d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima volta moveva l'essere
umano.
Non rotava egli entro l'ultimo cerchio toccato dal compagno nel volo?
Gli tremò il cuore profondo. Abbandonò il timone d'altura. Le ali si
librarono senza più salire. L'Ombra gli stette a viso a viso, gli
respirò nel respiro, fu più viva di tutte le cose che vivevano nel
combattuto silenzio, fu più viva del suo proprio dolore. «Non è questo
il tuo punto? Ancóra tu volevi ascendere, ancóra più in alto volevi
portare il fiore della tua ebrezza, quando il colpo tacito ti spezzò
l'impeto e t'oscurò l'ardire. Non mi chiamasti? Non mi cercasti con gli
occhi pel vuoto? Ecco, ora sono con te dove tu fosti solo».
E il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre.
«Tu vuoi? Tu vuoi?» Il desiderio eroico aveva assunto l'aspetto
dell'Ombra, ed egli l'interrogava. E con una meravigliosa ansietà
attendeva la risposta del suo desiderio larvato. E certo non avrebbe
egli voluto andare più oltre se gli fosse riapparsa l'imagine del corpo
disteso sul letto, del corpo rinchiuso tra le assi inchiodate; non
avrebbe egli voluto strappar la vittoria al supino. Ma egli sentiva
sopra sé la presenza raggiante, una immortalità incitatrice. «Tu vuoi?»
E il cuore gli tremò perché dentro vi cresceva il pensiero d'andare più
oltre.
E, mentre egli rotava nel limite librandosi su le ali adeguate, scorse
un fantasma celeste, una tenue larva lucente, una labile apparenza
spettrale che si colorava di sangue, d'oro, di viola, «È il tuo segno?»
E lo spettro s'incurvò, s'ingigantì, abbracciò lo spazio tra nube e
nube, incoronò il nembo, arco di trionfo brillò di sette zone.
Era l'Iride.
E il superstite, portando su la cima del suo coraggio l'immortalità del
dolore, salì di là dalla vittoria.
LIBRO SECONDO
-- O Lunella, mia Lunella,
oggi di che ti sovviene?
Che dài tu alla sorella
che ti fa la cantilena?
Che le dài per la sua pena?
Qual de' sogni tuoi le porti,
che ti nevicano dal cuore?
Oh raccontami le tue storie
con le forbici tue lucenti,
fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
Lunella accompagnava col cenno del capo chiomoso la rimatrice
improvvisa, mentre gli occhi cigliuti color di nocciòla le rimanevano
serii e il sorriso le schiudeva appena appena la bella bocca imbronciata
come quella di Antinoo. Aveva in mano un foglio di carta bianca, e
dentro v'intagliava figure con un par di forbici sottili. Ella era
seduta sul murello tondo che cerchiava il tronco del leccio patriarcale,
nel giardino degli Inghirami; e Vana le stava da presso, inginocchiata
su l'erba sparsa di piccole ghiande vaie, con lo sguardo fisso all'opera
incantevole. Di là dal tetto del palagio, di là dai vecchi embrici
chiazzati di gromma, sorgevano le torri fulve e bige di Volterra
nell'ardore di luglio. I balestrucci a stormi tessevano e ritessevano
l'azzurro tra il Duomo e la Rocca.
-- Se tu mi canti ancóra, ti fo una gatta coi suoi gattini -- disse la
bimba distaccando con la punta delle forbici la figura intagliata nella
carta e lasciandola cadere nel grembo di Vana. -- Se no, smetto.
-- O Lunella, o tirannella,
aquiletta senz'artiglio,
se tu sémini il bianco
io raccoglierò il vermiglio.
Se tu sei come il giglio,
sarò come l'amaranto.
Accompagnami il mio canto
coi tuoi bianchi sogni lenti,
coi tuoi torvi occhi assorti,
fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina
scontrosa, ginocchioni su l'erba, facendo balzare come le murielle dalla
palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande
lucide sgusciate fuori delle lor cupole secche. Dalla punta delle
forbici caddero intagliate in profilo le minuscole imagini con disegno
così scaltro e così netto che parevano condotte non di memoria ma su
l'ombra del vero.
-- Oh, come sei brava! -- esclamò Vana prendendole fra le sue dita e
ammirandole sul fondo dell'erba corta.
La grazia dell'infanzia felina v'era colta in contorni e scorci
d'un'arditezza e d'una giustezza degne di mano maestra, proprie a quei
vecchi pittori dell'Estremo Oriente che con l'esile pennello volante
traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti
della vita animale.
-- Se tu mi canti ancóra, -- disse la salvatichetta ponendo la punta delle
sue forbici magiche all'orlo d'una carta vergine -- ti fo la Chioccia
d'oro coi suoi tredici pulcini, che è in fondo al Monte Voltraio ma
nessuno l'ha mai veduta. Se no, più niente.
-- Tirannella, tirannella,
fammi un'ala per volare,
ch'io m'involi da Volterra,
dalle Balze fino al mare!
Ma se l'ala non puoi fare,
fammi un altro incantamento
con le tue dita di fata,
per la pallida contrada
ch'io somigli ai dolci Morti,
fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
L'artefice puerile ancóra seguiva l'assonanza col lieve cenno del capo,
ma era tutta intenta alla chioccia del Monte Voltraio, un poco
aggrottando gli occhi che Vana aveva chiamati torvi, serrando la bocca
broncia, tutta nell'ombra della capelliera ch'era sciolta e folta come
quella d'un angelo del Melozzo, violetta come un penzolo d'uva
rinaldesca. Sopra lei stormiva il Leccione al maestrale del pomeriggio,
movendo la fronda cupa su le nove braccia nodose e rugose che si
protendevano dal tronco intégro. I nocchi, le giunture, le screpolature,
le cicatrici delle potature e degli schianti, tutti i segni dell'alta
età e della lunga guerra facevano venerando l'albero come lo stipite
d'una gente indomita. Tanto pervicace era il suo vigore a traverso i
secoli, che il suo fogliame appariva in rigoglio come quel d'un giovine
lecceto maremmano sul cocuzzolo d'un poggio; ma la sua corteccia era
ferrigna come il più vecchio masso etrusco esposto a settentrione e il
suo aspetto civico faceva pensare che al suo pedano potesse arrotar le
zanne solo il cinghiale del Popolo, sporgente su la mensola rozza dalla
Torre del Podestà.
-- Se tu mi canti ancóra.... -- riprese a dire Lunella.
-- Ah, non più.
-- Perché?
-- Non so più.
-- Perché?
-- Non trovo più le mie rime sghembe.
-- Perché?
-- Perché me le beccano a volo i balestrucci.
-- Non è vero.
-- Ora lascia cantare il Leccione. Ascolta.
Il vento, che investiva quella magnanima vecchiezza, era passato su le
maligne piagge grige, su le crete gibbose e scagliose, su le immense
biancane senz'ombra, su le rotte lacche, su le bolge discoscese, su
tutta la desolazione della terra sterile che isolava la città murata,
sotto il segno canicolare. Pareva che a quando a quando la polvere
dell'alabastro funebre biancheggiasse in lui. Pareva ch'egli seco
recasse l'alta malinconia del viaggio ultimo, dell'estremo congedo,
quale effondono le figure delle urne raccolte negli ipogei. Vana
rivedeva quel giovine cavaliere che cavalca agli Inferi tutto chiuso nel
suo mantello, coperto dal lembo la bocca ammutolita, e il Genio alato
gli è presso alle briglie, e incontro gli vengono i Mani.
-- Isa quando ritorna? -- chiese malcontenta Lunella.
-- Non so.
-- Dov'è andata?
-- Non me l'ha detto.
-- Tu certo lo sai, Morìccica.
-- Ti dico che non so.
-- Quest'anno non ci conduce al mare?
-- Sembra.
-- Rimarremo qui tutta l'estate?
-- Forse.
-- Ma non sai nulla?
-- Non so.
-- S'è corrucciata con te.
-- T'inganni.
-- S'è fatta cattiva, molto cattiva.
-- Credi?
-- Ecco la chioccia di Monte Voltraio!
E Lunella dalle dita di fata lasciò cadere nelle palme di Vana
l'imaginetta compiuta: una falda di neve su l'ardore.
Chi le aveva infuso quell'arte? Quale istinto misterioso guidava la
punta delle sue forbici esatte su la linea di vita? Qual virtù di
divinazione era in quegli occhi limpidi, che talvolta parevano tanto
severi? quasi torvi talvolta, come gli occhi del divino Infante che a un
tratto scorge l'ombra della Croce trastullandosi nella bottega del
legnaiuolo di Nazaret.
-- Oggi fai meraviglie -- disse Vana. -- Le metto nel libro.
Aveva un libro di pagine nere ove disponeva quelle imagini bianche, un
libro bianco e nero come la faccia del Battistero, come gli archetti di
San Michele, come lo zoccolo di Sant'Agostino, come l'avorio e l'ebano
della tastiera, come il suo cuor folle, come il giorno e la notte.
Era tardi. Era sorta la luna logora dietro il Mastio mediceo. La
magnolia, solitaria nel cortiletto inverdito di muschi, insaporava del
suo profumo il silenzio notturno, possente di mollezza nella notte
contro il grand'elce austero, tutta molle della sua cerea carne. Già nel
palagio tacevano le opere dei servi. Già Volterra, muta come i suoi
sepolcreti, dormiva respirando l'immensità dalle sue bocche di macigno.
«Chi sa come gli usignuoli cantano, alla porta di Docciòla!» pensava
Morìccica, presso il davanzale, svogliata di coricarsi, disperata di
respirare, soffocata come se col respiro dovesse sollevare le mura della
sua stanza. «Chi sa come cantano alla fonte di Mandringa, alla Badia!»
Imaginò sotto la Badia le smisurate masse delle ombre per entro agli
scheggioni delle Balze, il luccichio del filo d'acqua che sbava nel
fondo della bolgia spaventosa, le biancane nell'albore lunare simili
alla crosta d'un pianeta estinto.
«Che farà laggiù Attinia, che non ho riveduta ancóra? Culla il suo
bambino? Dorme in pace?» Si raffigurava la contadina battezzata nel nome
della dolce martire, la placida custode della Badia diroccata; e
s'incamminava in sogno per visitarla, passava per lo stretto sentiero
battuto che divide il pratello come uno spartimento fatto col pettine;
volgeva a sinistra giù per il ciglio erboso che declina sotto il muro
ove s'affacciano gli elci schiantati e torti, rimasti nani sotto
l'oppressura dei venti, simili ai mendicanti monchi e storpii che si
pongono in fila allo svolto d'una via per l'elemosina; s'addossava al
muro, e guardava la voragine; e vedeva tremare su l'orlo i tristi fiori
gialli, cari all'umiltà di Santa Greciniana e di Santa Agatinia, delle
due vergini sorelle in Cristo e in supplizio. L'agghiacciava il fàscino;
ed ella rabbrividendo si ritraeva a tentoni lungo il muro scabro.
«Com'è strano! Quei lecci monchi li ho dentro di me, quel muro lebbroso
l'ho dentro di me. Lo toccavo or ora, sentivo il freddo della pietra. Ho
sognato a occhi aperti? Chiudere gli occhi, intessere le mani dietro la
schiena, inchinarsi un poco.... Dopo quanto i piccoli fiori udrebbero il
tonfo sordo? Dopo un tempo infinito. Si cade, si cade per un'eternità,
sino al cuore della terra.... Ah, se lo facessi!» Impeti di vendetta
insorgevano all'improvviso dal fondo e disperdevano la ragione. Ella
cercava un qualunque mezzo per dare una pena a quelli che la penavano; e
voleva porre contro di loro la sua propria morte per separarli. «Non
varrebbe, neppur questo varrebbe. Quanto è durato il lutto per l'amico
indimenticabile! Non si sono essi cercati dopo cinque giorni, appena
chiuso il sepolcro? Non dimenticano tutto, non calpestano tutto?»
L'amarezza le torceva l'anima. E, come udì giungere dalla Rocca il suono
fioco della campana che tien dèste le sentinelle sul cammino di ronda,
eguagliò la sua sorte a quella dei reclusi. Non era anch'ella una trista
prigioniera? Non era una ignobile schiavitù anche la sua? Condannati
all'ozio invece che al lavoro, ella e Aldo e Lunella in quella casa
estranea non erano come in un ergastolo addolcito?
Dopo la morte della madre, dopo che il loro padre Curzio Lunati era
passato in seconde nozze con la concubina, la sorella maggiore rimasta
vedova di Marcello Inghirami ed unica erede d'una larga fortuna li aveva
raccolti tutt'e tre dal disagio e sottratti all'umiliazione del nuovo
giogo familiare. Ridotti quasi in povertà dalla turpe dissipatezza
paterna, ora non vivevano se non di lei e senza angustia vivevano ma in
una specie di sottomissione larvata ché ogni atto libero e ogni libera
parola potevan sembrare un disconoscimento del benefizio, provocarne e
il raffaccio e il peso. Nessuno di loro aveva altra risorsa, altro
rifugio. Tutt'e tre eran legati alla vita della sorella, ai suoi casi,
alle sue sorti. Ovunque e sempre ella li ospitava e li provvedeva; ma se
taluno di loro avesse voluto distaccarsene, avrebbe dovuto discendere
nella strada spietata o tentare di battere alla porta odiosa col dubbio
di non vederla aprire.
Ora una minaccia soprastava ardente; e bisognava aspettarla senza
scampo, come quei forzati all'ombra del Mastio, costretti di bruciare
nella galera se invasa dal fuoco.
«Intessere le mani dietro la schiena come quando canto in piedi al
pianoforte, chiudere gli occhi, inchinare la persona, cadere cadere
all'infinito come quando sogno dormendo a sinistra sopra il cuore....
Domattina voglio andare alla Badia, a rivedere Attinia, a rivedere anche
il mio muro; voglio cogliere sul margine i fiori gialli, le céppite,
come li chiama la Volterrana. Le rose di Madura, le céppite delle Balze!
Non io le porterò questa volta; le porterà un'altra messaggera....»
Cantando lontano un assiolo -- dove? su le mura della Rocca vecchia? più
lontano, laggiù, verso la Porta all'Arco? -- Vana stava per rompere in
pianto, contro il davanzale; quando udì qualcuno battere all'uscio della
stanza. Sobbalzò.
-- Chi è?
-- Sono io, Morìccica. Sei già a letto?
-- Non ancóra.
-- Posso entrare?
-- Entra, Aldo.
Era il fratello. Entrò come uno spirito, senza rumore. Aveva già il suo
vestito da notte, di seta leggera, e i piedi nudi nei sandali di sparto.
Esalava l'odore della sigaretta oppiata e dell'abluzione recente.
-- Anche tu non hai sonno. Che facevi, Morìccica?
-- Nulla. Stavo alla finestra.
-- Non ho voglia di andare a letto. Ho ancóra voglia di musica.
-- Ancóra?
-- Come hai cantato oggi!
-- Bene?
-- Non come un bene ma come un male. Non posso guarirne.
Egli si gettò sopra un piccolo divano basso ch'era accanto a una tavola
ingombra di libri. La sua mano pallida e nervosa ne prese qualcuno, poi
lo lasciò.
-- Ogni nota aveva il valore d'un grido nel silenzio. Certe volte, quando
tu canti, mi fai rammentare di quella sera che cadesti, all'Alberigna, e
ti rompesti il braccio. Eravamo bambini. Te ne ricordi? Per tutta la
strada non facesti che gridare in tal maniera che, con quel petto di
cardellino, pareva tu riempissi del tuo spavento il mondo. Ogni grido
pareva l'ultimo, e non era. Certe volte, ora, canti così.
Ella tentò di ridere.
-- Un vero strazio, povero Aldo! E pensare che io m'illudevo d'avere
appreso un poco d'arte!
-- Non mostrare di frantendere. Tu hai capito quel che volevo dire. Hai
cantato quel tremendo -Vom Tode- di Beethoven come se, abbandonando la
carne, tu dicessi le novissime parole all'anima tua e a tutte le anime
in ascolto. La tua voce era sopra un abisso. Stavo pensando a quel che
potrebbe essere il -Säume nicht, denn Eins ist Noth- se tu lo cantassi
sul ciglione delle Balze in una notte stellata. Chi sa chi ti
risponderebbe di giù!
Ella si sedette su una sedia, accanto alla tavola; poggiò ambo i gomiti,
e tra le dita congiunte e inflesse mostrò il suo viso più misterioso di
quelle urne etrusche che hanno le due mani rituali all'estremità del
coperchio fastigiato. Anch'ella era piena di cenere e di ori funebri.
-- Forse io stessa a me.
Il fratello la guardò fisamente, con quell'amore della bellezza
patetica, che tanto gli rendeva profondi i giovani occhi. Egli immerse
il suo male in quella disperazione ammirabile. E lo assalì un bisogno
imperioso di scoprire la piaga nascosta, di toccarla, di farla
sanguinare e di macchiarsene. Ma troppo gli tremava il cuore.
-- Che viso hai fatto, Morìccica! -- disse, dandole quel nomignolo di
selvatico sapore ch'egli aveva inventato per vezzo. -- Non eri ancóra
compiuta. C'è qualcuno che ci scolpisce da dentro. Colui in questi
giorni ha dato gli ultimi colpi alla tua figura. Tu mi commuovi ogni
volta che ti guardo.
Egli aveva un accento caldo e pieno che dissimulava il tremito ma non
così che non si rivelasse in qualche sillaba; e quell'ardita inspezione
che dava una novità impreveduta alla sua cotidiana domestichezza.
-- Non mi turbare, Aldo. Sono senza difesa -- disse ella abbassando le
palpebre come per nascondere tutto il volto sotto l'ombra dei cigli.
Egli distolse lo sguardo.
-- Quanti libri su la tua tavola, confusi! C'è un dolore che ammucchia
intorno a sé i libri come lo strame per giacervi. Lo conosco.
Egli toccava i libri, li alzava, li mutava di posto, li ordinava, li
tralasciava; ma quel movimento visibile rispondeva al sentimento di
colui che voglia afferrare qualcosa di difficile presa e la volti e la
rivolti e la tenti da ogni parte e studii il modo utile.
-- Oh, il più infiammato libro d'amore! Le poesie spirituali di Jacopone.
Dove hai preso questo?
Con un gesto involontario ella allungò la mano e la sovrappose alla
vecchia pergamena gualcita che legava il volume del Pazzo di Cristo.
-- L'ho trovato nella biblioteca d'Isabella.
-- Lasciami vedere.
-- No, Aldo.
-- Perché?
-- Non so: perché sono sciocca.
Ella tentava ancóra di ridere; e rideva come se potesse il suo riso
essere un soffio fresco che le spegnesse su la faccia la vampa del
rossore.
-- Quando Messer Jaco accorse a disseppellire la sua donna dalle rovine
del solaio crollato nel festino e la cavò mezza morta, voleva
dislacciarla; ma quella, con le poche forze che le rimanevano,
resistette finché spirò. Allora, aperta la vesta, le fu ritrovato il
cilicio segreto alle carni.
-- Resisto per il cilicio?
-- Non so.
-- Ho per questo libro una predilezione di cantatrice. Nessun poeta canta
a tutta gola come questo frate minore. Se è pazzo, è pazzo come
l'allodola.
Egli le carezzava la mano, che cedette. Aveva ora un viso velato di
dolcezza; ma i sobbalzi del cuore lo soffocavano, mentre egli
dislacciava i legàccioli di sovatto che serravano il volume dal taglio
rossastro ove qua e là l'oro finiva di morire. Le ruote e le aquile
degli Inghirami erano impresse nella cartapecora, e v'era questo
distico:
-Dal folle sapientia-
-E da la spina, rosa.-
-- Ci vedrai nelle pagine tanti trifogli a quattro foglie -- diceva
Morìccica con quella modulazione di flauto ch'ella aveva quando
ridiveniva la fanciulla docile e incantevole. -- Ne ho trovati nel campo
della Piscina, quasi ogni giorno, con Lunella. Quegli altri segni sono
di ricordi musicali. C'è una strofa che si potrebbe cantare su la
melodia di Hugo Wolf per le parole di Fortunato -Iesu benigne A cuius
igne-....
Ella s'affrettava s'affrettava a parlare, col sentimento medesimo di chi
batta forte le palpebre per dissipare un'allucinazione che si formi. Le
pareva che un fantasma inoppugnabile stesse per sorgere da quel libro
appena aperto. S'era alzata; e china strisciava intorno alla tavola,
s'appressava al fratello, aveva già la sua gota presso la gota di lui. E
l'una e l'altro avevano nell'orecchio lo stesso romore di tumulto.
-- Questo l'hai trovato oggi stesso.
-- Sì.
Era un grande trifoglio della buona sorte, ancor fresco, che copriva la
prima strofa della prima satira.
-Udite nova pazzia-
-Che mi viene in fantasia.-
-Viemmi voglia d'esser morto...-
-- Morìccica, Morìccica, -- disse Aldo posando il libro e prendendo la
sorella fra le sue braccia -- pensi molto alla morte?
-- Oh no!
-- Oggi l'hai veduta da per tutto.
-- L'ho veduta cantando.
-- Era bella.
-- Sì, era bella.
-- Due cose belle ha il mondo.
-- Due cose belle.
-- E una sola importa.
-- -Eins ist Noth.-
-- Io so quale.
-- Anch'io so.
Ella aveva socchiuso gli occhi ma vedeva per la lunga fenditura il
bellissimo viso dell'adolescente inebriato di dolore. E dall'una
giovinezza s'apprendeva all'altra il fascino del Buio, e ciascuna
sentiva ingigantirsi la sua infelicità non confessata; e li accomunava
entrambi il contagio letale; e la melodia ammonitrice li cerchiava del
suo cerchio elastico come la pulsazione delle loro tempie. E intorno,
presso e lontano, sentivano essi quel medesimo orrore che avevan sentito
nella ruina irremeabile della Reggia estense quando s'erano stretti
senza parlare e senza guardarsi; ché gli stessi fati facevano terribile
la notte della Città di vento e di macigno sospesa su la sua bolgia tra
le mura della Rocca piene di colpa e le case di San Girolamo piene di
demenza.
-- Ma dimmi che non andrai sola.
-- Tu vuoi venire con me?
-- Giurami che me lo dirai.
-- Vuoi venire con me?
-- Giurami, Vana.
-- Soffri molto?
-- Sì.
-- Da non poter più resistere?
-- Sì.
-- E di che, Aldo?
Parlavano sommessi, smorti, come due feriti nella stessa barella i quali
s'interroghino a vicenda sul loro patire mescolando il nero sangue che
cola dalle ferite ch'essi non sanno.
-- Di che? -- ripeté Vana con la voce strozzata da una commozione nuova,
che le prendeva, le infime radici dell'essere e tuttavia non si rivelava
alla sua coscienza.
Egli allentò le braccia, le lasciò cadere; si distaccò da lei, si
ritrasse, con uno sgomento che gli mozzava il respiro. E si guardò
intorno come per accertarsi che la cosa mostruosa non era uscita da lui;
perché egli l'aveva sentita a un tratto esternata, vivente, palpitante,
con un fiato, con un calore, con un odore.
-- Di che? -- ripeté Vana per la terza volta.
-- Ah, non dimandare. Non ti vale sapere di me. Ma tu? ma tu?
Schermendosi, egli l'assaliva.
-- Ti confidi a questo libro, non al tuo fratello.
Egli riaperse il libro del Pazzo di Cristo.
-- Li cogli sotto i cipressi i tuoi trifogli di fortuna? Eccone un altro.
Che dice il cantico quinto?
Ella lo guardava sbigottita, a quella improvvisa violenza.
Egli lesse:
-O Amore muto,-
-Che non vuoi parlare,-
-Che non sie conosciuto.-
Le parole ch'era per dire gli scottavano le labbra. Le doveva dire, non
poteva trattenerle. Una specie di delirio era entrato in lui, una strana
voglia di tormento. I colpi profondi del cuore precedevano le sillabe.
-- Isabella è con Paolo Tarsis. Non è vero?
Crudamente i due nomi erano congiunti, i due amanti erano commisti. Una
materia umana era presa là, con i due pugni, e posta innanzi; e
bisognava mirarla. Una visione inevitabile era alzata in mezzo alla
notte, una visione di voluttà in mezzo all'odore della notte.
-- Aldo, perché dici questo a me, in questo modo? -- balbettò la creatura
smorta, come se il fratello a un tratto l'avesse percossa. -- Non merito
che tu mi risparmii?
-- V'è qualcosa di meglio da risparmiare in te, che non il tuo candore o
il tuo rossore, Vana. Vuoi che viviamo nella dissimulazione perpetua?
Vuoi che viviamo qui, ciascuno nella sua cella ferrata, come i nostri
vicini dell'Ergastolo?
-- Perché domandi a me, se sai?
-- Sento la tempesta fra te e l'altra. Prima del commiato palese, che vi
diceste, là, nella stanza di Andronica? Passavo dinanzi alla porta, e
udii le vostre voci nemiche.
-- T'ingannasti.
-- A me fu mentito. A te fu detta la verità?
-- Perché mi torturi?
-- Tarsis l'aspettava a Cècina.
-- Ah, taci! Non è meglio che io ignori tutto questo? Aldo, perché mi
torturi?
-- Vuoi ignorarlo! Ma non ne muori?
Ella si gettò contro il fratello selvaggiamente; nascose la faccia nel
petto di lui, udì il battito terribile. Ambedue ansavano come se
avessero lottato. Il vento notturno gonfiava le tende della finestra,
entrava nella stanza, prendeva le loro anime dalle cento pupille e le
portava lontano; le trascinava laggiù, nel luogo ignoto, perché
vedessero, perché guardassero.
-- Te l'ha tolto? -- chiese egli, senza ritegno, con la gola disseccata.
Erano come due fanciulli, tremavano come due fanciulli smarriti; eppure
pareva che la vita feroce imperversasse entro di loro sommovendo una
fosca esperienza accumulata. Parevano entrambi già pieni del male umano.
L'adolescente aveva le parole che pesano e che stroncano, già pieno di
amarezza e di perdizione; e il suo terrore sembrava audacia, e il suo
furore sembrava possanza, e il suo dolore sembrava bontà.
-- Non ci furono giorni in cui tu lo credesti tuo?
Ella era curva, annodata in sé stessa.
-- Non era nato un sogno in te?
Ella vedeva sé inchiodata allo stipite della porta nella stanza del
Labirinto.
-- Avevi udito una parola d'amore?
Ella sentiva su sé la macchia del sangue voluttuoso.
-- Speravi; è vero? Speravi.
Ella sentiva su sé le lagrime della veglia fùnebre.
-- Te l'ha tolto
Ella si sentiva pronta a balzare, armata d'artigli.
-- Leva il viso. Guardami. Parla. Non avere onta.
Ella gli rispondeva senza parole: «Parlami tu ancóra, parlami di lui.
Muovimi il coltello nella piaga. Tormentami. Vuoi che io la odii? La
odio. Vuoi che t'aiuti a odiarla?»
Egli le si chinò fin su i capelli, abbassò ancor più la voce.
-- Credi ch'io non sappia che quella notte andasti su la brughiera, sola?
Ella sussultò, ma non levò il capo.
-- Non parli. Ah s'io potessi vendicarti!
Una collera sorda lo strinse. «Perché dei due compagni la sorte ha
abbattuto quello inoffensivo? Perché non ha spezzata la schiena
all'altro?» L'imagine maschia lo urtò nel mezzo del petto come quando
là, sul poggiuolo in vista della palude mantovana, egli aveva veduto tra
i denti forti il filo di sangue. Risospinse la sorella, si levò; camminò
per la stanza portando un viluppo enorme di mostri sul passo elastico
dei suoi piedi nudi nei sandali di sparto. S'appressò al davanzale, si
sporse, bevve la frescura, l'ombra violetta, il profumo della magnolia.
Nella valle biancheggiavano le crete lunari come un'adunazione di
mausolei; laggiù, perfidamente luccicava la Cécina serpigna; laggiù
laggiù, fra Montescudaio e Guardistallo, il suol marino era una
profondità eterea come la dimora dei Mani.
Dov'erano gli amanti, nella notte d'estate? Sul mare? su una terrazza
bianca ornata di oleandri? coricati nel bosco su un rosso letto d'aghi
di pino?
S'inebriavano di musica. Esaltavano la passione disperata nella
vertigine sonora. Trascorsero i pomeriggi, le sere, le notti nei
colloquii degli strumenti, nei soliloquii del canto, nei concerti a
quattro mani, seduti dinanzi alla tastiera, col gomito presso il gomito,
con la gota presso la gota, intenti alla duplice pagina, nel volgerla
incontrandosi con le dita febrili, sentendola vivere d'una vita arida ed
elettrica come quella carta lignea che nei giorni secchi uscendo tesa di
sotto i cilindri delle cartiere scoppietta di scintille.
La sala non era nel palagio edificato da Gherardo Silvani, ma nella
parte vecchia, in quella delle bugne e delle bifore: vasta, parata di
damasco, con alte portiere, con altissime tende, con una volta a botte
ove il michelangiolesco Daniele da Volterra aveva dipinto una storia
grandiosa dell'Antico Testamento. Un braccio piegato del Leccione
giungeva a una delle finestre; e appariva pel vano il tronco titanico.
Due soli quadri pendevano dalle pareti a riscontro, insigni: il ritratto
di Fedra Inghirami, opera purpurea del Sanzio, e la Deposizione di quel
Rosso fiorentino che il Vasari dice «bonissimo musico», «ricco d'animo e
di grandezza».
Il luogo era fatto pel grido lirico e per la meditazione appassionata.
V'entrava la luce della foresta e del giardino. La massa cupa del lungo
pianoforte orizontale vi riluceva polita come un'arca costrutta col
marmo notturno della Palmària. Quando Aldo sollevava il coperchio,
vedeva due mani esangui escire dal buio; ed erano le sue proprie mani
riflesse dall'ebano come da un nero specchio.
Vana gli stava al fianco alzata, per cantare, nella sua attitudine
immutabile come quella d'una statua, con le dita intessute dietro il
dorso, con il peso del corpo su la gamba destra, con la sinistra un poco
innanzi, piegato lievemente il ginocchio, protratta oltre l'orlo della
gonna la punta del piede mosso a quando a quando dall'urto ritmico. Ella
gettava le grandi note rovesciando indietro il capo; e per un attimo i
suoi lineamenti sembravano sparire come sotto una vampa che li
cancellasse. Ella si consumava nel canto come se accendesse di sé un
rogo per ogni canzone. Talvolta, quando terminava rimanendo fissa,
pareva che nel silenzio musicale si formasse su la sua persona quella
falda di cenere onde si coprono i tizzi tratti dal focolare.
-- Ripetiamo ancóra questo! -- pregava Aldo, insaziato di gaudio e di
strazio.
Era il sospiro d'un'arietta, era il gorgheggio d'una di quelle antiche
villanelle italiane che sembrano accompagnare il Cupìdo sbracato che
danza su le serpi o la Grazia discinta che compone la ghirlanda con le
mani trafitte. Era un arioso, era un lamento, una monodìa di Cristoforo
Gluck, simile a una pura nudità dolorante nel suo proprio fulgore. Era
una confessione improvvisa di Roberto Schumann in un rotto singhiozzo,
in un grido irrevocabile, con una bocca severa, con uno sguardo
forsennato.
-- Non posso -- rispondeva ella talvolta. -- Ho dato tutto.
Faceva qualche passo; andava verso la Deposizione, chiudendosi gli occhi
con le palme. Li riapriva dinanzi al quadro, considerava la muta
tragedia; poi si sedeva in disparte, senza distogliere lo sguardo.
-- Ti sembra di crearlo ogni volta; è vero? -- le diceva il fratello. --
Nacque dalla musica; rinasce dalla musica. E forse tu sei quel
giovinetto bruno come l'oliva, che regge lo scalèo con le sue due
braccia nude e guarda la capellatura della Maddalena, attorta come un
groppo di rettili decapitati. Senti come grida la Peccatrice? Senti come
singhiozza il Prediletto?
Veramente la rossa veste della donna prona alle ginocchia della Santa
Madre era come il grido della passione ancor tumida di torbo sangue. Gli
sbattimenti interrotti della luce sul mantello giallastro del Discepolo
erano come i singhiozzi dell'anima percossa. Gli uomini su gli scalèi
erano come presi nella violenza d'un vento fatale. La forza s'agitava
nei loro muscoli come un'angoscia. In quel corpo, ch'eglino traevano giù
dalla croce, pesava il prezzo del mondo. Invano Giuseppe d'Arimatea
aveva comprata la sindone, invano Nicodemo aveva recata la miscela di
mirra e d'aloe. Già il vento della Resurrezione soffiava intorno al
legno sublime. Ma tutta l'ombra era in basso, tutta l'ombra sepolcrale
era sopra una sola carne, era sopra la Madre oscurata, sopra il ventre
che aveva portato il frutto di dolore. «La luce m'è sparita» aveva detto
ella nell'antico lamento. Fra Maria di Cleopa e Salome, tra le due
femmine ignare e caduche, ella era già come un lembo della notte eterna.
-- Ricordi la ventesima delle variazioni beethoveniane sul tema del
Diabelli dedicate ad Antonia Brentano? -- diceva Aldo, svegliando nella
profondità della nera cassa quegli accordi in cui per una miracolosa
trasfigurazione il tema primitivo è irriconoscibile. -- Non sembra
armonizzata su quel fondo ove la croce le scale i corpi i singhiozzi le
grida gli aneliti la luce non pènetrano? Ascolta; e guarda quell'azzurro
opaco, sordo, eguale, senza raggio, senza nube, di là da cui spazia
forse quella regione della vita ove «una sola cosa importa».
Era Vana allora, che pregava:
-- Da capo! Ricomincia!
Annegavano nell'infinito i loro mali. La loro infelicità superava i duri
lidi entro cui doveva agitarsi, e si placava dilatandosi su tutte le
cose, confluendo nella doglia universa.
-- Due cose belle ha il mondo -- diceva l'adolescente -- ma una terza è la
loro divina sorella.
-- Ah non dire due e una, non separarle! -- rispondeva la cantatrice. --
Sono due sole; e quella che ti sembra la terza non è se non la sostanza
di cui le due sono fatte.
-- È vero. Ma io pensavo alle tre Sirene dell'urna, sedute su gli scogli
dinanzi alla nave d'Ulisse.
Andarono a rivederle, lassù, nelle piccole sale rosse e nere del Museo.
-- Guarda -- diceva l'adolescente pieno di sogni. -- Guarda. Tutt'e tre
sonavano istrumenti, facevano concerto. Ma la prima ha perduto il suo
doppio flauto, e soltanto lo spazio per la stretta è tra le due braccia
in atto di tendersi. La terza forse toccava la lira; ed ora è senza lira
e senza effigie, divenuta simile al suo scoglio, simile a un sasso
scolpito di pieghe sterili. Fra l'una e l'altra è quella che soffia i
suoi spiriti nelle sette canne di Pan disposte in forma d'ala d'uccello.
Guardala: è intatta.
-- Ma vedi? -- rispondeva la cantatrice. -- Due sono le ombre dietro di
loro, due sole.
Infatti sul campo liscio dell'alabastro le figure rilevate ponevano due
sole ombre.
Così essi dovunque con occhi intentissimi scoprivano indizii del lor
proprio destino, imagini manifeste dei lor più segreti pensieri.
-- Vana, credi tu che Ulisse sia legato all'albero? Ha le mani dietro il
dosso, come tu suoli quando canti; ma un eroe non può essere legato come
uno schiavo. Se in tutta la sua vita travagliosa egli ha inseguito
quelle tentatrici per tutti i mari, come può temere di ascoltarle? Non
ha vincoli: le mani incallite nelle opere e nelle lotte egli le cela per
inutili, poiché vive d'una vita in cui l'azione non ha significato
alcuno. Ora comprendo. Un istinto misterioso, quando tu canti, quando tu
sali alla tua vita vera, ti compone nella medesima attitudine.
-- Forse -- ella mormorò vedendo sé stessa intessere le mani dietro la
schiena, chiudere gli occhi, inclinare la persona verso la voragine.
E tralasciavano d'osservare su le urne i miti scolpiti di Tebe e di
Troia per contemplare il viaggio agli Inferi, non più la nave del
Laertiade ma quella dalla vela ammainata, ove s'imbarca colui che deve
trapassare, e il commiato è senza lacrime.
-- Che alto silenzio in così piccole stanze! -- diceva il fratello
camminando con cautela sul pavimento di marmo a bande bianche e nere.
-- Chi parte, non piange; chi resta, non piange. Si guardano fissi, con
la mano nella mano; si accomiatano senza parole, presso il limite
sepolcrale. E il testimone alato non è se non la divina Tristezza;
perché la Tristezza è la musa etrusca, è quella che accompagnerà per le
vie dell'esilio e dell'inferno un grande Etrusco colorato dalla bile
atra. Non hai mai pensato che Dante ha ripreso l'arte dei dipintori di
vasi e l'ha ingigantita col suo polso strapotente? Quasi tutta la prima
cantica non è di figure rosse su fondo nero, di figure nere su fondo
rosso? Taluni suoi versi non li vedi rilucere di quel nero metallico che
hanno certi fìttili? E le sue Ombre non sono simili ai Vivi, come i Mani
scolpiti in questi alabastri?
I Mani, a piedi, a cavallo, venivano incontro ai viaggianti in carpento,
in lettiga, in quadriga. I corsieri aggiogati ai carri chinavano il
collo così che la criniera toccava la terra, come quella del Sauro
d'Achille nel presagio di morte. Un giovine cavaliere cavalcava tutto
avvolto nel mantello, con la bocca nascosta dal lembo, pel lungo cammino
senza ritorno.
-- Non è questa l'imagine mia? -- diceva l'adolescente, indugiandosi. --
Fra tutti i viaggi agli Inferi mi piace l'equestre.
S'indugiavano presso l'urna, immoti nella loro visione, posseduti dallo
stesso genio. E intorno, adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate
sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro
semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le
tavolette. Ma tutte quelle mani sinistre poste su i cuscini
nell'attitudine immutabile, rozzamente tagliate, enormi talune, talune
corrose, talune monche, davano a entrambi una vaga angoscia come se le
sentissero premere su i loro cuori.
-- Uno lo tentò prima di me: quel Volterrano che di notte spinse il suo
cavallo sopra le Balze, alla Guerruccia; e il cavallo sul ciglione
s'arrestò netto, rinculò, fece il voltafaccia; né gli speroni valsero a
ricacciarlo innanzi, verso il baratro. Credi che Caracalla si
rifiuterebbe?
-- E Pergolese?
-- Pergolese ha poco cuore.
-- Ma quando il compagno gli fa la strada, non c'è caso che ricusi.
-- C'è poco spazio alla Guerruccia per spingere a fondo un cavallo; e ora
il terreno è solcato.
-- In prossimità della Guardiola conosco una specie di varco nella
muraglia, che somiglia a una maceria franata della Campagna romana. Ma i
rottami del macigno nascondono il vuoto. Se la bestia è spinta con
risolutezza come a un ostacolo comune, certo s'inganna e salta....
Parlavano a bassa voce, come nella notte del contagio, con una mutua
eccitazione d'energia, lacerato il velo dei sogni, rimessa a nudo la
bruciatura intollerabile.
-- Andremo a esplorare, domani. Vuoi?
-- Voglio.
-- Prima ch'ella torni, sarà.
-- Sì, prima che torni.
-- Oggi è il decimo giorno.
-- E non una parola!
-- La credevi tu tanto feroce?
Il giardino del Museo era dinanzi a loro, coi suoi cippi in forma di
pigne, con le sue urne di tufo senza coperchio divenute nerastre come il
basalte, coi suoi avanzi di calidario dai doccioni di terra cotta
inverditi, con la sua pergola di pampini al sole trasparenti, con i rari
suoi rosai che somigliavano i rosai del giardino mantovano, coi suoi
gelsomini di Spagna che rendevano un odore folto come l'odore vaporato
dei turìboli.
-- Dove sono? dove sono?
Gli amanti erano su la marina pisana, in una villa solitaria fra la
pineta e la prateria salmastra. Una terrazza scialbata di calcina e
lastricata di maiolica vi si sporgeva dal fianco verso il Tirreno,
simile a quella sognata da Aldo nel Paradiso della principessa Estense,
ove i sogni delle città brune e bionde colorano le lunette e presso Ulma
che in arnese cavalca il Danubio azzurro è Algeri che porta un cipresso
per piuma al suo turbante bianco. Ma così forte la batteva il sole che
le ciocche nate al mattino su gli oleandri vi languivano già tinte di
fulvo in sul mezzogiorno e riarse innanzi sera vi morivano. Soltanto
lungo il muro maestro, dove s'apriva la porta, un tendaletto rigato come
la gandura d'una Mzabita faceva ombra sul tappeto ricoperto di cuscini
ove gli amanti passavano gran parte delle ore diurne e notturne
accarezzandosi.
-- Dove siamo? -- diceva Isabella respirando l'odore della salsedine e
della resina con un respiro che sembrava arieggiarle tutto il corpo
dalla gola al pollice del piede scalzo. -- A El-Bahadja? E quella è la
bocca dell'Arrach? e quelle laggiù sono le montagne della Cabilia? e
tutto quel turchino quel verde quel bianco è il Sahel? Guarda i cammelli
che brucano l'erba salina su quella lama di sabbia!
Erano i cammelli di San Rossore, che venivano dal Gombo su la spiaggia
sottile ove l'onda dispone le alghe secondo la sua propria curva in
guisa di mezze ghirlande.
-- Ah, Paolo, bisogna che stasera tu salga fino al crocicchio di
Si-Mohammed-el-Scheriff, sai?, dalla parte della Kasbah. Là, quasi
dirimpetto alla fontana delle abluzioni, è il caffé moresco che
frequenta il sonatore di flauto Amar. Bisogna che tu mi cerchi Amar e me
lo conduca; perché stasera voglio danzare per te, Aini.
Egli non guardava le spiagge né i boschi né le montagne; non sentiva
l'odore della resina e della salsedine. Non poteva né volgere il capo né
distogliere gli occhi; non poteva se non aspirare l'aria che vibrava
intorno a quel corpo quasi nudo in una mussolina così leggera che dava
imagine di certe garze chiamate dagli Indiani «acque correnti».
-- Non puoi sbagliare. Alla porta della bottega c'è un usignuolo che
canta, in una gabbia costrutta coi lunghi pungiglioni dell'istrice.
Forse Amar è seduto sotto la gabbia, su la panchettina bassa. Lo
riconoscerai. Quando faceva il suo digiuno, era un poco più pallido
dell'ambra chiara e aveva un po' più di languore sotto le palpebre
dipinte. Porta sempre un fiore dietro l'orecchio, che gli pende su la
gota. Oggi avrà certo un fiore di melograno. È sempre vestito di colori
delicatissimi, con una predilezione pel grigio di perla e pel roseo di
pesco su i larghi pantaloni bianchi a mille pieghe immacolate. Ah come
suona il suo flauto di canna quando è in vena!
Anch'ella faceva musica con la sua voce e col suo ricordo; e faceva uno
dei suoi incanti consueti a sé stessa e al suo amico. E, come il suo
amico pareva intento a levigarle le gambe con le labbra, ella dalla
pressione viva e perfino dal mutamento di calore e dai più lievi
sussulti sentiva come il silenzioso fosse bruciato dalle parole. Per ciò
le rendeva più ambigue.
-- Gli Arabi dicono di lui: «Ha le labbra tanto dolci che saprebbe
poppare le leonesse». Mentre suona, le sue braccia ondeggiano e tutto il
suo corpo ondeggia come nel principio della danza. A poco a poco
s'accende. Le sue palpebre dipinte si riempiono di passione e di
voluttà. È l'emulo dell'usignuolo prigioniero nella gabbia d'aculei:
grida e si spegne, gorgheggia e sospira, ha una gola di ruscello e un
cuore di fiamma. Nessuno più fiata intorno. Le tazze restano piene e
fumano. Sotto l'arco della porta le stelle sono così larghe che sembra
si sieno appressate per ascoltarlo.... Ah, va, cercalo, e conducimelo,
Aini! Danzerò per te.
Egli aveva fermata la carezza sul fùsolo della gamba, senza più
scorrere; ché il suo piacere s'avvelenava. Il suo amore era aizzato come
la fiera nel serraglio, con la punta rovente. Il suo desiderio gli
faceva male come se una malvagia droga glie lo eccitasse affocandogli le
reni. Egli ora sentiva l'immensità dello spazio intorno, la purità del
vento, l'incenso dei boschi salubri, tutta la forza dell'Estate; ed era
come un uomo infermo su un inquieto guanciale i cui orli angusti gli
limitavano il mondo. Egli posò il capo su le ginocchia distese della sua
tormentatrice; e sorrise. L'odio insorto in lui diceva: «L'ora era
deliziosa, l'ora del tuo breve sopore quando tu ti lasci addormentare
dalla mia carezza cauta, quando fingi di non svegliarti se ardisco di
più. Perché a un tratto mi scrolli? È vero, tu fai uno dei tuoi giuochi
puerili, sogni uno dei tuoi sogni colorati. Ma conosco omai la tua arte.
So come con l'angolo della bocca avveleni la parola che hai scelta. È
come se una piccola bolla di saliva vi apparisca. Vuoi ch'io pensi che
l'effeminato dalle palpebre dipinte una notte ti piacque? Vuoi ch'io
imagini che lasciasti toccare senza disgusto dalle sue mani profumate di
muschio questa pelle ch'io bacio? Vuoi ch'io mi precipiti sopra di te
come sopra una meretrice a cui tutto fu lecito e nulla e ignoto?».
Ma egli, come soleva, andò incontro al tormento. Disse, disinvolto:
-- Quando fosti in Algeri? con chi?
-- L'anno scorso, dal settembre al novembre, con Giacinta Cesi, con Maud
Hamilton, con altri loro amici e miei, e con mio fratello, in comitiva.
Come vorrei tornarci con te e abitare su un colle una casa bianca fra
due giardini!
I miei piedi sono d'avorio oggi. Vedi. Allora avevo preso l'abitudine di
farmeli miniare con l'henné; e i calcagni arrossati dal minio
somigliavano due mandarini. Poveri piedi tristi!
-- Chi te li tingeva?
-- Yasmina, la mia negretta, una creatura adorabile, che sempre
rimpiango: svelta e pieghevole come un giunco marino, tutta riso, tutta
un riso abbagliante che le fendeva sino a mezzo delle gote un volto
funebre come quello di Proserpina. La mandavo sempre vestita di verde e
di nero, acconciata all'egiziana, coi bottoni d'argento e di smalto sul
corsetto sanguigno. Era di forme così vive che, quando camminava, anche
sotto il largo futa i muscoli le si palesavano come sotto un lino
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