impreveduto! Di tali crisi contradittorie si componeva la sua vita:
illogica, frammentaria, incoerente. Erano in lui tendenze d'ogni
specie, tutti i possibili contrarii, e tra questi contrarii tutte le
gradazioni intermedie e tra quelle tendenze, tutte le combinazioni.
Secondo il tempo e il luogo, secondo il vario urto delle circostanze,
d'un piccolo fatto, d'una parola, secondo influenze interne assai più
oscure, il fondo stabile del suo essere si rivestiva di aspetti
mutevolissimi, fuggevolissimi, strani. Un suo speciale stato organico
rinforzava una sua speciale tendenza; e questa tendenza diveniva un
centro di attrazione verso il quale convergevano gli stati e le
tendenze direttamente associati; e a poco a poco le associazioni si
propagavano. Il suo centro di gravità allora si trovava spostato e la
sua personalità diventava un'altra. Silenziose onde di sangue e d'idee
facevano fiorire sul fondo stabile del suo essere, a gradi o un
tratto, anime nuove. Egli era -multanime-.
Insisto su l'episodio perchè veramente segna il punto decisivo.
La mattina dopo, al risveglio, non conservavo se non una nozione
confusa di quanto era accaduto. La viltà e l'angoscia mi ripresero
appena ebbi sotto gli occhi un'altra lettera di Teresa Raffo, con cui
ella mi confermava il convegno a Firenze pel 21, dandomi istruzioni
precise. Il 21 era sabato, e giovedì 19 Giuliana si levava per la
prima volta. Io discussi a lungo, con me stesso, tutte le possibilità.
Discutendo, incominciai a transigere. "Sì, non c'è dubbio: è
necessaria una rottura, è inevitabile. Ma in che modo io romperò? con
quale pretesto? Posso io annunziare il mio proposito a Teresa con una
semplice lettera? La mia ultima risposta era ancora calda di passione,
smaniosa di desiderio. Come giustificare questo mutamento subitaneo?
Merita la povera amica un colpo tanto inaspettato e brutale? Ella mi
ha molto amato, mi ama; ha sfidato per me, un tempo, qualche pericolo.
Io l'ho amata.... l'amo. La nostra grande e strana passione è
conosciuta; invidiata anche; insidiata anche.... Quanti uomini
ambiscono a succedermi! Innumerevoli." Numerai rapidamente i rivali
più temibili, i successori più probabili, considerandone le figure
imaginate. "C'è forse a Roma una donna più bionda, più affascinante,
più desiderabile di lei?" La stessa accensione repentina, avvenuta la
sera innanzi nel mio sangue, mi percorse tutte le vene. E il pensiero
della rinunzia volontaria mi parve assurdo, inammissibile. "No, no,
non avrò mai la forza; non vorrò, non potrò mai."
Sedata la turbolenza, proseguii il vano dibattito, pur avendo in fondo
a me la certezza che, giunta l'ora, non avrei potuto non partire. Ebbi
però il coraggio, uscendo dalla stanza della convalescente, essendo
ancora tutto vibrante di commozione, ebbi il supremo coraggio di
scrivere a quella che mi chiamava: "Non verrò." Inventai un pretesto;
e, mi ricordo bene, quasi per istinto lo scelsi tale che a lei non
sembrasse troppo grave.--Speri dunque che ella non curi il pretesto e
t'imponga di partire?--chiese qualcuno dentro di me. Non sfuggii a
quel sarcasmo; e un'irritazione e un'ansietà atroci s'impadronirono di
me, non mi diedero tregua. Facevo sforzi inauditi per dissimulare, al
conspetto di Giuliana e di mia madre. Evitavo studiosamente di
trovarmi solo con la povera illusa; e ad ogni tratto mi pareva di
leggere nei suoi miti umidi occhi il principio di un dubbio, mi pareva
di veder passare qualche ombra su la sua fronte pura.
Il giorno di mercoledì ebbi un telegramma imperioso e minaccioso (non
era quasi aspettato?): "O tu verrai o non mi vedrai più. Rispondi." E
io risposi: "Verrò."
Subito dopo quell'atto, commesso con quella specie di sovreccitazione
inconsciente che accompagna tutti gli atti decisivi della vita, io
provai un particolare sollievo, vedendo gli avvenimenti determinarsi.
Il senso della mia irresponsabilità, il senso della necessità di ciò
che accadeva ed era per accadere divennero in me profondissimi. "Se,
pur conoscendo il male che io faccio e pur condannandomi in me
medesimo, io non posso fare altrimenti, segno è che obbedisco a una
forza superiore ignota. Io sono la vittima di un Destino crudele,
ironico ed invincibile."
Nondimeno, a pena misi il piede su la soglia della stanza di Giuliana,
sentii piombarmi sul cuore un peso enorme; e mi soffermai, vacillante,
fra le portiere che mi nascondevano. "Basterà ch'ella mi guardi per
indovinar tutto", pensai smarrito. E fui sul punto di tornare in
dietro. Ma ella disse, con una voce che non m'era mai parsa tanto
dolce:
--Tullio, sei tu?
Allora feci un passo. Ella gridò, vedendomi:
--Tullio, che hai? Ti senti male?
--Una vertigine.... M'è passata già--risposi; e mi rassicurai
pensando: "Ella non ha indovinato."
Ella, in fatti, era inconsapevole; e a me pareva strano che così
fosse. Dovevo io prepararla al colpo brutale? Dovevo parlare
sinceramente o architettare qualche menzogna pietosa? O pure dovevo
partire all'improvviso, senza avvertirla, lasciandole in una lettera
la mia confessione? Qual era il modo preferibile per rendere meno
grave a me lo sforzo e meno cruda in lei la sorpresa?
Ahimè, nel dibattito difficile, per un tristo istinto io mi
preoccupavo d'alleggerir me più che lei. E certo avrei scelto il modo
della partenza improvvisa e della lettera, se non mi avesse trattenuto
il riguardo per mia madre. Era necessario risparmiare mia madre,
sempre, ad ogni patto. Anche questa volta non sfuggii al sarcasmo
interiore. "Ah, ad -ogni- patto? Che cuore generoso! Ma pure, via, è
così comodo per te il vecchio patto, ed anche sicuro.... Anche questa
volta, se tu vorrai, la vittima si sforzerà di sorridere sentendosi
morire. Confida in lei, dunque, e non ti curare d'altro, cuore
generoso."
L'uomo trova nel sincero e supremo disprezzo di sé medesimo qualche
volta, veramente, una particolare gioia.
--A che pensi, Tullio?--mi domandò Giuliana, con un gesto ingenuo
appuntandomi l'indice tra l'uno e l'altro sopracciglio come per
fermare il pensiero.
Io le presi quella mano, senza rispondere. E il silenzio stesso, che
parve grave, bastò a modificare di nuovo l'attitudine del mio spirito;
la dolcezza che era nella voce e nel gesto della inconsapevole mi
ammollì, mi suscitò quel sentimento snervante da cui hanno origine le
lacrime; che si chiama -pietà di sé-. Provai un acuto bisogno d'essere
compassionato. Nel tempo medesimo qualcuno mi suggeriva dentro:
"Approfitta di questa disposizione d'animo, senza fare per ora alcuna
rivelazione. Esagerandola, tu puoi facilmente giungere fino al pianto.
Tu sai bene che straordinario effetto abbia su una donna il pianto
dell'uomo amato. Giuliana ne sarà sconvolta; e tu sembrerai essere
travagliato da un dolore terribile. Domani poi, quando tu le dirai la
verità, il ricordo delle lacrime ti rialzerà nell'animo di lei. Ella
potrà pensare:--Ah dunque per questo ieri piangeva così dirottamente.
Povero amico!--E tu non sarai giudicato un egoista odioso; ma
sembrerai aver combattuto con tutte le tue forze in vano contro chi sa
qual potere funesto; sembrerai essere tenuto chi sa da quale morbo
immedicabile e portare nel tuo petto un cuore lacerato. Approfitta,
dunque, approfitta."
--Hai qualche cosa -sul cuore-?--mi domandò Giuliana, con una voce
sommessa, carezzevole, piena di confidenza.
Io tenevo il capo chino; ed ero, certo, commosso. Ma la preparazione
di quel pianto -utile- distrasse il mio sentimento, ne arrestò la
spontaneità e ritardò quindi il fenomeno fisiologico delle lacrime.
"Se io non potessi piangere? Se non -mi venissero- le lacrime?" pensai
con uno sgomento ridicolo e puerile, come se tutto dipendesse da quel
piccolo fatto materiale che la mia volontà non bastava a produrre. E
intanto qualcuno, sempre il medesimo, soffiava: "Che peccato! Che
peccato! L'ora non potrebbe essere più favorevole. Nella stanza ci si
vede appena. Che effetto, un singhiozzo nell'ombra!"
--Tullio, non mi rispondi?--soggiunse Giuliana, dopo un intervallo,
passandomi la mano su la fronte e su i capelli perché io alzassi la
faccia.--A me tu puoi dire tutto. Lo sai.
Ah, veramente, dopo d'allora io non ho mai più udita una voce umana di
quella dolcezza. Né pure mia madre ha mai saputo parlarmi così.
Gli occhi mi si inumidirono, e io sentii tra i cigli il tepore del
pianto. "Questo, questo è il momento di prorompere." Ma non fu se non
una lacrima; e io (umiliante cosa ma pur vera; e in simili meschinità
mimiche si rimpicciolisce la maggior parte delle commozioni umane nel
manifestarsi) io alzai il viso perché Giuliana la scorgesse e provai
per qualche attimo un'ansietà smaniosa temendo che nell'ombra ella non
la scorgesse luccicare. Quasi per avvertirla, ritirai il fiato in
dentro, forte, come si fa quando si vuol contenere un singhiozzo. Ed
ella avvicinando il suo volto al mio per guardarmi da presso, poiché
rimanevo muto, ripetè:
--Non rispondi?
E intravide; e, per accertarsi, mi afferrò la testa e me l'arrovesciò,
con un gesto quasi brusco.
--Piangi?
La sua voce era mutata.
E io mi liberai all'improvviso, mi levai per fuggire, come uno che non
possa più reggere la piena dell'affanno.
--Addio, addio. Lasciami andare, Giuliana. Addio.
E uscii dalla stanza, a precipizio.
Quando fui solo, ebbi disgusto di me.
Era la vigilia d'una solennità per la convalescente. Qualche ora dopo,
come mi ripresentai a lei per assistere al piccolo pranzo consueto, la
ritrovai in compagnia di mia madre. A pena mi vide, mia madre esclamò:
--Dunque domani, Tullio, giorno di festa.
Io e Giuliana ci guardammo, ambedue ansiosi. Poi parlammo del domani,
dell'ora in cui ella avrebbe potuto alzarsi, di tante minute
particolarità, con un certo sforzo, un poco distratti. E io
m'auguravo, dentro di me, che mia madre non si assentasse.
Ebbi fortuna, perché una sola volta mia madre uscì e rientrò quasi
subito. Nel frattempo, Giuliana rapidamente mi chiese:
--Che avevi, dianzi? Non me lo vuoi dire?
--Nulla, nulla.
--Vedi, così tu mi guasti la festa.
--No, no. Ti dirò.... ti dirò.... poi. Non ci pensare, ora; ti prego.
--Sii buono!
Mia madre rientrava con Maria e Natalia. Ma l'accento con cui Giuliana
aveva proferito quelle poche parole bastò per convincermi che ella non
sospettava la verità. Pensava ella forse che quella tristezza mi
venisse da un'ombra del mio passato incancellabile e inespiabile?
Pensava che io fossi torturato dal rammarico di averle fatto tanto
male e dal timore di non meritare tutto il suo perdono?
Fu ancora una commozione viva, la mattina dopo (per compiacere il
desiderio di lei aspettavo nella stanza prossima), quando mi sentii
chiamare dalla sua voce squillante.
--Tullio, vieni.
Ed entrai; e la vidi in piedi, che sembrava più alta, più snella,
quasi fragile. Vestita d'una specie di tunica ampia e fluida, a lunghe
pieghe diritte, ella sorrideva, esitando, reggendosi a pena, tenendo
le braccia discoste dai fianchi come per cercare l'equilibrio,
volgendosi ora a me ora a mia madre.
Mia madre la guardava con una indescrivibile espressione di tenerezza,
pronta a sorreggerla. Io stesso tendevo le mani, pronto a sorreggerla.
--No, no--ella pregò--lasciatemi, lasciatemi. Non cado. Voglio andare
da me fino alla poltrona.
Ella avanzò il piede, fece un passo, pianamente. Aveva nel viso il
candore d'una gioia infantile.
--Bada, Giuliana!
Fece ancora due o tre passi; poi, assalita da uno sbigottimento
repentino, dal timor pànico di cadere, esitò un attimo tra me e mia
madre, e si gittò nelle mie braccia, sul mio petto, abbandonandosi con
tutto il suo peso, sussultando come se singhiozzasse. Ella rideva, in
vece, un poco soffocata dall'ansia; e, come ella non portava busto, le
mie mani la sentirono tutta esile e pieghevole a traverso la stoffa,
il mio petto la sentì tutta palpitante e morbida, le mie nari
aspirarono il profumo dei suoi capelli, i miei occhi rividero sul suo
collo il piccolo segno bruno.
--Ho avuto paura--ella diceva interrottamente, ridendo e ansando--ho
avuto paura di cadere.
E, come ella arrovesciava la testa verso mia madre per guardarla,
senza staccarsi da me, io scorsi un poco della sua gengiva esangue e
il bianco degli occhi e qualche cosa di convulso in tutto il viso. E
conobbi che tenevo fra le braccia una povera creatura inferma,
profondamente alterata dall'infermità, con i nervi indeboliti, con le
vene impoverite, forse insanabile. Ma ripensai la sua trasfigurazione
in quella sera del bacio inaspettato; e l'opera di carità e d'amore e
d'ammenda, a cui rinunziavo, ancora una volta m'apparve bellissima.
--Conducimi tu alla poltrona, Tullio--ella diceva.
Sostenendola col mio braccio alle reni, io la condussi piano piano;
l'aiutai ad adagiarsi; disposi su la spalliera i cuscini di piume, e
mi ricordo che scelsi quello di tono più squisito perché ella vi
appoggiasse la testa. Anche, per metterle un cuscino sotto i piedi,
m'inginocchiai; e vidi la sua calza di colore gridellino, la sua
pianella esigua che nascondeva poco più del pollice. Come in -quella
sera-, ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo
carezzevole. E io m'indugiavo. Accostai un piccolo tavolo da tè, sopra
ci posai un vaso di fiori freschi, qualche libro, una stecca d'avorio.
Senza volere, mettevo in quelle mie premure un po' di ostentazione.
L'ironia ricominciò. "Molto abile! Molto abile! È utilissimo quel che
fai, sotto gli occhi di tua madre. Come potrà ella sospettare, dopo
avere assistito a queste tue tenerezze? Quel po' di ostentazione,
anche, non guasta. Ella non ha la vista troppo acuta. Séguita,
séguita. Tutto va a meraviglia. Coraggio!"
--Oh come si sta bene qui!--esclamò Giuliana con un sospiro di
sollievo, socchiudendo i cigli.--Grazie, Tullio.
Qualche minuto dopo, quando mia madre uscì, quando rimanemmo soli,
ella ripetè, con un sentimento più profondo:
--Grazie.
E alzò una mano verso di me, perché io la prendessi nelle mie. Essendo
ampia la manica, nel gesto il braccio si scoperse fin quasi al gomito.
E quella mano bianca e fedele, che portava l'amore, l'indulgenza, la
pace, il sogno, l'oblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone,
tremò un istante nell'aria verso di me come per l'offerta suprema.
Credo che nell'ora della morte, nell'attimo stesso in cui cesserò di
soffrire, io rivedrò quel gesto solo; fra tutte le imagini della vita
passata innumerabili, rivedrò unicamente quel gesto.
Quando ripenso, non riesco a ricostruire con esattezza la condizione
nella quale mi trovai. Posso affermare che anche allora io comprendevo
l'estrema gravità del momento e lo straordinario valore degli atti che
si compivano ed erano per compiersi. La mia perspicacia era, o mi
pareva, perfetta. Due processi di conscienza si svolgevano dentro di
me, senza confondersi, bene distinti, paralleli. In uno predominava,
insieme con la pietà verso la creatura che io stava per colpire, un
sentimento di acuto rammarico verso l'offerta ch'io stava per
respingere. Nell'altro predominava insieme con la cupa bramosia verso
l'amante lontana, un sentimento egoistico esercitato nel freddo esame
delle circostanze che potevano favorire la mia impunità. Questo
parallelismo portava la mia vita interna ad una intensità e ad una
accelerazione incredibili.
Il momento decisivo era venuto. Dovendo partire al dimani, non potevo
temporeggiare più oltre. Perché la cosa non sembrasse oscura e troppo
subitanea, era necessario in quella mattina stessa, a colazione,
annunziare la partenza a mia madre e addurre il pretesto plausibile.
Era necessario anche, prima che a mia madre, dare l'annunzio a
Giuliana perché non accadessero contrattempi pericolosi. "E se
Giuliana prorompesse, al fine? Se, nell'impeto del dolore e dello
sdegno, ella rivelasse a mia madre la verità? Come ottenere da lei una
promessa di silenzio, un nuovo atto di abnegazione?" Fino all'ultimo
io discussi, dentro di me. "Comprenderà subito, alla prima parola? E
se non comprendesse? Se ingenuamente mi chiedesse la ragione del mio
viaggio? Come risponderei? Ma ella comprenderà. È impossibile che ella
non abbia già saputo da qualcuna delle sue amiche, da quella signora
Tàlice, per esempio, che Teresa Raffo non è a Roma."
Le mie forze cominciavano già a cedere. Non avrei potuto più a lungo
sostenere l'orgasmo che cresceva di minuto in minuto. Mi risolsi, con
una tensione di tutti i miei nervi; e, poiché ella parlava, desiderai
che ella medesima mi offrisse l'opportunità di scoccare la freccia.
Ella parlava di molte cose specialmente future, con una volubilità
insolita. Quel non so che di convulso in lei, già da me notato prima,
mi pareva più palese. Io stavo ancora in piedi, dietro la poltrona.
Fino a quel momento avevo evitato il suo sguardo movendomi ad arte per
la stanza, sempre dietro la poltrona, ora occupato a fermare le tende
della finestra, ora a riordinare i libri nella piccola scansia, ora a
raccogliere di sul tappeto le foglie cadute da un mazzo di rose
disfatto. Stando in piedi, guardavo la riga dei suoi capelli, i suoi
cigli lunghi e ricurvi, la lieve palpitazione del suo petto, e le sue
mani, le sue belle mani che posavano su i bracciuoli, prone come in
quel giorno, pallide come in quel giorno quando "soltanto le vene
azzurre le distinguevano dal lino".
Quel giorno! Non era trascorsa né pure una settimana. Perché pareva
dunque tanto remoto?
Stando in piedi dietro di lei, in quella tensione estrema, come in
agguato, io pensai che forse ella sentiva per istinto sul suo capo la
minaccia; e credetti indovinare in lei una specie di vago malessere.
Ancora una volta mi si strinse il cuore, intollerabilmente.
A un punto, in fine, ella disse:
---Domani-, se starò meglio, tu mi porterai su la terrazza,
all'aria....
Io interruppi:
---Domani- non sarò qui.
Ella si scosse al suono strano della mia voce. Io soggiunsi, senza
attendere:
--Partirò....
Soggiunsi ancora, con uno sforzo per snodare la lingua, raccapricciato
come uno che debba iterare il colpo per finire la vittima:
--Partirò per Firenze.
--Ah!
Ella aveva compreso a un tratto. Si volse con un moto rapido, si torse
tutta su i cuscini per guardarmi; e io rividi, per quella torsione
violenta, il bianco de' suoi occhi, la sua gengiva esangue.
--Giuliana!--balbettai, senza sapere che altro dirle, chinandomi verso
di lei, temendo ch'ella venisse meno.
Ma ella abbassò le palpebre, si ricompose, si ritrasse, si restrinse
in sé stessa, come presa da un gran freddo. Rimase così qualche
minuto, con gli occhi chiusi, con la bocca serrata, immobile. Soltanto
la pulsazione visibile della carotide nel collo e qualche contrazione
convulsiva nelle mani davano indizio della vita.
Non fu un delitto? Fu il -primo- dei miei delitti; e non il minore,
forse.
Partii, in condizioni terribili. La mia assenza durò più di una
settimana. Quando tornai e nei giorni che seguirono il mio ritorno, io
stesso mi meravigliavo della mia sfrontatezza quasi cinica. Ero
posseduto da una specie di malefizio che aboliva in me ogni senso
morale e mi rendeva capace delle peggiori ingiustizie, delle peggiori
crudeltà. Giuliana anche questa volta mostrava una forza prodigiosa;
anche questa volta aveva saputo tacere. E m'appariva chiusa nel suo
silenzio come in un'armatura adamantina, impenetrabile.
Andò con le figlie e con mia madre alla Badiola. Le accompagnava mio
fratello. Io rimasi a Roma.
Da quel tempo incominciò per me un periodo tristissimo, oscurissimo,
il cui ricordo ancora mi riempie di nausea e d'umiliazione. Tenuto da
quel sentimento che meglio di ogni altro rimescola il fango essenziale
nell'uomo, io patii tutto lo strazio che una donna può fare di
un'anima fiacca, appassionata e sempre vigile. Accesa da un sospetto,
una terribile gelosia sensuale divampò in me disseccando tutte le
buone fonti interiori, alimentandosi di tutto il fecciume che posava
nell'infimo della mia sostanza bruta.
Teresa Raffo non m'era parsa mai desiderabile come ora che non potevo
disgiungerla da una imagine fallica, da una sozzura. Ed ella si valeva
del mio stesso disprezzo per inacerbire la mia brama. Agonie atroci,
gioie abiette, sottomissioni disonoranti, patti vili proposti ed
accettati senza rossore, lacrime più acri di qualunque tossico,
frenesie improvvise che mi spingevano sul confine della demenza,
cadute nell'abisso della lussuria così violente che mi lasciavano per
lunghi giorni istupidito, tutte le miserie e tutte le ignominie della
passione carnale esasperata dalla gelosia, tutte io le conobbi. La mia
casa mi divenne estranea; la presenza di Giuliana mi divenne
incresciosa. Intere settimane passavano, talvolta, senza che io le
rivolgessi una parola. Assorto nel mio supplizio interiore, io non la
vedevo, non la udivo. In certi momenti, levando gli occhi su lei, mi
meravigliavo del suo pallore, della sua espressione, di certe
particolarità del suo volto, come di cose nuove, inaspettate, strane;
e non giungevo a riconquistare intera la nozione della realtà. Tutti
gli atti della sua esistenza m'erano ignoti. Io non provavo alcun
bisogno d'interrogarla, di sapere; non provavo per lei alcuna
inquietudine, alcuna sollecitudine, alcun timore. Una durezza
inesplicabile mi fasciava l'anima contro di lei. Anche, talvolta, io
avevo contro di lei una specie di vago rancore, inesplicabile. Un
giorno la sentii ridere; e il suo riso m'irritò, mi fece quasi ira.
Un altro giorno palpitai forte, udendola cantare da una stanza
lontana. Cantava l'aria di Orfeo:
Che farò senza Euridice?
Era la prima volta, dopo lungo tempo, che ella cantava così, movendosi
per la casa; era la prima volta che io la riudiva, dopo lunghissimo
tempo.--Perché cantava? Era dunque lieta? A quale affetto del suo
animo rispondeva quell'effusione insolita?--Un turbamento
inesplicabile mi vinse. Andai verso di lei senza riflettere,
chiamandola per nome.
Vedendomi entrare nella sua stanza, ella si stupì; rimase per un poco
attonita, in una sospensione manifesta.
--Canti?--io dissi, per dire qualche cosa, impacciato, meravigliato io
stesso del mio atto straordinario.
Ella sorrise d'un sorriso incerto, non sapendo che rispondere, non
sapendo quale contegno assumere davanti a me. E mi parve di leggere
nei suoi occhi una curiosità penosa, già altre volte da me notata
fuggevolmente: quella curiosità compassionevole con cui si guarda una
persona sospettata di follia, un ossesso. In fatti, nello specchio di
contro io scorsi la mia imagine; rividi il mio volto scarno, le mie
occhiaie profonde, la mia bocca tumida, quell'aspetto di febricitante
che avevo già da qualche mese.
--Ti vestivi per uscire?--le domandai, ancora impacciato, quasi
peritoso, non sapendo che altro dimandare, volendo evitare il
silenzio.
--Sì.
Era di mattina; era di novembre. Ella stava in piedi, presso a un
tavolo ornato di merletti su cui rilucevano sparse le innumerevoli
minuterie moderne destinate alla cura della bellezza muliebre. Portava
un abito di vigogna oscuro; e teneva ancora in mano un pettine di
tartaruga bionda con la costola d'argento. L'abito, di foggia
semplicissima, secondava la svelta eleganza della persona. Un gran
mazzo di crisantemi bianchi le saliva di sul tavolo all'altezza della
spalla. Il sole dell'estate di San Martino scendeva per la finestra; e
nella luce vagava un profumo di cipria o d'essenza che io non seppi
riconoscere.
--Qual'è, ora, il tuo profumo?--le domandai. Ella rispose:
---Crab-apple-.
Io soggiunsi:
--Mi piace.
Ella prese di sul tavolo una fiala e me la porse. E io la fiutai a
lungo per fare qualche cosa, per avere il tempo di preparare un'altra
qualunque frase. Non riuscivo a dissipare la mia confusione, a
riconquistare la mia franchezza. Sentivo che ogni intimità fra noi due
era caduta. Ella mi pareva -un'altra donna-. E intanto l'aria di Orfeo
mi ondeggiava ancora su l'anima, m'inquietava ancora.
Che farò senza Euridice?
In quella luce dorata e tepida, in quel profumo così molle, in mezzo a
tutti quegli oggetti improntati di grazia femminile, il fantasma della
melodia antica pareva svegliare il palpito d'una vita segreta,
spandere l'ombra d'un non so che mistero.
--Com'è bella l'aria che tu cantavi dianzi!--io dissi, obbedendo
all'impulso che mi veniva dalla inquietudine.
--Tanto bella!--ella esclamò.
E una domanda mi saliva alle labbra: "Ma perchè cantavi?" La
trattenni; e ricercai dentro di me la ragione di quella curiosità che
mi pungeva.
Successe un intervallo di silenzio. Ella scorreva con l'unghia del
pollice su i denti del pettine, producendo un leggero stridore.
(Quello stridore è una particolarità chiarissima nel mio ricordo).
--Tu ti vestivi per uscire. Séguita dunque--io dissi.
--Non ho da mettermi che la giacca e il cappello. Che ora è?
--Manca un quarto alle undici.
--Ah, già così tardi?
Ella prese il cappello e il velo; e si mise a sedere davanti allo
specchio. Io la guardavo. Un'altra domanda mi salì alle labbra; "Dove
vai?" Ma trattenni anche questa, benché potesse sembrare naturale. E
seguitai a guardarla attento.
Ella mi riapparve quale era in realtà: una giovine signora
elegantissima, una dolce e nobile figura, piena di finezze fisiche, e
illuminata da intense espressioni spirituali; una signora adorabile,
insomma, che avrebbe potuto essere un'amante deliziosa per la carne e
per lo spirito. "S'ella fosse veramente l'amante di qualcuno?" allora
pensai. "Certo è impossibile ch'ella non sia stata molte volte
insidiata e da molti. Troppo è noto l'abbandono in cui la lascio;
troppo son noti i miei torti. S'ella avesse ceduto a qualcuno? O se
anche stesse per cedere? S'ella giudicasse alfine inutile e ingiusto
il sacrificio della sua giovinezza? S'ella fosse alfine stanca della
lunga abnegazione? S'ella conoscesse un uomo a me superiore, un
seduttore delicato e profondo che le insegnasse la curiosità del nuovo
e le facesse dimenticare l'infedele? Se io avessi già perduto
interamente il suo cuore, troppe volte calpestato senza pietà e senza
rimorso?" Uno sgomento subitaneo m'invase; e la stretta dell'angoscia
fu così forte che io pensai: "Ecco, ora le confesso il mio dubbio. La
guarderò in fondo alle pupille dicendole:--Sei ancora -pura-?--E saprò
la verità. Ella non è capace di mentire." "Non è capace di mentire?
Ah, ah, ah! Una donna!... Che ne sai tu? Una donna è capace di tutto.
Ricordatene. Qualche volta un gran manto eroico è servito a nascondere
una mezza dozzina di amanti. Sacrificio! Abnegazione! Apparenze,
parole. Chi potrà mai conoscere il vero? Giura, se puoi, su la fedeltà
di tua moglie: non dico su quella d'oggi ma soltanto su quella
anteriore all'episodio della malattia. Giura in perfetta fede, se
puoi." E la voce maligna (ah, Teresa Raffo, come operava il vostro
veleno!), la voce perfida mi agghiacciò.
--Abbi pazienza, Tullio--mi disse, quasi timidamente,
Giuliana.--Mettimi questo spillo qui, nel velo.
Ella teneva le braccia alzate e arcuate verso la sommità della testa,
per fermare il velo; e le sue dita bianche cercavano invano
d'appuntarlo. La sua attitudine era piena di grazia. Le sue dita
bianche mi fecero pensare: "Quanto tempo è che noi non ci stringiamo
la mano! Oh le forti e calde strette di mano che ella mi dava un
tempo, come per assicurarmi che non mi serbava rancore di nessuna
offesa! Ora forse la sua mano è impura?" E, mentre le appuntavo il
velo, provai una repulsione istantanea al pensiero della possibile
impurità.
Ella si levò, e io l'aiutai anche a indossare la giacca. Due o tre
volte i nostri occhi s'incontrarono fugacemente; ma ancora una volta
io lessi nei suoi una specie di curiosità inquieta. Ella forse
domandava a sé stessa: "Perchè è entrato qui? Perchè si trattiene? Che
significa quella sua aria smarrita? Che vuole da me? Che gli accade?"
--Permetti.... un momento--disse, e uscì dalla stanza.
L'udii che chiamava miss Edith, la governante. Come fui solo,
involontariamente i miei occhi andarono alla piccola scrivania
ingombra di lettere, di biglietti, di libri. M'avvicinai; e i miei
occhi vagarono per un poco su le carte, come tentati di scoprire....
"che cosa? forse -la prova?-" Ma scossi da me la tentazione bassa e
sciocca. Guardai un libro che aveva una coperta di stoffa antica e tra
le pagine una daghetta. Era il libro in lettura, sfogliato a metà. Era
il romanzo recentissimo di Filippo Arborio, -il Segreto-. Lessi sul
frontespizio una dedica, di pugno dell'autore:---A voi, Giuliana
Hermil, -TVRRIS EBVRNEA-, indegnamente offro. F. Arborio. Ognissanti
'85-.
Giuliana dunque conosceva il romanziere? Quale attitudine aveva lo
spirito di Giuliana verso colui? Ed evocai la figura fine e seducente
dello scrittore, quale io l'aveva veduta in luoghi publici qualche
volta. Certo, egli poteva piacere a Giuliana. Secondo alcune voci che
erano corse, egli piaceva alle donne. I suoi romanzi, pieni d'una
psicologia complicata, talora acutissima, spesso falsa, turbavano le
anime sentimentali, accendevano le fantasie inquiete, insegnavano con
suprema eleganza il disdegno della vita comune. -Un'agonia, la
Cattolicissima, Angelica Doni, Giorgio Aliora, Il Segreto- davano
della vita una visione intensa come d'una vasta combustione dalle
figure di bragia innumerevoli. Ciascuno dei suoi personaggi combatteva
per la sua Chimera, in un duello disperato con la realtà.
Non aveva questo straordinario artista, che i suoi libri mostravano
quasi direi sublimato in essenza spirituale pura, non aveva egli
esercitato il suo fascino anche su me? Non avevo io chiamato quel suo
-Giorgio Aliora- un libro "fraterno?" Non avevo io ritrovato in
qualcuna delle sue creature letterarie certe strane rassomiglianze col
mio essere intimo? E se a punto questa nostra affinità strana gli
agevolasse l'opera di seduzione forse intrapresa? "Se Giuliana gli si
abbandonasse, avendogli a punto riconosciuta qualcuna di quelle
attrazioni medesime per cui io mi feci un tempo da lei adorare?"
pensai, con un nuovo sgomento.
Ella rientrò nella stanza. Vedendo quel libro tra le mie mani, disse
con un sorriso confuso, con un po' di rossore:
--Che guardi?
--Conosci Filippo Arborio?--io le domandai subito, ma senza alcuna
alterazione di voce, con il tono più calmo e più ingenuo ch'io seppi.
--Sì,--ella rispose, franca.--Mi fu presentato in casa Monterisi. È
venuto anche qualche volta qui, ma non ha avuto occasione
d'incontrarti.
Una domanda mi salì alle labbra. "E perché tu non me ne hai parlato?"
Ma la trattenni. Come avrebbe ella potuto parlarmene, se da molto
tempo io col mio contegno aveva interrotto tra noi ogni scambio di
notizie e di confidenze amichevoli?
--È assai più semplice dei suoi libri--ella soggiunse, disinvolta,
mettendosi i guanti con lentezza.--Hai letto -Il Segreto-?
--Sì, l'ho già letto.
--T'è piaciuto?
Senza riflettere, per un bisogno istintivo di rilevare davanti a
Giuliana la mia superiorità, io risposi:
--No. È mediocre.
Ed ella disse al fine:
--Io vado.
E si mosse per uscire. Io la seguii fino all'anticamera, camminando
nel solco del profumo ch'ella lasciava dietro di sé fievolissimo, a
pena a pena sensibile. D'avanti al domestico, ella disse soltanto:
--A rivederci.
E con un passo leggero varcò la soglia.
Io tornai alle mie stanze. Apersi la finestra, mi affacciai per veder
lei nella strada.
Ella andava, col suo passo leggero, sul marciapiede dalla parte del
sole: diritta, senza mai volgere il capo da nessuna banda. L'estate di
San Martino diffondeva una doratura tenuissima sul cristallo del
cielo; e un tepore quieto addolciva l'aria, evocava il profumo assente
delle violette. Una tristezza enorme mi piombò sopra, mi tenne
abbattuto contro il davanzale; a poco a poco divenne intollerabile.
Rare volte nella vita avevo sofferto come per quel dubbio che faceva
crollare d'un tratto la mia fede in Giuliana, una fede durata per
tanti anni; rare volte la mia anima aveva gridato così forte dietro
un'illusione fuggente. Ma dunque era proprio, senza riparo, fuggita?
Io non potevo, non volevo persuadermene. Tutta la mia vita d'errore
era stata accompagnata dalla grande illusione, che rispondeva non pure
alle esigenze del mio egoismo, ma a un mio sogno estetico di grandezza
morale. "La grandezza morale risultando dalla violenza dei dolori
superati, perché ella avesse occasione d'essere eroica era necessario
ch'ella soffrisse quel ch'io le ho fatto soffrire." Questo assioma con
cui molte volte ero riuscito a placare i miei rimorsi, s'era
profondamente radicato nel mio spirito, generandovi un fantasma ideale
dalla parte migliore di me assunto in una specie di culto platonico.
Io dissoluto obliquo e fiacco mi compiacevo di riconoscere nel cerchio
della mia esistenza un'anima severa diritta e forte, un'anima
incorruttibile; e mi compiacevo d'esserne l'oggetto amato, per sempre
amato. Tutto il mio vizio, tutta la mia miseria e tutta la mia
debolezza si appoggiavano a questa illusione. Io credevo che per me
potesse tradursi in realtà il sogno di tutti gli uomini
intellettuali:--essere costantemente infedele ad una donna
costantemente fedele.
"Che cerchi? Tutte le ebrezze della vita? Esci, va, inèbriati. Nella
tua casa, come un'imagine velata in un santuario, la creatura
taciturna e memore aspetta. La lampada, dove tu non versi mai una
stilla d'olio, rimane sempre accesa." Non è questo il sogno di tutti
gli uomini intellettuali?
Anche: "In qualunque ora, dopo qualunque fortuna, ritornando, tu la
ritroverai. Ella era sicura del tuo ritorno ma non ti racconterà la
sua attesa. Tu poserai il capo su le sue ginocchia; ed ella ti passerà
lungo le tempie l'estremità delle sue dita, per magnetizzare il tuo
dolore."
Ben un tal ritorno era nel mio presentimento: il ritorno finale, dopo
una di quelle catastrofi interne che trasformano un uomo. E tutte le
mie disperazioni venivano temperate da un'intima confidenza
nell'indefettibile rifugio; e in fondo a tutte le mie abiezioni
scendeva un qualche lume dalla donna che per amore di me e -per opera
mia- aveva raggiunto il sommo dell'altezza corrispondendo
perfettamente a una forma delle mie idealità.
Bastava un dubbio a distruggere ogni cosa in un attimo?
Io riandai tutta la scena passata tra me e Giuliana, dal momento del
mio ingresso nella stanza al momento della sua uscita.
Pur attribuendo gran parte dei miei moti intimi a uno speciale stato
nervoso transitorio, non potei dissipare la strana impressione
esattamente espressa dalle parole: "Ella mi pareva -un'altra donna-."
Certo, una qualche novità era in lei. Ma quale? La dedica di Filippo
Arborio non aveva più tosto un significato rassicurante? Non
riaffermava a punto l'impenetrabilità della TVRRIS EBVRNEA?
L'appellativo glorioso era stato suggerito a colui o semplicemente
dalla fama di purezza che avvolgeva il nome di Giuliana Hermil o anche
da un tentativo d'assalto fallito e forse da una rinunzia all'assedio
intrapreso. La Torre d'avorio doveva essere dunque ancora intatta.
Ragionando così per medicare il morso del sospetto, io provavo in
fondo a me una vaga ansietà, quasi temessi l'insorgere improvviso
d'una qualche obbiezione ironica. "Tu sai: la pelle di Giuliana è
straordinariamente bianca. Ella è proprio -pallida come la sua
camicia-. L'appellativo sacro potrebbe anche nascondere un significato
profano...." Ma quell'-indegnamente-? "Eh, eh, quanti cavilli!"
Un impeto iroso d'insofferenza interruppe quel dibattito umiliante e
vano. Mi ritrassi dalla finestra, scossi le spalle, feci due o tre
giri per la stanza, apersi un libro macchinalmente, lo respinsi. Ma
l'ambascia non diminuiva. "In somma" pensai fermandomi come per
affrontare un avversario invisibile "tutto questo a che conduce? O
ella è già caduta, e la perdita è irreparabile; o ella è in pericolo,
e io nel mio stato presente non posso intervenire per salvarla; o ella
è pura con la forza di serbarsi pura, e allora nulla è mutato. In ogni
caso, io non ho alcuna -azione- da compiere. Ciò che è, è necessario;
ciò che sarà, sarà necessario. Questa crisi di sofferenza passerà.
Bisogna aspettare. I crisantemi bianchi sul tavolo di Giuliana,
dianzi, com'erano belli! Uscirò per comprarne di simili in gran
quantità. Il convegno con Teresa è oggi alle due. Mancano quasi tre
ore.... Non mi disse ella, l'ultima volta, che voleva trovare il
caminetto acceso? Sarà il -primo fuoco- d'inverno, in una giornata
così tiepida. Ella è in una settimana di bontà, mi pare. Se durasse!
Ma io alla prima occasione provocherò Eugenio Egano." Il mio pensiero
seguì il nuovo corso, con qualche arresto repentino, con deviamenti
improvvisi. Tra le stesse imagini della voluttà prossima mi balenò
un'altra imagine impura, quella temuta, quella a cui volevo sfuggire.
Alcune pagine ardite e ardenti della -Cattolicissima- mi tornarono
alla memoria. E dall'uno spasimo sorgeva l'altro. E io confondevo, se
bene con una diversa sofferenza, nella medesima contaminazione le due
donne e nel medesimo odio Filippo Arborio ed Eugenio Egano.
La crisi passò, lasciandomi nell'animo una specie di vaga disistima
mista di rancore verso la -sorella-. Io mi allontanai sempre più, mi
feci sempre più duro, più incurante, più chiuso. La mia trista
passione per Teresa Raffo divenne sempre più esclusiva, occupò tutte
le mie facoltà, non mi diede un'ora di tregua. Io era veramente un
ossesso, un uomo invaso da una diabolica follia, corroso da un morbo
ignoto e spaventevole. I ricordi di quell'inverno sono confusi nel mio
spirito, incoerenti, interrotti da strane oscurità, rari.
In quell'inverno non incontrai mai a casa mia Filippo Arborio; poche
volte lo vidi in luoghi publici. Ma una sera lo trovai in una sala
d'armi; e là ci conoscemmo, fummo presentati l'uno all'altro dal
maestro, scambiammo qualche parola. La luce del gas, il rimbombo del
tavolato, il tintinno e il luccichio delle lame, le varie pose
incomposte o eleganti degli schermitori, lo scatto rapido di tutte
quelle gambe inarcate, l'esalazione calda e acre di tutti quei corpi,
i gridi gutturali, le interiezioni veementi, gli scoppi di risa
ricompongono con una singolare evidenza nel mio ricordo la scena che
si svolgeva intorno a noi mentre eravamo l'uno al conspetto dell'altro
e il maestro pronunziava i nostri nomi. Rivedo il gesto con cui
Filippo Arborio si levò la maschera mostrando il viso acceso, tutto
rigato di sudore. Tenendo da una mano la maschera e dall'altra il
fioretto, s'inchinò. Ansava troppo, affaticato e un po' convulso, come
chi non ha la consuetudine dell'esercizio muscolare. Istintivamente,
pensai ch'egli non era un uomo temibile sul terreno. Affettai anche
una certa alterigia; a studio non gli rivolsi né pure una parola che
si riferisse alla sua celebrità, alla mia ammirazione; mi contenni
come mi sarei contenuto verso un qualunque ignoto.
--Dunque--mi chiese il maestro sorridendo--per domani?
--Sì, alle dieci.
--Vi battete?--fece l'Arborio con una curiosità manifesta.
--Sì.
Egli esitò un poco; quindi soggiunse:
--Con chi?, se non sono indiscreto.
--Con Eugenio Egano.
M'accorsi ch'egli desiderava di sapere qualche cosa di più, ma che lo
tratteneva il mio contegno freddo e in apparenza disattento.
--Maestro, un assalto di cinque minuti--io dissi, e mi volsi per
andare nello spogliatoio. Giunto su la soglia, mi soffermai a guardare
in dietro e scorsi l'Arborio che aveva ripreso a schermire.
Un'occhiata mi bastò per conoscere ch'egli era mediocrissimo in quel
giuoco.
Quando incominciai l'assalto col maestro, sotto gli occhi di tutti i
presenti, s'impadronì di me una particolare eccitazione nervosa che
raddoppiò la mia energia. E sentivo su la mia persona lo sguardo fisso
di Filippo Arborio.
Dopo, nello spogliatoio, ci ritrovammo. La stanza troppo bassa era già
piena di fumo e d'un odore umano acutissimo, nauseante. Tutti là
dentro, nudi, nelle larghe cappe bianche, si strofinavano il petto, le
braccia, le spalle, con lentezza, fumando, motteggiando ad alta voce,
dando sfogo nel turpiloquio alla loro bestialità. Gli scrosci della
doccia si alternavano con le grasse risa. E due o tre volte, con un
indefinibile senso di repulsione, con un sussulto simile a quello che
mi avrebbe dato un violento urto fisico, io intravidi il corpo smilzo
dell'Arborio, a cui i miei occhi andavano involontariamente. E di
nuovo l'imagine odiosa si formò.
Non ebbi, dopo d'allora, altra occasione d'avvicinare colui e né pure
d'incontrarlo. Né me ne curai. Né in séguito fui colpito da alcuna
apparenza sospetta nella condotta di Giuliana. Di là dal cerchio
sempre più angusto in cui mi agitavo, nulla era per me chiaramente
sensibile, intelligibile. Tutte le impressioni estranee passavano sul
mio spirito come gocciole d'acqua su una lastra arroventata, o
rimbalzando o dissolvendosi.
Gli eventi precipitarono. Su lo scorcio di febbraio dopo un'ultima e
vergognosa prova, avvenne tra me e Teresa Raffo la rottura definitiva.
Io partii per Venezia, solo.
Rimasi là circa un mese, in uno stato di malessere incomprensibile; in
una specie di stupefazione che le caligini e i silenzii della laguna
addensavano. Non altro conservavo in me che il sentimento della mia
esistenza isolata, tra i fantasimi inerti di tutte le cose. Per lunghe
ore non altro sentivo che la fissità grave, schiacciante, della vita e
il piccolo battito di un'arteria nella mia testa. Per lunghe ore mi
teneva quel fascino strano che esercita su l'anima come su i sensi il
passaggio continuo e monotono di qualche cosa indistinta.
Piovigginava. Le nebbie su l'acqua prendevano talvolta forme lugubri,
camminando come spettri con un passo lento e solenne. Spesso nella
gondola, come in una bara, io trovavo una specie di morte imaginaria.
Quando il rematore mi chiedeva in che luogo dovesse condurmi, io
facevo quasi sempre un gesto vago; e comprendevo dentro di me la
disperata sincerità delle parole: "-Dovunque, fuori del mondo!-"
Tornai a Roma negli ultimi giorni di marzo. Avevo della realtà un
senso nuovo, come dopo una lunga eclisse della conscienza. Una
timidezza, uno smarrimento, una paura senza ragione mi prendevano
talvolta all'improvviso; e mi sentivo debole come un fanciullo.
Guardavo intorno a me di continuo, con un'attenzione insolita, per
riafferrare il significato vero delle cose, per coglierne i giusti
rapporti, per rendermi conto di ciò che era mutato, di ciò che era
scomparso. E, come a poco a poco rientravo nell'esistenza comune, si
ristabiliva nel mio spirito l'equilibrio, si ridestava qualche
speranza, risorgeva la cura dell'avvenire.
Trovai Giuliana molto abbattuta di forze, alterata nella salute,
triste come non mai. Poco parlammo e senza guardarci dentro alle
pupille, senza aprire i nostri cuori. Ambedue cercavamo la compagnia
delle due bambine; e Maria e Natalia in una felice inconsapevolezza
riempivano i silenzii con le loro fresche voci. Un giorno Maria
domandò:
--Mamma, andremo quest'anno, per Pasqua, alla Badiola?
Io risposi, invece della madre, senza esitare:
--Sì, andremo.
Allora Maria si mise a saltare per la stanza, in segno di gioia,
trascinando la sorella. Io guardai Giuliana.
--Vuoi che andiamo?--le chiesi, timido, quasi con umiltà.
Ella consentì col capo.
--Vedo che tu non stai bene--soggiunsi. Anche io non sto bene....
Forse la campagna.... la primavera....
Ella era distesa in una poltrona, tenendo le mani bianche posate lungo
i bracciuoli; e la sua attitudine mi ricordò un'altra attitudine:
quella della convalescente nel mattino della levata ma dopo
l'annunzio.
Fu decisa la partenza. Ci preparammo. Una speranza luceva nel profondo
della mia anima, e io non osavo mirarla.
I.
Il primo ricordo è questo.
Intendevo, quando ho incominciato il racconto, intendevo: questo è il
primo ricordo che si riferisce alla cosa tremenda.
Era di aprile, dunque. Eravamo da alcuni giorni alla Badiola.
--Ah, figliuoli miei,--aveva detto mia madre, con la sua grande
ingenuità--come siete sciupati! Ah quella Roma, quella Roma! Bisogna
che restiate qui con me, in campagna, molto tempo, per rimettervi....
molto tempo....
--Sì--aveva detto Giuliana, sorridendo--sì, mamma, resteremo quanto
vorrai.
Quel sorriso ridivenne frequente su le labbra di Giuliana, in presenza
di mia madre; e, se bene la malinconia degli occhi rimanesse
inalterabile, era così dolce quel sorriso, era così profondamente
buono che io stesso mi lasciai illudere. Ed osai mirare la mia
speranza.
Nei primi giorni, mia madre non si distaccava mai dalle care ospiti;
pareva che volesse saziarle di tenerezza. Due o tre volte io la vidi,
palpitando d'una commozione indefinibile, io la vidi accarezzare con
la sua mano benedetta i capelli di Giuliana. Una volta la udii che
chiedeva:
--Ti vuol sempre lo stesso bene?
--Povero Tullio! Sì--rispose l'altra voce.
--Dunque, non è vero....
--Che?
--Quello che mi hanno riferito.
--Che ti hanno riferito?
--Nulla, nulla.... Credevo che Tullio ti avesse dato qualche
dispiacere.
Parlavano nel vano di una finestra, dietro le cortine ondeggianti,
mentre di fuori stormivano gli olmi. Io mi feci innanzi, prima che
s'accorgessero di me; sollevai una cortina, mostrandomi.
--Ah, Tullio!--esclamò mia madre.
E si scambiarono uno sguardo, un po' confuse.
--Parlavamo di te--soggiunse mia madre.
--Di me! Male?--chiesi con un'aria gaia.
--No, bene--disse Giuliana, subito; e io colsi nella sua voce
l'intenzione, ch'ella certo ebbe, di -rassicurarmi-.
Il sole d'aprile batteva sul davanzale, riluceva nei capelli grigi di
mia madre, svegliava qualche tenue bagliore su le tempie di Giuliana.
Le cortine candidissime ondeggiavano, si riflettevano nei vetri
luminose. I grandi olmi dello spiazzo, coperti di piccole foglie
nuove, producevano un susurro, ora leggero ora forte, alla cui misura
le ombre or meno or più si agitavano. Dal muro stesso della casa,
ammantato di violacciocche innumerevoli, saliva un profumo pasquale,
quasi un vapore invisibile di mirra.
--Com'è acuto quest'odore!--mormorò Giuliana, passandosi le dita su i
sopraccigli e socchiudendo le palpebre.--Stordisce.
Io stavo tra lei e mia madre, un poco in dietro Una voglia mi venne,
di chinarmi sul davanzale cingendo l'una e l'altra con le mie braccia.
Avrei voluto mettere in quella semplice familiarità tutta la tenerezza
che mi gonfiava il cuore e far intendere a Giuliana una moltitudine di
cose inesprimibili e riconquistarla intera con quell'unico atto. Ma
ancora mi tratteneva un senso di temenza quasi puerile.
--Guarda, Giuliana,--disse mia madre, indicando un punto del colle--la
tua Villalilla. La scorgi?
--Sì, sì.
Ella, schermendosi dal sole con la mano aperta, aguzzava la vista; e
io, che la osservavo, notai un piccolo tremito nel suo labbro
inferiore.
--Distingui il cipresso?--le chiesi, volendo aumentare con la domanda
suggestiva il suo turbamento.
E io rivedevo nella mia imaginazione il vecchio cipresso venerabile
che aveva al suo piede un cespo di rose e un coro di passeri alla sua
cima.
--Sì, sì, lo distinguo.... appena.
Villalilla biancheggiava a mezzo dell'altura, molto lontana, in un
pianoro. La catena dei colli si svolgeva d'innanzi a noi con un
lineamento nobile e pacato, per ove gli oliveti avevano un'apparenza
di straordinaria leggerezza somigliando a un vapore verdegrigio
cumulato in forme costanti. Gli alberi in fiore, bianchi e rosei
trionfi, interrompevano l'uguaglianza. Il cielo pareva di continuo
impallidire, come se nella sua liquidità un latte di continuo si
diffondesse e si dileguasse.
--Andremo a Villalilla dopo Pasqua. Sarà tutta fiorita--io dissi,
tentando di rimettere in quell'anima il sogno che le avevo strappato
brutalmente.
E osai accostarmi, cingere con le mie braccia Giuliana e mia madre,
chinarmi sul davanzale tenendo la mia testa tra l'una e l'altra testa;
in modo che i capelli dell'una e dell'altra mi sfioravano. La
primavera, quella bontà dell'aria, quella nobiltà dei luoghi, quella
placida trasfigurazione di tutte le creature per una virtù materna, e
quel cielo divino pel suo pallore, più divino come più si faceva
!
:
1
,
,
.
'
2
,
,
3
,
.
4
,
,
5
'
,
'
,
6
,
7
,
,
.
8
;
9
10
;
11
.
12
'
.
'
13
,
14
,
.
-
-
.
15
16
'
.
17
18
,
,
19
.
'
20
'
,
21
,
22
.
,
23
.
,
,
.
24
,
.
"
,
'
:
25
,
.
?
26
?
27
?
,
28
.
?
29
?
30
,
;
,
,
.
31
'
.
.
.
.
'
.
32
;
;
.
.
.
.
33
!
.
"
34
,
,
35
.
"
'
,
,
36
?
"
,
37
,
.
38
,
.
"
,
,
39
;
,
.
"
40
41
,
,
42
,
'
,
.
43
,
,
44
,
45
:
"
.
"
;
46
,
,
47
.
-
-
48
'
?
-
-
.
49
;
'
'
'
50
,
.
,
51
.
52
;
53
,
54
.
55
56
(
57
?
)
:
"
.
.
"
58
:
"
.
"
59
60
'
,
61
,
62
,
.
63
,
64
.
"
,
65
66
,
,
67
.
,
68
.
"
69
70
,
,
71
;
,
,
72
.
"
'
73
"
,
.
74
.
,
'
75
:
76
77
-
-
,
?
78
79
.
,
:
80
81
-
-
,
?
?
82
83
-
-
.
.
.
.
'
-
-
;
84
:
"
.
"
85
86
,
,
;
87
.
?
88
?
89
'
,
,
90
?
91
?
92
93
,
,
94
'
.
95
,
96
.
,
97
,
.
98
.
"
,
-
-
?
!
,
,
99
,
.
.
.
.
100
,
,
101
.
,
,
'
,
102
.
"
103
104
'
105
,
,
.
106
107
-
-
,
?
-
-
,
108
'
'
'
109
.
110
111
,
.
,
112
,
'
;
113
114
,
115
;
-
-
.
'
116
.
:
117
"
'
,
118
.
,
.
119
120
'
.
;
121
.
,
122
,
'
.
123
:
-
-
.
124
!
-
-
;
125
126
;
127
.
,
128
,
.
"
129
130
-
-
-
-
?
-
-
,
131
,
,
.
132
133
;
,
,
.
134
-
-
,
135
.
136
"
?
-
-
?
"
137
,
138
.
139
,
,
:
"
!
140
!
'
.
141
.
,
'
!
"
142
143
-
-
,
?
-
-
,
,
144
145
.
-
-
.
.
146
147
,
,
'
148
.
.
149
150
,
151
.
"
,
.
"
152
;
(
;
153
154
)
155
'
'
156
.
,
157
,
,
.
158
,
159
,
:
160
161
-
-
?
162
163
;
,
,
'
,
164
.
165
166
-
-
?
167
168
.
169
170
'
,
,
171
'
.
172
173
-
-
,
.
,
.
.
174
175
,
.
176
177
,
.
178
179
'
.
,
180
,
181
.
,
:
182
183
-
-
,
,
.
184
185
,
.
,
186
'
,
187
,
,
.
188
'
,
,
.
189
190
,
191
.
,
:
192
193
-
-
,
?
?
194
195
-
-
,
.
196
197
-
-
,
.
198
199
-
-
,
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
,
;
.
200
201
-
-
!
202
203
.
'
204
205
.
206
'
?
207
208
?
209
210
,
(
211
)
,
212
.
213
214
-
-
,
.
215
216
;
,
,
,
217
.
'
,
218
,
,
,
,
219
'
,
220
.
221
222
,
223
.
,
.
224
225
-
-
,
-
-
-
-
,
.
.
226
.
227
228
,
,
.
229
'
.
230
231
-
-
,
!
232
233
;
,
234
,
,
235
,
,
,
236
,
.
,
237
,
'
;
,
,
238
,
239
,
240
,
241
.
242
243
-
-
-
-
,
-
-
244
.
245
246
,
,
247
,
248
.
249
,
250
'
,
,
251
,
.
252
;
'
'
253
'
,
,
'
.
254
255
-
-
,
-
-
.
256
257
,
;
258
'
;
,
259
260
.
,
,
261
'
;
,
262
.
-
263
-
,
264
.
'
.
,
265
,
,
'
.
266
,
'
.
267
268
'
.
"
!
!
269
,
.
,
270
?
'
,
271
,
.
.
,
272
.
.
!
"
273
274
-
-
!
-
-
275
,
.
-
-
,
.
276
277
,
,
,
278
,
:
279
280
-
-
.
281
282
,
.
283
,
.
284
,
'
,
'
,
285
,
,
'
,
,
286
'
'
.
287
288
'
,
'
289
,
;
290
,
.
291
292
,
293
.
294
'
295
.
,
296
,
.
297
,
,
,
.
,
298
,
299
'
'
300
.
'
301
'
,
302
.
303
304
.
305
306
.
,
307
.
308
,
,
,
309
.
310
,
,
'
311
.
"
312
,
?
,
'
313
,
?
314
,
?
"
'
315
,
.
"
,
?
316
?
317
?
?
.
318
,
319
,
,
.
"
320
321
.
322
'
.
,
323
;
,
,
324
'
.
325
326
,
327
.
,
,
328
.
,
.
329
330
,
,
331
,
,
332
333
.
,
,
334
,
,
335
,
,
336
,
"
337
"
.
338
339
!
.
340
?
341
342
,
,
343
,
344
;
.
345
,
.
346
347
,
,
:
348
349
-
-
-
-
,
,
,
350
'
.
.
.
.
351
352
:
353
354
-
-
-
-
.
355
356
.
,
357
:
358
359
-
-
.
.
.
.
360
361
,
,
362
:
363
364
-
-
.
365
366
-
-
!
367
368
.
,
369
;
,
370
,
'
,
.
371
372
-
-
!
-
-
,
,
373
,
'
.
374
375
,
,
,
376
,
.
377
,
,
,
.
378
379
.
380
381
?
-
-
;
,
382
.
383
384
,
.
385
.
,
386
.
387
388
,
389
.
;
390
.
'
391
'
,
.
392
393
.
394
.
.
395
396
,
,
397
'
.
398
399
'
,
400
'
,
.
,
401
402
,
403
'
.
404
405
'
406
,
.
407
.
,
408
,
,
409
,
,
410
,
411
'
412
,
413
,
.
414
;
415
.
,
,
416
.
,
417
,
.
,
,
418
,
,
419
,
,
,
;
420
.
421
'
.
422
'
,
;
423
,
,
.
424
'
.
,
,
425
,
.
426
;
'
,
.
427
428
,
429
.
'
:
430
431
?
432
433
,
,
,
434
;
,
435
.
-
-
?
?
436
'
?
-
-
437
.
,
438
.
439
440
,
;
441
,
.
442
443
-
-
?
-
-
,
,
,
444
.
445
446
'
,
,
447
.
448
,
449
:
450
,
.
,
451
;
,
452
,
,
'
453
.
454
455
-
-
?
-
-
,
,
456
,
,
457
.
458
459
-
-
.
460
461
;
.
,
462
463
.
464
;
465
'
.
'
,
466
,
.
467
'
468
.
'
;
469
'
470
.
471
472
-
-
'
,
,
?
-
-
.
:
473
474
-
-
-
-
-
.
475
476
:
477
478
-
-
.
479
480
.
481
,
'
482
.
,
483
.
484
.
-
'
-
.
'
485
'
,
'
.
486
487
?
488
489
,
,
490
,
491
'
,
492
'
'
.
493
494
-
-
'
'
!
-
-
,
495
'
.
496
497
-
-
!
-
-
.
498
499
:
"
?
"
500
;
501
.
502
503
.
'
504
,
.
505
(
)
.
506
507
-
-
.
-
-
.
508
509
-
-
.
?
510
511
-
-
.
512
513
-
-
,
?
514
515
;
516
.
.
'
;
"
517
?
"
,
.
518
.
519
520
:
521
,
,
,
522
;
,
523
,
'
524
.
"
'
'
?
"
525
.
"
'
526
.
'
;
527
.
'
?
528
?
'
529
?
'
530
?
'
,
531
532
'
?
533
,
534
?
"
'
;
'
535
:
"
,
.
536
:
-
-
-
-
?
-
-
537
.
.
"
"
?
538
,
,
!
!
.
.
.
?
.
539
.
540
.
!
!
,
541
.
?
,
,
542
:
'
543
'
.
,
544
.
"
(
,
,
545
!
)
,
.
546
547
-
-
,
-
-
,
,
548
.
-
-
,
.
549
550
,
551
;
552
'
.
.
553
:
"
554
!
555
,
556
!
?
"
,
557
,
558
.
559
560
,
'
.
561
'
;
562
.
563
:
"
?
?
564
?
?
?
"
565
566
-
-
.
.
.
.
-
-
,
.
567
568
'
,
.
,
569
570
,
,
.
'
;
571
,
.
.
.
.
572
"
?
-
?
-
"
573
.
574
.
,
.
575
,
-
-
.
576
,
'
:
-
-
-
,
577
,
-
-
,
.
.
.
578
'
-
.
579
580
?
581
?
582
,
'
583
.
,
.
584
,
.
,
'
585
,
,
,
586
,
,
587
.
-
'
,
588
,
,
,
-
589
'
590
.
591
,
.
592
593
,
594
,
595
?
596
-
-
"
?
"
597
598
?
599
'
?
"
600
,
601
?
"
602
,
.
603
604
.
,
605
,
'
:
606
607
-
-
?
608
609
-
-
?
-
-
,
610
,
'
.
611
612
-
-
,
-
-
,
.
-
-
.
613
,
614
'
.
615
616
.
"
?
"
617
.
,
618
619
?
620
621
-
-
-
-
,
,
622
.
-
-
-
-
?
623
624
-
-
,
'
.
625
626
-
-
'
?
627
628
,
629
,
:
630
631
-
-
.
.
632
633
:
634
635
-
-
.
636
637
.
'
,
638
'
,
639
.
'
,
:
640
641
-
-
.
642
643
.
644
645
.
,
646
.
647
648
,
,
649
:
,
.
'
650
651
;
'
,
652
.
,
653
;
.
654
655
'
,
656
;
657
'
.
,
,
?
658
,
.
'
659
,
660
,
661
.
"
662
,
'
663
'
'
.
"
664
,
'
665
,
666
.
667
668
'
,
'
669
;
'
'
,
670
.
,
671
.
672
673
:
-
-
674
.
675
676
"
?
?
,
,
.
677
,
'
,
678
.
,
679
'
,
.
"
680
?
681
682
:
"
,
,
,
683
.
684
.
;
685
'
,
686
.
"
687
688
:
,
689
.
690
'
691
'
;
692
-
693
-
'
694
.
695
696
?
697
698
,
699
.
700
701
702
,
703
:
"
-
'
-
.
"
704
,
.
?
705
?
706
'
?
707
'
708
709
'
'
710
.
'
.
711
712
,
713
,
'
714
'
.
"
:
715
.
-
716
-
.
'
717
.
.
.
.
"
'
-
-
?
"
,
,
!
"
718
719
'
720
.
,
,
721
,
,
.
722
'
.
"
"
723
"
?
724
,
;
,
725
;
726
,
.
727
,
-
-
.
,
;
728
,
.
.
729
.
,
730
,
'
!
731
.
.
732
.
.
.
.
,
'
,
733
?
-
-
'
,
734
.
,
.
!
735
.
"
736
,
,
737
.
738
'
,
,
.
739
-
-
740
.
'
'
.
,
741
,
742
.
743
744
,
'
745
-
-
.
,
746
,
,
.
747
,
748
,
'
.
749
,
,
750
.
'
751
,
,
,
.
752
753
'
;
754
.
755
'
;
,
'
'
756
,
.
,
757
,
,
758
,
759
,
'
,
760
,
,
761
762
'
'
763
.
764
,
765
.
'
766
,
'
.
,
'
,
767
'
.
,
768
'
.
769
;
770
,
;
771
.
772
773
-
-
-
-
-
-
?
774
775
-
-
,
.
776
777
-
-
?
-
-
'
.
778
779
-
-
.
780
781
;
:
782
783
-
-
?
,
.
784
785
-
-
.
786
787
'
'
,
788
.
789
790
-
-
,
-
-
,
791
.
,
792
'
.
793
'
'
794
.
795
796
'
,
797
,
'
798
.
799
.
800
801
,
,
.
802
'
,
.
803
,
,
,
,
804
,
,
,
,
,
805
.
806
.
,
807
,
808
,
809
'
,
.
810
'
.
811
812
,
'
,
'
813
'
.
.
814
.
815
,
816
,
.
817
'
,
818
.
819
820
.
'
821
,
.
822
,
.
823
824
,
;
825
826
.
827
,
.
828
,
,
829
'
.
830
'
831
.
832
.
'
,
833
.
834
,
,
.
835
,
836
;
837
:
"
-
,
!
-
"
838
839
.
840
,
.
841
,
,
842
'
;
.
843
,
'
,
844
,
845
,
,
846
.
,
'
,
847
'
,
848
,
'
.
849
850
,
,
851
.
852
,
.
853
;
854
.
855
:
856
857
-
-
,
'
,
,
?
858
859
,
,
:
860
861
-
-
,
.
862
863
,
,
864
.
.
865
866
-
-
?
-
-
,
,
.
867
868
.
869
870
-
-
-
-
.
.
.
.
.
871
.
.
.
.
.
.
.
.
872
873
,
874
;
'
:
875
876
'
.
877
878
.
.
879
,
.
880
881
882
883
884
.
885
886
887
.
888
889
,
,
:
890
.
891
892
,
.
.
893
894
-
-
,
,
-
-
,
895
-
-
!
,
!
896
,
,
,
.
.
.
.
897
.
.
.
.
898
899
-
-
-
-
,
-
-
,
,
900
.
901
902
,
903
;
,
904
,
,
905
.
906
.
907
908
,
;
909
.
,
910
'
,
911
.
912
:
913
914
-
-
?
915
916
-
-
!
-
-
'
.
917
918
-
-
,
.
.
.
.
919
920
-
-
?
921
922
-
-
.
923
924
-
-
?
925
926
-
-
,
.
.
.
.
927
.
928
929
,
,
930
.
,
931
'
;
,
.
932
933
-
-
,
!
-
-
.
934
935
,
'
.
936
937
-
-
-
-
.
938
939
-
-
!
?
-
-
'
.
940
941
-
-
,
-
-
,
;
942
'
,
'
,
-
-
.
943
944
'
,
945
,
.
946
,
947
.
,
948
,
,
,
949
.
,
950
,
,
951
.
952
953
-
-
'
'
!
-
-
,
954
.
-
-
.
955
956
,
,
957
'
'
.
958
959
960
'
.
961
.
962
963
-
-
,
,
-
-
,
-
-
964
.
?
965
966
-
-
,
.
967
968
,
,
;
969
,
,
970
.
971
972
-
-
?
-
-
,
973
.
974
975
976
977
.
978
979
-
-
,
,
.
.
.
.
.
980
981
'
,
,
982
.
'
983
,
'
984
985
.
,
986
,
'
.
987
,
988
.
989
990
-
-
.
-
-
,
991
'
992
.
993
994
,
,
995
'
'
;
996
'
'
.
997
,
'
,
,
998
,
999
,
1000