impreveduto! Di tali crisi contradittorie si componeva la sua vita: illogica, frammentaria, incoerente. Erano in lui tendenze d'ogni specie, tutti i possibili contrarii, e tra questi contrarii tutte le gradazioni intermedie e tra quelle tendenze, tutte le combinazioni. Secondo il tempo e il luogo, secondo il vario urto delle circostanze, d'un piccolo fatto, d'una parola, secondo influenze interne assai più oscure, il fondo stabile del suo essere si rivestiva di aspetti mutevolissimi, fuggevolissimi, strani. Un suo speciale stato organico rinforzava una sua speciale tendenza; e questa tendenza diveniva un centro di attrazione verso il quale convergevano gli stati e le tendenze direttamente associati; e a poco a poco le associazioni si propagavano. Il suo centro di gravità allora si trovava spostato e la sua personalità diventava un'altra. Silenziose onde di sangue e d'idee facevano fiorire sul fondo stabile del suo essere, a gradi o un tratto, anime nuove. Egli era -multanime-. Insisto su l'episodio perchè veramente segna il punto decisivo. La mattina dopo, al risveglio, non conservavo se non una nozione confusa di quanto era accaduto. La viltà e l'angoscia mi ripresero appena ebbi sotto gli occhi un'altra lettera di Teresa Raffo, con cui ella mi confermava il convegno a Firenze pel 21, dandomi istruzioni precise. Il 21 era sabato, e giovedì 19 Giuliana si levava per la prima volta. Io discussi a lungo, con me stesso, tutte le possibilità. Discutendo, incominciai a transigere. "Sì, non c'è dubbio: è necessaria una rottura, è inevitabile. Ma in che modo io romperò? con quale pretesto? Posso io annunziare il mio proposito a Teresa con una semplice lettera? La mia ultima risposta era ancora calda di passione, smaniosa di desiderio. Come giustificare questo mutamento subitaneo? Merita la povera amica un colpo tanto inaspettato e brutale? Ella mi ha molto amato, mi ama; ha sfidato per me, un tempo, qualche pericolo. Io l'ho amata.... l'amo. La nostra grande e strana passione è conosciuta; invidiata anche; insidiata anche.... Quanti uomini ambiscono a succedermi! Innumerevoli." Numerai rapidamente i rivali più temibili, i successori più probabili, considerandone le figure imaginate. "C'è forse a Roma una donna più bionda, più affascinante, più desiderabile di lei?" La stessa accensione repentina, avvenuta la sera innanzi nel mio sangue, mi percorse tutte le vene. E il pensiero della rinunzia volontaria mi parve assurdo, inammissibile. "No, no, non avrò mai la forza; non vorrò, non potrò mai." Sedata la turbolenza, proseguii il vano dibattito, pur avendo in fondo a me la certezza che, giunta l'ora, non avrei potuto non partire. Ebbi però il coraggio, uscendo dalla stanza della convalescente, essendo ancora tutto vibrante di commozione, ebbi il supremo coraggio di scrivere a quella che mi chiamava: "Non verrò." Inventai un pretesto; e, mi ricordo bene, quasi per istinto lo scelsi tale che a lei non sembrasse troppo grave.--Speri dunque che ella non curi il pretesto e t'imponga di partire?--chiese qualcuno dentro di me. Non sfuggii a quel sarcasmo; e un'irritazione e un'ansietà atroci s'impadronirono di me, non mi diedero tregua. Facevo sforzi inauditi per dissimulare, al conspetto di Giuliana e di mia madre. Evitavo studiosamente di trovarmi solo con la povera illusa; e ad ogni tratto mi pareva di leggere nei suoi miti umidi occhi il principio di un dubbio, mi pareva di veder passare qualche ombra su la sua fronte pura. Il giorno di mercoledì ebbi un telegramma imperioso e minaccioso (non era quasi aspettato?): "O tu verrai o non mi vedrai più. Rispondi." E io risposi: "Verrò." Subito dopo quell'atto, commesso con quella specie di sovreccitazione inconsciente che accompagna tutti gli atti decisivi della vita, io provai un particolare sollievo, vedendo gli avvenimenti determinarsi. Il senso della mia irresponsabilità, il senso della necessità di ciò che accadeva ed era per accadere divennero in me profondissimi. "Se, pur conoscendo il male che io faccio e pur condannandomi in me medesimo, io non posso fare altrimenti, segno è che obbedisco a una forza superiore ignota. Io sono la vittima di un Destino crudele, ironico ed invincibile." Nondimeno, a pena misi il piede su la soglia della stanza di Giuliana, sentii piombarmi sul cuore un peso enorme; e mi soffermai, vacillante, fra le portiere che mi nascondevano. "Basterà ch'ella mi guardi per indovinar tutto", pensai smarrito. E fui sul punto di tornare in dietro. Ma ella disse, con una voce che non m'era mai parsa tanto dolce: --Tullio, sei tu? Allora feci un passo. Ella gridò, vedendomi: --Tullio, che hai? Ti senti male? --Una vertigine.... M'è passata già--risposi; e mi rassicurai pensando: "Ella non ha indovinato." Ella, in fatti, era inconsapevole; e a me pareva strano che così fosse. Dovevo io prepararla al colpo brutale? Dovevo parlare sinceramente o architettare qualche menzogna pietosa? O pure dovevo partire all'improvviso, senza avvertirla, lasciandole in una lettera la mia confessione? Qual era il modo preferibile per rendere meno grave a me lo sforzo e meno cruda in lei la sorpresa? Ahimè, nel dibattito difficile, per un tristo istinto io mi preoccupavo d'alleggerir me più che lei. E certo avrei scelto il modo della partenza improvvisa e della lettera, se non mi avesse trattenuto il riguardo per mia madre. Era necessario risparmiare mia madre, sempre, ad ogni patto. Anche questa volta non sfuggii al sarcasmo interiore. "Ah, ad -ogni- patto? Che cuore generoso! Ma pure, via, è così comodo per te il vecchio patto, ed anche sicuro.... Anche questa volta, se tu vorrai, la vittima si sforzerà di sorridere sentendosi morire. Confida in lei, dunque, e non ti curare d'altro, cuore generoso." L'uomo trova nel sincero e supremo disprezzo di sé medesimo qualche volta, veramente, una particolare gioia. --A che pensi, Tullio?--mi domandò Giuliana, con un gesto ingenuo appuntandomi l'indice tra l'uno e l'altro sopracciglio come per fermare il pensiero. Io le presi quella mano, senza rispondere. E il silenzio stesso, che parve grave, bastò a modificare di nuovo l'attitudine del mio spirito; la dolcezza che era nella voce e nel gesto della inconsapevole mi ammollì, mi suscitò quel sentimento snervante da cui hanno origine le lacrime; che si chiama -pietà di sé-. Provai un acuto bisogno d'essere compassionato. Nel tempo medesimo qualcuno mi suggeriva dentro: "Approfitta di questa disposizione d'animo, senza fare per ora alcuna rivelazione. Esagerandola, tu puoi facilmente giungere fino al pianto. Tu sai bene che straordinario effetto abbia su una donna il pianto dell'uomo amato. Giuliana ne sarà sconvolta; e tu sembrerai essere travagliato da un dolore terribile. Domani poi, quando tu le dirai la verità, il ricordo delle lacrime ti rialzerà nell'animo di lei. Ella potrà pensare:--Ah dunque per questo ieri piangeva così dirottamente. Povero amico!--E tu non sarai giudicato un egoista odioso; ma sembrerai aver combattuto con tutte le tue forze in vano contro chi sa qual potere funesto; sembrerai essere tenuto chi sa da quale morbo immedicabile e portare nel tuo petto un cuore lacerato. Approfitta, dunque, approfitta." --Hai qualche cosa -sul cuore-?--mi domandò Giuliana, con una voce sommessa, carezzevole, piena di confidenza. Io tenevo il capo chino; ed ero, certo, commosso. Ma la preparazione di quel pianto -utile- distrasse il mio sentimento, ne arrestò la spontaneità e ritardò quindi il fenomeno fisiologico delle lacrime. "Se io non potessi piangere? Se non -mi venissero- le lacrime?" pensai con uno sgomento ridicolo e puerile, come se tutto dipendesse da quel piccolo fatto materiale che la mia volontà non bastava a produrre. E intanto qualcuno, sempre il medesimo, soffiava: "Che peccato! Che peccato! L'ora non potrebbe essere più favorevole. Nella stanza ci si vede appena. Che effetto, un singhiozzo nell'ombra!" --Tullio, non mi rispondi?--soggiunse Giuliana, dopo un intervallo, passandomi la mano su la fronte e su i capelli perché io alzassi la faccia.--A me tu puoi dire tutto. Lo sai. Ah, veramente, dopo d'allora io non ho mai più udita una voce umana di quella dolcezza. Né pure mia madre ha mai saputo parlarmi così. Gli occhi mi si inumidirono, e io sentii tra i cigli il tepore del pianto. "Questo, questo è il momento di prorompere." Ma non fu se non una lacrima; e io (umiliante cosa ma pur vera; e in simili meschinità mimiche si rimpicciolisce la maggior parte delle commozioni umane nel manifestarsi) io alzai il viso perché Giuliana la scorgesse e provai per qualche attimo un'ansietà smaniosa temendo che nell'ombra ella non la scorgesse luccicare. Quasi per avvertirla, ritirai il fiato in dentro, forte, come si fa quando si vuol contenere un singhiozzo. Ed ella avvicinando il suo volto al mio per guardarmi da presso, poiché rimanevo muto, ripetè: --Non rispondi? E intravide; e, per accertarsi, mi afferrò la testa e me l'arrovesciò, con un gesto quasi brusco. --Piangi? La sua voce era mutata. E io mi liberai all'improvviso, mi levai per fuggire, come uno che non possa più reggere la piena dell'affanno. --Addio, addio. Lasciami andare, Giuliana. Addio. E uscii dalla stanza, a precipizio. Quando fui solo, ebbi disgusto di me. Era la vigilia d'una solennità per la convalescente. Qualche ora dopo, come mi ripresentai a lei per assistere al piccolo pranzo consueto, la ritrovai in compagnia di mia madre. A pena mi vide, mia madre esclamò: --Dunque domani, Tullio, giorno di festa. Io e Giuliana ci guardammo, ambedue ansiosi. Poi parlammo del domani, dell'ora in cui ella avrebbe potuto alzarsi, di tante minute particolarità, con un certo sforzo, un poco distratti. E io m'auguravo, dentro di me, che mia madre non si assentasse. Ebbi fortuna, perché una sola volta mia madre uscì e rientrò quasi subito. Nel frattempo, Giuliana rapidamente mi chiese: --Che avevi, dianzi? Non me lo vuoi dire? --Nulla, nulla. --Vedi, così tu mi guasti la festa. --No, no. Ti dirò.... ti dirò.... poi. Non ci pensare, ora; ti prego. --Sii buono! Mia madre rientrava con Maria e Natalia. Ma l'accento con cui Giuliana aveva proferito quelle poche parole bastò per convincermi che ella non sospettava la verità. Pensava ella forse che quella tristezza mi venisse da un'ombra del mio passato incancellabile e inespiabile? Pensava che io fossi torturato dal rammarico di averle fatto tanto male e dal timore di non meritare tutto il suo perdono? Fu ancora una commozione viva, la mattina dopo (per compiacere il desiderio di lei aspettavo nella stanza prossima), quando mi sentii chiamare dalla sua voce squillante. --Tullio, vieni. Ed entrai; e la vidi in piedi, che sembrava più alta, più snella, quasi fragile. Vestita d'una specie di tunica ampia e fluida, a lunghe pieghe diritte, ella sorrideva, esitando, reggendosi a pena, tenendo le braccia discoste dai fianchi come per cercare l'equilibrio, volgendosi ora a me ora a mia madre. Mia madre la guardava con una indescrivibile espressione di tenerezza, pronta a sorreggerla. Io stesso tendevo le mani, pronto a sorreggerla. --No, no--ella pregò--lasciatemi, lasciatemi. Non cado. Voglio andare da me fino alla poltrona. Ella avanzò il piede, fece un passo, pianamente. Aveva nel viso il candore d'una gioia infantile. --Bada, Giuliana! Fece ancora due o tre passi; poi, assalita da uno sbigottimento repentino, dal timor pànico di cadere, esitò un attimo tra me e mia madre, e si gittò nelle mie braccia, sul mio petto, abbandonandosi con tutto il suo peso, sussultando come se singhiozzasse. Ella rideva, in vece, un poco soffocata dall'ansia; e, come ella non portava busto, le mie mani la sentirono tutta esile e pieghevole a traverso la stoffa, il mio petto la sentì tutta palpitante e morbida, le mie nari aspirarono il profumo dei suoi capelli, i miei occhi rividero sul suo collo il piccolo segno bruno. --Ho avuto paura--ella diceva interrottamente, ridendo e ansando--ho avuto paura di cadere. E, come ella arrovesciava la testa verso mia madre per guardarla, senza staccarsi da me, io scorsi un poco della sua gengiva esangue e il bianco degli occhi e qualche cosa di convulso in tutto il viso. E conobbi che tenevo fra le braccia una povera creatura inferma, profondamente alterata dall'infermità, con i nervi indeboliti, con le vene impoverite, forse insanabile. Ma ripensai la sua trasfigurazione in quella sera del bacio inaspettato; e l'opera di carità e d'amore e d'ammenda, a cui rinunziavo, ancora una volta m'apparve bellissima. --Conducimi tu alla poltrona, Tullio--ella diceva. Sostenendola col mio braccio alle reni, io la condussi piano piano; l'aiutai ad adagiarsi; disposi su la spalliera i cuscini di piume, e mi ricordo che scelsi quello di tono più squisito perché ella vi appoggiasse la testa. Anche, per metterle un cuscino sotto i piedi, m'inginocchiai; e vidi la sua calza di colore gridellino, la sua pianella esigua che nascondeva poco più del pollice. Come in -quella sera-, ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo carezzevole. E io m'indugiavo. Accostai un piccolo tavolo da tè, sopra ci posai un vaso di fiori freschi, qualche libro, una stecca d'avorio. Senza volere, mettevo in quelle mie premure un po' di ostentazione. L'ironia ricominciò. "Molto abile! Molto abile! È utilissimo quel che fai, sotto gli occhi di tua madre. Come potrà ella sospettare, dopo avere assistito a queste tue tenerezze? Quel po' di ostentazione, anche, non guasta. Ella non ha la vista troppo acuta. Séguita, séguita. Tutto va a meraviglia. Coraggio!" --Oh come si sta bene qui!--esclamò Giuliana con un sospiro di sollievo, socchiudendo i cigli.--Grazie, Tullio. Qualche minuto dopo, quando mia madre uscì, quando rimanemmo soli, ella ripetè, con un sentimento più profondo: --Grazie. E alzò una mano verso di me, perché io la prendessi nelle mie. Essendo ampia la manica, nel gesto il braccio si scoperse fin quasi al gomito. E quella mano bianca e fedele, che portava l'amore, l'indulgenza, la pace, il sogno, l'oblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone, tremò un istante nell'aria verso di me come per l'offerta suprema. Credo che nell'ora della morte, nell'attimo stesso in cui cesserò di soffrire, io rivedrò quel gesto solo; fra tutte le imagini della vita passata innumerabili, rivedrò unicamente quel gesto. Quando ripenso, non riesco a ricostruire con esattezza la condizione nella quale mi trovai. Posso affermare che anche allora io comprendevo l'estrema gravità del momento e lo straordinario valore degli atti che si compivano ed erano per compiersi. La mia perspicacia era, o mi pareva, perfetta. Due processi di conscienza si svolgevano dentro di me, senza confondersi, bene distinti, paralleli. In uno predominava, insieme con la pietà verso la creatura che io stava per colpire, un sentimento di acuto rammarico verso l'offerta ch'io stava per respingere. Nell'altro predominava insieme con la cupa bramosia verso l'amante lontana, un sentimento egoistico esercitato nel freddo esame delle circostanze che potevano favorire la mia impunità. Questo parallelismo portava la mia vita interna ad una intensità e ad una accelerazione incredibili. Il momento decisivo era venuto. Dovendo partire al dimani, non potevo temporeggiare più oltre. Perché la cosa non sembrasse oscura e troppo subitanea, era necessario in quella mattina stessa, a colazione, annunziare la partenza a mia madre e addurre il pretesto plausibile. Era necessario anche, prima che a mia madre, dare l'annunzio a Giuliana perché non accadessero contrattempi pericolosi. "E se Giuliana prorompesse, al fine? Se, nell'impeto del dolore e dello sdegno, ella rivelasse a mia madre la verità? Come ottenere da lei una promessa di silenzio, un nuovo atto di abnegazione?" Fino all'ultimo io discussi, dentro di me. "Comprenderà subito, alla prima parola? E se non comprendesse? Se ingenuamente mi chiedesse la ragione del mio viaggio? Come risponderei? Ma ella comprenderà. È impossibile che ella non abbia già saputo da qualcuna delle sue amiche, da quella signora Tàlice, per esempio, che Teresa Raffo non è a Roma." Le mie forze cominciavano già a cedere. Non avrei potuto più a lungo sostenere l'orgasmo che cresceva di minuto in minuto. Mi risolsi, con una tensione di tutti i miei nervi; e, poiché ella parlava, desiderai che ella medesima mi offrisse l'opportunità di scoccare la freccia. Ella parlava di molte cose specialmente future, con una volubilità insolita. Quel non so che di convulso in lei, già da me notato prima, mi pareva più palese. Io stavo ancora in piedi, dietro la poltrona. Fino a quel momento avevo evitato il suo sguardo movendomi ad arte per la stanza, sempre dietro la poltrona, ora occupato a fermare le tende della finestra, ora a riordinare i libri nella piccola scansia, ora a raccogliere di sul tappeto le foglie cadute da un mazzo di rose disfatto. Stando in piedi, guardavo la riga dei suoi capelli, i suoi cigli lunghi e ricurvi, la lieve palpitazione del suo petto, e le sue mani, le sue belle mani che posavano su i bracciuoli, prone come in quel giorno, pallide come in quel giorno quando "soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino". Quel giorno! Non era trascorsa né pure una settimana. Perché pareva dunque tanto remoto? Stando in piedi dietro di lei, in quella tensione estrema, come in agguato, io pensai che forse ella sentiva per istinto sul suo capo la minaccia; e credetti indovinare in lei una specie di vago malessere. Ancora una volta mi si strinse il cuore, intollerabilmente. A un punto, in fine, ella disse: ---Domani-, se starò meglio, tu mi porterai su la terrazza, all'aria.... Io interruppi: ---Domani- non sarò qui. Ella si scosse al suono strano della mia voce. Io soggiunsi, senza attendere: --Partirò.... Soggiunsi ancora, con uno sforzo per snodare la lingua, raccapricciato come uno che debba iterare il colpo per finire la vittima: --Partirò per Firenze. --Ah! Ella aveva compreso a un tratto. Si volse con un moto rapido, si torse tutta su i cuscini per guardarmi; e io rividi, per quella torsione violenta, il bianco de' suoi occhi, la sua gengiva esangue. --Giuliana!--balbettai, senza sapere che altro dirle, chinandomi verso di lei, temendo ch'ella venisse meno. Ma ella abbassò le palpebre, si ricompose, si ritrasse, si restrinse in sé stessa, come presa da un gran freddo. Rimase così qualche minuto, con gli occhi chiusi, con la bocca serrata, immobile. Soltanto la pulsazione visibile della carotide nel collo e qualche contrazione convulsiva nelle mani davano indizio della vita. Non fu un delitto? Fu il -primo- dei miei delitti; e non il minore, forse. Partii, in condizioni terribili. La mia assenza durò più di una settimana. Quando tornai e nei giorni che seguirono il mio ritorno, io stesso mi meravigliavo della mia sfrontatezza quasi cinica. Ero posseduto da una specie di malefizio che aboliva in me ogni senso morale e mi rendeva capace delle peggiori ingiustizie, delle peggiori crudeltà. Giuliana anche questa volta mostrava una forza prodigiosa; anche questa volta aveva saputo tacere. E m'appariva chiusa nel suo silenzio come in un'armatura adamantina, impenetrabile. Andò con le figlie e con mia madre alla Badiola. Le accompagnava mio fratello. Io rimasi a Roma. Da quel tempo incominciò per me un periodo tristissimo, oscurissimo, il cui ricordo ancora mi riempie di nausea e d'umiliazione. Tenuto da quel sentimento che meglio di ogni altro rimescola il fango essenziale nell'uomo, io patii tutto lo strazio che una donna può fare di un'anima fiacca, appassionata e sempre vigile. Accesa da un sospetto, una terribile gelosia sensuale divampò in me disseccando tutte le buone fonti interiori, alimentandosi di tutto il fecciume che posava nell'infimo della mia sostanza bruta. Teresa Raffo non m'era parsa mai desiderabile come ora che non potevo disgiungerla da una imagine fallica, da una sozzura. Ed ella si valeva del mio stesso disprezzo per inacerbire la mia brama. Agonie atroci, gioie abiette, sottomissioni disonoranti, patti vili proposti ed accettati senza rossore, lacrime più acri di qualunque tossico, frenesie improvvise che mi spingevano sul confine della demenza, cadute nell'abisso della lussuria così violente che mi lasciavano per lunghi giorni istupidito, tutte le miserie e tutte le ignominie della passione carnale esasperata dalla gelosia, tutte io le conobbi. La mia casa mi divenne estranea; la presenza di Giuliana mi divenne incresciosa. Intere settimane passavano, talvolta, senza che io le rivolgessi una parola. Assorto nel mio supplizio interiore, io non la vedevo, non la udivo. In certi momenti, levando gli occhi su lei, mi meravigliavo del suo pallore, della sua espressione, di certe particolarità del suo volto, come di cose nuove, inaspettate, strane; e non giungevo a riconquistare intera la nozione della realtà. Tutti gli atti della sua esistenza m'erano ignoti. Io non provavo alcun bisogno d'interrogarla, di sapere; non provavo per lei alcuna inquietudine, alcuna sollecitudine, alcun timore. Una durezza inesplicabile mi fasciava l'anima contro di lei. Anche, talvolta, io avevo contro di lei una specie di vago rancore, inesplicabile. Un giorno la sentii ridere; e il suo riso m'irritò, mi fece quasi ira. Un altro giorno palpitai forte, udendola cantare da una stanza lontana. Cantava l'aria di Orfeo: Che farò senza Euridice? Era la prima volta, dopo lungo tempo, che ella cantava così, movendosi per la casa; era la prima volta che io la riudiva, dopo lunghissimo tempo.--Perché cantava? Era dunque lieta? A quale affetto del suo animo rispondeva quell'effusione insolita?--Un turbamento inesplicabile mi vinse. Andai verso di lei senza riflettere, chiamandola per nome. Vedendomi entrare nella sua stanza, ella si stupì; rimase per un poco attonita, in una sospensione manifesta. --Canti?--io dissi, per dire qualche cosa, impacciato, meravigliato io stesso del mio atto straordinario. Ella sorrise d'un sorriso incerto, non sapendo che rispondere, non sapendo quale contegno assumere davanti a me. E mi parve di leggere nei suoi occhi una curiosità penosa, già altre volte da me notata fuggevolmente: quella curiosità compassionevole con cui si guarda una persona sospettata di follia, un ossesso. In fatti, nello specchio di contro io scorsi la mia imagine; rividi il mio volto scarno, le mie occhiaie profonde, la mia bocca tumida, quell'aspetto di febricitante che avevo già da qualche mese. --Ti vestivi per uscire?--le domandai, ancora impacciato, quasi peritoso, non sapendo che altro dimandare, volendo evitare il silenzio. --Sì. Era di mattina; era di novembre. Ella stava in piedi, presso a un tavolo ornato di merletti su cui rilucevano sparse le innumerevoli minuterie moderne destinate alla cura della bellezza muliebre. Portava un abito di vigogna oscuro; e teneva ancora in mano un pettine di tartaruga bionda con la costola d'argento. L'abito, di foggia semplicissima, secondava la svelta eleganza della persona. Un gran mazzo di crisantemi bianchi le saliva di sul tavolo all'altezza della spalla. Il sole dell'estate di San Martino scendeva per la finestra; e nella luce vagava un profumo di cipria o d'essenza che io non seppi riconoscere. --Qual'è, ora, il tuo profumo?--le domandai. Ella rispose: ---Crab-apple-. Io soggiunsi: --Mi piace. Ella prese di sul tavolo una fiala e me la porse. E io la fiutai a lungo per fare qualche cosa, per avere il tempo di preparare un'altra qualunque frase. Non riuscivo a dissipare la mia confusione, a riconquistare la mia franchezza. Sentivo che ogni intimità fra noi due era caduta. Ella mi pareva -un'altra donna-. E intanto l'aria di Orfeo mi ondeggiava ancora su l'anima, m'inquietava ancora. Che farò senza Euridice? In quella luce dorata e tepida, in quel profumo così molle, in mezzo a tutti quegli oggetti improntati di grazia femminile, il fantasma della melodia antica pareva svegliare il palpito d'una vita segreta, spandere l'ombra d'un non so che mistero. --Com'è bella l'aria che tu cantavi dianzi!--io dissi, obbedendo all'impulso che mi veniva dalla inquietudine. --Tanto bella!--ella esclamò. E una domanda mi saliva alle labbra: "Ma perchè cantavi?" La trattenni; e ricercai dentro di me la ragione di quella curiosità che mi pungeva. Successe un intervallo di silenzio. Ella scorreva con l'unghia del pollice su i denti del pettine, producendo un leggero stridore. (Quello stridore è una particolarità chiarissima nel mio ricordo). --Tu ti vestivi per uscire. Séguita dunque--io dissi. --Non ho da mettermi che la giacca e il cappello. Che ora è? --Manca un quarto alle undici. --Ah, già così tardi? Ella prese il cappello e il velo; e si mise a sedere davanti allo specchio. Io la guardavo. Un'altra domanda mi salì alle labbra; "Dove vai?" Ma trattenni anche questa, benché potesse sembrare naturale. E seguitai a guardarla attento. Ella mi riapparve quale era in realtà: una giovine signora elegantissima, una dolce e nobile figura, piena di finezze fisiche, e illuminata da intense espressioni spirituali; una signora adorabile, insomma, che avrebbe potuto essere un'amante deliziosa per la carne e per lo spirito. "S'ella fosse veramente l'amante di qualcuno?" allora pensai. "Certo è impossibile ch'ella non sia stata molte volte insidiata e da molti. Troppo è noto l'abbandono in cui la lascio; troppo son noti i miei torti. S'ella avesse ceduto a qualcuno? O se anche stesse per cedere? S'ella giudicasse alfine inutile e ingiusto il sacrificio della sua giovinezza? S'ella fosse alfine stanca della lunga abnegazione? S'ella conoscesse un uomo a me superiore, un seduttore delicato e profondo che le insegnasse la curiosità del nuovo e le facesse dimenticare l'infedele? Se io avessi già perduto interamente il suo cuore, troppe volte calpestato senza pietà e senza rimorso?" Uno sgomento subitaneo m'invase; e la stretta dell'angoscia fu così forte che io pensai: "Ecco, ora le confesso il mio dubbio. La guarderò in fondo alle pupille dicendole:--Sei ancora -pura-?--E saprò la verità. Ella non è capace di mentire." "Non è capace di mentire? Ah, ah, ah! Una donna!... Che ne sai tu? Una donna è capace di tutto. Ricordatene. Qualche volta un gran manto eroico è servito a nascondere una mezza dozzina di amanti. Sacrificio! Abnegazione! Apparenze, parole. Chi potrà mai conoscere il vero? Giura, se puoi, su la fedeltà di tua moglie: non dico su quella d'oggi ma soltanto su quella anteriore all'episodio della malattia. Giura in perfetta fede, se puoi." E la voce maligna (ah, Teresa Raffo, come operava il vostro veleno!), la voce perfida mi agghiacciò. --Abbi pazienza, Tullio--mi disse, quasi timidamente, Giuliana.--Mettimi questo spillo qui, nel velo. Ella teneva le braccia alzate e arcuate verso la sommità della testa, per fermare il velo; e le sue dita bianche cercavano invano d'appuntarlo. La sua attitudine era piena di grazia. Le sue dita bianche mi fecero pensare: "Quanto tempo è che noi non ci stringiamo la mano! Oh le forti e calde strette di mano che ella mi dava un tempo, come per assicurarmi che non mi serbava rancore di nessuna offesa! Ora forse la sua mano è impura?" E, mentre le appuntavo il velo, provai una repulsione istantanea al pensiero della possibile impurità. Ella si levò, e io l'aiutai anche a indossare la giacca. Due o tre volte i nostri occhi s'incontrarono fugacemente; ma ancora una volta io lessi nei suoi una specie di curiosità inquieta. Ella forse domandava a sé stessa: "Perchè è entrato qui? Perchè si trattiene? Che significa quella sua aria smarrita? Che vuole da me? Che gli accade?" --Permetti.... un momento--disse, e uscì dalla stanza. L'udii che chiamava miss Edith, la governante. Come fui solo, involontariamente i miei occhi andarono alla piccola scrivania ingombra di lettere, di biglietti, di libri. M'avvicinai; e i miei occhi vagarono per un poco su le carte, come tentati di scoprire.... "che cosa? forse -la prova?-" Ma scossi da me la tentazione bassa e sciocca. Guardai un libro che aveva una coperta di stoffa antica e tra le pagine una daghetta. Era il libro in lettura, sfogliato a metà. Era il romanzo recentissimo di Filippo Arborio, -il Segreto-. Lessi sul frontespizio una dedica, di pugno dell'autore:---A voi, Giuliana Hermil, -TVRRIS EBVRNEA-, indegnamente offro. F. Arborio. Ognissanti '85-. Giuliana dunque conosceva il romanziere? Quale attitudine aveva lo spirito di Giuliana verso colui? Ed evocai la figura fine e seducente dello scrittore, quale io l'aveva veduta in luoghi publici qualche volta. Certo, egli poteva piacere a Giuliana. Secondo alcune voci che erano corse, egli piaceva alle donne. I suoi romanzi, pieni d'una psicologia complicata, talora acutissima, spesso falsa, turbavano le anime sentimentali, accendevano le fantasie inquiete, insegnavano con suprema eleganza il disdegno della vita comune. -Un'agonia, la Cattolicissima, Angelica Doni, Giorgio Aliora, Il Segreto- davano della vita una visione intensa come d'una vasta combustione dalle figure di bragia innumerevoli. Ciascuno dei suoi personaggi combatteva per la sua Chimera, in un duello disperato con la realtà. Non aveva questo straordinario artista, che i suoi libri mostravano quasi direi sublimato in essenza spirituale pura, non aveva egli esercitato il suo fascino anche su me? Non avevo io chiamato quel suo -Giorgio Aliora- un libro "fraterno?" Non avevo io ritrovato in qualcuna delle sue creature letterarie certe strane rassomiglianze col mio essere intimo? E se a punto questa nostra affinità strana gli agevolasse l'opera di seduzione forse intrapresa? "Se Giuliana gli si abbandonasse, avendogli a punto riconosciuta qualcuna di quelle attrazioni medesime per cui io mi feci un tempo da lei adorare?" pensai, con un nuovo sgomento. Ella rientrò nella stanza. Vedendo quel libro tra le mie mani, disse con un sorriso confuso, con un po' di rossore: --Che guardi? --Conosci Filippo Arborio?--io le domandai subito, ma senza alcuna alterazione di voce, con il tono più calmo e più ingenuo ch'io seppi. --Sì,--ella rispose, franca.--Mi fu presentato in casa Monterisi. È venuto anche qualche volta qui, ma non ha avuto occasione d'incontrarti. Una domanda mi salì alle labbra. "E perché tu non me ne hai parlato?" Ma la trattenni. Come avrebbe ella potuto parlarmene, se da molto tempo io col mio contegno aveva interrotto tra noi ogni scambio di notizie e di confidenze amichevoli? --È assai più semplice dei suoi libri--ella soggiunse, disinvolta, mettendosi i guanti con lentezza.--Hai letto -Il Segreto-? --Sì, l'ho già letto. --T'è piaciuto? Senza riflettere, per un bisogno istintivo di rilevare davanti a Giuliana la mia superiorità, io risposi: --No. È mediocre. Ed ella disse al fine: --Io vado. E si mosse per uscire. Io la seguii fino all'anticamera, camminando nel solco del profumo ch'ella lasciava dietro di sé fievolissimo, a pena a pena sensibile. D'avanti al domestico, ella disse soltanto: --A rivederci. E con un passo leggero varcò la soglia. Io tornai alle mie stanze. Apersi la finestra, mi affacciai per veder lei nella strada. Ella andava, col suo passo leggero, sul marciapiede dalla parte del sole: diritta, senza mai volgere il capo da nessuna banda. L'estate di San Martino diffondeva una doratura tenuissima sul cristallo del cielo; e un tepore quieto addolciva l'aria, evocava il profumo assente delle violette. Una tristezza enorme mi piombò sopra, mi tenne abbattuto contro il davanzale; a poco a poco divenne intollerabile. Rare volte nella vita avevo sofferto come per quel dubbio che faceva crollare d'un tratto la mia fede in Giuliana, una fede durata per tanti anni; rare volte la mia anima aveva gridato così forte dietro un'illusione fuggente. Ma dunque era proprio, senza riparo, fuggita? Io non potevo, non volevo persuadermene. Tutta la mia vita d'errore era stata accompagnata dalla grande illusione, che rispondeva non pure alle esigenze del mio egoismo, ma a un mio sogno estetico di grandezza morale. "La grandezza morale risultando dalla violenza dei dolori superati, perché ella avesse occasione d'essere eroica era necessario ch'ella soffrisse quel ch'io le ho fatto soffrire." Questo assioma con cui molte volte ero riuscito a placare i miei rimorsi, s'era profondamente radicato nel mio spirito, generandovi un fantasma ideale dalla parte migliore di me assunto in una specie di culto platonico. Io dissoluto obliquo e fiacco mi compiacevo di riconoscere nel cerchio della mia esistenza un'anima severa diritta e forte, un'anima incorruttibile; e mi compiacevo d'esserne l'oggetto amato, per sempre amato. Tutto il mio vizio, tutta la mia miseria e tutta la mia debolezza si appoggiavano a questa illusione. Io credevo che per me potesse tradursi in realtà il sogno di tutti gli uomini intellettuali:--essere costantemente infedele ad una donna costantemente fedele. "Che cerchi? Tutte le ebrezze della vita? Esci, va, inèbriati. Nella tua casa, come un'imagine velata in un santuario, la creatura taciturna e memore aspetta. La lampada, dove tu non versi mai una stilla d'olio, rimane sempre accesa." Non è questo il sogno di tutti gli uomini intellettuali? Anche: "In qualunque ora, dopo qualunque fortuna, ritornando, tu la ritroverai. Ella era sicura del tuo ritorno ma non ti racconterà la sua attesa. Tu poserai il capo su le sue ginocchia; ed ella ti passerà lungo le tempie l'estremità delle sue dita, per magnetizzare il tuo dolore." Ben un tal ritorno era nel mio presentimento: il ritorno finale, dopo una di quelle catastrofi interne che trasformano un uomo. E tutte le mie disperazioni venivano temperate da un'intima confidenza nell'indefettibile rifugio; e in fondo a tutte le mie abiezioni scendeva un qualche lume dalla donna che per amore di me e -per opera mia- aveva raggiunto il sommo dell'altezza corrispondendo perfettamente a una forma delle mie idealità. Bastava un dubbio a distruggere ogni cosa in un attimo? Io riandai tutta la scena passata tra me e Giuliana, dal momento del mio ingresso nella stanza al momento della sua uscita. Pur attribuendo gran parte dei miei moti intimi a uno speciale stato nervoso transitorio, non potei dissipare la strana impressione esattamente espressa dalle parole: "Ella mi pareva -un'altra donna-." Certo, una qualche novità era in lei. Ma quale? La dedica di Filippo Arborio non aveva più tosto un significato rassicurante? Non riaffermava a punto l'impenetrabilità della TVRRIS EBVRNEA? L'appellativo glorioso era stato suggerito a colui o semplicemente dalla fama di purezza che avvolgeva il nome di Giuliana Hermil o anche da un tentativo d'assalto fallito e forse da una rinunzia all'assedio intrapreso. La Torre d'avorio doveva essere dunque ancora intatta. Ragionando così per medicare il morso del sospetto, io provavo in fondo a me una vaga ansietà, quasi temessi l'insorgere improvviso d'una qualche obbiezione ironica. "Tu sai: la pelle di Giuliana è straordinariamente bianca. Ella è proprio -pallida come la sua camicia-. L'appellativo sacro potrebbe anche nascondere un significato profano...." Ma quell'-indegnamente-? "Eh, eh, quanti cavilli!" Un impeto iroso d'insofferenza interruppe quel dibattito umiliante e vano. Mi ritrassi dalla finestra, scossi le spalle, feci due o tre giri per la stanza, apersi un libro macchinalmente, lo respinsi. Ma l'ambascia non diminuiva. "In somma" pensai fermandomi come per affrontare un avversario invisibile "tutto questo a che conduce? O ella è già caduta, e la perdita è irreparabile; o ella è in pericolo, e io nel mio stato presente non posso intervenire per salvarla; o ella è pura con la forza di serbarsi pura, e allora nulla è mutato. In ogni caso, io non ho alcuna -azione- da compiere. Ciò che è, è necessario; ciò che sarà, sarà necessario. Questa crisi di sofferenza passerà. Bisogna aspettare. I crisantemi bianchi sul tavolo di Giuliana, dianzi, com'erano belli! Uscirò per comprarne di simili in gran quantità. Il convegno con Teresa è oggi alle due. Mancano quasi tre ore.... Non mi disse ella, l'ultima volta, che voleva trovare il caminetto acceso? Sarà il -primo fuoco- d'inverno, in una giornata così tiepida. Ella è in una settimana di bontà, mi pare. Se durasse! Ma io alla prima occasione provocherò Eugenio Egano." Il mio pensiero seguì il nuovo corso, con qualche arresto repentino, con deviamenti improvvisi. Tra le stesse imagini della voluttà prossima mi balenò un'altra imagine impura, quella temuta, quella a cui volevo sfuggire. Alcune pagine ardite e ardenti della -Cattolicissima- mi tornarono alla memoria. E dall'uno spasimo sorgeva l'altro. E io confondevo, se bene con una diversa sofferenza, nella medesima contaminazione le due donne e nel medesimo odio Filippo Arborio ed Eugenio Egano. La crisi passò, lasciandomi nell'animo una specie di vaga disistima mista di rancore verso la -sorella-. Io mi allontanai sempre più, mi feci sempre più duro, più incurante, più chiuso. La mia trista passione per Teresa Raffo divenne sempre più esclusiva, occupò tutte le mie facoltà, non mi diede un'ora di tregua. Io era veramente un ossesso, un uomo invaso da una diabolica follia, corroso da un morbo ignoto e spaventevole. I ricordi di quell'inverno sono confusi nel mio spirito, incoerenti, interrotti da strane oscurità, rari. In quell'inverno non incontrai mai a casa mia Filippo Arborio; poche volte lo vidi in luoghi publici. Ma una sera lo trovai in una sala d'armi; e là ci conoscemmo, fummo presentati l'uno all'altro dal maestro, scambiammo qualche parola. La luce del gas, il rimbombo del tavolato, il tintinno e il luccichio delle lame, le varie pose incomposte o eleganti degli schermitori, lo scatto rapido di tutte quelle gambe inarcate, l'esalazione calda e acre di tutti quei corpi, i gridi gutturali, le interiezioni veementi, gli scoppi di risa ricompongono con una singolare evidenza nel mio ricordo la scena che si svolgeva intorno a noi mentre eravamo l'uno al conspetto dell'altro e il maestro pronunziava i nostri nomi. Rivedo il gesto con cui Filippo Arborio si levò la maschera mostrando il viso acceso, tutto rigato di sudore. Tenendo da una mano la maschera e dall'altra il fioretto, s'inchinò. Ansava troppo, affaticato e un po' convulso, come chi non ha la consuetudine dell'esercizio muscolare. Istintivamente, pensai ch'egli non era un uomo temibile sul terreno. Affettai anche una certa alterigia; a studio non gli rivolsi né pure una parola che si riferisse alla sua celebrità, alla mia ammirazione; mi contenni come mi sarei contenuto verso un qualunque ignoto. --Dunque--mi chiese il maestro sorridendo--per domani? --Sì, alle dieci. --Vi battete?--fece l'Arborio con una curiosità manifesta. --Sì. Egli esitò un poco; quindi soggiunse: --Con chi?, se non sono indiscreto. --Con Eugenio Egano. M'accorsi ch'egli desiderava di sapere qualche cosa di più, ma che lo tratteneva il mio contegno freddo e in apparenza disattento. --Maestro, un assalto di cinque minuti--io dissi, e mi volsi per andare nello spogliatoio. Giunto su la soglia, mi soffermai a guardare in dietro e scorsi l'Arborio che aveva ripreso a schermire. Un'occhiata mi bastò per conoscere ch'egli era mediocrissimo in quel giuoco. Quando incominciai l'assalto col maestro, sotto gli occhi di tutti i presenti, s'impadronì di me una particolare eccitazione nervosa che raddoppiò la mia energia. E sentivo su la mia persona lo sguardo fisso di Filippo Arborio. Dopo, nello spogliatoio, ci ritrovammo. La stanza troppo bassa era già piena di fumo e d'un odore umano acutissimo, nauseante. Tutti là dentro, nudi, nelle larghe cappe bianche, si strofinavano il petto, le braccia, le spalle, con lentezza, fumando, motteggiando ad alta voce, dando sfogo nel turpiloquio alla loro bestialità. Gli scrosci della doccia si alternavano con le grasse risa. E due o tre volte, con un indefinibile senso di repulsione, con un sussulto simile a quello che mi avrebbe dato un violento urto fisico, io intravidi il corpo smilzo dell'Arborio, a cui i miei occhi andavano involontariamente. E di nuovo l'imagine odiosa si formò. Non ebbi, dopo d'allora, altra occasione d'avvicinare colui e né pure d'incontrarlo. Né me ne curai. Né in séguito fui colpito da alcuna apparenza sospetta nella condotta di Giuliana. Di là dal cerchio sempre più angusto in cui mi agitavo, nulla era per me chiaramente sensibile, intelligibile. Tutte le impressioni estranee passavano sul mio spirito come gocciole d'acqua su una lastra arroventata, o rimbalzando o dissolvendosi. Gli eventi precipitarono. Su lo scorcio di febbraio dopo un'ultima e vergognosa prova, avvenne tra me e Teresa Raffo la rottura definitiva. Io partii per Venezia, solo. Rimasi là circa un mese, in uno stato di malessere incomprensibile; in una specie di stupefazione che le caligini e i silenzii della laguna addensavano. Non altro conservavo in me che il sentimento della mia esistenza isolata, tra i fantasimi inerti di tutte le cose. Per lunghe ore non altro sentivo che la fissità grave, schiacciante, della vita e il piccolo battito di un'arteria nella mia testa. Per lunghe ore mi teneva quel fascino strano che esercita su l'anima come su i sensi il passaggio continuo e monotono di qualche cosa indistinta. Piovigginava. Le nebbie su l'acqua prendevano talvolta forme lugubri, camminando come spettri con un passo lento e solenne. Spesso nella gondola, come in una bara, io trovavo una specie di morte imaginaria. Quando il rematore mi chiedeva in che luogo dovesse condurmi, io facevo quasi sempre un gesto vago; e comprendevo dentro di me la disperata sincerità delle parole: "-Dovunque, fuori del mondo!-" Tornai a Roma negli ultimi giorni di marzo. Avevo della realtà un senso nuovo, come dopo una lunga eclisse della conscienza. Una timidezza, uno smarrimento, una paura senza ragione mi prendevano talvolta all'improvviso; e mi sentivo debole come un fanciullo. Guardavo intorno a me di continuo, con un'attenzione insolita, per riafferrare il significato vero delle cose, per coglierne i giusti rapporti, per rendermi conto di ciò che era mutato, di ciò che era scomparso. E, come a poco a poco rientravo nell'esistenza comune, si ristabiliva nel mio spirito l'equilibrio, si ridestava qualche speranza, risorgeva la cura dell'avvenire. Trovai Giuliana molto abbattuta di forze, alterata nella salute, triste come non mai. Poco parlammo e senza guardarci dentro alle pupille, senza aprire i nostri cuori. Ambedue cercavamo la compagnia delle due bambine; e Maria e Natalia in una felice inconsapevolezza riempivano i silenzii con le loro fresche voci. Un giorno Maria domandò: --Mamma, andremo quest'anno, per Pasqua, alla Badiola? Io risposi, invece della madre, senza esitare: --Sì, andremo. Allora Maria si mise a saltare per la stanza, in segno di gioia, trascinando la sorella. Io guardai Giuliana. --Vuoi che andiamo?--le chiesi, timido, quasi con umiltà. Ella consentì col capo. --Vedo che tu non stai bene--soggiunsi. Anche io non sto bene.... Forse la campagna.... la primavera.... Ella era distesa in una poltrona, tenendo le mani bianche posate lungo i bracciuoli; e la sua attitudine mi ricordò un'altra attitudine: quella della convalescente nel mattino della levata ma dopo l'annunzio. Fu decisa la partenza. Ci preparammo. Una speranza luceva nel profondo della mia anima, e io non osavo mirarla. I. Il primo ricordo è questo. Intendevo, quando ho incominciato il racconto, intendevo: questo è il primo ricordo che si riferisce alla cosa tremenda. Era di aprile, dunque. Eravamo da alcuni giorni alla Badiola. --Ah, figliuoli miei,--aveva detto mia madre, con la sua grande ingenuità--come siete sciupati! Ah quella Roma, quella Roma! Bisogna che restiate qui con me, in campagna, molto tempo, per rimettervi.... molto tempo.... --Sì--aveva detto Giuliana, sorridendo--sì, mamma, resteremo quanto vorrai. Quel sorriso ridivenne frequente su le labbra di Giuliana, in presenza di mia madre; e, se bene la malinconia degli occhi rimanesse inalterabile, era così dolce quel sorriso, era così profondamente buono che io stesso mi lasciai illudere. Ed osai mirare la mia speranza. Nei primi giorni, mia madre non si distaccava mai dalle care ospiti; pareva che volesse saziarle di tenerezza. Due o tre volte io la vidi, palpitando d'una commozione indefinibile, io la vidi accarezzare con la sua mano benedetta i capelli di Giuliana. Una volta la udii che chiedeva: --Ti vuol sempre lo stesso bene? --Povero Tullio! Sì--rispose l'altra voce. --Dunque, non è vero.... --Che? --Quello che mi hanno riferito. --Che ti hanno riferito? --Nulla, nulla.... Credevo che Tullio ti avesse dato qualche dispiacere. Parlavano nel vano di una finestra, dietro le cortine ondeggianti, mentre di fuori stormivano gli olmi. Io mi feci innanzi, prima che s'accorgessero di me; sollevai una cortina, mostrandomi. --Ah, Tullio!--esclamò mia madre. E si scambiarono uno sguardo, un po' confuse. --Parlavamo di te--soggiunse mia madre. --Di me! Male?--chiesi con un'aria gaia. --No, bene--disse Giuliana, subito; e io colsi nella sua voce l'intenzione, ch'ella certo ebbe, di -rassicurarmi-. Il sole d'aprile batteva sul davanzale, riluceva nei capelli grigi di mia madre, svegliava qualche tenue bagliore su le tempie di Giuliana. Le cortine candidissime ondeggiavano, si riflettevano nei vetri luminose. I grandi olmi dello spiazzo, coperti di piccole foglie nuove, producevano un susurro, ora leggero ora forte, alla cui misura le ombre or meno or più si agitavano. Dal muro stesso della casa, ammantato di violacciocche innumerevoli, saliva un profumo pasquale, quasi un vapore invisibile di mirra. --Com'è acuto quest'odore!--mormorò Giuliana, passandosi le dita su i sopraccigli e socchiudendo le palpebre.--Stordisce. Io stavo tra lei e mia madre, un poco in dietro Una voglia mi venne, di chinarmi sul davanzale cingendo l'una e l'altra con le mie braccia. Avrei voluto mettere in quella semplice familiarità tutta la tenerezza che mi gonfiava il cuore e far intendere a Giuliana una moltitudine di cose inesprimibili e riconquistarla intera con quell'unico atto. Ma ancora mi tratteneva un senso di temenza quasi puerile. --Guarda, Giuliana,--disse mia madre, indicando un punto del colle--la tua Villalilla. La scorgi? --Sì, sì. Ella, schermendosi dal sole con la mano aperta, aguzzava la vista; e io, che la osservavo, notai un piccolo tremito nel suo labbro inferiore. --Distingui il cipresso?--le chiesi, volendo aumentare con la domanda suggestiva il suo turbamento. E io rivedevo nella mia imaginazione il vecchio cipresso venerabile che aveva al suo piede un cespo di rose e un coro di passeri alla sua cima. --Sì, sì, lo distinguo.... appena. Villalilla biancheggiava a mezzo dell'altura, molto lontana, in un pianoro. La catena dei colli si svolgeva d'innanzi a noi con un lineamento nobile e pacato, per ove gli oliveti avevano un'apparenza di straordinaria leggerezza somigliando a un vapore verdegrigio cumulato in forme costanti. Gli alberi in fiore, bianchi e rosei trionfi, interrompevano l'uguaglianza. Il cielo pareva di continuo impallidire, come se nella sua liquidità un latte di continuo si diffondesse e si dileguasse. --Andremo a Villalilla dopo Pasqua. Sarà tutta fiorita--io dissi, tentando di rimettere in quell'anima il sogno che le avevo strappato brutalmente. E osai accostarmi, cingere con le mie braccia Giuliana e mia madre, chinarmi sul davanzale tenendo la mia testa tra l'una e l'altra testa; in modo che i capelli dell'una e dell'altra mi sfioravano. La primavera, quella bontà dell'aria, quella nobiltà dei luoghi, quella placida trasfigurazione di tutte le creature per una virtù materna, e quel cielo divino pel suo pallore, più divino come più si faceva ! : 1 , , . ' 2 , , 3 , . 4 , , 5 ' , ' , 6 , 7 , , . 8 ; 9 10 ; 11 . 12 ' . ' 13 , 14 , . - - . 15 16 ' . 17 18 , , 19 . ' 20 ' , 21 , 22 . , 23 . , , . 24 , . " , ' : 25 , . ? 26 ? 27 ? , 28 . ? 29 ? 30 , ; , , . 31 ' . . . . ' . 32 ; ; . . . . 33 ! . " 34 , , 35 . " ' , , 36 ? " , 37 , . 38 , . " , , 39 ; , . " 40 41 , , 42 , ' , . 43 , , 44 , 45 : " . " ; 46 , , 47 . - - 48 ' ? - - . 49 ; ' ' ' 50 , . , 51 . 52 ; 53 , 54 . 55 56 ( 57 ? ) : " . . " 58 : " . " 59 60 ' , 61 , 62 , . 63 , 64 . " , 65 66 , , 67 . , 68 . " 69 70 , , 71 ; , , 72 . " ' 73 " , . 74 . , ' 75 : 76 77 - - , ? 78 79 . , : 80 81 - - , ? ? 82 83 - - . . . . ' - - ; 84 : " . " 85 86 , , ; 87 . ? 88 ? 89 ' , , 90 ? 91 ? 92 93 , , 94 ' . 95 , 96 . , 97 , . 98 . " , - - ? ! , , 99 , . . . . 100 , , 101 . , , ' , 102 . " 103 104 ' 105 , , . 106 107 - - , ? - - , 108 ' ' ' 109 . 110 111 , . , 112 , ' ; 113 114 , 115 ; - - . ' 116 . : 117 " ' , 118 . , . 119 120 ' . ; 121 . , 122 , ' . 123 : - - . 124 ! - - ; 125 126 ; 127 . , 128 , . " 129 130 - - - - ? - - , 131 , , . 132 133 ; , , . 134 - - , 135 . 136 " ? - - ? " 137 , 138 . 139 , , : " ! 140 ! ' . 141 . , ' ! " 142 143 - - , ? - - , , 144 145 . - - . . 146 147 , , ' 148 . . 149 150 , 151 . " , . " 152 ; ( ; 153 154 ) 155 ' ' 156 . , 157 , , . 158 , 159 , : 160 161 - - ? 162 163 ; , , ' , 164 . 165 166 - - ? 167 168 . 169 170 ' , , 171 ' . 172 173 - - , . , . . 174 175 , . 176 177 , . 178 179 ' . , 180 , 181 . , : 182 183 - - , , . 184 185 , . , 186 ' , 187 , , . 188 ' , , . 189 190 , 191 . , : 192 193 - - , ? ? 194 195 - - , . 196 197 - - , . 198 199 - - , . . . . . . . . . . , ; . 200 201 - - ! 202 203 . ' 204 205 . 206 ' ? 207 208 ? 209 210 , ( 211 ) , 212 . 213 214 - - , . 215 216 ; , , , 217 . ' , 218 , , , , 219 ' , 220 . 221 222 , 223 . , . 224 225 - - , - - - - , . . 226 . 227 228 , , . 229 ' . 230 231 - - , ! 232 233 ; , 234 , , 235 , , , 236 , . , 237 , ' ; , , 238 , 239 , 240 , 241 . 242 243 - - - - , - - 244 . 245 246 , , 247 , 248 . 249 , 250 ' , , 251 , . 252 ; ' ' 253 ' , , ' . 254 255 - - , - - . 256 257 , ; 258 ' ; , 259 260 . , , 261 ' ; , 262 . - 263 - , 264 . ' . , 265 , , ' . 266 , ' . 267 268 ' . " ! ! 269 , . , 270 ? ' , 271 , . . , 272 . . ! " 273 274 - - ! - - 275 , . - - , . 276 277 , , , 278 , : 279 280 - - . 281 282 , . 283 , . 284 , ' , ' , 285 , , ' , , 286 ' ' . 287 288 ' , ' 289 , ; 290 , . 291 292 , 293 . 294 ' 295 . , 296 , . 297 , , , . , 298 , 299 ' ' 300 . ' 301 ' , 302 . 303 304 . 305 306 . , 307 . 308 , , , 309 . 310 , , ' 311 . " 312 , ? , ' 313 , ? 314 , ? " ' 315 , . " , ? 316 ? 317 ? ? . 318 , 319 , , . " 320 321 . 322 ' . , 323 ; , , 324 ' . 325 326 , 327 . , , 328 . , . 329 330 , , 331 , , 332 333 . , , 334 , , 335 , , 336 , " 337 " . 338 339 ! . 340 ? 341 342 , , 343 , 344 ; . 345 , . 346 347 , , : 348 349 - - - - , , , 350 ' . . . . 351 352 : 353 354 - - - - . 355 356 . , 357 : 358 359 - - . . . . 360 361 , , 362 : 363 364 - - . 365 366 - - ! 367 368 . , 369 ; , 370 , ' , . 371 372 - - ! - - , , 373 , ' . 374 375 , , , 376 , . 377 , , , . 378 379 . 380 381 ? - - ; , 382 . 383 384 , . 385 . , 386 . 387 388 , 389 . ; 390 . ' 391 ' , . 392 393 . 394 . . 395 396 , , 397 ' . 398 399 ' , 400 ' , . , 401 402 , 403 ' . 404 405 ' 406 , . 407 . , 408 , , 409 , , 410 , 411 ' 412 , 413 , . 414 ; 415 . , , 416 . , 417 , . , , 418 , , 419 , , , ; 420 . 421 ' . 422 ' , ; 423 , , . 424 ' . , , 425 , . 426 ; ' , . 427 428 , 429 . ' : 430 431 ? 432 433 , , , 434 ; , 435 . - - ? ? 436 ' ? - - 437 . , 438 . 439 440 , ; 441 , . 442 443 - - ? - - , , , 444 . 445 446 ' , , 447 . 448 , 449 : 450 , . , 451 ; , 452 , , ' 453 . 454 455 - - ? - - , , 456 , , 457 . 458 459 - - . 460 461 ; . , 462 463 . 464 ; 465 ' . ' , 466 , . 467 ' 468 . ' ; 469 ' 470 . 471 472 - - ' , , ? - - . : 473 474 - - - - - . 475 476 : 477 478 - - . 479 480 . 481 , ' 482 . , 483 . 484 . - ' - . ' 485 ' , ' . 486 487 ? 488 489 , , 490 , 491 ' , 492 ' ' . 493 494 - - ' ' ! - - , 495 ' . 496 497 - - ! - - . 498 499 : " ? " 500 ; 501 . 502 503 . ' 504 , . 505 ( ) . 506 507 - - . - - . 508 509 - - . ? 510 511 - - . 512 513 - - , ? 514 515 ; 516 . . ' ; " 517 ? " , . 518 . 519 520 : 521 , , , 522 ; , 523 , ' 524 . " ' ' ? " 525 . " ' 526 . ' ; 527 . ' ? 528 ? ' 529 ? ' 530 ? ' , 531 532 ' ? 533 , 534 ? " ' ; ' 535 : " , . 536 : - - - - ? - - 537 . . " " ? 538 , , ! ! . . . ? . 539 . 540 . ! ! , 541 . ? , , 542 : ' 543 ' . , 544 . " ( , , 545 ! ) , . 546 547 - - , - - , , 548 . - - , . 549 550 , 551 ; 552 ' . . 553 : " 554 ! 555 , 556 ! ? " , 557 , 558 . 559 560 , ' . 561 ' ; 562 . 563 : " ? ? 564 ? ? ? " 565 566 - - . . . . - - , . 567 568 ' , . , 569 570 , , . ' ; 571 , . . . . 572 " ? - ? - " 573 . 574 . , . 575 , - - . 576 , ' : - - - , 577 , - - , . . . 578 ' - . 579 580 ? 581 ? 582 , ' 583 . , . 584 , . , ' 585 , , , 586 , , 587 . - ' , 588 , , , - 589 ' 590 . 591 , . 592 593 , 594 , 595 ? 596 - - " ? " 597 598 ? 599 ' ? " 600 , 601 ? " 602 , . 603 604 . , 605 , ' : 606 607 - - ? 608 609 - - ? - - , 610 , ' . 611 612 - - , - - , . - - . 613 , 614 ' . 615 616 . " ? " 617 . , 618 619 ? 620 621 - - - - , , 622 . - - - - ? 623 624 - - , ' . 625 626 - - ' ? 627 628 , 629 , : 630 631 - - . . 632 633 : 634 635 - - . 636 637 . ' , 638 ' , 639 . ' , : 640 641 - - . 642 643 . 644 645 . , 646 . 647 648 , , 649 : , . ' 650 651 ; ' , 652 . , 653 ; . 654 655 ' , 656 ; 657 ' . , , ? 658 , . ' 659 , 660 , 661 . " 662 , ' 663 ' ' . " 664 , ' 665 , 666 . 667 668 ' , ' 669 ; ' ' , 670 . , 671 . 672 673 : - - 674 . 675 676 " ? ? , , . 677 , ' , 678 . , 679 ' , . " 680 ? 681 682 : " , , , 683 . 684 . ; 685 ' , 686 . " 687 688 : , 689 . 690 ' 691 ' ; 692 - 693 - ' 694 . 695 696 ? 697 698 , 699 . 700 701 702 , 703 : " - ' - . " 704 , . ? 705 ? 706 ' ? 707 ' 708 709 ' ' 710 . ' . 711 712 , 713 , ' 714 ' . " : 715 . - 716 - . ' 717 . . . . " ' - - ? " , , ! " 718 719 ' 720 . , , 721 , , . 722 ' . " " 723 " ? 724 , ; , 725 ; 726 , . 727 , - - . , ; 728 , . . 729 . , 730 , ' ! 731 . . 732 . . . . , ' , 733 ? - - ' , 734 . , . ! 735 . " 736 , , 737 . 738 ' , , . 739 - - 740 . ' ' . , 741 , 742 . 743 744 , ' 745 - - . , 746 , , . 747 , 748 , ' . 749 , , 750 . ' 751 , , , . 752 753 ' ; 754 . 755 ' ; , ' ' 756 , . , 757 , , 758 , 759 , ' , 760 , , 761 762 ' ' 763 . 764 , 765 . ' 766 , ' . , ' , 767 ' . , 768 ' . 769 ; 770 , ; 771 . 772 773 - - - - - - ? 774 775 - - , . 776 777 - - ? - - ' . 778 779 - - . 780 781 ; : 782 783 - - ? , . 784 785 - - . 786 787 ' ' , 788 . 789 790 - - , - - , 791 . , 792 ' . 793 ' ' 794 . 795 796 ' , 797 , ' 798 . 799 . 800 801 , , . 802 ' , . 803 , , , , 804 , , , , , 805 . 806 . , 807 , 808 , 809 ' , . 810 ' . 811 812 , ' , ' 813 ' . . 814 . 815 , 816 , . 817 ' , 818 . 819 820 . ' 821 , . 822 , . 823 824 , ; 825 826 . 827 , . 828 , , 829 ' . 830 ' 831 . 832 . ' , 833 . 834 , , . 835 , 836 ; 837 : " - , ! - " 838 839 . 840 , . 841 , , 842 ' ; . 843 , ' , 844 , 845 , , 846 . , ' , 847 ' , 848 , ' . 849 850 , , 851 . 852 , . 853 ; 854 . 855 : 856 857 - - , ' , , ? 858 859 , , : 860 861 - - , . 862 863 , , 864 . . 865 866 - - ? - - , , . 867 868 . 869 870 - - - - . . . . . 871 . . . . . . . . 872 873 , 874 ; ' : 875 876 ' . 877 878 . . 879 , . 880 881 882 883 884 . 885 886 887 . 888 889 , , : 890 . 891 892 , . . 893 894 - - , , - - , 895 - - ! , ! 896 , , , . . . . 897 . . . . 898 899 - - - - , - - , , 900 . 901 902 , 903 ; , 904 , , 905 . 906 . 907 908 , ; 909 . , 910 ' , 911 . 912 : 913 914 - - ? 915 916 - - ! - - ' . 917 918 - - , . . . . 919 920 - - ? 921 922 - - . 923 924 - - ? 925 926 - - , . . . . 927 . 928 929 , , 930 . , 931 ' ; , . 932 933 - - , ! - - . 934 935 , ' . 936 937 - - - - . 938 939 - - ! ? - - ' . 940 941 - - , - - , ; 942 ' , ' , - - . 943 944 ' , 945 , . 946 , 947 . , 948 , , , 949 . , 950 , , 951 . 952 953 - - ' ' ! - - , 954 . - - . 955 956 , , 957 ' ' . 958 959 960 ' . 961 . 962 963 - - , , - - , - - 964 . ? 965 966 - - , . 967 968 , , ; 969 , , 970 . 971 972 - - ? - - , 973 . 974 975 976 977 . 978 979 - - , , . . . . . 980 981 ' , , 982 . ' 983 , ' 984 985 . , 986 , ' . 987 , 988 . 989 990 - - . - - , 991 ' 992 . 993 994 , , 995 ' ' ; 996 ' ' . 997 , ' , , 998 , 999 , 1000