Pavidi, in tra la selva umida e fresca,
correano a quella voce i cavriuoli.
Splendean miti ed umani
li occhi a l'ombra in guardarti; ed i figliuoli,
alti e biondetti, sen venìano a l'esca
de 'l cibo, come a 'l pan giovini cani.
Forte ridevi tu quando a le mani
i lor teneri denti
ti mordevan con piani incitamenti.
Tra la fronda eran queti li usignuoli
ed i frassini intenti
ascoltavan salire il dolce riso.
SESTINA.
Quando più ne' profondi orti le rose
aulivano per l'aria de la sera
e mesceasi a quel lor tepido fiato
sapor di miele da' pomari d'oro,
venne Isaotta un tempo a le mie braccia,
candida e mite quale a maggio luna.
Non sì dolce chinò li occhi la Luna
su 'l suo vago sopito in tra le rose
Endimïon, tendendo ambo le braccia,
(splendeva il Latmo a la vermiglia sera,
cui bagnano i ruscelli in vene d'oro:
sol de' veltri s'udia l'ansante fiato)
com'ella sovra me. Caldo il suo fiato
io sentìa su 'l mio volto, ed a la luna
vedea brillare la cesarie d'oro
cui cingevano i miei sogni e le rose.
Fulgida aurora a me parve la sera,
ne 'l cerchio de le sue morbide braccia.
Dolce cosa languir tra le sue braccia!
Dolce, languendo, bevere il suo fiato!
Voci correan d'amor per l'alta sera;
e bramire s'udian cervi a la luna
da' chiusi, e Agosto a l'ombra de le rose
cantar soletto in su la tibia d'oro,
e a quando a quando, come in vaso d'oro
pioggia di perle, da le verdi braccia
de li alberi che misti eran di rose
le odorifere gomme ad ogni fiato
d'aura cader su' fonti ove la luna
piovea gl'incanti de l'estiva sera.
O donna ch'anzi vespro a me fai sera,
cui Laura è suora ne le rime d'oro,
deh foss'io, come il vago de la Luna,
addormentato, e alfin tra le tue braccia
mi risvegliassi e bevere il tuo fiato
potessi ancora, in letto alto di rose!
Tu la Bella vedrai diman da sera
e a lei ricingerai le chiome d'oro,
canzon, nata di notte senza luna.
QUI FINISCE IL LIBRO D'ISAOTTA.
SONETTI DELLE FATE
E su tal corda l'anima sospira.
GRASINDA.
Disegno di GIUSEPPE CELLINI.
[Illustrazione]
A GIUSEPPE CELLINI
Lino ai boschi de l'isola di Creta
udía le ninfe correre tra i rami
e Teocrito udía lunge i richiami
di Lyda a riva e i canti di Dameta.
Tu ne li orti d'Italia odi, o poeta,
rider le fate come in lor reami.
Ti chiede Urganda:--O mio sire, tu m'ami?--
e ti trae ne la sua reggia segreta.
Agile, ardente quale fiamma, Urganda
t'intesse a torno con rapidi voli
una danza di perfida virtù.
Ma non anche tu dormi in Broceglianda
tra i mirti intonsi, a' lai de' rosignoli,
poi ch'io suono il fatal corno d'Artù.
ELIANA
Dorme a notte il palagio d'Elïana,
simile a un dòmo gotico d'argento.
Or, ne la luce senza mutamento,
pare un fragile incanto di Morgana.
Armoniosa come uno stromento
apresi a torno l'alta ombra silvana;
ed a piè de la scala una fontana
singhiozza in ritmo ne 'l silenzio intento.
A torme a torme candidi paoni,
lenti, silenti come neve in aria,
discendono su l'agili ringhiere.
Sono le spose morte di piacere,
che tentan la dimora solitaria.
E il bosco è pieno d'implorazïoni.
MIRINDA
Mirinda e il fido, ne l'occulta stanza,
adagiati su' troni orientali,
dilettansi a gittar lucidi strali
sotto i piè d'un fanciul nudo che danza.
Un grande e bianco augello, a passi eguali,
carico d'otri, sparge in abondanza
acque d'ambra d'insolita fragranza
su i marmi che dan lume ai penetrali.
--Vedrem fiori, com'ampie urne, fiorire;
berremo un vin ne' puri alvi de' frutti;
e guarderemo entro smeraldi il sole.--
Dice Mirinda. E il tremulo nitrire
de' liocorni e il murmure de' flutti
si mescono a le sue lente parole.
MELUSINA
Guarda, assisa, la vaga Melusina,
tenendo il capo tra le ceree mani,
la Luna in arco da' boschi lontani
salir vermiglia il ciel di Palestina.
Da l'alto de la torre saracina,
ella sogna il destin de' Lusignani;
e innanzi a 'l tristo rosseggiar de' piani,
sente de 'l suo finir l'ora vicina.
Già già, viscida e lunga, ella le braccia
vede coprirsi di pallida squama,
le braccia che fiorían sì dolcemente.
Scintilla inrigidita la sua faccia
e bilingue la sua bocca in van chiama
poi che a 'l cuor giunge il freddo de 'l serpente.
GRASINDA
Dorme Grasinda in mezzo a' suoi tesori,
ove l'incanto un sonno alto le impose.
E l'intima dolcezza de le cose
ver lei migra in assai vaghi romori.
Fremono a torno li alberi canori,
da la grande armonía piovendo rose
quasi che per virtù misteriose
si rispandano i suoni in rari fiori.
Lento il corpo ne 'l sonno a 'l ritmo cede:
compongonsi le membra agili in arco
e prendon forma di lunata lira.
Si tendono le chiome argute al piede
facendo strano a' due pollici incarco;
e su tal corda l'anima sospira.
MORGANA
Or tremule, su i mari e su le arene,
crescon ne la lunare alba le imagi:
materïati d'oro alti palagi
e torri ingenti assai più che Pirene.
Salgono scale in luminose ambagi
con inteste di fior lunghe catene.
Come navi in balía de le sirene,
ondeggiano le pendule compagi;
poi che Morgana, in dolce atto giacente
ne 'l letto de la nube solitaria,
quasi ebra di quel suo divin lavoro,
ama, seguendo un carme ne la mente,
cullare de le man languide a l'aria
la città da le mille scale d'oro.
ORIANA
Orïana tenea l'incantamento.
Giacean, ebri d'assai dolci veleni,
ne l'antro i prodi; e larga di sereni
sogni la Luna era a l'umano armento.
Pascean su 'l limitare i palafreni
meravigliosi, li émuli de 'l vento:
battean la lunga coda in moto lento
a la coscia, e nitrían per li alti fieni.
Giunse Amadigi a l'antro solitario,
tutto de l'armi splendide vestito;
e tre volte suonò, ne 'l muto orrore.
Quindi, rompendo il magico velario
che l'edera tessea, con quell'ardito
gesto egli prese ad Orïana il cuore.
ORIANA INFEDELE
Quando Amadigi con l'eterna amante
giunse a l'isola Ferma (auree ne 'l giorno
lucean le mura ed i verzieri in torno
aulívano), le porte d'adamante
s'apriron mute e gravi, a 'l suon de 'l corno;
ma, lasciando Orïana a Floridante,
il Donzello del mare, almo e raggiante,
penetrò solo ne 'l divin soggiorno.
Disse a la donna il bel sir di Castiglia:
--Ahi che troppo di te m'arse il desio!
Or tu m'odi!--E la trasse ai labirinti.
Mago ne l'aria odore di jacinti
vinse Orïana de 'l soave oblio.
Ridea Lurchetto in sua faccia vermiglia.
SONETTI D'EBE
.... Morgana, in dolce atto giacente
ne 'l letto de la nube solitaria....
MORGANA.
Disegno di VINCENZO CABIANCA.
[Illustrazione]
IL CAVALIERE DELLA MORTE
In un'antica stampa de 'l Durero
va contro maghi e draghi a la battaglia
tutto chiuso ne l'arme un Cavaliero
su 'l gran cavallo coperto di scaglia:
a 'l fianco l'accompagna da scudiero
la Morte senza piastra e senza maglia,
dietro gli segue da valletto il nero
Peccato; e fosca innanzi è la boscaglia.
Io così, nuovamente, a la conquista
de l'Arte e de l'Amor, salgo la vita;
ma il mio bieco scudier non mi rattrista,
ma il valletto ridendo alto m'incita
ed incanto non v'ha che mi resista,
poi che già in groppa, o Bella, io t'ho rapita.
IL FIUME
I.
Quando lungo il selvaggio
fiume la mia signora
navigava, a l'aurora,
con pomposo equipaggio,
si faceva canora
la riva a 'l suo passaggio
e li uccelli di maggio
volavan su la prora.
Scendevano i tappeti,
di color rosso e giallo,
ne l'acqua di turchese.
E i galanti roseti
salutavano il gallo
dipinto su 'l palvese.
II.
Per virtù de' miei canti
emergevan da l'onda
amorosa e feconda
mille fiori odoranti;
e la signora bionda
da' grandi occhi stellanti
arrideva alli incanti,
con voluttà profonda.
Prendeano singolare
forma ne 'l dubbio lume
alti i pioppi d'argento
e parean s'abbracciare
giù ne 'l letto de 'l fiume,
co 'l favore de 'l vento.
III.
Sorgean quindi, nutrite
da 'l padre fiume, vive
selve lungo le rive
e s'aprian ne 'l ciel mite.
Da le sedi native
le ninfe sbigottite
correvano inseguite,
candide fuggitive.
E pe' i recessi impervi
de i divini soggiorni,
ne 'l silenzio divino,
bramivan come cervi
li egìpani, bicorni
iddii da 'l piè caprino.
IV.
La bianca dama il ciglio
con la man, dolcemente,
schermìa da la nascente
forza de 'l sol vermiglio
e l'altra man pendente,
simile a un molle giglio,
tenea fuor de 'l naviglio
entro l'acqua corrente.
E nulla era più bello
e leggiadro de l'atto
ch'ella facea, tra i raggi,
cogliendo un ramoscello
o un gran fiore scarlatto
da li argini selvaggi.
V.
Quando a terra posava
ella il suo piè ducale,
la selva fluviale
tutta in fiore cantava.
Saliva il nuziale
inno a l'ospite flava;
e a 'l tuono era la cava
selva una catedrale.
Io, piegando i ginocchi,
dicea:--Bionda signora,
un servo, ecco, si prostra.
Ella chinava li occhi,
bella come l'aurora,
e dicea:--Sono vostra.
IL CANTO
Un giorno ella cantò, su la galea,
ad alleggiar la mia grave fatica.
E il mare a noi, spirante ancor l'antica
divinità, propizio sorridea.
Al riso innumerevole, l'aprica
riva non lungi in breve arco splendea,
polita e bianca, qual ne l'Odissea
la riva de la dolce Näusìca.
Or così, mentre io ripensava Ulisse,
guardando pe 'l seren grembo de l'acque
palpitar l'ombra de l'amata chioma,
parvemi, Omero, il dáttilo fiorisse
in sommo de 'l gentil labbro, che nacque
a favellar ne 'l tuo puro idïoma.
SIMILITUDINE
Pascono in ozio su le mura erbose
i cavalli asïatici d'Erode,
mirabili cavalli; e tra le rose
il fluttuare de le lunghe code
mollemente si perde. Accidiose
dormon le palme a torno in su le prode,
e or sì or no ne 'l sonno de le cose
il vivente de 'l mar fremito s'ode.
Ma se Jacìm con rauco grido appare,
balza correndo a lui lo stuol disperso,
a lui guardando da li occhi inquieti.
Amo così, mia bella, io figurare
i desideri miei per te ne 'l verso,
cavalli pascolati in tra i roseti.
SOGNO D'UNA NOTTE DI PRIMAVERA
Tu discendi con pompa orientale
giù pe' i lucidi gradi; ed una schiera
di femmine ti segue, per la nera
scala raggiando la beltà nivale.
Verso la terra, in atto di preghiera,
tu protendi le braccia; ed a 'l segnale
da le bocche mulièbri agile sale
il cantico a la nuova primavera.
Si muovono con lento ondeggiamento
le teste a 'l ritmo, e su per l'aria aperta
in lontananza il pio cantico spira.
Odesi, poi che il gran clamore è spento,
la lunga scala d'ebano, coperta
di femmine, vibrar come una lira.
L'ADORAZIONE
Pallidi ne li azzurri jacintèi
stan li oleandri lungo il mar giocondo,
quali Tádema, il dolce pittor biondo,
già vide ne li idilli di Pompei.
Biancheggiano in quadrùplo ordine a tondo
su le insigni colonne i propilei;
e da l'ombra felice ove tu sei,
Ebe, ne l'aria sale odor profondo.
L'aroma de 'l divin fiore, che intatto
ne 'l tuo misterioso essere chiudi,
per una lenta ebrïetà m'attira.
De le trepide braccia, umile in atto,
io ricingo i tuoi piè candidi e nudi.
Suona l'anima mia, come una lira.
RURALI
Siede una donna, bianca e taciturna,
tenendo l'arpa da le molte chiavi,
su 'l solio, ne la sacra ora notturna.
VAS SPIRITUALE.
Disegno di G. A. SARTORIO.
[Illustrazione: -Fototipia Danesi Roma-]
VIA SACRA
Io te porto su 'l plaustro alto, Maraja,
istorïato d'angeli e di santi,
su 'l plaustro di trionfo a quattro paja
di bovi da le corna erte e lunanti.
Ondeggia in ritmo ai passi ogni giogaja
bianca splendendo; il can fulvo davanti
gioiosamente a i gravi passi abbaja;
e a 'l salïente amor s'alzano i canti.
Oh per il colle olivi in rare file
sopiti, in un pallor dubbio di argento
su 'l dolce azzurro pomeridiano!
Oh tra li olivi il coro feminile
svolgentesi ne l'aria senza vento,
come un ampio cantar gregoriano!
PER LA MESSE
I.
Quando il tuo corpo d'Ebe, alto, ridente
ancor d'infanzia e già schiuso nel fiore
de la prima bellezza adolescente,
sorse avanti improvviso (era l'odore
pe' i ricolti sereno), la vivente
ubertà de' capelli a 'l fulvo ardore
de le spighe così naturalmente
si giunse e così vergine il candore
del sol ne l'innocenza del mattino
arrise, ch'io tremai. Non forse tu,
risorta da la terra genitrice,
eri un'iddia de 'l buon tempo latino?
E non venivi ai popoli datrice
d'una nuova più forte gioventù?
II.
Sia con l'uomo la pace e la giustizia.
Tace, inerte nel sonno, la pianura
sazia di luce e pingue di dovizia
oppressa da l'immensa genitura.
Argentëi de' venti a la blandizia
li olivi custodiscon la matura
copia. Fáusto il ciel brilla; e un coro inizia
i gravi offici de l'agricultura.
E si svolge così, ne la profonda
serenità de la tua luna estiva,
l'inno del pane, o madre terra esperia;
come quando per Cerere feconda
il mite canto arvalico saliva,
regnando Numa con la ninfa Egeria.
III.
Or falcian diecimila braccia umane
la messe del frumento. Come antiche
are sacrate a deità pagane,
su i rasi campi sorgono le biche;
e lietamente l'uomo a le fatiche
piega la forza de le membra sane,
però che ride in cima de le spiche
a l'uom l'augurio de 'l futuro pane.
Guarda da l'alto su la rusticale
opera il Sole, dio benigno e grande
a cui sacro è ne' solchi ogni covone.
E ne la pia letizia cereale
per me la tua geòrgica si spande,
o Publïo Vergilïo Marone.
LA MADRE
Vigile, all'alba, sta su 'l limitare
della casa la Madre ottagenaria,
da poi che alla fatica frumentaria
i molti figli attendono. E cantare
ode la Madre i figli alto nell'aria
concordemente l'inno salutare
che prega il Sole di beneficare
la santità dell'opra alimentaria.
Alla dolcezza del compatimento
materno in cuor de' figli la nativa
pazienza risorge. Or, tra i sudori
e la sete e la polvere ed il vento,
la pazienza è il lene olio d'oliva
che conforta le membra ai lottatori.
I SEMINATORI
Van per il campo i validi garzoni
guidando i buoi da la pacata faccia;
e, dietro quelli, fumiga la traccia
del ferro aperta alle seminagioni.
Poi, con un largo gesto delle braccia,
spargon li adulti la semenza; e i buoni
vecchi, levando al ciel le orazïoni,
pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.
Quasi una pia riconoscenza umana
oggi onora la terra. Nel modesto
lume del sole, al vespero, il nivale
tempio de' monti inalzasi: una piana
canzon levano li uomini, e nel gesto
hanno una maestà sacerdotale.
IL POMO
Pendono i frutti, maturati a 'l roseo
calor de 'l sole, e tremano:
intatti ancora, poi che ad Ebe l'intima
dolcezza lor consacrano.
Vermigli sono e de 'l lor peso aggravano
i rami e de 'l lor numero;
e tale effluvio spargono aulentissimo
onde mi ride l'anima
tutta e ne 'l capo assai giocondi nasconmi
pensieri e vaghe imagini
di amore sì che in vero tutta ridemi,
come ne 'l vino, l'anima.
Sopraggiunge ne li orti Ebe, con subita
gioia; e ridendo gridami:
--O tu, o tu che siedi sotto l'albero
de 'l pomo, un frutto coglimi!--
--Non io te 'l coglierò, ma te medesima
leverò, fino a giugnere
il ramo, su le mie braccia, o dolcissima
Ebe.--Ed ella:--Or tu lévami
su le tue braccia.--Ed io la levo, a giugnere
il buon frutto che penzola
ed alletta, sì come ne la favola
antica del re Tantalo.
Ergesi il corpo d'Ebe, quale un'anfora,
da la mia stretta; e l'avide
mani ella tende a 'l ramo, in attitudine
bellissima; ed ai cúbiti
nudati le sorridono due rosei
cavi, due nidi rosei,
ove, meglio che a 'l frutto, io vorrei mordere,
me' che a l'inarrivabile
frutto.--Ancora!--ella grida--Ancora! Un ultimo
sforzo, ed ha vinto Tantalo!--
Ond'io più l'alzo; e più ne 'l desiderio
ardo, sentendo il palpito
de le sue membra. Grida ella:--Vittoria!--
E, d'un salto, si libera
da le mie braccia e fugge, abbandonandomi.
--Vittoria!--li orti echeggiano.
Poi ella torna, perocchè ne l'animo
sia pïetosa. Offrendomi
la cara bocca, ancora tutta rorida
de 'l succo, d'onde l'alito
esce fragrante come su da 'l calice
d'un fiore, dice:--Baciami!--
Ed a lungo io la bacio; e tutti fremono,
parmi, d'invidia li alberi.
LA VENDEMMIA
Prema co 'l pié gagliardo un giovinetto,
entro il tino di quercia, le capaci
sacca ricolme d'uva succulenta;
ed all'urto gli scorra il mosto in rivi.
Poggiato ad una verde asta silvana,
ei moderi co 'l suo canto l'alterno
salto de' piedi; e sia composto, quale
è Dïonigi nel buon marmo acheo.
Gli ridano le membra, temperate
di grazia e di vigore, agili in ritmo.
Appariscano a fior del suo torace
adolescente i fieri archi dell'ossa,
come a studio segnati da preclaro
artefice; e le braccia al busto inserte
nitidamente sieno e nerborose
come d'atleta al disco esercitato;
e le gambe in lor moti abbian la maschia
venustà della forma e la lunghezza
quasi fluente, che alli Antichi nostri
in tele e in marmi assai furono care.
Vengan d'in torno le fanciulle al tino
da le prossime vigne, con canestri
di grappoli in su 'l capo; e faccian coro,
quali un dì le canéfore in Atene.
Fluiscano, di sotto alle calcagna
imporporate del vendemmiatore,
larghi rivi di mosto; e liberale
sia di gioia a l'umana opera il Sole.
LA NEVE
Scende la neve su la Terra madre,
placidamente. E lei bianca riceve
la Terra ne' suoi giusti ozi, da poi
che all'uom copia di frutti ha partorito.
Guarda il bifolco splendere a' sudati
campi la neve, mentre siede al desco;
e a lui dal cuor la speme e dal bicchiere
sorride la primizïa del vino.
--Scendi con pace, o neve; e le radici
difendi e i germi, che daranno ancora
erba molta alli armenti, all'uomo il pane.
Scendi con pace; sì che al novel tempo
da te nudriti, lungo il pian ridesto,
corran qual greggia obedïenti i fiumi.
BOOZ ADDORMENTATO
Ella cavalca, lungo il reo padule;
e dietro; a paro, su due bianche mule
seguon due vecchi, gravi e taciturni.
L'ALUNNA.
Disegno di MARIO DE MARIA.
[Illustrazione: -Fototipia Danesi Roma-]
DA VICTOR HUGO.
I.
Ora Booz giaceva, stanco le braccia e il petto,
però che faticato avea molto su l'aja.
Ed or giaceva alfine Booz, presso le staia
ricolme di fromento, ne 'l consueto letto.
Possedea grandi il vecchio campi d'orzo e di grano
al sole; e prosperavano i suoi campi in dovizia.
Se ben dovizioso, era mite ed umano
il vecchio; e incline avea l'animo a la giustizia.
Quando a sera tornavano da le agresti fatiche
carichi di manipoli i mietitori a torme,
ei, vedendo una femmina china cercar ne l'orme,
dicea:--Lasciate, o uomini probi, cader le spiche.
Così, candidamente, lungi da oblique strade,
di probità vestito e di lino, incedeva.
Parean publiche fonti le sue sacca di biade,
però che vi attingeano quanti la fame urgeva.
D'argento era la barba, come rivo d'aprile.
Le femmine guardavano, più che l'ésili e blande
forme di un uomo giovine, quella forma senile;
però che l'uomo giovine bello è, ma il vecchio è grande.
Il vecchio, risagliente a le origini prime,
entra nelli anni eterni, esce dai dì malcerti.
Al giovine una fiamma brilla ne li occhi aperti,
ma ne li occhi de 'l vecchio è una luce sublime.
II.
Ora Booz dormiva ne la notte tra i suoi.
Presso le mole simili ne l'ombra a monumenti,
i mietitori stavano distesi, come armenti
stanchi. E questo era in tempi lontanissimi a noi.
Le tribù d'Israello avean per capo un saggio.
La terra, esercitata da una gente errabonda
che ignote orme giganti scoprìa ne 'l suo passaggio,
tutta era molle ed umida pe 'l diluvio e feconda.
III.
Come Jacob e Judith, con le pálpebre chiuse
Booz giacea ne 'l grave sonno patriarcale.
Or la porta de 'l cielo su 'l suo capo si schiuse
e ne discese un sogno. Ed il sogno fu tale:
Booz vide una quercia fuor de 'l suo ventre in piena
vita sorgere e lenta giugner l'ultimo lume.
Una stirpe di umani vi s'ergea, qual catena:
un re cantava a 'l piede, moriva in alto un nume.
E mormorava Booz, sotto le verdi foglie:
--Come può mai, Signore, questo dunque accadere?
Su 'l mio capo fiorirono ottanta primavere:
ed io non ho figliuoli, ed io non ho più moglie.
Da gran tempo colei che meco ebbi giacente
ha lasciato il mio letto pe 'l tuo letto, Signore;
e noi siam l'una all'altro ancor misti d'amore,
ella pur semiviva ed io quasi morente.
Una progenie nuova da me sorgere a gloria?
Or come posso io dunque aver prole, o Signore?
La prima giovinezza ha trionfanti aurore:
esce il dì da la notte come da una vittoria;
ma la vecchiezza è tremula, quale ai venti alberello.
Io son vedovo, solo, ne 'l vespero, su 'l monte;
come un bove assetato piega all'acqua la fronte,
io l'anima reclino, mio Dio, verso l'avello.--
Così Booz parlava, ne la misteriosa
notte, e a Dio volgea l'occhio inerte; però che
l'alto cedro non sente a 'l suo piede una rosa
e non sentiva Booz una donna a 'l suo piè.
IV.
Mentre Booz dormiva, Ruth, una moabita,
s'era distesa ai piedi de 'l vecchio, nuda il seno,
sperando un qualche ignoto raggio o ignoto baleno
se venìa co 'l risveglio la luce de la vita.
Ora Booz inconscio dormiva sotto i cieli;
Ruth inconscia attendea, con pia serenità.
Una fresca fragranza salìa da li asfodeli,
e i soffi de la notte languìan su Galgalà.
Era l'ombra solenne, augusta e nuziale.
Volavan forse, innanzi a li occhi stupefatti
de li umani, erranti angeli; però che in alto a tratti
apparivano azzurri lembi simili ad ale.
Il largo respirare di Booz dormïente
mesceasi de' ruscelli a 'l romor roco e grave.
Era nel tempo quando la natura è soave:
i colli avevano gigli su la cima fiorente.
Ruth pensava; dormiva Booz. L'erbe alte e nere
ondeggiavano; in pace respiravan li armenti;
una immensa dolcezza scendea da i firmamenti.
Era l'ora in cui placidi vanno i leoni a bere.
Ogni cosa taceva in Ur e in Jerimàde.
Li astri riscintillavano su pe 'l cielo profondo;
il mite arco lunare, tra il giardino giocondo
de' fiori de la luce, risplendea su le biade;
e Ruth, immota, li occhi socchiudendo tra i veli,
chiedea:--Qual mietitore dio de l'eterna estate,
poi che le sue stellanti ariste ebbe tagliate,
gittò la falce d'oro ne 'l gran campo dei cieli?
IDILLII
.... i cervi, a cui ne li occhi il fascino
sta de le solitudini
natie, sazî de 'l pascolo, su 'l limite
scendono in torme a bevere.
DIANA INERME.
Disegno di ALESSANDRO MORANI.
[Illustrazione: -Fototipia Danesi Roma-]
L'ANDRÒGINE
Ermafrodito, il semidio procace,
sta ne la fonte immerso
come in un letto d'oro; ed il ben terso
corpo dona a l'abbraccio di Salmace.
Tremano i fiori su la calda linfa
i calici schiudendo,
mentre si compie l'imeneo stupendo
de 'l figliuol di Mercurio con la ninfa.
A la marina, a 'l bosco, a 'l piano, a 'l monte
una immensa letizia
muove da 'l padre Sole: arde propizia
la voluttà su l'amorosa fonte.
E sal con deità di giovinezza
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