-- Quali dita?
-- Sul manico.
-- Ebbene?
-- Erano tanto malate.
-- Malate?
-- Sì, come il Salonico.
-- Ah, Forbicicchia stramba!
Il Salonico era un vagabondo a cui ella aveva messo il nome di quei
predoni spaventosi che stavano sul Monte Voltraio dalla chioccia d'oro.
Ella lo aveva veduto una volta cadere di schianto in convulsioni sul
lastrico, e non l'aveva dimenticato più.
-- Mi conduci dunque alla Badia?
-- No. Oggi no.
-- Perché?
-- Non vedi che Tiapa ha sonno?
La bambola inclinata sul braccio socchiudeva gli occhi di vetro turchini
come lo zaffiro.
-- Ed è più malata del Salonico e delle mie dita.
-- Perché?
-- Non vedi che ha una gamba rotta?
Ella subito tirò giù la gonnelletta per ricoprirla.
-- Ma da questa gambina non ci sente.
-- E il naso schiacciato.
-- Oh, un pochettino.
-- E mi pare che da un occhio sia guercia.
-- No, questo no.
-- Guercia, bircia, orba e lusca.
Ella rise d'un breve riso che sembrò venuto su dall'anelito; e Vana e
Aldo ne tremarono, e si guardarono.
-- Ma sarà il sonno. Portala dunque a dormire.
-- Bene, la porto se Morìccica le canta la ninna nanna.
-- No -- disse Vana -- non ho voglia. Non me ne ricordo più.
Ma, come indovinò su la bella bocca imbronciata un nuovo scoppio di
pena, soggiunse:
-- Bene, canto la ninna nanna a Tiapa.
Era quella di Modesto Mussorgski «per ninnare la bambola», una cantilena
lene e lamentevole, minacciosa e persuasiva, che sembra illuminata dagli
ultimi guizzi del ceppo riflessi nel metallo dell'icona e misurata su la
voce del vento nella steppa deserta.
-- Su, Aldo, diamo vinta anche questa alla Forbicicchia prepotente.
Si guardarono con una indicibile malinconia.
Aldo pose le mani su la tastiera; Vana s'appressò al pianoforte ma si
accinse a cantare verso Lunella, che aveva sorriso appena appena. Aveva
sorriso e poi s'era fatta grave, tenendo su le braccia Tiapa inclinata
in modo che non chiudesse ancóra gli occhi. Stava in piedi su le sue
gambe di paggio snelle e nervose, pendendo dalle labbra della
cantatrice; e le forbici sottili dalle punte d'acciaio e dalle branche
d'oro, artefici delle imagini bianche, le brillavano sul fianco legate a
una catenina interrotta di pietruzze d'ogni colore come quelle infilate
in certi monili egizii.
-Oe, ninna nanna, Tiapa!-
-Tiapa, non chiudi gli occhi?-
-Se tu non dormi, bada-
-che l'Orco non ti crocchi.-
-Ti crocchia se t'azzanna,-
-t'ingolla: ha un gozzo enorme.-
-Ma Tiapa è a nanna, è a nanna.-
-Già dorme Tiapa, dorme.-
Con un atto precipitato, ov'era forse un poco di spavento vero, Lunella
abbassò il braccio che reggeva la testina di Tiapa; e gli occhi di vetro
in bilico si chiusero, ma i suoi rimasero aperti smisuratamente verso il
fàscino del canto, perché Vana non cantava soltanto con la gola ma con
tutta l'espressione della faccia china verso la bimba e la bambola a
disegnare l'orrore del mostro famelico.
-Se mi dici il tuo sogno-
-io ti canto una fiaba,-
-domani. Ora c'è l'Orco.-
-Oe, ninna nanna, Tiapa!-
-Un pan tondo in un pozzo-
-in un pozzo di panna,-
-domani. Ora c'è l'Orco.-
-Oe, Tiapa, ninna nanna!-
Le ultime note spirarono come un soffio su la bambola addormentata.
Lunella cercava di tenere le braccia immobili sotto quel sonno supino,
invasa da un vago sbigottimento. Nel viso di porcellana ambe le palpebre
erano chiuse ma una, quella dell'occhio guercio, lasciava scorgere in un
angolo un poco di bianco azzurrognolo.
-- Gridagli che Tiapa dorme -- sussurrò ella alzandosi su le punte dei
piedi per andarsene cautamente. -- Il covo dell'Orco è in fondo alle
Balze.
E uscì trattenendo il respiro, col viso atteggiato a una sollecitudine e
a una inquietudine materne, sotto la sua chioma d'angelo magnifico.
Le Balze erano piene di luce e d'ombra, percosse dal sole occidente; e
la luce era gialla come se percotesse nell'ocra, e la sua ombra era
quasi fulva. Il colore del deserto e del leone colorava in quell'ora il
primo cerchio che cinghia l'abisso; ma il cerchio secondo era
cinerognolo e grommato d'una muffa verdastra, il terzo era livido e
sbavato di colaticci. Giù per gli scheggioni per le rosure per le grotte
s'ingolfava il vento, e riempiva di compianto tutta la rovina. Sul cupo
tumulto delle sue favelle i falchi gittavano le strida acute roteando.
-- È orribile -- disse Aldo.
-- Ti fa paura? -- chiese la sorella.
Un fàscino rapinoso pareva turbinare intorno alla fossa in arco torta,
una specie di perpetua bufera avvolgente come quella che mena la schiera
ov'è Dido. Nessun piede umano si sentiva fermo su la proda, nessun'anima
si sentiva diritta. La vertigine vuotava le tempie ai più intrepidi.
-- Mi fa orrore -- rispose l'adolescente. -- Quando penso alle Balze, mi
sembra che non vi sia in terra solitudine più sola. Quando le guardo e
le ascolto, sento che qualcuno le abita, non so quale vita avviluppata e
aspettante. Se io cadessi, credi tu che il mio corpo sarebbe ricevuto
dalla creta e dal sabbione? Chi ha mai guardato veramente sino al fondo?
La pupilla non resiste.
-- Perché forse nel fondo c'è una luce allucinante.
-- Credi?
-- Voglio guardare.
-- Non così. Vana! Così è impossibile.
Egli l'afferrò mentre ella faceva l'atto d'appressarsi all'orlo e
d'inchinarsi; la trasse indietro, la tenne per qualche attimo stretta.
Ed ella lo sentì tremare nelle intime ossa.
-- Come tremi! -- disse ella, con una voce severa e tranquilla, dopo una
pausa in cui parlò il vento parole di dolore accenti d'ira giù per la
rotta lacca.
Il cuore le diveniva adamantino, sentendo il tremito fraterno. Glie lo
rinsaldava un coraggio orgoglioso, per contrasto. Il disdegno rigò
quella subitanea durezza e stridette nel breve riso.
-- Pensi all'Orco di Lunella?
Egli ebbe in sé un terrore più profondo del primo tremito, perché quella
irrisione gli rinfacciava il patto di morte. Ed era simile a colui che,
per tentare un gioco terribile, si serve d'un istrumento micidiale e a
un tratto s'accorge che questo lo trascina con una volontà cieca assai
più potente della sua e che la sorte s'inverte perché egli non è omai se
non una misera cosa trepidante avvinta a una veemenza indomabile.
Bisognava dunque veramente morire? Non era più tempo d'indietreggiare?
Bisognava adempiere il proposito e il patto?
-- Andiamo -- disse Vana. -- Andiamo alla Badia.
Egli non le lasciò la mano ma la tenne nella sua ancóra convulsa. Non
egli ma la giovine vita delle sue vene, più forte della sua angoscia e
della sua onta, si attaccava con tanta tenacia alla vita di quelle vene
e si confortava nel calore persistente. Respirava, sottraendosi al
fàscino tetro.
Disse, e la voce aveva un suono sordo e falso come per una fenditura del
metallo:
-- Era forse per oggi? Ma la vertigine poteva prenderti su l'orlo. Perché
lasciare al caso quel che è premeditato?
Il disdegno riapparve nel lievissimo sorriso di lei. Ella non rispose.
Ora un dèmone spavaldo la trascinava, quasi che dalla debolezza del
fratello venisse a lei qualcosa di virile, una superiorità maschia.
Camminava con la testa alta, con un passo franco e spedito, lungo il
filo di ferro irto di punte come un rovo da piegare in corone di spine,
che teso fra le stele rozze di pietra chiudeva l'orto innanzi al grande
edifizio di color tra di ruggine e di piaga. Il fratello la teneva per
la mano; ma ella aveva l'aria di condurlo come un fanciullo, come se a
un tratto i due anni scarsi di differenza fra le loro età fossero
divenuti dieci.
-- A ciascuno la sua ora e la sua scelta -- disse alfine, senza gravità ma
con una sprezzatura quasi lieta. -- Lasciamo i compagni di viaggio
imaginarii su le urne etrusche.
Egli sentì ch'ella lo umiliava. E si formò in lui, sul suo terrore
istintivo, uno di quei sentimenti fittizii che a un tratto occupano e
deformano l'anima giovenile.
-- Vana, ti insegnerò una cosa -- disse soffermandosi. -- Una volta, per
guardare bene in fondo, mi misi a giacere bocconi su l'orlo, col viso
sporgente nel vuoto. Per ciò dianzi t'ho detto: non così.
-- Ah!
«Non è vero» fece ella dentro di sé. E sciolse la mano da quella del
fratello; e sembrò ch'ella riprendesse anche la parte di dolore che
aveva lasciato scorrere in lui. E, come la gora si rigonfia e colma gli
argini se il varco sia occluso, quel dolore le rifluì su tutta l'anima e
s'aumentò. Ella riebbe intero il sentimento della sua solitudine. Pareva
lo contenesse dietro le sue labbra serrate, dietro la sua fronte
contratta, nella fermezza di tutto il suo viso smagrito. Camminava sola,
innanzi, su per il pendio erboso, tra i lunghi cipressi schiomati, tra i
piccoli olivi distorti. Portava il cappello tessalico dalla ghirlanda di
rose gialle, ch'era la sua ghirlanda funebre; e il vento le scoteva le
larghe falde intorno ai pensieri, le sconvolgeva i fiori di seta, come
s'ella fosse di nuovo entrata nel turbine dell'elica. E di nuovo le
pareva che la paglia risonasse come il bronzo d'una campana e che nel
rombo le parlasse il fantasma. E ripeteva a sé stessa: «Io sono la
fidanzata secreta d'un'Ombra». Rivedeva il sorriso vivente di Giulio
Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli d'un bimbo; credeva che
nessuna creatura umana fosse stata per lei tanto dolce e nessuna le
fosse ora tanto vicina. Gli diceva: «Fra poco, fra poco verrò». Lo
riamava d'un amore sublime, come quando era coricata sul letto nella
notte di Brescia aspettando l'ora di sciogliere il vóto.
-- Perché corri così? dove vuoi andare? -- disse il fratello che la
seguiva ansioso come s'ella lo traesse a un immediato destino.
-- Corro?
Non s'accorgeva di correre; che tutte le cose intorno avevano
l'atteggiamento dell'assalto o della fuga. Le nuvole inseguendosi
parevano rasentare le muraglie diroccate, lacerarsi agli spigoli della
torre mozza. Tutta la campagna gibbosa era sonora come se ogni
monticello fosse un timpano rovescio. Simili ai sassi scagliati dalle
frombole i rondoni fendevano l'aria con acutissimo strido e sparivano
come se colpissero il segno incastrandosi nel nemico percosso.
-- Vedi? vedi questa piccola porta, Aldo? È stretta, come quella di
Mantova, come quella delle Pause, dove dicesti: «La canzone che non
canterai, Morìccica». Te ne ricordi? Non ha i dischi di marmo nero; ma
hai tu mai veduto un'edera più nera di questa?
Era una porticella di pietra, con l'architrave carico di nera edera.
Quando ella pose il piede sulla soglia rotta, Aldo ebbe il cuore in
sussulto come se la vedesse sparire per sempre. Egli non riusciva a
dominare la sua paura cieca. Ogni pietra era alla sua imaginazione come
nelle urne il limite sepolcrale ove i congiunti arrivano e si
accomiatano. Né poteva egli rimanere di qua. Ma passò anch'egli la
soglia e non entrò nel buio: vide oltre il murello e gli sterpi, le
maligne piagge nello sprazzo del sole colcato, i meandri delle vie
dubbie, qua e là un luccichìo di acque sinistre.
-- La canzone che non canterai! La canzone che non canterai! -- ripeteva
la moritura sorridendo e guardando il giovinetto con uno sguardo che lo
agghiacciava come fosse il suo medesimo veduto di notte in uno specchio
quando l'imagine specchiata non è la nostra ma quella dell'intruso che
abita in noi e usurpa la nostra sostanza.
-- Perché, sorella, ti sei sciolta dalla mia mano? -- egli le disse. --
Perché ora mi separi da te?
Ella non distolse da lui lo sguardo intollerabile. Disse:
-- Di che soffri?
E aspettò, senza crollo nell'agitazione del vento.
L'orrore s'accumulò in quel breve spazio, contro il muro diruto
dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie che
serbavano il vampo canicolare. Pareva ch'ella dovesse chinarsi,
raccogliere una pietra e scagliarla.
-- Ah, che importa, -- rispose egli cupamente -- se voglio morire?
-- Lasciami sola! Lasciami sola! -- ella proruppe con una violenza
repentina. -- Non ti conosco più.
-- Sei folle, Vana.
Ella scansò il gesto del fratello, rivalicò la soglia, entrò nel
chiostro; camminò lungo i gialli pilastri quadrangolari, tra le fascine
di sermenti, tra le mannelle di paglia. Il cigolìo incessante dei
passeri era triste come il rumore della gran falce invisibile il cui
taglio fosse da taluno assottigliato su le lastre disgiunte intorno il
pozzo cinto di ferro al pari d'una cripta o d'una muda.
-- Attinia! Attinia!
Ella chiamava la custode della Badia, che la riconobbe alla voce e
accorse festosa. Ossuta, adusta, con le labbra sottili, con gli zigomi
forti, con le orecchie discoste, somigliava quell'Etrusca della gente
Cæcina adagiata su l'urna ov'è scolpito il viaggio in carpento. Portava
su i capelli lisci il grigio feltro volterrano. Parlava della sua
annata, del suo uomo, della sua figliuolanza, del suo asilo scosceso con
una bontà paziente, con una pazienza serena.
-- Attinia, lasciami rivedere il cavallo bianco.
-- Ah, se ne ricorda sempre? Ora prendo le chiavi.
Una bambina seminuda tirò la donna pel grembiule e barbugliò:
-- Mamma, c'è il pazzo.
La donna soggiunse:
-- Venga, venga. Non abbia tema. È buono.
E s'avviò pel chiostro; che aveva su ciascuna parete interna piccole
porte cieche di pietra murate di mattoni, ove nessuno entrava più, onde
nessuno usciva più.
-- Ne hai preso uno anche tu, quest'anno, Attinia?
-- Che vuole? Bisogna campare. Ma è tanto docile.
Anch'ella s'era adattata alla nuova industria del contado. Aveva
ricevuto in custodia dalle case di San Girolamo un demente, e l'ospitava
e accudiva ai suoi bisogni e alle sue miserie, e ogni settimana lo
riconduceva laggiù per mostrarlo ai medici; poi, fatta la visita, lo
riprendeva in casa, lo mescolava alla vita familiare, con la
tranquillità della gente semplice dinanzi all'uomo vivo divenuto più
misterioso del cadavere.
-- Come si chiama?
-- Viviano.
-- Di dove?
-- Della Maremma trista, della terra di Soana.
Aldo rivide la morta città degli Aldobrandeschi, scolpita nel tufo come
un sepolcreto, fra i due lordi fossi febbricosi.
-- È giovine?
-- Di mezza età. Ma buono, poveretto. Vuole di molto bene ai bambini.
Porta al pascolo la mucca. Parla poco. Sempre sorride.
S'erano soffermati su la soglia del Refettorio. Il cigolio dei passeri
non si quetava mai, ma ben lasciava udire il profondo gemito del vento
nelle vuote mura. La porta era socchiusa; la chiave era nella serratura
e le altre in fascio pendevano da quella, rugginose.
-- Passi, passi pure -- diceva la donna spingendo l'imposta.
-- Vana, Vana, non entriamo -- pregò Aldo all'orecchio della sorella. --
Non facciamo questo! Andiamo via.
Vana entrò con risolutezza, come superando un impedimento; e rapida
guardò intorno, guardò in tutti gli angoli, scrutò tutta l'ombra. Il
gelo le colava giù per le spalle. Il Refettorio era deserto. Ella rivide
su la parete il gran cavallo bianco cavalcato dal cavaliere portatore
dell'Aquila; e, lì presso, i Santi spettrali dalle lunghe cappe bianche.
Il vento scoteva le assi inchiodate alle finestre, che scricchiolavano.
Una sala era aperta; e v'apparivano le Balze, e sul ciglio la nuda mole
di San Giusto simile a un colosso di ghisa, e la strada curva su la
collina magra, e il pallore tormentoso dell'uliveto.
-- Non eri mai entrato qui, Aldo. Eppure te ne ricordi. Sono certa che te
ne ricordi. Siamo ancóra nella Reggia d'Isabella, siamo nel Paradiso. La
voragine ha inghiottito i giardini, la canicola ha prosciugato la
palude, l'oro e l'azzurro sono distrutti. Sono rimasti i ragnateli, si
sono moltiplicati, non vedi?, tremano dovunque. Un ragno ha presa l'ape.
Ella gli parlava sommessamente, con un aspro ardore in cui l'ironia
strideva come il sale sul carbone rosso.
-- Guarda là: è rimasta la cappa del camino squarciata, è rimasto il nero
della fuliggine, il mattone sgretolato, il calcinaccio, l'odore della
muffa, l'odore della morte, e nulla più. Nulla più, fuorché il nostro
orrore nascosto. E andiamo, andiamo ancóra, di soglia in soglia, di
stanza in stanza, andiamo dunque, cerchiamoci, chiamiamoci ancóra.
«Aldo, dove sei? Ti sei perduto?»
Ella lo teneva pel braccio, e lo stringeva, e gli parlava come dentro
l'anima; e pareva che avesse smarrita la ragione, e pur pareva che nella
più remota profondità tutto vedesse. E quelle parole ch'ella aveva
gridate nell'ombra della ruina irremeabile, ora le ripeteva con una voce
segreta che scavava il petto al fratello non confessato e glie lo empiva
di sgomento.
-- Ma non ci ritroveremo, ma non ci abbracceremo come allora, non
piangeremo insieme senza lacrime. Tutto è nudo, non c'è più traccia di
bellezza, non c'è più nulla per sognare.
Ella s'arrestò e sobbalzò; poi fu tutta di gelo.
-- Guarda quella porta. Guarda chi c'è, nella Reggia d'Isabella!
Una larva smorticcia era apparita su la soglia, venuta dal fondo d'un
muro cieco, dal fondo dell'opaco silenzio, come una di quelle figure
estinte che l'intonaco ancor serrava presso il grande cavallo bianco.
-- Viviano, salutate -- disse la mite Attinia ch'era indietro riguardosa.
La larva fece un gesto vago, si scoperse il capo. S'avanzò. Non era un
uomo, era un sorriso, era come un sorriso in una pietra. Da quale
recesso dell'ombra veniva egli? che aveva veduto? che aveva ascoltato?
quale suono era per uscire dalle sue labbra scolpite come quelle dei
vecchi idoli dipinti che sorridono all'inconoscibile in eterno?
Vana e Aldo, l'una presso l'altro, mentre egli s'avanzava, con un moto
involontario si ritrassero. La finestra era dietro di loro; e gli stormi
passavano come saettamenti disperati, come quelli che nel più lungo
giorno avevano ferito il cielo di Vergilio.
-- Viviano, che facevate qui solo solo? -- disse la mite Attinia.
Il demente sorrideva. Il sorriso impietrava la sua bocca e impediva che
la parola si formasse. Portava egli una specie di sacco grigio che gli
giungeva alle ginocchia; aveva il colore della parete derelitta,
sembrava una falda dell'intonaco scrostato; e la sua faccia glabra era
come la lampada fioca della casa deserta.
-- Non rispondete, Viviano?
Il sorriso tremolò appena, quasi fosse il riflesso lontanissimo d'un
movimento avvenuto nell'infinito gorgo della vita. E Aldo, che riviveva
in un ritorno spaventoso l'ora della sua perdizione, pensò a un tenue
bagliore ch'egli aveva veduto tremolare laggiù, nella Reggia d'Isabella,
su pel graticcio sfondato d'un palco, ed era il riverbero di chi sa
quale acqua solitaria salito a traverso i vetri coperti di polvere e di
ragne.
-- Andiamo, Vana. È tardi -- disse egli, sospingendo la sorella; perché
riudiva dietro di sé lo stormo frenetico tornare come una forza ruinosa
e strepitosa che fosse per trascinarlo seco un'altra volta.
Ma li seguiva pel chiostro il passo della larva, molle come di chi
strascichi nella belletta. E si ritrovarono davanti a una porta
socchiusa, donde alitava un odore amaro. Su l'architrave di pietra era
scritto in lettere corrose: -Domus mea-. Vana spinse l'imposta, entrò.
-- La casa mia! La casa mia! -- ella disse avanzandosi fra le erbe amare,
su le macerie sacre.
La vasta chiesa era smantellata, le mura erano pericolanti, tutti gli
altari erano distrutti; i rocchi delle colonne erano abbattuti fra il
pietrisco; altri erano ritti, e sopra vi riposavano i rudi capitelli
dalle tre foglie e dai tre grappoli. Nell'abside dall'arco fatto di
cunei neri e bianchi, nella sacrestia irta di rovi, qua e là nelle
scaglie di scialbo rimaste su la panchina fulva, rosseggiavano vestigi
di affreschi, simili a chiazze di sangue indelebile. Ogni imagine era
vanita; soltanto il rosso persisteva come il testimonio d'un martirio
insigne. E superstiti erano anche i due piedi trafitti del Crocifisso,
accanto a una cupa tunica color di grumo. E la testa mozza di San
Giusto, la testa quadra e barbata, lebbrosa di lichene, giaceva tra le
céppite gialle.
-- La casa mia!
E il sorriso del demente era là, era il sorriso d'una pietra, era il
sorriso di tutte quelle pietre che o prima o poi dovevano finire
inghiottite dalla voragine, dovevano rotolare in fondo ai botri, trovare
laggiù l'ultima pace, riseppellirsi nella terra.
-- Addio, addio, Attinia!
Anch'ella, Vana, ora credeva di sorridere così; credeva di sentirsi
suggellare nei muscoli della faccia quella medesima contrattura
infinita. Due o tre volte fece con la mano su la bocca il gesto di chi
scaccia, di chi cancella.
-- Dove vai? dove vuoi andare? Non correre! -- pregava Aldo seguendola
perdutamente nel sibilo della ràffica.
Discesero per la china; rividero il ciglio erboso di sotto il muro, gli
elci nani simili ai mendicanti monchi e storpii, il girone oscurato, la
valle d'abisso; riudirono le voci alte e fioche, i sospiri, gli ululi, i
guai. Ripresero la via verso la Guerruccia, a piedi. Avevano ordinato
che la vettura li aspettasse presso la Porta Menseri.
-- Ah, férmati. Vana! Sei ansante. Respira. Lasciami respirare. Che
furore ti prende?
Il selvaggio masso di Mandringa dominava la via.
-- Ardo dalla sete. Lasciami bere. Bevi anche tu un sorso d'acqua.
La fonte pullulava sotto un arco chiomato di caprifogli e di pruni.
-- Non voglio bere -- disse la sorella.
Nell'ombra umida era un cicaleccio di femmine, un luccichìo di mezzine,
un chioccolìo di cannelle.
-- Aspettami un minuto!
Egli scese alla fonte; si scoprì il capo, tergendosi; domandò di
dissetarsi. Tutte le acquaiuole si volsero a un tempo verso il
bellissimo adolescente. E gli occhi brillarono nella frescura verdastra,
sotto i cappelli di feltro; i gomiti si urtarono; parole sussurrate,
lievi risa corsero.
-- Senza bicchiere?
-- Alla mezzina?
-- Alla cannella?
-- Qui è l'acqua bona.
-- Meglio che al pozzo degli Inghirami.
-- Chi sciacqua le lenzuola
alla Docciòla,
convien che l'acqua attinga
alla Mandringa.
-- Ecco la mia brocca.
-- È più lustra la mia.
-- Questa ha il becco più stretto.
-- Questa! Questa!
Sotto l'arco sonoro le voci chiare echeggiavano, le braccia nude
sollevavano le mezzine colme e le tendevano. Egli sentiva intorno a sé
fremere la gentilezza popolana, scorgeva nella frotta la grazia di
qualche viso più giovine. Porse le labbra al sorso, abile nel non
toccare il rame, nell'evitare il troppo.
-- Come sa bere a garganella!
-- No, a zinzini.
-- E come netto.
-- È un vero bacio.
-- Fa venir l'acqua in bocca a chi non beve.
-- Beata la sua dama!
-- Fiore d'acacia! -- stornellò la più ardita, fra l'ilare brusìo, fra il
lampeggio delle pupille, fra l'urteggiar dei gomiti, mentr'egli lesto
raggiungeva su la via l'impaziente. -- Fiore d'acacia! E chi bene
sorseggia, meglio bacia.
Si ritrovò nel vento, nella forza implacabile che lo trascinava verso
l'altro aspetto del mostro. Le nuvole andavano a oste contro Volterra,
come un dì le genti del Montefeltro. Riarsa era la campagna come dopo il
guasto degli Approvvigionati. Di tratto in tratto qualche rudere della
cerchia antica sporgeva dal dosso cretoso, come una vertebra disgiunta.
-- Sai che torna? -- disse Vana all'improvviso.
Camminava con la testa bassa.
-- Torna?
-- Ha scritto al maestro di casa che prepari la villa. È fidanzata.
-- Che vuoi dire, Vana?
-- Isabella s'è fidanzata a Paolo Tarsis.
La campagna pareva piena di grida.
-- L'ha scritto?
-- L'ha scritto.
-- E perché me lo dici ora soltanto?
-- Perché l'ho saputo oggi.
-- E torna con lui?
-- Con lui.
La campagna pareva che girasse tutta in un sol vortice.
Dunque non c'era scampo. Si preparava il legame legittimo. Isabella
diveniva il possesso di un uomo. Tutto nella sua e nell'altrui vita era
per trasmutarsi. Tutto crollava.
-- Sei certa? Hai veduta la lettera?
-- L'ho veduta.
Aldo si soffermò perché temette di stramazzare, come se il vento gli
fosse passato a traverso e lo avesse vuotato di tutto.
Anche Vana si soffermò alenante, e disse:
-- Comprendi? La mia casa non è quella che abbiamo visitata dianzi? E non
è anche la tua, omai?
Ella si volse a guardare verso la Badia scoscesa che disegnava la sua
massa di mattone e di panchina sul chiarore di ponente.
-- Il tetto è scoperchiato.
Egli vide veramente scoperchiato il suo tetto, egli considerò veramente
la spoliazione inevitabile, l'abbandono di tutte le cose che gli
facevano bella e molle la vita; e non guardò dietro a sé quel mucchio di
pietre rischiarato dal sorriso della larva smorticcia, ma guardò dinanzi
a sé Volterra come una città condannata al saccheggio, come una signoria
perduta. Ebbe lo sguardo del venturiere. E le parole brutali gli
sfuggirono.
-- Rinunzia così a tutta la sostanza di Casa Inghirami.
-- Bisogna.
Era per essi il ritorno alla povertà, la separazione, la dispersione, la
vita di lotta e di strettezza, forse il ricovero nella casa odiosa del
padre e della matrigna, forse il lavoro umiliante, tutto l'orrore
dell'avvenire incerto. Ognun d'essi era due volte colpito, due volte
tradito. Nel fratello il furore sopraffaceva lo sgomento, e dalla sua
natura tirannica sorgevano in confuso disegni di rappresaglia e di
perfidia, imagini impure che lo bruciavano e pensieri perigliosi che gli
moltiplicavano la brama di vivere e di gioire.
-- Siamo alla Guerruccia -- disse Vana sordamente, afferrandogli il
braccio.
D'improvviso furono ripresi nel fàscino delle Balze. In lui tutta
l'anima repugnò, tutto il sangue si ritrasse.
-- La vettura ci aspetta là, alla Porta Menseri -- disse. -- È tardi.
-- Io non rientro.
Ella lasciò il braccio del fratello e camminò per le zolle del campo
inculto, nella sterpaia sparsa di fiori gialli, verso i macigni della
muraglia etrusca superstiti su la proda infida. Il terrore sciolse le
ginocchia dell'adolescente.
-- Vana! Vana! -- egli chiamò.
Ella non si volse.
-- Vana!
Ella seguitava a camminare col suo passo vacillante ma ostinato, su le
zolle su i sassi su gli sterpi. Allora egli vinse l'orribile fiacchezza
e si mise a correre per raggiungerla, col cuore alla gola, con l'impeto
di gettarsi a terra innanzi a lei, di abbracciarle le ginocchia, di
supplicarla, di piangere. Sentendolo vicino, ella s'arrestò e lo guardò.
-- Hai tanta paura? -- disse.
Egli era per rispondere: «Sì, ho paura. Non voglio che tu muoia, non
posso morire». Ma si contenne. Rispose:
-- Non ti comprendo. Non so che cosa tu abbia risoluto, che cosa tu
voglia fare, Vana.
-- Nulla. Ma lasciami sola. Voglio pensare a me stessa.
-- Non debbo lasciarti.
-- Bisogna. La mia via non è più la tua via.
-- Perché?
-- Dimmelo tu, Aldo.
Allora un'ira selvaggia gli proruppe dal cuore compresso.
-- Vuoi gettarti giù? Vuoi ch'io mi getti con te, ora, sùbito? Eccomi.
Sono pronto.
Egli era più pallido della morte. Ella era presso la muraglia, in piedi,
col fianco e con l'omero contro quella. Tacque, ma qualcosa di spietato
era nel suo profilo che si rilevava dal piano del masso fulvo, qualcosa
di spietato e di serrato. Entrambi stettero in silenzio, sospesi nella
vertigine, con tutte le potenze e tutte le fatalità della vita imminenti
alla loro giovinezza miserabile.
Tuono d'infiniti guai udivano nella valle d'abisso. Lo sterpeto era
deserto. La mole ferrigna di San Giusto si levava su l'altura munita di
scarpate e di contrafforti come uno spalto. Dietro il colle la Città di
vento e di macigno drizzava contro l'incursione delle nuvole le sue
torri, i suoi campanili, il suo Mastio feroce, lo sprone formidabile
della Rocca vecchia, le mura gigantesche costruite dagli scavatori di
sepolcri e quelle cementate dal sangue civico. Le campane sonavano a
doppio. A quando a quando la raffica simulava più alto quel clamore che
perpetuo suona dentro la cerchia e sotto le porte dal giorno che la
fellonìa del conestabile chiamò al bottino i fanti del Montefeltro:
«Sacco, sacco!»
-- Non così, dunque, come facevo -- disse Vana con un sorriso dubbio. -- Tu
m'hai insegnato che, per guardare bene in fondo, bisogna mettersi a
giacere bocconi su l'orlo.
Egli le vedeva straordinariamente rilucere nell'ombra il bianco degli
occhi; e tra quel bianco e il sorriso esiguo credeva scoprire un'astuzia
lugubre. La voragine era là, a due passi: con un guizzo rapido ella
poteva lanciarsi nel vuoto. Egli era nella tenaglia dell'angoscia
mortale, ma non osava levare la mano per tema di provocare il salto. Il
cuore gli si fermò, quando ella alzò le braccia per togliersi gli spilli
che configgevano la paglia. Egli si sentiva come col capo sul ceppo,
sotto la scure sospesa d'un carnefice lento. Ella si tolse la ghirlanda
di rose, appese il cappello tessalico a una sporgenza del masso.
-- Che vuoi fare? -- disse il fratello senza udire la sua propria voce.
-- Provare.
-- Allora dammi la mano.
Ella glie la diede; perché un maleficio mutuo emanava da loro,
indicibilmente, e le loro due vite si ricongiungevano e si confondevano
annientandosi. Dall'uno passò all'altra il terrore. Il terrore, non la
volontà, piegò le loro ginocchia. Con la mano nella mano, sentendo il
sudor gelido tra palma e palma, restarono inginocchiati su l'arsa erba
dell'orlo. La vita in entrambi palpitava come quelle fiammelle che il
soffio iterato sembra rapire a ogni attimo e non ispegne.
Da quella proda, più che dall'altra di laggiù, la voragine era
spaventevole. Dalla profonda erosione centrale si creava un golfo
d'ombra ove un dirupo irto di croste e di schegge si protendeva a
piombo, smisurato come la ruina prodotta dal tremor dell'Inferno nel
punto dell'estremo sospiro di Cristo. Quivi era la fauce inestinta che
aveva già inghiottito le case degli uomini e di Dio, i borghi i
monasteri le basiliche, e gli ipogei e le mura delle antichissime genti,
e i cipressi e gli elci dalle radici inespugnabili. Come grofi di sale,
come gromme di tartaro, come coaguli di sangue, biancheggiavano
rosseggiavano le crete e i tufi giù per le ripe e per le lacche. Era la
riviera del bollor vermiglio quella che fumigava a valle della vecchia
roccia? Quella che luceva tra le grotte allamate era la lorda pozza ove
Dante vide fitti nel limo gli iracondi? I sospiri, i pianti, le strida
si rinnovellavano.
-- Fratello! Fratello! -- gridò una voce disperata.
E Vana s'abbatté su la faccia, come se il vento la schiantasse.
Allora una repentina forza entrò nel giovinetto. Egli afferrò la sorella
per la cintola, la sollevò, la trascinò indietro, ricadde con lei su gli
sterpi.
-- No, no, Vana! -- le diceva, prendendole il capo, guardandola nella
faccia sfigurata. -- Non morire! Non morire! Io non voglio morire. Voglio
patire, voglio lottare, voglio tentare. Non sei perduta, non sono
perduto. La pazzia ci travolge. Resisteremo all'orribile fàscino. Ci
siamo avvelenati. Guariremo. Qualcosa accadrà, qualcuno ci verrà
incontro. No, no. Vana, piccola piccola sorella, ah per questo caro
viso!
Egli le accarezzava i capelli le gote il mento con le dita tremanti,
accosciato negli sterpi accanto a lei. E, mentre le sue dita si
bagnavano, mentre la creatura estenuata gli singhiozzava presso il
cuore, guardò la proda discosta, guardò la sterpaia costellata di fiori,
la luna rosea sospesa su la collina di viola, il fuoco morente d'una
nuvola sul colosso di San Giusto; e l'inconsapevole gioia della
giovinezza respirò in lui dall'intimo. Egli viveva: dilatava i suoi
polmoni sani nel suo petto, adunava nei suoi occhi la bellezza mutevole
del mondo, risuscitava il sapore dell'acqua nella sua bocca che aveva
turbato le donne alla fontana, celava nella sua anima l'arte di
conciliare l'inconciliabile. Egli viveva, era incolume con tutti i suoi
mali ma con tutte le sue armi. E conosceva il brivido dell'agonia e la
potenza dell'abisso.
Si sollevò, aiutò la sorella a sollevarsi. Fu ancóra carezzevole, ché
una tenerezza quasi voluttuosa gli gonfiava il cuore. Le asciugò le
lacrime; le scosse dalle pieghe della gonna gli steli secchi e i
frantumi della zolla.
-- Ah, piccola cara, che sogno angoscioso abbiamo sognato! Sei tu? Sei
Vanina? Sei la mia Morìccica? Dove sei stata? Di dove ritorniamo?
Ella aveva un viso di convalescente, una dolcezza sommessa e triste,
simile a una creatura che si svegli dopo una lunga convulsione. Il
dèmone era uscito da lei, l'aveva lasciata vuota di forze e immemore.
Ella non si ricordava se non del sorriso di Viviano: le pareva che fosse
ora in lei qualcosa di quel sorriso fatto di nulla e di tutto.
S'abbandonava alla nuova tenerezza del fratello con un languore
desolato.
-- Guarda! -- egli le disse volgendole il capo verso la collina.
La luna insensibile saliva spandendo l'antico incanto, quel medesimo che
nelle notti d'Etruria aveva ammollito le donne adorne giacenti su i
coperchi delle urne, i giovini cavalieri in sosta presso il limite
sepolcrale.
-- E il tuo cappello?
Guardarono entrambi verso la muraglia dolorosa. Ma rapita dal vento la
ghirlanda era scomparsa nel baratro.
La luna insensibile, d'una delicatezza quasi carnale, priva di raggi,
con una vita senza fuoco, nata di quaggiù, simile a un grande fiore
palustre, emergeva dalla torpida trasparenza dei Monti Pisani, mentre
non maggiore di lei sul limite del Tirreno il sole ardeva d'un ardore
così forte che sùbito s'inceneriva. Le nuvole basse e raccolte gli erano
sopra come falde di cenere; che crollavano e si riformavano. Quando la
linea dell'acqua tagliò il disco, parve che solo un cumulo di bragia
rimanesse, covato, e fosse per estinguersi. Tutto fu cenere ineffabile.
Allora il mare divenne il divino peplo della Sera, una veste dalle
pieghe tanto soavi che Isabella ne desiderò un lembo.
-- Aini, se di quella seta potessi vestirmi!
Ella aveva prolungato la voluttà per tutto il pomeriggio. E l'ora
seguente le era parsa sempre più bella; ma quell'ora era più bella
d'ogni altra e voleva da lei qualche segno di predilezione, qualche
pegno di grazia. Tutte le carezze erano sul suo corpo come le foglie
della rosa folta, l'una su l'altra, calcate. Ella desiderò di aerarle,
d'indurre fra l'una e l'altra l'aria spirabile.
-- Aspetta -- disse. -- Non ti muovere.
Si partì, lasciando su la terrazza il suo amico. Sembrò a lui che il
momentaneo fiore di tutte le cose sfiorisse, in quella breve assenza. La
luna perse la sua levità di corolla; si riempì d'oro nuovo, spiccandosi
dai monti. L'immensa veste marina perse il mai veduto colore che la
rendeva ineffabile.
-- Che porto? Indovina -- disse ella riapparendo.
Sembrava ch'ella si fosse partita per compiere un'opera d'incanti. Con
l'arte della maga colchica, aveva dedotto dalla luna quel primo aspetto
spoglio di raggi? Su i Monti Pisani il plenilunio era già chiaro; ed
ella rievocava la vita senza fuoco, il grande fiore palustre.
-- Una serpe incantata in un cofanetto di cipresso?
-- No.
Ella era avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garza orientale
che il tintore alchimista Mariano Fortuny immerge nelle conce misteriose
dei suoi vagelli rimosse col pilo di legno ora da un Silfo ora da uno
Gnomo e le ritrae tinte di strani sogni e poi vi stampa co' suoi mille
bussetti nuove generazioni di astri, di piante, di animali. Certo alla
sciarpa d'Isabella Inghirami egli aveva dato l'impiumo con un po' di
roseo rapito dal suo Silfo a una luna nascente.
-- La lanterna di Aladino?
-- No.
Che mai portava ella inviluppato in quel pezzo di stoffa? Lo reggeva con
le due mani, sorridendo; e mirabili erano nelle sue braccia i rilievi
leggeri dei muscoli, le strie glauche delle vene, la peluria simile a
quella delle foglie e dei frutti.
-- L'uccellin Belverde?
-- Credi che sia tanto pesante!
-- Dicono, quand'è morto.
-- Credi che possa morire!
-- Per rinascere.
-- Non muore mai: va e viene, fugge e torna.
-- Mi do per vinto. Che porti dunque?
-- Stendi là, in mezzo alla terrazza, il tappeto più largo.
-- Questo?
-- No, quello di Bokhara.
Egli trascinò e stese su le mattonelle di maiolica il bel tappeto
amarantino, variato d'azzurro cupo e di bianco avorio, morbido e intenso
come l'antico velluto di Lucca.
-- Ora siediti su quei cuscini. Danzerò per te.
-- Senza il flauto di Amar?
-- Taci e guarda.
Ella aveva deposto in un angolo della terrazza l'arnese ignoto,
lasciandolo coperto col quadro di seta. Si chinò e lo toccò di sotto al
velame. Un ronzio cupo, come quel d'un calabrone in un orciuolo, sonò
per qualche attimo.
-- Un nido di vespe?
-- Taci.
Ella lasciò le babbucce all'orlo del tappeto, che vi stettero come una
coppia di tortore col capo sotto l'ascella. I talloni apparvero coloriti
di cinabro, simili alle due metà d'una melagrana. Guardandola, Paolo
s'accorse che una piccola stella cilestrina, del colore delle vene, la
segnava in mezzo alla fronte d'un segno magico.
Ed ecco, il ronzio mutandosi in una musica di tintinni simile a un
concerto di sistri, incominciò la danza.
La prima percussione del ritmo parve trasmutare in cosa vivente la lunga
zona tenue intorno al corpo nudo. Le mani abili, avvolgendola e
svolgendola, comunicavano agli orli quella vita natante che di continuo
vibra nell'estremità orbicolare della medusa marina. Talora la
danzatrice, avendole impresso un moto spirale, l'abbandonava; e quella
proseguiva la sua spira alzata sul lembo come un mulinello di sabbia
rosea; poi s'afflosciava ed era per cadere ai piedi, quando i tocchi
rapidi delle dita la rianimavano, la suscitavano, le davano una nuova
attitudine, un nuovo giro. Talvolta, con le sue indistinte imagini
bestiali, era simile alla larva labile dello zodiaco intraveduta
nell'aurora.
Seduto su i cuscini, addossato al muro bianco, fisso come a
un'allucinazione dei suoi propri sensi, l'amante mirava la danzatrice in
un rapimento senza termine. Dietro di lei, tra i rami degli oleandri,
egli vedeva lo sfondo delle coste falcate, le rive pinose della Versilia
e della terra di Luni, le Alpi di Carrara così aeree che figuravano
anch'esse, una figura di danza, una catena di alte vergini, forse
inchinate verso l'Oriente dal ritmo del coro.
Come colei che dalle matasse numerose con gesti alterni elegge e deduce
i varii fili al suo ricamo, ella sembrava trarre dalle circostanze e
dalle lontananze le linee più belle per comporle in quella creazione
d'istantanea bellezza; ella sembrava attenuarle e prolungarle fino a sé
e mescolarle alla sua musica muta, e rivelare nel suo movimento fugace
lo spirito di ciò che era immobile e duraturo. Tutte consentivano a lei,
quelle che si disponevano secondo il cerchio dell'orizzonte e quelle che
s'inalzavano secondo l'asse del polo. Dal vertice della rupe statuaria
sino alla punta della bassa penisola arenosa, tutte convergevano in quel
gioco di apparenze e si esprimevano in quella vicenda d'invenzioni.
Ella così viveva la vita vespertina, quale s'era rivelata alla sua anima
in un solo attimo quando dal davanzale della finestra aveva steso la
mano esitante per liberare la rondine prigioniera. Ella sentiva
compiersi quel ch'era appena apparito; cangiava quel breve anelito in un
respiro armonioso. La luce ambigua, ove l'oro lunare cominciava a
diffondersi nel chiarore occiduo, pareva farla mediatrice fra il giorno
e la notte. Ella pareva muovere i suoi piedi scalzi su l'esiguo istmo
invisibile che separa il diurno dal notturno mare.
Ma, quando i suoi occhi dati alle cose si riaffisarono in quelli che la
miravano, ella cangiò i suoi modi. Raccolse a un tratto i suoi larghi
gesti orizontali; mostrò d'esser ferita dallo sguardo dell'uomo. Si
coprì il volto con un lembo del velo, si nascose tutta nelle volute, fu
simile a una metamorfosi imperfetta che mostrasse tutte le membra
converse in nube e i piedi ancora umani. Poi sembrò che la primitiva
natura ribalenasse e vibrasse per entro alla nube; ed ecco, la metà del
volto riapparve sbigottita, e una mano timida, e la punta dell'anca, e
una spalla sollevata, sùbito ricoperte. Ella imitava la danza amorosa
delle almée: il pudore, il timore, la resistenza, la languidezza,
l'abbandono. Ella imitava con la danza il gioco stesso della sua
perfidia: la lusinga, l'offerta, il rifiuto, la disfida, la lotta, la
paura temeraria, il sospiro nella violenza, l'annientamento nel piacere.
-- L'ape! -- disse all'improvviso con un piccolo grido, schermendosi, come
aveva fatto dinanzi alla porta di marmo nel Paradiso mantovano.
Il ricordo si drizzò vivo agli occhi dell'affascinato. Ella imitava con
la sua danza lo spavento puerile, i guizzi, i balzi, le fughe, le
difese, come se il pungolo dell'importuna la perseguitasse e la
minacciasse ancóra. La zona si curvava in arco sul capo, svolazzava,
strascicava, ora floscia, ora gonfia, ora distesa.
-- Ahi! Ahi!
Ella gemette, s'arrestò, congiungendo le gambe in un'attitudine che
rendeva al suo corpo tutta la sua divina lunghezza, falcando le reni,
riversando il capo dalle trecce quasi disfatte. Il primo gemito fu di
dolore, ma l'altro imitò quello ch'ella soleva quando il suo amico
posava su lei la mano del possesso ed ella sentiva spandersi in tutte le
vene il languore senza scampo. Il viso madido fra le ciocche lisce e
dense aveva quella improvvisa maturità che in certi momenti
l'assomigliava a una giovinezza troppo a lungo macerata nel fortore
degli aromi e trascolorata nell'ombra dei cortinaggi.
-- Ahi!
Egli tremò di desiderio; che quel gemito era il noto richiamo, triste e
selvaggio. Ella scivolò contro di lui nei cuscini. E gemeva:
-- M'ha punta qui.
E le labbra dell'amato la medicavano.
E ogni volta gemeva:
-- M'ha punta qui, e poi qui, e anche qui.
E ogni volta le labbra la medicavano. E tutta l'estate, tutta l'estate
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