Da una semplice causa fisica, forse; da uno stato particolare de' miei
nervi, Così pensai. Incapace d'uno sforzo riflessivo, d'un esame
ordinato, d'un raccoglimento, io ero in balìa de' miei nervi; su i
quali le apparenze si riflettevano provocando fenomeni d'una
straordinaria intensità, come nelle allucinazioni. Ma alcuni pensieri
balenavano chiari sopra gli altri, si distinguevano; accrescevano in
me quel senso di perplessità che già alcuni incidenti impreveduti
avevano mosso.--Giuliana in quel giorno non m'era apparsa tale quale
avrebbe ella dovuto apparire essendo la creatura ch'io conoscevo, "la
Giuliana d'una volta." Ella non aveva assunto verso di me, in certe
date circostanze, le attitudini che io m'aspettavo. Un elemento
estraneo, qualche cosa d'oscuro, di convulso, di eccessivo, aveva
modificata, difformata la sua personalità. Dovevano queste alterazioni
attribuirsi a uno stato morboso del suo organismo? "Sono malata, sono
molto malata", ella aveva spesso ripetuto, come per giustificarsi.
Certo, la malattia produceva alterazioni profonde, poteva rendere
irriconoscibile un essere umano. Ma qual'era la sua malattia?
L'antica, non distrutta dal ferro del chirurgo, complicata forse?
Insanabile? "Chi sa che io non ti muoia -presto-!" ella aveva detto,
con un accento singolare che avrebbe potuto essere profetico. Più
d'una volta ella aveva parlato di morte. Sapeva ella dunque di portare
in sé un germe letale? Era ella dunque dominata da un pensiero
lugubre? Un tal pensiero avea forse accesi in lei quelli ardori cupi,
quasi disperati, quasi folli, tra le mie braccia. La gran luce
subitanea della felicità aveva forse reso a lei più visibile e più
terribile il fantasma che la perseguitava....
"Ella potrebbe dunque morire! La morte potrebbe dunque colpirla anche
tra le mie braccia, in mezzo alla felicità!" pensai, con una paura che
mi agghiacciò tutto e per qualche attimo m'impedì di proseguire, quasi
che il pericolo apparisse imminente, quasi che Giuliana avesse
presagito il vero quando aveva detto: "Se, per esempio, -domani- io
fossi morta?"
Il crepuscolo cadeva, umidiccio. Qualche soffio di vento passava tra i
cespugli imitando il fruscìo che vi avrebbero messo animali veloci nel
trascorrere. Ancora qualche rondine dispersa gettava un grido,
rombando per l'aria come il sasso d'una fionda. Su l'orizzonte
occidentale la luce persisteva come il riverbero d'una vasta fucina
sinistra.
Giunsi fino al sedile, trovai l'ombrello; non mi indugiai se bene i
ricordi recenti, ancor vivi, ancora caldi, mi toccassero l'anima. Là
ella s'era lasciata cadere, affievolita, vinta; là io le avevo detto
le parole supreme, le avevo fatto la rivelazione inebriante; "-Tu eri
nella mia- -casa, mentre io ti cercava lontano-"; là io avevo raccolto
dalle sue labbra quel soffio per cui la mia anima era balzata
all'apice della gioia; là io avevo bevuto le sue prime lacrime, e
avevo udito i suoi singhiozzi, e avevo proferito la domanda oscura:
"-È tardi, forse? È troppo tardi?-"
Poche ore erano trascorse e tutte quelle cose erano già così lontane!
Poche ore erano trascorse e la felicità pareva già dileguata! Con un
altro senso, non meno terribile, si ripeteva dentro di me la domanda:
"-È tardi, forse? È troppo tardi?-" E la mia angoscia cresceva; e
quella luce dubbia, e quella discesa tacita dell'ombra, e quei rumori
sospetti nei cespugli già intenebrati, e tutte quelle parvenze
ingannevoli del crepuscolo presero nel mio spirito un significato
funesto. "Se veramente fosse troppo tardi? Se veramente ella si
sapesse condannata, sapesse di portare già dentro di sé la morte?
Stanca di vivere, stanca di patire, non sperando più nulla da me, non
osando di uccidersi a un tratto con un'arma o con un veleno, ella
forse ha coltivato, ha aiutato il suo male, l'ha tenuto nascosto
perché si diffondesse, perché s'approfondisse, perché divenisse
immedicabile. Ella ha voluto essere condotta a poco a poco,
segretamente, verso la liberazione, verso la fine. Sorvegliandosi,
ella ha acquistato la scienza del suo male; ed ora -sa-, -è sicura- di
dover soccombere; sa anche forse che l'amore, la voluttà, i miei baci
precipiteranno l'opera. Io torno a lei per sempre; una felicità
insperata le si apre d'innanzi; ella mi ama e sa di essere
immensamente amata; in un giorno, un sogno è divenuto per noi una
realtà. Ed ecco, una parola viene alla sua bocca:--Morire!--" In
confuso mi passarono d'innanzi le imagini truci che m'avevano
travagliato nelle due ore d'attesa in quella mattina dell'operazione
chirurgica, quando m'era parso di avere sotto gli occhi, precise come
le figure di un atlante anatomico, tutte le spaventevoli devastazioni
prodotte dai morbi nel grembo femminile. E un altro ricordo, anche più
lontano, mi tornò portando imagini precise:--la stanza nell'ombra, la
finestra spalancata, le tende palpitanti, la fiammella inquieta della
candela contro lo specchio pallido, aspetti malaugurosi, e lei,
Giuliana, in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si torceva
come se avesse inghiottito un veleno... E la voce accusatrice, la
medesima voce, anche ripeteva: "-Per te, per te ha voluto morire. Tu,
tu l'hai spinta a morire.-"
Preso da uno sgomento cieco, da una specie di pànico, quasi che quelle
imagini fossero tutte realtà indubitabili, io mi misi a correre verso
la casa.
Alzando gli occhi vidi la casa inanimata, le aperture delle finestre e
dei balconi piene d'ombra.
--Giuliana!--gridai, con un'ambascia estrema, slanciandomi su per i
gradini, quasi che temessi di non giungere in tempo a rivederla.
Ma che avevo? Che demenza era quella?
Anelavo, su per le scale quasi buie. Entrai nella stanza a precipizio.
--Che è accaduto?--mi domandò Giuliana, sollevandosi.
--Nulla, nulla... Credevo che tu avessi chiamato. Ho corso, un poco.
Tu come stai ora?
--Ho tanto freddo, Tullio; tanto freddo. Sentimi le mani.
Ella mi tese le mani. Erano di gelo.
--Sono tutta gelata così....
--Mio Dio! Come ti sarà venuto questo freddo? Che potrei fare per
riscaldarti?
--Non ti prender pena, Tullio. Non è la prima volta.... Mi dura ore ed
ore. Non c'è nulla che giovi. Bisogna aspettare che passi.... Ma
perchè tarda tanto Federico? È quasi notte.
Ella si riabbandonò alla spalliera, come se avesse consumata tutta la
sua forza in quelle parole.
--Ora chiudo--io dissi, volgendomi al balcone.
--No, no; lascia aperto.... Non è l'aria che mi dà questo freddo. Ho
bisogno, anzi, di respirare.... Vieni qui, piuttosto, accanto a me.
Prenditi quello sgabello.
Io m'inginocchiai. Ella mi passò la sua mano gelida sul capo, con un
gesto fievole, mormorando:
--Povero Tullio mio!
--Ma dimmi, Giuliana, amore, anima--proruppi, non potendo più
reggere--dimmi la verità! Tu mi nascondi qualche cosa. Qualche cosa tu
hai, certo, che non vuoi confessare: un pensiero fisso, qui, nel mezzo
della fronte, un'ombra che non t'ha lasciata mai, da che siamo qui, da
che siamo.... felici. Ma siamo veramente felici? Sei tu, puoi tu
essere felice? Dimmi la verità. Giuliana! Perché vorresti ingannarmi?
Sì, è vero; tu hai avuto male, tu stai male; è vero. Ma non è questo,
no. -È un'altra cosa-, che non comprendo, che non conosco.... Dimmi la
verità, anche se la verità dovesse fulminarmi. Stamani, quando tu
singhiozzavi, io ti ho chiesto: "-È troppo tardi?-" E tu mi hai
risposto: "No, no...." E io ti ho creduta. Ma non potrebbe essere
-troppo tardi- per un'altra ragione? -Qualche cosa- potrebbe impedirti
di godere questa grande felicità che oggi s'è aperta? Intendo: qualche
cosa che tu sappia, che sia già nel tuo pensiero.... Dimmi la verità!
E la fissai; e, come ella rimaneva muta, a poco a poco non vidi se non
gli occhi suoi larghi, straordinariamente larghi, e cupi ed immobili.
Tutto disparve, in torno. E io dovetti chiudere le palpebre per
dissipare la sensazione di terrore che quelli occhi avevano messa in
me. Quanto durò la pausa? Un'ora? Un secondo?
--Sono malata--ella disse alfine, con una lentezza angosciosa.
--Ma come malata?--io balbettai, fuori di me, credendo sentire nel
suono di quelle due parole una confessione che corrispondeva al mio
sospetto.--Come malata? -Da morirne-?
Non so in che modo, non so con quale voce, non so con quale atto
proferii la domanda estrema; non so veramente neppure se mi uscì
intera dalle labbra, se ella la udì intera.
--Tullio, no; non volevo dire questo, no, no.... Volevo dire che non è
colpa mia se sono così, un poco strana.... Non è colpa mia.... Bisogna
che tu abbia pazienza con me, bisogna che tu mi prenda ora così come
sono.... Non c'è null'altro, credi; non ti nascondo nulla.... Potrò
guarire, poi; guarirò.... Tu avrai pazienza; è vero? Tu sarai
buono.... Vieni qui, Tullio, anima. Anche tu sei un poco strano, mi
sembra; sospettoso.... Ti spaventi subito; ti fai bianco; chi sa che
imagini.... Vieni qui, vieni qui; dammi un bacio.... Ancora uno....
ancora uno.... Così. Baciami; riscaldami.... Ora arriva Federico.
Parlava interrottamente, un po' roca, con quella intraducibile
espressione, carezzevole, tenera, inquieta, ch'ella aveva già avuto
verso di me alcune ore prima, sul sedile, per calmarmi, per
consolarmi. Io la baciavo. Poiché la poltrona era ampia e bassa, ella
che era sottile mi fece posto al suo fianco e mi si strinse addosso
rabbrividendo e con una mano prese un lembo del suo mantello e mi
coprì. Stavamo come in un giaciglio, avvinti, a petto a petto,
mescolando gli aliti. E io pensavo: "Se il mio alito, se il mio
contatto potessero trasfonderle tutto il mio calore!" E facevo uno
sforzo di volontà illusorio perché la trasfusione avvenisse.
--Stasera--bisbigliai--stasera, nel tuo letto, ti terrò meglio. Tu non
tremerai più....
--Sì, sì.
--Vedrai come saprò tenerti. Ti addormenterò. Mi dormirai tutta la
notte sul cuore....
--Sì.
--Io ti veglierò, mi beverò il tuo fiato, ti leggerò sul viso i sogni
che sognerai. Forse mi nominerai, in sogno....
--Sì, sì.
--Qualche notte, -allora-, parlavi in sogno. Come mi piacevi! Ah che
voce! Tu non puoi sapere.... Una voce che tu non hai potuto mai
intendere e che io solo ti conosco, io solo.... E la riudrò. Chi sa
che dirà! Forse mi nominerai. Quanto è caro l'atto della tua bocca
mentre pronunzia l'-u- del mio nome! Pare l'accenno di un bacio.... Lo
sai? E ti suggerirò qualche parola all'orecchio, per entrare nel tuo
sogno. Ti ricordi, -allora-, quando certe mattine indovinavo qualche
cosa di quello che tu avevi sognato? Oh, vedrai, anima: sarò più dolce
di allora. Vedrai di che tenerezze sarò capace, per guarirti. Tu hai
bisogno di tante tenerezze, povera anima....
--Sì, sì--ella ripeteva ad ogni tratto, abbandonatamente, favorendo la
mia illusione ultima, aumentando quella specie di ebrietà torpida che
mi veniva dalla mia stessa voce e dal credere che ella ne fosse
cullata come da una cantilena voluttuosa.
--Hai udito?--le chiesi, sollevandomi un poco per ascoltar meglio.
--Che? Arriva Federico?
--No. Ascolta.
Ambedue ascoltammo, guardando verso il giardino.
Il giardino s'era confuso in una massa violacea, rotta ancora dal
luccichio cupo della vasca. Una zona di luce persisteva ai confini del
cielo, una larga zona tricolore: sanguigna in basso, poi arancia, poi
verde del verde d'un vegetale morente. Nel silenzio crepuscolare una
voce liquida e forte risonò, simile al preludio d'un flauto.
Cantava l'usignuolo.
--È sul salice--mi susurrò Giuliana.
Ambedue ascoltammo, guardando verso l'estrema zona che impallidiva
sotto la cenere impalpabile della sera. La mia anima era sospesa,
quasi che da quel linguaggio aspettasse una qualche alta rivelazione
d'amore. Che provò in quei minuti d'ascolto, al mio fianco, la povera
creatura? A quale sommità di dolore giunse la povera anima?
L'usignuolo cantava. Da prima fu come uno scoppio di giubilo melodioso,
un getto di trilli facili che caddero nell'aria con un suono di perle
rimbalzanti su per i vetri di un'armonica. Successe una pausa. Un
gorgheggio si levò, agilissimo, prolungato straordinariamente come per
una prova di forza, per un impeto di baldanza, per una sfida a un rivale
sconosciuto. Una seconda pausa. Un tema di tre note, con un sentimento
interrogativo, passò per una catena di variazioni leggère, ripetendo la
piccola domanda cinque o sei volte, modulato come su un tenue flauto di
canne, su una fistula pastorale. Una terza pausa. Il canto divenne
elegiaco, si svolse in un tono minore, si addolcì come un sospiro, si
affievolì come un gemito, espresse la tristezza di un amante solitario,
un desio accorato, un'attesa vana; gittò un richiamo finale, improvviso,
acuto come un grido di angoscia; si spense. Un'altra pausa, più grave.
Si udì allora un accento nuovo, che non pareva escire dalla stessa gola,
tanto era umile, timido, flebile, tanto somigliava al pigolio delli
uccelli appena nati, al cinguettio d'una passeretta; poi, con una
volubilità mirabile, quell'accento ingenuo si mutò in una progressione
di note sempre più rapide che brillarono in volate di trilli, vibrarono
in gorgheggi nitidi, si piegarono in passaggi arditissimi, sminuirono,
crebbero, attinsero le altezze soprane. Il cantore s'inebriava del suo
canto. Con pause così brevi che le note quasi non finivano di spegnersi,
effondeva la sua ebrietà in una melodia sempre varia, appassionata e
dolce, sommessa e squillante, leggera e grave, e interrotta ora da
gemiti fiochi, da implorazioni lamentevoli, ora da improvvisi impeti
lirici, da invocazioni supreme. Pareva che anche il giardino ascoltasse,
che il cielo s'inchinasse su l'albero melancolico dalla cui cima un
poeta, invisibile, versava tali flutti di poesia. La selva dei fiori
aveva un respiro profondo ma tacito. Qualche bagliore giallo s'indugiava
nella zona occidentale; e quell'ultimo sguardo del giorno era triste,
quasi lugubre. Ma una stella, spuntò, tutta viva e trepida come una
goccia di rugiada luminosa.
--Domani!--io mormorai quasi inconscio, rispondendo a una
sollecitazione interiore quella parola che conteneva per me tante
promesse.
Poichè per ascoltare ci eravamo sollevati alquanto ed eravamo rimasti
qualche minuto in quell'attitudine assorti; io sentii all'improvviso
abbattermisi contro la spalla il capo di Giuliana pesantemente come
una cosa inanimata.
--Giuliana!--gridai sbigottito.--Giuliana! E, pel moto che io feci,
quel capo si arrovesciò in dietro pesantemente come una cosa
inanimata.
--Giuliana!
Ella non udiva. Scorgendo il pallore cadaverico di quel volto che
rischiaravano gli ultimi barlumi gialligni avversi al balcone, io fui
percosso dall'idea terribile. Fuori di me, lasciando ricadere su la
spalliera Giuliana inerte, non cessando di chiamarla per nome, mi misi
ad aprirle l'abito sul petto con le dita convulse, ansioso di sentirle
il cuore....
E la voce gaia di mio fratello chiamò:
--Colombi, dove siete?
X.
Ella aveva ricuperata in breve la conoscenza. A pena in grado di
reggersi, aveva voluto subito montare in carrozza per tornare alla
Badiola.
Ora, coperta dei nostri -plaids-, stava rannicchiata nel suo posto,
silenziosa. Io e mio fratello di tratto in tratto ci guardavamo
inquieti. Il cocchiere sferzava i cavalli. E il trotto serrato
risonava forte su la strada che le siepi qua e là fiorite limitavano:
in una sera d'aprile mitissima, sotto un cielo puro.
Di tratto in tratto io e Federico domandavamo:
--Come ti senti, Giuliana?
Ella rispondeva:
--Eh, così.... un po' meglio.
--Hai freddo?
--Sì.... un poco.
Rispondeva con uno sforzo manifesto. Pareva quasi che le nostre
domande la irritassero; tanto che, insistendo Federico a muovere
qualche discorso, ella disse alfine:
--Scusa, Federico.... Mi dà fastidio parlare.
Essendo spiegato il mantice, ella stava nell'ombra, nascosta, immobile
sotto le coperte. Più d'una volta io mi chinai verso di lei per
scorgerle il viso, o credendo ch'ella si fosse assopita o temendo
ch'ella fosse ricaduta nel deliquio. Tutte le volte ebbi la stessa
sensazione inaspettata di sgomento, accorgendomi ch'ella teneva
nell'ombra gli occhi sbarrati e fissi.
Seguì un lungo intervallo di silenzio. Anche io e Federico
ammutolimmo. Il trotto dei cavalli non mi pareva a bastanza rapido.
Avrei voluto ordinare al cocchiere di spingerli al galoppo.
--Sferza, Giovanni!
Erano quasi le dieci quando giungemmo alla Badiola.
Mia madre ci aspettava, in pena per l'indugio. Quando vide Giuliana in
quello stato, disse:
--Me l'imaginavo io, che lo strapazzo ti avrebbe fatto male....
Giuliana volle rassicurarla.
--Non è nulla, mamma.... Vedrai che domattina starò bene. Un po' di
stanchezza....
Ma, guardandola alla luce, mia madre esclamò spaventata:
--Dio mio! Dio mio! Tu hai un viso che fa paura.... Tu non ti reggi in
piedi.... Edith, Cristina, presto, correte su a scaldare il letto.
Vieni, Tullio, che la portiamo su....
--Ma no, ma no--insisteva Giuliana, opponendosi--non ti spaventare,
mamma, che non è nulla....
--Io vado a Tussi con la carrozza a prendere il medico--propose
Federico.--Tra mezz'ora son qui.
--No, Federico, no!--gridò Giuliana; quasi con violenza, come
esasperata.--Non voglio. Il medico non può farmi nulla. So io quel che
debbo prendere. Ho tutto, su. Andiamo, mamma. Dio mio! Come
v'allarmate subito! Andiamo, andiamo....
Ed ella parve aver riacquistata la forza a un tratto. Diede alcuni
passi, franca. Su per le scale, io e mia madre la sorreggemmo. Nella
stanza, ella fu assalita da un vomito convulso che le durò alcuni
minuti. Le donne incominciavano a spogliarla.
--Va, Tullio, va--ella mi pregò.--Tornerai dopo a vedermi. Resta qui
la mamma, intanto. Non ti prender pena....
Uscii. Rimasi in una delle stanze attigue, seduto su un divano, ad
aspettare. Ascoltavo il passo delle donne di casa affaccendate; mi
rodevo d'impazienza. "Quando potrò rientrare? Quando potrò rimanere solo
con lei? La veglierò; starò tutta la notte al suo capezzale. Forse fra
qualche ora ella si calmerà, si sentirà bene. Accarezzandole i capelli,
forse riescirò ad addormentarla. Chi sa! Dopo un poco, tra la veglia ed
il sonno, mi dirà:--Vieni." Avevo una strana fede nella virtù delle mie
carezze. Speravo ancora che quella notte potesse avere una dolce fine. E
come sempre, tra le angosce che mi dava il pensiero delle sofferenze di
Giuliana, l'imagine sensuale si determinava diventando una visione
lucida e durevole. "-Pallida come la sua camicia-, al chiaror della
lampada che arde dietro le cortine dell'alcova, ella si sveglia dopo il
primo sonno breve, mi guarda con gli occhi semiaperti, languida,
mormorando:--Vieni a dormire anche tu...."
Entrò Federico.
--E bene?--disse affettuosamente.--Pare che non sia nulla. Ho parlato
con miss Edith or ora, per le scale. Non vuoi scendere a mangiar
qualche cosa? Giù, hanno preparato....
--No, non ho appetito, ora. Forse più tardi.... Aspetto che mi
chiamino dentro.
--Intanto io vado, se non c'è bisogno di me.
--Va pure, Federico. Scenderò poi. Grazie.
Lo seguii con lo sguardo, mentre s'allontanava. E ancora una volta mi
venne dal buon fratello un sentimento di confidenza; ancora una volta
mi s'allargò il cuore.
Passarono tre minuti circa. L'orologio a pendolo, ch'era su la parete
di contro a me, li misurò col suo ticchettio. Le sfere segnavano le
dieci e tre quarti. Mentre io mi levavo impaziente per andare verso la
stanza di Giuliana, entrò mia madre commossa dicendo sotto voce:
--S'è calmata. Ora ha bisogno di riposo. Povera figliuola!
--Posso andare?--le domandai.
--Sì, va; ma lasciala riposare.
Come io mi mossi, ella mi richiamò.
--Tullio!
--Che vuoi, mamma?
Ella pareva esitante.
--Dimmi.... Dal tempo dell'operazione, hai più parlato col dottore?
--Ah, sì, qualche volta.... Perché?
--T'ha rassicurato sul pericolo....
Ella esitava.
--.... sul pericolo che potrebbe correre Giuliana, in un altro parto?
Io non avevo parlato col dottore; non sapevo che rispondere.
Confuso, ripetei:
--Perché?
Ella esitava ancora.
--Non ti sei accorto che Giuliana è incinta?
Percosso come da un colpo di maglio nel mezzo del petto, da prima non
afferrai la verità.
--Incinta!--balbettai.
Mia madre mi prese le mani.
--E bene, Tullio?
--Non sapevo....
--Ma tu mi fai paura. Il dottore dunque....
--Già, il dottore....
--Vieni, Tullio, siediti.
E mi fece sedere sul divano. Mi guardava sbigottita, aspettando che io
parlassi. Per qualche attimo, benché io l'avessi lì d'avanti agli
occhi, non la vidi più. Una luce violentissima si fece nel mio
spirito, a un tratto; e mi si presentò il dramma.
Chi mi diede la forza di resistere? Chi mi conservò la ragione? Forse
nell'eccesso medesimo del dolore e dell'orrore io trovai il sentimento
eroico che mi salvò.
A pena riacquistai la sensibilità fisica, la percezione delle cose
esteriori, e vidi mia madre che mi guardava da presso con ansia,
compresi che prima di tutto bisognava assicurare mia madre.
Le dissi:
--Non sapevo.... Giuliana non m'ha detto nulla. Non mi sono accorto di
nulla.... È una sorpresa.... Il dottore, sì, mi parlò di qualche
pericolo.... Per ciò la notizia mi fa quest'impressione.... Sai,
Giuliana ora è così debole.... Ma veramente il dottore non accennò a
nulla di troppo grave; perché, essendo riescita l'operazione....
Vedremo. Lo chiameremo qui; lo consulteremo....
--Sì, sì; è necessario.
--Ma tu, mamma, sei sicura della cosa? Te l'ha confessata Giuliana,
forse? O pure....
--Io me ne sono accorta, sai, dai soliti segni, impossibile
ingannarsi. Fino a due o tre giorni fa, Giuliana negava o almeno
diceva di non esserne certa.... Sapendoti così apprensivo, m'ha
pregata di non parlartene per ora. Ma io ho voluto avvisarti....
Giuliana, tu la conosci, è così trascurata per la sua salute! Vedi:
qui, in vece di migliorare, mi sembra che vada ogni giorno
peggiorando; mentre prima bastava una settimana di campagna per farla
rifiorire. Ti ricordi?
--Sì, è vero.
--Le precauzioni, in questi casi, non sono mai troppe. Bisogna che tu
ne scriva subito al dottor Vebesti.
--Sì, subito.
E, poiché sentivo che non avrei potuto dominarmi più oltre, mi alzai
soggiungendo:
--Vado da Giuliana.
--Va; ma stasera lasciala riposare, lasciala tranquilla. Io scendo e
poi torno su.
--Grazie, mamma.
E le sfiorai la fronte con le labbra.
--Figlio benedetto!--ella mormorò, allontanandosi.
Su la soglia della porta opposta mi fermai e mi volsi; e vidi sparire
quella dolce figura ancora diritta, così nobile nella veste nera.
Ebbi una sensazione indescrivibile, simile forse a quella che avrei
avuta dal crollo fulmineo di tutta la casa. Tutto crollò, ruinò,
dentro di me, intorno a me, irresistibilmente.
XI.
Chi non ha udito qualche volta proferire da uomini sventurati una
frase di questo genere? "In un'ora ho vissuto dieci anni." Una tal
cosa è inconcepibile. Bene, io la comprendo. Nei pochi minuti di quel
dialogo quasi pacato tra me e mia madre, io non vissi più di dieci
anni? L'accelerazione della vita umana interiore è il più meraviglioso
e il più spaventoso fenomeno dell'universo.
Ora, che doveva io fare? Impeti folli mi venivano, di fuggire lontano
nella notte, o di correre alle mie stanze per chiudermi, per rimaner
solo a considerare la mia ruina, a conoscerla tutta quanta. Ma seppi
resistere. La superiorità della mia natura si mostrò in quella notte.
Seppi svincolare dall'atroce torsione qualcuna delle mie facoltà più
virili. E pensai: "È necessario che nessuno dei miei atti apparisca
singolare, inesplicabile, a mia madre, a mio fratello, a qualunque
persona di questa casa."
Innanzi all'uscio della stanza di Giuliana m'arrestai, impotente a
frenare il tremore fisico che mi scoteva. Udendo giungere pel
corridoio suono di passi, entrai risoluto.
Miss Edith usciva dall'alcova su la punta dei piedi. Mi accennò di non
far rumore. Mi disse sotto voce:
--Sta per addormentarsi.
Se ne andò, socchiudendo l'uscio dietro di sè, pianamente.
La lampada ardeva sospesa nel mezzo della volta, con un chiarore
placido eguale. Su una sedia era posato il mantello amaranto; su
un'altra sedia, il busto di raso nero, il busto che Giuliana s'era
tolto a Villalilla nella mia breve assenza; su un'altra sedia, l'abito
grigio, quel medesimo ch'ella aveva portato con tanta finezza tra i
fiori di lilla eleganti. La vista di quelle cose mi diede un tale
spasimo che di nuovo ebbi l'impeto di fuggire. Mi volsi all'alcova,
discostai le cortine; vidi il letto, vidi sul guanciale la macchia
cupa dei capelli, non la faccia: vidi il rilievo del corpo rattratto
sotto le coperte. Mi si presentò allo spirito la verità brutale in
tutta la sua più ignobile brutalità. "Ella è stata posseduta da un
altro, ha ricevuta l'escrezione di un altro, porta nel ventre il seme
di un altro." E una serie d'imagini fisiche odiose mi si svolse
d'avanti agli occhi dell'anima, che io non potevo serrare. E non
furono soltanto le imagini di ciò che era accaduto, ma anche quelle di
ciò che doveva necessariamente accadere. Bisognò anche ch'io vedessi,
con una precisione inesorabile, Giuliana nel futuro (il mio Sogno, la
mia Idealità!) difformata da un ventre enorme, gravida d'un feto
adulterino....
Chi avrebbe potuto imaginare un castigo più feroce? E tutto era vero,
tutto era -certo-!
Quando il dolore eccede le forze, istintivamente l'uomo cerca nel
dubbio un'attenuazione momentanea della sofferenza insofferibile;
pensa: "Forse io m'inganno; forse la mia sciagura non è quale mi
appare; forse tutto questo dolore è irragionevole." E, per protrarre
la tregua, intende lo spirito perplesso ad acquistare una nozione più
esatta della realtà. Ma a me il dubbio non si presentò né pure per un
attimo; io non ebbi né pure un attimo d'incertezza. M'è impossibile
esplicare il fenomeno che si svolse nella mia coscienza divenuta
straordinariamente lucida. Pareva che per un segreto spontaneo
processo, compiutosi in una sfera ulteriore oscura, tutti gli
inavvertiti indizii relativi alla cosa tremenda si fossero coordinati
tra loro formando una nozione logica, completa, coerente, definitiva,
irrefragabile; la quale ora mi si manifestasse d'un tratto assorgendo
nella mia conscienza con la rapidità di un oggetto che, non più
trattenuto al fondo da legami ignoti, venga su la linea dell'acqua a
galleggiare e vi rimanga insommergibile. Tutti gli indizii, tutte le
prove erano là, in ordine. Io non dovevo compiere alcuno sforzo per
ricercarli, per scegliergli, per riunirli. Fatti insignificanti,
lontani, s'illuminavano nella nuova luce; lembi di vita recente si
ricolorivano. E l'avversione insolita di Giuliana per i fiori, per gli
odori, i suoi turbamenti singolari, le sue nausee mal dissimulate, i
suoi pallori subitanei, quella specie di nube continua tra ciglio e
ciglio, quella stanchezza immensa di certe sue attitudini e le pagine
segnate con l'unghia nel libro russo, il rimprovero del vecchio al
conte Besoukhow, la domanda estrema della piccola principessa Lisa, e
quel gesto con cui ella mi aveva tolto di mano il libro; e poi le
scene di Villalilla, le lacrime, i singhiozzi, le frasi ambigue, i
sorrisi sibillini, i quasi lugubri ardori, le volubilità quasi folli,
le evocazioni della morte, tutti gli indizii si aggruppavano intorno
alle parole di mia madre incise nel centro della mia anima.
Mia madre aveva detto: "-È impossibile ingannarsi.- Fino a due o tre
giorni fa Giuliana negava o almeno -diceva di non esserne certa-....
Sapendoti così apprensivo, -m'ha pregata di non parlartene-...." La
verità non poteva essere più chiara. Tutto, dunque, omai era certo!
Entrai nell'alcova; m'appressai al letto. Dietro di me le cortine
ricaddero; la luce divenne più fievole. L'ansietà mi tolse il respiro,
tutto il sangue mi si fermò nelle arterie, quando io giunsi al
capezzale e mi chinai per guardare più da vicino la testa di Giuliana
quasi celata dal lenzuolo. Io non so che sarebbe avvenuto s'ella
avesse alzato la faccia ed avesse parlato, in quel momento.
Dormiva ella? Soltanto la fronte, fino ai sopraccigli, era scoperta.
Rimasi là qualche minuto, in piedi, aspettando. Ma dormiva ella? Non
si moveva, giacendo sul fianco. La bocca nascosta dal lenzuolo non
dava segno di respirazione al mio udito. Soltanto la fronte, fino ai
sopraccigli, era scoperta.
Come mi sarei contenuto s'ella si fosse accorta della mia presenza?
Non era quella l'ora delle interrogazioni, l'ora del colloquio. S'ella
avesse sospettato che tutto m'era noto, a quali estremità si sarebbe
spinta in quella notte? Avrei io dunque dovuto simulare un'ingenua
tenerezza, avrei dovuto mostrarmi perfettamente ignaro, persistere
nella espressione del sentimento che m'aveva dettato le dolci parole,
quattro ore innanzi, a Villalilla. "Stasera, stasera, nel tuo
letto.... Vedrai come saprò tenerti. Ti addormenterò. Mi dormirai
tutta la notte sul cuore...."
Girando lo sguardo in torno smarrito, scorsi sul tappeto gli scarpini
lucidi e sottili, su la spalliera d'una sedia le lunghe calze di seta
cinerina, le giarrettiere d'amoerro, un altro oggetto di segreta
eleganza, tutte cose di cui i miei occhi d'amante s'erano già
dilettati nelle intimità recenti. E la gelosia dei sensi mi morse con
tanta furia che fu un prodigio se io mi trattenni dal gittarmi su
Giuliana per risvegliarla e per gridarle le parole folli e crude che
mi suggeriva la collera subitanea.
Mi ritrassi vacillando, uscii dall'alcova. Pensai con un cieco
sgomento: "Come finiremo?"
Mi disponevo ad andarmene. "Scenderò. Dirò a mia madre che Giuliana
dorme, che ha un sonno molto calmo; le dirò che anch'io ho bisogno di
riposo. Mi ritirerò nella mia stanza. Domattina poi...." Ma rimanevo
là perplesso, incapace di varcare la soglia, assalito da mille paure.
Mi volsi ancora verso l'alcova, con un moto repentino, come se avessi
sentito uno sguardo sopra di me. Mi parve che le cortine
ondeggiassero; ma fu un abbaglio. E pure qualche cosa come un'onda
magnetica a traverso le cortine veniva a penetrarmi; qualche cosa a
cui non resistevo. Entrai nell'alcova una seconda volta,
rabbrividendo.
Giuliana giaceva nella medesima attitudine. Dormiva? Soltanto la
fronte, fino ai sopraccigli, era scoperta.
Mi sedetti, presso al capezzale; ed aspettai. Guardavo quella fronte
pallida come il lenzuolo, tenue e pura come una particela, sororale,
che tante volte le mie labbra avevano baciata religiosamente, che
tante volte avevano baciata le labbra di mia madre.
Non v'appariva segno di contaminazione; alla vista era sempre la
stessa. E nulla al mondo poteva omai cancellare la macchia che
vedevano su quel pallore gli occhi della mia anima!
Alcune parole, proferite da me nell'ultima ebrezza, mi tornarono alla
memoria. "Io ti veglierò, ti leggerò sul viso i sogni che sognerai."
Ripensai: "Ella ripeteva ad ogni tratto:--Sì, sì." Domandai a me
medesimo: "Di che vita ella vive, entro di sé? Quali sono i suoi
propositi? Che ha ella risoluto?" E guardavo la sua fronte. E non più
considerai il mio dolore; ma mi piegai tutto a raffigurare il suo
dolore, a comprendere il suo dolore.
Certo, doveva essere una disperazione inumana, la sua; senza tregua,
senza limite. Il mio castigo era anche il suo castigo, ed era per lei
forse un castigo anche più terribile. Laggiù, a Villalilla, pel viale,
sul sedile, nella casa, ella aveva certo sentita la verità nelle mie
parole, aveva certo letta la verità nella mia faccia. Ella aveva
creduto al mio amore immenso.
"-.... Tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano.- Ah, dimmi
tu: questa rivelazione non vale tutte le tue lacrime? Non vorresti
averne versate anche più, anche più, per una tale prova?
---Sì, anche più!...-"
Così aveva ella risposto, così tutta la sua anima aveva risposto, con
un soffio che veramente m'era parso divino. "-Sì, anche più!...-"
Ella avrebbe voluto aver versato altre lacrime, avrebbe voluto aver
sofferto un altro martirio per quella rivelazione! E, vedendo ai suoi
piedi appassionato come non mai l'uomo da anni perduto e pianto,
vedendo aprirsi d'innanzi a sé un gran paradiso ignoto, ella s'era
sentita impura, aveva avuta la sensazione materiale della sua
impurità, aveva dovuto sopportare la mia testa sul grembo fecondato
dal seme di un altro uomo. Ah come mai, veramente le sue lacrime non
mi avevano piagata la faccia? Come mai avevo potuto io beverle senza
avvelenarmi?
Rivissi in un attimo tutta la nostra giornata d'amore. Rividi tutte le
espressioni, anche le più fuggevoli, apparse sul volto di Giuliana dal
momento del nostro ingresso a Villalilla; e tutte le compresi. Una
gran luce s'era fatta in me. "Ah quando io le parlavo del domani, le
parlavo dell'avvenire!... Che spaventosa parola doveva essere per lei
quel -Domani- su le mie labbra!" E mi tornò alla memoria il breve
dialogo avvenuto sul limitare del balcone al conspetto del cipresso.
Ella aveva ripetuto sommessamente, con un sorriso tenue: "Morire!"
Aveva parlato di fine prossima. Aveva domandato: "Che faresti tu se io
ti morissi all'improvviso? Se, per esempio, -domani- io fossi morta?"
Più tardi, nella nostra stanza, ella aveva gridato stringendosi a me:
"No, no, Tullio; non si parla dell'avvenire.... Pensa a oggi, all'ora
che passa!" Non tradivano tali atti, tali parole un proposito di
morte, una risoluzione tragica? Era manifesto ch'ella aveva risoluto
di uccidersi, ch'ella si sarebbe uccisa, forse in quella notte
medesima, prima del -domani- indifferibile, non essendoci per lei
altro scampo.
Quando cessò il raccapriccio che mi venne dal pensiero del pericolo
imminente, io considerai in me stesso: "Sarebbero più gravi le
conseguenze della morte di Giuliana o quelle della sua incolumità?
Poiché la ruina è senza riparo e l'abisso è senza fondo, una
catastrofe immediata è forse preferibile alla prolungazione indefinita
del dramma spaventevole." E la mia imaginazione mi faceva assistere
alle fasi della nuova maternità di Giuliana, mi faceva vedere il nuovo
essere procreato, l'intruso che avrebbe portato il mio nome, che
sarebbe stato il mio erede, che avrebbe usurpato le carezze di mia
madre, delle mie figliuole, di mio fratello. "Certo, soltanto la morte
può interrompere il corso fatale di questi eventi. Ma il suicidio
resterebbe segreto? Con qual mezzo Giuliana si ucciderebbe? Accertata
la morte volontaria, che penserebbero mia madre, mio fratello? Qual
colpo ne riceverebbe mia madre? E Maria? E Natalia? E che farei allora
io della mia vita?"
Non riuscivo, veramente, a concepire la mia vita senza Giuliana. Io
amavo quella povera creatura anche nella sua impurità. Tranne
quell'impeto subitaneo di collera suscitatomi dalla gelosia carnale,
io non avevo ancor provato contro di lei un senso d'odio o di rancore
o di disdegno. Non m'era balenato alcun pensiero di vendetta. In vece,
io avevo di lei una misericordia profonda. Io accettavo, fin da
principio, tutta la responsabilità della sua caduta. Un sentimento
fiero e generoso mi sollevò, mi esaltò. "Ella ha saputo chinare il
capo sotto i miei colpi, ha saputo soffrire, ha saputo tacere; mi ha
dato l'esempio del coraggio virile, dell'abnegazione eroica. Ora è
venuta la mia volta. Io le debbo il contraccambio. Debbo salvarla ad
ogni costo." E questa sollevazione dell'anima, questa cosa buona, mi
veniva da lei.
La guardai da presso. Rimaneva come immobile, nella medesima
attitudine, con la fronte scoperta. Pensai: "Ma dorme? Se invece
fingesse di dormire per allontanare ogni sospetto, per farsi credere
calma, per esser lasciata sola? Certo, se il suo proposito è di non
arrivare a domani, ella cerca di favorirne l'esecuzione con ogni
mezzo. Ella simula il sonno. Se il sonno fosse reale, non sarebbe così
tranquillo, così fermo, in lei che ha i nervi sovreccitati. Ora la
scuoto...." ma esitai: "Se realmente dormisse? Talvolta, dopo una
grande dispersione di forza nervosa, anche in mezzo alle più fiere
inquietudini morali il sonno piomba grave come una sincope. Oh le
durasse questo sonno fino a domani e potesse ella domani levarsi
rinfrancata, a bastanza forte per sostenere il colloquio tra noi
inevitabile!" Guardavo fissamente quella fronte pallida come il
lenzuolo; e, chinandomi un poco più, m'accorsi che diveniva madida.
Una stilla di sudore spuntava sul sopracciglio. E quella stilla mi
suscitò l'idea del sudor freddo che annuncia l'azione dei veleni
narcotici. Subito mi balenò un sospetto. "La morfina!" E per istinto
il mio sguardo corso al tavolo da notte, di là dal capezzale, come a
cercarvi la fiala di vetro contrassegnata dal piccolo teschio nero,
dal noto simbolo mortuario.
Erano su quel tavolo una boccia d'acqua, un bicchiere, un candeliere,
un fazzoletto, alcune forcine che rilucevano; non v'era altro. Feci un
esame rapido di tutta l'alcova. Un'ansietà angosciosa mi stringeva.
"Giuliana ha la morfina. Ne ha sempre avuta una certa quantità,
liquida, per le iniezioni. Son sicuro che ha pensato di avvelenarsi
con quella. Dove tiene nascosta la bottiglietta?" Io avevo fissa
dentro le pupille l'imagine della piccola fiala di vetro veduta una
volta tra le mani di Giuliana, distinta da quel segno sinistro che
usano i farmacisti per distinguere un tossico. La fantasia eccitata mi
suggerì: "E se ella avesse già bevuto?... Quel sudore...." Tremavo, su
la sedia; e un dibattito rapido si agitava dentro di me. "Ma quando?
Ma come? Ella non è rimasta mai sola.--Basta un attimo per vuotare una
fiala.--Ma in lei non sarebbe forse mancato il vomito....--E
quell'accesso di vomito convulso, dianzi, a pena ella è giunta qui?
Avendo premeditato il suicidio, forse ella portava seco la morfina.
Non può essere ch'ella l'abbia bevuta prima di giungere alla Badiola,
in carrozza, nell'ombra? In fatti, ella ha impedito che Federico
andasse a chiamare il medico...." Io non conoscevo bene i sintomi
dell'avvelenamento per morfina. Nel dubbio, la fronte bianca e madida,
la immobilità perfetta di Giuliana mi atterrivano. Stavo per
scuoterla. "Ma se m'inganno? Ella si sveglia ed io che cosa le dico?"
Mi pareva che la prima parola di lei, il primo sguardo scambiato tra
lei e me, la prima comunicazione diretta tra lei e me, dovessero
cagionarmi un effetto straordinario, d'una violenza imprevedibile,
inimaginabile. Mi pareva che non avrei potuto dominarmi, dissimulare,
e che ella subito, guardandomi, avrebbe indovinata la mia
consapevolezza. E allora?
Tesi l'orecchio, sperando e temendo che sopraggiungesse mia madre. Poi
(non avrei tremato così nel sollevare il lembo d'un lenzuolo funebre
per rivedere la sembianza di una persona estinta) scopersi a poco poco
il volto di Giuliana.
Ella aprì gli occhi.
--Ah, Tullio, sei tu?
Ella aveva la sua voce naturale. Cosa inaspettata: io potevo parlare.
--Dormivi?--le dissi, evitando di guardarla nelle pupille.
--Sì, m'ero assopita.
--Io dunque t'ho svegliata.... Perdonami.... Volevo scoprirti la
bocca. Temevo che tu non respirassi bene.... che le coperte ti
affogassero....
--Sì, è vero. Ora ho caldo, troppo caldo.... Levami qualcuna di queste
coperte; ti prego.
E io mi alzai per alleggerirla di qualche coperta. M'è ora impossibile
definire il mio stato di conscienza relativo a quelli atti che io
facevo, a quelle parole che io dicevo e udivo, a quelle cose che
accadevano naturalmente come se nulla fosse mutato, come se io e
Giuliana fossimo ignari e immuni, come se là dentro non fossero
l'adulterio, il disinganno, il rimorso, la gelosia, la paura, la
morte, tutte le atrocità umane, in quell'alcova tranquilla. Ella mi
domandò:
--È molto tardi?
--No, non è ancora mezzanotte.
--La mamma è andata a letto?
--Non ancora.
Dopo una pausa:
--E tu.... non vai? Devi essere stanco....
Non seppi rispondere. Dovevo rispondere che rimanevo? pregarla di
lasciarmi rimanere? ripeterle le parole tènere proferite su la
poltrona, nella -nostra- stanza, a Villalilla? Ma, rimanendo, in che
modo avrei passata la notte? Là, sulla sedia, a vegliare, o nel letto
accanto a lei? in che modo mi sarei condotto? Avrei potuto simulare
sino in fondo?
Ella soggiunse:
--È meglio che tu vada, Tullio.... per questa sera.... Io non ho
bisogno più di nulla; non ho bisogno d'altro che di riposo. Se tu
rimanessi.... sarebbe male.... È meglio che tu vada, per questa sera,
Tullio.
--Ma tu potresti aver bisogno....
--No. E poi, in ogni caso, c'è Cristina che dorme qui accanto.
--Io mi stendo là, sul canapè, con una coperta....
--Perché vuoi soffrire? Tu sei molto stanco: si vede dalla faccia....
E poi, se io ti sapessi là, non dormirei. Sii buono, Tullio!
Domattina, presto, tu verrai a vedermi. Ora abbiamo bisogno di riposo,
tutt'e due: d'un riposo completo....
Ella aveva la voce fioca e carezzevole, senza alcun accento insolito.
Tranne l'insistenza nel persuadermi ad andarmene, null'altro accusava
in lei il proposito funesto. Ella pareva prostrata di forze ma calma.
Di tratto in tratto chiudeva gli occhi, come se il sonno le aggravasse
le palpebre.--Che fare? Lasciarla? Ma la sua calma a punto mi
spaventava. Una tale calma non poteva venirle che dalla fermezza del
proposito. Che fare? Tutto considerato, anche la mia presenza durante
la notte sarebbe stata vana. Ella avrebbe potuto benissimo mandare ad
effetto il suo pensiero, essendosi preparata, avendo pronto il mezzo.
Questo mezzo era veramente la morfina? E dove teneva ella nascosta la
fiala? sotto il guanciale? Nel cassetto del tavolo da notte? In che
modo farne ricerca? Bisognava palesare tutto, dire all'improvviso: "Io
so che tu ti vuoi uccidere." Ma quale scena sarebbe seguita? Non
sarebbe stato possibile nascondere il resto. E che notte, allora,
sarebbe stata quella?--Tante perplessità esaurivano ogni mia energia,
mi dissolvevano. I miei nervi si rilasciavano. La stanchezza fisica
diveniva sempre più grave. Tutto il mio organismo entrava in quello
stato di sfinimento estremo in cui ogni funzione volontaria sta per
essere sospesa, in cui azioni e reazioni non si corrispondono più o
non si compiono. Io mi sentivo incapace di resistere più oltre, di
lottare, di operare in una qualunque maniera utile. Il sentimento
della mia debolezza, il sentimento della necessità di ciò che accadeva
ed era per accadere mi paralizzavano. Il mio essere pareva colpito
come da una paralisia repentina. Io provavo un bisogno cieco di
sfuggire anche a quell'ultima oscura conscienza dell'essere. E
finalmente tutte le mie ansietà si risolsero in un pensiero disperato.
"Avvenga che può, c'è anche per me la morte."
--Sì, Giuliana,--dissi--ti lascio in pace. Dormi. Ci vedremo domani.
--Non ti reggi!
--Già, è vero; non mi reggo.... Addio. Buona notte!
--Non mi dai un bacio, Tullio?
Un brivido di ripugnanza istintiva mi attraversò. Esitai.
In quel punto entrava mia madre.
--Come? Sei sveglia?--esclamò mia madre.
--Sì, ma ora mi riaddormento.
--Sono stata a vedere le bambine. Natalia era desta. M'ha domandato
subito: "È tornata la mamma?" Voleva venire....
--Perché non dici a Edith che me la porti? S'è messa a letto Edith?
--No.
--Addio, Giuliana--interruppi.
E m'appressai, e mi chinai a baciarle la guancia ch'ella mi porgeva
sollevandosi un poco su i gomiti.
--Addio, mamma. Vado a coricarmi perché ho un sonno che m'acceca.
--E non prendi nulla? Federico è rimasto giù ad aspettarti....
--No, mamma; non ho voglia. Buona notte!
E baciai su la guancia anche lei. Ed uscii senza indugio, senza
volgere uno sguardo a Giuliana; raccolsi le poche forze che mi
restavano e, a pena fuori della soglia, mi misi a correre verso le mie
stanze, per tema di cadere prima di aver raggiunta la mia porta.
Mi gettai bocconi sul letto. M'agitava quell'orgasmo che precede i
grandi scoppi di pianto, quando il nodo dell'angoscia sta per
disciogliersi, quando la tensione sta per allentarsi. Ma l'orgasmo
durava, e il pianto non veniva. La sofferenza era orribile. Un peso
enorme mi gravava in tutto il corpo, un peso che io sentivo non sopra
ma dentro di me come se le mie ossa e i miei muscoli fossero divenuti
di piombo compatto. E il mio cervello pensava ancora! E la mia
conscienza era ancora vigile!
"No, non dovevo lasciarla, non dovevo consentire ad andarmene così.
Certo, quando mia madre si sarà ritirata, ella si ucciderà, il suono
della sua voce quando ha espresso il desiderio di rivedere
Natalia!..." Un'allucinazione s'impadronì di me, subitamente.--Mia
madre usciva dalla stanza. Giuliana si levava a sedere sul letto, si
metteva in ascolto. Poi, sicura d'essere alfine sola, prendeva dal
cassetto del tavolo da notte la bottiglia della morfina; non esitava
un attimo; con un gesto risoluto, la vuotava d'un fiato; si ritraeva
sotto le coperte; si metteva supina, ad aspettare....--La visione
imaginaria del cadavere giunse a una tale intensità che io, come un
ossesso, m'alzai; girai tre o quattro volte intorno alla stanza
urtando contro i mobili, inciampando nei tappeti, gesticolando
paurosamente. Aprii una finestra.
La notte era tranquilla, piena d'un gracidare di rane monotono e
continuo. Le stelle palpitavano.
L'Orsa brillava in contro, distinta. Il tempo fluiva.
Rimasi alcuni minuti al davanzale, in attesa, fissando la grande
costellazione che pareva alla mia vista perturbata avvicinarsi. Non
sapevo, veramente, che attendessi. Mi smarrivo. Avevo un sentimento
particolare della vacuità di quel cielo immenso. All'improvviso, in
quella specie di pausa dubitosa, come se un qualche influsso oscuro
avesse operato sul mio essere nella profondità dell'inconscienza,
risorse spontanea la domanda non ancora bene compresa: "-Che avete
fatto di me?-" E la visione del cadavere, per poco interrotta, si
riaffacciò.
L'orrore fu tale che io, pur non sapendo quale azione volessi
compiere, mi volsi, uscii senza esitare, mi diressi verso la stanza di
Giuliana. Incontrai miss Edith nell'andito.
--Di dove venite, Edith?--le chiesi.
M'accorsi ch'ella si stupì del mio aspetto.
--Ho portato Natalia dalla signora che la voleva vedere; ma ho dovuto
lasciarla là. Non è stato possibile persuaderla a tornarsene nel suo
letto. Ha pianto tanto che la signora ha consentito a tenerla con sé.
Speriamo che Maria non si svegli ora....
--Ah dunque....
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