La Gioconda
Gabriele d'Annunzio
Nota del trascrittore:
Le indicazioni di scena sono comprese tra i caratteri =.
Gabriele d'Annunzio
LA GIOCONDA
TRAGEDIA
-Cosa bella mortal passa, e non d'arte.-
LEONARDO DA VINCI.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
31.º migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.-
È assolutamente proibito di rappresentare questo lavoro senza il
consenso per iscritto dell'Autore. (-Articolo 14 del Testo unico,
17 settembre 1882-).
-Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non
porti il timbro a secco dell'autore.-
Milano, Tip. Treves--1922.
* * *
PER ELEONORA DUSE
DALLE BELLE MANI.
* * *
DRAMATIS PERSONAE.
LUCIO SETTALA.
LORENZO GADDI.
COSIMO DALBO.
SILVIA SETTALA.
FRANCESCA DONI.
GIOCONDA DIANTI.
LA PICCOLA BEATA.
LA SIRENETTA.
A Firenze e su la marina di Pisa, nel tempo nostro.
ATTO PRIMO.
=Una stanza quadrata e calma, ove la disposizione di tutte le cose rivela
la ricerca di un'armonia singolare, indica il segreto di una rispondenza
profonda tra le linee visibili e la qualità dell'anima abitatrice che le
scelse e le ama. Tutto intorno sembra ordinato dalle mani di una Grazia
pensierosa. L'imagine di una vita dolce e raccolta si genera
dall'aspetto del luogo.
Due grandi finestre sono aperte sul giardino sottostante; pel vano di
una si scorge sul campo sereno del cielo il poggio di San Miniato, e la
sua chiara basilica, e il Convento, e la chiesa del Cronaca, "la Bella
Villanella", il più puro vaso della semplicità francescana.
Una porta mette nell'appartamento interno; un'altra conduce all'uscita.
È il pomeriggio. Per entrambe le finestre entrano il lume, il fiato e la
melodia di Aprile.=
SCENA PRIMA.
=Appariscono su la soglia della prima porta SILVIA SETTALA e LORENZO
GADDI il vecchio, avanzandosi l'una a fianco dell'altro, entrando
insieme nella freschezza primaverile.=
SILVIA SETTALA.
Ah, sia benedetta la vita! Per aver sempre tenuta accesa una speranza,
oggi io posso benedire la vita.
LORENZO GADDI.
La vita nuova, cara Silvia, buona creatura coraggiosa, così buona e
così forte! La tempesta è passata. Ecco che Lucio ritorna a voi, pieno
di riconoscenza e di tenerezza, dopo tanto male. Sembra ch'egli rinasca.
Dianzi aveva gli occhi d'un bambino.
SILVIA SETTALA.
Egli ritrova tutta la sua bontà, quando voi gli siete accanto. Quando vi
dice Maestro, la sua voce si fa così affettuosa che il vostro gran cuore
paterno ne deve palpitare.
LORENZO GADDI.
Dianzi aveva gli occhi medesimi che gli vidi quando venne a me la prima
volta e io gli misi la creta fra le mani. I suoi occhi erano attoniti e
dolci; ma fin da quel tempo il suo pollice era energico e rivelatore.
Conservo il suo primo abbozzo. Pensai di offrirvelo in dono il giorno
degli sponsali. Ve lo darò per augurio della nuova felicità.
SILVIA SETTALA.
Grazie, maestro.
LORENZO GADDI.
È una testa di donna coronata di lauro. Mi ricordo: era là una piccola
modella mediocre. Lavorando, egli la guardava di rado. Talvolta pareva
assorto, e talvolta ansioso. Gli uscì dalle mani una specie di maschera
confusa, in cui s'intravedeva non so qual lineamento eroico. Rimase per
qualche minuto perplesso e scoraggiato, e quasi vergognoso, dinanzi alla
sua opera, non osando volgersi a me. Ma subitamente, prima di
tralasciare, con pochi tocchi segnò intorno alla testa una corona di
lauro. Quanto mi piacque! Egli volle coronare nella creta il suo sogno
inespresso. La fine della sua giornata fu un atto d'orgoglio e di fede.
Lo amai da quell'istante, per quella corona. Io vi darò l'abbozzo.
Forse, guardandolo con attenzione, saprete scoprirvi il volto ardente di
Saffo, quella figura ideale che qualche anno dopo egli seppe condurre
alla perfezione di un capolavoro.
SILVIA SETTALA, =che ascolta avidamente.=
Sedete, sedete, maestro; rimanete ancora un poco: vi prego! Sedete qui,
accanto alla finestra. Rimanete ancora qualche minuto! Io ho mille cose
da dirvi, e non saprò dirvene una. Vorrei vincere questo tremito
continuo che mi tiene.... Bisogna comprendere....
LORENZO GADDI.
La gioia vi fa tremare?
=Egli siede presso la finestra.= SILVIA, =poggiata le reni al davanzale,
rimane volta verse di lui; e il suo viso campeggia nell'aria cerulea
dove sfonda il bel poggio religioso.=
SILVIA SETTALA.
Non so se sia la gioia.... A volte tutto quel che fu, tutto il male,
tutto il dolore, e perfino il sangue, e perfino la cicatrice, tutto
dilegua, scompare, è cancellato dall'oblio, è nulla. A volte tutto quel
che fu, tutto l'orribile peso della memoria, si addensa, si aggrava, si
fa compatto e opaco e duro come una muraglia, come una roccia che io non
debba sormontare giammai.... Dianzi, quando voi parlavate, quando mi
avete offerto quel dono inatteso, pensavo: "Ecco, ora prenderò nelle mie
mani quel dono, quel pezzo di creta dove egli gettò il primo seme del
suo sogno come in una zolla feconda; io lo prenderò nelle mie mani,
andrò verso di lui sorridendo, portandogli intatta la parte migliore
della sua anima e della sua vita; ed io non parlerò, ed egli riconoscerà
in me la custode di tutto il suo bene, e mai più egli vorrà partirsi da
me, e noi saremo giovini ancora, saremo giovini ancora!" Così pensavo; e
il pensiero e l'atto si confondevano con una facilità incredibile. Le
vostre parole trasfiguravano il mondo.... Poi, ecco, un soffio passa, un
alito, il più tenue fiato, un nulla, e travolge ogni cosa, e distrugge
ogni illusione; e l'ansietà ritorna, e il timore, e il tremito.... Oh
aprile!
=Subitamente ella si volge alla luce, con un largo sospiro.=
Come turba quest'aria, che pure è così limpida! Tutte le speranze e
tutte le disperazioni passano nel vento con la polvere dei fiori.
=Ella si sporge dal davanzale chiamando.=
Beata! Beata!
LORENZO GADDI.
La piccola è nel giardino?
SILVIA SETTALA.
E là, che corre tra i rosai. È folle d'allegrezza.--Beata!--S'è nascosta
dietro una siepe, la monella. E ride. L'udite ridere? Ah, quando ella
ride, io so quale sia la gioia dei fiori che si riempiono di rugiada
fino all'orlo del calice. Così il suo riso fresco mi colma il cuore.
LORENZO GADDI.
Forse anche Lucio l'ascolta, e ne è consolato.
SILVIA SETTALA, =grave e trepida, chinandosi verso il maestro,
prendendogli una mano.=
Voi credete dunque ch'egli sia guarito veramente.... d'ogni piaga?
Credete ch'egli ritorni a me con tutta l'anima sua? Avete sentito
questo, vedendolo, parlandogli? Questo vi dice il cuore?
LORENZO GADDI.
M'è parso, dianzi, ch'egli avesse l'aspetto dell'uomo che ricomincia a
vivere con un senso nuovo della vita. Colui che ha veduto il volto
della morte non può non aver veduto in un baleno anche quello della
verità. I suoi occhi sono sbendati. Egli vi riconosce intera.
SILVIA SETTALA.
Maestro, maestro, se voi v'ingannaste, se la speranza fosse vana, che
sarebbe di me? Ho consumato tutte le forze.
LORENZO GADDI.
E di che temete omai?
SILVIA SETTALA.
Egli ha voluto morire; ma l'-altra-.... l'-altra- vive, e la so
implacabile.
LORENZO GADDI.
E che potrebbe ella omai?
SILVIA SETTALA.
Tutto potrebbe, s'ella fosse ancora amata.
LORENZO GADDI.
Ancora amata? Oltre la morte?
SILVIA SETTALA.
Oltre la morte. Ah, comprendete la mia angoscia! Per lei egli ha voluto
morire, in un'ora di delirio e di furore. Pensate quanto egli dovesse
amarla se il pensiero di me, se il pensiero di Beata non l'ha
trattenuto.... Egli era dunque, nell'ora terribile, tutto intero la
preda di lei sola; egli era al culmine della sua febbre e del suo
spasimo, e il resto del mondo era abolito. Pensate quanto egli dovesse
amarla!
=La voce della donna è sommessa ma lacerante. Il vecchio china il capo.=
Ora, chi può dire quel che sia accaduto in lui, dopo il colpo, quando il
buio della morte è passato su la sua anima? S'è egli risvegliato
immemore? Vede egli un abisso tra la sua vita che si rinnovella e la
parte di sè che è rimasta di là da quel buio? Oppure.... oppure
l'Imagine è risorta dal profondo, e rimane su l'ombra per sempre,
dominatrice, con un rilievo indistruttibile? Dite!
LORENZO GADDI, =perplesso.=
Chi può dire?
SILVIA SETTALA, =con un accento di dolore.=
Ah, ora voi stesso non osate più consolarmi! Dunque, è così? Non v'è
riparo?
LORENZO GADDI, =prendendole le mani.=
No, no, Silvia.... Io intendeva:--chi può dire quali mutamenti porti in
una natura come la sua una forza tanto misteriosa? Tutto annunzia in lui
l'apparizione di un nuovo bene. Guardatelo quando sorride. Dianzi, là,
prima che voi vi allontanaste per accompagnarmi fuori, quando vi ha
baciato queste care mani, non avete sentito che tutto il suo cuore si
struggeva di tenerezza e di umiltà?
SILVIA SETTALA, =accesa il volto da una tenue fiamma.=
Sì, è vero.
LORENZO GADDI, =guardandole le mani.=
Care, care mani, coraggiose e belle, sicure e belle! Sono d'una
straordinaria bellezza le vostre mani, Silvia. Se troppe volte il dolore
ve le ha congiunte, anche ve le ha sublimate, le ha rese perfette. Sono
perfette. Ricordate la donna del Verrocchio, la donna dal mazzolino,
quella dai capelli a grappoli? Ah, è là!
=Egli s'accorge, dallo sguardo e dal sorriso di= SILVIA,
=che una copia del busto è posata su un piccolo armario in un angolo
della stanza.=
Voi avete dunque già riconosciuta la parentela. Quelle due mani sembrano
consanguinee delle vostre, sono della medesima essenza. Vivono, è vero?,
d'una vita così luminosa che il resto della figura n'è oscurato.
SILVIA SETTALA, =sorridendo.=
Oh anima sempre giovine!
LORENZO GADDI.
Quando Lucio riprenderà il suo lavoro, dovrà il primo giorno modellare
le vostre mani. Io ho un pezzo di marmo antico, trovato negli Orti
Oricellari. Glie lo darò, perchè le scolpisca in quello e poi le
sospenda come un -ex-voto-.
SILVIA SETTALA, =a cui passa un'ombra su la fronte.=
Credete ch'egli riprenderà presto il suo lavoro? Lo desidera? Ve ne ha
parlato?
LORENZO GADDI.
Sì, dianzi, quando voi non eravate là.
SILVIA SETTALA.
Che vi diceva?
LORENZO GADDI.
Cose vaghe e deliziose, imaginazioni di convalescente. Le conosco. Sono
stato anch'io malato. Ora gli sembra d'avere smarrito l'arte sua, di
non aver più alcuna potenza, d'essere divenuto estraneo alla bellezza.
Ora invece gli sembra che i suoi pollici abbiano assunto una virtù
magica e che a un semplice tocco le forme debbano escirgli dalla creta
con la facilità dei sogni.... Ha qualche inquietudine per l'abbandono in
cui crede sia rimasto il suo studio, laggiù, sul Mugnone. Mi ha pregato
d'andare a vedere.... Avete voi la chiave?
SILVIA SETTALA, =turbata.=
C'è il custode.
LORENZO GADDI.
Non siete più stata laggiù, da quando?
SILVIA SETTALA.
Da quando -la cosa- incominciò.... Non ho ancora avuto il cuore di
rientrarvi. Credo che vedrei da per tutto le macchie di sangue e
troverei da per tutto le tracce di colei.... Ella è ancora padrona
laggiù. Quel luogo è ancora il suo dominio.
LORENZO GADDI.
Il dominio di una statua.
SILVIA SETTALA.
No, no.... Non sapete che una chiave è rimasta nelle sue mani? Ella
entra là, ancora come una padrona.... Ah, ve l'ho detto, ve l'ho detto:
ella vive, ed è implacabile.
LORENZO GADDI.
Siete sicura ch'ella sia rientrata là, dopo quel che è accaduto?
SILVIA SETTALA.
Sono sicura. La sua audacia non ha limiti. Ella è senza pietà e senza
vergogna.
LORENZO GADDI.
Ed egli, Lucio, lo sa?
SILVIA SETTALA.
Non lo sa. Ma, certo, egli lo saprà, o prima o poi. Ella troverà il modo
ch'egli lo sappia.
LORENZO GADDI.
Ma perchè questo?
SILVIA SETTALA.
Perchè ella è implacabile, perchè non rinunzia alle sue prede.
=Una pausa. Il vecchio è pensoso. La voce della donna si fa tremante e
roca.=
E la statua.... la Sfinge.... l'avete voi veduta?
LORENZO GADDI, =dopo avere un poco esitato.=
Sì, l'ho veduta.
SILVIA SETTALA.
Fu egli che ve la mostrò?
LORENZO GADDI.
Sì, un giorno dell'ottobre scorso. L'aveva finita allora.
=Una pausa.=
SILVIA SETTALA, =con la voce che le trema e le manca.=
È meravigliosa; è vero? Dite!
LORENZO GADDI.
Sì, è bellissima.
SILVIA SETTALA.
Per l'eternità!
=Una pausa, grave di mille cose indefinite e tuttavia ineluttabili.=
LA VOCE DI BEATA, =dal fondo del giardino.=
Mamma! Mamma!
LORENZO GADDI.
La piccola vi chiama.
SILVIA SETTALA, =scotendosi, sporgendosi dal davanzale.=
Beata!... Ah, ecco: mia sorella Francesca traversa il giardino; vienesu,
con Cosimo Dalbo. Sapete? Cosimo è tornato dal Cairo; è arrivato iersera
a Firenze. Lucio sarà molto contento di rivederlo.
LORENZO GADDI, =levandosi per accomiatarsi.=
Dunque addio, cara Silvia: forse a domani.
SILVIA SETTALA.
Rimanete ancora un poco! Mia sorella vorrà vedervi.
LORENZO GADDI.
Bisogna ch'io vada. Sono già in ritardo.
SILVIA SETTALA.
Quando avrò il dono che mi avete promesso?
LORENZO GADDI.
Forse domani.
SILVIA SETTALA.
Senza forse, senza forse. Vi aspetto. Bisogna che voi veniate spesso
qui, tutti i giorni. La vostra presenza è un gran bene. Non mi
abbandonate! Confido in voi, maestro. Ricordatevi che una minaccia è
ancora sul mio capo.
LORENZO GADDI.
Non temete. In alto il cuore!
SILVIA SETTALA, =volgendosi alla porta.=
Ecco Francesca.
SCENA SECONDA.
=Entra= FRANCESCA DONI =e s'avanza verso la sorella per
abbracciarla.= COSIMO DALBO, =che la segue, saluta=
LORENZO GADDI =che è sul punto di uscire.=
FRANCESCA DONI.
Vedi chi ti conduco? Ci siamo incontrati davanti al cancello. Salute,
maestro. Ve ne andate quando io entro?
=Ella saluta il vecchio.=
SILVIA SETTALA, =tendendo la mano al giovine cordialmente.=
Bentornato, Dalbo. Vi aspettavamo. Lucio è impaziente di rivedervi.
COSIMO DALBO, =con sollecitudine affettuosa.=
Come sta, ora? S'è levato? È guarito?
SILVIA SETTALA.
È in convalescenza: un poco debole ancora; ma di giorno in giorno va
riacquistando le forze. La ferita è interamente chiusa. Lo vedrete
subito. Ha la visita del medico; vado ad annunziarvi. Sarà una grande
gioia per lui. Mi ha già chiesto di voi più volte, nella giornata. È
impaziente.
=Ella si volge a= LORENZO GADDI.
A domani, dunque.
=Esce con un passo vivo e leggero. La sorella, il maestro e l'amico la
seguono con gli occhi fino alla soglia.=
FRANCESCA DONI, =con un sorriso carezzevole.=
Povera Silvia! Sembra, da qualche giorno, che abbia le ali. Quando la
guardo, in certi momenti, mi sembra che stia per spiccare il volo verso
la felicità. E nessuno più di lei merita d'esser felice; non è vero,
maestro? Voi la conoscete.
LORENZO GADDI.
Sì, ella è veramente quale i vostri occhi di sorella la vedono. Esce dal
suo martirio alata. V'è in lei una specie di fremito incessante. Lo
sentivo dianzi, mentre le stavo vicino. Ella è veramente nello stato di
grazia. Non v'è altezza ch'ella non potrebbe raggiungere. Lucio ha nelle
sue mani una vita di fiamma, una forza infinita.
FRANCESCA DONI.
Siete stato a lungo con lui, oggi?
LORENZO GADDI.
Sì, qualche ora.
FRANCESCA DONI.
Come lo avete trovato?
LORENZO GADDI.
Traboccante di dolcezza e smarrito. Voi lo vedrete fra poco, Dalbo. La
sua sensibilità è pericolosa. Le persone che lo amano possono fargli
molto bene e molto male. Una parola lo agita e lo sconvolge. Siate
attento ad ogni vostra parola, voi che lo amate. A rivederci. Bisogna
che io vada.
=Si accomiata dai due, per uscire.=
FRANCESCA DONI.
A rivederci, maestro. Forse domani vi rivedrò qui. Spero. Voi avete
orrore delle mie scale!
=Ella accompagna il vecchio sino alla porta; quindi torna verso l'amico.=
Che fuoco d'intelligenza e di bontà, in quel vecchio! Quando egli entra
in una stanza, sembra che porti un conforto per tutti. Chi è triste si
solleva e chi è lieto s'infèrvora.
COSIMO DALBO.
È un animatore; appartiene alla più nobile casta degli uomini. La sua
opera è una continua esaltazione della vita: è il continuo sforzo di
comunicare una scintilla, tanto alle sue statue quanto alle creature che
egli incontra nel suo cammino. Lorenzo Gaddi mi par degno d'una gloria
ben più alta di quella che gli concedono i suoi contemporanei.
FRANCESCA DONI.
È vero, è vero. Se sapeste di che energia e di che delicatezza ci ha
dato prova, in questa orribile sventura! Quando la cosa avvenne, mia
sorella non era qui: era da nostra madre, a Pisa, con Beata. La cosa
avvenne nello studio, là, sul Mugnone, verso sera. Soltanto il custode
udì il colpo. Com'ebbe scoperta la verità, per istinto corse ad
avvertire Lorenzo Gaddi prima d'ogni altro. Nell'angoscia e nell'orrore
di quella sera d'inverno, tra la confusione e l'incertezza, egli solo
non si perse mai d'animo, non ebbe mai un attimo di esitanza. Conservò
sempre una strana lucidità da cui tutti fummo dominati. Egli solo
disponeva: tutti obbedivamo. Fu egli che volle trasportato il povero
Lucio qui nella casa, moribondo. I medici disperavano della salvezza.
Egli solo ripeteva, con una fede ostinata: "No, non morrà, non morrà,
non può morire." Io gli credetti. Ah che notte eroica, Dalbo! E poi
l'arrivo di Silvia, l'annunzio ch'egli stesso le diede, il divieto
ch'egli le fece di entrare nella stanza dove un soffio poteva spegnere
quel barlume di vita; e la forza di lei, l'incredibile resistenza di lei
alla veglia e al disagio per intere settimane, la vigilanza fiera e
silenziosa con cui ella custodiva la soglia come per impedire il
passaggio alla morte....
COSIMO DALBO.
E io ero lontano, inconsapevole di tutto, a bearmi d'ozio in una barca
sul Nilo! Eppure una specie di presentimento mi pungeva, prima di
partire. Per ciò io tentai ogni mezzo di persuadere Lucio ad
accompagnarmi nel viaggio che in altri tempi avevamo sognato insieme.
Egli aveva finito in quei giorni la sua statua; e io pensavo che nel
marmo stupendo fosse la sua liberazione. Mi rispose: "Non ancora!" E,
qualche mese dopo, doveva cercarla nella morte. Ah se io non fossi
partito, se fossi rimasto al suo fianco, se fossi stato più fedele, se
avessi saputo difenderlo contro la nemica, nulla sarebbe forse avvenuto!
FRANCESCA DONI.
Non bisogna rammaricarsi, se da tanto male può venir qualche bene. Chi
sa in quale tristezza disperata mia sorella si sarebbe consunta, se il
fatto violento non l'avesse riunita a Lucio d'improvviso! Ma non
crediate che la nemica abbia deposto le armi. Ella non abbandona il
campo....
COSIMO DALBO.
Che? Gioconda Dianti....
FRANCESCA DONI, =facendo il segno del silenzio, abbassando la voce.=
Non dite quel nome!
SCENA TERZA.
=Appare su la soglia= LUCIO SETTALA =appoggiato al braccio di=
SILVIA, =pallido e scarno, con gli occhi straordinariamente ingranditi
dalla sofferenza, con un sorriso tenue e dolce che affina la sua bocca
voluttuosa.=
LUCIO SETTALA.
Cosimo!
COSIMO DALBO, =volgendosi, accorrendo.=
Oh Lucio, caro, caro amico!
=Egli prende il convalescente fra le sue braccia; mentre= SILVIA
=si trae in disparte, si avvicina alla sorella ed esce con lei, piano,
soffermandosi a guardare l'amato prima di scomparire.=
Tu sei guarito; è vero? Tu non soffri più; è vero? Ti trovo un po'
pallido, un po' dimagrato, ma non troppo.... Hai l'aria che avevi certe
volte uscendo da un periodo di lavoro febrile, quando rimanevi dodici
ore al giorno dinanzi alla tua creta, divorato dalla grande fiamma. Ti
ricordi?
LUCIO SETTALA, =smarrito, girando lo sguardo per vedere se Silvia sia
ancora nella stanza.=
Sì, sì....
COSIMO DALBO.
Anche allora gli occhi ti s'ingrandivano....
LUCIO SETTALA, =con una inquietudine indefinibile, quasi infantile.=
E Silvia? Dov'è andata Silvia? Non era qui anche Francesca?
COSIMO DALBO.
Ci hanno lasciati soli.
LUCIO SETTALA.
Perchè? Ella crede, forse.... No, io no ti dirò nulla, io non so più
nulla. Tu sai, forse. Io no; non mi ricordo, non voglio ricordarmi
più.... Dimmi di te! Dimmi di te! È bello il Deserto?
=Egli parla in una maniera singolare, come trasognando, con un misto di
agitazione e di stupore.=
COSIMO DALBO.
Ti dirò. Ma bisogna che tu non ti affatichi. Ti racconterò tutto il mio
pellegrinaggio; verrò da te ogni giorno, se mi vuoi; rimarrò con te
quanto ti piacerà, ma senza che tu ti stanchi. Siedi qui....
LUCIO SETTALA, =sorridendo.=
Tu credi che io sia tanto debole?
COSIMO DALBO.
No; tu stai già bene, ma è meglio che tu non ti stanchi. Siedi qui....
=Lo fa sedere presso la finestra; guarda la collina disegnata puramente
sul cielo d'aprile.=
Ah, mio caro, cose meravigliose hanno mirato i miei occhi e hanno bevuto
una luce al cui paragone anche questa sembra smorta; ma, quando rivedo
una semplice linea come quella là (guarda là San Miniato!), mi sembra di
ritrovar tutto me stesso dopo un intervallo di errore. Guarda là il
poggio benedetto! La piramide di Chéope non fa dimenticare la Bella
Villanella; e più d'una volta, nei giardini di Koubbeh e di Gizeh,
serbatoi di miele, masticando un grano di resina, ho pensato a uno
svelto cipresso toscano sul limite di un oliveto magro.
LUCIO SETTALA, =socchiudendo gli occhi sotto l'alito primaverile.=
Si sta bene qui; è vero? C'è un odore di violette.... C'è forse un mazzo
di violette nella stanza? Silvia ne mette da per tutto, anche sotto il
mio guanciale.
COSIMO DALBO.
Sai? Ti ho portato, tra le pagine di un Corano, le violette del Deserto.
Le ho colte nel giardino di un monastero persiano, in vicinanza della
Tebaide, ai fianchi del Mokattam, su un'altura di sabbia. Là, in una
caverna scavata nel monte, coperta di tappeti e di cuscini, i monaci
offrono al visitatore un thè d'un sapore speciale, il thè arabo,
profumato di violette.
LUCIO SETTALA.
E tu me le hai portate, sepolte nel libro! Tu eri felice quando le
coglievi, laggiù; e io avrei potuto esser teco.
COSIMO DALBO.
Tutto era oblio, laggiù. Salivo per una lunga scala di pietra, diritta,
che conduce dal piede della montagna alla porta dei Bectaschiti. Il
Deserto era intorno: una immensa aridità allucinante dove soli vivevano
il palpito del vento e il tremolio del calore. Non distinguevo qua e là,
tra le dune, se non le pietre bianche dei cimiteri arabi. Udivo i gridi
degli sparvieri, altissimi nel cielo. Guardavo sul Nilo passare a torme
le barche dalle grandi vele latine, bianche, lente, di continuo, di
continuo, come fiocca la neve. E a poco a poco mi rapiva un'estasi che
tu non puoi ancora aver conosciuto: l'estasi della luce.
LUCIO SETTALA, =con una voce che pare lontana.=
E io avrei potuto esser teco, oziare, obliare, sognare, inebriarmi di
luce. Tu hai navigato sul Nilo, è vero?, in una vecchia barca carica di
otri, di sacchi e di gabbie. Tu sei disceso in un'isola verso sera; tu
eri vestito di lana bianca; tu avevi sete; tu ti sei dissetato a una
sorgente; tu hai camminato a piedi nudi sui fiori; e l'odore era così
forte che ti pareva di non aver più fame. Ah, ho pensato, ho sentito
queste cose, dal mio guanciale.... E anche pel deserto ti seguivo,
quando la febbre era più alta: per un deserto di sabbie rosse, tutto
seminato di pietre brillanti che si sfaldavano crepitando come i
sarmenti al fuoco.
=Una pausa. Egli si solleva un poco, interrogando con un accento chiaro,
ad occhi aperti.=
E la Sfinge?
COSIMO DALBO.
La prima volta la vidi di notte, al lume delle stelle, profondata nella
sabbia che conservava ancora l'impronta violenta dei turbini. Soltanto
la faccia e la groppa emergevano da quella specie di gorgo placato, la
forma umana e la bestiale. La faccia, dove l'ombra nascondeva le
mutilazioni, in quell'ora mi parve bellissima: calma, augusta e cerulea
come la notte, quasi mite! Non v'è, Lucio, cosa al mondo che sia più
sola di quella; ma la mia anima era come dinanzi a moltitudini che
dormissero e su le cui ciglia cadesse la rugiada. La rividi, poi, di
giorno. La faccia era bestiale come la groppa; il naso e le gote erano
corrosi; il fimo degli uccelli bruttava le bende. Era il pesante mostro
senz'ali imaginato dagli scavatori di sepolcri, dagli imbalsamatori di
cadaveri. E mi riapparve nel sole la tua Sfinge imperiosa e pura che
porta le ali imprigionate vive negli omeri.
LUCIO SETTALA, =con una commozione subitanea.=
La mia statua? Tu parli della mia statua? Tu la vedesti, è vero, prima
di partire; e ti sembrò bella.
=Egli guarda inquieto verso la porta, per tema che= SILVIA
=possa udire; e abbassa la voce.=
Ti sembrò bella; è vero?
COSIMO DALBO.
Bellissima.
=Lucio si copre gli occhi con ambo le palme e resta per alcuni attimi
intento come par evocare una visione nell'oscurità.=
LUCIO SETTALA, =scoprendosi.=
Non la vedo più. Mi sfugge. Appare e dispare come in un baleno, confusa.
Se l'avessi ora qui davanti, mi parrebbe nuova; gitterei un grido Io
l'ho scolpita, con queste mie mani?
=Egli si guarda le mani affilate e sensitive. Un'agitazione crescente lo
invade.=
Non so più, non so più. Nella prima febbre, quando avevo ancora il
piombo nella carne e il rombo continuo della morte su l'anima perduta,
la vedevo diritta a piè del letto, accesa come una torcia, come se io
medesimo l'avessi plasmata in una materia incandescente. Così per più
giorni e per più notti io la vidi, a traverso le mie palpebre.
S'accendeva con la mia febbre. Quando i miei polsi bruciavano, ella si
faceva di fiamma. Pareva che salisse e ribollisse in lei tutto il sangue
versato ai suoi piedi....
COSIMO DALBO, =inquieto, guardando anch'egli verso la porta per lo stesso
timore.=
Lucio, Lucio, tu dicevi dianzi che non sapevi più nulla, che non volevi
ricordarti più di nulla.... Lucio!
=Egli scuote dolcemente l'amico che è rimasto fisso.=
LUCIO SETTALA, =riprendendosi.=
Non temere. Tutto è laggiù, lontano, in fondo al mare. Anch'essa la
statua è sommersa con l'altre cose, dopo il naufragio. Per ciò io non la
vedo se non in confuso, a traverso le alte acque.
COSIMO DALBO.
Ella sola sarà salvata, vivrà in eterno; e tanto dolore non sarà stato
sofferto invano, tanto male non sarà stato inutile, se ancóra una cosa
bella si aggiungerà all'ornamento della vita.
LUCIO SETTALA, =sorridendo ancora del suo sorriso tenue e parlando con la
sua voce lontana.=
È vero. Io penso qualche volta alla sorte di colui che naufragò in una
tempesta con tutto il suo carico. In una giornata serena come oggi,
egli prese una barca e una rete; e tornò sul luogo del naufragio con la
speranza di trarre dal fondo qualche cosa. E, dopo molta fatica, trasse
a riva una statua. E la statua era così bella che, al rivederla, egli
pianse di gioia; e si sedette su la riva del mare a contemplarla, e fu
pago di quel bene, e non volle altro cercare; -e obliò tutto il resto-.
=Egli si leva, quasi con impeto.=
Perchè Silvia non torna più?
=Ascolta.= Chi ride? Ah, è Beata nel giardino. Guarda! San Miniato è
d'oro: sfólgora. C'è una luce più gloriosa a Tebe?
COSIMO DALBO.
L'estasi della luce! Te l'ho detto: tu non potrai conoscerla altrove.
Cerchi, ghirlande, rote, rose di splendori, innumerabili faville.... I
versi del -Paradiso- tornano alla memoria. Solo Dante ha trovato le
parole abbaglianti. In certe ore il Nilo diventa la fiumana dei topazii,
il "miro gurge". Come un sasso nell'acqua, un gesto nell'aria suscita
mille e mille onde. Tutte le cose nuotano nella luce; tutte le foglie ne
stillano. Le donne che passano lungo il fiume con gli otri riempiuti
fiammeggiano veramente come le milizie angeliche nella Cantica, distinte
"e di fulgore e d'arte".
LUCIO, =avendo scoperto su una tavola il mazzo di violette, lo prende, e
vi affonda quasi il viso per aspirarne l'odore.=
LUCIO SETTALA, =tenendo ancora il mazzo alle nari e socchiudendo gli
occhi nella delizia.=
Sono belle le donne del Nilo?
COSIMO DALBO.
Talune, le adolescenti, hanno corpi d'una purezza e d'una eleganza
stupende. Tu che prediligi le musculature agili e salde, una certa
acerbità nelle forme, le gambe lunghe e nervose, troveresti là qualche
modella incomparabile. Quante volte ti ho invocato! Nell'isola
d'Elefantina avevo un'amica di quattordici anni: una fanciulla dorata
come un dattero, magra, svelta, arida, con le reni forti e arcate, le
gambe diritte e potenti, i ginocchi perfetti--cosa rarissima, come tu
sai. Su tutta quella magrezza dura, che dava imagine d'un'arme da lancio
precisa e fine, tre cose mi seducevano con una grazia infinitamente
molle: la bocca, l'ombra dei cigli, l'estremità delle dita. Ella
s'intrecciava i capelli con le dita ch'erano rosse all'estremità come
petali intinti nella porpora; e guardarla in quell'atto, su la soglia
della casa bianca, era la gioia dei miei mattini. Avrei voluto
portartela con le statuette, con gli scarabei, con le stoffe, col
tabacco, con i profumi, con le armi. Ma t'ho portato un bell'arco, che
ho comperato ad Assouan e che le somiglia un poco.
LUCIO SETTALA, =con un lieve turbamento, rovesciando indietro il capo.=
Doveva essere una creatura deliziosa!
COSIMO DALBO.
Deliziosa e inoffensiva. Ella somigliava a un bell'arco, ma le sue
frecce non erano avvelenate.
LUCIO SETTALA.
Tu l'amavi?
COSIMO DALBO.
Come amo il mio cavallo e il mio cane.
LUCIO SETTALA.
Ah, tu eri felice laggiù; la tua vita era facile e leggera. Era dunque
l'isola d'Elefantina quella dove io ti vidi approdare, nel sogno. Avrei
potuto esser teco! Ma io andrò, partirò. Non desideri di ritornarvi? Io
avrò una casa bianca sul Nilo: farò le mie statue col limo del fiume e
le alzerò in quella tua luce che me le convertirà in oro.... Silvia!
Silvia!
=Egli chiama verso la porta, come assalito da una impazienza repentina,
da una volontà ansiosa di vivere.=
Sarà troppo tardi?
COSIMO DALBO.
È troppo tardi. Sopraggiunge la grande estate.
LUCIO SETTALA.
Che importa? Io amo l'estate, il calore, anche l'afa. Tutti i melagrani
saranno fioriti nei giardini, e qualche volta pioverà, verranno giù
nell'afa quelle gocce larghe e tiepide che fanno sospirare di voluttà la
terra....
COSIMO DALBO.
Ma il Khamsin? quando tutto il Deserto si solleverà contro il Sole?
SILVIA =appare su la soglia, sorridendo, con tutta la persona mossa da
una visibile animazione. Ella ha mutato abito: è vestita d'un colore più
chiaro, primaverile; e porta fra le mani un mazzo di rose fresche.=
SILVIA SETTALA.
Che dite, Dalbo, contro il Sole? M'hai chiamata, Lucio?
LUCIO SETTALA, =ripreso da una specie di timidità inquieta, come d'uomo
che abbia il bisogno di abbandonarsi e non osi.=
Sì, ti ho chiamata, perchè non ti vedevo più tornare.... Cosimo mi
raccontava tante cose belle, del suo viaggio. Volevo che anche tu le
udissi.
=Egli guarda la moglie con occhi attoniti, come se scoprisse in lei una
grazia nuova.=
Stavi per uscire?
SILVIA SETTALA, =arrossendo un poco.=
Ah, tu guardi il mio abito. L'ho messo per provarlo, giacchè Francesca
era là.... Mia sorella vi fa le sue scuse a entrambi, per essersi
partita senza venire a salutarvi. Aveva fretta: l'aspettano i suoi
bambini. Spera, Dalbo, che voi andiate presto a vederla.
=Ella depone su una tavola il mazzo di rose.=
Pranzate con noi, stasera?
COSIMO DALBO.
Grazie. Stasera non posso. Mia madre mi tiene.
SILVIA SETTALA.
È giusto. Domani, allora?
COSIMO DALBO.
Domani. Ti porterò, Lucio, i miei doni.
LUCIO SETTALA, =con una curiosità infantile.=
Sì, sì, pòrtali, pòrtali!
SILVIA SETTALA, =sorridendo con un'aria misteriosa.=
Anch'io domani avrò un dono.
LUCIO SETTALA.
Da chi?
SILVIA SETTALA.
Dal maestro.
LUCIO SETTALA.
Che dono?
SILVIA SETTALA.
Vedrai.
LUCIO SETTALA, =con un moto d'allegrezza.=
Tu anche vedrai quante belle cose mi ha portate Cosimo: stoffe, profumi,
armi, scarabei....
COSIMO DALBO.
Amuleti contro ogni male, talismani per la felicità. Sul Gebel-el-Tair,
in un convento copto, ho trovato il più virtuoso degli scarabei. Il
monaco mi narrò una lunga storia di un cenobita che, al tempo delle
prime persecuzioni, essendosi rifugiato in un ipogeo, vi trovò una
mummia e la trasse fuori dal suo viluppo di balsami e la rianimò. E la
mummia risuscitata con le sue labbra dipinte gli fece il racconto della
sua antica vita, ch'era stata un tessuto di felicità. Infine, come il
cenobita voleva convertirla, ella preferì di ricoricarsi nei suoi
balsami; ma prima gli donò lo scarabeo preservatore. Dirvi l'uso che ne
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