Da una semplice causa fisica, forse; da uno stato particolare de' miei nervi, Così pensai. Incapace d'uno sforzo riflessivo, d'un esame ordinato, d'un raccoglimento, io ero in balìa de' miei nervi; su i quali le apparenze si riflettevano provocando fenomeni d'una straordinaria intensità, come nelle allucinazioni. Ma alcuni pensieri balenavano chiari sopra gli altri, si distinguevano; accrescevano in me quel senso di perplessità che già alcuni incidenti impreveduti avevano mosso.--Giuliana in quel giorno non m'era apparsa tale quale avrebbe ella dovuto apparire essendo la creatura ch'io conoscevo, "la Giuliana d'una volta." Ella non aveva assunto verso di me, in certe date circostanze, le attitudini che io m'aspettavo. Un elemento estraneo, qualche cosa d'oscuro, di convulso, di eccessivo, aveva modificata, difformata la sua personalità. Dovevano queste alterazioni attribuirsi a uno stato morboso del suo organismo? "Sono malata, sono molto malata", ella aveva spesso ripetuto, come per giustificarsi. Certo, la malattia produceva alterazioni profonde, poteva rendere irriconoscibile un essere umano. Ma qual'era la sua malattia? L'antica, non distrutta dal ferro del chirurgo, complicata forse? Insanabile? "Chi sa che io non ti muoia -presto-!" ella aveva detto, con un accento singolare che avrebbe potuto essere profetico. Più d'una volta ella aveva parlato di morte. Sapeva ella dunque di portare in sé un germe letale? Era ella dunque dominata da un pensiero lugubre? Un tal pensiero avea forse accesi in lei quelli ardori cupi, quasi disperati, quasi folli, tra le mie braccia. La gran luce subitanea della felicità aveva forse reso a lei più visibile e più terribile il fantasma che la perseguitava.... "Ella potrebbe dunque morire! La morte potrebbe dunque colpirla anche tra le mie braccia, in mezzo alla felicità!" pensai, con una paura che mi agghiacciò tutto e per qualche attimo m'impedì di proseguire, quasi che il pericolo apparisse imminente, quasi che Giuliana avesse presagito il vero quando aveva detto: "Se, per esempio, -domani- io fossi morta?" Il crepuscolo cadeva, umidiccio. Qualche soffio di vento passava tra i cespugli imitando il fruscìo che vi avrebbero messo animali veloci nel trascorrere. Ancora qualche rondine dispersa gettava un grido, rombando per l'aria come il sasso d'una fionda. Su l'orizzonte occidentale la luce persisteva come il riverbero d'una vasta fucina sinistra. Giunsi fino al sedile, trovai l'ombrello; non mi indugiai se bene i ricordi recenti, ancor vivi, ancora caldi, mi toccassero l'anima. Là ella s'era lasciata cadere, affievolita, vinta; là io le avevo detto le parole supreme, le avevo fatto la rivelazione inebriante; "-Tu eri nella mia- -casa, mentre io ti cercava lontano-"; là io avevo raccolto dalle sue labbra quel soffio per cui la mia anima era balzata all'apice della gioia; là io avevo bevuto le sue prime lacrime, e avevo udito i suoi singhiozzi, e avevo proferito la domanda oscura: "-È tardi, forse? È troppo tardi?-" Poche ore erano trascorse e tutte quelle cose erano già così lontane! Poche ore erano trascorse e la felicità pareva già dileguata! Con un altro senso, non meno terribile, si ripeteva dentro di me la domanda: "-È tardi, forse? È troppo tardi?-" E la mia angoscia cresceva; e quella luce dubbia, e quella discesa tacita dell'ombra, e quei rumori sospetti nei cespugli già intenebrati, e tutte quelle parvenze ingannevoli del crepuscolo presero nel mio spirito un significato funesto. "Se veramente fosse troppo tardi? Se veramente ella si sapesse condannata, sapesse di portare già dentro di sé la morte? Stanca di vivere, stanca di patire, non sperando più nulla da me, non osando di uccidersi a un tratto con un'arma o con un veleno, ella forse ha coltivato, ha aiutato il suo male, l'ha tenuto nascosto perché si diffondesse, perché s'approfondisse, perché divenisse immedicabile. Ella ha voluto essere condotta a poco a poco, segretamente, verso la liberazione, verso la fine. Sorvegliandosi, ella ha acquistato la scienza del suo male; ed ora -sa-, -è sicura- di dover soccombere; sa anche forse che l'amore, la voluttà, i miei baci precipiteranno l'opera. Io torno a lei per sempre; una felicità insperata le si apre d'innanzi; ella mi ama e sa di essere immensamente amata; in un giorno, un sogno è divenuto per noi una realtà. Ed ecco, una parola viene alla sua bocca:--Morire!--" In confuso mi passarono d'innanzi le imagini truci che m'avevano travagliato nelle due ore d'attesa in quella mattina dell'operazione chirurgica, quando m'era parso di avere sotto gli occhi, precise come le figure di un atlante anatomico, tutte le spaventevoli devastazioni prodotte dai morbi nel grembo femminile. E un altro ricordo, anche più lontano, mi tornò portando imagini precise:--la stanza nell'ombra, la finestra spalancata, le tende palpitanti, la fiammella inquieta della candela contro lo specchio pallido, aspetti malaugurosi, e lei, Giuliana, in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si torceva come se avesse inghiottito un veleno... E la voce accusatrice, la medesima voce, anche ripeteva: "-Per te, per te ha voluto morire. Tu, tu l'hai spinta a morire.-" Preso da uno sgomento cieco, da una specie di pànico, quasi che quelle imagini fossero tutte realtà indubitabili, io mi misi a correre verso la casa. Alzando gli occhi vidi la casa inanimata, le aperture delle finestre e dei balconi piene d'ombra. --Giuliana!--gridai, con un'ambascia estrema, slanciandomi su per i gradini, quasi che temessi di non giungere in tempo a rivederla. Ma che avevo? Che demenza era quella? Anelavo, su per le scale quasi buie. Entrai nella stanza a precipizio. --Che è accaduto?--mi domandò Giuliana, sollevandosi. --Nulla, nulla... Credevo che tu avessi chiamato. Ho corso, un poco. Tu come stai ora? --Ho tanto freddo, Tullio; tanto freddo. Sentimi le mani. Ella mi tese le mani. Erano di gelo. --Sono tutta gelata così.... --Mio Dio! Come ti sarà venuto questo freddo? Che potrei fare per riscaldarti? --Non ti prender pena, Tullio. Non è la prima volta.... Mi dura ore ed ore. Non c'è nulla che giovi. Bisogna aspettare che passi.... Ma perchè tarda tanto Federico? È quasi notte. Ella si riabbandonò alla spalliera, come se avesse consumata tutta la sua forza in quelle parole. --Ora chiudo--io dissi, volgendomi al balcone. --No, no; lascia aperto.... Non è l'aria che mi dà questo freddo. Ho bisogno, anzi, di respirare.... Vieni qui, piuttosto, accanto a me. Prenditi quello sgabello. Io m'inginocchiai. Ella mi passò la sua mano gelida sul capo, con un gesto fievole, mormorando: --Povero Tullio mio! --Ma dimmi, Giuliana, amore, anima--proruppi, non potendo più reggere--dimmi la verità! Tu mi nascondi qualche cosa. Qualche cosa tu hai, certo, che non vuoi confessare: un pensiero fisso, qui, nel mezzo della fronte, un'ombra che non t'ha lasciata mai, da che siamo qui, da che siamo.... felici. Ma siamo veramente felici? Sei tu, puoi tu essere felice? Dimmi la verità. Giuliana! Perché vorresti ingannarmi? Sì, è vero; tu hai avuto male, tu stai male; è vero. Ma non è questo, no. -È un'altra cosa-, che non comprendo, che non conosco.... Dimmi la verità, anche se la verità dovesse fulminarmi. Stamani, quando tu singhiozzavi, io ti ho chiesto: "-È troppo tardi?-" E tu mi hai risposto: "No, no...." E io ti ho creduta. Ma non potrebbe essere -troppo tardi- per un'altra ragione? -Qualche cosa- potrebbe impedirti di godere questa grande felicità che oggi s'è aperta? Intendo: qualche cosa che tu sappia, che sia già nel tuo pensiero.... Dimmi la verità! E la fissai; e, come ella rimaneva muta, a poco a poco non vidi se non gli occhi suoi larghi, straordinariamente larghi, e cupi ed immobili. Tutto disparve, in torno. E io dovetti chiudere le palpebre per dissipare la sensazione di terrore che quelli occhi avevano messa in me. Quanto durò la pausa? Un'ora? Un secondo? --Sono malata--ella disse alfine, con una lentezza angosciosa. --Ma come malata?--io balbettai, fuori di me, credendo sentire nel suono di quelle due parole una confessione che corrispondeva al mio sospetto.--Come malata? -Da morirne-? Non so in che modo, non so con quale voce, non so con quale atto proferii la domanda estrema; non so veramente neppure se mi uscì intera dalle labbra, se ella la udì intera. --Tullio, no; non volevo dire questo, no, no.... Volevo dire che non è colpa mia se sono così, un poco strana.... Non è colpa mia.... Bisogna che tu abbia pazienza con me, bisogna che tu mi prenda ora così come sono.... Non c'è null'altro, credi; non ti nascondo nulla.... Potrò guarire, poi; guarirò.... Tu avrai pazienza; è vero? Tu sarai buono.... Vieni qui, Tullio, anima. Anche tu sei un poco strano, mi sembra; sospettoso.... Ti spaventi subito; ti fai bianco; chi sa che imagini.... Vieni qui, vieni qui; dammi un bacio.... Ancora uno.... ancora uno.... Così. Baciami; riscaldami.... Ora arriva Federico. Parlava interrottamente, un po' roca, con quella intraducibile espressione, carezzevole, tenera, inquieta, ch'ella aveva già avuto verso di me alcune ore prima, sul sedile, per calmarmi, per consolarmi. Io la baciavo. Poiché la poltrona era ampia e bassa, ella che era sottile mi fece posto al suo fianco e mi si strinse addosso rabbrividendo e con una mano prese un lembo del suo mantello e mi coprì. Stavamo come in un giaciglio, avvinti, a petto a petto, mescolando gli aliti. E io pensavo: "Se il mio alito, se il mio contatto potessero trasfonderle tutto il mio calore!" E facevo uno sforzo di volontà illusorio perché la trasfusione avvenisse. --Stasera--bisbigliai--stasera, nel tuo letto, ti terrò meglio. Tu non tremerai più.... --Sì, sì. --Vedrai come saprò tenerti. Ti addormenterò. Mi dormirai tutta la notte sul cuore.... --Sì. --Io ti veglierò, mi beverò il tuo fiato, ti leggerò sul viso i sogni che sognerai. Forse mi nominerai, in sogno.... --Sì, sì. --Qualche notte, -allora-, parlavi in sogno. Come mi piacevi! Ah che voce! Tu non puoi sapere.... Una voce che tu non hai potuto mai intendere e che io solo ti conosco, io solo.... E la riudrò. Chi sa che dirà! Forse mi nominerai. Quanto è caro l'atto della tua bocca mentre pronunzia l'-u- del mio nome! Pare l'accenno di un bacio.... Lo sai? E ti suggerirò qualche parola all'orecchio, per entrare nel tuo sogno. Ti ricordi, -allora-, quando certe mattine indovinavo qualche cosa di quello che tu avevi sognato? Oh, vedrai, anima: sarò più dolce di allora. Vedrai di che tenerezze sarò capace, per guarirti. Tu hai bisogno di tante tenerezze, povera anima.... --Sì, sì--ella ripeteva ad ogni tratto, abbandonatamente, favorendo la mia illusione ultima, aumentando quella specie di ebrietà torpida che mi veniva dalla mia stessa voce e dal credere che ella ne fosse cullata come da una cantilena voluttuosa. --Hai udito?--le chiesi, sollevandomi un poco per ascoltar meglio. --Che? Arriva Federico? --No. Ascolta. Ambedue ascoltammo, guardando verso il giardino. Il giardino s'era confuso in una massa violacea, rotta ancora dal luccichio cupo della vasca. Una zona di luce persisteva ai confini del cielo, una larga zona tricolore: sanguigna in basso, poi arancia, poi verde del verde d'un vegetale morente. Nel silenzio crepuscolare una voce liquida e forte risonò, simile al preludio d'un flauto. Cantava l'usignuolo. --È sul salice--mi susurrò Giuliana. Ambedue ascoltammo, guardando verso l'estrema zona che impallidiva sotto la cenere impalpabile della sera. La mia anima era sospesa, quasi che da quel linguaggio aspettasse una qualche alta rivelazione d'amore. Che provò in quei minuti d'ascolto, al mio fianco, la povera creatura? A quale sommità di dolore giunse la povera anima? L'usignuolo cantava. Da prima fu come uno scoppio di giubilo melodioso, un getto di trilli facili che caddero nell'aria con un suono di perle rimbalzanti su per i vetri di un'armonica. Successe una pausa. Un gorgheggio si levò, agilissimo, prolungato straordinariamente come per una prova di forza, per un impeto di baldanza, per una sfida a un rivale sconosciuto. Una seconda pausa. Un tema di tre note, con un sentimento interrogativo, passò per una catena di variazioni leggère, ripetendo la piccola domanda cinque o sei volte, modulato come su un tenue flauto di canne, su una fistula pastorale. Una terza pausa. Il canto divenne elegiaco, si svolse in un tono minore, si addolcì come un sospiro, si affievolì come un gemito, espresse la tristezza di un amante solitario, un desio accorato, un'attesa vana; gittò un richiamo finale, improvviso, acuto come un grido di angoscia; si spense. Un'altra pausa, più grave. Si udì allora un accento nuovo, che non pareva escire dalla stessa gola, tanto era umile, timido, flebile, tanto somigliava al pigolio delli uccelli appena nati, al cinguettio d'una passeretta; poi, con una volubilità mirabile, quell'accento ingenuo si mutò in una progressione di note sempre più rapide che brillarono in volate di trilli, vibrarono in gorgheggi nitidi, si piegarono in passaggi arditissimi, sminuirono, crebbero, attinsero le altezze soprane. Il cantore s'inebriava del suo canto. Con pause così brevi che le note quasi non finivano di spegnersi, effondeva la sua ebrietà in una melodia sempre varia, appassionata e dolce, sommessa e squillante, leggera e grave, e interrotta ora da gemiti fiochi, da implorazioni lamentevoli, ora da improvvisi impeti lirici, da invocazioni supreme. Pareva che anche il giardino ascoltasse, che il cielo s'inchinasse su l'albero melancolico dalla cui cima un poeta, invisibile, versava tali flutti di poesia. La selva dei fiori aveva un respiro profondo ma tacito. Qualche bagliore giallo s'indugiava nella zona occidentale; e quell'ultimo sguardo del giorno era triste, quasi lugubre. Ma una stella, spuntò, tutta viva e trepida come una goccia di rugiada luminosa. --Domani!--io mormorai quasi inconscio, rispondendo a una sollecitazione interiore quella parola che conteneva per me tante promesse. Poichè per ascoltare ci eravamo sollevati alquanto ed eravamo rimasti qualche minuto in quell'attitudine assorti; io sentii all'improvviso abbattermisi contro la spalla il capo di Giuliana pesantemente come una cosa inanimata. --Giuliana!--gridai sbigottito.--Giuliana! E, pel moto che io feci, quel capo si arrovesciò in dietro pesantemente come una cosa inanimata. --Giuliana! Ella non udiva. Scorgendo il pallore cadaverico di quel volto che rischiaravano gli ultimi barlumi gialligni avversi al balcone, io fui percosso dall'idea terribile. Fuori di me, lasciando ricadere su la spalliera Giuliana inerte, non cessando di chiamarla per nome, mi misi ad aprirle l'abito sul petto con le dita convulse, ansioso di sentirle il cuore.... E la voce gaia di mio fratello chiamò: --Colombi, dove siete? X. Ella aveva ricuperata in breve la conoscenza. A pena in grado di reggersi, aveva voluto subito montare in carrozza per tornare alla Badiola. Ora, coperta dei nostri -plaids-, stava rannicchiata nel suo posto, silenziosa. Io e mio fratello di tratto in tratto ci guardavamo inquieti. Il cocchiere sferzava i cavalli. E il trotto serrato risonava forte su la strada che le siepi qua e là fiorite limitavano: in una sera d'aprile mitissima, sotto un cielo puro. Di tratto in tratto io e Federico domandavamo: --Come ti senti, Giuliana? Ella rispondeva: --Eh, così.... un po' meglio. --Hai freddo? --Sì.... un poco. Rispondeva con uno sforzo manifesto. Pareva quasi che le nostre domande la irritassero; tanto che, insistendo Federico a muovere qualche discorso, ella disse alfine: --Scusa, Federico.... Mi dà fastidio parlare. Essendo spiegato il mantice, ella stava nell'ombra, nascosta, immobile sotto le coperte. Più d'una volta io mi chinai verso di lei per scorgerle il viso, o credendo ch'ella si fosse assopita o temendo ch'ella fosse ricaduta nel deliquio. Tutte le volte ebbi la stessa sensazione inaspettata di sgomento, accorgendomi ch'ella teneva nell'ombra gli occhi sbarrati e fissi. Seguì un lungo intervallo di silenzio. Anche io e Federico ammutolimmo. Il trotto dei cavalli non mi pareva a bastanza rapido. Avrei voluto ordinare al cocchiere di spingerli al galoppo. --Sferza, Giovanni! Erano quasi le dieci quando giungemmo alla Badiola. Mia madre ci aspettava, in pena per l'indugio. Quando vide Giuliana in quello stato, disse: --Me l'imaginavo io, che lo strapazzo ti avrebbe fatto male.... Giuliana volle rassicurarla. --Non è nulla, mamma.... Vedrai che domattina starò bene. Un po' di stanchezza.... Ma, guardandola alla luce, mia madre esclamò spaventata: --Dio mio! Dio mio! Tu hai un viso che fa paura.... Tu non ti reggi in piedi.... Edith, Cristina, presto, correte su a scaldare il letto. Vieni, Tullio, che la portiamo su.... --Ma no, ma no--insisteva Giuliana, opponendosi--non ti spaventare, mamma, che non è nulla.... --Io vado a Tussi con la carrozza a prendere il medico--propose Federico.--Tra mezz'ora son qui. --No, Federico, no!--gridò Giuliana; quasi con violenza, come esasperata.--Non voglio. Il medico non può farmi nulla. So io quel che debbo prendere. Ho tutto, su. Andiamo, mamma. Dio mio! Come v'allarmate subito! Andiamo, andiamo.... Ed ella parve aver riacquistata la forza a un tratto. Diede alcuni passi, franca. Su per le scale, io e mia madre la sorreggemmo. Nella stanza, ella fu assalita da un vomito convulso che le durò alcuni minuti. Le donne incominciavano a spogliarla. --Va, Tullio, va--ella mi pregò.--Tornerai dopo a vedermi. Resta qui la mamma, intanto. Non ti prender pena.... Uscii. Rimasi in una delle stanze attigue, seduto su un divano, ad aspettare. Ascoltavo il passo delle donne di casa affaccendate; mi rodevo d'impazienza. "Quando potrò rientrare? Quando potrò rimanere solo con lei? La veglierò; starò tutta la notte al suo capezzale. Forse fra qualche ora ella si calmerà, si sentirà bene. Accarezzandole i capelli, forse riescirò ad addormentarla. Chi sa! Dopo un poco, tra la veglia ed il sonno, mi dirà:--Vieni." Avevo una strana fede nella virtù delle mie carezze. Speravo ancora che quella notte potesse avere una dolce fine. E come sempre, tra le angosce che mi dava il pensiero delle sofferenze di Giuliana, l'imagine sensuale si determinava diventando una visione lucida e durevole. "-Pallida come la sua camicia-, al chiaror della lampada che arde dietro le cortine dell'alcova, ella si sveglia dopo il primo sonno breve, mi guarda con gli occhi semiaperti, languida, mormorando:--Vieni a dormire anche tu...." Entrò Federico. --E bene?--disse affettuosamente.--Pare che non sia nulla. Ho parlato con miss Edith or ora, per le scale. Non vuoi scendere a mangiar qualche cosa? Giù, hanno preparato.... --No, non ho appetito, ora. Forse più tardi.... Aspetto che mi chiamino dentro. --Intanto io vado, se non c'è bisogno di me. --Va pure, Federico. Scenderò poi. Grazie. Lo seguii con lo sguardo, mentre s'allontanava. E ancora una volta mi venne dal buon fratello un sentimento di confidenza; ancora una volta mi s'allargò il cuore. Passarono tre minuti circa. L'orologio a pendolo, ch'era su la parete di contro a me, li misurò col suo ticchettio. Le sfere segnavano le dieci e tre quarti. Mentre io mi levavo impaziente per andare verso la stanza di Giuliana, entrò mia madre commossa dicendo sotto voce: --S'è calmata. Ora ha bisogno di riposo. Povera figliuola! --Posso andare?--le domandai. --Sì, va; ma lasciala riposare. Come io mi mossi, ella mi richiamò. --Tullio! --Che vuoi, mamma? Ella pareva esitante. --Dimmi.... Dal tempo dell'operazione, hai più parlato col dottore? --Ah, sì, qualche volta.... Perché? --T'ha rassicurato sul pericolo.... Ella esitava. --.... sul pericolo che potrebbe correre Giuliana, in un altro parto? Io non avevo parlato col dottore; non sapevo che rispondere. Confuso, ripetei: --Perché? Ella esitava ancora. --Non ti sei accorto che Giuliana è incinta? Percosso come da un colpo di maglio nel mezzo del petto, da prima non afferrai la verità. --Incinta!--balbettai. Mia madre mi prese le mani. --E bene, Tullio? --Non sapevo.... --Ma tu mi fai paura. Il dottore dunque.... --Già, il dottore.... --Vieni, Tullio, siediti. E mi fece sedere sul divano. Mi guardava sbigottita, aspettando che io parlassi. Per qualche attimo, benché io l'avessi lì d'avanti agli occhi, non la vidi più. Una luce violentissima si fece nel mio spirito, a un tratto; e mi si presentò il dramma. Chi mi diede la forza di resistere? Chi mi conservò la ragione? Forse nell'eccesso medesimo del dolore e dell'orrore io trovai il sentimento eroico che mi salvò. A pena riacquistai la sensibilità fisica, la percezione delle cose esteriori, e vidi mia madre che mi guardava da presso con ansia, compresi che prima di tutto bisognava assicurare mia madre. Le dissi: --Non sapevo.... Giuliana non m'ha detto nulla. Non mi sono accorto di nulla.... È una sorpresa.... Il dottore, sì, mi parlò di qualche pericolo.... Per ciò la notizia mi fa quest'impressione.... Sai, Giuliana ora è così debole.... Ma veramente il dottore non accennò a nulla di troppo grave; perché, essendo riescita l'operazione.... Vedremo. Lo chiameremo qui; lo consulteremo.... --Sì, sì; è necessario. --Ma tu, mamma, sei sicura della cosa? Te l'ha confessata Giuliana, forse? O pure.... --Io me ne sono accorta, sai, dai soliti segni, impossibile ingannarsi. Fino a due o tre giorni fa, Giuliana negava o almeno diceva di non esserne certa.... Sapendoti così apprensivo, m'ha pregata di non parlartene per ora. Ma io ho voluto avvisarti.... Giuliana, tu la conosci, è così trascurata per la sua salute! Vedi: qui, in vece di migliorare, mi sembra che vada ogni giorno peggiorando; mentre prima bastava una settimana di campagna per farla rifiorire. Ti ricordi? --Sì, è vero. --Le precauzioni, in questi casi, non sono mai troppe. Bisogna che tu ne scriva subito al dottor Vebesti. --Sì, subito. E, poiché sentivo che non avrei potuto dominarmi più oltre, mi alzai soggiungendo: --Vado da Giuliana. --Va; ma stasera lasciala riposare, lasciala tranquilla. Io scendo e poi torno su. --Grazie, mamma. E le sfiorai la fronte con le labbra. --Figlio benedetto!--ella mormorò, allontanandosi. Su la soglia della porta opposta mi fermai e mi volsi; e vidi sparire quella dolce figura ancora diritta, così nobile nella veste nera. Ebbi una sensazione indescrivibile, simile forse a quella che avrei avuta dal crollo fulmineo di tutta la casa. Tutto crollò, ruinò, dentro di me, intorno a me, irresistibilmente. XI. Chi non ha udito qualche volta proferire da uomini sventurati una frase di questo genere? "In un'ora ho vissuto dieci anni." Una tal cosa è inconcepibile. Bene, io la comprendo. Nei pochi minuti di quel dialogo quasi pacato tra me e mia madre, io non vissi più di dieci anni? L'accelerazione della vita umana interiore è il più meraviglioso e il più spaventoso fenomeno dell'universo. Ora, che doveva io fare? Impeti folli mi venivano, di fuggire lontano nella notte, o di correre alle mie stanze per chiudermi, per rimaner solo a considerare la mia ruina, a conoscerla tutta quanta. Ma seppi resistere. La superiorità della mia natura si mostrò in quella notte. Seppi svincolare dall'atroce torsione qualcuna delle mie facoltà più virili. E pensai: "È necessario che nessuno dei miei atti apparisca singolare, inesplicabile, a mia madre, a mio fratello, a qualunque persona di questa casa." Innanzi all'uscio della stanza di Giuliana m'arrestai, impotente a frenare il tremore fisico che mi scoteva. Udendo giungere pel corridoio suono di passi, entrai risoluto. Miss Edith usciva dall'alcova su la punta dei piedi. Mi accennò di non far rumore. Mi disse sotto voce: --Sta per addormentarsi. Se ne andò, socchiudendo l'uscio dietro di sè, pianamente. La lampada ardeva sospesa nel mezzo della volta, con un chiarore placido eguale. Su una sedia era posato il mantello amaranto; su un'altra sedia, il busto di raso nero, il busto che Giuliana s'era tolto a Villalilla nella mia breve assenza; su un'altra sedia, l'abito grigio, quel medesimo ch'ella aveva portato con tanta finezza tra i fiori di lilla eleganti. La vista di quelle cose mi diede un tale spasimo che di nuovo ebbi l'impeto di fuggire. Mi volsi all'alcova, discostai le cortine; vidi il letto, vidi sul guanciale la macchia cupa dei capelli, non la faccia: vidi il rilievo del corpo rattratto sotto le coperte. Mi si presentò allo spirito la verità brutale in tutta la sua più ignobile brutalità. "Ella è stata posseduta da un altro, ha ricevuta l'escrezione di un altro, porta nel ventre il seme di un altro." E una serie d'imagini fisiche odiose mi si svolse d'avanti agli occhi dell'anima, che io non potevo serrare. E non furono soltanto le imagini di ciò che era accaduto, ma anche quelle di ciò che doveva necessariamente accadere. Bisognò anche ch'io vedessi, con una precisione inesorabile, Giuliana nel futuro (il mio Sogno, la mia Idealità!) difformata da un ventre enorme, gravida d'un feto adulterino.... Chi avrebbe potuto imaginare un castigo più feroce? E tutto era vero, tutto era -certo-! Quando il dolore eccede le forze, istintivamente l'uomo cerca nel dubbio un'attenuazione momentanea della sofferenza insofferibile; pensa: "Forse io m'inganno; forse la mia sciagura non è quale mi appare; forse tutto questo dolore è irragionevole." E, per protrarre la tregua, intende lo spirito perplesso ad acquistare una nozione più esatta della realtà. Ma a me il dubbio non si presentò né pure per un attimo; io non ebbi né pure un attimo d'incertezza. M'è impossibile esplicare il fenomeno che si svolse nella mia coscienza divenuta straordinariamente lucida. Pareva che per un segreto spontaneo processo, compiutosi in una sfera ulteriore oscura, tutti gli inavvertiti indizii relativi alla cosa tremenda si fossero coordinati tra loro formando una nozione logica, completa, coerente, definitiva, irrefragabile; la quale ora mi si manifestasse d'un tratto assorgendo nella mia conscienza con la rapidità di un oggetto che, non più trattenuto al fondo da legami ignoti, venga su la linea dell'acqua a galleggiare e vi rimanga insommergibile. Tutti gli indizii, tutte le prove erano là, in ordine. Io non dovevo compiere alcuno sforzo per ricercarli, per scegliergli, per riunirli. Fatti insignificanti, lontani, s'illuminavano nella nuova luce; lembi di vita recente si ricolorivano. E l'avversione insolita di Giuliana per i fiori, per gli odori, i suoi turbamenti singolari, le sue nausee mal dissimulate, i suoi pallori subitanei, quella specie di nube continua tra ciglio e ciglio, quella stanchezza immensa di certe sue attitudini e le pagine segnate con l'unghia nel libro russo, il rimprovero del vecchio al conte Besoukhow, la domanda estrema della piccola principessa Lisa, e quel gesto con cui ella mi aveva tolto di mano il libro; e poi le scene di Villalilla, le lacrime, i singhiozzi, le frasi ambigue, i sorrisi sibillini, i quasi lugubri ardori, le volubilità quasi folli, le evocazioni della morte, tutti gli indizii si aggruppavano intorno alle parole di mia madre incise nel centro della mia anima. Mia madre aveva detto: "-È impossibile ingannarsi.- Fino a due o tre giorni fa Giuliana negava o almeno -diceva di non esserne certa-.... Sapendoti così apprensivo, -m'ha pregata di non parlartene-...." La verità non poteva essere più chiara. Tutto, dunque, omai era certo! Entrai nell'alcova; m'appressai al letto. Dietro di me le cortine ricaddero; la luce divenne più fievole. L'ansietà mi tolse il respiro, tutto il sangue mi si fermò nelle arterie, quando io giunsi al capezzale e mi chinai per guardare più da vicino la testa di Giuliana quasi celata dal lenzuolo. Io non so che sarebbe avvenuto s'ella avesse alzato la faccia ed avesse parlato, in quel momento. Dormiva ella? Soltanto la fronte, fino ai sopraccigli, era scoperta. Rimasi là qualche minuto, in piedi, aspettando. Ma dormiva ella? Non si moveva, giacendo sul fianco. La bocca nascosta dal lenzuolo non dava segno di respirazione al mio udito. Soltanto la fronte, fino ai sopraccigli, era scoperta. Come mi sarei contenuto s'ella si fosse accorta della mia presenza? Non era quella l'ora delle interrogazioni, l'ora del colloquio. S'ella avesse sospettato che tutto m'era noto, a quali estremità si sarebbe spinta in quella notte? Avrei io dunque dovuto simulare un'ingenua tenerezza, avrei dovuto mostrarmi perfettamente ignaro, persistere nella espressione del sentimento che m'aveva dettato le dolci parole, quattro ore innanzi, a Villalilla. "Stasera, stasera, nel tuo letto.... Vedrai come saprò tenerti. Ti addormenterò. Mi dormirai tutta la notte sul cuore...." Girando lo sguardo in torno smarrito, scorsi sul tappeto gli scarpini lucidi e sottili, su la spalliera d'una sedia le lunghe calze di seta cinerina, le giarrettiere d'amoerro, un altro oggetto di segreta eleganza, tutte cose di cui i miei occhi d'amante s'erano già dilettati nelle intimità recenti. E la gelosia dei sensi mi morse con tanta furia che fu un prodigio se io mi trattenni dal gittarmi su Giuliana per risvegliarla e per gridarle le parole folli e crude che mi suggeriva la collera subitanea. Mi ritrassi vacillando, uscii dall'alcova. Pensai con un cieco sgomento: "Come finiremo?" Mi disponevo ad andarmene. "Scenderò. Dirò a mia madre che Giuliana dorme, che ha un sonno molto calmo; le dirò che anch'io ho bisogno di riposo. Mi ritirerò nella mia stanza. Domattina poi...." Ma rimanevo là perplesso, incapace di varcare la soglia, assalito da mille paure. Mi volsi ancora verso l'alcova, con un moto repentino, come se avessi sentito uno sguardo sopra di me. Mi parve che le cortine ondeggiassero; ma fu un abbaglio. E pure qualche cosa come un'onda magnetica a traverso le cortine veniva a penetrarmi; qualche cosa a cui non resistevo. Entrai nell'alcova una seconda volta, rabbrividendo. Giuliana giaceva nella medesima attitudine. Dormiva? Soltanto la fronte, fino ai sopraccigli, era scoperta. Mi sedetti, presso al capezzale; ed aspettai. Guardavo quella fronte pallida come il lenzuolo, tenue e pura come una particela, sororale, che tante volte le mie labbra avevano baciata religiosamente, che tante volte avevano baciata le labbra di mia madre. Non v'appariva segno di contaminazione; alla vista era sempre la stessa. E nulla al mondo poteva omai cancellare la macchia che vedevano su quel pallore gli occhi della mia anima! Alcune parole, proferite da me nell'ultima ebrezza, mi tornarono alla memoria. "Io ti veglierò, ti leggerò sul viso i sogni che sognerai." Ripensai: "Ella ripeteva ad ogni tratto:--Sì, sì." Domandai a me medesimo: "Di che vita ella vive, entro di sé? Quali sono i suoi propositi? Che ha ella risoluto?" E guardavo la sua fronte. E non più considerai il mio dolore; ma mi piegai tutto a raffigurare il suo dolore, a comprendere il suo dolore. Certo, doveva essere una disperazione inumana, la sua; senza tregua, senza limite. Il mio castigo era anche il suo castigo, ed era per lei forse un castigo anche più terribile. Laggiù, a Villalilla, pel viale, sul sedile, nella casa, ella aveva certo sentita la verità nelle mie parole, aveva certo letta la verità nella mia faccia. Ella aveva creduto al mio amore immenso. "-.... Tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano.- Ah, dimmi tu: questa rivelazione non vale tutte le tue lacrime? Non vorresti averne versate anche più, anche più, per una tale prova? ---Sì, anche più!...-" Così aveva ella risposto, così tutta la sua anima aveva risposto, con un soffio che veramente m'era parso divino. "-Sì, anche più!...-" Ella avrebbe voluto aver versato altre lacrime, avrebbe voluto aver sofferto un altro martirio per quella rivelazione! E, vedendo ai suoi piedi appassionato come non mai l'uomo da anni perduto e pianto, vedendo aprirsi d'innanzi a sé un gran paradiso ignoto, ella s'era sentita impura, aveva avuta la sensazione materiale della sua impurità, aveva dovuto sopportare la mia testa sul grembo fecondato dal seme di un altro uomo. Ah come mai, veramente le sue lacrime non mi avevano piagata la faccia? Come mai avevo potuto io beverle senza avvelenarmi? Rivissi in un attimo tutta la nostra giornata d'amore. Rividi tutte le espressioni, anche le più fuggevoli, apparse sul volto di Giuliana dal momento del nostro ingresso a Villalilla; e tutte le compresi. Una gran luce s'era fatta in me. "Ah quando io le parlavo del domani, le parlavo dell'avvenire!... Che spaventosa parola doveva essere per lei quel -Domani- su le mie labbra!" E mi tornò alla memoria il breve dialogo avvenuto sul limitare del balcone al conspetto del cipresso. Ella aveva ripetuto sommessamente, con un sorriso tenue: "Morire!" Aveva parlato di fine prossima. Aveva domandato: "Che faresti tu se io ti morissi all'improvviso? Se, per esempio, -domani- io fossi morta?" Più tardi, nella nostra stanza, ella aveva gridato stringendosi a me: "No, no, Tullio; non si parla dell'avvenire.... Pensa a oggi, all'ora che passa!" Non tradivano tali atti, tali parole un proposito di morte, una risoluzione tragica? Era manifesto ch'ella aveva risoluto di uccidersi, ch'ella si sarebbe uccisa, forse in quella notte medesima, prima del -domani- indifferibile, non essendoci per lei altro scampo. Quando cessò il raccapriccio che mi venne dal pensiero del pericolo imminente, io considerai in me stesso: "Sarebbero più gravi le conseguenze della morte di Giuliana o quelle della sua incolumità? Poiché la ruina è senza riparo e l'abisso è senza fondo, una catastrofe immediata è forse preferibile alla prolungazione indefinita del dramma spaventevole." E la mia imaginazione mi faceva assistere alle fasi della nuova maternità di Giuliana, mi faceva vedere il nuovo essere procreato, l'intruso che avrebbe portato il mio nome, che sarebbe stato il mio erede, che avrebbe usurpato le carezze di mia madre, delle mie figliuole, di mio fratello. "Certo, soltanto la morte può interrompere il corso fatale di questi eventi. Ma il suicidio resterebbe segreto? Con qual mezzo Giuliana si ucciderebbe? Accertata la morte volontaria, che penserebbero mia madre, mio fratello? Qual colpo ne riceverebbe mia madre? E Maria? E Natalia? E che farei allora io della mia vita?" Non riuscivo, veramente, a concepire la mia vita senza Giuliana. Io amavo quella povera creatura anche nella sua impurità. Tranne quell'impeto subitaneo di collera suscitatomi dalla gelosia carnale, io non avevo ancor provato contro di lei un senso d'odio o di rancore o di disdegno. Non m'era balenato alcun pensiero di vendetta. In vece, io avevo di lei una misericordia profonda. Io accettavo, fin da principio, tutta la responsabilità della sua caduta. Un sentimento fiero e generoso mi sollevò, mi esaltò. "Ella ha saputo chinare il capo sotto i miei colpi, ha saputo soffrire, ha saputo tacere; mi ha dato l'esempio del coraggio virile, dell'abnegazione eroica. Ora è venuta la mia volta. Io le debbo il contraccambio. Debbo salvarla ad ogni costo." E questa sollevazione dell'anima, questa cosa buona, mi veniva da lei. La guardai da presso. Rimaneva come immobile, nella medesima attitudine, con la fronte scoperta. Pensai: "Ma dorme? Se invece fingesse di dormire per allontanare ogni sospetto, per farsi credere calma, per esser lasciata sola? Certo, se il suo proposito è di non arrivare a domani, ella cerca di favorirne l'esecuzione con ogni mezzo. Ella simula il sonno. Se il sonno fosse reale, non sarebbe così tranquillo, così fermo, in lei che ha i nervi sovreccitati. Ora la scuoto...." ma esitai: "Se realmente dormisse? Talvolta, dopo una grande dispersione di forza nervosa, anche in mezzo alle più fiere inquietudini morali il sonno piomba grave come una sincope. Oh le durasse questo sonno fino a domani e potesse ella domani levarsi rinfrancata, a bastanza forte per sostenere il colloquio tra noi inevitabile!" Guardavo fissamente quella fronte pallida come il lenzuolo; e, chinandomi un poco più, m'accorsi che diveniva madida. Una stilla di sudore spuntava sul sopracciglio. E quella stilla mi suscitò l'idea del sudor freddo che annuncia l'azione dei veleni narcotici. Subito mi balenò un sospetto. "La morfina!" E per istinto il mio sguardo corso al tavolo da notte, di là dal capezzale, come a cercarvi la fiala di vetro contrassegnata dal piccolo teschio nero, dal noto simbolo mortuario. Erano su quel tavolo una boccia d'acqua, un bicchiere, un candeliere, un fazzoletto, alcune forcine che rilucevano; non v'era altro. Feci un esame rapido di tutta l'alcova. Un'ansietà angosciosa mi stringeva. "Giuliana ha la morfina. Ne ha sempre avuta una certa quantità, liquida, per le iniezioni. Son sicuro che ha pensato di avvelenarsi con quella. Dove tiene nascosta la bottiglietta?" Io avevo fissa dentro le pupille l'imagine della piccola fiala di vetro veduta una volta tra le mani di Giuliana, distinta da quel segno sinistro che usano i farmacisti per distinguere un tossico. La fantasia eccitata mi suggerì: "E se ella avesse già bevuto?... Quel sudore...." Tremavo, su la sedia; e un dibattito rapido si agitava dentro di me. "Ma quando? Ma come? Ella non è rimasta mai sola.--Basta un attimo per vuotare una fiala.--Ma in lei non sarebbe forse mancato il vomito....--E quell'accesso di vomito convulso, dianzi, a pena ella è giunta qui? Avendo premeditato il suicidio, forse ella portava seco la morfina. Non può essere ch'ella l'abbia bevuta prima di giungere alla Badiola, in carrozza, nell'ombra? In fatti, ella ha impedito che Federico andasse a chiamare il medico...." Io non conoscevo bene i sintomi dell'avvelenamento per morfina. Nel dubbio, la fronte bianca e madida, la immobilità perfetta di Giuliana mi atterrivano. Stavo per scuoterla. "Ma se m'inganno? Ella si sveglia ed io che cosa le dico?" Mi pareva che la prima parola di lei, il primo sguardo scambiato tra lei e me, la prima comunicazione diretta tra lei e me, dovessero cagionarmi un effetto straordinario, d'una violenza imprevedibile, inimaginabile. Mi pareva che non avrei potuto dominarmi, dissimulare, e che ella subito, guardandomi, avrebbe indovinata la mia consapevolezza. E allora? Tesi l'orecchio, sperando e temendo che sopraggiungesse mia madre. Poi (non avrei tremato così nel sollevare il lembo d'un lenzuolo funebre per rivedere la sembianza di una persona estinta) scopersi a poco poco il volto di Giuliana. Ella aprì gli occhi. --Ah, Tullio, sei tu? Ella aveva la sua voce naturale. Cosa inaspettata: io potevo parlare. --Dormivi?--le dissi, evitando di guardarla nelle pupille. --Sì, m'ero assopita. --Io dunque t'ho svegliata.... Perdonami.... Volevo scoprirti la bocca. Temevo che tu non respirassi bene.... che le coperte ti affogassero.... --Sì, è vero. Ora ho caldo, troppo caldo.... Levami qualcuna di queste coperte; ti prego. E io mi alzai per alleggerirla di qualche coperta. M'è ora impossibile definire il mio stato di conscienza relativo a quelli atti che io facevo, a quelle parole che io dicevo e udivo, a quelle cose che accadevano naturalmente come se nulla fosse mutato, come se io e Giuliana fossimo ignari e immuni, come se là dentro non fossero l'adulterio, il disinganno, il rimorso, la gelosia, la paura, la morte, tutte le atrocità umane, in quell'alcova tranquilla. Ella mi domandò: --È molto tardi? --No, non è ancora mezzanotte. --La mamma è andata a letto? --Non ancora. Dopo una pausa: --E tu.... non vai? Devi essere stanco.... Non seppi rispondere. Dovevo rispondere che rimanevo? pregarla di lasciarmi rimanere? ripeterle le parole tènere proferite su la poltrona, nella -nostra- stanza, a Villalilla? Ma, rimanendo, in che modo avrei passata la notte? Là, sulla sedia, a vegliare, o nel letto accanto a lei? in che modo mi sarei condotto? Avrei potuto simulare sino in fondo? Ella soggiunse: --È meglio che tu vada, Tullio.... per questa sera.... Io non ho bisogno più di nulla; non ho bisogno d'altro che di riposo. Se tu rimanessi.... sarebbe male.... È meglio che tu vada, per questa sera, Tullio. --Ma tu potresti aver bisogno.... --No. E poi, in ogni caso, c'è Cristina che dorme qui accanto. --Io mi stendo là, sul canapè, con una coperta.... --Perché vuoi soffrire? Tu sei molto stanco: si vede dalla faccia.... E poi, se io ti sapessi là, non dormirei. Sii buono, Tullio! Domattina, presto, tu verrai a vedermi. Ora abbiamo bisogno di riposo, tutt'e due: d'un riposo completo.... Ella aveva la voce fioca e carezzevole, senza alcun accento insolito. Tranne l'insistenza nel persuadermi ad andarmene, null'altro accusava in lei il proposito funesto. Ella pareva prostrata di forze ma calma. Di tratto in tratto chiudeva gli occhi, come se il sonno le aggravasse le palpebre.--Che fare? Lasciarla? Ma la sua calma a punto mi spaventava. Una tale calma non poteva venirle che dalla fermezza del proposito. Che fare? Tutto considerato, anche la mia presenza durante la notte sarebbe stata vana. Ella avrebbe potuto benissimo mandare ad effetto il suo pensiero, essendosi preparata, avendo pronto il mezzo. Questo mezzo era veramente la morfina? E dove teneva ella nascosta la fiala? sotto il guanciale? Nel cassetto del tavolo da notte? In che modo farne ricerca? Bisognava palesare tutto, dire all'improvviso: "Io so che tu ti vuoi uccidere." Ma quale scena sarebbe seguita? Non sarebbe stato possibile nascondere il resto. E che notte, allora, sarebbe stata quella?--Tante perplessità esaurivano ogni mia energia, mi dissolvevano. I miei nervi si rilasciavano. La stanchezza fisica diveniva sempre più grave. Tutto il mio organismo entrava in quello stato di sfinimento estremo in cui ogni funzione volontaria sta per essere sospesa, in cui azioni e reazioni non si corrispondono più o non si compiono. Io mi sentivo incapace di resistere più oltre, di lottare, di operare in una qualunque maniera utile. Il sentimento della mia debolezza, il sentimento della necessità di ciò che accadeva ed era per accadere mi paralizzavano. Il mio essere pareva colpito come da una paralisia repentina. Io provavo un bisogno cieco di sfuggire anche a quell'ultima oscura conscienza dell'essere. E finalmente tutte le mie ansietà si risolsero in un pensiero disperato. "Avvenga che può, c'è anche per me la morte." --Sì, Giuliana,--dissi--ti lascio in pace. Dormi. Ci vedremo domani. --Non ti reggi! --Già, è vero; non mi reggo.... Addio. Buona notte! --Non mi dai un bacio, Tullio? Un brivido di ripugnanza istintiva mi attraversò. Esitai. In quel punto entrava mia madre. --Come? Sei sveglia?--esclamò mia madre. --Sì, ma ora mi riaddormento. --Sono stata a vedere le bambine. Natalia era desta. M'ha domandato subito: "È tornata la mamma?" Voleva venire.... --Perché non dici a Edith che me la porti? S'è messa a letto Edith? --No. --Addio, Giuliana--interruppi. E m'appressai, e mi chinai a baciarle la guancia ch'ella mi porgeva sollevandosi un poco su i gomiti. --Addio, mamma. Vado a coricarmi perché ho un sonno che m'acceca. --E non prendi nulla? Federico è rimasto giù ad aspettarti.... --No, mamma; non ho voglia. Buona notte! E baciai su la guancia anche lei. Ed uscii senza indugio, senza volgere uno sguardo a Giuliana; raccolsi le poche forze che mi restavano e, a pena fuori della soglia, mi misi a correre verso le mie stanze, per tema di cadere prima di aver raggiunta la mia porta. Mi gettai bocconi sul letto. M'agitava quell'orgasmo che precede i grandi scoppi di pianto, quando il nodo dell'angoscia sta per disciogliersi, quando la tensione sta per allentarsi. Ma l'orgasmo durava, e il pianto non veniva. La sofferenza era orribile. Un peso enorme mi gravava in tutto il corpo, un peso che io sentivo non sopra ma dentro di me come se le mie ossa e i miei muscoli fossero divenuti di piombo compatto. E il mio cervello pensava ancora! E la mia conscienza era ancora vigile! "No, non dovevo lasciarla, non dovevo consentire ad andarmene così. Certo, quando mia madre si sarà ritirata, ella si ucciderà, il suono della sua voce quando ha espresso il desiderio di rivedere Natalia!..." Un'allucinazione s'impadronì di me, subitamente.--Mia madre usciva dalla stanza. Giuliana si levava a sedere sul letto, si metteva in ascolto. Poi, sicura d'essere alfine sola, prendeva dal cassetto del tavolo da notte la bottiglia della morfina; non esitava un attimo; con un gesto risoluto, la vuotava d'un fiato; si ritraeva sotto le coperte; si metteva supina, ad aspettare....--La visione imaginaria del cadavere giunse a una tale intensità che io, come un ossesso, m'alzai; girai tre o quattro volte intorno alla stanza urtando contro i mobili, inciampando nei tappeti, gesticolando paurosamente. Aprii una finestra. La notte era tranquilla, piena d'un gracidare di rane monotono e continuo. Le stelle palpitavano. L'Orsa brillava in contro, distinta. Il tempo fluiva. Rimasi alcuni minuti al davanzale, in attesa, fissando la grande costellazione che pareva alla mia vista perturbata avvicinarsi. Non sapevo, veramente, che attendessi. Mi smarrivo. Avevo un sentimento particolare della vacuità di quel cielo immenso. All'improvviso, in quella specie di pausa dubitosa, come se un qualche influsso oscuro avesse operato sul mio essere nella profondità dell'inconscienza, risorse spontanea la domanda non ancora bene compresa: "-Che avete fatto di me?-" E la visione del cadavere, per poco interrotta, si riaffacciò. L'orrore fu tale che io, pur non sapendo quale azione volessi compiere, mi volsi, uscii senza esitare, mi diressi verso la stanza di Giuliana. Incontrai miss Edith nell'andito. --Di dove venite, Edith?--le chiesi. M'accorsi ch'ella si stupì del mio aspetto. --Ho portato Natalia dalla signora che la voleva vedere; ma ho dovuto lasciarla là. Non è stato possibile persuaderla a tornarsene nel suo letto. Ha pianto tanto che la signora ha consentito a tenerla con sé. Speriamo che Maria non si svegli ora.... --Ah dunque.... , ; ' 1 , . ' , ' 2 , ' , ' ; 3 ' 4 , . 5 , ; 6 7 . - - ' 8 ' , " 9 ' . " , 10 , ' . 11 , ' , , , 12 , . 13 ? " , 14 " , , . 15 , , 16 . ' ? 17 ' , , ? 18 ? " - - ! " , 19 . 20 ' . 21 ? 22 ? , 23 , , . 24 25 . . . . 26 27 " ! 28 , ! " , 29 ' , 30 , 31 : " , , - - 32 ? " 33 34 , . 35 36 . , 37 ' ' . ' 38 ' 39 . 40 41 , ' ; 42 , , , ' . 43 ' , , ; 44 , ; " - 45 - - , - " ; 46 47 ' ; , 48 , : 49 " - , ? ? - " 50 51 ! 52 ! 53 , , : 54 " - , ? ? - " ; 55 , ' , 56 , 57 58 . " ? 59 , ? 60 , , , 61 ' , 62 , , ' 63 , ' , 64 . , 65 , , . , 66 ; - - , - - 67 ; ' , , 68 ' . ; 69 ' ; 70 ; , 71 . , : - - ! - - " 72 ' ' 73 ' ' 74 , ' , 75 , 76 . , 77 , : - - ' , 78 , , 79 , , , 80 , , , , 81 . . . , 82 , : " - , . , 83 ' . - " 84 85 , , 86 , 87 . 88 89 , 90 ' . 91 92 - - ! - - , ' , 93 , . 94 95 ? ? 96 97 , . . 98 99 - - ? - - , . 100 101 - - , . . . . , . 102 ? 103 104 - - , ; . . 105 106 . . 107 108 - - . . . . 109 110 - - ! ? 111 ? 112 113 - - , . . . . . 114 . ' . . . . . 115 ? . 116 117 , 118 . 119 120 - - - - , . 121 122 - - , ; . . . . ' . 123 , , . . . . , , . 124 . 125 126 ' . , 127 , : 128 129 - - ! 130 131 - - , , , - - , 132 - - ! . 133 , , : , , 134 , ' ' , , 135 . . . . . ? , 136 ? . ! ? 137 , ; , ; . , 138 . - ' - , , . . . . 139 , . , 140 , : " - ? - " 141 : " , . . . . " . 142 - - ' ? - - 143 ' ? : 144 , . . . . ! 145 ; , , 146 , , . 147 , . 148 149 . ? ' ? ? 150 151 - - - - , . 152 153 - - ? - - , , 154 155 . - - ? - - ? 156 157 , , 158 ; 159 , . 160 161 - - , ; , , . . . . 162 , . . . . . . . . 163 , 164 . . . . ' ' , ; . . . . 165 , ; . . . . ; ? 166 . . . . , , . , 167 ; . . . . ; ; 168 . . . . , ; . . . . . . . . 169 . . . . . ; . . . . . 170 171 , ' , 172 , , , , ' 173 , , , 174 . . , 175 176 177 . , , , 178 . : " , 179 ! " 180 . 181 182 - - - - - - , , . 183 . . . . 184 185 - - , . 186 187 - - . . 188 . . . . 189 190 - - . 191 192 - - , , 193 . , . . . . 194 195 - - , . 196 197 - - , - - , . ! 198 ! . . . . 199 , . . . . . 200 ! . ' 201 ' - - ! ' . . . . 202 ? ' , 203 . , - - , 204 ? , , : 205 . , . 206 , . . . . 207 208 - - , - - , , 209 , 210 211 . 212 213 - - ? - - , . 214 215 - - ? ? 216 217 - - . . 218 219 , . 220 221 ' , 222 . 223 , : , , 224 ' . 225 , ' . 226 227 ' . 228 229 - - - - . 230 231 , ' 232 . , 233 234 ' . ' , , 235 ? ? 236 237 ' . , 238 ' 239 ' . . 240 , , 241 , , 242 . . , 243 , , 244 , 245 , . . 246 , , , 247 , , 248 , ' ; , , 249 ; . ' , . 250 , , 251 , , , 252 , ' ; , 253 , ' 254 , 255 , , , 256 , . ' 257 . , 258 , 259 , , , 260 , , 261 , . , 262 ' ' 263 , , . 264 . ' 265 ; ' , 266 . , , 267 . 268 269 - - ! - - , 270 271 . 272 273 274 ' ; ' 275 276 . 277 278 - - ! - - . - - ! , , 279 280 . 281 282 - - ! 283 284 . 285 , 286 ' . , 287 , , 288 ' , 289 . . . . 290 291 : 292 293 - - , ? 294 295 296 297 298 . 299 300 301 . 302 , 303 . 304 305 , - - , , 306 . 307 . . 308 : 309 ' , . 310 311 : 312 313 - - , ? 314 315 : 316 317 - - , . . . . ' . 318 319 - - ? 320 321 - - . . . . . 322 323 . 324 ; , 325 , : 326 327 - - , . . . . . 328 329 , ' , , 330 . ' 331 , ' 332 ' . 333 , ' 334 ' . 335 336 . 337 . . 338 . 339 340 - - , ! 341 342 . 343 344 , ' . 345 , : 346 347 - - ' , . . . . 348 349 . 350 351 - - , . . . . . ' 352 . . . . 353 354 , , : 355 356 - - ! ! . . . . 357 . . . . , , , . 358 , , . . . . 359 360 - - , - - , - - , 361 , . . . . 362 363 - - - - 364 . - - ' . 365 366 - - , , ! - - ; , 367 . - - . . 368 . , . , . ! 369 ' ! , . . . . 370 371 . 372 , . , . 373 , 374 . . 375 376 - - , , - - . - - . 377 , . . . . . 378 379 . , , 380 . ; 381 ' . " ? 382 ? ; . 383 , . , 384 . ! , 385 , : - - . " 386 . . 387 , 388 , ' 389 . " - - , 390 ' , 391 , , , 392 : - - . . . . " 393 394 . 395 396 - - ? - - . - - . 397 , . 398 ? , . . . . 399 400 - - , , . . . . . 401 . 402 403 - - , ' . 404 405 - - , . . . 406 407 , ' . 408 ; 409 ' . 410 411 . ' , ' 412 , . 413 . 414 , : 415 416 - - ' . . ! 417 418 - - ? - - . 419 420 - - , ; . 421 422 , . 423 424 - - ! 425 426 - - , ? 427 428 . 429 430 - - . . . . ' , ? 431 432 - - , , . . . . ? 433 434 - - ' . . . . 435 436 . 437 438 - - . . . . , ? 439 440 ; . 441 442 , : 443 444 - - ? 445 446 . 447 448 - - ? 449 450 , 451 . 452 453 - - ! - - . 454 455 . 456 457 - - , ? 458 459 - - . . . . 460 461 - - . . . . . 462 463 - - , . . . . 464 465 - - , , . 466 467 . , 468 . , ' ' 469 , . 470 , ; . 471 472 ? ? 473 ' ' 474 . 475 476 , 477 , , 478 . 479 480 : 481 482 - - . . . . ' . 483 . . . . . . . . , , 484 . . . . ' . . . . , 485 . . . . 486 ; , ' . . . . 487 . ; . . . . 488 489 - - , ; . 490 491 - - , , ? ' , 492 ? . . . . 493 494 - - , , , 495 . , 496 . . . . , ' 497 . . . . . 498 , , ! : 499 , , 500 ; 501 . ? 502 503 - - , . 504 505 - - , , . 506 . 507 508 - - , . 509 510 , , 511 : 512 513 - - . 514 515 - - ; , . 516 . 517 518 - - , . 519 520 . 521 522 - - ! - - , . 523 524 ; 525 , . 526 527 , 528 . , , 529 , , . 530 531 532 533 534 . 535 536 537 538 ? " ' . " 539 . , . 540 , 541 ? ' 542 ' . 543 544 , ? , 545 , , 546 , . 547 . . 548 ' 549 . : " 550 , , , , 551 . " 552 553 ' ' , 554 . 555 , . 556 557 ' . 558 . : 559 560 - - . 561 562 , ' , . 563 564 , 565 . ; 566 ' , , ' 567 ; ' , ' 568 , ' 569 . 570 ' . ' , 571 ; , 572 , : 573 . 574 . " 575 , ' , 576 . " ' 577 ' ' , . 578 , 579 . ' , 580 , ( , 581 ! ) , ' 582 . . . . 583 584 ? , 585 - - ! 586 587 , ' 588 ' ; 589 : " ' ; 590 ; . " , 591 , 592 . 593 ; ' . ' 594 595 . 596 , , 597 598 , , , , 599 ; ' 600 , 601 , ' 602 . , 603 , . 604 , , . , 605 , ' ; 606 . ' , 607 , , , 608 , 609 , 610 ' , 611 , , 612 ; 613 , , , , 614 , , , 615 , 616 . 617 618 : " - . - 619 - - . . . . 620 , - ' - . . . . " 621 . , , ! 622 623 ' ; ' . 624 ; . ' , 625 , 626 627 . ' 628 , . 629 630 ? , , . 631 632 , , . ? 633 , . 634 . , 635 , . 636 637 ' ? 638 ' , ' . ' 639 ' , 640 ? ' 641 , , 642 ' , 643 , . " , , 644 . . . . . . 645 . . . . " 646 647 , 648 , ' 649 , ' , 650 , ' ' 651 . 652 653 654 . 655 656 , ' . 657 : " ? " 658 659 . " . 660 , ; ' 661 . . . . . . " 662 , , . 663 ' , , 664 . 665 ; . ' 666 ; 667 . ' , 668 . 669 670 . ? 671 , , . 672 673 , ; . 674 , , , 675 , 676 . 677 678 ' ; 679 . 680 ! 681 682 , ' , 683 . " , . " 684 : " : - - , . " 685 : " , ? 686 ? ? " . 687 ; 688 , . 689 690 , , ; , 691 . , 692 . , , , 693 , , 694 , . 695 . 696 697 " - . . . . . - , 698 : ? 699 , , ? 700 701 - - - , ! . . . - " 702 703 , , 704 ' . " - , ! . . . - " 705 706 , 707 ! , 708 ' , 709 ' , ' 710 , 711 , 712 . , 713 ? 714 ? 715 716 ' . 717 , , 718 ; . 719 ' . " , 720 ' ! . . . 721 - - ! " 722 . 723 , : " ! " 724 . : " 725 ' ? , , - - ? " 726 , , : 727 " , , ; ' . . . . , ' 728 ! " , 729 , ? ' 730 , ' , 731 , - - , 732 . 733 734 735 , : " 736 ? 737 ' , 738 739 . " 740 , 741 , ' , 742 , 743 , , . " , 744 . 745 ? ? 746 , , ? 747 ? ? ? 748 ? " 749 750 , , . 751 . 752 ' , 753 ' 754 . ' . , 755 . , 756 , . 757 , . " 758 , , ; 759 ' , ' . 760 . . 761 . " ' , , 762 . 763 764 . , 765 , . : " ? 766 , 767 , ? , 768 , ' 769 . . , 770 , , . 771 . . . . " : " ? , 772 , 773 . 774 775 , 776 ! " 777 ; , , ' . 778 . 779 ' ' 780 . . " ! " 781 , , 782 , 783 . 784 785 ' , , , 786 , ; ' . 787 ' . ' . 788 " . , 789 , . 790 . ? " 791 ' 792 , 793 . 794 : " ? . . . . . . . " , 795 ; . " ? 796 ? . - - 797 . - - . . . . - - 798 ' , , ? 799 , . 800 ' ' , 801 , ' ? , 802 . . . . " 803 ' . , , 804 . 805 . " ' ? ? " 806 , 807 , , 808 , ' , 809 . , , 810 , , 811 . ? 812 813 ' , . 814 ( ' 815 ) 816 . 817 818 . 819 820 - - , , ? 821 822 . : . 823 824 - - ? - - , . 825 826 - - , ' . 827 828 - - ' . . . . . . . . 829 . . . . . 830 . . . . 831 832 - - , . , . . . . 833 ; . 834 835 . ' 836 837 , , 838 , 839 , 840 ' , , , , , 841 , , ' . 842 : 843 844 - - ? 845 846 - - , . 847 848 - - ? 849 850 - - . 851 852 : 853 854 - - . . . . ? . . . . 855 856 . ? 857 ? 858 , - - , ? , , 859 ? , , , 860 ? ? 861 ? 862 863 : 864 865 - - , . . . . . . . . 866 ; ' . 867 . . . . . . . . , , 868 . 869 870 - - . . . . 871 872 - - . , , ' . 873 874 - - , , . . . . 875 876 - - ? : . . . . 877 , , . , ! 878 , , . , 879 ' : ' . . . . 880 881 , . 882 ' , ' 883 . . 884 , 885 . - - ? ? 886 . 887 . ? , 888 . 889 , , . 890 ? 891 ? ? ? 892 ? , ' : " 893 . " ? 894 . , , 895 ? - - , 896 . . 897 . 898 899 , 900 . , 901 , . 902 , 903 . 904 . 905 ' ' . 906 . 907 " , ' . " 908 909 - - , , - - - - . . . 910 911 - - ! 912 913 - - , ; . . . . . ! 914 915 - - , ? 916 917 . . 918 919 . 920 921 - - ? ? - - . 922 923 - - , . 924 925 - - . . ' 926 : " ? " . . . . 927 928 - - ? ' ? 929 930 - - . 931 932 - - , - - . 933 934 ' , ' 935 . 936 937 - - , . ' . 938 939 - - ? . . . . 940 941 - - , ; . ! 942 943 . , 944 ; 945 , , 946 , . 947 948 . ' ' 949 , ' 950 , . ' 951 , . . 952 , 953 954 . ! 955 ! 956 957 " , , . 958 , , , 959 960 ! . . . " ' ' , . - - 961 . , 962 . , ' , 963 ; 964 ; , ' ; 965 ; , . . . . - - 966 , 967 , ' ; 968 , , 969 . . 970 971 , ' 972 . . 973 974 ' , . . 975 976 , , 977 . 978 , , . . 979 . ' , 980 , 981 ' , 982 : " - 983 ? - " , , 984 . 985 986 ' , 987 , , , 988 . ' . 989 990 - - , ? - - . 991 992 ' ' . 993 994 - - ; 995 . 996 . . 997 . . . . 998 999 - - . . . . 1000