limiti del deserto! Passione del deserto, palpitazione visibile della vampa su l'aridità commossa, odore elettrico dello spazio in attesa, quando la grande aquila sola sui rossi torrioni del Khamsin valica in un attimo il campo del più pronto sguardo umano e col fato della turbinosa metropoli di sabbia e d'angoscia si dilegua per sempre! -- -Alis non tarsis.- I due compagni avevano vissuto, lunghi e lunghi giorni, assorti in questi spettacoli e in un sogno d'avventure celesti. Tornati in patria, s'erano messi con ardentissima pazienza all'impresa. Da principio avevano costruito apparecchi semplici, veramente dedàlei, privi di forza motrice, simili a quelli usati dai primi esperimentatori nelle prime prove, non affidati se non alla resistenza dell'aria, non equilibrati se non dalle inclinazioni istintive del corpo sospeso; e, per addestrarsi al veleggio, avevano scelto nel Lazio il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, l'arce italica di Turno nomata dal nome dell'uccello altovolante. Qual posatoio più atto all'esperimento periglioso? Tutto esprime la forza e la grandezza nella muraglia della prisca città fondata da una schiera d'Argivi spinti alla spiaggia dal vento di mezzodì. La valle dell'Incastro è una conca piena del medesimo silenzio ch'empie i sepolcri cavi dei Rutuli primevi; la chiostra dei monti, dagli aricini ai lanuvini, dagli albani ai veliterni, è come un ciclo di miti impietrati; nell'epica luce sembrano vaporare gli spiriti delle stirpi; i massi squadrati hanno per eterno cemento la parola di Vergilio: -et nunc magnum manet Ardea nomen-. I due compagni avevano quivi sentito, meglio che in qualunque altro luogo della terra, come la morte sia un'operaia gioiosa. Dopo prove e riprove, avevano compiuta una macchina leggera e potente la cui ombra somigliava l'ombra dell'airone. E le era rimasto il bel nome italico: Àrdea; e nel nome il proposito di volare sopra la nube. Quella e un'altra eguale fremevano ora sotto le tettoie attigue aspettando la volontà conduttrice. -- Bisogna partire prima che il campo di slancio sia invaso dal pollame -- disse Paolo Tarsis, alludendo ai molti trabìccoli strepitosi che non riescivano mai a distaccarsi dal suolo. -- Sai -- disse Giulio Cambiaso ridendo -- sai che perfino il re negro dei pugilatori Sam Mac Vea si propone di volare? -- E il fantino O'Neil. -- E il maratoneta Shrubb. -- E il ciclista Mazan. -- E il nuotatore Geo Read. -- E il pattinatore De Koning. -- E il giocatore di pelota basca Chiquito de Cambo! Risero di quel forte riso unanime che tante volte aveva rallegrato le soste all'addiaccio o sotto la tenda, di quel riso ch'essi non ridevano con altri, essendo un modo della loro concordanza, una espressione duale della fierezza sprezzante ond'essi giudicavano gli eventi e gli uomini. Era già vivace in loro il sentimento sdegnoso della piccola aristocrazia che s'andava formando dall'accozzaglia della novissima gente volatrice. -- Hai veduto l'ornitoptero di Adolfo Pado? -- E il multiplano di Guido Longhi? Le tettoie nuove, dalle fronti dipinte alla maniera degli antichi pavesi, custodivano i più diversi mostri artificiati con le materie più diverse, coi più diversi ingegni. Per mezzo alle ampie tende di tela agitate dal turbine delle eliche in prova, apparivano a quando a quando le strane forme delle chimere senza bellezza e senza virtù partorite dalla manìa pertinace o dalla presunzione ignara, condannate irremissibilmente a sollevare la polvere e ad arare il suolo: ali ricurve e aguzze costrette al remeggio con uno stridore di usci in càrdini rugginosi; adunazioni di celle quadrangolari, simili a mucchi di scatole senza fondo; lievi scafi oppressi da impalcature sovrapposte, simili a fragili canghe; alberi giranti forniti d'una sorta di cilindri cavi come i burattelli di stamigna nei frulloni dei fornai; lunghi fusi ferrei con un gran cerchio a ogni estremità, fatto di cotonina imbullettata su stecche, a simiglianza della ruota a pale nel mulino natante; congegnature di aste e di vèntole in guisa di quegli arnesi mobili che servono a ventilare le stanze nelle colonie torride; difficilissimi intrichi di sartie, di traverse, di longherine, di tubi, di stanghe, di spranghe; tutte le composizioni del legno, del metallo, del tessuto intese all'impossibile volo. E ciascuna macchina aveva in sé il suo fabro come il ragnatelo ha il suo ragno, indissolubile. Sotto sopra le ali, tra due serbatoi a forma di obice, dietro l'elica solitaria, addosso all'alveare del radiatore, ora coperto ora scoperto, ora dominato ora dominante, l'uomo era prigione del mostro da lui partorito. Taluno col gesto perpetuo dei dementi manovrava una leva, volgendosi di continuo a osservare l'effetto; e mostrava così or di fronte or di profilo una faccia barbuta di buono astrologo, con due occhi sporgenti arrossati e gonfiati dall'insonnia o dalla polvere o dalle lacrime. Altri, ben raso, rotondo, rubicondo sorrideva a sé medesimo, tenendo i vasti piedi sul regolo, sicuro di portare il suo adipe fino alle stelle. Altri, emaciato e illuminato come gli asceti, pareva sedesse dinanzi al suo telaio ideale e continuasse a tessere il suo sogno senza fine. Altri, testardo e cupo, covava il suo furore contro il carcame inerte che aveva deluso una fatica decenne; e sembrava inchiodato per sempre nel suo sedile e nel suo proposito: «Tu non ti moverai, né io mi moverò». Altri era pallido e dolce come il ferito su la barella, scotendo a quando a quando il capo scoraggiato. Altri dalle arterie gonfie del collo taurino eruttava bestemmie tonanti a riempiere le pause del motore affievolito. Di tettoia in tettoia il tragico e il buffonesco si avvicendevano, come nelle corsie dei manicomii. L'ombra monòcola di Zoroastro da Peretola si chinava a commiserare con l'occhio di ciclope la pedonaglia starnazzante. Un beffatore invisibile, con un crudele strascico di voce, gittava di tratto in tratto il richiamo fatale: «Icaro! Icaro!» E allora lo schiamazzo della folla impaziente si mutava in uno scroscio d'inestinguibile riso. -- Eppure -- disse Giulio Cambiaso -- questi Icarotti con troppe ali, che son qui per tenere i piedi a pollaio, mi piacciono assai più di quei mercenarii insaccati nei braconi alla lanzichenecca e camuffati con la cervelliera di cuoio, che accendono a ogni momento la sigaretta della temerità. Erano costoro i pratici del volàno, vincitori di corse in circùito, che consideravano il nuovo apparecchio come un veicolo alleggerito su tre sole rotelle elastiche e munito di semplice o doppia velatura intelaiata. In servizio dei fabbricanti d'uccelli artificiali, mettevano a guadagno le ossa e l'ardire, avendo fiutato il favor popolare pel nuovo gioco circense. Essi avevano già la loro divisa, la loro maniera, il loro gergo, le loro millanterie, le loro ciurmerie, le loro cabale. -- Che guardi, Paolo? -- Nulla. -- Ci sono oggi su le tribune più penne pennacchi piume e piumoline che nel côm di Sandaleh o nella garzaia di Malalbergo. Comincia l'emigrazione verso il recinto, con licenza dei commissarii. -- Il vento gira. S'abbassa il quadrato rosso e monta il nero: da sette a dieci metri. È issata la fiamma bianca. -- Peccato che non abbiamo pensato a portar qui i nostri aironi protettori nelle gabbie di papiro da sospendere alle travi delle tettoie, per divertire dame e damigelle! -- Diventi misogino? -- Scherzo. Tuttavia c'è qualcosa di sinistro in certe sfingi che covano l'enigma tra le latte di benzina e le brande dei meccanici. -- Sei più severo di Dedalo, che fu tanto compiacente verso Pasife. -- Saggezza del sottile Ateniese! Giusta assegnazione d'ufficio! Costruendole la vacca infame, assegnò al toro quello d'intrattenerla. Ed egli, che praticava il volo basso come Henry Farman, andò ad atterrarsi in Sicilia, immune dalla panna figliale. Ammirabile esempio! -- Vuoi ammonirmi? -- Né anche per sogno. Hai guardato l'amica di Roger Nède? È una Cretese escita or ora dal simulacro vaccino ed entrata in una spoglia serpentina di «chez Callot». Era spaventosa; quasi sempre in fondo alla tettoia rude come nell'ombra d'un'alcova molle, visibile a traverso i fili d'acciaio, a traverso il polverìo che il vento dell'elica sollevava dal suolo rossastro, fra gli scoppii del motore in moto, fra le tuniche azzurre dei meccanici lucenti di sudore e di olio, inguainata nella stretta gonna come nella pelle della sua pelle, tutta distinta di particolarità squisite che squisitamente vivevano su lei come le sue ciglia, come le sue unghie, come la pelurie della sua nuca, come i lobi delle sue orecchie; liscia odorante e lubrica, con una bocca dipinta ch'era dipinta dal rosso del minio e forse di queste parole: «Dal cuore premuto dell'onta -- spremetti la dolcezza del frutto -- ch'era mortifero, onde non resta -- se non la semenza di morte». Simili a lei altre creature apparivano là dove gli uomini s'apprestavano a giocare il gioco che poteva essere di fuoco e di sangue, vive e artificiali, lascive e sfuggenti, ora prossime come minacce, ora lontane come larve, simili a quella e simili tra loro nelle maschere nelle attitudini nelle fogge, suscitando con le lor simiglianze il sogno dell'enorme Vizio invisibile dalle cento visibili teste; ché le loro teste coperte dai larghi cappelli sorgevano su i lunghi fòderi dei corpi come su i lunghi colli della bestia di Lerna. Ma altre tettoie erano cangiate in ginecei dalle donne legittime, dalle floride figliuolanze, perfino dalle nutrici e dai pedagoghi. La famiglia palpitante vigilava il portentoso uccello concepito nel suo seno, asciugava le care gocciole della fronte geniale, si turava con le molte mani i molti orecchi allo strepito prenunziatore del prodigio, contava nel grembo l'oro imaginario del premio giusto, spingeva lo strumento della nova felicità verso il campo dell'aratura, soffiava e risoffiava le sue speranze nella viadana o nell'olona insensibile, poi respingeva lo stupendo aratro nel ricovero, quivi deplorava l'inclemenza del cielo e l'incostanza degli stantuffi. -- Il vento gira. Quarta a ponente -- disse Paolo Tarsis. -- Soffia per colpi; vuole attacco per attacco. Io parto. E tu? Egli aveva riconosciuto di lontano il passo ondeggiante d'Isabella Inghirami. E lo stringeva un'ansietà simile al terrore. E, senza indagare la causa, voleva ancóra evitare come aveva fino allora evitato l'incontro della sua amica col suo amico. -- E tu, Giulio? -- Sùbito dopo di te. -- Hai mutata l'elica? -- L'ho mutata. -- Sei pronto? -- Pronto. -- A rivederci in alto. -- Spero che ti raggiungerò. Si strinsero la mano; e stavano per separarsi, andando ciascuno al suo cómpito: che era di superare il compagno, tutti gli altri e sé stesso. Ma Paolo Tarsis seguì l'emulo per qualche passo; lo salutò ancora una volta. Sembrava ch'egli volesse riempirsi il cuore di quel gran sentimento virile, inebriarsi di quella pienezza, sentire il pregio di quel dono a lui fatto dalla sorte robusta. Quasi tutte le amicizie umane sono fondate su la ragion leonina; ove l'uno prende più di quel che dona, l'altro fa atto d'offerta e d'abnegazione, si sottomette e si umilia, imita e consente, è tiranneggiato e protetto. Ma la loro amicizia era fatta di due stature eguali, di due pari potenze, di due libertà e di due fedeltà indomabili. Ciascuno misurava dal valore dell'altro il suo valore, riconosceva dalla tempra dell'altro la sua tempra, sapeva che il più difficile posto poteva esser tenuto a vicenda e che il più crudo avversario non poteva prevalere nella sostituzione. Quante volte l'uno aveva vegliato sul sonno dell'altro, per turno, in notti d'insidie, con le armi al fianco! E nulla più dolce e più grave di quella veglia, in cui a volta a volta era parso dalle grandi costellazioni australi creato pel dormente un destino più profondo. Ora nell'occhio del compagno era una domanda assidua che non scendeva alle labbra: «In quali mani sei per rimettere la tua vita? Da quali unghie lucenti lascerai disfare la tua durezza?» Egli l'aveva seguito, s'era indugiato per dare a quella domanda la sua risposta: «Ti ricordi, tu di quel bùttero che per bravata, il giorno della merca, nella tenuta dei Cesarini, da solo legava insieme le quattro zampe al giovenco e lo sollevava da terra? Così io faccio della bestia oscura che cresceva dentro di me e minacciava di soverchiarmi. La lego e la sollevo, e poi la marchio per la sua servitù. E mi scrollo, e li do la mano, e ce ne andiamo per la nostra conquista liberi». Ma il compagno, oppresso da una improvvisa tristezza, non aveva voltato il capo. Giulio Cambiaso a traverso la cortina udiva la voce d'Isabella Inghirami, ricca di toni di dissonanze di passaggi di sbalzi di spezzature come un canto incantevole, ora bassa ora soprana, ora infantile, quasi leziosa, ora maschia, quasi violenta, a volta a volta squillante e roca, ineguale e ambigua come certe voci rotte dalla conturbazione della pubertà: qualcosa di straordinariamente vivo ed insolito, qualcosa d'inverosimile, che lo attirava e lo irritava a un tempo. Egli stesso allora prese l'elica per le due pale e impresse il moto. Il rombo fece tremare le tavole, agitò la cortina, sollevò la polvere. Tra i lembi palpitanti apparve un volto bruno come l'oliva, e si sporse. Il vento sconvolse le rose di seta sul cappello tessalico, offese le lunghe ciglia che si chiusero su gli occhi chiari e sbigottiti. -- Si guardi, La prego, signorina! -- egli gridò, con un gesto brusco. -- Non rimanga là! Vana non indietreggiò ma avanzò guizzando fra i lembi che garrivano. -- C'è pericolo? -- Se il legno dell'elica si rompe o si scheggia, la forza del più piccolo frammento scagliato è incalcolabile. Ella spalancò i grandi occhi pallidi come gli opali d'acqua. I meccanici la guardavano, tenendo con le braccia nerastre e untuose le traverse della fusoliera. Una striscia obliqua di sole, come già nelle aule ducali di Mantova, penetrava per una fenditura della parete rivelando il nervo d'un'ala, brillando nelle sàrtie d'acciaio, nei quattro metalli del motore bianco giallo rosso bruno. -- Può accadere? E se l'elica si rompe mentre si vola? Ella aveva la voce un poco tremula; e le pareva che la paglia del suo cappello inghirlandato risonasse come il bronzo d'una campana. -- Preghi il Cielo che questo non m'accada mai -- rispose il timoniere celeste. Egli era come in un intervallo della realtà, dinanzi a quella creatura quasi sconosciuta, in una condizione dello spirito simile all'indeterminato ricordarsi. -- La morte dunque è sempre là? -- Là e dovunque. -- Là più che dovunque. -- È la compagna d'ogni gioco che valga la pena d'esser giocato. -- È orribile. A un tratto il motore s'arrestò; le pieghe della cortina ebbero pace; la polvere decadde; i muscoli nelle braccia fosche s'allentarono; l'elica divina non fu se non un'asse verticale dipinta di colore d'aria. Il silenzio parve uccidere un grande essere fantastico che riempisse di sé tutto lo spazio chiuso, una specie di grande angelo abbagliante che si fosse dibattuto sotto le travi e abbattuto e spento in terra come un cencio terreo. E la striscia di sole fu triste, come nella stanza ducale; e apparvero le cose tristi ed eloquenti: le brande di ferro chiuse, onde pendevano i lenzuoli gualciti, le coperte di lana bigia; le rozze scarpe arrossate e polverose; i vecchi abiti appesi ai chiodi, quasi afflosciati da una squallida stanchezza; e qua e là le scatole di latta, i pezzi di carta, gli stracci, una catinella, una spugna, un fiasco vuoto. -- Sia prudente -- disse Vana abbassando la voce che tuttavia era tremula, quasi supplichevole, d'una supplicazione inopportuna. -- La prudenza non vale. Soli valgono l'istinto il coraggio e la sorte. -- Il Suo amico.... Ella s'interruppe; poi riprese, rapida. -- Il Suo amico Tarsis parte prima di Lei? -- I meccanici trasportano già l'apparecchio sul campo di slancio. -- È troppo ardito. -- Non bisogna mai tremare per lui. -- Perché? -- Non si sa perché certi uomini nascano al pericolo, che li fa immuni. -- Crede questo? -- Certo. -- Anche per sé? -- Anche per me. A Madura, nell'ombra della pagoda di Vichnou, un indovino dalla testa rasa, masticando le foglie chiare del betel, ci presagì che, avendo vissuto della stessa vita, moriremo della stessa morte. -- Crede al presagio? -- Certo. -- E perché sorride? -- Perché ora mi ricordo.... -- Di che si ricorda? S'udiva giungere dagli steccati il clamore della moltitudine, ora prossimo ora lontano. Il cavallo d'un cavalleggere nitrì. Il galoppo d'una pattuglia risonò sordamente su la brughiera. -- Giovanni, è pieno? -- domandò Giulio Cambiaso all'uomo che versava l'essenza nel serbatoio. Aveva quasi forzata la sua attenzione verso quella realtà, come per vincere l'indefinibile sentimento di assenza e di distanza ond'era occupata la profondità della sua vita. Egli rivedeva le chiostre della pagoda, le piscine gremite di torsi ignudi e di teste rase, il popolo d'iddii di dèmoni di nimostri scolpito nelle lunghe logge cupe, nei tabernacoli nelle nicchie nei pilastri, lordato dagli escrementi dei pipistrelli innumerevoli. Riudiva il mugghio dei buoi, il barrito degli elefanti che s'inginocchiavano nel loro fimo. -- Manca poco -- rispose l'uomo, estraendo la piccola canna introdotta nel fóro del serbatoio per misurare la quantità. -- Sia pieno, fino al tappo. L'uomo, ritto sopra una capra, col volto lucido di sudore, riprese a versare pianamente l'essenza dal vaso cubico nell'imbuto avvolto in un filtro di tela giallastra. Come la striscia di sole passava a quell'altezza, si vedeva il liquido colare tra le dita ferme luccicando. -- Di che si ricorda? Dica! -- soggiunse Vana con timida insistenza, arrossendo lievemente sotto il cappello tessalico. -- Mi ricordo che, mentre l'indovino proferiva il presagio profumato dal gengivario, una giovane Indiana dalle pastoie d'argento era presso il banco di un mercante; e si volse verso di noi. Egli affisava in lei uno sguardo di sogno, un sorriso smarrito. -- Olivigna, se bene lisciata con la radice della curcuma, aveva quella purità di lineamenti che è propria delle più delicate miniature indo-persiane dove la Bella s'inchina a bevere l'anima della rosa mentre passa il Cavaliere in drappi d'oro sul palafreno di color cilestrino balzano da tre. Come Le somigliava! -- Oh no! -- Se chiudo gli occhi, la rivedo viva. Se li apro, la rivedo più viva. -- Oh no! -- Oggi è senza gioielli; allora n'era carica, per la festa sacra. Comperava dal mercante il croco purpureo, la mandorla dell'areca ridotta in polvere, la ghirlanda di rose gialle. -- Oh no! Quelle che porto? Ne aveva d'arida seta intorno al cappello, di fresco roseto alla cintura. -- Quelle. Ma erano per l'offerta, erano per gli idoli. Udimmo il tintinno dei cerchi d'argento alle caviglie, quando si mosse per andare verso le due grandi statue levigate di diorite già mezzo sepolte sotto i fiori. Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi piedi nudi. Lesto mi chinai per raccoglierla, ma la devota fu più lesta di me. -- Eccola -- disse Vana spiccando una rosa gialla dalla sua cintola azzurra come l'oltramarino smortito nei fondi delle lunette sacre. E la porse all'evocatore. E si stupì che quella parola e quel gesto si fossero partiti dallo spirito misterioso ond'era piena, da un indicibile spirito di ricordanza e di ritornanza suscitato senza causa. Ma quando vide la sua rosa all'occhiello di quell'uomo quasi sconosciuto, voleva soggiungere: «No, no! Ho fatto per gioco; non so perché l'ho fatto. Me la renda. La getti. Sono una piccola sciocca». E tuttavia si piaceva e s'indugiava nella finzione; come sua sorella, come ogni donna viva, si piaceva d'entrare e d'intrattenersi in un simulacro insolito di sé, in una forma imaginaria di esistenza. Per prolungare l'incanto voleva soggiungere: «E poi? Dove andò l'Indiana dalle pastoie d'argento, ch'era fine come le miniature? che fece del suo croco, della sua polvere, della sua ghirlanda?» Ella sentiva il colore olivigno del suo proprio volto, la linea ovale della sua propria finezza; imaginava il freddo delle lastre polite sotto le piante dei suoi piedi nudi; intravedeva qualcosa di vago, come una speranza e una paura senza oggetto, come un evento senza tempo, come una enormità nascosta che somigliava quegli enormi idoli di pietra nascosti dai fiori. Né meno fantastica le pareva la sua presenza tra le cose presenti. Prima di guizzare tra i lembi della cortina, la sua figura era forse più dissimile da quella alzata presso il banco del mercante nella pagoda di Vichnou che da quella alzata presso il congegno dedàleo nella tettoia piena di rombo? I suoi pensieri si sfogliavano sul suo cuore come si sfogliava lungo le pieghe della sua gonna la rosa vicina dell'altra ch'ella aveva colta dalla cintola col gesto inconsiderato. «È possibile che anch'io me ne ricordi? Si sogna sempre. Perché sono qui? Anche questo è sogno. Isabella mi cerca, Aldo mi cerca. Sono stata presa nel vento dell'elica come una festuca. Nessuno m'ha vista. Ah, mi so nascondere da voi. Sono lontana, sono lontana! Un grande amore improvviso? Qualche volta l'amore si parte dall'estremità della terra, a piedi nudi, per portare una rosa. È il fratello di Paolo. Ha i denti piccoli e puri come quelli d'un bimbo. Non voglio più piangere. Mi potrei consolare? Qualche volta nasce un soffio e ci porta il nostro vero destino. Che direbbe Paolo? e Isabella? Ci sarà una pena anche per loro. Forse già m'ama. Sono sciocca. Ma come tutto questo sarebbe strano! Ora parte, ora vola, ora se ne va nell'aria, se ne va con la mia rosa gialla nel cielo; la rosa si sfoglia, le foglie cadono, chi sa dove; e tutto finisce, tutto è dimenticato. Un giorno riceverò un libro di miniature.... Ah, forse Paolo è già partito. Non bisogna temere per lui. Perché? Moriranno della stessa morte! Non è dolce Paolo per Isabella in questi giorni, oh no. Che m'importa? Che mi giova? Non voglio più sapere, non voglio più vedere. Ha gli occhi lionati. Che penserà di me? Sono venuta da Madura, con l'indovino che mastica le foglie di betel.... Ah, non è vero. Il mio cuore non è qui. Per andarmene, gli stringerò la mano? Dopo, mi cercherà? Mi vorrà rivedere? La luce mi fa male, la folla mi fa male. Potrei rimaner qui, sedermi su una di quelle brande per aspettarlo, con un libro di miniature.... Vanina vana, piccola Indiana impastoiata!» Così i suoi pensieri lievi si sfogliavano sul suo cuore; ma dentro persisteva l'inquietudine cruda come un'angoscia, che l'aveva spinta in quel luogo ignoto come in un rifugio. «Ah, mi so nascondere da voi. Sono lontana, sono lontana!» Ella era separata dai suoi carnefici; sfuggiva alle tratte della tortura; riprendeva respiro in una specie di aura fortunosa che forse era per trarla più lungi ancóra. E tra la sua pena e la sua maraviglia, tra la sua paura e la sua speranza, tra il suo ricordo e il suo presentimento s'insinuava una specie di piacere vendicativo quando ella vedeva negli occhi lionati accendersi un bagliore di fosforo e brillare i piccoli denti bianchi nel fulvo della barba simile al rame dorato che si sdora. E soltanto quel piacere era certo, ché tutto il resto era confuso. Ed ella sentiva in sé la sua giovinezza come una immortalità. -- Una rosa perduta, una rosa ritrovata! Chi La manda a me? Veramente viene di Madura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto, in alto. Le prometto che lo porterò oggi a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi. -- Oh no! -- Non me l'offre per questo? Non per questo la Sua cintura è azzurra? Dal minimo cerchio al massimo cerchio dello stesso colore. Egli era animato da una ebrezza inconsueta, e da un sorriso ammirabile che temperava la sua energia e la sua malinconia. Sembrava che l'apparizione improvvisa di quella creatura sognata e sognante risvegliasse in lui una musica di gloria onde il mondo sorgeva splendido fervido libero come non mai. La sua diffidenza e il suo dispregio lo abbandonavano. Tutta la sua anima era avvolta intorno a una nuova fatalità e n'era rischiarata ma la nascondeva, come un velo ricco intorno a una lampada notturna. Qual genio aveva condotto verso di lui quella creatura ch'era la sorella della donna che il suo amico amava? in virtù di quale armonia segreta? -- Pronti pel campo! -- comandò egli ai suoi uomini, e assicurò la rosa a sommo del suo petto. Il grande angelo abbagliante si dibatteva ancora sotto le travi? La tettoia era in quel punto piena di turbine e di fragore; ché l'elica aveva ripreso i suoi giri, non più legno visibile ma astro d'aria nell'aria. E i meccanici ne provavano la forza, avendo legato la fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un palo; e il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Àrdea prigioniera fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la freccia dell'indice. -- Pronti -- rispose al comando una voce fedele. E l'elica s'arrestò; l'Àrdea fu sciolta, cessato il battito del suo cuore settemplice. Afferrandola per le traverse del corpo e per le cèntine delle ali, gli uomini si accinsero a spingerla verso il campo di slancio. Le tende scorrevoli si aprirono; una opulenta luce bionda fluì, come venuta dall'oro delle più lontane mèssi italiche. Un cumulo di nubi apparve, alpe ariosa d'ambra e di neve. Il clamore della moltitudine dava il fiotto marino alla pianura selvaggia. Un uomo era nel cielo, fragile e invitto, con tutto il busto emergente dal dosso dell'airone, disegnato contro la vasta bianchezza. Primi i due occhi chiari lo riconobbero. Come l'aquila nella valle arenosa non balza a volo ma parte con rapido passo, corre accompagnando la corsa con un crescente fremito di penne, si separa dalla sua propria ombra salendo con debole erta, alfine si libra su la vastità dell'ali rimontando il filo del vento: prima gli artigli segnano impronte profonde, dopo a grado a grado più lievi, sinché sembrano appena scalfire la sabbia, e l'ultima traccia è invisibile: così la macchina su le sue tre ruote leggère correndo nel fumo azzurrigno, quasi che l'erbe secche della brughiera le ardessero sotto, lasciava la terra. Rapidamente s'inalzò. Alla manovra del timone d'altura beccheggiò fuggendo i mulinelli che sorgevano dal calore del suolo per aggirarla in piccole volute. Affrontò il vento; e aveva l'oscillazione del gabbiano quando rimonta, simile a quella dell'acrobata su la corda tesa. S'inchinò verso la prima mèta nella virata, si raddrizzò; diritta e veloce a saetta percorse la linea verde della pioppaia di Ghedi; sorpassò i casali, contrastando ai rìfoli, orzeggiando di continuo; entrò nel riverbero candido delle nuvole, fu bella come la figura del dio solare di Edfu, come l'emblema sospeso su le porte dei templi egizii, tutt'ala. Giulio Cambiaso non aveva mai sentita così piena la concordanza fra la sua macchina e il suo scheletro, fra la sua volontà addestrata e quella forza congegnata, tra il suo moto istintivo e quel moto meccanico. Dalla pala dell'elica al taglio del governale, tutta la membratura volante gli era come un prolungamento e un ampliamento della sua stessa vita. Quando si curvava su la leva a manovrare contro un colpo un salto un buffo, quando inchinava il corpo verso l'interno del circolo nel veleggio roteante per muovere con la pressione dell'anca il congegno inteso a inflettere la velatura estrema, quando nell'andare all'orza manteneva l'equilibrio con un bilanciamento infallibile intorno al centro di stabilità e trovava a volta a volta il modo di trasporre l'asse del volo, egli credeva esser congiunto ai suoi due bianchi trapezii con nessi vivi come i muscoli pettorali degli avvoltoi che avea veduto piombarsi dalle rocce del Mokattam o aggirarsi su l'acquitrino di Sakha. «Fratello, fratello, siamo solitarii, siamo liberi, siamo lontani dalla terra tormentosa!» pensava Paolo Tarsis che, avendo già compiuto il primo giro, veniva sopravvento al suo compagno per raggiungerlo. «Non voglio più esser triste, non voglio più divorarmi il cuore, non voglio più nasconderti il mio supplizio. Ho bisogno di chiamarti, di gittarti il mio grido, di riudire la tua voce nel volo. Se tu vinci, io vinco. Se io vinco, tu vinci. Com'è virile il cielo, oggi!» Egli lasciava dietro di sé la turbolenza della sua passione, il riso agitante d'Isabella, lo sguardo febrile e ostile dell'adolescente, la vanità delle amiche, la stupidità degli accompagnatori, tutto quello stuolo intruso che l'aveva assalito e oppresso. Ritrovava il suo silenzio, il suo deserto, il suo cómpito. -- Àrdea! Mille e mille voci conclamavano il bel nome laziale. Dalle tribune, dagli steccati, dai carri fermi su la strada di Calvisano, su la strada di Montichiari, su i crocicchi delle strade candide, dai grappoli umani appesi agli alberi di confine, dai mucchi nereggianti su i colmigni delle cascine, dall'immensa moltitudine di fronti alzate verso le vie divine, dall'innumerabile meraviglia saliva il clamore come un tuono o come un fiotto intermessi. -- Àrdea! Paolo Tarsis raggiungeva il compagno, gli passava a portata di voce, era preso nel vortice dell'elica gemella, sbandava, rullava, guizzava fuor della rotta, scivolava con la velocità del vespiere, piombava a un tratto come l'astore, risaliva quasi verticalmente come il germano, mostrava contro il fulgore le nervature delle sue tele, virava intorno all'asta della mèta così stretto da radere con l'ala inflessa la punta della fiamma ondeggiante. Egli aveva gittato verso il compagno il grido di riconoscimento e di allarme, consueto a entrambi nelle scorrerie nelle cacce nei bivacchi. Gli era giunto? La risposta s'era perduta nel rombo? -- Àrdea! La folla iterava il clamore inebriandosi a quel gioco grazioso e terribile, a quella gara di eleganza e di ardire, a quella disfida allegra tra due volatori della medesima specie. In un golfo ceruleo lunato tra cumuli d'ambra, apparvero entrambi inseguendosi come due cicogne prima della cova librate su le lunghe ali rettilinee; poi si persero bianchi nella vasta bianchezza. E, suscitati dall'esempio, altri si lanciarono, altri si levarono, s'inseguirono. Tutte le tettoie rombarono e soffiarono, gonfie di procella come le case di Eolo. Trascinati a braccia sul campo, trattenuti dalle braccia muscolose, rapiti infine dall'astro violento dell'elica, i velìvoli partivano l'un dopo l'altro a conquistare il cielo magnifico, taluni giallicci come i capovaccai, taluni rossastri come i fiamminghi, taluni cinerognoli come le gru. Scoccavano come i silvani, volteggiavano come i rapaci, strisciavano come le gralle. Nello strepito imitavano da lungi l'applauso come i colombi, il tintinno come i cigni, la raffica come le aquile. Tutte le forze del sogno gonfiavano il cuore dei Terrestri rivolti all'Assunzione dell'Uomo. L'anima immensa aveva valicato il secolo, accelerato il tempo, profondato la vista nel futuro, inaugurato la novissima età. Il cielo era divenuto il suo terzo regno, non conquiso col travaglio dei macigni titanici ma col fulmine fatto schiavo. E il cielo viveva come la moltitudine, come quella ebro di maraviglia e di gioia, di superbia e di terrore, di violenza e d'infinito. Era uno di quei sublimi cieli d'Italia che rinnovano in un'ora le trasfigurazioni secolari degli artefici operate nelle volte dei palagi e nelle cupole dei templi, creano e distruggono tutte le imagini della grandezza, conciliano l'argentea voluttà del Veronese e la terribilità pietrosa del Buonarroto. Le nuvole erano un'architettura e una stirpe, una materia foggiata dallo statuario e dal fìgulo, una gerarchia di angeli, una genia di mostri, un paradiso di fiori. Sorgevano dai monti, si adeguavano alle colline, si laceravano alle cime dei pioppi. Simili a trombe d'acqua lattescente, vibravano di luce in sommo come le sensitive trasparenze degli esseri marini abitate dall'inquietudine di un fuoco spirtale. Simili alla carne giunonia nel punto della metamorfosi che ingannò il Lapite reso folle dal nettare, s'irradiavano d'un sangue improvviso; poi sùbito si coprivano di macchie smorticce come le squame caduche dalla pelle infetta di lebbra. Simili a un'argilla diafana sul tagliere d'un vasaio che la foggiasse con dita invisibili, prendevano la forma dell'urna; e un'ansa nasceva dal fianco, docile s'incurvava appiccandosi al labbro, nel vano includeva l'azzurro, e tutto lo sparso azzurro intorno non era come quel poco. Altre simigliavano altre figure altre creature altre favole altre arti. Il mondo dei miti e dei sogni rioccupava la cavità del cielo, evocato dal nuovo sogno e dal nuovo mito. Allora fu visto uno dei grandi uccelli dedàlei inchinarsi verso terra, risollevarsi, sbandare, nella virata bassa urtare contro il suolo, restare immobile su l'ala infranta con alzata l'ala intatta senza il battito dell'agonia, esanime avanzo di vergelle e di canape, lordo di olio nero. L'uomo balzò dai rottami, si scrollò, guardò la sua mano sanguinante, e sorrise. Allora fu visto un altro velìvolo, come quei rapaci notturni che abbarbagliati dal sole cozzano contro l'ostacolo e tramortiscono, precipitarsi contro lo steccato, abbatterlo per un lungo tratto fra alte strida, capovolgersi con tutte le tele lacere, tutti i nervi recisi, tutte le ossature stronche, silenzioso dopo lo stroscio in un cerchio d'orrore, muto sfasciume sul suo cuore di metallo ancor caldo e fumante. La folla sbigottita e avida fiutò il cadavere, non apparendo dell'uomo se non le gambe prese nei fili d'acciaio aggrovigliati. Ma quegli fu tratto dall'intrico, fu dissepolto, fu rimesso in piedi. Pallidissimo, vacillò, si ripiegò, mozzò tra i denti il ruggito dello spasimo, sotto le dita che lo palpavano. Aveva il femore in frantumi. Due soldati lo trasportarono sopra una delle tavole abbattute dal cozzo, supino con gli occhi verso le nubi. L'ombra d'un volo vittorioso passò su la sua disperazione. Allora fu visto di sùbito apprendersi ad altre ali il fuoco senza colore, che non appariva nel giorno se non pel rapido annerirsi e involarsi della tela su per le nervature di faggio e di frassino già crepitanti come sermenti. Divampava nella rapidità l'incendio, scoppiando le fiamme dalle valvole semiaperte. Come una grande falarica avvolta di stracci intrisi in olio incendiario, scagliata dalla corda della balista, l'ordegno percosse la terra con tale impeto che vi s'addentrò. Esplose nell'urto il serbatoio inondando la carcassa schiantata e l'uomo vivo. La fusoliera ardeva come un brulotto. Nella coda simile alla cocca del quadrello, erette le timoniere stridivano. E allora fu visto l'uomo vivo avviluppato dal fuoco senza colore rotolarsi su l'erbe arsicce con una furia così selvaggia che il suo cranio dirompeva il suolo friabile. La folla urlò, presa alle viscere non dalla pietà pel morituro ma dalla frenesia del giuoco mortale. Un altro uomo, che volava nella nube, con un colpo temerario del timone d'altura calò giù a piombo come l'avvoltoio sul pasto; a poche braccia da terra si librò seguendo lo strazio dell'affocato che ancóra s'avvolgeva sopra sé stesso invincibilmente; si sporse alquanto per riconoscerlo; lo guardò spento arrestarsi; rapido s'impennò, risalì per l'aria, s'inazzurrò nell'ombra, si dorò nel sole, continuò la sua rotta. Lo raggiunse l'urlo della folla in delirio. -- Tarsis! Tarsis! Il soffocatore della vampa era sorto in piedi, nericcio, fumido, oleoso, coi capelli strinati, con le vesti incarbonite, con le mani cotte, atrocemente vivo. A duecento metri da lui, del suo ordegno distrutto non rimaneva se non il motore arroventato fra i tubi contorti e divelti. Egli guardò le sue mani che avevano strozzato il fuoco ribelle. Un delirio crudele venò di rosso i mille e mille e mille occhi levati verso il convesso circo celeste. La cruenta gioia circense rifluì nei precordii ansiosi. Un sùbito aumento di vita estuò sotto l'imminenza della morte. Le ali dell'uomo parvero non più fendere il cielo insensibile ma l'anima oceanica della specie, gonfiata come una marea sino alla linea del più alto volo. Gli elementi asserviti, le forze naturali sottomesse, le divinità constrette erano pronti sempre a insorgere per lacerare, per annientare il fragile tiranno, come quelle belve prigioni che si scagliano contro il domatore se a pena egli batta le palpebre o distolga la punta dello sguardo. La lotta era incessante, il pericolo era onnipresente. Come l'Ortìa sanguinaria dell'antica Tauride, l'Ignoto non stava assiso ma ritto in piedi su l'ara esigendo i sacrifizii umani. Le vittime osavano guardarlo con pupille inflessibili, fino al limite del Buio. Che erano mai al paragone i giuochi dell'anfiteatro? L'uomo non più andava alle fiere nell'arena angusta, ma alle macchine micidiali su le vie della terra del mare e del cielo; e il pollice riverso era di continuo sopra lui. Un'ombra tragica e una luce tragica a volta a volta oscuravano e irraggiavano lo spazio. -- Tarsis! Tarsis! L'Àrdea continuava la sua rotta, girava le mète nel decimoquinto giro. Il Latino era per ritogliere il primato al Barbaro. Nella calca efimera e indistinta le radici eterne della stirpe fremettero. Tutti i cuori furono alati per sostenere il volo eroico. Tutte le gole riverse gittarono al prode il suo nome come un soffio sonante che incitasse la rapidità. Gli comandarono di vincere. -- Tarsis! Egli sosteneva il volo con la sua pazienza, incitava la rapidità con la sua febbre. A quando a quando, contro la nuvola o contro l'azzurro, il suo busto emergente appariva proteso come per l'istinto di acuirsi, di sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del fuso e del dardo. E gli occhi più perspicaci o i meglio armati scorgevano il suo capo scoperto, a cui il vento aveva rapito il camaglio; scorgevano il suo viso affilato, onde pareva esalarsi l'ardore dello sforzo come di fra le alette dei cilindri il calore dell'attrito, quel viso fatto quasi di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli palesi. -- Tarsis! Egli era omai solo. Il cielo ridiveniva deserto. Qua e là sul campo i velìvoli s'atterravano: si posavano come migratori affaticati, cadevano sul fianco o sul rostro come falchi feriti. Una luce fulva, lo splendore distante delle biade mature, si spandeva su la brughiera selvaggia. L'abete degli steccati brillava come oro forbitissimo. Le mura delle cascine, le facce delle chiese e delle ville, i culmini dei campanili e delle torri in lontananza ardevano. Le ombre delle mète, delle travi, delle antenne s'allungavano. Egli era solo: non vedeva più nulla, se non l'astro vorticoso dell'elica; non udiva più nulla. se non il palpito eguale del motore, la settupla consonanza. -- Dov'era il suo compagno? che gli era accaduto? quale cagione l'aveva costretto a discendere? -- Percepì una pausa in un cilindro, un'altra pausa in un altro, poi più pause intermesse; e il cuore gli si serrò, e gli parve di farsi esangue come se le sue arterie si vuotassero nei tubi metallici. -- La sorte lo tradiva d'improvviso? -- Orzò di punta, contro un rìfolo; manovrò di gran forza, radendo contro strettamente quanto più poteva; girò la mèta penultima virando a pochi pollici dal pennone; di tutta la sua volontà fece un dardo inflessibile, fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro, tutto ferro asta punta e cocca; tracciò con l'animo sino al traguardo una linea più diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia. Quando l'animo che aveva trapassato i sensi rientrò nel cuore, egli potè udire con l'orecchio pacato il lavoro dei cilindri ridivenuto unisono, il palpito energico ed esatto. Per istinto, come se il suo compagno fosse là, modulò la voce gutturale ch'era il segno del contento nel loro gergo bizzarro di tenda e di ventura appreso dalle bestie domesticate e dai linguaggi barbarici. Rise in sé solo, pensando come in quel punto dovesse agitarsi l'enorme pomo d'Adamo su e giù nella gola secca di John Howland. Gli tornò nella memoria lo strano riso dell'ornitologo amico degli avvoltoi, simile a quel rumore di tabella che fanno col becco le cicogne: «-Alis non tarsis-». Vagò per pensieri involontarii e informi, come se d'un tratto la sua attenzione si fosse dispersa, come se l'evento avesse perduto ogni valore. Poi ebbe il petto traversato dall'imagine d'Isabella: rivide il viso di fàscino e di periglio sotto la larga falda ornata dell'airone bianco a lunghe piume tremule, rivide il gioco dei ginocchi nella gonna cinerina che con l'arte di due pieghe inesplicabili imitava due ali chiuse. Fu pieno d'ebrezza e di vendetta. Ancóra un giorno d'attesa! Subitamente l'intervallo si chiuse; il nucleo della forza si ricompose. Di nuovo egli sentì che le sue vertebre armavano tutto il congegno e che l'ossatura delle ali simile all'omero tubulare dell'uccello era penetrata dall'aria stessa dei suoi polmoni. Di nuovo gli si creò nei sensi l'illusione di essere non un uomo in una macchina ma un sol corpo e un solo equilibrio. Una novità incredibile accompagnò tutti i suoi moti. Egli volò su la sua gioia. Una intera stirpe fu nuova e gioiosa in lui. -- Àrdea! Tarsis! Scorse issato su l'albero dei segnali il disco che segnava la sua vittoria. Udì salire il fiotto marino. Guardò: intravide la massa grigia della folla, pallida di facce, irta di mani. Se bene volasse a calata per girare la mèta, gli parve di alzarsi vertiginosamente per superare un culmine immobile. S'inchinò, virò, passò, in un tuono di trionfo, in uno sprazzo di fulgori, bianco e lieve, sfavillante di rame e d'acciaio, sonante di fremito, messaggero della più vasta vita. Allora, mentre il vittorioso proseguiva la sua rotta per superare la sua vittoria così che ogni speranza di rivincita nel vinto fosse vana, su l'albero dei segnali apparvero i due triangoli neri che nominavano Giulio Cambiaso, e il quadro bipartito bianco e rosso che indicava la gara del più alto volo. Durava tuttavia nella moltitudine la violenta fluttuazione che succede alla tempesta. Nell'anima immensa ferveva e luceva il solco eroico lasciato da colui ch'era scomparso anche una volta tra ombra e luce per cercar di porre ancor più lontano la sua erma nell'intentato. L'ansia era ancóra aspettante. L'annunzio della nuova prova era una promessa magnifica e tremenda sospesa nel vespero. Quando il compagno di Paolo Tarsis montò su l'Àrdea per partire, ogni tumulto cadde. L'elica rombò nel silenzio. «La rosa di Madura, la rosa ritrovata! È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Dove sarà la piccola Indiana olivigna? Forse mi guarda, forse ha paura, forse la sua dolce anima trema nella sua cintola azzurra, sotto il cappello inghirlandato. Che strana visita! La rivedrò quando sarò disceso? la incontrerò più tardi? Paolo troverà ancóra un pretesto per tenermi lontano.... La rosa gialla di Madura! La porterò in alto, in alto». Il polo del cielo era sgombro, in forma di orbe, come veduto dall'arena di un anfiteatro, cupola incurvata su l'ordine dei pilastri e degli archi. I portici colossali delle nubi lo sostenevano, domato l'incendio. Uno spirito misterioso inspirava le figure informi che su i fastigi s'allungavano s'inchinavano si rovesciavano come la Notte e l'Aurora su i sepolcri medicei, come nel volume della Sistina i Profeti e le Sibille. Sparivano la città di legno e le sue piccole cose, ma le grandi s'ingrandivano con l'ombra e con l'ansia. Ora la Nike su la colonna romana era grandissima. «La porterò a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi». E l'Àrdea girò con largo giro intorno al bronzo verde. L'ala rettilinea fu bella come l'ala solare consacrata dal culto egizio. Il popolo, che aveva tratto la dea sul carro e ridato al vento il peplo dorico, sentì la duplice bellezza e gridò la prima sillaba dell'inno senza lira. Incominciava per lui un'atroce gioia. A onde, a cerchi l'Àrdea saliva. D'onda in onda, di cerchio in cerchio il rombo si faceva più fievole; d'attimo in attimo perdeva ogni violenza: fu come il battito della maciulla su l'aia, fu come il ronzio d'uno sciame nell'arnie, fu come i rumori agresti che cullano i sogni, fu come i canti che lontanano, come i canti che lontanando aprono l'infinito della tristezza e del desiderio; parve inazzurrarsi come la macchina, come l'uomo; s'ammutolì, non fu più nulla; non poté più essere udito se non da quel solo. La folla era protesa in ascolto, con l'anima nelle pupille, trattenendo il respiro. E la diminuzione graduale del suono creava in lei un sentimento della lontananza così profondo che la sua vista n'era illusa. L'uomo sembrava già assunto in un'altezza incalcolabile, interamente disgiunto dalla sua specie, solo come nessuno mai fu solo, fragile come nessuno mai fu fragile, di là dalla vita come il trapassato. Lo spavento dell'ignoto incavò tutti i petti. «Non più! Non più!» diceva lo spavento. «Ancóra! Ancóra!» diceva lo spasimo avido d'un altro spasimo. «Non più! Sei già troppo alto. Dài la vertigine». «Ancóra! Sali! Tocca almeno l'orlo di quella nube». «Non più! Un soffio può ucciderti, un nulla: un filo che si spezza, una scintilla che s'interrompe». «Ancóra! Non cedere! Dove tu sei, fu già un altro uomo. Bisogna che tu superi il punto, che tu conquisti un cielo nuovo». «Non più! Ecco, precipiti». «Ancóra! La morte ti ammira». E un urlo di tutti i petti ventò verso l'intrepido; ché su l'albero attrezzato biancheggiava il segno di gloria. L'Àrdea fendeva un cielo nuovo. «Non più! Hai vinto». «Ancóra! Stravinci». Lo spasimo della folla era come la pulsazione incessante d'una febbre unanime, che si comunicasse all'aria insensibile e giungesse fino a quell'ali d'uomo. L'unanimità sublime e selvaggia era come un elemento che si mescesse all'elemento e ne alterasse la natura e ne facesse come un modo di vita inopinato. Il cielo fu come un destino imminente. «Ancóra! Ancóra!» Pareva che la legge delusa non potesse più esser vendicata, che di là dal limite il pericolo fosse scomparso, che per eccesso d'ardire l'uomo divenisse immune e impune. Omai l'ordegno non era se non una freccia sospesa per incanto nel cielo impallidito. L'attimo era eterno. Nessuna parola poteva esser detta. La moltitudine respirava nella favola come se là, dove s'affisavano le miriadi delle sue pupille, fosse per risplendere una nuova costellazione. -- Discende! Discende! Il fascino fu rotto. Fu detta quella parola, prima a bassa voce poi con clamore ineguale. -- Discende! Si vedeva la freccia ingrandirsi, rapidamente ridivenire congegno alato. Qualcosa di lucido e d'opaco, a volta a volta luccichìo lieve ed ombra indistinta, solcava l'aria sott'essa. Forse tal fu la prima penna caduta dall'òmero d'Icaro sul mare. Una voce di terrore gridò: -- L'elica! Una pala dell'elica! E il terrore si propagò per tutta la folla, non da voce a voce ma da carne a carne. Come si scolorava la nube, la folla si scolorò, irriconoscibile: un solo pallore occhiuto, col bianco d'innumerevoli occhi nelle orbite sbarrate, fiso alla sorte dell'uomo. -- Cade! Le voci, i rumori avevano un innaturale rimbombo, non nell'aria ma nell'anima. -- Cade! Cade! E nessuno più gridò, nessuno più respirò. Tutta quell'umana angoscia ebbe una sola faccia convulsa, un solo sguardo seguace: vide le ali dell'uomo oscillare, inchinarsi dall'una all'altra banda come in un rullìo folle; vide ai colpi del timone la lunga fusoliera impennarsi, beccheggiare, per alcuni attimi adeguare i piani nella librazione della discesa, dare in un baleno la speranza della salvezza, poi d'improvviso precipitare innanzi, senza più sostegno piombare con la velocità del peso morto, urtare la terra con uno schianto che nel silenzio cavo dell'anima parve un tuono. Grido non partì, gesto non si levò. Per alcuni attimi, tutto fu immoto, tutto somigliò a quel fascio di tele e di verghe, a quel mucchio biancastro, a quel gran lenzuolo funerario, che distava dieci passi dalla base della colonna romana. Non la luce del vespero ma la luce dell'evento rischiarava le genti e le cose. La pianura ebbe un aspetto oceanico, le nubi furono come un ciclo di mondi, il cielo fu come il diamante impenetrabile. Il dominio delle forze eterne fu restituito. Poi s'udì il galoppo dei cavalli accorrenti. Poi di sopra gli steccati la folla si rovesciò sul campo, avida di vedere il sangue, di guardare la carne lacera. Poi, su la folla che già ridivenuta selvaggia s'incalzava e si batteva per lo spettacolo atroce, stettero la colonna e la statua solitarie, due creature immortali dell'artefice efimero, che armavano di bellezza l'orgoglio invitto dell'uomo. Le ali di bronzo testimoniarono per le ali di lino. -- È morto? Respira? È schiacciato? Ha il cranio aperto? stronche le gambe? rotta la schiena? Le domande lugubri comunicavano l'orrore agognato. Respinta dai cavalleggeri la folla ondeggiava, tumultuava. Le bestie crinite scalpitavano, sbuffavano, col sudore su i fianchi, con la schiuma nei freni. Per vedere, i più avidi si chinavano sotto le pance dei cavalli, s'insinuavano tra le groppe, restavano stretti fra sprone e sprone. Come i rottami furono rimossi, districate le sàrtie, sollevate le tele, apparve il corpo esanime dell'eroe. L'occipite aderiva alla massa del motore per modo che i sette cilindri irti d'alette gli facevano una sorta di raggiera spaventosa, lorda di terra e d'erba sanguigne. Gli occhi leonini erano aperti e fissi; la bocca era intatta e tranquilla, senza contrattura alcuna, senza traccia d'ambascia, coi suoi puri denti di giovine veltro nel fulvo della barba fine come lanugine. L'arteria della tempia, recisa da un filo d'acciaio con la nettezza d'un colpo di rasoio, versava un rivo purpureo che riempiva l'orecchio, il collo, la clavicola, le cellette sottostanti del radiatore contorto, un pugno semichiuso. Chinandosi un medico sul petto per ascoltare il cuore che non batteva più, sentì contro la guancia prona il fresco d'una foglia di rosa. -- Tarsis! Tarsis! Un nuovo fremito corse allora la folla ebra e costernata quasi che la doglia del compagno superstite s'irradiasse in lei. S'udiva distinto, nell'alta quiete del vespero, approssimarsi il rombo del volatore infaticabile che girava la mèta. La sera su tutte le strade era come una sera di battaglia. L'apparizione ! , 1 ' , , 2 3 4 ' ! 5 6 - - - . - 7 8 , , 9 ' . , 10 ' ' . 11 , , 12 , 13 , ' , 14 ; , 15 , , 16 , ' 17 ' . ' 18 ? 19 ' 20 . 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