bagnato e aderente. S'innamorò di Aldo; e rise molto più di rado, ma gli
occhi carezzevoli le divennero più belli. Il pianto le fece l'effetto
del koheul.
-- E Aldo non aveva gusto per la Venere nera?
-- Veramente, non ho approfondito. Aldo si lascia adorare. Omai si sa
ch'egli è un giovine dio in esilio. Ma gli piaceva di udirla raccontare
lunghe storie senza intenderla. Yasmina aveva una parlatura melodiosa
come il linguaggio d'un uccello silvano. Deliziava anche me. Ho preso da
lei qualche gruppo di note. Credo che, sotto il pretesto di raccontargli
una storia, ella gli faceva un discorso d'amore. Troppe volte ripeteva
«Aini», occhio mio, e «Ro'hadiali», mia anima. Una notte si coricò a
traverso la porta perché egli le passasse sopra. Egli la saltò, ridendo.
Ella non si mosse fino alla mattina. La casa s'impregnava d'amore.
L'aria v'era irrespirabile; anche perché portavamo sempre di quelle
collane di zàgare fresche che fabbricano i giudei, avvolte al collo in
due o tre giri. Odoravano così forte che io vivevo in una continua
vertigine.
Ella spirava la voluttà parlando, sorridendo; e vedeva posato su le sue
chiare ginocchia quel viso bronzino che le pareva d'aver già intravisto
in una fantasia alzato su un grande stallone arabo dal mantello di raso
bianco tra lo sventolare del haik e il roteare del fucile in una nube
acre di polvere e di fumo, laggiù, nella Mitidja, una sera di festa,
prima della gozzoviglia preparata sotto le tende coniche della razza
guerriera.
-- In una vertigine di castità? -- disse l'uomo, un poco roco, sorridendo
anch'egli, d'un sorriso che gli straziava su i denti le labbra tumide.
-- Forse che sì forse che no, Aini -- ella susurrò socchiudendo le
palpebre orlate di nero dall'antimonio come quelle delle donne maure.
E tanto era certa di far soffrire che credette sentir su le sue
ginocchia il peso del selvaggio dolore. E preparava profondamente la sua
carne all'irruzione preveduta del desiderio micidiale.
-- Ti piacque Amar?
-- Mi piacque un giovine imperatore sconosciuto al cui paragone la grazia
di Amar era una grazia tra d'istrione e di mezzano. Veniva dal Deserto,
in una frotta di cavalieri dai lunghi moschetti damaschinati, eretti su
i più bei cavalli ch'io abbia mai veduti caracollare con le gualdrappe,
con le criniere, con le code al vento, fra il tintinnio delle campanelle
e degli amuleti. Veniva dal Sahara. Tra la sua scorta di color variato
egli era tutto vestito di lana bianca, avviluppato in un semplice
mantello bianco senza ricami, che lasciava appena vedere nelle staffe i
suoi stivali senza speroni e il suo pugno senza guanto sporto a tener la
briglia come una fanciulla tiene il nastro con cui si legherà la
treccia. Montava uno di quegli stalloni che gli Arabi paragonano al
colombo nell'ombra, nero come la capelliera della mia Lunella, così nero
che i riflessi azzurri e violetti gli correvano nei fianchi come i
marezzi nella seta cangiante. Chi dei due aveva occhi più belli, il
cavallo o il cavaliere?
Ella fece una pausa perfida; e le sue narici palpitarono nel suo volto
segretamente astuto ove le ciglia sembravano porre una scurità
d'agguato. Il cuore le tremava d'un delizioso terrore; perché l'amante
aveva mosso il capo come per guardarla più da presso, e ora le poggiava
la gota non più su le ginocchia ma su la coscia. Com'ella supina aveva
il busto rilevato dai cuscini, egli di sotto le vedeva il mento
illuminato dal riverbero della maiolica e scorgeva tra le labbra mosse
dalla parola la perlagione della genciva e dei denti in una umidità di
conchiglia frescamente dischiusa.
-- Anche ora, se ci ripenso, non so dirlo. E il cavaliere era un
giovinetto o una vergine travestita? L'occhio avrebbe potuto dubitare se
non avesse veduto quell'estrema delicatezza dominare con tanta facilità
lo stallone potente. Qualcosa di sfrontato e di scaltro, di altiero e di
molle, di meditativo e di trasognato era in quel caldo pallore
imperiale. Due slughi, col marchio della grande razza sul garetto,
seguivano la coda strascicante. Chi era l'inviato del Deserto? Come fu
presso di noi, egli sollevò all'improvviso il morello da terra con i
quattro zoccoli eseguendo quell'aria che in vecchio termine di
cavallerizza si chiama la ballottata, portento dei cavalieri arabi. Alle
nostre grida egli ruppe in un gran riso, rovesciandosi in dietro contro
l'arcione di velluto, fermata la magnifica bestia su le quattro zampe.
Poi si chinò rapido e mi baciò su la gota, come se io gli
appartenessi....
Ella gridò come allora; che l'amante in un movimento impreveduto, quasi
strisciandole sopra, l'aveva afferrata agli òmeri con le mani dure.
-- Aini, Aini, era mio fratello, era Aldo che uno sceicco aveva invitato
alla caccia.... Tornava con la scorta, e col dono del morello e dei due
slughi.... Ah, non mi far male, Aini!... Sì, sì, fammi male, fammi a
brani, fa di me quello che vuoi. Sì, ancóra più forte! Sono tua, sono la
tua cosa. Eccomi tutta. Ti adoro.
Ella era cangiante come il fianco del morello, come il colombo
nell'ombra e nel sole. In un filo di verità ella infilava le sue fresche
menzogne con l'arte rapida ond'eran composte quelle collane mattutine di
zàgare che amò avvolgersi al collo in due o tre giri. Ella possedeva un
dono e una sapienza onnipotenti sul cuore maschile: sapeva essere e
parere inverisimile. La massima parte delle donne amanti tenta di
abolire il proprio passato, tenta di rinascere, di rinverginarsi; fa
all'amato l'offerta illusoria dei suoi sensi ignari perché egli li
risvegli e li istruisca, della sua anima rasa perché egli v'inscriva la
sua legge; e spesso l'ingenua frode avvolge il credulo. Ma ella invece
sapeva dare al suo passato una indefinita profondità, alzare la sua
giovinezza sopra un immenso sfondo di vita, come quei pittori di
ritratti che pongono dietro la figura la veduta d'un portico senza
termine o una illimitata lontananza di paesi e di acque. Sembrava che le
sue attitudini si disegnassero su un gioco perpetuo di prospettive
ch'ella non cercava di coprire ma di equilibrare come quei ritrattisti
che conoscono nel quadro il valore degli spazii. La sua novità emergeva
dal suo passato come la sirena dal sale amaro, arcana, quasi ne fosse
ancor stillante. Il più impreveduto dei suoi gesti pareva avere
attraversato un elemento oscuro per manifestarsi, aver mosso dietro di
sé un'onda cupa di desiderio per volgersi al desiderio di quell'uno.
Tale dei nostri Antichi chiamò alchìmia il liscio delle donne. Anch'ella
amava rilevare col nero e col rosso la freschezza dei suoi venticinque
anni; e sempre poneva il lutto alle palpebre intorno alle iridi chiare,
e talvolta insanguinava di non natìo cinabro la bocca. Ma la sua
alchìmia era ben più ardua e strenua, produceva ben altre maraviglie.
Con quali fuochi trasmutava ella la materia della sua vita in bellezze
di così patetico potere? Certe arie del suo volto condensavano la poesia
d'un giardino, d'una tragedia, d'una fiaba. Un qualunque atto
dell'esistenza cotidiana -- il togliersi il guanto lentamente facendone
strisciare la pelle su la lieve lanugine del braccio; il togliersi la
lunga calza di seta, delicata come il fiore che si gualcisce in un
attimo, stando accosciata sul letto; il togliersi dal cappello gli
spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la manica sino
al poco oro crespo dell'ascella -- un qualunque atto comune prendeva da
lei tanta forza espressiva che lo sguardo mirandolo si rammaricava di
non poterlo fermare in perpetuo.
Per ciò, pur così fragile così elastica e così lasciva, ella
s'apparentava con le grandi creature di Michelangelo. La contradizione
non era se non apparente pel contemplatore acuto. Certo, quando ella
s'adagiava sul divano e il suo corpo s'annegava sotto il flutto piegoso
della mussolina o del tulle, non somigliava alla Libica se non forse pel
fiosso arcuato del piede emergente dal flutto. Ma, se a un tratto con un
colpo di reni da danzatrice di cordace ella si risollevava protendendosi
dall'ombra nel cerchio della lampada per dire la sua parola in un
dibattito appassionato, la virtù del suo rilievo era tanta che i
prossimi ne avevano il sentimento d'una creazione e d'una apparizione
geniali. All'occhio dell'artista ella era il genio stesso del rilievo,
quello che noi imaginiamo aver vissuto nel fuoco del cervello
michelangiolesco. In un momento di ardore ella pareva estrarre sé
medesima dal suo blocco e occupare l'aria come il ginocchio, come
l'omero, come il cubito, come il seno dell'Aurora la occupano; i quali
fanno violenza allo spazio, spostano quasi visibilmente le masse aeree,
prendono il lor luogo nella Natura discostando o limitando le altre
forme, e si contornano di solitudine.
Allora nessuna sostanza organata era potente come la sua. Le sue vesti
vivevano con la sua carne come le ceneri vivono con la bragia. Gli
oggetti intorno rientravano nell'ombra, le comuni apparenze erano
abolite; la luce si trasmutava su lei. Non era più la luce del giorno né
quella della lampada; ma era la fiamma fortunosa che dal cominciamento
del mondo rischiara le lotte, i lutti, i fasti dell'uomo. Ella
dimostrava come dicesse il vero colui che disse ogni incanto essere una
follìa provocata con arte; ma ciascuno allora, nel cerchio di quella
follìa, sentiva ch'ella era promessa a un destino severo.
Così nell'amante si ripeteva di continuo la sensazione già patita su la
strada polverosa quando ella, dopo il passaggio dei cavalli bradi, aveva
sollevato il suo velo mostrando il viso nudo ed egli s'era volto a
guardarla con qualcosa di cavo nel petto ch'era come l'impronta di
quella nudità sempre nuova. Veramente ella, per vivere in lui, gli
scavava il petto, glie lo scerpava, glie lo rodeva, senza dargli tregua;
e pareva talora incastrarvisi, serrarvi e schiacciarvi ogni altra cosa
ancor viva, distruggervi ogni fibra non accordata al suo tono, e dal più
nero dolore volgere la più chiara delle voluttà.
Dov'era mai la muta promessa fatta al compagno nell'incerto commiato che
doveva esser l'ultimo? la prodezza del bùttero nel giorno della merca?
la bestia legata e sollevata e marchiata per la servitù? il duro
scrollo? Sì, certo, quando più forte lo rimordeva il ricordo del
fratello scomparso, quando più gli ridoleva il segno di quel virile
vincolo troncato, egli iroso cercava di afferrare la bestia oscura e di
tenerla ferma innanzi alla sua anima e di considerarla. «Dunque, tu sei
l'amore», le diceva «quell'amore a cui la mia semplicità dava la
bellezza e la gentilezza, e due occhi che la mia tentatrice non avrebbe
potuto guardare senza vergognarsi! Te ne ricordi? Tu sei l'amore,
diverso dunque da quello che conoscemmo nell'avventura pel vasto mondo,
quando sbarcavamo nei porti, quando sostavamo nei bivacchi, quando il
grido della femmina rovesciata sul giaciglio basso o su la proda del
fossato bastava alla nostra breve foia. Sei certo l'amore, poiché ti
nutri e cresci della mia vita più calorosa, poiché non posso colpirti
senza temere che il mio proprio sangue si versi tutto per le tue ferite,
poiché tu sei più me che tutto me intiero. E ora che credo di tenerti e
di staccarti da me un poco per guardarti meglio, sento che tu non mi
lasci e che anzi ti conficchi più forte nella mia forza e mi fai più
male. Ma ti guardo; e non ho mai avuto a caccia nella mira della mia
carabina una fiera tanto nemica. Soffrivo di te nell'indugio perverso,
quando la tentatrice era per donarsi e si ratteneva, era per concedersi
e si negava. Mille volle più soffro, ora che la posseggo, ora che non un
grano della sua pelle m'è sconosciuto. Avevo serbate intatte le
profondità dei miei sensi perché ella vi discendesse. Ella vi discende;
e vi risveglia i mostri da me intraveduti in qualche notte d'orgia
esotica, quando il maschio non sapeva se più gli piacesse versare il
seme o il sangue. E quei mostri ti somigliano (somigliano a te che sei
l'amore!); perché non nell'approdo, non nella scorreria, non dopo la
lunga navigazione, non dopo la cavalcata senza sosta, io ho conosciuto
la furia originaria e selvaggia del desiderio come qui, tra due braccia
più fresche e più odorose del gelsomino dopo la pioggia. Su la strada
ardente, non te ne ricordi?, nel vortice della polvere, io le desiderai
spezzate dall'urto; imaginai tutto il corpo della tormentatrice ridotto
su le pietre un mucchio sanguinoso; agognai ch'ella più non avesse
quelle palpebre, quella bocca, quella gola, ch'ella più non fosse
qual'era. E il carro era là, coi lunghi tronchi protesi all'urto senza
scampo. Or bisogna che io ti guardi bene per scoprire se tu sei l'amore
o se tu sei l'odio, o se tu sei biforme; perché ella m'ama e vuole ch'io
l'ami così che ancóra e sempre quell'imagine di morte accompagna il mio
delirio, e la mia voluttà si rattrista per non poter cancellare la
bellezza di cui non si sazia».
Egli non s'illudeva sul suo pericolo. Lo fisava, come già nello scafo
sommerso o nella fusoliera librata, con occhio diritto; sapeva tuttavia
di non poter nulla per superarlo. E questa consapevolezza non gli
sbigottiva ma gli esaltava l'animo. Egli era entrato nella più
misteriosa regione del suo viaggio umano, in una specie d'ombra venefica
che gli ricordava quella smisurata foresta scoperta da lui e dal suo
compagno nell'interno dell'isola di Mindanao; dove vive nella tenebra
verde fra l'intrico delle liane una tribù dalla pelle più bianca della
camelia bianca e dai grandi occhi più neri del nero velluto, fabbricando
le sue case come nidi d'uccelli, scivolando nel fogliame come i cigni
nell'acqua. Rivedeva il pallore spettrale di quegli indimenticabili
esseri, che gli parevano nutriti di veleni, il fascino di quegli occhi
notturni apparsi e scomparsi tra enormi corolle; riaveva in sé il senso
di quel calore morbido e umido, di quel fermento occulto e malsano, di
quella oscurità arborea illuminata da quei magnetici sguardi.
Come allora, non poteva tornare indietro. Come allora, l'ignoto
l'attraeva fuor d'ogni salute. Come allora, egli vedeva in agguato per
l'ombra mille creature che avevano i medesimi occhi, i fantasmi
d'innumerevoli inganni affascinanti, gli aspetti d'inafferrabili
tentazioni, e quei fiori troppo grandi per essere colti, e quei frutti
troppo grandi per essere addentati.
Confessava a sé stesso il suo male. Riconosceva che l'alchìmia della
menzogna tramutava anche il suo valore. Da quanti giorni aveva egli
lasciato il suo compagno sul limitare del Buio? Eppure quanto già gli
sembrava estraneo e distante il lungo periodo di vita comune, sostenuto
dalla lealtà e dalla fedeltà, dall'eguaglianza e dalla sicurezza! In
pochi giorni, come per una di quelle infezioni che si manifestano con
una gran febbre improvvisa e rapidissime si diffondono per tutte le
vene, il suo sentimento della convivenza s'era pervertito in acredine e
in inquietudine, in angoscia e in terrore, in tirannide e in crudeltà.
Allora egli era col suo compagno verso l'ignoto; ora egli era
nell'ignoto contro la sua compagna, e questa contro lui, in un
combattimento palese e coperto, di tutti gli attimi, per stabilire una
signoria e un servaggio. Ma l'avrebbe egli amata diversa? Quali doni
l'attraevano in lei se non quella molteplicità di aspetti, quel potere
di trasfigurazioni, quella stupenda arte di mentire mista a quella
tremenda voglia di soffrire, quelle maschere tragiche alternate con
quelle grazie puerili, quelle maniere d'imperatrice e di schiava, quel
furore armato e quella fragilità inerme, tutti quei contrasti e quei
dissidii che la rendevano innumerevole come la concordia discorde degli
elementi? Fin allora le donne non erano state per lui se non una veloce
vittoria, un piacere breve, un disgusto vanito, un confuso ricordo; e,
s'egli avesse dovuto riconoscerne alcuna nella greggia, non l'avrebbe
riconosciuta a un bagliore d'anima ma all'odore singolare, simile a quei
mercanti di schiave che col fiuto riconoscevano la stirpe. Una grande
amicizia militante preserva dall'indugio negli amori vani, affranca dai
vincoli vili, difende la mutua libertà. I primi indizii della passione
soverchiatrice gli avevano in fatti suscitato un sentimento di timore e
quasi di rimorso verso l'amico, e un bisogno istintivo di celarglieli, e
una illusoria volontà di soffocarli. Ma, come nel fresco taglio del
tronco s'incastra il ramo selvatico e si rammargina la ferita facendo
ricongiungere le scorze di modo che non vi possa entrar nulla e la
pianta innestata sparga le vene con l'altra, così ora l'amore
interamente riempiva la fenditura dolorosa e s'allignava per tutto, se
bene persistesse nel fondo il rimorso fraterno e rendesse più cupa
talvolta la tristezza carnale dopo gli oblii deliranti.
Ah, di quante larve e di quanti segreti era composta quella creatura che
poteva nascondersi dietro lo scuro delle sue ciglia meglio che dietro le
pieghe delle sue vesti? Perché tanto spesso ella gli si manifestava
secondo le linee della rimembranza e del presentimento? Forse le amanti
della figura anteriore appena disegnate nell'oscurità della memoria,
forse quelle appena intravedute per le mille vie e non inseguite ma
sognate un'ora sola nella malinconia del mondo, forse anche quelle
ch'erano per sopraggiungere senza richiamo e senz'annunzio, tutte
s'adunavano nella sua ansia e nella sua bellezza?
Egli esplorava sé stesso, in silenzio, seduto presso la parete, nella
stanza fatta violacea dal crepuscolo. Era solo. E pareva che il
ritrovarsi alfine solo, sopra una sedia addossata a un muro nudo, con la
faccia rivolta alla finestra aperta pel cui vano appariva il mare senza
vele e il cielo senza nuvole, solo coi suoi pensieri e con la sua
perspicacia, gli fosse di sollievo. Ma qualcuno in lui, a un tempo, era
in ascolto se mai udisse un passo leggero avvicinarsi; qualcuno in lui
era come il fanciullo occupato da un indefinito orrore, che imagina una
presenza terribile al suo fianco e la vede con la visione senza pupilla,
la vede più reale delle sue proprie mani ch'egli tiene smorte su le sue
ginocchia, e resta immobile, e non volge il capo, e vive nel filo di
gelo che nasce dal mezzo della sua schiena curva.
Qualcosa d'argenteo lustrò nell'ombra, come se fosse quivi giunta e
spirasse la voluta d'una di quelle onde rare che si levavano dalla
dolcezza del mar cinerino. Era entrata Isabella, senza romore, coi
sandali ch'ella usava per camminare su la sabbia.
-- Paolo! -- chiamò ella sommessa.
Egli non rispose né si mosse. Ella ancóra abbagliata non lo scorgeva.
-- Paolo!
Ascoltò, aspettò per qualche attimo, chinò la testa. Scontenta e
attonita mormorò:
-- Non c'è.
E un cinguettare improvviso la sorprese. Si avvicinò alla finestra. E il
cinguettìo era così vivo che pareva fosse dentro la stanza, di qua dal
davanzale. Ancor più s'avvicinò, guardinga, con l'occhio teso, cercando
d'indovinare l'origine del suono. Egli ora le vedeva il collo nudo, i
capelli partiti su la nuca in due trecce attorte e fermate dalle forcine
per modo che aderivano alla forma del piccolo capo. E uno straordinario
turbamento lo vinceva allo spettacolo nuovo di quella vita che viveva
dinanzi a lui testimone occulto. Desiderava ch'ella si volgesse; perché
credeva che, sapendosi non guardata e sola, ella dovesse avere il suo
volto di riposo con tutte le linee ricomposte e tranquille o il suo
volto di Medusa pietrificante.
-- Ma che è? -- parlava ella da sé, chinandosi sul tappeto.
La voce era bassa, tutta fra gola e labbra, come ancóra appresa alla
carne, fresca e segreta come la pruna avvolta nella foglia.
-- Ah, è una rondinetta!
Ed ella ebbe un moto infantile d'esitazione, prima di raccoglierla. Poi
la prese nelle sue mani palpitante; la tenne chiusa nel cavo delle due
palme sovrapposte, prima di guardarla. Socchiuse le palpebre sopra un
sorriso che scendeva dalle ciglia alle labbra, troppo fievole per
muoverle. Sentiva palpitare la tiepida piuma. Così gran palpito in così
piccolo cuore!
-- Come sei venuta? Sei caduta dal nido?
Cautamente ella le lasciò mettere il becco fuori tra il pollice e
l'indice arrotondati.
-- Ah, sei già forte.
Ella si sporse dal davanzale e guardò verso la gronda, ma non v'era
nido. Il cielo le toccò la faccia supina con un chiarore tra d'argento e
di viola. Dietro il suo busto sfondava il mare perlato. Ella fu come
l'imagine della giovine Sera a cui sta per brillare in fronte il primo
pianeta mentre ella ha sorpreso nel cavo delle sue mani azzurrine la
rondine tardante per rilasciarla cangiata in pipistrello.
-- Dunque volavi?
Ella gittò un grido di ribrezzo ma fioco, perché era fasciata di
silenzio che l'attutiva. Aveva scoperto tra il suo dito e l'ala un
insetto vivo. Lo scosse via.
Forse inseguendolo, la rondinetta inesperta aveva urtato contro la
cortina della finestra ed era caduta sul tappeto.
-- La tua prima preda?
Ella le aizzava il nero becco vorace tra la fronte e la gola di color
rugginoso. E sentiva il gran battito del piccolo cuore, e l'acume degli
unghielli nei piedini rattratti, e quella tepidezza tenera e selvaggia,
quello spirito di libertà pulsante nella piuma soave.
-- Se ti rilascio, saprai volare? Fin dove?
E, come tocca da un avviso magnetico, ella alzò gli occhi, scorse
d'improvviso nell'ombra gli immobili occhi che la guardavano; e gittò un
grido di spavento, non più fioco; e lasciò cadere dalle mani tremanti la
prigioniera.
-- Ah, Paolo! Sei tu? Eri là? Mi guardavi? Mi guardavi? No, no, non mi
guardare così!
Ella indietreggiava, con un riso convulso che pareva fosse per rompersi
in singulti.
-- Perché hai fatto questo? Perché mi fai questa paura?
Egli s'era alzato, e le andava incontro. Ella indietreggiava ancora.
-- Ah, che occhi! No, no, non mi guardare così! Chiudili! Mi fai paura,
mi fai paura.
Ella rideva e singhiozzava insieme, con un sussulto del petto profondo;
gli comunicava quel pazzo sgomento. Levandosi dall'immobilità, egli
aveva sentito le fitte nelle reni; e ora alzato sentiva la fiacchezza
delle ginocchia intormentite, le contratture nei muscoli delle gambe,
una pesante tristezza corporea per ovunque sparsa, le tracce della
voluttà letale, e i suoi occhi smisuratamente ingranditi nelle sue
occhiaie cupe.
-- Via, via, Isabella! Che fanciullaggine!
-- Ma che occhi hai!
-- Bambina!
-- Chiudili.
-- Sì, li chiudo.
Ella gli si gettò addosso; gli pose su le ciglia le palme che avevano
serrata la piuma palpitante. Il riso somigliava ancora al singhiozzo ma
s'addolciva. Ella lo baciò in bocca.
-- Hai le labbra fredde.
Il brivido ch'egli ebbe gli fu dato dall'accento di quelle parole. Un
terrore indistinto vagava in fondo alla sua carne. E il silenzio si fece
in loro e nella stanza. Ed essi riudirono il cinguettìo sotto il
davanzale.
-- Chiama aiuto -- disse Isabella, sotto voce.
E sospirò come i fanciulli quando hanno finito di piangere ed esalano il
cruccio dal cuore che si sgonfia. Poi si chinò sul tappeto, ginocchioni,
e cercò pianamente nell'ombra la desolata. La trovò, la prese; si
rialzò.
-- Eccola. Le diamo la via?
-- Sì, lasciala andare.
-- Vieni vicino.
Erano entrambi al davanzale. La sera portava la sua più bella collana
d'ametiste. Espero tremolava sul delicato mare.
-- Credi che volerà?
-- Prova.
-- È piccola ma ha il cuore forte. Vuoi sentire?
Ella accostò il suo pugno alla gota dell'amato.
-- Non è troppo tardi? Certo s'incontrerà con un pipistrello; e la paura
le farà smarrire la sua via, povera rondinetta!
-- Bambina! Deve abitare vicino, lungo il fiume, tra le cannucce. Son
finite le cove.
-- Non credi che potrei darle l'ospitalità per questa notte?
-- Sarà molto infelice.
Ella esitava come se, trattenendo nella sua mano la calda prigioniera,
comunicasse con la vita misteriosa che saliva d'ogni parte nella purità
della sera.
-- Allora la lascio.
-- Prova.
Ella fu corsa da un lieve fremito. La prateria salmastra era già immersa
in una umidità violetta. Qualche pozza d'acqua riluceva, divina come
un'imagine del cielo di sopra Oltr'Arno le selve di San Rossore
nereggiavano come un attendamento di caravane al limite del Deserto. Su
la lingua di sabbia lunga come una tiorba il mare in bonaccia faceva la
sua fievole melodia. La bellezza del tutto era così dolce che trapassava
l'amore come una spada di fuoco.
-- Baciami, prima -- ella disse, traboccante d'angoscia voluttuosa.
E pensò a Lunella, e pensò a Vana, e pensò al giovinetto imperatore; e
alla troppo nera ombra del leccio su la vecchia casa, e ai suoi cipressi
allineati sotto la muraglia inesorabile dominata dal Mastio, e al canto
notturno del vento fra torre e torre, fra porta e porta, fra sepolcreto
e sepolcreto.
Si baciarono. Ella tese il braccio, aprì il pugno, con una pena nel
cuore.
-- Addio, rondinetta!
E sùbito la sua mano fu vuota.
-- Aini, che hai?
Ella gli si abbandonava sul petto supino; gli prendeva il mento per
tenerlo fermo; col volto sospeso sul volto, gli scrutava il fondo delle
pupille, gli vietava la vista del cielo deserto a cui lo sguardo era
fiso.
-- Parla. Che hai oggi, Aini?
Tanto di lui ella temeva il silenzio quanto di lei egli temeva la
parola.
-- Ah, che grinta dura tu hai oggi! Tutt'osso.
«Un teschio con le labbra» pensò ma non disse, ché le ribalenò alla
memoria la donna ignuda del basso rilievo su la piccola porta preziosa
nella saletta mantovana delle Pause, dinanzi a cui Aldo s'era
inginocchiato.
-- Se ti bacio, mi faccio male.
Egli non s'era mai accorto che tanto ella pesasse: pesava come il marmo,
gli schiacciava le costole. Ma sotto le costole egli aveva una ben altra
tortura: il becco dell'avvoltoio invisibile, che gli lacerava il fegato.
Non udiva le ciance della lusingatrice, ma dentro di sé una estranea
voce virile. «La mia macchina è a ordine, di tutto punto. Il
sopraccarico del cilindro d'aria appena appena ne diminuisce la potenza.
Ho un'elica nuova che rende a meraviglia. Sento con gioia un soffio che
viene dalla terra, un vento di marea che mi spingerà verso lo Stretto».
-- Guarda le mie braccia pomellate d'azzurro e di viola! Mi fai
vergognare davanti a Chiaretta, che è una pia francescana nata e
cresciuta all'ombra della Porziuncola.
Con una grazia ostinata ella gli andava strisciando sul viso la pelurie
delle braccia che odoravano forte come i sacchetti da odore perché ella
li aveva inondati d'essenza. Egli era insensibile alla carezza; e i suoi
lineamenti divenivano sempre più ermetici. «Tutto è pronto. Attendo il
levare del sole. Il mio amico, agitando un guidone su la duna, mi fa
segno che il disco è apparso. Tutto è già in moto, tutto vibra e romba.
Al comando, i meccanici abbandonano. Eccomi nell'aria. Filo dritto verso
il mare; mi sollevo a grado a grado; supero la duna, odo l'augurio
amichevole; vedo le acque sotto di me; lascio alla mia destra la
torpediniera che col suo fumo denso mi oscura il sole. Nessun
turbamento, nessun mutamento. Tutto è tranquillo in me, intorno a me.
Non una bava di vento, e per ciò non una manovra di governo o
d'inflessione. Le mani oziose, inerti. Non ho il senso del volo. Mi
sembra d'essere immobile. Vedo l'onda, sempre la medesima onda....»
-- Non riesco a farti aprire la bocca! Ora vedrai.
Una sorda irritazione si moveva già sotto la sua puerilità lasciva,
qualcosa di simile all'impazienza ond'era presa talvolta quando una
delle sue scatole tonde d'avorio per solito agevoli resisteva
all'improvviso così che per nessuno sforzo riesciva ella a girarne il
coperchio, né pur le valeva il sacrifizio iroso d'un'unghia aguzzata e
polita con tanta cura di lima e di polveri! Ella si nudò il petto e
prese fra le sue dita delicatamente una delle piccole mammelle rimaste
verginali, simili a quelle che la Martire porta come due coppette
riverse nel vassoio d'argento.
-- Ora vedrai.
Egli era serrato nell'ostilità nell'invidia e nel sogno. Vedeva il
Canale color d'acciaio tra le coste frastagliate a picco; e dietro
l'astro dell'elica, dietro il ventaglio dei tre cilindri, l'eroe solo,
con la sua segreta di panno bruno, con la sua tunica azzurra d'artiere
su la cinta di salvamento, col suo profilo aquilino di Franco che ha
abbassato la fràmea, paralo la bocca dai baffi come da una baviera. Si
ricordava d'averlo veduto a Montichiari, d'avergli parlato. Si ricordava
della mascella robusta, dei pomelli saglienti, della ciocca ritrosa sul
mezzo della fronte rimasta pallida nel volto rossastro. Anche si
ricordava della donna semplice e possente che gli stava accanto, esule
dal focolare, nella tettoia come sotto una trabacca di guerra, simile a
una moglie di leudo che tralasci di riporre il lino nei forzieri e di
distribuire la lana alle serve per brandire la mezzapicca e la
francisca, attenta a incantare il pericolo con la forza di quel sorriso
che le scopriva tutti i denti sani e le scavava nelle gote due fosse
fonde. «La torpediniera è rimasta indietro, non è più visibile. Ora sono
solo, perduto nell'immensità delle acque cupe, non veggo all'orizzonte
né una linea di terra, né un fumo di piroscafo, né un albero di veliero.
Nel silenzio, sempre il rombo del motore; nell'immobilità, sempre la
medesima onda. Quanti minuti passano? Pochi, ma interminabili. Scorgo a
levante una linea grigia che ingrossa di continuo. È la costa inglese.
Dirigo il volo verso la roccia biancastra. Sono assalito dal vento e
dalla nebbia. Attente le mani alla manovra, attenti gli occhi alla
rotta. Acciaio e ferro sotto di me: una flottiglia di torpediniere, una
squadra di corazzate. Vedo i gesti dei marinai che mi salutano, odo le
loro grida fioche. Navi mercantili navigano lungo la costa, con la prua
verso la mia sinistra. Comprendo che il porto è prossimo, che Dover è a
ostro ponente. Viro da quella banda, ma il vento mi ricaccia in basso.
Lotto ancora. Scopro il castello. Volo sul bacino di Dover. Passo fra
due corazzate, entro in una specie di avvallamento. La terra è sotto di
me; è verde, è concava come la palma d'una mano amica che sia là perché
io mi ci posi. Ma, mentre discendo, un mulinello perfido m'aggira.
Impaziente, spengo l'accensione; accelero la discesa; m'atterro con un
urto che mi torce l'asse delle ruote e mi scheggia l'elica. Metto il
piede su l'erba del Regno. Ho traversata la Manica. Ho l'ali intatte».
Il racconto breve dell'eroe gli sonava dentro come i colpi successivi
del vento nella velatura che tende a rovesciarsi. La visione gli si
svolgeva per lampi. Ma era il racconto di cose già sapute, la visione di
cose già vedute. Era come s'egli si ricordasse d'aver compiuta
quell'impresa, d'aver valicato il mare, d'aver sorvolato le navi, d'aver
mirato lo scoscendimento biancastro, d'essere entrato nell'ombra del
vallone, d'essersi posato su l'erba; ma in un viaggio assai più lungo,
in un volo infinito, sopra un'onda ch'era sempre la stessa e sempre
diversa, sopra un'onda che come quella del Lete gli toglieva ogni
memoria della riva di giù.
E sentì su la faccia l'odore dell'amante, l'odore caloroso dell'ascella;
sentì su le sue labbra il piccolo frutto duro del seno che palpitava
nello scroscio soffocato del riso. L'insofferenza fu aspra come uno
scoppio di collera.
-- Basta! -- proruppe, sollevandosi di colpo, afferrando la donna per i
gomiti e respingendola. -- Basta!
La spinta fu così brutale ch'ella cadde riversa; e aveva su le braccia
l'impronta delle tanaglie. Non gridò, non si lamentò. Poggiandosi sopra
un fianco, alenava seminuda; e sotto le ciglia aggrottate il suo sguardo
ardente era inesplicabile. Le narici le palpitavano come
all'approssimarsi del piacere. Qualcosa di acre e di felice,
un'ambiguità sfuggente, una perversità incerta brillava e s'oscurava a
volta a volta nel bel viso di dèmone.
Egli non la guardava. Era crucciato contro sé stesso per l'atto violento
ma non poteva scusarsi. Quel rammarico serrava ancor più l'angustia
della sua vita. Udiva alenare la donna, e temeva ch'ella fosse per
piangere; e attendeva quel pianto come il peggiore dei supplizii.
Intessute le mani dietro la nuca, poggiato il capo al parapetto, egli
fisava di là dal limite bianco della terrazza, tra le foglie degli
oleandri assetati, il Tirreno sparso di pecorelle. La Gorgona appariva
come una nuvola, di là da una striscia più scura che annunziava l'arrivo
del maestrale. Una schiera di gabbiani biancheggiava come una sola
massa, alla foce, su la punta di sabbia; e a quando a quando un branco
si levava sparpagliandosi a fior della schiuma. Dalle Lame di Fuori
veniva il canto delle allodole. E laggiù, su le acque, era un punto
eroico ove il lido diveniva invisibile. E più giù, ad austro, di là
dall'Arcipelago, era la grande isola selvaggia, ricca d'avvoltoi.
E gli risonò all'improvviso nel centro dell'anima la voce del buon
compagno che determinava la rotta: «Ponente una quarta a libeccio!» E
rivide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle
dell'Incastro, la chiostra dei monti laziali. E rivisse i giorni della
gran febbre operosa, e l'ardore delle speranze, e l'audacia dei sogni, e
la grandezza del sogno più disperato. «Ponente una quarta a libeccio!»
Era la rotta fra la spiaggia ardeatina e il capo Figari all'ingresso del
Golfo di Terranova: cento trentacinque miglia marine, una distanza non
molto maggiore di quella ch'egli aveva percorsa nei suoi giri su la
brughiera interrotti dall'orribile schianto.
E il mondo era pieno d'un'altra gloria, e d'ogni parte salivano gli
inni, e le nazioni già credevano aboliti i confini, e santificate erano
le ali dell'Icaro vittorioso! Che faceva egli su quel tappeto d'aremme
ove la voluttà pareva regolata dal flauto di Amar? Che era divenuto egli
ondeggiando fra il terrore dell'annientamento e il desiderio sempre più
arido? Bene gli s'addiceva l'atto puerile dell'amante che gli aveva
porto la mammella perchè, come il languido sonatore algerino dalle
palpebre dipinte, imparasse a poppare le leonesse.
Balzò in piedi. Si sporse dal parapetto verso la prateria ov'era alzata
la tenda che ricoverava l'Àrdea inerte. Cedendo all'impazienza chiamò:
-- Giovanni!
Era l'artiere prediletto da Giulio Cambiaso, quello che per l'ultima
volta aveva riempito d'essenza il serbatoio.
-- Giovanni!
Nessuno rispose. La tenda era chiusa e muta. Anche i meccanici forse
erano ai loro ozii e ai loro piaceri.
-- Perché chiami? -- chiese Isabella con una voce dolcissima, quasi umile,
balzando anch'ella e andando verso lui meravigliosamente splendida di
amore.
-- Voglio destare l'Àrdea.
-- Veramente?
L'allegrezza le folgorava nel viso, le scrollava tutta la persona e
pareva sollevarla su i pollici dei piedi elastici. Come aveva indosso
una di quelle tuniche tenui a minutissime pieghe, stampate da un
rinnovatore ingegnoso coi motivi marini dell'arte micenica, pareva che
il giubilo stesso del suo sangue la colorasse fino all'orlo. Le nuvole
bianche agglomerate su i Monti Pisani la irraggiavano d'un riverbero
argenteo, che le si diffondeva su la pelle nuda e le s'insinuava su ogni
piega rosea della veste come quella pruina che inargenta i petali delle
massime rose.
-- Sì, bisogna che tu la dèsti. Non osavo dirtelo. E mi prenderai con te,
mi prenderai con te, Aini!
Ella gli s'era accostata ancor più, con uno di quei suoi movimenti
ariosi che parevano commuovere tutto lo spazio intorno a lei e aumentare
la luce agitandola. Egli la mirava attonito, posseduto sino all'infima
delle sue vene.
-- Senza paura?
-- Ricòrdati della strada bianca tra i canali delle ninfee.
-- Veramente verrai con me?
-- Dovunque.
-- Sul mare, sul fiume, su i boschi, e anche laggiù, su la città, intorno
alle cupole, intorno alle torri?
-- Dovunque, sopra le nuvole, di là dall'arcobaleno.
Anch'egli allora fu invaso da un'allegrezza impetuosa. All'improvviso la
sollevò su le sue braccia. Ella cedette tutte le membra, fu fresca e
leggera come una bracciata di foglie.
-- Quanto poco pesa la grande Isabella!
E, così reggendola, sporse le labbra verso la mammella ancor seminuda
della leonessa.
Allora entrarono in una felicità inaudita. Deposero le armi, guarirono
d'ogni male, dimenticarono la scienza del tormento. Ebbero la tregua
celeste.
Ogni giorno, prima del tramonto o prima dell'aurora, l'Àrdea li rapiva
nei più alti sogni. L'incanto teneva l'incantatrice. Sorridendo ella
aveva sentito nascere nel suo petto il cuore selvaggio di quel
giovanissimo vento condottiere di uccelli migratori chiamato Ornìtio,
che i marinai sorpresero ai Tre Porti addormentato su un banco di sabbia
in mezzo a uno stormo di rondini stanche.
-- Io sono Ornìtio -- diceva al volatore con un'aria di mistero che pareva
inazzurrarle il viso e porle qualche filo d'erba o qualche grano di
semenza nella bocca gonfia.
-- Non hai in mente quella deliziosa favola salmastra di Gabriele
d'Annunzio? Ebbene io sono Ornìtio. Quando la testa di Dardi Seguso
cadde sotto la scure dell'uomo rosso, io la raccolsi sanguinante e
m'involai seguita da tutte le mie rondini verso il mare. La portai fino
al Tènaro, alla soglia di Dite, nel territorio della Serenissima
tuttavia, perché in cima al promontorio i Veneziani avevano costruita
con le pietre di Sparta una torre quadrata contro i Turchi. Piegai gli
asfodeli. Trovai Euridice. Le lasciai cadere il teschio nel grembo per
ingannarla....
Ella parlava con quell'accento che faceva spalancare gli occhi alla sua
Lunella quando le raccontava una novelletta.
-- Son tornato. Più d'una volta ho dormito là, alla foce, su la lama di
sabbia; ma non m'hanno sorpreso i marinai, non m'hanno legato coi
vimini. In memoria del maestro vetraio, son tornato spontaneamente
all'amore dell'uomo. Hai anche tu intorno al collo un filo di scarlatto,
che non si vede, Paolo Tarsis.
Parlava all'ombra del suo cappello bianco, tessuto d'una paglia fine
trasparente e un poco rigida come il vetro filato di Murano, munito di
due grandi ali bianche tolte all'airone maggiore, che prendevano
leggerezza dall'esser commiste con le lunghe penne sottili del dorso e
dell'occipite.
-- Non sospettasti di nulla, l'altra sera, là, nella stanza, al
davanzale, quando venne a cercarmi la rondinetta? Però tu mi spiavi,
senza fiatare. Ma certo non sapevi perché fosse entrata e non capivi
quel che mi cinguettasse....
Ella si avvolgeva una cordella intorno alla gonna affinché le pieghe le
rimanessero aderenti alle gambe, nel sedile arduo.
-- Mi lego perché non mi venga la voglia di fuggire e di andarmene
errando ad libitum e anche di farti qualche tiro non compreso nella Rosa
dei Venti.
Veramente ella aveva l'aspetto di un fanciullo malizioso, sfavillante di
allegrezza e di audacia.
-- Andiamo, dunque, Ornìtio!
Scoppiava il tuono settemplice. L'elica azzurra diveniva un astro d'aria
nell'aria. Affumicando un tratto di erbe arsicce, rapida l'Àrdea
lasciava la spiaggia. Salendo traversava la foce, poi s'abbassava con
una virata a ponente, sbandava a sinistra come se la guidasse la malizia
di Ornìtio, verso la lama di sabbia ove si vedeva biancheggiare un
biancume simile a quei mucchi di lunghe alghe risecche che inargentano
il Gombo. O meraviglia! Nel turbine dell'elica il mucchio compatto si
rompeva, si disgregava, s'involava: era un immenso fremito d'ali, un
balenìo di penne, un gridìo chioccio, una fuga di candore e di ombra su
l'acqua crespa, uno sbigottimento sonoro contro la vasta cànape, un che
di cinericcio, un che di nero nel candido. I gabbiani!
-- Ornìtio! Ornìtio!
Il volatore non si volgeva, chiamando il nome gioioso. S'alzava sul
mare, superato lo stormo disperso. Sentiva presso di sé la creatura
vibrare come una sàrtia. Tutte le forze della sua vita erano un solo
acume intento.
-- Ornìtio!
Ella sì lo guardava senza saziarsi, attonita ed ebra di una novità
impensata, sicura di lui pari a un dio sagace. Sovrumano le appariva
quel capo scoperto, libero d'ogni ingombro, ossa e carni trasmutate come
i legni dell'elica in una forza aerosa: quel viso fatto quasi di fluida
violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli
di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli
palesi.
-- Portami più su! Inàlzati ancóra! Non temo.
Egli manovrò il timone d'altura. L'Àrdea fu simile alla chiglia che
monta in sommo d'una smisurata onda oceanica. Per qualche attimo il
petto della compagna parve vuotarsi; le mani si contrassero come per
aggrapparsi al timoniere; le palpebre si chiusero. Lo spavento cessò.
L'Àrdea si librava su l'ali adeguate descrivendo un ampio cerchio
tranquillo fra cielo e mare. Le vele latine ardevano come fiammelle su i
gusci bruni delle paranze. Erano le vele rosse della colonia picena
immigrata a Bocca di Magra. Gli occhi riaperti le riconobbero.
-- Ornìtio, una punta sul Serchio -- disse il timoniere virando a greco
levante e filando a discesa verso la spiaggia selvosa.
Ella lo vide sorridere come a un gioco non palesato. Il dolce fiume di
Lucchesìa divideva col suo nastro verdechiaro i boschi di San Rossore
dai boschi di Migliarino, il dominio regio dal dominio ducale. Si
scorgeva il forte quadrato, il ponte della Sterpaia, la Torre dei
Riccardi. Si scorgeva su la foce sabbiosa e bionda nereggiare un nerume
simile ai mucchi di detriti e di rottami che le libecciate spingono
sotto le dune.
-- Ornìtio! Ornìtio!
In un fosco nuvolo s'era converso il mucchio subitamente, in un nuvolo
vivo dai margini palpitanti, pieno d'un gracidìo roco, dilatandosi in
fuga verso i canneti, rompendosi in aspre strida, penetrando nelle
chiome dei pini, addensandone l'ombra, riempiendole come d'un lembo
notturno. Le cornacchie!
L'umidità fluviale attirava l'Àrdea come in un risucchio. Nella corrente
pigra si specchiavano come in uno stagno immobile le grandi ali senza
battito. Tra i canneti tra i salci tra le vétrici, lungo le ripe di
belletta arenosa e di radiche scalzate, l'uccello gigantesco visse per
qualche attimo la vita solinga e guardinga del piombino verdecilestro,
quasi rasente l'acqua. Poi si risollevò, sorpassò gli argini, volò su le
paludi su i pascoli su i silenzii compresi fra l'Anguillara e il Fiume
Morto come fra il Cocito e il Flegetonte. La bellezza dell'Elisio e
dell'Ade sorrise e pianse nel vespero. Tutto fu ricordo e sogno. Tutto
fu melodia e visione.
Ebra ed attonita, coi sandali bianchi poggiati alla traversa sottile,
con la veste serrata dalla cordella come la fascina dalla vermena, con
tutta la persona liberata dal peso e penetrata dall'illusione della
trasparenza, la larva di Ornìtio era china verso l'Elisio e verso l'Ade,
prona il bel volto che la corrente aerea pareva levigare sino alle vene
più azzurre. L'anima memore e presaga spiava per le pupille sognanti,
riconosceva l'antico paese del suo dolore e del suo amore, divinava il
ritorno del suo più remoto destino.
Le acque tartaree cingevano una solitudine di sabbie e di erbe. Le selve
s'oscuravano e vaporavano all'orizzonte. L'odore della cuora, della
resina e del legno arso era così dolce e triste che pareva nascere da un
rimpianto di terra lontana, dalla malinconia di un infinito esilio.
«Ah, férmati!» voleva ella pregare.
Ed ecco, sotto le innumerevoli cupole dei pini, un bagliore d'incendio,
un profondo fuoco misterioso ove mille e mille colonne embricate, in
portici di piropo, fiammeggiarono.
«La selva arde? Perciò esala tanto incenso». Era il sole basso nel mare,
il disco di rame rovente tra la zona delle nubi e il limite delle acque;
che percoteva coi raggi obliqui i fusti, lasciando le chiome nell'ombra.
Tutto ne rosseggiava come bragia il suolo coperto di aghi aridi. Una
frotta fulva di daini fuggiva per l'ardore, appariva e spariva per gli
intervalli dei rami, selvaggina alipede inseguita dai cani di Atteone e
dalle saette del Centauro.
«Ah, férmati!»
Il fiume di Dante era trasfigurato, fulvido di fulgore come la riviera
accesa dal riso di Beatrice, colmo fino all'orlo come una plenitudine
sempiterna che non avesse foce ma origine nel mare e tutta si versasse
nel cuore della città pietosa inginocchiata presso l'urna quadrilunga
ov'ella custodisce pei secoli un pugno di terra santa.
-- Madonna Pisa!
Obbedì a quel sospiro il grande airone sormontando la fiumana rosea.
-- Madonna Pisa della Spina Ardente!
Una chiara pace era nell'aria; ma il petto dell'amante si gonfiava d'un
fervore grave come un affanno. In tutta quella luce di gaudio pareva
ch'ella sentisse la spina di passione custodita nel tabernacolo di marmo
e di preghiera sospeso su la ripa, e che il suo sangue ravvivasse la
reliquia. Ella non poteva più tenere l'anima nel serrame delle sue ossa,
tanto il rapimento era forte. S'avvicinava all'estasi della città con le
ali di un Arcangelo folgorante. Il rombo stesso del volo si faceva
remoto nel suo orecchio come nel meandro d'una conca marina. L'émpito
della poesia nel suo cuore era sì veemente ch'ella ebbe volontà di
piangere.
E nella miracolosa dolcezza il grido del Pazzo di Cristo sorse dalla sua
memoria, sorse dalla pagina di quel medesimo volume a cui le dita
febrili di Vana erano per apprendere il color bruno che «procede innanzi
dall'ardore».
-Amor amore, che sì m'hai ferita,-
-Altro che amore non posso gridare;-
-Amore amore, teco sono unita,-
-Altro non posso che te abbracciare.-
-Amore amore, forte m'hai rapita:-
-Lo cor sempre si spande per amare.-
-Per te voglio spasmare,-
-Amor, ch'io teco sia!-
Inginocchiata veramente e affocata d'amore era la Città ai piedi del suo
santuario. Soli grandeggiavano sul fiume di luce i marmi radiosi come i
topazii danteschi, gli ordini delle colonne saglienti come i cerchi
delle bianche stole. E l'Adorante stava umile e prona, coperta dei suoi
embrici, innanzi all'erma bellezza, come nel basso delle tavole d'oro
ove splende la gloria della divina Imagine sta il Donatore a mani giunte
vestito di scuro lucco.
L'Àrdea roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei miracoli. Sorvolò le
cinque navi concluse del Duomo, l'implicito serto del Campanile
inclinato sotto il fremito dei suoi bronzi, la tiara del Battistero così
lieve che pareva fosse per involarsi gonfia di echeggiamenti. Come più
si estingueva il fulgore paradisiaco del vespero convertendosi in
cerulea cenere, più s'impregnavano di luce mistica i marmi; e la
serbavano nella lor pia sostanza bionda così lungamente contro l'ombra,
che pareva vi trasparissero per vene alabastrine dall'interno le
luminarie degli altari.
-- Il Camposanto! -- pregò Isabella nell'orecchio del timoniere celeste. --
Ora scendi verso il Camposanto!
L'Àrdea rasentò le lastre di piombo. Con tutte le preghiere del silenzio
la donna implorò che l'ala rimanesse sospesa nella visione di vita e di
morte.
«Ah, férmati!»
Non fu se non un attimo scoccato all'apice dell'anima. Fu come un'urna
scoperchiata e richiusa: la grande urna quadrilunga ove la forza della
Città dorme fra un cipresso e un roseto, con i piedi congiunti, con le
mani in croce sul petto, ben profonda nella terra del Calvario recata
dalle galèe dell'Arcivescovo Ubaldo.
«Ave Maria». La salutazione angelica inchinava lo stelo del Campanile a
ostro.
Il volo s'allontanò: lasciò sul prato in disparte, incontro alla
muraglia ghibellina e alla porta bruna come il sangue cagliato, l'albore
della santità marmorea non anche estinto; lasciò i tetti già lambiti
dalla notte, il fiume ancor pallido tra due righe di faville d'oro, il
canale ingombro dal nero sonno dei navicelli. Volse a scirocco su la
rasa pianura ove qua e là lucevano i fossi, passò gli acquitrini e i
pascoli di Coltano, valicò la bandita di Arno Vecchio dove sembra vivere
pur sempre l'umido spirito del fiume deviato, si librò su l'amara selva
del Tombolo ove forse la lonza si aggira. E ancora la bellezza dell'Ade
vaporò nell'estremo crepuscolo. E ancora vi si diffuse l'odore doglioso
della cuora, della resina e del legno arso.
Larve tacite si movevano nella nebbietta rischiarata dal novilunio,
ondeggiavano, dileguavano: erano le mandre dei cavalli bradi. Un grande
occhio rotondo guardava dall'oscurità del forteto: era una piscina per
gli armenti. Tumuli cupi fumigavano nella radura fenduti di fiamma come
gli avelli roventi del Sesto Cerchio: erano le carbonaie. Ma quei vasti
letti di silenzio e d'ombra, separati da lunghe zone di selvaggia notte,
quegli àlvei senza corso e senza foce tra argini che ruppe un tempo la
piena del duolo, non erano i fiumi inariditi delle valli averne? non
erano l'Erebo e lo Stige, il Lete e l'Acheronte?
E Lunella pregava:
-- Non te n'andare, Vanina, non te n'andare ancóra! Resta un altro poco,
Duccio! Conducimi anche me alla Badia. Ti prego, ti prego!
-- No, Lunella, no. È l'ora del tuo pranzo. Sii buona. Miss Imogen è già
là. Troppe cose in un giorno. Oggi hai avuto tanta musica. E vedi come
ti riduci? Hai ancóra il singulto.
-- No, Vanina. Se bevo un sorso d'acqua, mi passa.
-- Ma non ti passa l'angoscia, e poi stenti a dormire.
-- Tutto mi passa.
Ella supplicava con gli occhi ancor venati di rosso dalle lacrime,
tenendo tra le braccia Tiapa, la bambola prediletta; e il minuscolo viso
di porcellana dalle gote rubiconde stava contro quella gota ancor umida
che già pareva lievemente ondeggiata dalla sensibilità precoce e ombrata
non soltanto dall'ombra dei capelli. Ma ella aveva sparso il suo pianto
subitaneo anche su la gonnellina di Tiapa tutta quanta merlettata e
increspata a falpalà, così a dentro il lamento del violoncello le aveva
tocco la piccola anima inquieta. E ora l'anelito le risaliva alla gota
di tratto in tratto, scotendola.
-- Via, Lunella, andiamo. Sii buona. Ti accompagno.
-- Duccio, Duccio, perché non dici nulla? perché non mi difendi?
Il fratello la trasse a sé con uno di quei gesti quasi violenti ch'egli
usava verso la salvatichetta pel vezzo di aizzarla come una cucciola
permalosa che nel gioco imbizzisce e mordeggia. La imprigionò fra le sue
ginocchia e le rovesciò la testa folta. Ma una tenerezza accorata era
nel suo sorriso.
-- Che vuoi da me, Forbicicchia?
-- Ahi, mi tiri i capelli, mi fai piangere un'altra volta.
-- Perché hai pianto?
-- Perché guardavo le tue dita.
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