e la nota del chiù che mi toccava ogni volta il punto più dolente del
cuore come se meglio di me lo conoscesse.
Una nostalgia improvvisa m'accorava, creandomi nei sensi fantasmi
così pronti che un brano di me stesso pareva sollevarsi da un di que'
paglieti e poi ributtarsi giù in qualche piscina, o escire da una
lama, scendere per un trattoio, pascolare sotto una sughera. Poi le
allucinazioni animali s'interrompevano; e il sentimento poetico della
patria era come il murmure degli spiriti che sognano all'ombra degli
iddii lontani.
«M'è impossibile vederla, parlarle, intenderla» pensai soffermandomi e
posando la lanterna su la sabbia, dentro un'orma d'uomo.
Mi pareva di non poter sopportare la presenza dell'amica tormentosa che
m'aspettava, né contatto o prossimità di alcun altro essere angusto che
mi richiamasse a me, mi forzasse a rientrare in me stesso, ricacciasse
nelle impronte consuete quella straordinaria vita che sgorgava dal
mio petto e si spandeva per tutto l'orizzonte cupida di lontananza, di
novità e di creazione.
La lanterna era ai miei piedi; e dall'orma ch'ella occupava si
partivano altre orme per ogni banda e si perdevano di là dal limite del
chiarore. Il solco d'un carro biancicava come sparso di farina sfuggita
a un sacco forato, ed era il pòlline piovuto dal nuvolo; nell'altro
solco parallelo una catena di bruchi camminava verso l'eternità con la
contrattura lieve e spaventevole delle sue miriadi d'anelli; un ramo
rotto e sfrondato giaceva in traverso, biforcuto come quello che serve
a scoprire i tesori sepolti. Poco chiarore era per terra; ma mi pareva
che, se avessi voluto, avrei potuto accendere nel sommo del mio spirito
una di quelle luci onniveggenti che dalle torri della nave da guerra
esplorano in giro lo spazio ostile e irraggiano l'avanzare cauto della
morte. Avrei potuto scrutare il fondo della notte, se avessi sollevato
un'altra palpebra che m'era più a dentro di quella sensibile su cui mi
piaceva di provare la frescura marina abbassandola come sotto un labbro
fugace. Ma l'ansia di creare arrestava a ogni tratto l'espansione del
mio spirito, la mia aspirazione verso l'infinito, la mia inclinazione
verso gli abissi, come se avessi in me una sorta di presame misterioso
che rappigliasse in figure determinate l'idealità del mondo.
Un gran silenzio s'era fatto nella Landa; il quale non era se non il
muto crescere della notte paziente.
Come gli uccelli si precipitano contro i cristalli del faro, come gli
insetti aliano intorno alla lampada, la vita della solitudine urgeva
all'orlo del chiarore basso, respirava verso di me, mi guatava senza
esser veduta.
Tesi l'orecchio a un rumore singolare, non senza sgomento; ché pareva
ora prossimo ora lontano. ora nell'aria ora sotterra, simile al battere
cadenzato di due stecche l'una contro l'altra, simile al tintinno che
nel lavoro di maglia fanno i ferri urtandosi. Era il pastore?
Era certo il pastore immortale della Landa, su i suoi trampoli, là
nell'ombra, poggiato a un pino scaglioso, con ai piedi il suo cane
selvaggio dagli occhi palpitanti come i fuochi delle lucciole. Era
vestito di foglie? aveva per barba al mento uno sciame sospeso?
dall'opra assidua delle sue dita escivano pannocchie di corimbi?
La forma e la metamorfosi m'eran così vive nell'immaginazione che, se
avessi spenta la lanterna, avrei certo creduto vedere con le pupille
del mio capo e l'uomo e il semidio.
Tesi ancóra l'orecchio, inquieto; ché il battito strano continuava
senza intervallo. Seguendo il suono, entrai nell'ombra con un
sentimento indicibile, come se lasciando il cerchio del chiarore
escissi di me stesso per assumere non so che nuova natura notturna
e udissi battere il mio proprio polso nella sostanza che stava per
incorporarmi.
Non era se non il vento nelle dure foglie lanceolate d'una pianta
gigliacea che si moltiplica per le sabbie.
E dentro me non era se non il mostro oscuro dell'amore, non ancor
domato, non ancor legato, che ancóra si mutava e rimutava in mille
forme, mi tentava e m'ingannava per mille figure, mi travagliava e
rinnovellava con mille arti.
Come in me, così fuori di me tutto era travaglio e mutamento, angoscia
e smania.
Camminavo alla ventura, tenendo giù la lanterna sospesa e oscillante
a rischiarare i lembi d'un mondo meraviglioso come quello che il
palombaro vede per i fori dello scafandro. Come nel fondo del mare,
la vita vegetale e la vita animale avevano i medesimi aspetti. I
cespugli erano irti d'orrore, una voracità vigile protendeva le fronde.
E m'incalzava la sorte di colui che, avendo intraveduto alla soglia
dell'antro l'ombra della sirena, non seppe più ritornare a galla.
Dov'era in quel punto la donna del mito? I fanali, davanti alle sue
ruote veloci, rischiaravano laggiù la strada deserta, la carreggiata
fangosa, i mucchi di selci, il ciglio dei fossi? Era ella tutta rotta
dal suo dolore segreto, come quel marmo che fu ricomposto?
Subitamente mi ripiombò sul cuore la severa tristezza che m'aveva
sopraffatto quando, coperta con la mano la vista, m'ero messo in
ascolto per cogliere il suo respiro di là dalla musica. In un attimo,
quella specie di delirio silvano si dissipò. Mi sentii sfinito come
quando la febbre decade. Il passo nella sabbia mi divenne penoso. Nulla
in me rimaneva che non fosse umano, malsano, miserabile.
Ritrovai la via della consuetudine.
Un'afa tetra snervava l'elasticità dell'aria. Dal nuvolato cominciava
a cadere qualche gocciola quasi tiepida. S'udiva crescere a poco a
poco il crepitìo sopra le macchie. Un assiuolo si lagnò nel folto: e
parve che mi ricordasse la parola scritta nel libro segreto della mia
memoria: «Si potrebbe piangere....»
Prima vidi, pei vetri d'una finestra, ardere nella casa una lampada
rosea. Il cuore mi batteva non so perché, quasi di paura. In prossimità
del cancello, mentre mi chinavo a spegnere la lanterna, fui chiamato
per nome da una voce ansiosa e roca, da una voce di sventura che mi
rimescolò tutte le vene. M'appressai, chiamai anch'io per nome. Travidi
la mia amica dietro il cancello, agitata, tutta bianca, che con le due
braccia nude scoteva le sbarre sforzandosi d'aprire.
-- Che hai? Che accade?
Le sue mani passarono a traverso e mi toccarono, tremanti, già molli di
pioggia, come per sentirmi vivo.
-- Spingi! -- disse ella in angoscia. -- Spingi forte! Non posso aprire.
Spinsi con la spalla, ma il cancello resistette. All'umidità il
legno nuovo s'era rigonfiato, e la pittura fresca aveva saldato la
commettitura. Cercai più volte di sforzare, ma inutilmente. Le bolle di
gomma schiacciate m'impiastravano le dita.
-- Bisogna chiamare i domestici -- consigliai, tentando di ridere come
conveniva.
-- No, no -- fece ella, impaziente e stravolta, con una voce già
soffocata dal pianto, aggrappandosi di nuovo alle sbarre. -- Prova,
prova ancóra!
Provai. Le sue mani di nuovo passarono a traverso, mi palparono il viso
smarritamente.
-- Che hai fatto? Che hai fatto?
La pioggia cresceva, scrosciava. L'assiuolo non cessava di lagnarsi.
Tutta la Landa pareva oppressa da un'ambascia inesplicabile.
E l'amore singhiozzò come se contro il legno malvivo io l'avessi
inchiodato e flagellato.
Le figure di quel pomeriggio e di quella notte si spogliarono d'ogni
realtà rapidamente, fin dal risveglio del giorno dopo. Il ricordo
fluttuò come l'ombra d'un sogno sul malessere primaverile. Ogni
voglia di notizie e di ricerche fu sùbito contrariata dalla disciplina
abituale della vita in disparte, dalla regola della clausura studiosa,
dal saggio proposito di non ricascare in tentazioni. Il caso non favorì
né un nuovo incontro né la scoperta d'un qualche utile informatore.
A queste cagioni di rinuncia s'aggiunsero i sospetti, la vigilanza,
l'assiduità dell'amica tenace. Poi seguirono le pene della rottura,
una malattia d'indole nostalgica, una lunga convalescenza in un paese
di colli e di prati, una rinnovata diligenza di meditazione e di
contemplazione.
L'imagine della Leda senza cigno veniva nondimeno a me, assai spesso,
con un vero alito vivo tra le labbra che il gioco dissimulatore non
poteva più deformare, non mai chiuse perfettamente ma di continuo
socchiuse come quelle che devono lasciar respirare più d'un'anima.
Mi visitava talvolta nell'ora delle lampade, quando il servo le governa
e le accende nella camera terrena e sembrano elle già presenti per un
che di divino onde soglion essere precedute nella scala già scura ma
lasciano tuttavia che nell'indugio noi conosciamo quei pensieri anche
divini i quali accompagnano il partirsi dell'altra luce da ciascuna
delle nostre cose amiche per ritornarsene all'Occidente.
Poi che tutto il lungo giorno non fu pel solitario se non un edificio
della volontà, egli ama verso sera lasciare aperta una piccola porta
franca per ove possa entrare la mendicante o la strega, la semplicista
o l'avvelenatrice, una inviata dell'Ignoto insomma; e vuol ripalpitare,
attendendo l'inatteso. Per lo più non entra se non qualche larva
inoffensiva.
Quella mia ospite era legata alla vita da un gran numero di nodi
e d'incanti, impastoiata non soltanto dalla sua stretta gonna; e,
ogni volta che s'inclinava verso di me, pareva tendesse una catena,
schiantasse una ritòrtola, spezzasse una fune. Io le dicevo per
incoraggiarla: «Non temere. Móstrati. Tu vieni all'ora della mia
maturità. Tutto comprendo, tutto indovino».
Pareva che la coscienza aspirasse al momento glorioso in cui potesse
tutto accogliere e rendere immune, simile a quelle città d'asilo dove
si rifuggivano gli incolpati senza ragione o oltre ragione, simile a
quei luoghi sacri che in antico ritenevano «la feccia e la ribalderia
del mondo». Ma i suoi atti non erano senza ambiguità e contradizione.
In fondo, l'affaticava la speranza di creare un sentimento nuovo,
capace di condurre le più torbide forze dell'istinto e di salire più
alto che la voluttà. Per quest'arte la giustizia e la misericordia non
valgono. Convengono altre specie, altre osservanze, altri riti.
S'appressava intanto nella nuova primavera l'anniversario del giorno
strano, quasi ricondotto dal lungo corteo dei bruchi per la via
ringiallita di pòlline. E, quasi alla medesima data, il giovine
maestro della -Schola Cantorum- tornò con gli usignuoli a dare il
suo concerto italiano. Questa volta aveva seco la sua compagna: una
piccola Spagnuola di Cuba, dorata come una squisita foglia di tabacco;
la quale, promettendo di cantare per me solo arie ed ariette del
Carissimi, del Caldara, di Antonio Lotti, mi faceva pensare non senza
rammarico a quella specie di cani senza latrato che i Conquistatori
trovarono nell'isola di prodigio dove oggi non esiste più, perdùtasene
fin la memoria.
Gli onori del cembalo erano tuttavia per Domenico Scarlatti. La Sonata
in la maggiore, quasi fosse una formula magica, risollevò dal passato
intera e viva l'ora misteriosa come se la sconosciuta venisse di nuovo
a sedermisi accanto e di nuovo con tutto il mio acume io mi chinassi
all'orlo del suo segreto.
Se bene gli uditori fossero in più gran numero, la sedia vicina era
rimasta vuota.
Scorsi un'ombra che s'appressava lungo la fila.
La mia inquietudine cresceva d'attimo in attimo così appassionatamente,
che mi volsi, con l'anima negli occhi e col cuore balzante alla gola,
come per ricevere d'un tratto quella bellezza che in tutti i miei sensi
aveva già il suo luogo.
Due magre mani dalle dita a spàtola si tendevano verso di me, e il mio
nome era proferito da una voce non obliata.
Riconobbi subito un amico mio, del quale da qualche tempo non avevo
più notizie: un musicista di molto valore e di fama non volgare,
che più d'una volta era stato ospite del triste Quartiere d'inverno
nell'alternativa del meglio e del peggio.
-- Tu qui? da quanto tempo?
-- Ho passato qui tutto l'inverno, con mia madre, non bene.
-- Ma hai un ottimo aspetto.
Per mordere il dolore gli era rimasta una mascella scarna da cui
il rasoio pareva avesse portato via brani di pelle morta sostituiti
dall'unto e dal lustro della glicerina.
-- No. Sono bruciato.
I pomelli delle gote erano rossi e venati come le foglie della vite
vergine su per un muro in autunno, non senza qualche rimasuglio di
verdiccio e qualche traccia d'allumacatura. Avevo per la sua ruina,
ahimè, le stesse pupille implacabili che avrebbero notato la più
lieve onda nella seta manosa di certi capelli o nelle gronde di certe
palpebre il radore d'un sol ciglio caduto.
-- Bruciato da che?
Egli fece un gesto d'incuranza quasi brutale, ma mi fissò con uno di
quegli sguardi che da uomo a uomo scendono dentro e sembrano cercare
nel cuore un punto di sostegno, il luogo d'una simpatia virile.
Anche i suoi occhi ora m'apparivano come privi della loro buccia, come
messi a contatto immediato con la crudità esterna, come se fossero
i vertici scoperti della sua sensibilità e non potessero da nessun
collirio essere leniti. Il suo sguardo mi doleva.
-- Rimani ancóra? -- gli chiesi. -- Vuoi che ci vediamo?
-- Parto fra due o tre giorni, sabato forse. Mia madre mi strappa via.
Aveva nell'alito l'odore del vino di Porto, ma i denti bianchi
lasciavano ancóra alla sua bocca un che di giovenile.
Pativo la sua umanità con una forza singolare, come se fossi stato per
qualche tempo il suo infermiere e avessi tollerato l'esalazione de'
suoi sudori e conoscessi a una a una le sue miserie e le sue manie.
E già attendevo anche da lui l'inatteso.
-- Vieni a colazione da me domani. Ti manderò la mia vettura.
-- Sì, vengo.
E mi prese una mano e me la strinse tra le sue dita convulse. Come
incominciava la Sonata in fa minore, tacemmo. Mi parve che la musica
non ci ravvicinasse ma ci separasse, perché pensai ch'egli dovesse
sentirla da artefice, in un modo assai diverso. Su la sedia non
conteneva la sua irrequietezza, e me la comunicava.
-- Che hai? Chi cerchi?
Come si volgeva, mi volsi. Indietro, a destra in piedi, addossata alla
parete, stava la sconosciuta, col viso verso di noi accennando. I suoi
lineamenti tremarono nella mia commozione e si cancellarono come un
pastello immerso nell'acqua.
-- La conosci? -- mi chiese egli, con uno di quegli accenti che sembrano
soffiare in un petto subitamente votato di tutto.
-- No. L'ho veduta una volta. Chi è?
Mi disse il nome, che non aderì alla persona ma rimase in aria,
suono vano ed estraneo, come quello apposto alla bellezza d'una
collina lontana che da tempo viva innominata e immateriale nel nostro
sentimento.
-- A domani -- soggiunse levandosi, mentre la cadenza si compiva.
Come la vampa riscoppia dal tizzo velato di cenere, la febbre diede
lume al suo viso disfatto. Lo vidi andare verso la donna, un po'
curvo ma con una sollecitudine che invadeva anche le pieghe dei suoi
abiti e i suoi capelli precocemente grigi sopra il bavero. Lo vidi
raggiungerla, scambiare un saluto, partire con lei. Colsi dietro di me
il comento maligno di due uditori. Dominai il mio tumulto, scossi le
scorie delle mie imaginazioni solitarie, riacquistai l'acume del mio
sguardo, mi preparai a ricacciar le mani nella materia viva. Dimenticai
i giochi d'acqua, le collane sgranellate, la scarpetta d'Amarilli in
cima allo zampillo, le fughe ridenti nella scala di marmo carnicino,
per sentire di nuovo stillare verso me il dolore e la morte come le
gocciole che gemono dalla parete d'una caverna tenebrosa.
Il mio amico venne, secondo il convenuto. Avevo tuttavia pietà di lui;
ma mi accorsi che ora lo consideravo quasi strumento da servire, quasi
arnese da trattare con mano delicata o rude nella vicenda. E la mia
dolcezza, come spesso m'accade, non era se non una forma della mia
energia.
La lucidità talvolta s'accompagna a un orrore quasi animale che sembra
il castigo inflitto al laceratore dell'illusione, all'abolitore della
convenzione.
Egli aveva cattive abitudini di malato e di maleducato mangiando:
masticava con rumore, beveva col boccone in bocca, faceva schioccare
le labbra, dimostrava una voracità e una sete non frenate da alcuna
creanza. E queste cose comuni, in quella camera monastica annobilita
dai libri e dalle stampe, dove ero solito prendere i miei pasti brevi
leggendo o seguendo il mio pensiero, queste cose usuali apparivano
enormi, aggravate dal mio sentimento insidioso; ché io di continuo
gli rifornivo il piatto, gli colmavo il bicchiere, mi affannavo a
rimpinzarlo e a inciuscherarlo come usa il compare col compare quando
vuole averlo alla mano.
Veramente pareva che avesse grandi caverne da riempire o che da
satollare avesse dentro di sé quell'uno che minacciava di non
lasciargli neppur le cartilagini e le ossa. Accanto a quel viso vizzo,
acceso da una punta di sbornia, incorniciato dai capelli lunghi e dalla
cravatta a fiocco, arieggiante ancóra le vecchie maschere romantiche di
Henri Mürger, ponevo l'enigma di quell'altra faccia dai larghi piani
fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel
basalte.
E chiedevo senza suono: «È dunque la tua amante? Conosci la forma delle
sue ginocchia? La tocchi con le spatole delle tue dita? Mangia, bevi».
Un soffio di creazione mostruosa alitava tra le pareti fitte di volumi,
ove la mia anima era vibrante come quell'aria che chiudono i legni
secchi d'un violino ben costrutto. Ciò che dei libri immortali si
mescola alla fluidità della vita nel silenzio, l'eternità che è fissa
nei frammenti patetici dei capolavori, il mito che appesantisce su una
tempia invisibile il fiore vinato del giacinto, lo splendore limpido
del vino simile alla presenza corporea del dio che discioglie, un pane,
un frutto, un coltello, un lembo di carne trasmutato dal fuoco, l'orlo
d'un bicchiere toccato dalla grazia d'un raggio, ogni cosa innanzi a me
e intorno a me esprimeva me a me stesso. Pieno di significati, giocavo
con l'amore e con la morte. Con la figura del mio ospite, con la figura
della donna assente e con la mia sobria ebrietà componevo i quadri
successivi d'una nuova Danza macabra.
-- Chi è quello? -- disse egli, volgendosi verso il camino.
Era il calco intero d'uno degli otto incappati che portano la pietra
sepolcrale nel monumento del Gran Siniscalco di Borgogna. Stava presso
l'alare, curvo ma con la spalla senza carico, nascosto il volto sotto
il cappuccio, scoperto una sola mano dal pollice lungo.
-- Veramente -- disse -- non ti sei fatta una casa allegra.
E, fissando lo sguardo torbido verso qualcosa che vedeva egli solo,
s'attristò come fa l'anima quando si raggomitola sul sacco riempiuto.
-- Vieni, vieni -- dissi all'improvviso levandomi e prendendolo per un
braccio familiarmente, con una gaiezza audace. -- Raccontami i tuoi
nuovi amori.
-- Quali amori?
-- T'invidio. È una magnifica belva.
Lo feci sedere in una poltrona comoda, mentre il domestico recava i
liquori e le sigarette. Io mi misi all'ombra d'uno scaffale, come in
agguato.
Egli trasse il suo tabacco misto d'oppio da una sua scatola di bossolo
e lo rotolò nella carta tra l'indice e il pollice ingialliti come dalla
tintura di iodio. Affettava quel sorriso vano che gli conoscevo bene,
quel sorriso di donnaiuolo disgustato che non fa differenza fra tresca
e tresca; ma una delle sue deboli gambe tremolando sul tacco ed egli
guardandosi la punta della scarpa, mi risorse nella memoria l'imagine
d'un contadino che avevo veduto in un campo guardare tranquillo il suo
piede scalzo ove una testa di vipera pareva incastrata per sempre come
una sesta unghia.
-- Perché la chiami belva? -- disse. -- Tu sai la storia?
-- Non so nulla. Chi è?
Egli la bruttò con una parola vile; e poi biasciò come se la lingua gli
si fosse disseccata.
-- L'ami dunque?
Egli parlò, pieno di rancore, di sgomento, di vendetta e d'incantesimo,
con qualcosa d'intollerabile come la vista di un'agonia, con qualcosa
di falso come il gioco di un istrione, a volta a volta miserando e
odioso, tragico e ridevole.
Ora la Leda senza cigno era là, così liscia che pareva non dovesse
avere un solco neppure nel cavo della mano, levigata veramente
dall'acqua dell'Eurota. E la sua vita era un'altra.
Nasceva d'una di quelle razze miste la cui virtù funesta è prodotta
da un oscuro concorso di sangui e di fati, come la potenza di quei
miscugli da infuriare, ove la radica della mandragola e l'umore della
giumenta bollivano insieme. Suo padre, grande amatore di cavalli, aveva
tenuto una famosa scuderia da corsa; poi s'era rovinato, aveva vissuto
d'espedienti, da cavaliere d'industria; discendendo di bassezza in
bassezza, inciampando più d'una volta nel codice. Dopo aver vissuto in
contatto cotidiano coi palafrenieri, coi fantini, con gli allenatori,
sfogando la sua temerità nativa e i suoi gusti da circo nel montare
i puledri trienni su i galoppatoi publici, ella aveva sposato a
diciott'anni un gentiluomo francese: aveva divorziato a venti; e
s'era ritrovata prima con una fredda canaglia d'amante e poi sola, nel
disagio, alla ventura, esposta alle persecuzioni del padre che voleva
foggiarne un bell'arnese da guadagno non per lei ma per sé. Incapace
di affrontare la miseria, deliberata a tutto, ella aveva incontrato in
una città di terme una specie di procacciante in cerca di complici e di
vittime: il quale per un seguito di accorgimenti felici era riuscito
a fidanzarla con un giovine sciocco appena appena escito di minorità,
orfano, già molto ricco e prossimo erede d'un'ancor più lauta fortuna.
Ella, il fidanzato e il mediatore avevano vissuto due anni insieme,
«avevano fatto la vita», errando d'albergo in albergo, di piacere in
piacere, di noia in noia, dall'una all'altra veglia, dall'una all'altra
tavola da giuoco, in una promiscuità non confessabile; ché la promessa
sposa aveva posto il divieto fino all'ascensione del talamo e il
paraninfo era riuscito ad esercitare sul novellino un dominio assoluto,
simile a una sorta di malia perversa, servendosi di quel filtro che
si porge con la siringa d'oro. La morfina, somministrata dalla mano
sapiente, aveva diffusa una così rosea benignità che senza sforzo
e senza sospetto fu ottenuta in favore della fidanzata austera una
polizza d'assicurazione per un milione e mezzo, pegno nuziale. Quando
il primo versamento fu eseguito in regola, la previdenza consigliò di
sopprimere il benefattore. Un giorno, in una via difficile dei Pirenei,
a una dose più forte di narcotico seguì una disgrazia preparata con
squisita cautela. L'automobile rimessa in movimento, dopo una sosta
casuale, precipitò nella forra lasciando su la carreggiata l'assassino
incolume.
Non ascoltavo cose già note? Certo, di simili casi abbondano gli annali
giudiziarii e i rossi romanzi ad uso dei portinai. Ma serpeggiava di
sotto a quella massa di fatti volgari, non so che canale d'ombra che il
mio spirito aveva già risalito e ora novamente risaliva riconoscendovi
in confuso gli indizii del suo primo passaggio. E quella profondità mi
dava l'ansia di scavare ancor più profondo in me stesso, di raggiungere
in me un più vero di me, il quale non temesse e non fallisse dinanzi a
ciò che stava per formarsi e per apparire.
-- Come sai queste cose?
Egli animava di tratto in tratto il suo racconto con talune di quelle
intime rivelazioni che non può commettere ad altri se non chi si
confessi audacemente contro sé medesimo.
-- Le so da lei.
-- Ella si accusa?
-- Non si accusa; parla. Ignora dove sia il bene, dove sia il male.
Prima ti dice una cosa tremenda, senza guardarti, con non so che
sorriso timido, come chi provi col piede la resistenza della tavola
posta a traverso il torrente, prima di passare. Poi ti curva come un
carico, ti pesa sopra come una colpa che tu debba reggere con l'osso
della tua schiena.
-- E sei sicuro che di queste cose ella non si componesse allora e non
séguiti ora a comporsi una vita imaginaria?
-- Porta il ferro della realtà ben ribadito al piede.
-- Come?
-- Vive con l'assassino.
-- Dove?
-- In questo paese.
-- Da quanto?
-- Da due anni.
-- Era già la sua amante, prima della catastrofe?
-- Sì, era; ma per compenso della mediazione, e poi per mezzo della
complicità. Ella lo abomina.
-- E perché lo tollera?
-- Le circostanze che accompagnarono la fine del promesso sposo parvero
sospette. E la Compagnia ne profittò per contestare la validità della
polizza. Le prove mancavano o eran troppo vaghe. Nondimeno il processo
fu avviato e si trascina ancora. L'uomo dunque la tiene sotto la
minaccia di una denunzia folle e della mutua perdizione. Credo che,
terminato il processo sul cui buon esito finale non v'è omai dubbio, la
somma debba essere divisa tra i due in misura già pattuita.
-- Quali rimasugli di vecchio romanzo poliziesco t'ingombrano la
fantasia?
-- Tutto questo è reale, e non è se non un barlume della realtà
cotidiana. Imagina: essi vivono insieme, là, sul Bacino, in una di
quelle villette sonore fatte di tramezzi e di palchi sottili, dove
s'ode il cuore battere e il polmone gonfiarsi, dove non è possibile
sfuggire all'odore dell'essere odiato né allo sciacquìo della sua
catinella.
-- E che uomo è costui?
-- Imagina una testa a piramide tronca, una vera testa di pitone,
precisa come una volontà geometrica, rigida come un problema o come
una sentenza, con due occhi senza colore dietro un paio di lenti spesse
come i cristalli delle lanterne cieche....
-- E chi provvede alle spese?
-- Egli non è d'origine se non un borghesuccio, figlio di un fabbricante
di porcellane limosino. Ella ha qualche resto della sua dote. Ma
tanto poco non basterebbe alle sue abitudini di eleganza e di lusso,
almeno esterne. La fiducia nell'esito del processo le apre un credito
rovinoso presso gli usurai vinattieri della Gironda. Anche per queste
strozzature è buon mediatore il pitone freddo.
-- E tu chi sei davanti a lui?
-- La vittima designata del gioco abituale. Due o tre volte, mentre ero
davanti al pianoforte, là, nella villa sul Bacino, l'ho veduto apparire
nel vano dell'uscio, sogghignare silenziosamente, poi ritirarsi come
uno che vada altrove per abbandonarsi alla sua ilarità. E ogni volta
aveva per me l'aspetto di quei fantasmi che si formano da certe
disgregazioni dello spirito su l'orlo della follìa e che agghiacciano
il malato con una presenza intermittente. Un mio povero compagno, prima
di entrare in una casa di salute, era frequentato da uno di questi
visitatori; e non osava mai voltarsi per tema di vederselo allato. Ora
qualcosa di simile accade anche a me....
-- Ma è chiaro che si tratta di un fantasma tollerante e perfino
compiacente, amico mio.
-- Non contraria i giochi del caso e della fantasia, i capricci della
noia e della crudeltà, ma soltanto li sorveglia da vicino o da lontano.
Egli non ha se non uno scopo: tener legata a sé la complice, sia pure
con una lunga catena da lentare quando convenga. Egli non teme se non
la fuga, lo scampo, diciamo pure «l'evasione». Ora le armi ch'egli
serba contro di lei e le note minacce rendono inefficace qualunque
tentativo in terra. Ma v'è uno scampo dalla parte del buio, v'è lo
scampo di sotterra. E questa la sola minaccia ch'ella possa opporre a
quelle altre che la curvano.
-- È capace di uccidersi?
-- A ogni momento.
Rividi luccicare l'arme d'acciaio e d'avorio per l'apertura del
manicotto color di perla. Rividi la donna dalla mano celata, in piedi
dinanzi a me, intiera, silenziosa, piena d'un suo male simile a una
verità o a una menzogna profondissima che le tenesse vece di vita.
-- A ogni momento, per un nulla, come si apre un uscio, come si passa
una soglia, come si scende un gradino.
Fino a quel punto le cose narrate erano rimaste non meno estranee alla
figura ideale di lei che, per esempio, al calco dell'Apollo di Piombino
posto sopra uno scaffale di libri quadrato e girevole, là, vicino al
pianoforte. Non riuscivo né a comprendere né a sentire che tale fosse
la vera sostanza della sua vita. Il suo mistero rimaneva intatto come
la divinità oscura della statua che attraeva i miei occhi dorata dalla
luce del pomeriggio. Tanto quelle azioni definite erano dissimili alla
creatura infelice quanto un inno omerico o un capitolo di mitologia
eran diversi da quella forma intenta abitata da uno spirito non meno
inconoscibile che il vigore d'un albero il quale alleghi i suoi frutti.
Dov'era la mano che aveva modellato su la fronte breve del dio il
doppio ordine simmetrico di riccioli? Non meno insistente mi pareva
il potere di quel passato nel cui rigore doveva essere costretta
quell'anima. Il mio spirito non riconosceva alcuna coesione in sì grave
massa di fatti volgari, ma era posseduto da un sentimento poetico
che lo mescolava in un modo misterioso a ciò che si genera sotto il
silenzio umano. Per ciò l'istinto volgeva tanto spesso i miei occhi
verso l'Apollo che, finito come un'opera di cesello, esprimeva da ogni
linea un infinito di poesia. Anche una volta la forma mi diveniva una
fede veggente; e, ascoltando tante vane ignominie, non credevo se non a
ciò che mi significava la bellezza levigata dall'acqua dell'Eurota.
Or ecco che, all'improvviso, tal bellezza m'appariva appresa alla morte
come un di quei cammei intagliati nella vena bianca di un'agata scura.
Il rilievo ne divenne così fiero che tutto il resto si dissipò. Udivo
il mio cuore battere con tanta violenza che mi stupivo non l'udisse il
mio amico. Ma egli doveva essere assordato dal suo proprio tumulto, su
cui di tratto in tratto versava un sorso ardente.
-- Perché? -- gli chiesi. -- Perché ne parla con arte; perché, come tante
altre donne, ne fa una graziosa millanteria....
-- Due anni fa, in un periodo d'insofferenza e di furore, tentava la
morte quasi ogni giorno. Aveva uno di quei canotti leggeri da corsa che
si vedono alle gare di Monaco, munito d'un motore a sedici cilindri,
donatole da un ammiratore argentino. Un'anima dannata di meccanico
l'accompagnava, a qualunque ora del giorno o della notte, quando
col maledetto vento di ponente il Bacino era in tempesta e il passo
dell'Oceano diveniva impraticabile. Con prodigi d'astuzia, sfuggiva a
ogni attenzione e a ogni impedimento. Quasi sempre tornava nel punto in
cui si perdeva la speranza di vederla riapparire. Per ore ed ore l'onda
aveva schiumeggiato su lei come contro una figura di prua. Chi la
baciò, dové sentire per lungo tempo il sapore del sale su quelle labbra
screpolate.
Ben la vedevo, quasi avessi dentro di me l'approdo, coperta dalla sua
cappa impermeabile, con la sua faccia dentro il camauro d'incerato
diafana come la lampada della medusa natante. E non l'avevo attesa se
non per ripartire con lei nel crepuscolo.
-- In una spiaggia galante di Normandia, poco dopo il suo divorzio,
fu assiduamente assediata da un giovane giocatore di «polo» che le
faceva montare i suoi cavalli deliziosi. Senza nulla concedergli, seppe
renderlo così folle di passione ch'egli le offrì di sposarla. Ella ne
rise, e lo torturò con tanta raffinatezza che un giorno egli trovò il
coraggio di partire e forse andò a giocare il suo gioco su qualche buon
terreno inglese dell'India. Ella non lo amava: non s'era abituata a
lui se non come a uno schiavo da servire a invenzioni e ad esperienze
di supplizii; ma amava teneramente uno di quei cavalli da «polo», un
saurello che portava il nome shakespeariano di Petruchio. Quando seppe
della partenza, la sera stessa si avvelenò con qualche pastiglia di
sublimato corrosivo; e rimase per giorni e giorni tra la vita e la
morte. Dal letto di dolore non faceva che tendere la palma della mano,
ripetendo il gesto usato nell'offrire lo zucchero al suo Petruchio.
Ora, di sotto ai miei cigli socchiusi, vedevo quella sua mano nuda,
tratta fuori del guanto, quella mano lunga e robusta dalle nocche
asciutte e polite sfiorare il labbro esiguo d'uno dei piccoli cavalli
fidiaci che galoppavano nei gessi del Fregio disposti lungo la mia
parete. Non mancava se non la palla di legno e il mazzuolo dal manico
flessibile agli sveltì cavalieri ateniesi, il prato raso ed elastico
agli zoccoli delle loro bestie ben raccolte. Vedevo il sole obliquo
ferire l'erba grassa di Normandia e un fascio di raggi come una lama
d'oro tagliar netto due zampe nervose pontate in terra nell'arresto
brusco. Ma il mio cuore di rivale balzava di gioia selvaggia alle
parole: «Ella non lo amava».
-- Or è un anno, di questi giorni appunto ai primi d'aprile, una sera....
Il mio cuore si fermò. Riudivo, dentro di me, cadere le seggiole
rovesciate sul pavimento sonoro, laggiù, nell'ombra della sala piena
d'echi come una chiesa nell'ufficio delle Tenebre.
-- Una sera? -- feci, per sollecitare la voce che s'era interrotta
come se la sopraffacesse la mia ansietà. Rivedevo negli occhi della
sconosciuta il riflesso di madreperla, e il suo viso alterato dal
tremito indomabile.
-- Una sera, a Bordeaux, per qualcosa di simile, mentre seduta
nell'automobile discuteva con lo zio d'un povero ragazzo che volevano
impedirle di rivedere, lasciò partire a un tratto un colpo verso il
suo petto, dal revolver nascosto nel manicotto. La palla rasentò il
polmone e si conficcò sotto la scapola. Ancóra la vita in pericolo per
settimane e settimane, l'orrore d'un letto in una clinica, il pitone
desolato al capezzale....
Tutte le apparenze e tutte le divinazioni di quella lontana sera di
primavera rifluirono dentro di me con una forza moltiplicata, creando
un sentimento ch'era come una forma di dolore immensa ch'io non potessi
patire e conoscere tutta quanta se non nel futuro. Non avevo alcun
dubbio; nondimeno chiesi:
-- Che giorno era? Lo sai?
-- Sì, era il cinque d'aprile.
-- Per disperazione d'amore?
Una gelosia oscura mi travagliava.
-- Per imaginazione d'amore e per insofferenza della stupida vita.
Quel Paolo, il minorenne ch'ella aveva traviato, era il nipote
d'un mercante di vino col quale il pitone aveva trattato operazioni
d'usura sul denaro di là da venire, su la farina del diavolo insomma.
Vedi strano gioco! Quasi per rappresaglia contro lo strozzino, ella
s'impadronì del ragazzo che non mancava di grazia fisica e d'una certa
finezza sentimentale. In poco tempo lo mutò, ne fece una cosa sua, da
tenere sul pugno all'obbedienza come uno sparvieretto incappellato.
Scoperto il pericolo, i parenti corsero al riparo, prendendo sùbito
la misura più efficace. Sequestrarono Paolo, lo trascinarono via, lo
nascosero non si sa dove. Questo bastò perché il capriccio esasperato
divenisse in lei una specie di furore. Domandò di rivederlo per una
volta, di parlargli per l'ultima volta. Non le fu concesso. Si faceva
portare quasi ogni sera nella strada dov'era la casa dei parenti, e
mandava un messaggio; ma rimaneva delusa. Quella sera a un messaggio
imperioso e minaccioso accorse lo zio per tentare di persuaderla alla
rinunzia. Ella era nella vettura; egli le parlava dal predellino.
Ostinata, ella ripeteva: «Voglio vederlo». Ostinato, l'altro negava.
Di sotto alla pelliccia, a un tratto il colpo partì, come per caso. Lo
strozzino accompagnò il corpo forato alla clinica. Quando ella rinvenne
e poté soffiare qualche parola, supplicò che le lasciassero rivedere
Paolo, almeno per un attimo. Inutilmente. La legge dei mercanti fu
inesorabile. Solo il pitone rimase accanto al letto bianco, e la
primavera contro i vetri della finestra. La palla fu estratta. Le
cicatrici....
-- Ah, vuoi descrivermi le cicatrici?
Non contenevo più il mio tumulto. Su quella parola egli s'era
interrotto per bere ancora un sorso, per versare ancóra un po' di fuoco
liquido nella caverna ove ansava il suo cuore stracco. Egli fasciava
interamente il bicchiere con le spatole delle sue dita, cosicché
l'indice e il pollice circondavano l'orlo ov'egli metteva le labbra
aspirando l'essenza del liquore intiepidato. Le sue narici palpitavano
sopra la maschera lustra del vizio. Tutto in lui ora m'offendeva e
m'irritava. Vedevo, tra le sue dita deformi e il vetro quasi spremuto,
tremolare non so che sorriso odioso. Pensavo ai porci demoniaci che
sogliono abitare in quella specie di artisti aspettando d'esserne
espulsi dall'esorcismo dell'inspirazione.
-- Racconta, racconta. Come dunque è venuta a te?
Rise brutalmente nel cerchio del bicchiere.
-- All'odore della carogna, forse.
-- Si potrebbe dire con più grazia funebre: a raccogliere il canto
del cigno. Non ti dà l'idea d'una Leda? Guarda questo gruppo
dell'Ammannati.
Egli sentì l'inimicizia nella mia voce.
-- Compagno, -- fece convulso, fissandomi -- dimmi la verità. Non
fu simulazione, ieri, quando mi chiedesti chi fosse? Non l'hai tu
conosciuta prima di me? Non sei passato per là, tu anche?
-- No.
-- E perché sei geloso?
-- Non geloso, ma forse un poco iroso. Tu lo sai: io non concepisco la
vita se non sotto la specie dell'espressione. Ora coi tuoi racconti
opachi tu hai contrariato, linea per linea, la sua espressione in me.
Bisogna che io la ritrovi e la ricomponga a forza d'amore e di dolore.
Toglievo ogni gravità a quel che dicevo, col tono e col sorriso.
-- Verrà a te; e l'amerai, e ne soffrirai.
-- Me la lasci in retaggio?
-- Certo, io ne vorrei morire. Ma sono trascinato via come Paolo, sono
sottratto al bel destino. E la sua strana sorte è questa: che, al buon
momento, ogni vittima designata le sfugga. Ella medesima sfugge a sé.
-- A un polmone già leso da una ferita non hai temuto di comunicare il
tuo male?
L'aria della stanza pareva divenuta cruda come quella che spira nei
luoghi senza legge e senza menzogna. Non ero più capace di reticenza né
di dolcezza. Vedevo da una parte quella forma stupenda, trattata con
una magnanimità non men severa di quella che rivelavano gli esemplari
dell'arte antica nella cui testimonianza continua si conferma il mio
senso del mondo; e dall'altra parte consideravo quell'umano focolare
d'infezione, quella sorta di sensualità ignominiosa che non potevo
separare da un'imagine di lordura e di frode. La mescolanza mi pareva
inverisimile. In fondo a quella mia domanda era un'indagine maligna,
ché lo sapevo millantatore e incapace di confessarsi deluso come il
cavaliere di Petruchio.
-- L'hai tenuta veramente fra le tue braccia? Hai respirato in lei?
Le mie pupille lo foravano. Una contrattura involontaria delle labbra
mi parve l'indizio atteso; ma egli lo cancellò con uno scoppio stridulo
di riso, levandosi e un poco barcollando.
-- T'informi con una prudenza senza pudore -- disse. -- Ma il contagio
nella successione sarebbe la mia vendetta. Che ora è? Passerà di qui
verso le cinque, a prendermi per ricondurmi. La vedrai. Desidera che tu
le mostri i tuoi cani. Io partirò con mia madre domattina, senza fallo.
È il caso di dire che ti trasmetto la fiaccola correndo.
Apersi la vetrata su la veranda, con la fretta di chi si senta
soffocare da una esalazione malvagia.
La marea, che è femmina, montava verso la duna ispida di giunchi.
Tutte le acque tremavano e brillavano sommergendo i banchi di sabbia
pallidi e dolci come i corpi dei naufraghi succhiati dalle sirene.
S'udiva un mormorìo profondo come dev'esser quello che annunzia la
rompente primavera nei paesi di ghiaccio. Il sole declinante lasciava
dietro di sé una via splendida per ove pareva dovessero scendere i
suoi grandi cavalli bianchi liberati dal giogo. I miti della mia razza
venivano a invadere le solitudini senza storia. Il mio spirito era
fervido, fertile e fatale come nel principio dell'amore. Il compimento
d'una divinazione era prossimo, e l'oracolo del sangue era stato bene
interpretato.
Non avevo più volontà di volgermi e di rivedere quel viso distrutto,
l'orribile teschio, la dura maschera d'osso a traverso la pelle logora.
Qualcosa più forte di me e di quella miseria, ecco, nasceva; ed era
per somigliarmi. Uno spirito diceva: «Soltanto esiste quel che ancor
non è, e tu vivi del futuro, non ti ricordi se non del futuro». Il
mio cuore diceva: «Tutto prendo su me. Ella è senza colpe. L'assolvo.
Eccola». Parlava come quel pioppo che stava solo, quella sera, vestito
d'argento cangiante, all'angolo di quel giardino. Reduci le apparizioni
crepuscolari e notturne mi trapassavano, si dileguavano.
Udii il rumor secco che fece il coperchio del pianoforte sollevato; e
non mi volsi ma attesi, rabbrividendo come se la mano si fosse posata
su la mia spalla e non su la tastiera.
L'anima dello strumento vibrò come per uno schianto di dolore.
Il morituro parlava il suo vero linguaggio. La disperazione parve
talvolta imitare il grido d'una felicità terribile e afferrare il
destino alla gola con una branca potente come quella di Beethoven.
Tutto quel che innanzi era stato detto o pensato, tutto fu piccolo,
vano e lontano. La luce del giorno fu simile alla cecità.
Mi volsi contro lo stipite, vi poggiai la mano alzata e contro la mano
la fronte, con chiuse le palpebre. Feci la notte in me, per cogliere
i bagliori che la musica spandeva di tratto in tratto sul fondo vacuo
della vita. Una pausa mi sospese sopra il mio proprio annientamento.
Era come se il silenzio fosse per durare in eterno. Il pianto
ricominciò; poi di nuovo si tacque. Ricominciò per la terza volta, come
in una sosta al limitare della porta che si deve chiudere; poi finì. E
nessuno si mosse.
D'improvviso udimmo un rombo al cancello del parco.
E quegli si levò, e io mi volsi; e mi vidi scolorato in lui, smorto e
con le labbra livide, come chi dal fondo risale a galla senza respiro.
Vi sono sentimenti di non so che virtù plastica, i quali sembrano quasi
rimaneggiare la materia umana e rifoggiarla in un aspetto momentaneo.
Quando scendemmo verso il cancello, non ancora abbandonati dalla
potenza musicale, mi parve che facessimo un essere solo, più grande di
noi due, pieno di un'anima primitiva, e che quell'essere fantastico
vacillasse da un lato, zoppicasse da una banda. Non fu se non un
attimo, inesprimibile, che si dileguò nell'immensità della primavera,
s'involò di là dai confini del mondo. Se la donna avesse posseduto
una visione magica, avrebbe veduto avanzarsi verso di lei quella forma
ineguale dell'Amore, simile a una chimera labile. Ma a ogni passo noi
ci separavamo più nettamente. Sentivo la commozione del mio compagno
salire in confuso a traverso la sua ebrezza fumida, a traverso i veleni
del suo sangue, gli ingombri de' suoi mali. Sentivo la mia spandersi
come un succo vigoroso per la leggerezza del mio corpo quasi digiuno,
aumentarsi ad ogni passo come se il contatto del tallone sul suolo
m'arricchisse del fervore terrestre.
Ella era rimasta nella carrozza, davanti il cancello. Quando ci
vide vicini, balzò a terra, con un movimento che suscitò in me onde
innumerevoli, quali nell'acqua del Bacino talora il salto di certi
pesci dorati e arcuati come la giovine luna.
Non portava più le pastoie. Quella inflessione della sua grazia, che
avevo già notata dalla cintola in giù a imagine di Leda in atto di
accogliere il cigno, pareva favorita dalla gonna drappeggiata e quasi
arrotolata in avanti su le due gambe con una maniera che mi faceva
pensare ai petali ravvolti di quei grandi giaggiuoli foschi detti gigli
di Susa. Ogni piega e l'ombra dentro la piega e il chiaro su la falda
e la docilità del tessuto e il disegno ricorrente erano modi della sua
fresca vita, che mi toccavano come la linea del suo mento tirata dalla
divina giovinezza. La ricevevo in me, semplice e numerosa, in quella
guisa che la massa dell'aria ci preme intiera e nel tempo medesimo
penetra ciascuno dei nostri pori. Tutto in lei m'era noto e tutto m'era
ignoto, per l'attimo e per sempre. Ed ella certo lesse questa novità
ammirabile nei miei occhi.
«Ancóra! Ancóra!» Uno spirito ripeteva in me la parola di chi non è mai
sazio e di chi sa che dopo una cosa bella v'è una cosa più bella.
Cose visibili ed invisibili sopraggiungevano nella luce, come tratte
da una corrente, con quell'aflluire precipitevole che vediamo presso le
cateratte.
Il parco era trasmutato in una cuna di calore, per uno di quegli
affocamenti improvvisi che nella Landa sembrano l'inganno della Morgana
occidentale intenta a simulare l'alito estivo. L'oro solare e il
pòlline arboreo mescolavano al palpito del vento una medesima polvere.
I pini avevano alla punta di ciascun ago una gocciola d'azzurro.
Parlavamo. Ciascuno di noi tre aveva l'aria d'ascoltare l'altro e di
rispondergli. Ma era come quando in sogno vediamo muovere le labbra
dei vivi o dei morti e non udiamo il suono. Si formava un vortice
silenzioso con la sostanza fluida di due vite; e la terza vita
era simile a uno di quei rottami che sono attratti, aggirati e poi
respinti. Tutto era nascosto e tutto era palese, tutto accadeva alla
radice dell'anima e all'estremità dei nervi, somigliava all'iniziazione
e somigliava alla perdizione. E certo uno di noi era perduto, e forse
due erano perduti, e forse tre, come nella canzone greca di Caronte.
-- Che fai?
Non rattenni il grido, ma potei smorzarlo, davanti al gesto
dell'istinto; che egli s'era aggrappato al braccio della donna, quasi
fuor di sé, supplichevole e pauroso. E nulla fu più triste del modo
ond'egli riescendo a dominarsi tentò di dare a quell'atto involontario
l'aspetto d'una familiarità innocente.
Ella arrossì, poi si scostò, e si mise a correre verso il canile; dove
già i giovani cani tumultuavano. Entrammo insieme, come nella schiuma
d'un'ondata che si rompe. L'altro non osò, temendo l'urto; restò di
fuori, contro le sbarre.
-- Leda! Leda e i cigni!
L'antico ritmo della Metamorfosi circola tuttavia nel mondo.
Ella pareva ripresa e rifoggiata nella giovinezza della natura, abitata
da una sorgente che pullulasse contro il cristallo de' suoi occhi. Ella
era la sua sorgente, il suo fiume e la sua riva, l'ombra del platano,
il tremolìo della canna, il velluto del musco. I grandi uccelli
senz'ali l'assalivano; e certo, quando ella tendeva la mano verso
alcuno e lo prendeva pel collo piumoso, ella ripeteva esattamente il
gesto della figliuola di Testio.
-- Leda e i cigni!
S'era addossata a un tronco, per resistere all'assalto; e, quando io
tentavo di scacciare con la frusta e con la voce le bestie folli, ella
mi gridava:
-- Lasciate! Lasciate!
Era una muta di levrieri barzoi natami nel mese d'agosto dalla candida
Thamar; ma l'imagine divina della schiuma pareva legata alla loro
nascita come il soprannome ellenico di Venere. Essi venivano in corsa
al richiamo come il flutto viene al frangente; e dirò che ogni volta mi
stupivo di non udire lo scroscio ai miei piedi? Certo, erano fatti di
materie preziosissime; e nessuna conchiglia era delicata come quelle
bocche nel passaggio del roseo delle gengive al bianco dei denti.
Taluni nei chiari occhi variegati avevano tutte le ramificazioni della
flora marina come raccolte in una gocciola incorruttibile.
-- Lasciate!
Dritti su le zampe cercavano di leccarle il viso e il collo, smaniosi
di carezze; ma uno più degli altri, abbagliante sebbene sparso di
qualche macchia leggera come l'ombra del fumo, uno più degli altri la
incalzava e premeva.
-- Oh! questo! -- ella disse con un accento d'amore eleggendolo.
Riescìi ad allontanare gli altri e a lasciarle quel solo.
O imaginazione, onnipotenza del desiderio, pupilla della poesia!
Il cuore mi si empiva di una voluttà sconosciuta. Addossata al tronco,
ella aveva contro di sé l'animale palpitante; e gli parlava con
quelle parole che la dolcezza scioglie in suoni vani. Il lungo muso le
era contro la gota; e la bocca ferina e l'umana avevano la medesima
freschezza giovenile. Le dita nude s'insinuavano nel bel manto come
nella piuma molle che è sotto l'ala.
Vi sono sguardi che incontrandosi celebrano un mistero in un battito di
cigli. Ve ne sono altri, o gli stessi, che si scambiano tal dono ond'è
menomato il pregio di tutto il resto.
La paglia di pino secca strideva sotto i passi di noi tre, mentre
tornavamo verso il cancello senza parlare. I fusti da una banda
splendevano come corazzati di rame, dall'altra nereggiavano come
spalmati di pegola. I margini erano gialli di farina selvaggia.
Concilii di bruchi stavano raccolti sotto una specie di canavaccio che
poteva somigliare tanto a una spoglia di serpe quanto alle cellette
d'un favo votato e disseccato. Rabbrividii udendo all'improvviso presso
il mio orecchio quella specie di tintinno sinistro che, nella notte
lontana, m'aveva evocata la figura del pastore taciturno intento a
oprare la sua maglia interminabile. Era la brezza del vespro nelle
lunghe foglie fatte a ferro di lancia.
-- Addio, dunque -- disse il mio amico, presso lo sportello.
-- Partirai veramente domattina?
-- Partirò.
-- Forse mi troverò alla partenza del treno, per salutare tua madre.
Gli si torse la bocca come a un rigurgito d'amarezza. Salì con pena, si
sedette accanto alla donna del mito.
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