Dormii profondo, molte ore.
La luce del giorno mi trovò calmo tenuto da una strana indifferenza,
da una incuriosità inesplicabile. Nessuno era venuto a interrompermi
il sonno, dunque nulla di straordinario era accaduto. Gli avvenimenti
della vigilia mi apparivano irreali e lontanissimi. Sentivo un
distacco immenso tra me e il mio essere anteriore, tra quel che ero e
quel che ero stato. C'era una discontinuità tra il periodo passato e
il presente della mia vita psichica. E io non facevo alcuno sforzo per
raccogliermi, per comprendere il fenomeno singolare. Avevo ripugnanza
per qualunque attività; cercavo di conservarmi in quella specie
d'apatia fittizia sotto la quale giaceva il viluppo oscuro di tutte le
agitazioni trascorse; evitavo d'investigarmi, per non risvegliare
quelle cose che parevano morte, che parevano non appartenere più alla
mia esistenza reale. Somigliavo un poco a quei malati che, avendo
perduta la sensibilità d'una metà del corpo, si figurano d'avere al
loro fianco, nel loro letto, un cadavere.
Ma venne Federico a battere alla mia porta. Entrò. Che nuova mi
portava? La sua presenza mi scosse.
--Iersera non ci vedemmo--disse.--Tornai tardi. Come stai?
--Né bene né male.
--Iersera ti doleva il capo. È vero?
--Sì: per questo andai a letto presto.
--Sei un po' verde, stamani. Oh, mio Dio, quando finirà la disgrazia?
Tu non stai bene, Giuliana è sempre a letto, ho incontrata la mamma or
ora tutta sconvolta perché Raimondo stanotte ha tossito!
--Ha tossito?
--Già. Si tratta probabilmente d'un po' di raffreddore; ma la mamma,
al solito, esagera....
--È venuto il medico?
--Non ancora. Ma mi pare che tu sia peggio della mamma.
--Sai, qualunque apprensione, quando si tratta di bambini, è
giustificabile. Un nulla basta....
Egli mi guardava con i suoi limpidi occhi glauchi, e io ne avevo
sgomento e vergogna.
Quando se n'andò, balzai dal letto. Pensavo: "Dunque gli effetti
cominciano; dunque non c'è più dubbio. Ma quanto tempo ancora vivrà? È
anche possibile che non muoia.... Ah no, è impossibile che non muoia.
L'aria era gelata, mozzava il respiro." E rividi dentro di me il
bambino respirante, la piccola bocca socchiusa, la fossetta della
gola.
XLVI.
Il dottore diceva:
--Non c'è nessun motivo d'inquietudine. Si tratta d'un raffreddore
leggerissimo. I bronchi sono liberi.
Egli si chinò di nuovo sul petto denudato di Raimondo ad ascoltare.
--Manca assolutamente qualunque rumore. Potete assicurarvene voi
stesso, col vostro orecchio--soggiunse volgendosi a me.
Anch'io appoggiai l'orecchio sul fragile petto, e ne sentii il tepore
blando.
--In fatti....
E guardai mia madre che trepidava dall'altra parte della culla.
I soliti sintomi della bronchite mancavano. Il bambino era tranquillo,
aveva qualche lieve accesso di tosse a lunghi intervalli, prendeva il
latte con la frequenza consueta, dormiva d'un sonno grave ed eguale.
Io stesso, ingannato dalle apparenze, dubitavo: "Dunque il mio
tentativo è stato inutile. Pare ch'egli non debba morire. Che vita
tenace!" E mi tornò il rancore primitivo contro di lui, più acre. Il
suo aspetto calmo e roseo mi esasperò. Avevo dunque sofferto tutte
quelle angosce, m'ero esposto a quel pericolo per nulla! Si mesceva
alla mia collera sorda una specie di stupore superstizioso per la
straordinaria tenacità di quella vita: "Credo che non avrò il coraggio
di ricominciare. E allora? Sarò io la sua vittima; e non potrò
sfuggirgli." E il piccolo fantasma perverso, il fanciullo bilioso e
felino, pieno d'intelligenza e d'istinti malvagi, mi riapparve; di
nuovo mi fissò con i suoi duri occhi grigi, in atto di sfida. E le
scene terribili nell'ombra delle stanze deserte, le scene che aveva un
tempo create la mia imaginazione ostile, mi si ripresentarono; di
nuovo assunsero il rilievo, il movimento, tutti i caratteri della
realtà.
Era una giornata bianca, con un presentimento di neve. L'alcova di
Giuliana mi parve ancora un rifugio. L'intruso non doveva uscire dalla
sua stanza, non poteva venire a perseguitarmi fin là dentro. E io
m'abbandonai tutto alla mia tristezza senza nasconderla.
Pensavo, guardando la povera malata: "Ella non guarirà, non si
leverà." Le strane parole della sera innanzi mi tornavano alla
memoria, mi turbavano. Senza dubbio, l'intruso era per lei un
carnefice com'era per me. Senza dubbio, ella non poteva pensare ad
altro che a lui, morendone a poco a poco. Tutto quel peso su quel
cuore così debole!
Con la discontinuità delle imagini che si svolgono nel sogno, si
risollevavano nel mio spirito alcuni frammenti della vita passata:
ricordi d'un'altra malattia, d'una lontana convalescenza. Mi indugiai
a ricomporre quei frammenti, a ricostrurre quel periodo così dolce e
così doloroso in cui avevo gittato il seme della mia sventura. La
diffusa bianchezza della luce mi rammentava quel pomeriggio lento che
io e Giuliana avevamo passato leggendo un libro di poesia, chinandoci
insieme su la stessa pagina, seguendo con gli occhi la stessa riga. E
io rivedevo il suo indice affilato sul margine e il segno dell'unghia.
-"Accueillez la voix qui persiste
Dans son naïf épithalame.
Allez, rien n'est meilleur à l'âme
Que de faire une âme moins triste!"-
"Io le presi il polso; e chinando il capo lentamente, fino a porre le
labbra nel cavo della sua mano, mormorai:
--Tu.... potresti dimenticare?
Ella mi chiuse la bocca, e pronunziò la sua gran parola:
--Silenzio."
Rivivevo quel lembo di vita, in sensazione reale e profonda; e
continuavo, continuavo a rivivere, giungevo alla mattina della prima
levata, alla mattina terribile. Riudivo la voce ridente e interrotta;
rivedevo il gesto dell'offerta, e lei stesa nella poltrona dopo il
colpo improvviso, e il séguito. Perché la mia anima non poteva più
distaccare da sé quelle imagini? Era vano, era vano il rimpianto.
"-Troppo tardi-."
--A che pensi?--mi chiese Giuliana che forse fino allora, durante il
mio silenzio, non d'altro aveva sofferto che della mia tristezza.
Io non le nascosi il mio pensiero. Ella disse, con una voce che le
usciva dall'intimo petto fioca ma più penetrante d'un grido:
--Ah, io avevo i cieli per te nella mia anima!
Soggiunse, dopo una pausa lunga in cui ella forse aveva assorbito nel
cuore le lacrime che non apparivano:
--Ora, io non posso consolarti! Non c'è consolazione per te né per me;
non ci potrà esser mai.... Tutto è perduto.
Io dissi:
--Chi sa!
E ci guardammo; ed era manifesto che ambedue pensavamo in quel punto
alla medesima cosa: alla possibile morte di Raimondo.
Esitai un istante; e poi volli domandarle, alludendo al dialogo
avvenuto una sera sotto gli olmi:
--Hai pregato Iddio?
La voce mi tremava forte.
Ella rispose (l'udii a pena):
--Sì.
E chiuse gli occhi, e si voltò sul fianco, affondò la testa nel
guanciale, si ritrasse, si ristrinse in sé stessa sotto le coperte,
come presa da un gran freddo.
XLVII.
Verso sera andai a rivedere Raimondo. Lo trovai su le braccia di mia
madre. Mi parve un poco più pallido; ma era ancora molto tranquillo,
respirava bene, non aveva alcun segno sospetto.
--Ha dormito fino a ora!--mi disse mia madre.
--T'inquieti di questo?
--Sì, perché non ha mai dormito tanto.
Io guardavo il bambino fissamente. I suoi occhi grigi erano senza
vivezza, sotto la fronte sparsa di leggere croste biancastre. Egli
moveva di continuo le labbra, come biasciando. A un tratto, riversò un
po' di latte grumoso sul bavaglio.
--Ah, no, no, questo bambino non sta bene--esclamò mia madre, scotendo
il capo.
--Ma ha tossito?
Come per rispondermi, Raimondo si mise a tossire.
--Senti?
Era una piccola tosse fioca, non accompagnata da nessun rumore degli
organi interni. Durò pochissimo.
Io pensai: "Bisogna aspettare." Ma, come risorgeva in me il presagio
funesto, la mia avversione contro l'intruso diminuiva, si placava la
mia acredine. M'accorgevo che il mio cuore rimaneva stretto e misero,
incapace di esultanze.
Mi ricordo di quella sera come della più triste ch'io abbia mai
passata nel corso della mia sventura.
Nel dubbio che Giovanni di Scòrdio fosse pei dintorni, uscii dalla
casa, m'inoltrai pel viale dove l'avevamo incontrato io e mio fratello
quell'altra volta. Nel chiarore del crepuscolo era l'annunzio della
prima neve. Lungo la fila degli alberi si stendeva un tappeto di
foglie. I nudi rami stecchiti frastagliavano il cielo.
Guardavo innanzi a me, sperando di scorgere la figura del vecchio.
Pensavo alla tenerezza del vecchio pel suo figlioccio, a quel desolato
amore senile, a quelle grosse mani callose e rugose che avevo visto
ingentilirsi e tremare su le fasce bianche. Pensavo: "Come
piangerebbe!" Vedevo il morticino in fasce disteso su la bara tra
corone di crisantemi bianchi, tra quattro candele accese; e Giovanni
inginocchiato piangere. "Mia madre piangerà, sarà disperata. Tutta la
casa cadrà nel lutto. Il Natale sarà funebre. Che farà Giuliana quando
io comparirò sul limitare dell'alcova, a piè del letto, e le
annunzierò:--È morto--?"
Ero giunto al limite del viale. Guardai; non vidi nessuno. La campagna
s'immergeva nell'ombra, silenziosa; un fuoco rosseggiava su la
collina, in lontananza. Tornai in dietro, solo. A un tratto, qualche
cosa di bianco mi tremolò d'avanti agli occhi, si dileguò. Era la
prima neve.
E più tardi, mentre stavo al capezzale di Giuliana, riudii le
cornamuse che proseguivano la Novena, -alla medesima ora-.
XLVIII.
La sera passò, la notte passò, la mattina seguente passò. Nulla di
straordinario accadde. Ma, nella sua visita al bambino, il medico non
nascose che esisteva un catarro delle narici e dei bronchi maggiori:
un'affezione leggèra, senza importanza. M'accorsi però ch'egli voleva
dissimulare una certa inquietudine. Diede alcune istruzioni,
raccomandò la massima cautela, promise di tornare nella giornata. Mia
madre non aveva requie.
Entrando nell'alcova, io dissi a Giuliana, sotto voce, senza guardarla
in viso:
--Sta peggio.
Non parlammo più, per lungo tempo. A quando a quando io m'alzavo e
andavo alla finestra per guardare la neve. Giravo per la camera, in
preda a un'ansietà insostenibile. Giuliana teneva il capo affondato
nel guanciale, stava quasi tutta nascosta sotto le coperte. Se
m'avvicinavo, ella apriva gli occhi e mi dava uno sguardo rapido dove
io non potevo leggere.
--Hai freddo?
--Sì.
Ma la stanza era tiepida. Tornavo sempre alla finestra per guardare la
neve, la campagna imbiancata su cui continuavano a cadere i fiocchi
lenti. Erano le due dopo mezzogiorno. Che avveniva nella stanza del
bambino? Nulla di straordinario, certo, perché nessuno veniva a
chiamarmi. Ma l'ansietà mi cresceva così che risolsi di andare a
vedere. Aprii l'uscio.
--Dove vai?--mi gridò Giuliana sollevandosi sul gomito.
--Vado -di là-, un momento. Vengo subito.
Ella rimaneva sollevata sul gomito, pallidissima.
--Non vuoi?--le chiesi.
--No: resta con me.
Ella non si lasciava ricadere sul guanciale. Uno strano sbigottimento
le alterava il volto; i suoi occhi vagavano inquieti, come dietro a
qualche ombra mobile. M'avvicinai, io stesso la riadagiai supina, le
toccai la fronte, le domandai con dolcezza:
--Che hai, Giuliana?
--Non so. Ho paura....
--Di che?
--Non so. Non ne ho colpa; sono malata; sono così.
Ma i suoi occhi vagavano invece di fissarmi.
--Che cerchi? Vedi qualche cosa?
--No, nulla.
Le toccai di nuovo la fronte. Aveva il calor naturale. Ma la mia
imaginazione incominciava a turbarsi.
--Vedi, non ti lascio; resto con te.
Sedetti, aspettai. Lo stato del mio animo era una sospensione
angosciosa nell'attesa di un evento prossimo. Io ero sicuro che
qualcuno sarebbe venuto a chiamarmi. Tendevo l'orecchio a qualunque
lieve strepito. Udivo di tanto in tanto sonare nella casa i
campanelli. Udii il rumore sordo d'una vettura su la neve. Dissi:
--Forse è il medico.
Giuliana non fiatò. Aspettai. Passò un tempo indefinito. A un tratto,
udii un rumore di porte che s'aprivano, un suono di passi che
s'avvicinavano. Balzai in piedi. Giuliana si sollevò, nel tempo
medesimo.
--Che sarà?
Ma io già sapevo quel che era, io sapevo perfino le parole precise che
mi avrebbe dette la persona entrando.
Cristina entrò. Appariva stravolta ma cercava di dissimulare la sua
agitazione. Balbettò, senza avanzarsi verso di noi, rivolgendosi a me
con lo sguardo:
--Senta una parola, signore.
Uscii dall'alcova.
--Che c'è?
Sotto voce, ella aggiunse:
--Il bambino sta male. Corra.
--Giuliana, vado di là un momento. Ti lascio Cristina. Torno subito.
Uscii. Arrivai di corsa nella stanza di Raimondo.
--Ah, Tullio, il bambino muore!--gridò mia madre disperata, curva su
la culla.--Guardalo! Guardalo!
Mi curvai anch'io su la culla. Era avvenuto un cambiamento repentino,
inaspettato, inesplicabile in apparenza, spaventevole. La piccola
faccia era diventata d'un colore cinereo, le labbra s'erano
illividite, gli occhi s'erano come appassiti, appannati, spenti. La
povera creatura pareva sotto l'azione d'un veleno violento.
Mi raccontava mia madre, con la voce interrotta:
--Un'ora fa, stava quasi bene. Tossiva sì, ma non aveva altro. Mi sono
allontanata, ho lasciata qui Anna. Credevo di ritrovarlo addormentato.
Pareva che gli fosse venuto il sonno.... Torno e lo vedo in questo
stato. Sentilo: è quasi freddo!
Io gli toccai la fronte, una guancia. La temperatura della pelle era
in fatti diminuita.
--E il medico?
--Non è ancora venuto! Ho mandato a chiamarlo.
--Un uomo a cavallo ci voleva.
--Sì, è andato Ciriaco.
--A cavallo? Sei sicura? Non c'è tempo da perdere.
Non era una simulazione la mia. Ero sincero. Non potevo lasciar morire
così quell'innocente, senza soccorrerlo, senza fare un tentativo per
salvarlo. D'innanzi a quell'aspetto quasi cadaverico, mentre il mio
delitto stava per compiersi, la pietà, il rimorso, il dolore mi
afferrarono l'anima. Non ero meno smanioso di mia madre, aspettando il
medico. Sonai il campanello. Si presentò un domestico.
--È partito Ciriaco?
--Sì, signore.
--A piedi?
--No, signore; in calesse.
Federico sopraggiunse, ansante.
--Che è accaduto?
Gridò mia madre, sempre curva su la culla:
--Il bambino muore!
Federico accorse, guardò.
--Soffoca--egli disse.--Non vedete? Non respira più.
E afferrò il bambino, lo tolse dalla culla, lo sollevò, lo scosse.
--No, no! Che fai? Tu l'uccidi--gridò mia madre.
In quel punto la porta s'aprì e una voce annunziò:
--Il medico.
Entrò il dottor Jemma.
--Stavo per arrivare. Ho incontrato il calesse. Che c'è?
Senza aspettare la risposta, s'avvicinò a mio fratello che teneva
ancora su le braccia Raimondo; glie lo levò, l'esaminò, si oscurò in
viso. Disse:
--Calma! Calma! Bisogna sfasciarlo.
E lo posò sul letto della nutrice, aiutò mia madre a toglierlo dalle
fasce.
Il corpicciuolo nudo apparve. Aveva lo stesso colore cinereo del
volto. Le estremità pendevano rilasciate, flosce. La mano grassa del
medico palpò la pelle qua e là.
--Fategli qualche cosa, dottore!--supplicava mia madre.--Salvatelo!
Ma il medico pareva irresoluto. Tastò il polso, appoggiò l'orecchio
sul petto, mormorò:
--Un vizio del cuore.... Impossibile.
Domandò:
--Ma com'è sopravvenuto questo cambiamento? All'improvviso?
Mia madre volle raccontargli come, ma prima di finire scoppiò a
piangere. Il medico si risolse a far qualche tentativo. Cercò di
scuotere il torpore in cui era immerso il bambino, cercò di eccitarlo
a gridare, di produrre il vomito, di richiamare un moto respiratorio
energico. Mia madre stava a guardarlo, con gli occhi sbarrati da cui
sgorgavano le lacrime.
--Giuliana lo sa?--mi chiese mio fratello.
--No, forse no.... forse ha indovinato.... forse Cristina.... Resta
qui tu. Corro a vedere; poi torno.
Guardai il bambino tra le mani del medico, guardai mia madre; uscii
dalla stanza; corsi a Giuliana. D'innanzi alla porta mi fermai: "Che
le dirò? Le dirò il vero?" Entrai, vidi che Cristina era nel vano
della finestra; mi presentai nell'alcova, che le cortine ora
chiudevano. Ella stava rattratta sotto le coperte. Essendomi
avvicinato, m'accorsi ch'ella tremava come nel ribrezzo della febbre.
--Giuliana, vedi: sono qui.
Ella si scoperse, e volse la faccia verso di me. Mi domandò sotto
voce:
--Vieni -di là-?
--Sì.
--Dimmi tutto.
Io m'ero chinato su lei; e ci parlavamo da vicino, sommessamente.
--Sta male.
--Molto?
--Sì, molto.
--Muore?
--Chi sa! Forse.
Ella con un moto subitaneo mise fuori le braccia e mi si avviticchiò
al collo. La mia guancia premeva la sua; e io la sentivo tremare,
sentivo la gracilità di quel povero petto malato; e dentro mi
balenavano, mentre stavo così stretto da lei, visioni della stanza
lontana: vedevo gli occhi del bambino appassiti appannati opachi, le
labbra livide; vedevo scorrere le lacrime di mia madre. Nessuna gioia
era in quell'allacciamento. Il mio cuore era serrato; la mia anima era
disperata ed era -sola-, così china su l'abisso oscuro di quell'altra
anima.
XLIX.
Quando la sera cadde, Raimondo non viveva più. Tutti i segni d'una
intossicazione acuta di acido carbonico erano in quel corpicciuolo
incadaverito. La piccola faccia era livida, quasi plumbea; il naso era
affilato; le labbra avevano una cupa tinta cerulea; un po' di bianco
opaco s'intravedeva di sotto alle palpebre ancora semichiuse; su una
coscia, presso l'inguine, appariva una chiazza rossastra. Pareva che
fosse già incominciato il disfacimento, tanto era miserabile l'aspetto
di quella carne infantile che poche ore innanzi tutta rosea e tenera
le dita di mia madre avevano accarezzata.
Mi rombavano negli orecchi i gridi, i singhiozzi, le parole insensate
che mia madre proferiva mentre Federico e le donne la trasportavano
fuori.
--Nessuno lo tocchi, nessuno lo tocchi! Io voglio lavarlo, io voglio
fasciarlo.... io....
Nulla più. I gridi erano cessati. Giungeva a quando a quando uno
sbattere di usci. Ero là, solo. Anche il medico era nella stanza; ma
io ero solo. Qualche cosa di straordinario avveniva in me; ma io non
ci vedevo ancora.
--Andate--mi disse il medico, dolcemente, toccandomi una
spalla--andate via di qui. Andate.
Io fui docile; obedii. M'allontanavo per l'andito con lentezza, quando
mi sentii di nuovo toccare. Ed era Federico; e mi abbracciò. Ma io non
piansi, non provai una commozione forte, non compresi le parole
ch'egli proferiva. Udii però nominare Giuliana.
--Conducimi da Giuliana--gli dissi.
Misi il braccio sotto il suo, mi lasciai condurre come un cieco.
Quando fummo dinnanzi alla porta, gli dissi:
--Lasciami.
Egli mi strinse forte il braccio; poi mi lasciò. Entrai solo.
L.
Nella notte il silenzio della casa era sepolcrale. Un lume ardeva
nell'andito. Io camminavo verso quel lume, come un sonnambulo. Qualche
cosa di straordinario avveniva in me; ma io non ci vedevo ancora.
Mi fermai, quasi avvertito da un istinto. Un uscio era aperto: un
chiarore trapelava per la tenda abbassata. Varcai la soglia; scostai
la tenda; mi avanzai.
La culla era nel mezzo della camera, fra quattro candele accese,
parata di bianco. Mio fratello seduto da un lato, Giovanni di Scòrdio
dall'altro vegliavano. La presenza del vecchio non mi recò stupore. Mi
parve naturale ch'egli fosse là; non gli chiesi niente; non dissi
niente. Credo che un poco sorrisi a loro che mi guardavano. Non so
veramente se le mie labbra sorrisero, ma io n'ebbi intenzione come per
significare: "Non vi prendete pena di me, non cercate di consolarmi.
Vedete: io sono calmo. Possiamo tacere." Feci qualche passo; andai a
mettermi a piè della culla, tra le due candele; portai a piè della
culla la mia anima pavida umile debole, interamente orbata della sua
vista primitiva. Mio fratello e il vecchio erano ancora là, ma io ero
solo.
Il morticino era vestito di bianco: della stessa veste battesimale, o
mi parve. Il viso e le mani soltanto erano scoperti. La piccola bocca,
che col vagito aveva tante volte esasperato il mio odio, sotto il
suggello misterioso era immobile. Il silenzio medesimo che era in
quella piccola bocca era dentro di me, era intorno a me. E io
guardavo, guardavo.
Allora, dal silenzio, una gran luce si fece dentro di me, nel centro
della mia anima. -Io compresi.- La parola di mio fratello, il sorriso
del vecchio non avevano potuto rivelarmi quel che mi rivelò in un
attimo la piccola bocca muta dell'Innocente. -Io compresi-. E allora
m'assalì un terribile bisogno di confessare il mio delitto, di
palesare il mio segreto, d'affermare al conspetto di quei due
uomini:--Io l'ho ucciso.
Ambedue mi guardavano; e io m'accorsi che ambedue erano ansiosi per
me, per la mia attitudine d'innanzi al cadavere, che ambedue
aspettavano la fine di quella mia immobilità ansiosi. Dissi allora:
--Sapete voi chi ha ucciso quest'innocente?
La voce nel silenzio ebbe un suono così strano che parve
irriconoscibile anche a me medesimo; mi parve che non fosse mia. E un
terrore subitaneo m'agghiacciò il sangue, m'irrigidì la lingua,
m'oscurò la vista. E mi misi a tremare. E sentii che mio fratello mi
sorreggeva, mi toccava la fronte. Avevo negli orecchi un rombo così
forte che le sue parole mi giungevano indistinte, interrotte. Compresi
ch'egli mi credeva perturbato da un parosismo febrile e che cercava di
condurmi via. Mi lasciai condurre.
Mi condusse alla mia stanza sorreggendomi. Il terrore mi teneva
ancora. Vedendo una candela che ardeva sola su un tavolo, trasalii.
Non mi ricordavo d'averla lasciata accesa.
--Spògliati, mettiti a letto--mi disse Federico, traendomi con
tenerezza per le mani.
Mi fece sedere sul letto, mi toccò di nuovo la fronte.
--Senti? La febbre ti cresce. Cominciati a spogliare. Su, via!
Con una tenerezza che mi ricordava quella di mia madre, egli mi
aiutava a svestirmi. Mi aiutò a coricarmi. Seduto al mio capezzale, mi
toccava a quando a quando la fronte per sentire la mia febbre; mi
domandava, sentendomi ancora tremare:
--Hai molto freddo? Non ti cessano i brividi? Vuoi che ti copra
meglio? Hai sete?
Io consideravo, rabbrividendo: "Se avessi parlato! Se avessi potuto
continuare! Sono stato proprio io, con le mie labbra, che ho pronunziato
quelle parole? Sono stato proprio io? E se Federico, ripensando,
riflettendo, fosse preso da un dubbio? Ho domandato:--Sapete voi chi ha
ucciso quest'innocente?--e null'altro. Ma non avevo io l'aspetto d'un
assassino confesso? Ripensando, Federico dovrà certo chiedersi:--Che
voleva egli intendere? Contro chi andava la sua strana accusa?--E la mia
esaltazione gli sembrerà oscura. Il medico!.... Bisognerebbe ch'egli
pensasse:--Ha voluto alludere al medico, forse.--E bisognerebbe ch'egli
avesse qualche altra prova della mia esaltazione, ch'egli seguitasse a
credermi perturbato dalla febbre, in uno stato di delirio intermittente."
Mentre così ragionavo, imagini rapide e lucide mi attraversavano lo
spirito e avevano un'evidenza di cose reali, tangibili: "Ho la febbre, e
alta. Se sopravvenisse il vero delirio e inconscio io rivelassi il
segreto!" Mi sorvegliavo con un'ansietà paurosa. Dissi:
--Il medico, il medico.... non ha saputo....
Mio fratello si chinò su di me, mi toccò di nuovo, inquietamente,
sospirando.
--Non ti tormentare, Tullio. Càlmati.
E andò a bagnare una pezzuola nell'acqua fredda, me la mise su la
fronte che ardeva.
Il passaggio delle imagini rapide e lucide continuava. Rivedevo, con
una terribile intensità di visione, l'agonia del bambino.--Era là
agonizzante, nella culla. Aveva il viso cinereo, d'un colore così
smorto che su i sopraccigli le croste del lattime parevano gialle. Il
suo labbro inferiore depresso non si vedeva più. Di tratto in tratto
egli sollevava le palpebre divenute un po' violette e sembrava che le
iridi vi aderissero perché le seguivano nel sollevarsi e vi si
perdevano sotto mentre appariva il bianco opaco. Il rantolo fioco di
tratto in tratto cessava. A un certo punto, il medico diceva, come per
un ultimo tentativo:
--Su, su, trasportiamo la culla vicino alla finestra, alla luce.
Largo, largo! Il bambino ha bisogno di aria. Largo!
Io e mio fratello trasportavamo la culla che pareva una bara. Ma alla
luce lo spettacolo era più atroce: a quella fredda luce candida della
neve diffusa. E mia madre:
--Ecco muore! Vedete, vedete: muore! Sentite: non ha più polso.
E il medico:
--No, no. Respira. Finché c'è fiato, c'è speranza. Coraggio!
E introduceva tra le labbra livide del morente un cucchiaino d'etere.
Dopo qualche attimo, il morente riapriva gli occhi, torceva in alto le
pupille, metteva un vagito fioco. Avveniva una leggera mutazione nel
suo colore. Le sue narici palpitavano.
E il medico:
--Non vedete? Respira. Fino all'ultimo non bisogna disperare.
Ed agitava l'aria su la culla con un ventaglio: poi premeva con un
dito il mento del bambino per abbassargli il labbro, per aprirgli la
bocca. La lingua, che era aderente al palato, si abbassava come una
valvoletta; e io intravedevo i fili del muco che si distendevano tra
il palato e la lingua, la materia biancastra accumulata nel fondo. Un
moto convulso rialzava verso il viso quelle piccole piccole mani
divenute violette specialmente nella palma, nelle piegature delle
falangi, nelle unghie; quelle mani già incadaverite che mia madre
toccava ad ogni momento. Nella destra il mignolo stava sempre discosto
dalle altre dita e aveva un lieve tremito all'aria; e nulla era più
straziante.
Federico cercava di persuadere mia madre a uscire dalla stanza. Ma
ella si chinava sul viso di Raimondo, fin quasi a toccarlo; spiava
ogni segno. Una delle sue lacrime cadeva sul capo adorato. Ella subito
l'asciugava col fazzoletto, ma s'accorgeva che nel cranio la
fontanella s'era abbassata, era divenuta cava.
--Guardate, dottore!--gridava esterrefatta.
E i miei occhi si fissavano su quel cranio molle, sparso di crosta
lattea, giallognolo, simile a un pezzo di cera segnata nel mezzo da un
incavo. Tutte le suture erano visibili. La vena temporale, cerulea, si
perdeva sotto la crosta.
--Guardate! Guardate!
La lieve reviviscenza fittizia provocata dall'etere si spegneva. Il
rantolo aveva ora un suono particolare. Le manine cadevano lungo i
fianchi, inerti; il mento si faceva più depresso; la fontanella si
faceva più profonda, senza alcun palpito. E a un tratto il morente
dava segno d'uno sforzo; il dottore subito gli sollevava il capo. E
usciva dalla boccuccia paonazza un po' di liquido biancastro. Ma nello
sforzo del vomito la pelle della fronte tendendosi, apparivano a
traverso la cute le macchie scure della stasi. Mia madre gittava un
grido.
--Andiamo, andiamo. Vieni via con me--le ripeteva mio fratello,
tentando di trascinarla.
--No, no, no.
E il medico dava un altro cucchiaino di etere. E l'agonia si
prolungava, e lo strazio si prolungava. Le manine si risollevavano
ancora, le dita si movevano vagamente; tra le palpebre socchiuse le
iridi apparivano e sparivano ritraendosi come due fiorellini
appassiti, come due piccole corolle che si richiudessero flosce
raggrinzandosi.
Cadeva la sera, innanzi all'agonia dell'Innocente. Su i vetri della
finestra era come un chiarore d'alba; ed era l'alba che saliva dalla
neve in contro alle ombre.
--È morto? È morto?--gridava mia madre, non udendo più il rantolo,
vedendo apparire intorno al naso un lividore.
--No, no; respira.
Avevano accesa una candela; e la reggeva una delle donne; e la
fiammella gialla oscillava a piè della culla. Mia madre subitamente
scopriva il corpicciuolo per palparlo.
--È freddo, tutto freddo!
Le gambe s'erano affloscite, i piedini erano diventati paonazzi. Nulla
era più miserevole di quello straccetto di carne morta, d'avanti a
quella finestra su cui cadeva l'ombra, al lume di quella candela.
Ma ancora un suono indescrivibile, che non era un vagito né un grido
né un rantolo, esciva dalla boccuccia quasi cerulea, insieme con un
po' di bava bianchiccia. E mia madre, come una pazza, si gittava sul
morticino.--
Così rivedevo tutto, a occhi chiusi; aprivo gli occhi, e rivedevo
tutto ancora, con una intensità incredibile.
--Quella candela! Leva quella candela!--gridai a Federico,
sollevandomi sul letto, atterrito dalla mobilità della fiammella
pallida.--Leva quella candela!
Federico andò a prenderla, andò a metterla dietro un paravento. Poi
tornò al mio capezzale; mi fece ricoricare; mi mutò la pezzuola fredda
su la fronte.
E a quando a quando, nel silenzio, udivo il suo sospiro.
LI.
Il giorno dopo, se bene io fossi in uno stato di estrema debolezza e
di stupore, volli assistere alla benedizione del parroco, al
trasporto, a tutto il rito.
Il cadaverino era già chiuso in una cassetta bianca, ricoperta da un
cristallo. Aveva su la fronte una corona di crisantemi bianchi, aveva
un crisantemo bianco tra le mani congiunte, ma nulla eguagliava la
bianchezza cerea di quelle mani esigue ove soltanto le unghie erano
rimaste violette.
Eravamo presenti io e Federico e Giovanni di Scòrdio e alcuni
famigliari. I quattro ceri ardevano lacrimando. Entrò il prete con la
stola bianca, seguito dai chierici che portavano l'aspersorio e la
croce senz'asta. Tutti c'inginocchiammo. Il prete asperse d'acqua
benedetta il feretro dicendo:
---Sit nomen Domini....-
Poi recitò il salmo:
---Laudate pueri Dominum....-
Federico e Giovanni di Scòrdio si sollevarono, presero la bara. Pietro
apriva d'innanzi a loro le porte. Io li seguivo. Dietro di me venivano
il prete, i chierici, quattro familiari con i ceri accesi. Passando
per gli anditi silenziosi, giungemmo alla cappella, mentre il prete
recitava il salmo:
---Beati immaculati....-
Come la bara fu dentro la cappella, il prete disse:
---Hic accipiet benedictionem a Domino....-
Federico e il vecchio deposero la bara sul piccolo catafalco, in mezzo
alla cappella. Tutti c'inginocchiammo. Il prete recitò altri salmi.
Quindi fece l'invocazione perché l'anima dell'Innocente fosse chiamata
al cielo. Quindi asperse di nuovo la bara con acqua benedetta. Uscì,
seguito dai chierici.
Allora ci sollevammo. Tutto era già pronto per la sepoltura. Giovanni
di Scòrdio prese la cassa leggiera su le sue braccia; e i suoi occhi
si fissarono sul cristallo. Federico scese pel primo nel sotterraneo,
dietro di lui scese il vecchio portando la cassa; poi scesi io con un
familiare. Nessuno parlava.
La camera sepolcrale era ampia, tutta di pietra grigia. Nelle pareti
erano scavate le nicchie, talune già chiuse da lapidi, altre aperte,
profonde, occupate dall'ombra, aspettanti. Da un arco pendevano tre
lampade, nutrite d'olio d'oliva; e ardevano quiete nell'aria umida e
grave, con fiammelle tenui ed inestinguibili.
Mio fratello disse:
--Qui.
E indicò una nicchia che si apriva sotto un'altra già chiusa da una
lapide. Su quella lapide era inciso il nome di Costanza; e vagamente
le lettere rilucevano.
Allora Giovanni di Scòrdio tese le braccia su cui posava la cassa,
perché noi guardassimo ancora una volta il morticino. E noi guardammo.
A traverso il cristallo quel piccolo viso livido, quelle piccole mani
congiunte, e quella veste e quei crisantemi e tutte quelle cose
bianche parevano indefinitamente lontani, intangibili, quasi che il
coperchio diafano di quella cassa su le braccia di quel gran vecchio
lasciasse intravedere come per uno spiracolo un lembo d'un mistero
soprannaturale tremendo e dolce.
Nessuno parlava. Quasi pareva che nessuno respirasse più.
Il vecchio si volse alla nicchia mortuaria, si curvò, depose la cassa,
la spinse adagio verso il fondo. Poi s'inginocchiò e rimase per alcuni
minuti immobile.
Vagamente biancheggiava al fondo la cassa deposta. Sotto le lampade la
canizie del vecchio era luminosa, così china sul limitare dell'Ombra.
-Convento di Santa Maggiore.
Francavilla al mare: Aprile--luglio 1891.-
FINE.
NOTA DEL TRASCRITTORE:
Nel libro viene usato l'accento acuto sulla e finale, in contrasto
colla prassi dell'epoca. In alcune pagine il tipografo si è confuso ed
ha usato la prassi corrente ("perchè") o ha ecceduto, usando É come
terza persona del verbo essere. Tali errori sono stati conservati
senza menzione.
Alcuni refusi sono stati corretti, anche in conformità delle altre
occorrenze:
ORIGINALECORREZIONE
di grazia feminiledi grazia femminile
intrapresa? Se Giuliana intrapresa? "Se Giuliana
"Perché poggiare tutto l'edifizioPerché poggiare tutto l'edifizio
le immagini truci le imagini truci
Bignava palesare tutto, Bisognava palesare tutto,
Ah, ma la notte che viene --Ah, ma la notte che viene
ed occcupò tutto il campo ed occupò tutto il campo
la femina di Montegorgo la femmina di Montegorgo
--Quando se n'andò, Quando se n'andò,
in generale:
cosi così
Cosi Così
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