère, occupa la cittadella forse immemore d'un'altra capitolazione precipitosa davanti alla medesima forza. I suoi cavalli scendono per la vallata dell'Oise verso Parigi, calcano già il vero cuore della Francia, scalpitano la più sensibile parte della terra afflitta, con ogni pesta profanano una memoria, offendono una bellezza, rinnovano un dolore. Ho veduto un velo subitaneo turbare lo sguardo di colui che dianzi mi dava la triste novella, nato nella contrada natale di Jean Racine, all'ombra delle vecchie torri alzate da Louis d'Orléans. Ora, se socchiudo gli occhi ed evoco l'Isola dai tre Gigli, mi sembra di vedere tra poggio e poggio tutti i suoi campanili tremolare come i suoi pioppi; e forse non è se non il pianto contenuto del mio amico, che mi fa vacillare lo spirito. Ma mi riappare, ne miei ricordi di pellegrino, l'antica signoria dei Coucy senza paura, entro la disutile cerchia merlata, sopra le praterie basse inondate dalle due fiumane, in un odore di concia. Or è quarantaquattr'anni, quella città di pellai, di mugnai e di oliandoli issò la bandiera bianca, avendo perduto tre de' suoi borghesi, dopo un assedio d'un giorno, con tutte le sue vettovaglie intatte e con più di cento cannoni ammutoliti. La foschía di quel malvagio novembre lontano sembra oggi a un tratto rispandersi su Parigi attonita. Il cielo è ingombro di cenere, le strade sono pallide come arterie senza sangue, la Senna stagnante e spessita sembra resistere allo sforzo del rimorchiatore fumoso che trascina la lunga fila dei barconi carichi di carbon fossile; e tutti gli alberi perdono le foglie, come se all'improvviso si ammalassero d'autunno. Il palpito della città è intermesso, ineguale, rotto da lunghe pause o accelerato da un'ansia folle. Una piazza deserta par vôtata dalla tromba duna nuvola che s'alza, s'avvolge e trascorre a levante, torbida e gonfia della vita rapita agli uomini. Uno sprazzo crudo di sole contro un marciapiede popoloso sembra annientare i passanti, come uno scoppio di mitraglia. Un gruppo di operai famelici, sotto un muro spellato di vecchi affissi osceni, non è se non una minaccia d'occhi selvatici e di bocche ferine. Vetture in corsa, zeppe di carne da macello, passano con un gran rombo e un gran vocìo, andando verso tramontana; e tutti i fantaccini son seduti su le loro brache rosse, come i battaglioni falciati all'altezza degli inguini stanno a terra in una pozza grumosa e ancor gridano. Le dodici stazioni di Parigi pompano il coraggio e la viltà: scaricano fuor della cinta quelli che vanno a combattere e quelli che si salvano. Visi bianchi di donne dalle ciglia e dalle labbra dipinte appariscono, nella rapidità dello spavento, di tra i cumuli delle valige e delle scatole, in fuga disordinata come se già il primo drappello di ulani fosse alla Porta Delfina. Il veterano già rimastica il pane scuro dell'assedio, tra i denti che gli restano. La cortigiana, abbandonata dal mantenitore, si dondola su gli alti tacchi con un gioco sapiente di ginocchi e di lombi nella gonna stretta, lungo le botteghe chiuse, sotto l'ingiuria delle oneste portinaie, già pronta ad accogliere il dragone bavaro o l'ussero della morte. Contro i cancelli d'un ambasciatore invisibile s'accalca la fame degli emigrati, s'impazienta la lunga attesa vana; e già l'odio e la ribellione balenano sopra la miseria, mentre il lezzo umano si mescola al fiato putrido dell'estate moribonda. Ecco il silenzio della pietra, una via deserta e cieca, un'ombra plumbea fra alte case esanimi, uno spazio morto, qualcosa d'un canale succhiato dalla bassa marea, e me simile a un rottame sperso, a una bottiglia vuota, a una scarpa informe di naufrago. «Chi sono? dove vado? e che ho mai fatto?» Le mura si serrano. Mi soffermo, per fiutare quell'aria ignota. In capo della strada, tre vecchie agucchiano e biasciano davanti a una soglia, con le gote grinzute come le palme delle mani e, come le palme, scritte dal Destino per segni indecifrabili. Parche senza nome, mi guatano e mi agghiacciano, minacciando con le loro cesoie nascoste l'ultimo filo del mio passato. «Il ragno tumido ha tessuto la sua tela fra i rami del mio lauro.» Perché non posso più sopportare la solitudine? e perché non posso più conservare la mia sostanza né considerare gli aspetti della mia anima? Un tempo sapevo con qual tra- vaglio l'operaio sanguigno, che m'ho alla cima del cuore, trasmutasse tutte le cose in mio sentimento. Oggi mi sembra che il cuore carnale «non maggiore della man chiusa» faccia un altro lavoro, a me sconosciuto, e ch'egli non riconduca a sé, pel circolo consueto, quel che fuori di sé ha spinto. Tutto si parte, e nulla ritorna. Tutto si dona, e nulla si riprende. Ho perduto il mio mondo, e non so se ne conquisterò un altro. Ho ripudiato quel che fu la mia potenza; e talvolta, con un profondo brivido, nel tumulto degli uomini, penso a una bellezza segreta che non so rivelare ancóra e che forse altri manifesterà per un'arte misteriosa non posseduta da me se non in forma di divinazione. « Chi inciderà ancóra una sillaba nel frontone dell'Arco? E chi nella parete del Monte scolpirà una lettera sola del nome? E chi scruterà l'Avvenire convolto nel grembo penoso?» Talvolta, all'annunzio d'una strage, penso che la guerra prepara gli spazii mistici per le apparizioni ideali. Se resto solo, o nella mia casa o nella via, mi sembra di udire in realtà crollare le masse d'uomini come quando nella foresta folta si pratica la radura che subito è occupata dalla nuova luce. Questo senso continuo dell'opera di morte dissolve ogni pensiero abituale. L'abbattimento è senza pausa. Quel che un Antico nostro chiamava «il tagliamento delle genti» non ha mai tregua. In ogni attimo le creature sono agguagliate alla terra che si abbevera del loro sangue furioso, prima d'inghiottirle e di convertirle in sua grassezza tranquilla. Anche una volta la divinità della terra è testimoniata dall'immane sacrifizio. Ella prende il corpo orizzontale dell'uomo come misura unica per misurare il più vasto Destino. E se si sazia di carne, poi la rende in ispirito. Dove il carnaio si dissolve, quivi nascono i fermenti sublimi. Dove si sprofonda il peso mortale, quivi la libertà dell'anima si leva. Quanto più larga sarà l'offerta, tanto più alto sarà il prodigio. Così comprendo come la terra e la guerra sieno entrambe d'essenza divina e per sempre congiunte da un patto non violabile. Nei campi e nelle nazioni il solco, sia bruno o sia vermiglio, è fatto per essere seminato. E ogni solco non ha altra necessità se non di crescere e d'alzarsi. Mi viene in mente una parola tragica: «Avete voi giaciuto come il figliuolo e la madre, tu e la terra?» Mai fu più forte e pieno il contatto fra l'uno e l'altra. E ora so perché mi diede tanta commozione il leggere che i soldati d'Africa, in un assalto disperato contro i reggimenti della Guardia imperiale, combatterono tutti a piedi nudi. Ogni attimo ha qualcosa di lontano e di sacro; e in ogni luogo lo spirito è dalla poesia rapito fuori del tempo. La Senna ristagna sotto una calura cinerea. Di là dalla ripa arborata il poggio s'accovaccia sotto un castigo di nuvoli. Nell'acqua inerte si specchiano le croci bianche abbaglianti dipinte su le prore delle lunghe barche di traffico. L'ululo d'un rimorchio lacera l'afa greve, e gli risponde un mugghio dal polverio del ponte. Innanzi la porta risonano i colpi degli abbattitori d'alberi, che tagliano i tronchi per abbarrare il passo. Dietro la porta, nella via soda, i picconi scavano la trincea. Qualcosa di primordiale e di selvaggio è nel chiarore del nembo imminente. Il pericolo soffia per la valle del fiume tributario; par visibile come la polvere, come il fumo, ch'entrano negli occhi e nella gola di chi cammina. Una immensa mandria di buoi s'incalza e s'accavalla sul ponte, sbocca su la strada, si spande per la ripa, spinta coi gridi e coi pungoli dai soldati e dai bovari polverosi. Sono mille, sono duemila, sono tremila. Si precipitano innanzi come un torrente gonfio; e hanno il colore dell'alluvione che ha rapinato le terre fulve, il colore della ruggine e dell'ocra, della paglia e del croco. Perché tanto si affrettano? per sfuggire all'inseguimento del nemico? Par di udire già all'altro capo del ponte il galoppo dei cavalli e di scorgere un balenìo d'armi in asta e di respirare l'antichissima forza dei re chiomati. L'amico che mi accompagna, della miglior razza di Francia, mi serra il braccio in una sùbita commozione. Egli ha inteso, nel grido d'un giovine bovaro, il nome della bella bestia color di covone che passa rasente sfiorandoci col suo corno spuntato: «Jaunet!» Non è l'accento di Piccardia? Qual campo del paese invaso arò il bue flavo dal nome leggiadro? Le figure delle città violate riappariscono: Amiens rivolta verso il suo Angelo fulgido di cicatrici diritto sotto la Porta maggiore che il Paradiso invidia; Saint-Quentin, squillo di tromba, rintocco di campana, grido di riscossa, raccolta nella loggia del suo palazzo comunale la fede inespugnabile; Noyon silenziosa e pensierosa, con le sue case di cotto e i suoi orti murati, intorno al suo duomo dall'abside coronata di cappelle raggianti.... La tristezza del mio compagno e il richiamo rinnovato del bifolco risvegliano in me il ricordo d'un campo toscano a me dolce, ove sino al tardo vespero udivo la voce di colui che guidava l'aratro incitando i bovi bianchi dal muso imprigionato nella gabbia di salcio splendenti tra gli oppi e gli olivi più che ogni altra cosa chiara, mentre su dall'Arno veniva il rombo della mulina e delle pescaie. Il temporale scoppia sul poggio, come una battaglia. Il tuono imita il fragore del cannone. Le nuvole si squarciano e si riserrano. Una luce sulfurea illividisce la verdura. Le prime gocce di pioggia sono tiepide, come se grondassero da una larga piaga. Forse il buon batrono San Dionigi cammina sopra le nuvole, verso la città minacciata, portando tra le mani ferme il suo capo mozzo che cola e non dole? L'immensa mandra sbigottita, sotto gli urli e sotto i pungoli, si precipita verso la porta, scalpitando la via sonora, rosseggiando ai lampi spessi, accavallandosi contro i tronchi abbattuti, contro l'alzata di terreno che difende la trincea, contro i cancelli afforzati in fretta con travature di longarine. È la vettovaglia d'assedio, la provvisione contro la nuova fame, il vitto di sciagura. Una frotta di colombi messaggeri vola basso, nel chiarore sinistro, a poche spanne dal tumulto dei dorsi fulvi. S'ode in alto, nella regione delle folgori, il battito coraggioso d'un velìvolo che affronta la tempesta. Un carro di feriti è arrestato dal bestiame che si serra contro le ruote fumanti: il sangue brilla nelle fasciature e l'intrepidità negli occhi. Sotto le sferze della pioggia i buoi mugghiano a morte. Le bandiere garriscono nella raffica, come vele sfuggite alla scotta. Le foglie s'involano nell'ignoto, con le sorti sibilline. D'improvviso uno smisurato arcobaleno s'accende sulla città cupa, e il teschio di San Dionigi fiammeggia nel disco del sole.»] Ed ecco, amica animosa, ecco le pagine scritte il 3 di settembre, alla vigilia del miracolo inatteso. V'è un canto nascente. [È un giorno mistico, dominato da un silenzio così alto che il passaggio dei carri di guerra ferrati non l'interrompono. La gente è taciturna e raccolta, grave e rara. Le vie sembrano più larghe, piene di attenzione dalla parte della luce, piene di aspettazione dalla parte dell'ombra, deserte d'uomini inutili, popolate di pensieri operanti, con in fondo qualche monumento solenne che non è se non un gruppo di memorie impietrate. Tutta la paura alfine ha lasciato la città, è fuggita con ogni sorta di veicoli, s'è dispersa per le province più lontane, ha messo in salvo il suo ventre correndo senza fiato verso le terre immuni e grasse, ha già raggiunto i Pirenei, l'Atlantico, il Mediterraneo. Si respira un'aria più schietta e più aspra, come se un vento robusto avesse a un tratto spazzato le infezioni. E, considerando Parigi divenuta più bella e più forte, penso a quell'antica Torre fondata su la riva destra della Senna da Carlo il Calvo; la quale nella notte che seguì il primo assalto dei Normanni condotti da Sigefredo, quasi a miracolo crebbe di più cubiti e si munì d'un altro ordine di feritoie. Oggi mi sembra che nell'Isola della Città si sia novamente rafforzata l'anima civica. E io veggo entrare nel Duomo di Nostra Donna l'imagine della Francia male armata ma intrepida, come v'entrò a cavallo Filippo il Bello con quella mezza armatura, senza usbergo né gambiere, ch'egli portava a Mons-en-Puelle vittorioso contro la sùbita aggressione dei Fiamminghi. Non più brulicanti del formicaio umano che le celava e lordava, non più sonanti del penoso strepito, ridiventate a un tratto ignude e libere, le pietre oggi vivono d'una vita antica e nova, riacquistano il mistero e la potenza, rimemorano quel che fu e annunziano quel che è per apparire. Alle rotte luci di questo pomeriggio ove l'autunno sembra scendere precoce, ingannato dalla rossa vendemmia che si fa fuor de' tini, esse hanno l'aspetto profondo dei sogni che sono proposti all'interprete dei fati. L'illusione del tempo è distrutta. E mentre laggiù San Luigi entra per la Porta maggiore tra le due torri recando la corona di spine, ecco che dietro di me, al ponte di Maria, sbarca un giovinetto sconosciuto, smorticcio e scarno, di nome Bonaparte. L'Isola, simile a una nave incagliata nel limo del fiume, ha la prua frondosa rivolta all'Occidente: non soltanto alla parte del cielo ove declina il sole ma al sacro mondo di bellezza, di eroismo e di gloria che pesa in questa parola nostra dacché verso la plaga incognita l'Ulisse novello fece de remi «ale al folle volo». Occidente, splendore dello spinto senza tramonto, nessun barbaro poté mai spegnerti, nessuno mai ti spegnerà ne' secoli, finché l'uomo porti su' suoi sopraccigli una fronte per rispecchiarti. È un giorno mistico. Le nubi sono così fulgide e si dilatano in così ampio cerchio che mi fanno pensare alla Rosa sempiterna, e mi rammentano la parola di Beatrice: «Vedi nostra città quanto ella gira!» Quale può esser mai l'ardore dell'azzurro, oggi, su Roma? e qual mai, apparendo al popolo rapito, la faccia del nuovo pontefice latino? Chiudo gli occhi, col capo tra le mani, coi gomiti su la pietra del parapetto; e il silenzio m'accompagna nella memoria la via di Santa Marta, la via delle Fondamenta, deserte e sonore sotto il mio passo, ove in giorni inquieti di giovinezza e di ambizione cercai un che di grande e di remoto all'ombra dei Palazzi Vaticani. Rivedo, più oltre, la Pineta Sacchetti, simile a un colonnato chiomoso, ove tra l'erba fioriva il porrazzo che è l'asfodelo dell'Agro, per me inespugnabile come quello dell'Ade. Là solevo far lunghe soste, in vista della mole papale e del Soratte solitario, con una specie di pensieri che non ritrovo più ma che mi raffiguro quasi corporei, dotati d'una violenza flessibile e audace, in quel modo che un cacciatore si ricorda del fiato forte d'una fiera con cui ha combattuto da vicino. E rivedo la volta dei Profeti e delle Sibille, dove oggi forse dinanzi all'Eletto si abbassano i baldacchini dei porporati. «-Acceptas ne electionem-....» La materia del mondo è di nuovo incandescente, come il massello che deve patire l'incudine e il maglio; è in fusione come il bronzo che deve colare per tutti i rami di gitto a riempiere la forma cava. Se il pontefice fosse un artefice di vita, se il vicario di Dio fosse un creatore onnipotente, quale opera potrebbe escire dalle sue mani! Or è molt'anni, in una notte di dolore commossa da un fremito di speranze, salutammo un re eletto dal Destino con segni che ci parvero meravigliosi. O tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare! Si sogna che in questa ora sia vestito della tunica bianca e coperto del camauro vermiglio un papa giovine come quell'Ottaviano principe de' Romani nomato Giovanni XII, imberbe come il figlio di Alberico ma capace di contenere nel suo petto il coraggio sovrumano d'Ildebrando. Si sogna ch'egli non vada a sedersi sul trono preparato davanti all'altare per ricevere il bacio dei suoi cardinali, ma rimanga solo e si stenda supino sul pavimento della Cappella, con gli occhi e gli spiriti rivolti alla visione sublime di Michelangelo, e quivi faccia la sua vigilia, steso come le miriadi d'uomini in quel punto abbattuti su la terra dalla guerra, inspirato dalla Morte che è la musa della Resurrezione. E, se tu volgi col dito il foglio del libro verace or che il Genio con la sua face t'accende la lucerna, qual tirannide crolla, nasce qual novo mito, qual puro eroe s'eterna? L'acqua passa sotto il ponte, fatta bionda dal riflesso delle nuvole bionde, come l'acqua del Tevere. Un segno più luminoso arde su i padiglioni del Palazzo comunale, a imagine di quell'angelo fiammeggiante che apparve sul sepolcro di Adriano mentre Gregorio stava per entrare nella basilica di San Pietro. Tutto il cielo è solcato di presagi, come nelle ore fatali. Sembra mosso per me dal medesimo ritmo che nello spazio curvo della Sistina atteggia le forze necessarie. La Delfica svolge il suo rotolo pieno di sorti, da oriente a occidente. Che guardi? Una cosa fuggente, o una che giunge dai mari onde tu stessa venisti? Scendere su i popoli tristi le ceneri crepuscolari, o sorgere l'albe cruente? Mi tornano nello spirito le melodie che non furono udite e che perciò a taluno devono oggi sembrare più belle. Rimpianto e speranza mi fanno delle due patrie una patria sola. Qual potenza si mostra oggi, laggiù, dall'altura che è la sommità dell'anima cristiana, all'aspettazione del popolo? Qual mano si leva oggi a tracciare tre volte nell'aria di Roma il segno della croce, mentre da ogni terra una crociata senza croce si leva contro l'ultima barbarie? -Ecce sacerdos magnus.- Ma forse il nuovo Pastore è carico d'anni e, incatenato alla pietra secolare, già si curva sapendo come pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, che piuma sembran tutte l'altre some. L'ombra di Dante sembra soccorrere alla mia tristezza, creando in me per l'eco della sua rima un sentimento musicale che si confonde col desiderio della patria lontana. L'anima affannata si sogna di cercarlo nei luoghi dove forse peregrinò, e di ritrovarlo, e di domandargli quella consolazione ch'egli domandò sì dolcemente al buon cantore da Pistoia. «Casella diede il suono.» Come in sogno entro nel laberinto delle vie scure, che sta fra la piazza di San Michele e quella più antica dove un tempo gli scolari e le baldracche danzavano tra la Forca e la Gogna a suon di pifferi e di cornamuse. Casupole sordide dalle mura sudice di filiggine, attraversate da doccioni di latta, da cannelle di piombo che soffiano un tanfo di cavoli e di rigovernatura; porte di ricoveri disgustose come bocche di fogne, orribili covili dove nel cuor della notte i dormienti sono scossi d'improvviso e presi per i capelli dallo sbirro che li abbaglia con la sua lanterna di scoperta; bettole anguste come nascondigli, color di carne affumicata, ove si spende il quattrino del furto o dell'elemosina; botteghe di semplicisti, piene d'erbe giallastre, ove par d'intravedere per la vetrina bavosa di lumache i cadaveri seduti di quelle tre avvelenatrici che una mattina furono ritrovate uccise dai vapori delle droghe messe a bollire su' loro fornelli; cànove di vino tenute da vecchie megere, in zoccoli che sembrano staccheggiare nella feccia e nel fondime; ruderi di conventi divenuti depositi di pellami e fondachi di rigattieri. Un vagabondo lacero leva al mio passaggio il viso gonfio di cattivo sonno, mi guarda coi suoi occhi malati, e poi ricasca sopra il foglio che gli fa da guanciale. Quella femmina, su la soglia di quella taverna dalle tendine rosse, è la Caterinaccia, o è la Gianna soprannominata Scorzone da Benvenuto, la salvatichella veloce che gli servì di modello per le due Vittorie e per la Fontana Beliò? Quel negro camuso e crespo, in quella locanda sinistra a quella finestra senza vetri, non è forse Zamor, l'ignobile scimmiotto che divertiva la Dubarry e che più tardi le fece tagliare il collo? Par di riudire, con non so che allusione attuale, il grido della favorita bianca di terrore e abbrancata ai ferri del cancello: «-Encore une minute, monsieur le Bourreau!-» Ma dov'è il «vico degli strami»? Ecco, in una pietra murata, San Giuliano che traghetta Gesù con la sua chiatta. Ecco, alla porta della chiesetta povera, una sponda di pozzo riturata e consunta, ove forse bevve Gregorio di Tours. Ecco le due absidiole con umiltà francescana rannicchiate contro il Coro, ove sono sepolti i due Normanni incestuosi. Giuliano di Ravalet e la sua sorella Margherita, con le due teste mozze. Si dice che quivi Dante abbia pregato. Ma oggi l'altare non è più latino: è servito da preti e da diaconi barbuti, con la liturgia di San Giovanni Crisostomo. Un campanile di vecchia pietra fosca leva in un campo di ruine la ' . , 1 , 2 3 . , 4 , 5 . 6 7 - - - - , 8 . 9 10 « ' , ' . » 11 12 , 13 ' ' 14 . 15 16 , . . 17 . 18 ' , 19 20 21 . 22 23 , 24 ' , 25 . 26 27 , 28 29 ' ' ' . 30 31 ; , . 32 ' , 33 34 . ' 35 , , 36 . 37 . 38 39 . , 40 , , 41 ' ; 42 . 43 ' . ' , , 44 ; ; 45 , , 46 ' . 47 . 48 49 - - ? ? . 50 51 . 52 , . 53 ; , 54 ! 55 56 . ' 57 . . 58 , ' ; 59 60 « » . 61 62 , ' 63 : . 64 . , 65 ' . : « ! 66 ! » 67 . ' 68 . 69 70 , . 71 . ' 72 , 73 . 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