della spiaggia pisana e della Versilia verdebionda e della val di Magra, quella intiera ch'essi ogni giorno sorvolavano con l'ali di lino e fiutavano nella sua vastità concentrata dal volo come si fiuta un sacchetto di nardo, quella medesima odorava per lui nella pelle calorosa. E una stilla di quel sudore bastava a dissolvere tutti i pensieri, tutti i disegni, tutti i rimpianti, tutte le inquietudini. E nessuno dei paesi ch'egli aveva percorsi era profondo come quel corpo sensibile. Ed egli sapeva l'ebrezza di chi entra in una gola di monti e al termine del valico possiede d'improvviso con uno sguardo l'inopinata magnificenza d'una terra senza confine; ma quanto più acre ebrezza era il penetrare perdutamente in quel mistero che due braccia potevano scuotere! Placata, stropicciata d'essenza ristoratrice per tutti i muscoli, avvolta in un doppio cafetano di mussolina senza maniche, Isabella godeva il vento serale che soffiava a traverso le pinete ancor tiepide. Il tintinno dei sistri taceva, in quell'angolo della terrazza, sotto il quadro di seta. Ed ella sorrise e disse: -- Aini, ti piaceva la musica della mia danza? Ma non sai ancóra quel che c'è, là sotto. -- Una stregheria. -- Una malinconia. Ella si levò, prese la cosa nascosta e la portò presso i cuscini. Nell'aria, ch'ella aveva abbellita di tanta vita bella, ora l'alba lunare si diffondeva per l'ombra composta d'una vena violetta e d'una vena verdiccia che si mescevano tacitamente. Come taluno si china su un tizzo fioco e col soffio ne suscita vive faville sonore, ella aveva ravvivato e moltiplicato con l'agitazione dei suoi incanti le note interrotte. Ora scopriva una piccola cosa morta, una specie di cassetta funebre per Tiapa, per la bambola di Lunella. -- Guarda. Ci si vedeva ancóra. Ella aprì il coperchio. Egli si chinò a guardare da presso. Era una vecchia scatola armonica, con l'anima di metallo costrutta d'un pettine d'acciaio i cui denti vibravano al girare d'un cilindro irto di punte. -- Dove hai scavato questo scarabattolo? -- Non scarabattolo ma scarabillo. -- Sembra il modellino d'uno strumento di tortura. -- Si chiama scarabillo, dall'infanzia. Ella rise; poi velò di malinconia il suo riso parlato. -- Vedi: il pettine è un poco rugginoso e al cilindro manca qualche punta. Se tu sapessi quante volte m'insanguinavo le dita contro queste punte, quando il cilindro s'incantava! Avevo sei anni quando trovai questa scatola in un ripostiglio. Doveva esser là dal tempo di Nonna Diana, fabbricata a Vienna verso il mille ottocento cinquanta. Chi può dire perchè una vecchia cosa meccanica ci diventi amica, si leghi a qualche fibra della nostra vita intima e non possiamo mai separarcene senza temere di far morire un po' di noi stessi? Vedi: qui c'è una specie di doppia aletta imperniata che, quando si carica, si mette a girare vertiginosamente e fa quel ronzìo di vespaio, prima che la sonatina incominci. Era l'aura dei miei sogni puerili. Anche ora non posso udirla senza un certo ondeggiamento del cuore. Per nessuna cosa ho avuto il sentimento della proprietà come per questo scarabillo (è il nome che gli diedi, non so perché). L'ho difeso contro Vana, contro Aldo, contro tutti. L'ho preferito a qualunque altro giocattolo. Tutta la mia fanciullezza è stata cullata dalla sua voce tintinnante, che non somiglia a nessun'altra voce. Chi ha composta la sua musica? Chi può riconoscere una di queste piccole danze? Mi ricordo che sul coperchio c'era ancóra un frammento del cartello che portava la lista delle sonatine. S'è perduto. Ci rimase per qualche anno. Ci si leggeva soltanto: -La pavane lacrymée-. Ella si chinò, prese la chiave e caricò il cilindro ispido. S'udì il ronzio del calabrone nell'orciuolo. Ella accostò la mano per sentire l'aura della doppia aletta girante. Poi richiuse il coperchio, lo ricoprì col quadro di seta ch'era un conopeo di ciborio. -- L'ho portato sempre con me, il mio scarabillo. Qualche volta lo lascio dormire in fondo a un baule o a un tiretto per mesi e mesi. Poi lo risveglio. E m'incanta e mi culla ancóra. Mi ricordo che quando ero bimba facevo gighe e volte e sarrabande, sola sola, intorno alla scatola posata per terra. Ma come mai stasera lo scarabillo della mia innocenza ha accompagnato la danza della mia perdizione, Aini? Ella rigò d'un riso esiguo la sua malinconia; poi tacque, ascoltando la voce piccola e infinita. Era un gran silenzio, con qualche fruscìo, con qualche sciacquìo raro, con qualche pallido pianeta, con qualche pipistrello aliante. Le cose cominciavano a segnare le ombre, sotto il plenilunio, ma appena. Erano a tavola, presso il balcone. La chioma d'un pino toccava l'inferriata, movendosi nell'ombra con quel moto lento e animale che hanno le piante subacquee. -- Quanto mi piaci stasera, Aini! -- disse Isabella a bassa voce, nel fumo e nel profumo della sigaretta, tenendo su la tovaglia i due gomiti nudi, facendo intorno al suo viso continui gesti con le lunghe mani senz'anelli. -- Ti prego, fa ancóra così. Ella imitò un piccolo moto nervoso che gli era involontario: una rapida contrattura che dalla radice del naso, ov'era incisa la grande ruga verticale, scendeva a serrare le nari e a muovere il labbro superiore: una specie di baleno muscolare, indefinibile, un nulla. Egli sorrise. -- Ti burli di me? Era tutto perduto in lei. La guardava, la divorava insaziabilmente, s'affannava a possederla in tutti gli attimi, vigilava con un'acuità assidua perché nulla di lei gli sfuggisse. Ben egli mille volte avrebbe voluto ripetere quella parola: «Fa ancóra così!» -- Chi può dire quel che più ci attragga nella creatura che amiamo? -- disse ella, guardando lui con lo stesso ardore avido. -- Un certo riso, una piega lievissima della bocca, un modo di socchiudere le ciglia, un nulla; ed è tutto. In quel non so che guizzo che ti passa ogni tanto sul viso senza che tu te n'avveda, sei tutto tu. -- Ah, ma chi dirà come sei? Ella allungò verso di lui le braccia più lisce e più fredde delle porcellane che rilucevano su la mensa. -- Come sono? Come sono? -- Dove hai preso quest'odore di gelsomino? Stordisce. -- Non sai che io ho un giardino di gelsomini, tra due sepolcreti? -- A Volterra? -- Un giardino chiuso in quattro muri folti di gelsomini, e non so se più odori quello di levante o quello di mezzodì. Senti! Inchinandosi, ella strisciò la bocca di lui prima con l'un braccio poi con l'altro, mollemente, dal polso al cavo della piegatura glauco d'arterie, dal gomito all'ascella ove pochi fili d'oro s'inanellavano. -- Senti, -- diceva ella con quella voce che attenuandosi creava l'increato -- sono freschi? Piove piano su i gelsomini, contro il muro che conserva il calore del sole. Una gocciola basta a riempire il cuore d'ogni fioretto bianco; e non è più una gocciola di pioggia ma d'essenza, d'essenza forte come quella che i profumieri estraggono in Chiraz, in Ispahan, nei paesi che tu hai veduti, che tu hai in fondo a questi occhi che per ciò sono come due turchesi, due turchesi malate di me, ora, molto malate di me, povero Aini! Egli entrava come in un torpore magnetico, in cui il profumo la voce e la carne erano una cosa sola. -- Senti, senti! La pioggia cresce. È ancóra una carezza per le rose, ma i gelsomini sono troppo delicati. Un rametto cade a terra. Chi dice che somiglia a un uccellino disteso, con le zampe rotte? Il poeta del -Divano-, che Aldo mi legge. Pensa! Ho un giardino cantato a gara da Nizami, da Dschami, da Hafiz, fra due sepolcreti etruschi, sopra un colle volterrano, poco discosto dalla Reggia della Follia. E ho anche una gazzella. Era scivolata quasi su le ginocchia di lui, con quell'arte di aderire e di avviluppare ch'era istintiva nelle sue membra come nei viticci del tralcio. -- Conosci gli amori di Leila e di Madschnun? Madschnun significa il Folle, folle in estasi di passione. Vuoi che ti chiami così? Una gazzella s'era impigliata nelle reti. Madschnun la vide, accorse, la coprì di baci, le medicò le ferite, la trasse dai lacci, la accarezzò dal capo ai piedi, perché lo sguardo di quei grandi occhi teneri gli suscitava l'imagine di Leila; e le diede la libertà. Ora l'ho io, proprio la stessa, ma trasfigurata in Vergine da un pittore senese che si chiama Priamo di Piero. Te la mostrerò. Guarda con gli stessi occhi con cui ella guardava Madschnun. Ha un collo lungo lungo, un viso fine fine, un mento stretto come il muso del suo tempo selvaggio, le mani come le mie, con le dita disgiunte. Ma certo mi vince in gambe; perché, se si alza dal trono, chi sa dove batte l'aureola, quell'aureola d'oro che è come la beatitudine che il cielo persiano le poneva un tempo fra le due corna in forma di piccola lira. E porta una veste orientale, rossa broccata a garofani d'oro, che dev'essere una veste di Leila. Ancóra una volta con la musica delle sue imaginazioni ella faceva un incanto che era una follia artificiata. Pareva ch'egli non l'ascoltasse con gli orecchi ma con le labbra, con le labbra premute sul collo. -- Che mi fai, Madschnun? Ella gli guizzò, gli scivolò di su le ginocchia; si ritrasse su la sua sedia. Accese un'altra sigaretta, sorridendo. Aveva sul collo una macchia rosea. -- Non hai mai fumato l'oppio o la foglia di canape, laggiù, in qualche porto oleoso? -- Non amo i veleni. -- E me, dunque? -- Te soltanto. Ella stette per qualche attimo assorta, con quel sorriso sospeso che pareva interrompere la vita esterna su l'intimo spettacolo. E la mensa era sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di argenti. La cenere e un rimasuglio di tabacco biondo galleggiavano in una coppa, e il vino vi ferveva intorno senza spuma. -- L'anima è il veleno più potente -- ella disse. I piccoli paralumi gialli in cima ai candelieri la coloravano d'un lume dorato. Qualche farfalla notturna aliava intorno alle fiammelle. A quando a quando, pel vano del balcone, il pino susurrava sotto la luna. Ella disse, all'improvviso, lacerando l'incanto. -- Sapete, Paolo, che noi siamo fidanzati? Egli la interrogò, attonito. -- Oh, non abbiate paura. Fidanzati per ridere, o per piangere. -- Non comprendo. -- Omai, dopo i nostri voli, il segreto non è più chiuso tra queste mura. Credo che viaggi pel mondo mondano e che sia entrato nella città degli Inghirami, per la porta più solenne, per la Porta all'Arco. Non pensate che io tema d'essermi compromessa. Ma è utile che noi giochiamo il gioco dei promessi sposi, utile non tanto per le solite convenienze quanto perché io vi possa condurre nel giardino dei gelsomini. -- Il gioco solo? -- disse egli turbato, dubitante, con una intenzione di rammarico e di rimprovero gentile, incertamente espressa. -- Paolo, Paolo, il vostro impaccio è delizioso! -- gridò ella in uno scoppio d'ilarità. -- Sono sicura che temete un tranello. Egli protestava. -- Sono sicura che pensate ch'io vi abbia detto questo per tastarvi il polso. Ma no, ma no! È un fidanzamento non di sequestro ma di comodità. Morirò vedova, morirò Isabella Inghirami, morirò nel mio doppio I su cui non ho mai messo il punto. Lo metto ora, su l'uno e su l'altro, ecco. C'è un benedetto codicillo nel testamento maritale. Se mi lasciassi sposare da voi, perderei il giardino dei gelsomini con la gazzella e con tutto il resto. Non mi rimarrebbe che lo scarabillo. Codicillo, scarabillo! È troppo crudele. Turbato, egli protestava ancora, non senza un'ombra di gofferia. -- Via, Paolo. Vi dispenso da ogni onesta dichiarazione. Resteremo promessi sposi in eterno, se volete. Ma sarà più facile trovare un pretesto per rompere, molto più facile, ahimè! Cessò di ridere. Riprese tra le labbra la sigaretta, e con qualche boccata si velò tutta di fumo. Egli era in un malessere che non trovava posa. -- Bisogna che io ritorni a Volterra, almeno per un po' di tempo -- ella disse. -- Non posso più lasciare le mie sorelle e mio fratello lassù, abbandonati, dimenticati. Ho già annunziato il mio ritorno e il nostro fidanzamento. È necessario che io sembri in regola, o quasi, davanti a Aldo, a Vana. Voglio che tu mi accompagni. Egli ripugnava a quella finzione penosa. Rivedeva in sé la faccia febrile della vergine olivastra, se la sentiva piangere contro il petto; riviveva l'angoscia della veglia funebre. E le maniere ambigue dell'adolescente gli riapparivano. -- Non posso -- disse. E guardò con ansia le labbra dell'amata, temendo le parole ch'erano per uscirne. -- Perché? Ella aveva parlato con una voce bassa, coperta d'ombra. Ora aveva il suo viso di dèmone, la sua più perigliosa bellezza, quella emanata dalla sua più nociva alchìmia. Gettò nella coppa la sigaretta accesa che spegnendosi frisse. Prese uno dei grandi garofani color d'ardesia che ornavano la mensa, e lo gualcì fra palma e palma. Pareva che le occhiaie le divenissero più larghe e più cave, piene di un azzurro violetto simile a quello del cielo sul pino, ove le pupille fosforeggiavano come quando l'anima era per divenirle «il veleno più potente». -- Per Vana? Egli non rispose. Non aveva mai avuto paura di maneggiare francamente anche le armi ignote, ma sentiva una repulsione invincibile contro le schermaglie di parole. Attese, con lo sguardo diritto. Elia ben gli conosceva quell'attitudine, quell'armatura di silenzio, ed era anche abile ed acre nell'arte di smagliarla. -- Che cosa c'è, o almeno che cosa ci fu fra te e Vana? -- Nulla più di quel che sai. -- Non so nulla. So che Vana è perdutamente innamorata di te. -- Credo che t'inganni, spero che t'inganni. -- Sono certa. Parlami con franchezza. Non sono gelosa: voglio dire che la mia gelosia non è tale che tu possa comprenderla. Nei primi giorni, quando eri assiduo presso di lei, avevi una più o meno vaga intenzione di un più o meno lontano matrimonio? Confessa. -- Isabella, non so a che giovi questo interrogatorio inopportuno. Stanotte voglio andare con l'Àrdea su le mura di Lucca, risalendo il Serchio, voglio passare su la torre dei Guinigi. -- Non le parlasti mai d'amore in quei primi giorni? Qualche volta rimanevate soli. Non una parola tinta d'amore? nulla? -- Non ricominciare il tuo gioco perverso, Isabella. -- Sì, qualcosa ci fu. Se no, come sarebbe così accesa di te? Lo sai, che t'ama. Dimmi che lo sai e che ci pensi. -- Sei folle. -- Non ti ricordi, a Mantova, quando apparve su la porta mentre mi baciavi? Era come una morta. Entrambi la rividero livida ma respirante, appoggiata contro lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più serrarli. -- Forse era già là da qualche tempo, e teneva que' suoi occhi fissi su noi mentre tu mi bevevi, mentre io gemevo: «Non più!», mentre tu rispondevi: «Ancóra!» -- Ah, perché sei così? -- Non la udimmo. Io non la udii, ché gli orecchi mi rombavano. Ma certo era là, e vide. Io non ci vedevo; avevo la vista annebbiata, quando mi distaccai. Ma mi parve che dietro di me ci fosse un fantasma, e mi volsi. E avevo la bocca tutta gonfia di quel bacio così lungo e così feroce. E Vana mi vide quella bocca. Ella parlava basso con un crescente ànsito che le sollevava il seno bianco a traverso l'oro della trina, con una specie di voluttà nemica che le contraeva i muscoli del viso, che le atteggiava di nuovo le labbra a quella gonfiezza. -- Ti ricordi? Ti ricordi? E Aldo sopravvenne. E Aldo mi scoperse il sangue nei denti, il piccolo taglio nel labbro. Ah, perché allora tutto il desiderio mi rifluì nelle vene, mentre chinandomi cercavo di far ombra sul mio viso che temevo mi s'accendesse non di pudore ma di ardore? Come con un tizzo ella lo affocava col suo viso sfrontato e convulso, ove l'impudicizia dell'anima ardeva come un'insana tristezza, ove gli occhi sembravano perdere i cigli e soffrire d'essere così nudati, ove il respiro era come un'esalazione morbosa che attossicasse e decomponesse i pensieri. -- Ti ricordi? E cercavo il fazzoletto per coprirmi la bocca, e Vana a un tratto mi disse: «Tieni». Vana mi diede il suo, con una mano secca, con una mano di febbre e di rancore. La rivedi come io la rivedo? E m'asciugai quel poco sangue del bacio. La prima volta premetti e poi guardai: c'era la macchiolina rossa. Poi premetti ancóra. Tu eri attento? Di tutto mi ricordo, e non di questo: c'è una pausa nella mia memoria. Le resi il fazzoletto? Ella me lo riprese? Puoi dirmelo? Egli scosse il capo, -- Neanche tu lo sai? Per quanto io ci pensi, non riesco a rammentarmene. Era un piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, del gelsomino di Volterra. Certo, quando entrammo nel Paradiso, io non l'avevo più. Forse Vana me l'aveva ripreso nel momento in cui tutti eravamo con gli occhi levati verso il Labirinto. Forse che sì forse che no.... Come la corrente del riscontro agitò la leggera tenda indiana su la porta, ella si volse con uno strano sussulto. L'imagine della sorella era così viva in lei ch'ella credeva fosse per apparirle un'altra volta all'improvviso come nella camera di Vincenzo Gonzaga. Abbassò ancor più la voce, le diede una torbida intimità, la fece calda ascosa e acre come l'ascella. -- Ora so. L'ha serbato, con la macchiolina di sangue; l'ha nascosto, e non osa ritrovarlo. O forse l'ha inzuppato di lacrime, l'ha lavato col pianto. Egli l'ascoltava, con sordi tonfi nel petto, con una repulsione che bruciava come un desiderio, con un desiderio che si torceva come una repulsione. -- Tu non sei ardito quando voli dentro di te come quando voli nell'aria. Ci sono cose che tu non comprendi, che tu aborri.... Il tuo amore è ancor quello a cui tu davi occhi tanto puri e tanto severi che io non avrei potuto guardarlo senza vergognarmi? Ella si abbandonò indietro, su la spalliera della sedia. Tenendo nella mano il gambo del garofano gualcito, percoteva col fiore la sponda della mensa; e, con tutto il volto dorato dal riflesso dei candelieri, sogguardava l'uomo. -- Eppure tu serri tanti istinti atroci in te, puoi essere tanto crudele, e sai come la voluttà non sia se non un martirio divino che urla con urli di belva.... Ma quel tuo amore, quello che non ero degna di rimirare, è un pastore decrepito che conduce le solite coppie timidette al solito pascolo della moderazione. Ti sembra che passi qualche sera, là sotto la terrazza, e ti richiami? Ella lo irrise con la luce nei denti, rovesciando indietro il piccolo capo stretto ermeticamente fra le trecce dense così come si lega e si salda la chiusura d'una fiala piena d'essenza volatile. -- Saresti capace di rispondere arditamente se io ti domandassi di ravvivare in te una sensazione oscura e fuggevole? Egli sentiva il suo malessere incupirsi e fasciargli le tempie come una cattiva ebrezza. Guardava la mano lunga della tentatrice percuotere col garofano l'orlo della tavola, e s'attendeva che la corolla si spiccasse dallo stelo. Come se un vento interrotto gli attraversasse lo spirito, egli riudiva lembi della voce di Vana: «Ah no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza sangue.... Io non son nulla, non sono nulla per voi.... Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me». Rivedeva lo spavento di quella povera faccia estenuata. Rivedeva sé medesimo sotto la tettoia, laggiù, nella brughiera deserta, dinanzi al cadavere del compagno composto sul letto da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone; e quel vegliatore, chiuso nel suo lutto come nel diamante, non gli somigliava più. Egli era separato da lui per un'infinita notte. -- Ti ricordi -- gli diceva la tentatrice; con un'espressione di ardore così folle che sembrava un rapimento -- ti ricordi quando nella prima stanza del Paradiso io era presso il davanzale e mio fratello mi cingeva col braccio la cintura su la pietra calda, e io chiamai te, chiamai Vana, e vi avvicinaste, e restammo tutt'e quattro nel vano della finestra, e Vana fremeva contro il mio petto, e io lasciai passare sul suo capo il mio sguardo che ti versò nel cuore la mia voluttà nuova? -- Ah, taci! -- Sono orribile? Ella aveva ancóra quel viso sfrontato e convulso, quello sguardo nudato, quel respiro bruciante; e in tutta la sua carne triste quella sensuale attesa del martirio, ch'era quasi luce. -- Mi ricordo -- disse egli con una voce sorda che a lei parve minacciosa -- mi ricordo quando tremavi in quella stanza occupata dall'ombra di un letto, quando tremavi di paura vedendo verso noi venire due figure in silenzio.... -- Aldo e Vana! -- Noi stessi, nello specchio cupo -- Aldo e Vana e noi stessi. -- E la follìa. -- Ciascuno in uno specchio ha una follìa che l'atterrisce e l'attira. Vuoi andartene da me? Vuoi che ci separiamo domani? Vuoi che non ci rivediamo più? Uno spavento repentino turbinò dentro di lui e lo vuotò d'ogni forza. Ella parve entrare tutta quanta in quel vuoto, sola e nuda pesarvi con tutto il suo peso carnale. -- Domani risalgo a Volterra. Correvano su la rossa macchina precipitosa, nel pomeriggio d'agosto, come in quel già tanto lontano vespro di giugno per la via di Mantova. Correvano verso l'inferno di Volterra. Non gli argini verdi, non le pallide vie diritte, non i canali molli, non i filari di salci di pioppi di gelsi; non acque, non ombre, non arte agreste di festoni e di ghirlande; ma una terra senza dolcezza, un paese di sterilità e di sete, una landa malvagia, un deserto di cenere. -- Vedi? vedi? -- ella diceva al suo compagno disperato, chinandoglisi contro la gota scarna. -- Sono io così, dentro di te? è così la tua arsura? Fenditure innumerevoli, arsicci labbri anelanti, per ovunque s'aprivano nelle crete sitibonde. Qua e là nei campi abbandonati rosseggiava il gabbro, d'un rosso di fegato; le pietre laminose rilucevano come frantumi di spade; tanto brillavano gli schisti che parevano quasi crepitare come le stoppie in fiamme. -- È così la tua passione? Tutto è riarso in te? I crepacci di color d'ocra intersecati erano simili a una immensa rete di corda falba, dalle maglie larghe e ineguali, distesa per insidia su le biancane di mattaione cinericcio. -- Vedi dove io ti trascino? Letti aridi di torrenti, ghiare calcinate come le carcasse dei cammelli su le vie delle caravane, splendevano d'una bianchezza acuta come un grido breve. Splendevano, dileguavano. -- Come farai tu, come faremo noi per essere pari a questo ardore? come faremo per superarlo? Qualche casale appariva, tristo come i tufi, circondato da mucchi di paglia simili a torri mozze, con un solo cipresso a guardia, con un solo cipresso nero in tanta pallidezza, ritto su la sua ombra corta. -- Non mi ami ancóra. Forse anch'io non ti amo ancóra. Ancóra non soffri assai di me; non soffro ancóra di te come voglio. Che l'amore mi sia come questa desolazione! Vedi? Vedi? Una desolazione che nessuna abondanza eguaglia. Tutto il resto è fiacco. Che sono dietro di noi le foreste di résina, le sabbie marine, i falaschi degli stagni? Guarda le mie crete! Ella parlava in una specie di delirio solare. Egli si ricordava delle sue febbri tropicali, delle grandi allucinazioni luminose. In quei luoghi onde la vita era esclusa, entrambi sentivano la loro vita moltiplicarsi. -- Guarda! Il fuoco del solleone sembrava piovere a dilatate falde come sopra il sabbione ove Dante vide star supini e immobili i rei di violenza contro Dio, di continuo correre le greggi delle anime nude, la tresca delle misere mani senza riposo scuotere le vampe, e solo giacere senza cura dell'incendio quel grande. Come l'arena dello spazzo infernale, la creta s'accendeva «a doppiar lo dolore», si faceva brace, si risolveva in cenere. L'infinito riverbero trascolorava il cielo, struggeva l'azzurro. Negli zolloni di tufo i nicchi scintillavano come il diamante. Qua e là, su pei dossi, su pei gibbi, la fioritura salina luceva come il tritume del vetro, come la limatura del ferro. A quando a quando tutto l'ardore ripalpitava e si rinfocava nel vento. Un lungo e cupo compianto si diffondeva per la solitudine dolorosa come se ogni crepa esalasse un sospiro o un gemito. -- Ah, Paolo, su questa via non c'è il carro carico di tronchi né tu mi minacci di schiacciarmi contro un mucchio di sassi; ma facciamo un viaggio ben più dubbio. Lo sai? Eppure io posso ancóra ripetere: «Non temo». E tu? Egli non rispondeva. Con i pugni al volano, con gli occhi fissi alla via sparsa di selci taglienti, egli pativa in sé un'angoscia ben più fiera di quella che aveva patito. Gli accadeva ciò che un tempo gli sarebbe parso impossibile come il respirare senza polmoni. Egli si sentiva disarmato della sua volontà, in balia a una forza estranea ch'era per trascinarlo verso eventi cui già la sua infausta veggenza dava gli aspetti del vizio, del delitto e della tortura. Aveva ceduto all'imposizione dell'amante insensata; ma già così intimamente l'aveva corrotto il contagio, che in fondo alla sua riluttanza era l'ansietà d'esperimentare il nuovo, era una curiosità amara e ardente della colpa arcana, della promiscua pena, era il fascino dell'inferno. -- «Se un giorno voi non poteste più dormire né sorridere né piangere!» Ti ricordi di queste parole? Che mai valevano in quella campagna molle? Ma allora io pensai al mio deserto di cenere. Guarda! La desolazione si faceva sempre più tremenda. A destra, a manca, dinanzi, ovunque appariva tutta la terra ondeggiata come un immenso deposito risecco d'alluvioni bibliche le quali avessero trasportato quivi le braci delle città maledette, i residui degli incendii espiatorii, la polvere delle tribù punite. Le sorti annunziate dai Profeti erano quivi compiute. La parola pronunziata dal Signore era adempita: «Ecco, io accendo in te un fuoco, che consumerà in te ogni albero verde, ed ogni albero secco; la fiamma del suo incendio non si spegnerà, e ogni faccia ne sarà divampata, dal Mezzodì fino al Settentrione». Tutta la terra era come il ceneraccio che rimane nella conca del ranno. Non v'era albero, né verde né secco; né pur le spine e i pruni d'Isaìa vi crescevano. Soltanto qua e là qualche tamerice assetata e scolorata vi languiva, abbandonata anche dalla sua propria ombra. -- Mi ami? mi ami? -- chiese ella, chinandosi ancor più verso la gota scarna, assalita da uno sgomento subitaneo al pensiero di quell'altro amore che ardeva lassù, nella Città di vento e di macigno, e che poteva vincere il suo. -- Mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati, diménticati dei nostri giorni e delle nostre notti; diménticati dei nostri rantoli e delle nostre grida; diménticati che cento volte abbiamo agonizzato l'uno nell'altra, che cento volte abbiamo domandato pietà senza ottenerla. Diménticati d'ogni carezza e d'ogni violenza; perché lassù non ci toccheremo neppure con lo sguardo, patiremo una sete peggiore di questa, saremo com'eravamo prima del bacio sanguinoso. Inspirata da un istinto profondo ella sopprimeva la voluttà, sottraeva la sua carne, riprendeva il dono del suo corpo, imponeva di nuovo il divieto crudo; ché ella sentiva qual forza fosse l'essere intatta, per colei che lassù era sola col suo amore e col suo dolore. Un profondo istinto la inspirava a eguagliare la condizione di colei, a ridivenire un giardino chiuso, più desiderabile forse per chi ne fu espulso che per chi non mai vi penetrò. Ed ella ben sapeva come facilmente e rapidamente la donna, pur dopo la più lasciva mescolanza, possa ridivenire lontana ed estranea agli occhi dell'uomo. Ella conosceva quell'attitudine feminile che sembra all'improvviso togliere ogni realità alla più supina dedizione e, con quelle dita stesse che rinfrescano le pieghe gualcite della gonna, creare il distacco insuperabile. «Diménticati!» ella diceva; e si sentiva già ridivenuta l'Isabella dell'indugio perverso, ch'era per donarsi e si ratteneva, ch'era per concedersi e si negava. Ma ora non più una volontà di gioco, sì bene una volontà di martirio imperversava nel suo corpo ancor maculato dall'orgia. Raffigurandosi le lividure su la sua pelle intrisa di gelsomino, ella già pregustava il supplizio dell'astinenza come una voluttà più acre d'ogni altra. E imaginava con ansia la sua prima notte nella villa volterrana piena d'insonnio in ascolto. -- Volterra! Dietro una calva collina di marna gessosa, su la sommità del monte come su l'orlo d'un girone dantesco, all'improvviso era apparso il lungo lineamento murato e turrito. Entrambi vi s'affisarono, rallentando la corsa. La macchina rombò, ansò. Tre cavalli neri, impastoiati, con lunghe code, con lunghe chiome, saltabellavano su per un pascolo di sterpi, rilucendo nel sole, mentre il galestro si sfaldava sotto gli zoccoli. E la città disparve. Vana era salita sul ripiano del Castello, dietro il Leccione, e dal parapetto guardava verso la valle, spiava la via terribile? Ora Isabella ne creava in sé l'imagine viva, e si rappresentava il tristo luogo della vedetta: quel prato solitario su cui s'allunga l'ombra del Mastio che emerge dalla cintola in su dominando il cammino di ronda fra i due torrioni angolari, e l'albero degli Inghirami che di quivi appare senza tronco, simile a una cupola posata su l'erba, vasta come quella del Battistero a riscontro emergente di là dal tetto del palagio, di là dalle banderuole di ferro che in perpetuo stridono portando l'Aquila su la Ruota; e sotto il parapetto la perpetua tempesta degli elci abbarbicati nell'erta, l'incessante mugghio che affatica la fronda bruna. Non era forse là in quell'ora, china a scoprire una nube di polvere, la stretta faccia olivigna? Non era là sotto il sole, con tutta la sua vita d'odio e d'amore protesa verso la via bianca, la piccola sorella indomabile? Quale era su la tempesta degli elci la tempesta di quella vita? Ed ella tremò di sgomento per tutte le ossa pensando che quella passione poteva essere più grande e più selvaggia della sua passione. Di quelle settimane d'assenza e d'attesa ella ignorava tutto, e la fantasia le si sollevava su quella ignoranza. Vedeva sé nella dolce marina pisana, sé distesa nei cuscini dei piaceri, sé voluttuosa e obliosa; e l'altra, la creatura chiusa e tenace, audace e nascosta, lassù, nella Città di vento e di macigno, tra spettacoli di duolo e di morte, col suo canto e col suo amore intenta di continuo a esaltare la sua disperazione. E la invidiò, e la temette; e la imaginò carica di forze accumulate, pronta a combattere, pronta a morire. «Torniamo indietro, torniamo indietro!» voleva pregare, sopraffatta dall'ansietà. E, udendo il fragore della macchina sforzata all'assalto dell'erta, desiderò che qualcosa scoppiasse, che qualcosa si spezzasse. Una greggia era ammassata sul cocuzzolo d'un poggio nudo, appesa tristamente come a una mammella arida, smorticcia come il mattaione ove qua e là lustravano gli ammassi di testàcei e le làmine di talco. Su una pendice del monte di Caporciano, arrossato dai filoni di gabbro che serrano la vena del rame, Montecatini di Val di Cecina mostrò il torrione quadrangolare dei Belforti. Un astore cinerino come le crete roteò nell'aria incandescente. L'esecrazione d'Isaìa divorò la terra etrusca. Tutto nel crudele riverbero delle biancane moriva. Dagli squarci, dalle crepe, dalle rosure, dalle frane, dai botri, dall'immoto travaglio della sterilità esalava la doglia non mitigabile. E la lamentazione del vento cominciò, d'altura in altura, ad elevarsi. -- Vedi? vedi dove ho relegato mia sorella, mio fratello, la mia tenera Lunella? Come hanno vissuto? che leggerò nei loro occhi? Imagini tu quel che questa terra può fare d'un'anima? Guarda le Balze! Su dal riverbero di tanta cenere rovente sorgeva il monte lunato con le corna volte a Borea, scosceso di dirupi, irto di ronchioni e di schegge, levando contro il torrido biancore del cielo una città di ferro rugginoso escita dall'istessa fucina ond'escì quella a cui Flegiàs tragittò l'Etrusco pellegrino e il duca suo. -- Dove ti attiro? dove porto il mio amore? Non alla felicità, non alla felicità; ma a qualche cosa di più terribile. Lo so. E perché faccio questo? Una demenza è in me, più antica di me, che non mi dà requie. La sento, la soffro, e non la conosco. Credi che io potrei diventar folle? M'è parso di leggere questo timore ne' tuoi occhi, qualche volta. Rispondimi! Ora la terra era tutta occupata da tumuli in forma di quelli ch'ella aveva intraveduti nella selva pisana, simili ai monimenti del castigo «più e men caldi». Sul culmine d'un poggio cretoso tre cipressi eran fitti come i tre patiboli sul Calvario. Il vento era come l'agitazione sonora d'un immenso vampo. -- Ah, voglio tornare indietro. Il pànico le afferrava la vita, su quell'erta spaventosa, e la rivoltava. Un terrore cieco e subitaneo la faceva più bianca delle biancane sterili. Ed ella voleva dire: «Contro un muro scialbo le pazze sono sedute a cucire i ferzi delle lenzuola; e intorno gracidano le oche. I dottori hanno lunghi càmici, e l'aria indifferente.... Bisogna passare di là. Prima di giungere sul sagrato di San Girolamo si vede la Casa, di là dalla rete di ferro. Invece del cancello, c'è un telaio di legno, dipinto di rosso, con la rete di ferro, come davanti a un pollaio. Ah, tutto m'è presente. Poi s'entra fra due muri, e di là dal muro si rivede la Casa, si rivede il tetto.... E poi San Girolamo, la loggia, il convento, la mia cappella, la cappella degli Inghirami, quella del mio sposalizio. Le mie mani sono nella tavola di Benvenuto, lunghe, con un piccolo libro rosso. Ma Santa Caterina non è quella che somiglia alla malinconia di Vana, no: ha il manto rosso, e la ruota del martirio le è caduta ai piedi.... Fabbricano, fabbricano sempre, essi stessi; perché non c'è più posto. Il numero cresce ogni anno. Essi stessi portano la calcina, portano le pietre. S'intravede un muro fresco che s'alza. C'è l'odore di quella cosa nell'aria. Qualche volta s'incontra per un sentiere, tra gli ulivi, uno che si ferma a guardarti e ride ride, sotto un povero berretto bianco, con un'aria dolce.... E il giardino dei gelsomini è là, sul poggio di sotto, nascosto dietro i cipressi, dietro i lecci. È chiuso, è tutto murato, con una porta stretta....» Imagini le balenavano incoerenti sul sangue congesto; ma parevano scoppiare come bolle, all'altezza del cervello, prima di formarsi nella parola. -- Voglio tornare indietro. -- Vuoi? -- disse il compagno, strozzato dall'ambascia, con la mano su l'impugnatura della leva, senza riflettere, tanto la voce della donna lo aveva toccato a dentro. -- Voglio tornare indietro. Arresta! Egli frenò inconsideratamente su l'erta troppo ripida, e sentì che le ruote arrestate cominciavano a retrocedere. L'aria non più rotta divenne un'afa soffocante; l'alito di mille fornaci s'addensò nel riverbero. Con una manovra energica egli contrastò il pericolo. La macchina possente riassaltò l'erta, con un fragore di collera, con l'acredine di tutti i suoi gas aperti, in un nembo di fetore e di polvere. -- È impossibile arrestarsi qui, impossibile voltare -- disse egli affrontando la tortuosità repente. -- Bisogna andare avanti. -- Sì, andiamo, andiamo. Che terrore m'ha presa? Sono stata vile. Andiamo. È destino. Intorno era un mare di fango inaridito, giallastro, qua e là trasfigurato dalla luce in onde di velluto lionato, in ombre d'un azzurro acqueo, così misteriose che somigliavano gli inganni della Fata Morgana. -- Vedi la cortina della Rocca? vedi l'ultimo torrione a ponente? Vedi, accanto, una macchia nera di lecci su la scarpata? Quelli sono i miei lecci, sotto lo spiazzo del Castello. Dal parapetto, in alto, si scopre tutta la distesa fino al mare e la strada con tutte le sue svolte. Son certa che Vana è là, e spia. Ti trema il cuore? Tutto arde, e sono certa che nessuna cosa arde come lei. Pensa! Fra poco la prenderò fra le mie braccia. Smilzi cipressi intristiti, pagliai nerastri, fornaci di laterizii, cumuli di mattoni crudi, mucchi di fascine secche, miseri olivi contorti accompagnavano il cammino. Tutto pareva prossimo a incendiarsi nel vento come una stoppia di maremma, a divampare in un attimo, a consumarsi in un attimo, a disperdersi per la desolazione, fuoco nel fuoco, cenere su la cenere. E la notte era venuta. Le forze inverisimili della vita avevano giocato un gioco di maschere meraviglioso. Le passioni ebre di dolore di vendetta di bramosìa e d'annientamento avevano sorriso negli occhi chiari. Soltanto le bocche, le vive bocche troppo nude, avevano tradito a quando a quando la volontà dissimulatrice: eran parse talora piagare i volti, muovere la suprema contrattura d'uno spasimo in mezzo ai muscoli dominati. Ed era alfine venuta la notte. Ciascuno ora si ritrovava solo con sé stesso e col suo dèmone, nella stanza quieta, dinanzi al letto ignavo. -- Parla piano, non far rumore, che la bimba non si svegli -- diceva Isabella a Chiaretta che la svestiva. Ella aveva disposto che la stanza di Lunella fosse attigua alla sua. E l'uscio comune era aperto. Ma non giungeva di quel sonno alcun segno, non s'udiva respiro. Tutto era silenzio nella villa murata. Per la finestra aperta saliva l'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del grande vivaio. A quando a quando la ventarola gemeva sul colmigno, per un soffio improvviso, e seguiva il gemito quel lungo mugolìo che sempre ha il vento nella campagna di Volterra, come se si generasse dai sepolcreti. -- È la notte di San Lorenzo -- sussurrò Chiaretta, sfuggendole di tra le dita l'uncinello, a un sobbalzo della signora. Nel vano della finestra, una stella fatua aveva solcato l'azzurro d'un solco abbagliante. -- Faceva un bel pensiero? Senza rispondere Isabella s'accostò al davanzale, seguitando la donna a spogliarla. Guardò il cielo, ricevette il fresco su le sue braccia nude, su le sue spalle, sul suo petto. Laggiù, di là dall'Era, su i Monti Pisani, lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Il fiato notturno dei gelsomini struggeva l'anima frale. Ignote forze si precipitavano dall'alto sopra di lei come per predarla. -- Sbrìgati: sono stanca -- disse. Le ginocchia non la reggevano. Si volse; sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci dei marinai. -- Lascia, un momento. M'è parso di udire un sospiro. Forse Lunella.... Ascoltò, inclinata verso l'uscio aperto. S'udì soltanto il ferro stridere sul colmigno, e poi nulla più. Le mani silenziose la pettinarono. La sua anima inquieta entrò in uno stato d'indefinito ricordo. Le pareva che quella notte fosse incominciata chi sa quando; chi sa quando, come in una favola confusa. I suoi capelli scorrevano, scorrevano come un'acqua lenta, e con essi mille cose della sua vita informi, oscure, labili, tra oblio e ritorno. E a un tratto, sopra quel fluire, sembrava che le pareti si serrassero, massicce, minacciose, inesorabili. E la realtà era in loro come il mattone, come il cemento. Ed ella sentiva vivere nella casa le creature che soffrivano di lei, che soffrivano per lei. Sentiva su sé tutta la casa pesante come una nube d'angoscia. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E, mentre cercava dentro di sé la risposta, tutto ancóra si difformava, si dissolveva, fluiva. Il passaggio iterato del pettine nella massa dei suoi capelli era come un incantesimo che da tempo durasse, che fosse per continuare senza fine. Il suo viso in fondo allo specchio s'allontanava s'allontanava senza lineamento, poi si ravvicinava ritornando dal fondo, e non era più il suo viso. Ella si levò, sbigottita. -- Ho ancóra da annodare il nastro -- disse Chiaretta. -- Non importa. Lascia così. Dammi la veste da camera. Puoi andare. -- E domattina? -- Chiamerò. Rimasta sola, ella fu presa da un'agitazione così violenta che si premette il pugno su la bocca per reprimere le grida. Temendo di far rumore, camminava sul tappeto scalza, da un angolo all'altro della grande stanza; e la sua ombra s'inalzava e s'allargava su le pareti. S'arrestò, soffocata dal cuore, presso il limitare della stanza attigua. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E dal suo male non le veniva la risposta, ma un male ancora più sordo. Contenne l'ansito, fece un passo. Vide il lettino bianco, e sul guanciale la macchia fosca della capellatura. S'appressò, a poco a poco, temendo di svegliare la sorellina col suo palpito. Alla luce fievole della lampada, la scorgeva supina. Si chinò a guardare la sua dolce dormente. Sussultò. Lunella aveva gli occhi spalancati. -- Piccola, non dormi? -- Non ho sonno. -- T'ho svegliata io? -- No. Stavo così. -- Da quando? -- Ho sentito che tu hai detto a Chiaretta: «Parla piano». -- Ma da quando sei sveglia? -- Da sempre. -- Non hai dormito punto? -- Punto. -- E perché? -- Perché sono infelice. -- Oh, no, no, no, piccola mia! Ella la prese fra le sue braccia, la strinse contro il suo petto lacerato. La gravità di quella voce infantile, che senza pianto proferiva quella parola di donna, le diede un rimorso intollerabile. Ora ella credeva d'esser pronta a ogni sacrificio, purché la sorellina sorridesse. -- No, piccola. Che hai detto? Perché sei infelice? -- Perché tu sei tanto cattiva. -- Cattiva? -- Ah sì. -- Che ho fatto? -- Non vuoi più bene a Forbicicchia. -- Sei la mia tenerezza. -- E neppure a Morìccica. -- Come puoi dirlo? -- E neppure a Duccio. A nessuno più. -- Come puoi dir questo? che ho fatto? -- Nessuno lo sa. -- Dio mio! Sono stata per qualche giorno lontana. Non volevi? -- Certo, hai fatto una cosa brutta contro Vanina. -- Io? Ella avrebbe voluto volgere a riso e a gioco il corruccio puerile, cacciarlo con le carezze e con le parolette; ma il cuore le tremava profondamente sotto quello sguardo tanto severo, quasi torvo, in quel viso di tristezza precoce. A ogni accusa, ella sentiva in sé un tonfo sordo, come se le piombasse giù un gomitolo di sangue. -- La fai piangere. -- Come lo sai? Raccontami. Stretta dall'angoscia, ella sollevò sul letto la sorellina, la pose a sedere sul capezzale, contro la testiera. Qualcosa cadde sul pavimento. -- È caduta Tiapa -- gridò Lunella sporgendosi, inquieta. -- Eccola, eccola. Non è nulla, cara -- disse Isabella raccogliendo la bambola, che aperse gli occhi. La bimba la prese, la cullò un poco su le sue braccia, tastandole la gambina sbilenca; poi la riadagiò al suo fianco, con infinita cautela, come se omai al mondo non avesse altro bene. Ella comunicava una strana vita a quella figuretta di porcellana, di legno e di cencio. -- Raccontami. Vanina ha pianto? -- Ah sì. -- Davanti a te? -- Sempre si nascondeva ma io lo sapevo. Però stamani.... -- Stamani? Racconta. -- Stamani è venuta prima che Miss Imogen mi facesse il bagno. S'è seduta accanto; ed era come quando mi racconta una novella, perché diceva: «Forbicicchia, povera Forbicicchia, sai che ci mandano via? sai che non possiamo più stare con Isa? Bisogna andare andare, prendere Tiapa e le forbici e un foglio bianco e niente altro, e mettersi in cammino, e andare coi nostri piedi, chi sa dove....» Era come una novella, e non pareva che dovesse finire in pianto. Ma a un tratto m'ha serrata forte, e ha gridato: «No, non posso, non posso. Ti porto via, ti porto via.» E singhiozzava, e mi bagnava i capelli, la faccia.... L'affanno serrò la gola della creatura; e il tremito scoteva tutta la sua gracilità penosa; e la pena nel suo tenue petto era come l'uragano su la canna, come il torrente sul vimine. Una forza precoce di sogno e di dolore giaceva in fondo a quel delicato e selvaggio essere, pronta sempre a prorompere e a travolgere. -- Isa, Isa, mandalo via, mandalo via! -- gridò gettandosi perdutamente al collo della sorella e stringendola in una stretta convulsa che la soffocava, come atterrita dall'apparizione subitanea d'un fantasma. -- Chi? Chi? -- L'uomo. -- Chi? -- Quello, quello che è venuto con te. Mandalo via! Al primo urto, Isabella sgomenta aveva volto gli occhi per scorgere chi fosse apparito, ché qualcosa d'imprevedibile era sempre imminente alla sua inquietudine. Ma quel brivido d'incerto terrore, suscitatogli dal grido e dall'atto, accompagnò l'imagine dell'amante evocata dalle altre parole di Lunella. E l'ombra della sciagura le scese sul cuore in tumulto. -- Càlmati, piccola! Càlmati! Perché sei così agitata? Vana t'ha messo nella testina qualche brutto pensiero? La bimba scoteva la sua fosca foresta; e gli aneliti le rompevano il petto. -- Quello è un amico, un buon amico, che ti vuol bene. Ostinata, la bimba scoteva la chioma intorno al suo viso indurito dal rancore. -- Anche tu gli vorrai bene se gli t'accosti, se non fuggi come oggi. Ostinata la bimba diniegava, con la bocca gonfia di violenza. -- Prendilo! Tienilo! -- proruppe, dislacciandosi dalla sorella, respingendola. -- Mandaci via, manda via noi. Si rivoltò bocconi sul letto, contratta, singhiozzando, col viso in lacrime accanto a quello di Tiapa. -- Ce n'andremo, ce n'andremo, laggiù, laggiù, chi sa dove, soli, coi nostri piedi.... , 1 ' ' 2 3 , 4 . 5 , , , . 6 ' 7 . 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