Consolata dalle promesse, accarezzata, cullata, cedeva alla stanchezza,
s'addormentava. Una lacrima le luceva ancora all'angolo dei cigli, il
singulto sempre più fievole le risaliva di quando in quando alla bocca
socchiusa. Anche Tiapa dormiva, sul medesimo origliere, senza ninna
nanna, senza la minaccia dell'Orco. Le forbici d'acciaio e d'oro
lucevano sospese per la catenina, sul capezzale. «O stanchezza,
stanchezza, addormenta anche me!» sospirava nel cuore Isabella, posando
il capo su la proda del piccolo letto candido, estenuata e affannosa.
Era in lei come una vicenda d'annientamento e d'insurrezione. Una
parvenza di sonno le veniva incontro; e il bisogno di tutta la sua carne
s'addensava, ne faceva qualcosa di materiale come una creta tenace in
cui volesse ella ficcare la sua fronte e suggellare i suoi occhi. E
nella densità una fenditura si apriva, un crepaccio simile a quelli
ch'ella aveva veduti innumerevoli nell'orrenda via; e cresceva, e
diventava un antro, una voragine, un abisso mobile per ove risalivano
tutti i pensieri tutte le paure tutte le angosce. E del sonno non
rimaneva se non l'incoerenza delle visioni che non dissipava il battito
volontario delle palpebre. Una di quelle femmine, ch'ella aveva veduto
contro il muro scialbo cucire i ferzi del lenzuolo, le apparve; posò
anch'ella il capo su la proda, stette con gli occhi stravolti nella
penombra, con l'odore sinistro nel grembiule rigato.
L'insonne levò la fronte bagnata di sudore; e l'atto ch'ella compiva le
fu presente come in uno specchio. Una sensazione confusa di duplicità
era nel suo corpo. Ella stessa pareva trarre sé fuori di sé. Poi dalla
sua sostanza si foggiavano cose mostruose, come quelle malattie che ci
deformano nei sogni e che talvolta sono un indizio latente. E il
silenzio viveva ingannevole, inafferrabile, traversato da suoni che
mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. Qualcosa di
simile a un passo vi s'iterava, qualcosa di simile a una pesta lieve ma
assidua, onde sorgeva l'imagine indistinta della fiera che senza posa
percorre su e giù la gabbia con le sue zampe elastiche e concitate.
«Chi cammina? dove?» Nell'allucinazione del senso, nel romorìo che le
riempiva le tempie dolenti, ella non riusciva ancora a determinare
l'origine del suono. L'aveva ella in sé? nella sua mente malata? Le
parole di Lunella le ritornarono: «Bisogna andare andare, mettersi in
cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa dove....» Il terrore di nuovo
l'agghiacciò. Ella temette che la sua ragione fosse per decomporsi, e
che quel passo continuo fosse già un fantasma della sua demenza, e
ch'ella dovesse udirlo sino alla morte, ch'ella dovesse fino alla morte
essere abitata da quell'essere estraneo che camminava camminava senza
posa. Le riapparve la femmina dal grembiule rigato, dai capelli rossicci
e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini. «Andare,
andare....»
Balzò in piedi, si prese il capo fra le palme. Il passo diveniva più
forte: era sopra di lei. Allora ella guardò la volta, dove ondeggiavano
le ombre mosse dalla fiammella oscillante della lampada. E a un tratto
si ricordò, comprese. La stanza superiore era quella di Vana. Il passo
era il passo di Vana. Era Vana, lassù, che non aveva requie.
E una smania irresistibile l'assalì. «Bisogna che io salga da lei,
bisogna che io la veda. Sarà sola? sarà con Aldo?» Poi una imaginazione
insana la sconvolse, una gelosia furente la squassò. Ella travide
l'imagine di Paolo. «Certo divento folle». E tutto le parve ch'ella
potesse affrontare e patire, fuorché rimanere più a lungo con sé
medesima in quella disgregazione della sua coscienza. Le parve ch'ella
non potesse recuperare una parte della sua anima se non strappandola a
viva forza dalle mani che la serravano.
Si riavvicinò al piccolo letto, si chinò, ascoltò. Lunella dormiva d'un
sonno tanto profondo che pareva doloroso, come una pena rimasta intera
ma addentrata nell'oblio. «Povera cara! Fino a domani non si sveglierà,
non chiamerà. E se si svegliasse di soprassalto e mi chiamasse, e io non
fossi là? Che penserebbe? Ah sorellina, sorellina ardente e amara,
sdegnosa e tirannica, anche per te l'anima sarà il tuo veleno, come per
Isa!» Esitò. Passò la soglia, rientrò nella sua stanza. Per la finestra
aperta rivide in fondo alla notte i muti baleni, respirò il fiato dei
gelsomini, riudì il ferro stridere sul colmigno. Una lacrima di fuoco
bianco sgorgò, colò, si consunse.
Una musculatura leonina, i tendini d'un leone balzante aveva il dolore
di Vana. Era una potenza irrefrenabile, che la sopraffaceva e la traeva
senza scampo, la scoteva e la sbatteva senza pietà. Né ella tentava di
resistere, né pensava che in una tregua potesse ella trovare sollievo.
Tale forse la vergine cristiana che il bestiario legava alla fiera
preparata pel gioco circense.
Non aveva alcuna consapevolezza dei suoi moti. Si lanciava da una parete
all'altra, dall'uno all'altro angolo; e, nella rapidità, si stupiva di
ritrovarsi dinanzi agli occhi sempre lo stesso quadro, lo stesso
armadio, la sedia stessa, immutati, fermi, indifferenti. Un bisogno
iroso di farsi male la spingeva a urtare contro il muro i pugni; e non
sentiva quel dolore, ma soltanto lo spasimo del cuore chiuso, ove le
mani non sapevano giungere. E, nel ripetere gli urti, più s'adirava
contro il ritegno istintivo che le rompeva il gesto, che le contrastava
l'impeto, che le risparmiava la ferita.
«Sono vile, sono vile. Potevo già esser morta, potevo già essere laggiù.
Sono vile». E, spossata, piombava di traverso sul letto, mordeva il
lenzuolo. Imaginava d'avere la faccia conficcata nella terra molle, la
bocca piena di melma. I dirupi tenarii delle Balze pendevano sopra lei.
«Così, così, tutto il male è finito. Non ho più nulla, non sento più
nulla. Ecco, ora viene; e mi rivolta e mi solleva e mi prende su le sue
braccia; e mi dice, come quella notte, mi dice: -- Pace, pace, piccola
buona. -- E non si può rinascere da una parola, come si può morire d'una
parola?» Tutti i ricordi della notte di giugno le colmavano l'anima, non
lasciavano luogo ad alcun'altra imagine, dal sopore simulato alla fuga
anelante, dall'arrivo su la brughiera alla visita funebre, dall'orrore
del presagio al pianto mattutino. E pensava: «Per un'ora, per un'ora
sola gli fui cara, per un'ora sola mi tenne presso il cuore; ma
quell'ora non gli vale una vita intera? Mai mai l'altra gli potrà dare
quel che io gli ho dato. Io lo so, egli lo sa. Dinanzi alla spoglia del
suo compagno egli non poteva piangere, e io ho pianto dentro di lui; e
quali lacrime! Stasera due volte mi ha guardato, con una tristezza
ch'era come quella tristezza, con un segreto che era come quel segreto.
Che vale la bocca insanguinata dell'altra, se tra due creature un tale
sguardo può congiungere la morte e la vita?» Allora il suo amore le
gonfiava le vene come un orgoglio onnipotente. L'amato le appariva come
la vittima di un sortilegio, il prigioniero d'un malefizio, che
s'attendesse la liberazione. Ella si sentiva armata di armi infallibili
pel combattimento supremo. Una impazienza feroce la risollevava dalla
giacitura. E si rimetteva in piedi; ed era tutta rotta come l'inferma
dopo la lunga febbre; e i crampi le serravano lo stomaco come nello
sforzo di vomire, quando la bile e il sangue empiono la bocca e freddo
il sudore cola e l'intera vita umana non è se non un sussulto ignobile.
«Morire senza morire!» La disperazione la riafferrava; squassava quel
corpo estenuato, lo trascinava seco, lo scagliava qua e là per lo spazio
chiuso, con la musculatura leonina, coi tendini della fiera balzante.
E d'improvviso la porta s'aprì, spinta da una mano impetuosa; e la
disperazione si volse, si torse come un turbine. E l'altra insonne era
là! E l'una stette di fronte all'altra, non come una vita contro
un'altra vita ma come due apparizioni evocate da una medesima agonia.
Non parlarono; si guardarono. Quel che era indomato dolore e furore
imbelle e orrore attonito, si restrinse, si concentrò nello sguardo e
nell'alito, divenne angusto e attivo. Entrambe avevano i capelli
sciolti, una semplice veste, le braccia nude. Erano quali una stessa
madre le aveva fatte, la maggiore e la minore sorella, spoglie d'ogni
ingombro, libere d'ogni costringimento, senz'altra testimonianza che il
loro sangue, senz'altra misura che la loro passione.
Quando parlarono non domarono se non il gesto e la voce.
-- T'ho sentita -- cominciò Isabella. -- Di giù t'ho sentita camminare.
Avevo addormentata Lunella; stavo al suo capezzale. T'ho sentita. Sono
venuta su. Non potevo più resistere. Soffri? Anch'io soffro come non so
dire.
-- Eri da Lunella? non eri altrove? Non vieni da un'altra stanza? Mi
stupisco. Vieni perché io ti asciughi la bocca un'altra volta? Vieni per
mostrarmi su le braccia quelle lividure, non avendo osato di mostrarmele
a tavola iersera?
L'acredine dell'odio era tale in ciascuna di quelle domande, che
Isabella vacillò come sotto percosse iterate.
-- Non essere così dura contro di me, Vana. Non mi avevi abituata a
questo esame crudo della mia persona. E non sapevo che tu avessi occhi
tanto esperti per distinguere la natura di certi segni....
Anch'ella subitamente ridiveniva ferina; ché la mancanza di pudore nel
modo e nell'accento della sorella riagitava il suo più torbido fondo.
Gli occhi scrutatori la bruciavano.
-- Ah, non sapevi. Ora ti scandalizzi della mia sfrontatezza! Ma a che
spettacoli non m'hai tu abituata, a che contatti, a che allusioni, a che
linguaggio? Non t'ho servita di coperchio più d'una volta? Non ti sei
eccitata sopra la mia ingenuità? Certo, in casa tua ho imparato a non
aprire le porte senza battere e a non passare per quelle aperte senza
tossire. A tutte le prudenze e a tutte le compiacenze tu m'hai abituata.
Laggiù, a Mantova, non te ne ricordi?, per asciugarti la bocca giunsi ad
offrirti il mio fazzoletto.... Non ti basta? No, non ti basta. M'avevi
già costretta a farti da testimone e da avvisatrice perché Aldo non ti
cogliesse. Pochi minuti dopo, ridevi, recitavi la tua commedia,
assottigliavi la tua grazia per ferirmi. A un tratto m'attirasti, mi
serrasti contro di te, giocasti con la mia pena, volesti sentirla viva
sotto le tue unghie, palparla, irritarla.... Ah perversa, perversa!
Era stupenda di furore e di onta, con quel suo stretto viso fosco a cui
lo smagrimento aveva alterato la purità dell'ovale, con quella
capellatura di viola che diffusa la faceva rassomigliare a Lunella, con
quel bianco degli occhi intenso come l'incorruttibile smalto. E
l'accusata la mirava senza opporle difesa, senza interromperla, sentendo
nel suo segreto nascere uno strano sorriso e temendo che non le salisse
fino alle labbra; perché, contro ogni sua volontà e contro ogni suo
pentimento, ella si compiaceva di ciò che le era rinfacciato come
scelleratezza.
-- Non ti basta, no. Non ti basta d'avere esasperata la mia pena, d'avere
spiata ogni contrattura del mio spasimo, d'avere simulata la pietà per
umiliarmi; non ti basta d'essertene andata al tuo piacere e d'avermi
relegata in una casa che è sotto l'ombra dell'Ergastolo, e d'avermi
tolta brutalmente ogni ragione di vivere, e d'avermi lasciata a faccia a
faccia con la più orrida morte. Tutto questo non ti basta. Sei tornata
conducendo con te il tuo amante....
-- Il mio fidanzato.
Un riso atroce stridette nella gola dell'accusatrice.
-- Ah, ridi, ridi anche tu! Non ti contenere, non ti frenare. Si vede che
ti sforzi di non ridere. Il tuo fidanzato! Ma è il terzo dei tuoi
fidanzati onorarii, se non sbaglio. Potevi trovare questa volta qualcosa
di più nuovo, di meno risaputo, per ottenere l'indulgenza del gaio mondo
e per ospitare il peccato sotto il tetto vedovile senza troppo scandalo.
-- Vana!
Pallidissima sotto l'irrisione, ferita a dentro, ella guardava con
sgomento l'avversaria adoperare le armi avvelenate. Non aveva più
dinanzi a sé la fanciulla inquieta e inerme ma una creatura
inaspettatamente maturata dall'odio, una rivale pronta a nuocere, audace
fino all'impudenza.
-- Ti cuoce, quel che ti dico? Ti meravigli di ritrovarmi in questo
aspetto? Ma non sono io l'opera tua? non sono la tua alunna? non m'hai
fatta così tu stessa, alla tua scuola, per anni? Senz'accorgertene,
senza badarci, m'hai riempita di scienza. Ma non credevi che questa
scienza potesse un giorno diventare tanto amara e potesse ritorcersi
contro te. L'ho tenuta nascosta, l'ho coperta di malinconia per non
lasciarla trasparire, l'ho sopita col mio canto. Ora, a un tratto, lo
vedi, mi diventa un veleno, mi diventa un'arme. Tu m'incalzi, mi serri,
non mi dai quartiere, mi sei sopra come una nemica che non si contenta
di vincere ma vuol martoriare, vuol profanare il corpo e l'anima con una
tortura che sembra una libidine....
-- Taci, taci! Sei fuori di te. Non sai quel che dici. Io non ho fatto
questo.
Sotto l'impeto ostile ella si curvava come sotto la burrasca; ma non la
sbigottiva la violenza, sì bene quell'imagine di sé ch'ella vedeva
foggiata dalle parole di Vana, ch'ella vedeva là, esternata, come una
creatura che vivesse in lei ed ora fosse escita da lei e palpitasse là
nella vergogna.
Ripeteva, curvata sul letto della sorella, con gli occhi smarriti:
-- No, non ho fatto questo.
E non v'era nella sua voce il contrasto del ribattere, non il
risentimento, non lo sdegno, ma qualcosa di pauroso e di supplichevole,
qualcosa che era come un raccapriccio confuso e come una interrogazione
tremante.
-- Hai fatto quel che soltanto la malvagità obliqua ordisce per offendere
con l'offesa che umilia: obliqua e forse volgare. Quando io e mio
fratello più ci sentivamo intrusi, in una casa dove tu stessa sei
un'intrusa, dopo giorni e giorni d'un silenzio ch'era pesante come un
dispregio, non da te sapemmo che tu ritornavi con la tua avventura
ridipinta di falso decoro, non da te lo sapemmo....
-- Ah, non è vero. Non ho fatto questo.
-- Questo hai fatto, questo sai fare. E ch'io non ti sembri ingrata. Tu
m'hai presa nella tua casa, tu mi tieni con te; tu mi colmi di doni, tu
mi adorni e mi inghirlandi; e tu giuochi con la mia vita come se la mia
vita più profonda non valesse il più fugace dei tuoi piaceri. Io non
sono per te più di quel che Tiapa sia per Lunella. Ma Lunella piange se
Tiapa cade sul pavimento e si spezza il piede o s'ammacca la fronte;
piange e si dispera, e la veglia, e cerca di guarirla. Tu sei della
razza feroce. Tu mi apri il petto per vedere quel che c'è dentro.
-- Ingiusta! Ingiusta! Nostra madre non avrebbe potuto avere per te una
tenerezza più attenta della mia.
-- Sì, attenta a recidere tutto quel che di vivo nascesse da me, attenta
a impedirmi di vivere. È forse la prima volta che tu ti frapponi fra me
e il mio bene, fra me e l'ombra del mio bene? Era non so che smania, non
so che capriccio geloso. Bastava che qualcuno s'accostasse a me, che la
più vaga delle simpatie si disegnasse, perché tu intervenissi a
esercitare un tuo strano diritto di prelazione. Mostrare di far la corte
alla minore era il mezzo quasi sicuro per giungere alla maggiore. Ah, ho
colto più d'un epigramma crudele, dietro le mie e le tue spalle. Ma che
m'importava del tuo gioco! Non valeva mai la pena d'adontarsi né di
rammaricarsi e tanto meno di lottare, di resistere. Che m'importava
delle mie disfatte! Non c'era nulla di comune fra il mio sogno e il tuo
trionfo. Questa volta....
S'interruppe, come se un brandello del cuore le facesse groppo alla gola
ed ella per continuare dovesse gettarlo via di tra i suoi denti.
L'altra, ch'era curva, si sollevò verso l'apparizione dell'amore con
un'ansia quasi luminosa; e la sua mano ricacciò indietro i capelli che
le ingombravano la faccia.
-- Questa volta.... -- sollecitò con suono d'anelito, tendendosi, quasi
appendendosi alle labbra che prolungavano l'intervallo.
Vana fu tutta di gelo, fu tutta di quel colore che l'aveva fatta simile
a un fantasma su la soglia del Laberinto sospeso.
-- Questa volta -- disse con la voce bassa che penetrava più del grido,
più della fiamma -- quello che tu m'hai tolto è più del mio sogno e più
della mia vita; perché, per essere felice e per ringraziare il Cielo
d'esser nata e per perdonarti, ora mi basterebbe di appoggiarmi sul suo
petto e di piangere ancóra un poco e di addormentarmi e di non
svegliarmi più.
Era di gelo perché riviveva il momento dell'alba di giugno, perché le
stelle tremolavano ancóra alla sua anima sotto la prima onda argentina,
perché in quell'atto s'era compiuta l'intera sua vita, perché era
orribile che la sorte l'avesse costretta a trascinarsi nell'inutile
martirio. «Pace, pace, piccola buona».
-- Tanto l'ami?
-- Come tu non saprai amarlo mai.
-- Credi che tu l'ami di più?
-- Non di più. L'amo io sola.
-- Io no?
-- Tu non puoi amare se non te stessa, se non il tuo piacere, se non la
tua perfidia. È il tuo castigo.
-- L'amore più forte non è quello che vince?
-- È il mio quello che vince.
-- Su chi?
-- Su te e su lui.
-- Egli è folle di me. Posso fare di lui quel che mi piace.
-- Ma non puoi amarlo. Per ciò, non avendo l'amore, sei attirata dal mio
amore che ti vince. Lo so, lo so. Ho compreso, ho veduto. Tu ora speri
di poterlo amare attraverso di me. Tu speri che il tuo cuore si riempia
del mio cuore.
-- Fa dunque ch'egli t'ami.
-- Confessa che non potevi più vivere, che non potevi più godere, che non
avevi più oblio, che sempre io t'ero presente, che mi vedevi apparire su
ogni soglia come su quella, che la tua voluttà invidiava il mio dolore.
-- Fa dunque ch'egli t'ami.
-- Confessa che già cominciavi a sentirti esausta, perduta; perché
credevi di accrescere ogni giorno il tuo potere e lo consumavi ogni
giorno, e rimanevi serrata nel cerchio medesimo del tuo maleficio, ed
eravate soffocati entrambi dall'angustia, costretti a ripetere sempre
gli stessi gesti come nelle manìe. Ma io quassù ero sola, ero intatta,
ero nuova, ero bella come chi sta tra la vita e la morte.
-- Fa dunque ch'egli t'ami.
-- E se mi amasse già?
Parlavano a viso a viso, l'una ancóra piegata contro la proda del letto,
l'altra poggiata le mani alla lettiera che di tratto in tratto gemeva,
entrambe scapigliate e trascolorate, con qualcosa di bestiale come la
fame nel loro modo di mangiarsi l'anima, con qualcosa di simile alla
voracità dei cavalli in una posta, che pigliano a grandi boccate quel
ch'è loro messo innanzi, come per tema di rimanere indietro. E certo lo
spavento era sotto l'audacia provocatrice della più giovine; ma uno
spavento ben più profondo era nell'altra che sentiva percosso il suo
cuore da quella condanna di sterilità e veramente sotto le imagini della
tormentosa orgia dubitava d'avere amato.
-- Se mi amasse? -- ripetè Vana, meglio segnando l'accento che fa supporre
quel che non si esprime.
Isabella si raddrizzò, scosse indietro la sua capellatura, inarcò le sue
reni, magnifica e formidabile, si scrollò come per riporre nel serrame
delle sue ossa e nel viluppo della sua carne la sua anima tratta fuori.
Andò verso la finestra, si sporse dal davanzale, respirò dal pieno
petto. L'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del
grande vivaio salivano dal chiuso. Laggiù, di là dall'Era, sui Monti
Pisani lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là
velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la
faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Ella risentì al
suo collo alle sue spalle aggrapparsi l'amante con lo sforzo supremo di
chi sia per piombare nell'abisso, e riudì il suo grido di dannato, la
sua implorazione orrida e divina dietro il getto violento della vita. Si
volse e disse:
-- Se t'amasse per pietà?
Vana le si avvicinava, un poco ondeggiando, con le mani tessute dietro
la schiena come quando era in atto di cantare. Si fermò e disse:
-- Tutto quel che hai avuto ed hai ed avrai da lui non vale quel ch'io
sola ebbi in un'ora senza pari. O prima o poi non ti rimarrà nulla. Egli
potrà dimenticarti, tu potrai dimenticarlo. Ma io non dimenticherò né
egli dimenticherà fino alla morte e oltre.
Ella non poteva più tenere il suo segreto. Le si versava dagli occhi.
-- E quale fu la sua ora?
-- L'ora funebre.
Ella guardava dietro il capo della rivale i muti lampi, simili a quelli
ch'ella aveva veduti lampeggiare sul Monte Baldo.
-- Quale?
Il mento d'Isabella tremava.
-- Non ti ricordi della notte di giugno, della notte in cui egli solo
vegliò la salma del suo amico?
Ancóra le nuvole per la Via Lattea erano come criniere in cui
s'impigliassero stelle.
-- Non ti ricordi quando tu dicesti a Aldo: «Se m'accompagni, io vado?»
Non andasti. Io andai. Nessuno mi accompagnò fuorché il mio mazzo di
rose e il mio segreto.
Innumerevoli le stelle rigavano l'azzurro. Su la terra senza dolcezza,
nel paese di sterilità e di sete, sul deserto di cenere, la notte
piangeva il suo pianto di luce.
E nessun'altra parola fu detta. E non vi fu saluto fra le due sorelle
quando la maggiore uscì, quando la minore si fece al davanzale.
Quel che era inconciliabile fu conciliato; quel che era impatibile fu
patito. Come il paese etrusco aveva la sua città sotterranea abitata dai
morti, così ebbero essi la loro città interiore abitata dagli spiriti
violenti. Camminando pel giardino dei gelsomini, essi sapevano dove la
terra fosse cava perché la sentivano talvolta risonare sotto la traccia.
Guardandosi con i loro occhi chiari, parlandosi con le loro voci caute,
non erano intesi se non al tumulto nascosto delle loro passioni, ai
volti dolosi delle loro brame, ai vóti esiziali dei loro odii, alle
occulte onde di voluttà che uno sguardo un gesto un passo generavano.
Tutt'e quattro teneva la seduzione del fuoco che non sceglie la materia
di cui si nutre ma quel che è puro e quel che è impuro converte in un
medesimo ardore. Due d'essi teneva la tentazione d'uccidere, che
senz'atto ha la virtù di aggiungere la forza e il mistero d'una vita
nemica all'ansia dell'altra vita nemica. Evitavano di toccarsi; eppure,
nella instabilità e nella celerità perpetua dei loro esseri, nulla
avrebbero essi potuto afferrare se non con le loro mani tristi; e ciò
sapevano. La più comune delle loro parole aveva un senso indefinito, e
scendeva rapidamente al fondo come quelle pietre cadute nell'acqua cupa,
che forse non vi sono ancor posate quando a fiore i cerchi sono già
scomparsi. Ma taluna risonava come la pietra scagliata contro la figura
di bronzo. E taluna creava all'improvviso una commozione così insolita o
così inumana ch'essi guardavano chi l'aveva proferita pronti a perdersi,
dimentichi dei ritegni, simili a quegli infidi che nei tempi delle
fazioni sedendo a ragionare pacati nella loggia balzavano in piedi al
minimo gesto sospetto e s'apprestavano a versare il sangue.
La musica, che già aveva esaltata la disperazione dei due nella
vertigine sonora, li aggirò tutti in avversi delirii. Per il balcone
aperto non apparivano le case di San Girolamo, nascoste da una ruga del
colle: sfondava a valle il Monte Voltraio solitario tra l'Era viva e
l'Era morta, spesso di querci e di leggende, ombrato e fosco, in mezzo
alle biancane sitibonde; ma l'invisibile Reggia della Follia sembrava
mutare il colore dell'aria, là dove gli ulivi nodosi e involti
somigliavano gli alberi strani che l'Etrusco pellegrino udì lagnarsi.
Ebra e perduta si sentiva allora Isabella, ché tutto era domato dal
canto di Vana e tutta la passione andava a lei come nella favola il
liocorno indocile va alla vergine e posa il capo su le ginocchia
inviolate. L'onda vocale sembrava talvolta palpitare su la cantatrice
come il calore del meriggio su le crete riarse. Ella risonava intera
come l'istrumento risona per tutte le fibre del legno. La vena del collo
nudo si perdeva nella veste e sembrava giungere fino al calcagno come la
corda è tesa fra manico e cordiera. Poiché nelle grandi note il fianco
la coscia la gamba tremavano, veramente pareva che la vibrazione della
lunga vena canora traversasse l'intero corpo.
Quando Aldo sedeva stringendo il violoncello come per possederlo e
girava nel tallone occhiuto dell'arco la vite di tensione con un orgasmo
palese, quasi che non tendesse il crino bianco ma il fascio dei suoi
nervi più delicati, Isabella non osava guardarlo. Ella soffriva
meravigliosamente, con la vicenda della vampa e del gelo nel solco delle
sue spalle. Vicino al pianoforte di lucido palissandro dai cupi riflessi
violetti (di sotto apparivano a traverso la lira dei pedali i piedi
sensitivi dell'accompagnatrice) egli inchinava un viso di strazio e di
estasi lungo il manico trascorso dalla mano che aveva fatto piangere di
pietà Lunella. Il suo strumento era ben quello che il sogno d'Isa aveva
veduto nello stipo della Estense, colorato di quel colore rossobruno
ch'ella invidiava pe' suoi capelli, con quelle chiazze giallastre della
vernice sul fianco più trasparenti dell'ambra, con nel mezzo della cassa
quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un
uccello tropicale. E il suo arco pareva divenuto quasi igneo. E tanto la
sua fronte imperlata di luce era bella che a volta a volta avrebber
potuto incoronarsene l'Arcangelo combattente di Ludwig Beethoven e il
Cherubo austero di Sebastiano Bach.
Paolo si ritraeva nell'ombra, poggiava il capo alle due palme, per
ascoltare; e in disparte beveva la sua malinconia a lunghi sorsi, come
un esule inconsolato. Isabella gli rimaneva lontana ma pur l'occupava
come se l'ombra di quell'angolo fosse la stessa ombra di lei, che
l'avviluppasse. China, col respiro sospeso, con un ginocchio sollevato e
sorretto dalle dita intessute, piena di forze funeste e senza nome, ella
era intentissima a distinguere nel dialogo dei due strumenti quel
ch'ella sola doveva comprendere. Quando il fratello si levava anelante e
poggiava lo strumento e deponeva l'arco, e nel silenzio musicale tutto
l'essere alfine s'allentava come dopo l'amplesso, ella con un sùbito
moto nascondeva il suo volto. Soleva inclinarlo su l'arco che deposto
pareva seguitasse a vivere la sua vita elettrica, pareva conservasse lo
spirito igneo nelle fibre della bacchetta ottagonale dalla curva
misteriosa di virtù come la cartilagine della laringe, come
l'inflessione della parola, come ogni cosa inimitabile. Le mani, che un
tempo avrebbero asciugato le tempie stillanti e accarezzato i capelli
spartiti, toccavano l'estremità fasciata d'argento, il tallone d'ebano
ove l'occhio di madreperla era espressivo. Le nari aspiravano l'odore
della colofònia, caloroso come l'odore della ragia nelle pinete pisane.
Si spegneva la luce su la fronte dell'adolescente; e vi sottentrava un
pensiero così forte che pareva talvolta lasciarvi il segno di quella
grande ruga verticale ond'era inciso alla radice del naso il taciturno.
Egli, quando Paolo Tarsis non era volto verso di lui, lo perseguitava
con l'odio vorace delle pupille. Quegli volgendosi, egli divergeva lo
sguardo infesto. Poi gli si riavvicinava con una dolcezza ambigua.
-- Paolo, -- gli disse un giorno sorridendo -- vuoi venire con me oggi in
fondo alle Balze? Di giù, lo spettacolo è dantesco. Imagina Malebolge.
Andremo a cavallo. Io conosco la strada. È tutt'altro che buona; ma Vana
ti lascerà montare Pergolese che è ottimo nei passaggi difficili.
-- Vengo -- rispose Paolo.
-- Morìccica, andremo in cerca del tuo cappello, della tua ghirlanda di
rose gialle.
-- In fondo alle Balze? -- fece Isabella, che aveva dato l'orecchio vigile
a tutte le modulazioni di Aldo, mentre infilava i fiori della tuberosa
in un filo di seta verde cercando d'imitare le collane di zàgare.
-- Ah, non sai -- disse Aldo ridendo, con un'aria frivola, velato dal fumo
della sua sigaretta -- non sai che, in una sera di disperazione e di
libeccio, dopo una ubriacatura di musica, io e Vana alla Guerruccia
pensammo di gettarci giù? Invece il vento rapi e portò giù il cappello
inghirlandato che Vana aveva sospeso a un macigno del muro etrusco.
Vana aveva il capo rovesciato su la spalliera della sua sedia di paglia;
e sorrideva immobilmente, ricordandosi del sorriso di Viviano, di quel
sorriso in una pietra.
-- È vero, Vanina? -- domandò Isabella, legando le due estremità del filo
su la collana aulentissima.
-- Morìccica, vuoi scommettere che stasera ti riporto la tua ghirlanda?
Forse un poco sfatta.
-- Prendi intanto questa -- disse Isabella accostandosi alla sorridente
che si lasciò toccare senza mutarsi.
Le pose una mano dietro la nuca, le sollevò il capo che rimaneva inerte,
le cinse la collana avvolgendola in tre giri intorno al collo; poi le
riadagiò il capo su la spalliera supino. E battè le palpebre per
dissipare l'imagine che nasceva da quella immobilità e da quel sorriso
fisso e da quei fiori sul petto non mosso dal respiro.
-- Vana, il viaggio equestre agli Inferi! -- disse il fratello con una
voce più bassa ma con un riso più strano.
E, dopo, egli s'allontanò in compagnia dell'ospite. Subitamente, quando
i due erano già a cavallo e in cammino, un'ansietà arcana occupò le
sorelle e le travagliò fino a sera. L'una e l'altra cercarono la loro
dolce artefice di sogni bianchi; e s'inginocchiarono davanti a lei
scontrosa che rimaneva chiusa e muta e chiesero qualche attimo d'oblio.
-- Siamo qui, Forbicicchia. Non ci guardi? Lunella non rispondeva.
Intagliava con la punta delle sue forbici le sue favole d'animali.
-- Vedi la bella collana che io ho data a Vanina? -- le diceva Isa, con la
sua voce più carezzevole, per illuderla. -- Vuoi che ne faccia una anche
per te, di gelsomini?
Lunella non rispondeva; non credeva ai segni di tenerezza che le due
inginocchiate si scambiavano dinanzi a lei cingendosi col braccio e
accostando le gote. Le sentiva nemiche. E, invece di lasciar cadere nel
grembo dell'una e dell'altra l'imagine compiuta, con due o tre colpi
rapidi delle stesse forbici le distrusse.
-- Fino a quando dunque mi terrai broncio? -- si lamentava l'una.
Dimandava l'altra:
-- E a me fino a quando?
E Lunella rispondeva, con un barlume di sorriso:
-- Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!
Ancóra, l'ombra di un leccio cadeva su quella cadenza di cantilena. Il
grande lecceto simmetrico ombreggiava lo sprone del poggio, radicato nel
tufo cavo ch'era la volta d'un vasto ipogeo. Un'afa di tempesta
aggravava il pomeriggio caliginoso. E le due sorelle, accosciate su
l'erba, s'indugiavano, non parlavano più, si dislacciavano a poco a poco
ma restavano nella nube della medesima angoscia. A qual punto del
cammino erano giunti i cavalieri? Cavalcavano in silenzio? Qual era il
loro testimone invisibile? Vana ripensava taluna delle parole fraterne
proferite dinanzi alle urne sepolcrali.
Laggiù, verso ponente, tra i dorsi nudi di marna e di mattaione, tra gli
zolloni di tufo pieni di nicchi, su pei lastroni pietrosi, per le
scappie d'alberese, per le sterpaie di tignàmica e di spigo selvatico,
nelle ghiare, negli acquitrini, nelle genghe, Aldo Lunati e Paolo Tarsis
cavalcavano in silenzio, attenti al terreno difficile, conducendo al
passo i cavalli che di tratto in tratto affondavano nella creta
sdrucciolavano nel galestro inciampicavano nello scarico. Per discendere
i pendii franosi le buone bestie si lasciavano scivolare su le zampe
anteriori tese strisciando con le natiche. Affrontavano le erte brevi e
ripide con grandi falcate, come andando a una banchina cedevole: lo
zoccolo si spiccava dalla pésta e la frana ruinava di sotto nel tempo
medesimo. Già si coprivano di schiuma bianca, come dopo un galoppo
severo, e i loro fianchi battevano.
-- Assra! -- gridò Aldo incollerito scorgendo la sua cagna color di perla
apparire su una cresta d'ocra rancia.
Nel punto di montare in sella, egli aveva ordinato al palafreniere di
trattenere Assra che voleva seguirlo. Certo essa era fuggita e aveva
ritrovato le tracce. La cagna si avvicinava simulando il movimento
flessuoso d'una piccola onda, per vincere la collera con la grazia; e
l'onda aveva due dolci occhi di cortigiana cerchiati di bistro.
-- Perché la gridi? -- disse Paolo.
-- Non volevo che venisse perché teme l'acqua limacciosa e, quando non la
può saltare, si rifiuta di passare a guado. E qui è pieno di marazzi e
di rigagni.
Il cielo era un solo faticoso manto; la terra, sordido ceneraccio.
-- Non mi sono mai ritrovato in un luogo più tristo di questo. Chi è
passato per qui prima di noi?
Apparivano nella biancana impronte profonde. S'udiva a quando a quando
nel silenzio un rombo fugace, di natura indistinta.
-- Chi sa!
-- Sono péste fresche di cavallo.
-- Come scopri che sono di cavallo se non hanno forma? Sembrano buchi.
-- Diciamo: di quadrupede. Ma guarda quella: ha lo stampo del ferro.
-- È vero.
-- Non sei forse passato di qui tu stesso?
-- No.
-- È strano. Chi può mai essere? Siccome per scendere quaggiù a cavallo
ci vuole un certo grado di demenza, dev'essere uno dei pazzi di San
Girolamo fuggito sul ronzino del dottore.
-- O lo spettro di Neri Maltragi.
-- Chi era Neri Maltragi?
-- Un Volterrano balzan da due che col suo puledro di maremma balzan da
quattro balzò nelle Balze.
-- Credi agli spettri?
-- Io sì.
-- Allora ci precede.
-- Non si va senza duca in questo inferno. Alza gli occhi! Guarda!
Le Balze strapiombavano dal cielo come la stagliata rocca al cui piede
si ritrovò, scosso dalla schiena di Gerione, quel grande Etrusco
colorato dalla bile atra. Per le paurose cavità vaneggiava l'ombra, tra
gli sbiancati dirupi simili a gigantesche pile in ruina. Le moli di San
Giusto e della Badia, l'una ferrigna l'altra ferrugigna, pareva fossero
per precipitare nella fauce; e con esse le restanti mura, e il Borgo, e
la Città sospesa, e tutte le sedi degli uomini piccole e fragili come i
nidi delle rondini in sommo dell'immenso e inesorabile orrore.
-- Di lassù cadde la ghirlanda di Vana, -- disse Aldo con un accento
singolare, che diede un lieve brivido a colui che montava Pergolese. --
Vedi?, proprio di lassù, da quella muraglia etrusca che di qui sembra un
mucchio di sassuoli.
Paolo aveva fermato il suo cavallo; e guardava, rapito nella tragica
visione.
-- Vuoi che la cerchiamo? -- soggiunse l'adolescente, con la sua dolcezza
ambigua.
S'udì il latrato di Assra, un latrato di lagnanza e di soccorso.
-- Certo la cagna è al guado -- disse Aldo impazientito.
E fischiò. Il latrato gli rispose. Egli fischiò ancóra. Il mugolìo
esprimeva la distretta, troppo lugubre per quelle morte biancane. Egli
voltò il cavallo verso il richiamo. Assra mugolava di là
dall'acquitrino, disperata di passarlo. Il fischio, il comando, la
minaccia non valsero. La bella creatura color di perla ondeggiava su le
sue zampe delicate, implorando da' suoi dolci occhi di cortigiana
seducente.
-- Paolo! Paolo! -- gridò il cavaliere verso il tumulo color di cenere che
nascondeva il nemico. -- Paolo!
Il cuore terribile gli saliva alla gola col grido; ed egli per
comprimerlo contraeva la sua volontà tortuosa come quella d'una donna.
Esplorò con l'occhio veloce il deserto. Riconobbe un filone inclinato di
pietra arenaria giallastra ove lucevano miste scagliette di talco; e,
più lontano, una cresta sbiancata, più pallida d'ogni altra. Fiutò
l'aria, e vi colse un leggero nidore. Segnò con lo sguardo un cammino
parallelo a quello seguito dalle impronte del duca misterioso.
-- Paolo!
Il nemico mirava ancóra le alte lavine su cui ora le nubi fumigavano per
quell'aria senza tempo tinta. La sua destra accarezzava il collo di
Pergolese e la sua anima si smarriva in una tristezza e in un orrore
irremeabili come quell'emblema sotto i cui segni egli aveva veduto
straordinariamente illuminarsi la faccia alzata e la mano tesa della
vergine olivastra. Udì il grido distinto sul mugolìo della cagna
supplichevole e sul rombo intermesso che rombava per le alture della
Valdera. Voltò il cavallo e raggiunse il fratello di Vana. Non riesciva
a orientarsi in quel vallone travaglioso.
-- Assra non guada?
-- Andiamo lungo l'acquitrino, che laggiù finisce.
Cavalcarono l'uno dietro l'altro per un tratto. L'uno non vedeva il viso
dell'altro. Gli zoccoli s'affondavano sino al nodello nel ceneraccio. La
cagna era inquieta, di là dal pantano. D'improvviso partì a saetta, si
perse tra le gobbe e le groppe del mattaione, squittì.
-- Deve aver veduta una volpe -- disse Aldo.
-- Peccato che non si possa galoppare.
-- Senti quest'odore di solfo?
-- Viene da qualche mofeta.
Egli rispondeva senza volgere il capo, andando verso quella cresta
sbiancata più pallida d'ogni altra. Si udì lo squittire della cagna.
-- Guarda là su la ripa le péste di Neri Maltragi!
Ed egli spinse al trotto Caracalla su una zona d'arenaria sfarinata dai
gemitivi.
-- Tu passa per là; io giro il poggio. Assra! Assra!
Egli pareva eccitato come al principio d'una caccia. L'odore sulfureo
gli entrava nella gola. Si volse a guardare il nemico che scompariva di
là dalla cresta bianca come di salgemma e di gesso. Il cuore gli
scoppiava d'orribile tumulto. La cagna non squittiva più.
-- Aldo! Aldo!
Udì il grido. Arrestò il cavallo. Attese; e l'attimo fu eterno, il
silenzio fu di morte su tutta la valle d'abisso.
-- Aldo!
La voce era forte, era viva. Bisognava accorrere o attendere ancóra?
Egli udì nettamente gli zoccoli di Pergolese risonare su un filone di
pietra. Scelse con l'occhio per la ripa una crosta resistente e vi
spinse la sua bestia al galoppo. Scorse dall'alto il nemico che si
salvava su pel filone, travide qualcosa di biancastro giacente nello
spiazzo della mofeta.
-- La cagna è là morta! -- gli gridò Paolo arrivandogli addosso, fermando
su la cresta il cavallo ansante. -- L'ho vista cadere come fulminata.
-- C'è la putizza? -- disse Aldo, pallidissimo, coi segni della
costernazione. -- Anche tu stavi per entrarci?
Paolo Tarsis scrollò le spalle e corrugò un poco le sopracciglia; poi
drizzò Pergolese giù per il pendio, senza rispondere. L'adolescente
guardò ancóra la carogna biancastra su lo spiazzo mortifero.
-- Povera Assra! Sembra che abbia voluto morire. Aveva gli occhi troppo
belli, oggi.
Discese anch'egli. Il nemico andava pensoso innanzi, seguendo le tracce
ch'essi avevano lasciate. Riguadarono l'acquitrino; cavalcarono di nuovo
tra i nudi tumuli, tra il tufo e il margone, per le sterpaie, per le
ghiare, pel dolente deserto di cenere, in silenzio. Il giorno declinava
percorso dagli spiriti frenati dell'uragano. A ponente, tra il suol
marino e l'orlo della cappa eguale, il sole sanguinava come per i labbri
d'un lunghissimo taglio.
Paolo si volse a riguardare le Balze che ora sembravano i crolli e gli
squarci delle meschite vermiglie. Incontrò gli occhi audaci del
giovinetto.
-- Sai? -- gli disse col suo possente sorriso. -- Laggiù, dove finivano le
péste, ho veduto lo spettro di Neri Maltragi. Però stasera non lo
racconteremo.
-- Non lo racconteremo -- assentì quegli, senza batter ciglio. -- Ma la
ghirlanda?
Le sorelle guardavano, ciascuna dal suo davanzale; e ascoltavano a ogni
istante se udissero il passo dei cavalli per gli ulivi della collina.
Tuttavia le serrava l'angoscia inesplicabile e il lento tormento della
sospesa tempesta affaticava sopra tutte le cose vive i loro cuori.
D'attesa in attesa crebbe l'affanno. E nell'una e nell'altra i pensieri
le imagini ripresero a balzare armati subitamente di musculature
leonine. E ciascuna nella sua stanza ridivenne la fiera incarcerata; e
senza tregua s'agitò tra muro e muro, tra finestra e porta.
Rimbombando il tuono giù per le ambagi sterili della Valdera, crosciando
le prime larghe gocciole su i lecci aspri, non più resistettero. Si
cercarono, s'abbracciarono come per lottare, urtarono l'un contro
l'altro i loro cuori selvaggi in una stretta discorde e concorde;
piansero, si baciarono, si morsero.
Il desiderio coceva così forte il volto d'Isabella Inghirami ch'ella ne
aveva onta; e all'aria aperta lo velava d'un velo, o lo inclinava in
attitudini sfuggenti come s'inclina una fiaccola or a seconda or a
contrasto dei soffii per evitare che il fuoco s'appicchi. Ma negli
scorci irrequieti la sua bellezza si faceva tanto acuta che il cuore
d'ognuno vi si feriva come contro una lama presentata di punta e di
taglio. Paolo Tarsis non poteva guardarla senza che la vista gli
vacillasse nella vertigine. Quando le loro pupille s'incontravano, egli
scopriva tra i cigli di lei uno sguardo ben più remoto dello sguardo
umano, che sembrava espresso dalla terribilità di un istinto più antico
degli astri. Allora quella carne frale assumeva una grandezza
insormontabile, gli appariva come un confine della vita, gli limitava il
destino come un monte limita un regno. E sentiva che, per tenerla ancóra
una volta fra le sue braccia, avrebbe mille volte tradito la sua propria
anima e gittato leggermente il resto.
-- Non posso più! -- ella gli disse sotto voce, accosto accosto, con
quelle labbra che erano malate di quelle parole, con quell'alito che non
era il suo ma del fuoco che s'era appreso a lei come s'apprende al
mucchio di legna e d'aromi per divorarlo.
Ella aveva mantenuto il divieto fino a quel giorno, veramente «candidata
in foco di dolore» come nel cantico del Pazzo di Cristo. Aveva consunto
le notti nel suo letto fasciata di fiamme, simile a quella madonna
senese di Taddeo di Bartolo, ch'ella teneva sul suo capezzale, cinta
dalle ali degli angeli rossi come dalle lingue dell'incendio. Quante
volte aveva detto al suo supplizio: «Ora mi levo, ora vado. Vado perché
egli non muoia. Sento che muore d'attesa e d'aridezza». Quante volte
s'era levata, era andata alla porta, era rimasta a piedi nudi su la
soglia, vedendo nel corridoio buio un turbinìo di faville, cercando di
ascoltare il respiro di Lunella e non potendo intendere se non il
fragore del suo sangue imperversato su la sua volontà vacillante! Ma
riafferrava la sua anima, la teneva ferma nelle sue mani convulse,
irrigidendosi contro la tentazione, quasi impietrandosi nella sua
durezza, simile alla pietra cruda del Palagio onde sporgono quelle
atroci pugna di ferro per gli stendardi.
Ora come il Passo del Signore, come il Libro dell'Ardore, ch'ella aveva
ripreso a Vana e vuotato dei quadrifogli e riempito di gelsomini senza
stelo, ella implorava l'alleviamento del suo voluttuoso martirio.
-Di fiori e frutti-
-M'è fornito il core.-
-Di amorosi lutti-
-E d'ardore si more.-
-Li miei sensi tutti-
-Languono in fervore.-
-Tèmperisi l'amore,-
-Ch'io nol posso portare!-
La passione di quei cantici, quella «Pazzia non conosciuta», quella
«Pazzia illuminata», rinnovava nelle sue notti i delirii della musica.
Il battito della sua anima propagava il suo male fino alle stelle,
spandeva il suo fuoco senza raggi verso le cose eterne in travaglio onde
colavano a quando a quando quelle lacrime labili come per toccarla prima
di estinguersi. L'Amatore «dall'anima dilatata» cantava in lei per
l'amore dell'amore, come gli usignuoli indomiti che cantano finché con
essi non canti l'intero Universo. Il sonno dell'alba le veniva come su
la vittoria d'una vita tanto tenace da non poter essere sradicata né
dalla doglia né dalla voluttà.
D'improvviso, ella si svegliava al «novo tempo d'ardore» con la figura
del bacio connaturata alle sue labbra, con tutta la sua sensualità
sollevata nel suo corpo come la fame d'una moltitudine.
-- Non posso più.
Ritrovava le parole anelate nell'ora quando perduta era dentro di sé
fuori di sé ed entrambi camminavano sul loro stesso tremito come su una
corda tesa e oscillante. Ritrovava quelle parole, e il terrore di quei
primi sorsi.
Anch'egli, come in quel punto, e dentro di sé e fuori di sé era perduto.
-- Stanotte? -- fece soffocatamente, non osando guardarla per non cedere
alla violenza che gli torceva tutto l'essere.
-- No. Parti. Torna laggiù. Verrò.
-- Attendere ancóra?
-- Bisogna.
-- È impossibile, impossibile.
-- Bisogna.
Vedendolo impallidire e tremare, ella ridiveniva forte e crudele contro
lui, contro sé stessa. Gioiva di quella tortura come d'una profonda
carezza.
-- Parto stasera?
-- Domani.
-- Un'altra notte così?
-- La più bella!
-- Mi accompagnerai domani?
-- No. Ti raggiungerò.
-- Non posso più. Ho voglia d'ucciderti.
Egli diceva le parole d'agonia e di minaccia, debole e tremante, in
preda al gorgo elementare che aggirava la sua vita come un rottame o
un'alga. Erano essi in fondo al lecceto, su lo sprone della collina
proteso come un promontorio verso le maligne piagge grige, verso le
crete gibbose e scagliose, verso le immense biancane senz'ombra.
L'impeto e l'ebrezza del volo risorsero dal loro desiderio constretto.
Essi riudirono il sibilo dell'elica, riebbero sul viso il vento della
rapidità, sentirono nell'azzurro la bianchezza della grande Àrdea come
il colore stesso della loro gioia aerea. Imaginarono di varcare lo
spazio in un solo veleggio fino al Tirreno che luceva laggiù, di là
dalla Valdera, di là dai Monti Pisani, tra Migliarino e Boccadarno.
Sorvolarono la pineta del Tombolo, scesero su la prateria salmastra;
ritrovarono la villa solitaria, la terrazza lastricata di maiolica, il
tappeto della danza, i cuscini delle carezze.
-- Isa! -- chiamò Aldo dall'ombra dei lecci.
La sorella si volse. Per l'opacità verdastra ove cadeva l'oro solare
crivellato dalla fronda, ella lo vide venire svelto e pieghevole con in
pugno una fiaccola fumante. Vana e Lunella lo seguivano.
-- Vuoi che scendiamo? -- disse egli avvicinandosi e guardando i due
trasognati con quel suo sguardo intollerabile ove il fosforo grigio
sembrava crepitare come la ragia nella torcia.
-- Sì, eccoci -- rispose la sorella, accesa d'un rossore subitaneo che
sgomenta aveva sentito salire alla sua faccia e più divampare nello
sforzo vano di dissimularlo.
Il giovinetto teneva la fiaccola discosta e riversa bruciacchiando
l'erba. Era vestito di tela bianca, aveva il capo scoperto, portava i
sandali; e pareva che dalla sua negligente eleganza si rivelasse la
proporzione del suo corpo degna di quella che segna il ritmo nella
Cavalcata fidiaca.
-- Paolo, -- disse -- non sei mai disceso in un sepolcro etrusco?
-- Sì, a Tarquinia.
-- Ah, ti ricordi nella grotta del Convito quegli uomini tutti rossi,
quelle donne tutte bianche.... Qui non ci sono pitture; ma vedrai che
ornamento!
-- E chi sa quanti pipistrelli! -- disse Isa rabbrividendo. --
Forbicicchia, non hai paura?
La salvatichetta si stringeva contro il braccio di Vana, lanciando di
tratto in tratto un'occhiata torva all'ospite, di sotto il lustro nero
blu della sua capellatura.
-- Mi farai cadere -- fece Vana sotto voce, vacillando giù pei sassi della
viottola.
-- Quest'anno non dev'esserci entrato nessuno -- disse Aldo. -- Il
caprifoglio ha quasi ricoperta l'imboccatura del cunicolo.
-- Sai, Aldo, -- disse Isa, rapida -- Paolo se ne va domani.
-- Di già?
Vana s'arrestò, soffocata dal fumo della torcia che la investiva.
-- Duccio, tu ci affumichi! -- si lagnò Lunella.
-- Paolo, e non vedrai i bulicami di Monte Cèrboli dopo le bolge di San
Giusto.
-- Sì, sì, -- fece Isa -- domani l'accompagneremo fino ai Lagoni: è un
tratto di strada.
-- Lungo la Cècina perfida, forse t'apparirà un altro cavaliere
avventuroso che fece il viaggio equestre agli Inferi uscendo da
Volterra: Michele Marullo.
Non era acre di sarcasmo, non era dubbia d'ambiguità la voce
dell'adolescente quando si volgeva al nemico; eppure dava a Isabella una
così penosa inquietudine ch'ella s'affrettava a coprirla col suo tono
gaio, come se l'ultima sillaba lasciasse nell'aria uno strascico d'odio.
-- E non lo racconteremo -- disse Paolo Tarsis sorridendo male.
-- Che cosa? che cosa? -- domandò Isabella.
-- Abbiamo un segreto -- disse l'amato.
-- Il segreto di Neri Maltragi -- disse il portatore di fiaccola ridendo
su l'ingresso dell'ipogeo, sotto i festoni di caprifoglio, tra
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