Pavidi, in tra la selva umida e fresca, correano a quella voce i cavriuoli. Splendean miti ed umani li occhi a l'ombra in guardarti; ed i figliuoli, alti e biondetti, sen venìano a l'esca de 'l cibo, come a 'l pan giovini cani. Forte ridevi tu quando a le mani i lor teneri denti ti mordevan con piani incitamenti. Tra la fronda eran queti li usignuoli ed i frassini intenti ascoltavan salire il dolce riso. SESTINA. Quando più ne' profondi orti le rose aulivano per l'aria de la sera e mesceasi a quel lor tepido fiato sapor di miele da' pomari d'oro, venne Isaotta un tempo a le mie braccia, candida e mite quale a maggio luna. Non sì dolce chinò li occhi la Luna su 'l suo vago sopito in tra le rose Endimïon, tendendo ambo le braccia, (splendeva il Latmo a la vermiglia sera, cui bagnano i ruscelli in vene d'oro: sol de' veltri s'udia l'ansante fiato) com'ella sovra me. Caldo il suo fiato io sentìa su 'l mio volto, ed a la luna vedea brillare la cesarie d'oro cui cingevano i miei sogni e le rose. Fulgida aurora a me parve la sera, ne 'l cerchio de le sue morbide braccia. Dolce cosa languir tra le sue braccia! Dolce, languendo, bevere il suo fiato! Voci correan d'amor per l'alta sera; e bramire s'udian cervi a la luna da' chiusi, e Agosto a l'ombra de le rose cantar soletto in su la tibia d'oro, e a quando a quando, come in vaso d'oro pioggia di perle, da le verdi braccia de li alberi che misti eran di rose le odorifere gomme ad ogni fiato d'aura cader su' fonti ove la luna piovea gl'incanti de l'estiva sera. O donna ch'anzi vespro a me fai sera, cui Laura è suora ne le rime d'oro, deh foss'io, come il vago de la Luna, addormentato, e alfin tra le tue braccia mi risvegliassi e bevere il tuo fiato potessi ancora, in letto alto di rose! Tu la Bella vedrai diman da sera e a lei ricingerai le chiome d'oro, canzon, nata di notte senza luna. QUI FINISCE IL LIBRO D'ISAOTTA. SONETTI DELLE FATE E su tal corda l'anima sospira. GRASINDA. Disegno di GIUSEPPE CELLINI. [Illustrazione] A GIUSEPPE CELLINI Lino ai boschi de l'isola di Creta udía le ninfe correre tra i rami e Teocrito udía lunge i richiami di Lyda a riva e i canti di Dameta. Tu ne li orti d'Italia odi, o poeta, rider le fate come in lor reami. Ti chiede Urganda:--O mio sire, tu m'ami?-- e ti trae ne la sua reggia segreta. Agile, ardente quale fiamma, Urganda t'intesse a torno con rapidi voli una danza di perfida virtù. Ma non anche tu dormi in Broceglianda tra i mirti intonsi, a' lai de' rosignoli, poi ch'io suono il fatal corno d'Artù. ELIANA Dorme a notte il palagio d'Elïana, simile a un dòmo gotico d'argento. Or, ne la luce senza mutamento, pare un fragile incanto di Morgana. Armoniosa come uno stromento apresi a torno l'alta ombra silvana; ed a piè de la scala una fontana singhiozza in ritmo ne 'l silenzio intento. A torme a torme candidi paoni, lenti, silenti come neve in aria, discendono su l'agili ringhiere. Sono le spose morte di piacere, che tentan la dimora solitaria. E il bosco è pieno d'implorazïoni. MIRINDA Mirinda e il fido, ne l'occulta stanza, adagiati su' troni orientali, dilettansi a gittar lucidi strali sotto i piè d'un fanciul nudo che danza. Un grande e bianco augello, a passi eguali, carico d'otri, sparge in abondanza acque d'ambra d'insolita fragranza su i marmi che dan lume ai penetrali. --Vedrem fiori, com'ampie urne, fiorire; berremo un vin ne' puri alvi de' frutti; e guarderemo entro smeraldi il sole.-- Dice Mirinda. E il tremulo nitrire de' liocorni e il murmure de' flutti si mescono a le sue lente parole. MELUSINA Guarda, assisa, la vaga Melusina, tenendo il capo tra le ceree mani, la Luna in arco da' boschi lontani salir vermiglia il ciel di Palestina. Da l'alto de la torre saracina, ella sogna il destin de' Lusignani; e innanzi a 'l tristo rosseggiar de' piani, sente de 'l suo finir l'ora vicina. Già già, viscida e lunga, ella le braccia vede coprirsi di pallida squama, le braccia che fiorían sì dolcemente. Scintilla inrigidita la sua faccia e bilingue la sua bocca in van chiama poi che a 'l cuor giunge il freddo de 'l serpente. GRASINDA Dorme Grasinda in mezzo a' suoi tesori, ove l'incanto un sonno alto le impose. E l'intima dolcezza de le cose ver lei migra in assai vaghi romori. Fremono a torno li alberi canori, da la grande armonía piovendo rose quasi che per virtù misteriose si rispandano i suoni in rari fiori. Lento il corpo ne 'l sonno a 'l ritmo cede: compongonsi le membra agili in arco e prendon forma di lunata lira. Si tendono le chiome argute al piede facendo strano a' due pollici incarco; e su tal corda l'anima sospira. MORGANA Or tremule, su i mari e su le arene, crescon ne la lunare alba le imagi: materïati d'oro alti palagi e torri ingenti assai più che Pirene. Salgono scale in luminose ambagi con inteste di fior lunghe catene. Come navi in balía de le sirene, ondeggiano le pendule compagi; poi che Morgana, in dolce atto giacente ne 'l letto de la nube solitaria, quasi ebra di quel suo divin lavoro, ama, seguendo un carme ne la mente, cullare de le man languide a l'aria la città da le mille scale d'oro. ORIANA Orïana tenea l'incantamento. Giacean, ebri d'assai dolci veleni, ne l'antro i prodi; e larga di sereni sogni la Luna era a l'umano armento. Pascean su 'l limitare i palafreni meravigliosi, li émuli de 'l vento: battean la lunga coda in moto lento a la coscia, e nitrían per li alti fieni. Giunse Amadigi a l'antro solitario, tutto de l'armi splendide vestito; e tre volte suonò, ne 'l muto orrore. Quindi, rompendo il magico velario che l'edera tessea, con quell'ardito gesto egli prese ad Orïana il cuore. ORIANA INFEDELE Quando Amadigi con l'eterna amante giunse a l'isola Ferma (auree ne 'l giorno lucean le mura ed i verzieri in torno aulívano), le porte d'adamante s'apriron mute e gravi, a 'l suon de 'l corno; ma, lasciando Orïana a Floridante, il Donzello del mare, almo e raggiante, penetrò solo ne 'l divin soggiorno. Disse a la donna il bel sir di Castiglia: --Ahi che troppo di te m'arse il desio! Or tu m'odi!--E la trasse ai labirinti. Mago ne l'aria odore di jacinti vinse Orïana de 'l soave oblio. Ridea Lurchetto in sua faccia vermiglia. SONETTI D'EBE .... Morgana, in dolce atto giacente ne 'l letto de la nube solitaria.... MORGANA. Disegno di VINCENZO CABIANCA. [Illustrazione] IL CAVALIERE DELLA MORTE In un'antica stampa de 'l Durero va contro maghi e draghi a la battaglia tutto chiuso ne l'arme un Cavaliero su 'l gran cavallo coperto di scaglia: a 'l fianco l'accompagna da scudiero la Morte senza piastra e senza maglia, dietro gli segue da valletto il nero Peccato; e fosca innanzi è la boscaglia. Io così, nuovamente, a la conquista de l'Arte e de l'Amor, salgo la vita; ma il mio bieco scudier non mi rattrista, ma il valletto ridendo alto m'incita ed incanto non v'ha che mi resista, poi che già in groppa, o Bella, io t'ho rapita. IL FIUME I. Quando lungo il selvaggio fiume la mia signora navigava, a l'aurora, con pomposo equipaggio, si faceva canora la riva a 'l suo passaggio e li uccelli di maggio volavan su la prora. Scendevano i tappeti, di color rosso e giallo, ne l'acqua di turchese. E i galanti roseti salutavano il gallo dipinto su 'l palvese. II. Per virtù de' miei canti emergevan da l'onda amorosa e feconda mille fiori odoranti; e la signora bionda da' grandi occhi stellanti arrideva alli incanti, con voluttà profonda. Prendeano singolare forma ne 'l dubbio lume alti i pioppi d'argento e parean s'abbracciare giù ne 'l letto de 'l fiume, co 'l favore de 'l vento. III. Sorgean quindi, nutrite da 'l padre fiume, vive selve lungo le rive e s'aprian ne 'l ciel mite. Da le sedi native le ninfe sbigottite correvano inseguite, candide fuggitive. E pe' i recessi impervi de i divini soggiorni, ne 'l silenzio divino, bramivan come cervi li egìpani, bicorni iddii da 'l piè caprino. IV. La bianca dama il ciglio con la man, dolcemente, schermìa da la nascente forza de 'l sol vermiglio e l'altra man pendente, simile a un molle giglio, tenea fuor de 'l naviglio entro l'acqua corrente. E nulla era più bello e leggiadro de l'atto ch'ella facea, tra i raggi, cogliendo un ramoscello o un gran fiore scarlatto da li argini selvaggi. V. Quando a terra posava ella il suo piè ducale, la selva fluviale tutta in fiore cantava. Saliva il nuziale inno a l'ospite flava; e a 'l tuono era la cava selva una catedrale. Io, piegando i ginocchi, dicea:--Bionda signora, un servo, ecco, si prostra. Ella chinava li occhi, bella come l'aurora, e dicea:--Sono vostra. IL CANTO Un giorno ella cantò, su la galea, ad alleggiar la mia grave fatica. E il mare a noi, spirante ancor l'antica divinità, propizio sorridea. Al riso innumerevole, l'aprica riva non lungi in breve arco splendea, polita e bianca, qual ne l'Odissea la riva de la dolce Näusìca. Or così, mentre io ripensava Ulisse, guardando pe 'l seren grembo de l'acque palpitar l'ombra de l'amata chioma, parvemi, Omero, il dáttilo fiorisse in sommo de 'l gentil labbro, che nacque a favellar ne 'l tuo puro idïoma. SIMILITUDINE Pascono in ozio su le mura erbose i cavalli asïatici d'Erode, mirabili cavalli; e tra le rose il fluttuare de le lunghe code mollemente si perde. Accidiose dormon le palme a torno in su le prode, e or sì or no ne 'l sonno de le cose il vivente de 'l mar fremito s'ode. Ma se Jacìm con rauco grido appare, balza correndo a lui lo stuol disperso, a lui guardando da li occhi inquieti. Amo così, mia bella, io figurare i desideri miei per te ne 'l verso, cavalli pascolati in tra i roseti. SOGNO D'UNA NOTTE DI PRIMAVERA Tu discendi con pompa orientale giù pe' i lucidi gradi; ed una schiera di femmine ti segue, per la nera scala raggiando la beltà nivale. Verso la terra, in atto di preghiera, tu protendi le braccia; ed a 'l segnale da le bocche mulièbri agile sale il cantico a la nuova primavera. Si muovono con lento ondeggiamento le teste a 'l ritmo, e su per l'aria aperta in lontananza il pio cantico spira. Odesi, poi che il gran clamore è spento, la lunga scala d'ebano, coperta di femmine, vibrar come una lira. L'ADORAZIONE Pallidi ne li azzurri jacintèi stan li oleandri lungo il mar giocondo, quali Tádema, il dolce pittor biondo, già vide ne li idilli di Pompei. Biancheggiano in quadrùplo ordine a tondo su le insigni colonne i propilei; e da l'ombra felice ove tu sei, Ebe, ne l'aria sale odor profondo. L'aroma de 'l divin fiore, che intatto ne 'l tuo misterioso essere chiudi, per una lenta ebrïetà m'attira. De le trepide braccia, umile in atto, io ricingo i tuoi piè candidi e nudi. Suona l'anima mia, come una lira. RURALI Siede una donna, bianca e taciturna, tenendo l'arpa da le molte chiavi, su 'l solio, ne la sacra ora notturna. VAS SPIRITUALE. Disegno di G. A. SARTORIO. [Illustrazione: -Fototipia Danesi Roma-] VIA SACRA Io te porto su 'l plaustro alto, Maraja, istorïato d'angeli e di santi, su 'l plaustro di trionfo a quattro paja di bovi da le corna erte e lunanti. Ondeggia in ritmo ai passi ogni giogaja bianca splendendo; il can fulvo davanti gioiosamente a i gravi passi abbaja; e a 'l salïente amor s'alzano i canti. Oh per il colle olivi in rare file sopiti, in un pallor dubbio di argento su 'l dolce azzurro pomeridiano! Oh tra li olivi il coro feminile svolgentesi ne l'aria senza vento, come un ampio cantar gregoriano! PER LA MESSE I. Quando il tuo corpo d'Ebe, alto, ridente ancor d'infanzia e già schiuso nel fiore de la prima bellezza adolescente, sorse avanti improvviso (era l'odore pe' i ricolti sereno), la vivente ubertà de' capelli a 'l fulvo ardore de le spighe così naturalmente si giunse e così vergine il candore del sol ne l'innocenza del mattino arrise, ch'io tremai. Non forse tu, risorta da la terra genitrice, eri un'iddia de 'l buon tempo latino? E non venivi ai popoli datrice d'una nuova più forte gioventù? II. Sia con l'uomo la pace e la giustizia. Tace, inerte nel sonno, la pianura sazia di luce e pingue di dovizia oppressa da l'immensa genitura. Argentëi de' venti a la blandizia li olivi custodiscon la matura copia. Fáusto il ciel brilla; e un coro inizia i gravi offici de l'agricultura. E si svolge così, ne la profonda serenità de la tua luna estiva, l'inno del pane, o madre terra esperia; come quando per Cerere feconda il mite canto arvalico saliva, regnando Numa con la ninfa Egeria. III. Or falcian diecimila braccia umane la messe del frumento. Come antiche are sacrate a deità pagane, su i rasi campi sorgono le biche; e lietamente l'uomo a le fatiche piega la forza de le membra sane, però che ride in cima de le spiche a l'uom l'augurio de 'l futuro pane. Guarda da l'alto su la rusticale opera il Sole, dio benigno e grande a cui sacro è ne' solchi ogni covone. E ne la pia letizia cereale per me la tua geòrgica si spande, o Publïo Vergilïo Marone. LA MADRE Vigile, all'alba, sta su 'l limitare della casa la Madre ottagenaria, da poi che alla fatica frumentaria i molti figli attendono. E cantare ode la Madre i figli alto nell'aria concordemente l'inno salutare che prega il Sole di beneficare la santità dell'opra alimentaria. Alla dolcezza del compatimento materno in cuor de' figli la nativa pazienza risorge. Or, tra i sudori e la sete e la polvere ed il vento, la pazienza è il lene olio d'oliva che conforta le membra ai lottatori. I SEMINATORI Van per il campo i validi garzoni guidando i buoi da la pacata faccia; e, dietro quelli, fumiga la traccia del ferro aperta alle seminagioni. Poi, con un largo gesto delle braccia, spargon li adulti la semenza; e i buoni vecchi, levando al ciel le orazïoni, pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia. Quasi una pia riconoscenza umana oggi onora la terra. Nel modesto lume del sole, al vespero, il nivale tempio de' monti inalzasi: una piana canzon levano li uomini, e nel gesto hanno una maestà sacerdotale. IL POMO Pendono i frutti, maturati a 'l roseo calor de 'l sole, e tremano: intatti ancora, poi che ad Ebe l'intima dolcezza lor consacrano. Vermigli sono e de 'l lor peso aggravano i rami e de 'l lor numero; e tale effluvio spargono aulentissimo onde mi ride l'anima tutta e ne 'l capo assai giocondi nasconmi pensieri e vaghe imagini di amore sì che in vero tutta ridemi, come ne 'l vino, l'anima. Sopraggiunge ne li orti Ebe, con subita gioia; e ridendo gridami: --O tu, o tu che siedi sotto l'albero de 'l pomo, un frutto coglimi!-- --Non io te 'l coglierò, ma te medesima leverò, fino a giugnere il ramo, su le mie braccia, o dolcissima Ebe.--Ed ella:--Or tu lévami su le tue braccia.--Ed io la levo, a giugnere il buon frutto che penzola ed alletta, sì come ne la favola antica del re Tantalo. Ergesi il corpo d'Ebe, quale un'anfora, da la mia stretta; e l'avide mani ella tende a 'l ramo, in attitudine bellissima; ed ai cúbiti nudati le sorridono due rosei cavi, due nidi rosei, ove, meglio che a 'l frutto, io vorrei mordere, me' che a l'inarrivabile frutto.--Ancora!--ella grida--Ancora! Un ultimo sforzo, ed ha vinto Tantalo!-- Ond'io più l'alzo; e più ne 'l desiderio ardo, sentendo il palpito de le sue membra. Grida ella:--Vittoria!-- E, d'un salto, si libera da le mie braccia e fugge, abbandonandomi. --Vittoria!--li orti echeggiano. Poi ella torna, perocchè ne l'animo sia pïetosa. Offrendomi la cara bocca, ancora tutta rorida de 'l succo, d'onde l'alito esce fragrante come su da 'l calice d'un fiore, dice:--Baciami!-- Ed a lungo io la bacio; e tutti fremono, parmi, d'invidia li alberi. LA VENDEMMIA Prema co 'l pié gagliardo un giovinetto, entro il tino di quercia, le capaci sacca ricolme d'uva succulenta; ed all'urto gli scorra il mosto in rivi. Poggiato ad una verde asta silvana, ei moderi co 'l suo canto l'alterno salto de' piedi; e sia composto, quale è Dïonigi nel buon marmo acheo. Gli ridano le membra, temperate di grazia e di vigore, agili in ritmo. Appariscano a fior del suo torace adolescente i fieri archi dell'ossa, come a studio segnati da preclaro artefice; e le braccia al busto inserte nitidamente sieno e nerborose come d'atleta al disco esercitato; e le gambe in lor moti abbian la maschia venustà della forma e la lunghezza quasi fluente, che alli Antichi nostri in tele e in marmi assai furono care. Vengan d'in torno le fanciulle al tino da le prossime vigne, con canestri di grappoli in su 'l capo; e faccian coro, quali un dì le canéfore in Atene. Fluiscano, di sotto alle calcagna imporporate del vendemmiatore, larghi rivi di mosto; e liberale sia di gioia a l'umana opera il Sole. LA NEVE Scende la neve su la Terra madre, placidamente. E lei bianca riceve la Terra ne' suoi giusti ozi, da poi che all'uom copia di frutti ha partorito. Guarda il bifolco splendere a' sudati campi la neve, mentre siede al desco; e a lui dal cuor la speme e dal bicchiere sorride la primizïa del vino. --Scendi con pace, o neve; e le radici difendi e i germi, che daranno ancora erba molta alli armenti, all'uomo il pane. Scendi con pace; sì che al novel tempo da te nudriti, lungo il pian ridesto, corran qual greggia obedïenti i fiumi. BOOZ ADDORMENTATO Ella cavalca, lungo il reo padule; e dietro; a paro, su due bianche mule seguon due vecchi, gravi e taciturni. L'ALUNNA. Disegno di MARIO DE MARIA. [Illustrazione: -Fototipia Danesi Roma-] DA VICTOR HUGO. I. Ora Booz giaceva, stanco le braccia e il petto, però che faticato avea molto su l'aja. Ed or giaceva alfine Booz, presso le staia ricolme di fromento, ne 'l consueto letto. Possedea grandi il vecchio campi d'orzo e di grano al sole; e prosperavano i suoi campi in dovizia. Se ben dovizioso, era mite ed umano il vecchio; e incline avea l'animo a la giustizia. Quando a sera tornavano da le agresti fatiche carichi di manipoli i mietitori a torme, ei, vedendo una femmina china cercar ne l'orme, dicea:--Lasciate, o uomini probi, cader le spiche. Così, candidamente, lungi da oblique strade, di probità vestito e di lino, incedeva. Parean publiche fonti le sue sacca di biade, però che vi attingeano quanti la fame urgeva. D'argento era la barba, come rivo d'aprile. Le femmine guardavano, più che l'ésili e blande forme di un uomo giovine, quella forma senile; però che l'uomo giovine bello è, ma il vecchio è grande. Il vecchio, risagliente a le origini prime, entra nelli anni eterni, esce dai dì malcerti. Al giovine una fiamma brilla ne li occhi aperti, ma ne li occhi de 'l vecchio è una luce sublime. II. Ora Booz dormiva ne la notte tra i suoi. Presso le mole simili ne l'ombra a monumenti, i mietitori stavano distesi, come armenti stanchi. E questo era in tempi lontanissimi a noi. Le tribù d'Israello avean per capo un saggio. La terra, esercitata da una gente errabonda che ignote orme giganti scoprìa ne 'l suo passaggio, tutta era molle ed umida pe 'l diluvio e feconda. III. Come Jacob e Judith, con le pálpebre chiuse Booz giacea ne 'l grave sonno patriarcale. Or la porta de 'l cielo su 'l suo capo si schiuse e ne discese un sogno. Ed il sogno fu tale: Booz vide una quercia fuor de 'l suo ventre in piena vita sorgere e lenta giugner l'ultimo lume. Una stirpe di umani vi s'ergea, qual catena: un re cantava a 'l piede, moriva in alto un nume. E mormorava Booz, sotto le verdi foglie: --Come può mai, Signore, questo dunque accadere? Su 'l mio capo fiorirono ottanta primavere: ed io non ho figliuoli, ed io non ho più moglie. Da gran tempo colei che meco ebbi giacente ha lasciato il mio letto pe 'l tuo letto, Signore; e noi siam l'una all'altro ancor misti d'amore, ella pur semiviva ed io quasi morente. Una progenie nuova da me sorgere a gloria? Or come posso io dunque aver prole, o Signore? La prima giovinezza ha trionfanti aurore: esce il dì da la notte come da una vittoria; ma la vecchiezza è tremula, quale ai venti alberello. Io son vedovo, solo, ne 'l vespero, su 'l monte; come un bove assetato piega all'acqua la fronte, io l'anima reclino, mio Dio, verso l'avello.-- Così Booz parlava, ne la misteriosa notte, e a Dio volgea l'occhio inerte; però che l'alto cedro non sente a 'l suo piede una rosa e non sentiva Booz una donna a 'l suo piè. IV. Mentre Booz dormiva, Ruth, una moabita, s'era distesa ai piedi de 'l vecchio, nuda il seno, sperando un qualche ignoto raggio o ignoto baleno se venìa co 'l risveglio la luce de la vita. Ora Booz inconscio dormiva sotto i cieli; Ruth inconscia attendea, con pia serenità. Una fresca fragranza salìa da li asfodeli, e i soffi de la notte languìan su Galgalà. Era l'ombra solenne, augusta e nuziale. Volavan forse, innanzi a li occhi stupefatti de li umani, erranti angeli; però che in alto a tratti apparivano azzurri lembi simili ad ale. Il largo respirare di Booz dormïente mesceasi de' ruscelli a 'l romor roco e grave. Era nel tempo quando la natura è soave: i colli avevano gigli su la cima fiorente. Ruth pensava; dormiva Booz. L'erbe alte e nere ondeggiavano; in pace respiravan li armenti; una immensa dolcezza scendea da i firmamenti. Era l'ora in cui placidi vanno i leoni a bere. Ogni cosa taceva in Ur e in Jerimàde. Li astri riscintillavano su pe 'l cielo profondo; il mite arco lunare, tra il giardino giocondo de' fiori de la luce, risplendea su le biade; e Ruth, immota, li occhi socchiudendo tra i veli, chiedea:--Qual mietitore dio de l'eterna estate, poi che le sue stellanti ariste ebbe tagliate, gittò la falce d'oro ne 'l gran campo dei cieli? IDILLII .... i cervi, a cui ne li occhi il fascino sta de le solitudini natie, sazî de 'l pascolo, su 'l limite scendono in torme a bevere. DIANA INERME. Disegno di ALESSANDRO MORANI. [Illustrazione: -Fototipia Danesi Roma-] L'ANDRÒGINE Ermafrodito, il semidio procace, sta ne la fonte immerso come in un letto d'oro; ed il ben terso corpo dona a l'abbraccio di Salmace. Tremano i fiori su la calda linfa i calici schiudendo, mentre si compie l'imeneo stupendo de 'l figliuol di Mercurio con la ninfa. A la marina, a 'l bosco, a 'l piano, a 'l monte una immensa letizia muove da 'l padre Sole: arde propizia la voluttà su l'amorosa fonte. E sal con deità di giovinezza 1 , , 2 . 3 4 ' ; , 5 , ' 6 ' , ' . 7 8 9 . 10 11 12 . 13 14 15 . 16 17 ' 18 ' 19 20 ' ' , 21 , 22 . 23 24 25 ' 26 , , 27 ( , 28 ' : 29 ' ' ' ) 30 31 ' . 32 ' , 33 ' 34 . 35 , 36 ' . 37 38 ! 39 , , ! 40 ' ' ; 41 ' 42 ' , ' 43 ' , 44 45 , ' 46 , 47 48 49 ' ' 50 ' ' . 51 52 ' , 53 ' , 54 ' , , 55 , 56 57 , ! 58 59 60 ' , 61 , . 62 63 64 ' . 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 ' . 75 76 . 77 78 79 . 80 81 [ ] 82 83 84 85 86 87 88 ' 89 90 91 . 92 93 ' , , 94 . 95 : - - , ' ? - - 96 . 97 98 , , 99 ' 100 . 101 102 103 , ' ' , 104 ' ' . 105 106 107 108 109 110 111 112 ' , 113 ' . 114 , , 115 . 116 117 118 ' ; 119 120 ' . 121 122 , 123 , , 124 ' . 125 126 , 127 . 128 ' . 129 130 131 132 133 134 135 136 , ' , 137 ' , 138 139 ' . 140 141 , , 142 ' , 143 ' ' 144 . 145 146 - - , ' , ; 147 ' ' ; 148 . - - 149 150 . 151 ' ' 152 . 153 154 155 156 157 158 159 160 , , , 161 , 162 ' 163 . 164 165 ' , 166 ' ; 167 ' ' , 168 ' ' . 169 170 , , 171 , 172 . 173 174 175 176 ' ' . 177 178 179 180 181 182 183 184 ' , 185 ' . 186 ' 187 . 188 189 , 190 191 192 . 193 194 ' ' : 195 196 . 197 198 199 ' ; 200 ' . 201 202 203 204 205 206 207 208 , , 209 : 210 ' 211 . 212 213 214 . 215 , 216 ; 217 218 , 219 ' , 220 , 221 222 , , 223 ' 224 ' . 225 226 227 228 229 230 231 232 ' . 233 , ' , 234 ' ; 235 ' . 236 237 ' 238 , ' : 239 240 , . 241 242 ' , 243 ' ; 244 , ' . 245 246 , 247 ' , ' 248 . 249 250 251 252 253 254 255 256 ' 257 ' ( ' 258 259 ) , ' 260 261 ' , ' ' ; 262 , , 263 , , 264 ' . 265 266 : 267 - - ' ! 268 ' ! - - . 269 270 ' 271 ' . 272 . 273 274 275 276 277 ' 278 279 280 281 282 . . . . , 283 ' . . . . 284 285 . 286 287 288 . 289 290 [ ] 291 292 293 294 295 296 297 298 ' ' 299 300 ' 301 ' : 302 303 ' ' 304 , 305 306 ; . 307 308 , , 309 ' ' , ; 310 , 311 312 ' 313 ' , 314 , , ' . 315 316 317 318 319 320 321 322 . 323 324 325 326 , ' , 327 , 328 329 330 ' 331 332 . 333 334 , 335 , 336 ' . 337 338 339 340 ' . 341 342 343 . 344 345 ' 346 ' 347 348 ; 349 350 351 ' 352 , 353 . 354 355 356 ' 357 ' 358 359 ' 360 ' ' , 361 ' ' . 362 363 364 . 365 366 , 367 ' , 368 369 ' ' . 370 371 372 373 , 374 . 375 376 ' 377 , 378 ' , 379 380 381 , 382 ' . 383 384 385 . 386 387 388 , , 389 390 ' 391 392 ' , 393 , 394 ' 395 ' . 396 397 398 ' 399 ' , , 400 401 402 403 . 404 405 406 . 407 408 409 , 410 411 . 412 413 414 ' ; 415 ' 416 . 417 418 , , 419 : - - , 420 , , . 421 422 , 423 ' , 424 : - - . 425 426 427 428 429 430 431 432 , , 433 . 434 , ' 435 , . 436 437 , ' 438 , 439 , ' 440 . 441 442 , , 443 ' ' 444 ' ' , 445 446 , , 447 ' , 448 ' . 449 450 451 452 453 454 455 456 457 ' , 458 ; 459 460 461 . 462 , 463 ' 464 ' ' . 465 466 , 467 , 468 . 469 470 , , 471 ' , 472 . 473 474 475 476 477 ' 478 479 480 481 ' ; 482 , 483 . 484 485 , , 486 ; ' 487 488 . 489 490 491 ' , ' 492 . 493 494 , , 495 ' , 496 , . 497 498 499 500 501 ' 502 503 504 505 , 506 , , 507 . 508 509 510 ; 511 ' , 512 , ' . 513 514 ' ' , 515 ' , 516 ' . 517 518 , , 519 . 520 ' , . 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 , , 531 ' , 532 ' , . 533 534 . 535 536 537 . . . 538 539 [ : - - ] 540 541 542 543 544 545 546 547 ' , , 548 ' , 549 ' 550 . 551 552 553 ; 554 ; 555 ' ' . 556 557 558 , 559 ' ! 560 561 562 ' , 563 ! 564 565 566 567 568 569 570 571 . 572 573 ' , , 574 ' 575 , 576 ( ' 577 578 ' ) , 579 ' ' 580 581 582 583 ' 584 , ' . , 585 , 586 587 ' ' ? 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