limiti del deserto! Passione del deserto, palpitazione visibile della
vampa su l'aridità commossa, odore elettrico dello spazio in attesa,
quando la grande aquila sola sui rossi torrioni del Khamsin valica in un
attimo il campo del più pronto sguardo umano e col fato della turbinosa
metropoli di sabbia e d'angoscia si dilegua per sempre!
-- -Alis non tarsis.-
I due compagni avevano vissuto, lunghi e lunghi giorni, assorti in
questi spettacoli e in un sogno d'avventure celesti. Tornati in patria,
s'erano messi con ardentissima pazienza all'impresa. Da principio
avevano costruito apparecchi semplici, veramente dedàlei, privi di forza
motrice, simili a quelli usati dai primi esperimentatori nelle prime
prove, non affidati se non alla resistenza dell'aria, non equilibrati se
non dalle inclinazioni istintive del corpo sospeso; e, per addestrarsi
al veleggio, avevano scelto nel Lazio il ripiano di Àrdea, la rupe di
tufo tagliata ad arte, l'arce italica di Turno nomata dal nome
dell'uccello altovolante. Qual posatoio più atto all'esperimento
periglioso? Tutto esprime la forza e la grandezza nella muraglia della
prisca città fondata da una schiera d'Argivi spinti alla spiaggia dal
vento di mezzodì. La valle dell'Incastro è una conca piena del medesimo
silenzio ch'empie i sepolcri cavi dei Rutuli primevi; la chiostra dei
monti, dagli aricini ai lanuvini, dagli albani ai veliterni, è come un
ciclo di miti impietrati; nell'epica luce sembrano vaporare gli spiriti
delle stirpi; i massi squadrati hanno per eterno cemento la parola di
Vergilio: -et nunc magnum manet Ardea nomen-.
I due compagni avevano quivi sentito, meglio che in qualunque altro
luogo della terra, come la morte sia un'operaia gioiosa.
Dopo prove e riprove, avevano compiuta una macchina leggera e potente la
cui ombra somigliava l'ombra dell'airone. E le era rimasto il bel nome
italico: Àrdea; e nel nome il proposito di volare sopra la nube.
Quella e un'altra eguale fremevano ora sotto le tettoie attigue
aspettando la volontà conduttrice.
-- Bisogna partire prima che il campo di slancio sia invaso dal pollame --
disse Paolo Tarsis, alludendo ai molti trabìccoli strepitosi che non
riescivano mai a distaccarsi dal suolo.
-- Sai -- disse Giulio Cambiaso ridendo -- sai che perfino il re negro dei
pugilatori Sam Mac Vea si propone di volare?
-- E il fantino O'Neil.
-- E il maratoneta Shrubb.
-- E il ciclista Mazan.
-- E il nuotatore Geo Read.
-- E il pattinatore De Koning.
-- E il giocatore di pelota basca Chiquito de Cambo!
Risero di quel forte riso unanime che tante volte aveva rallegrato le
soste all'addiaccio o sotto la tenda, di quel riso ch'essi non ridevano
con altri, essendo un modo della loro concordanza, una espressione duale
della fierezza sprezzante ond'essi giudicavano gli eventi e gli uomini.
Era già vivace in loro il sentimento sdegnoso della piccola aristocrazia
che s'andava formando dall'accozzaglia della novissima gente volatrice.
-- Hai veduto l'ornitoptero di Adolfo Pado?
-- E il multiplano di Guido Longhi?
Le tettoie nuove, dalle fronti dipinte alla maniera degli antichi
pavesi, custodivano i più diversi mostri artificiati con le materie più
diverse, coi più diversi ingegni. Per mezzo alle ampie tende di tela
agitate dal turbine delle eliche in prova, apparivano a quando a quando
le strane forme delle chimere senza bellezza e senza virtù partorite
dalla manìa pertinace o dalla presunzione ignara, condannate
irremissibilmente a sollevare la polvere e ad arare il suolo: ali
ricurve e aguzze costrette al remeggio con uno stridore di usci in
càrdini rugginosi; adunazioni di celle quadrangolari, simili a mucchi di
scatole senza fondo; lievi scafi oppressi da impalcature sovrapposte,
simili a fragili canghe; alberi giranti forniti d'una sorta di cilindri
cavi come i burattelli di stamigna nei frulloni dei fornai; lunghi fusi
ferrei con un gran cerchio a ogni estremità, fatto di cotonina
imbullettata su stecche, a simiglianza della ruota a pale nel mulino
natante; congegnature di aste e di vèntole in guisa di quegli arnesi
mobili che servono a ventilare le stanze nelle colonie torride;
difficilissimi intrichi di sartie, di traverse, di longherine, di tubi,
di stanghe, di spranghe; tutte le composizioni del legno, del metallo,
del tessuto intese all'impossibile volo.
E ciascuna macchina aveva in sé il suo fabro come il ragnatelo ha il suo
ragno, indissolubile. Sotto sopra le ali, tra due serbatoi a forma di
obice, dietro l'elica solitaria, addosso all'alveare del radiatore, ora
coperto ora scoperto, ora dominato ora dominante, l'uomo era prigione
del mostro da lui partorito. Taluno col gesto perpetuo dei dementi
manovrava una leva, volgendosi di continuo a osservare l'effetto; e
mostrava così or di fronte or di profilo una faccia barbuta di buono
astrologo, con due occhi sporgenti arrossati e gonfiati dall'insonnia o
dalla polvere o dalle lacrime. Altri, ben raso, rotondo, rubicondo
sorrideva a sé medesimo, tenendo i vasti piedi sul regolo, sicuro di
portare il suo adipe fino alle stelle. Altri, emaciato e illuminato come
gli asceti, pareva sedesse dinanzi al suo telaio ideale e continuasse a
tessere il suo sogno senza fine. Altri, testardo e cupo, covava il suo
furore contro il carcame inerte che aveva deluso una fatica decenne; e
sembrava inchiodato per sempre nel suo sedile e nel suo proposito: «Tu
non ti moverai, né io mi moverò». Altri era pallido e dolce come il
ferito su la barella, scotendo a quando a quando il capo scoraggiato.
Altri dalle arterie gonfie del collo taurino eruttava bestemmie tonanti
a riempiere le pause del motore affievolito. Di tettoia in tettoia il
tragico e il buffonesco si avvicendevano, come nelle corsie dei
manicomii. L'ombra monòcola di Zoroastro da Peretola si chinava a
commiserare con l'occhio di ciclope la pedonaglia starnazzante. Un
beffatore invisibile, con un crudele strascico di voce, gittava di
tratto in tratto il richiamo fatale: «Icaro! Icaro!» E allora lo
schiamazzo della folla impaziente si mutava in uno scroscio
d'inestinguibile riso.
-- Eppure -- disse Giulio Cambiaso -- questi Icarotti con troppe ali, che
son qui per tenere i piedi a pollaio, mi piacciono assai più di quei
mercenarii insaccati nei braconi alla lanzichenecca e camuffati con la
cervelliera di cuoio, che accendono a ogni momento la sigaretta della
temerità.
Erano costoro i pratici del volàno, vincitori di corse in circùito, che
consideravano il nuovo apparecchio come un veicolo alleggerito su tre
sole rotelle elastiche e munito di semplice o doppia velatura
intelaiata. In servizio dei fabbricanti d'uccelli artificiali, mettevano
a guadagno le ossa e l'ardire, avendo fiutato il favor popolare pel
nuovo gioco circense. Essi avevano già la loro divisa, la loro maniera,
il loro gergo, le loro millanterie, le loro ciurmerie, le loro cabale.
-- Che guardi, Paolo?
-- Nulla.
-- Ci sono oggi su le tribune più penne pennacchi piume e piumoline che
nel côm di Sandaleh o nella garzaia di Malalbergo. Comincia
l'emigrazione verso il recinto, con licenza dei commissarii.
-- Il vento gira. S'abbassa il quadrato rosso e monta il nero: da sette a
dieci metri. È issata la fiamma bianca.
-- Peccato che non abbiamo pensato a portar qui i nostri aironi
protettori nelle gabbie di papiro da sospendere alle travi delle
tettoie, per divertire dame e damigelle!
-- Diventi misogino?
-- Scherzo. Tuttavia c'è qualcosa di sinistro in certe sfingi che covano
l'enigma tra le latte di benzina e le brande dei meccanici.
-- Sei più severo di Dedalo, che fu tanto compiacente verso Pasife.
-- Saggezza del sottile Ateniese! Giusta assegnazione d'ufficio!
Costruendole la vacca infame, assegnò al toro quello d'intrattenerla. Ed
egli, che praticava il volo basso come Henry Farman, andò ad atterrarsi
in Sicilia, immune dalla panna figliale. Ammirabile esempio!
-- Vuoi ammonirmi?
-- Né anche per sogno. Hai guardato l'amica di Roger Nède? È una Cretese
escita or ora dal simulacro vaccino ed entrata in una spoglia serpentina
di «chez Callot».
Era spaventosa; quasi sempre in fondo alla tettoia rude come nell'ombra
d'un'alcova molle, visibile a traverso i fili d'acciaio, a traverso il
polverìo che il vento dell'elica sollevava dal suolo rossastro, fra gli
scoppii del motore in moto, fra le tuniche azzurre dei meccanici lucenti
di sudore e di olio, inguainata nella stretta gonna come nella pelle
della sua pelle, tutta distinta di particolarità squisite che
squisitamente vivevano su lei come le sue ciglia, come le sue unghie,
come la pelurie della sua nuca, come i lobi delle sue orecchie; liscia
odorante e lubrica, con una bocca dipinta ch'era dipinta dal rosso del
minio e forse di queste parole: «Dal cuore premuto dell'onta -- spremetti
la dolcezza del frutto -- ch'era mortifero, onde non resta -- se non la
semenza di morte». Simili a lei altre creature apparivano là dove gli
uomini s'apprestavano a giocare il gioco che poteva essere di fuoco e di
sangue, vive e artificiali, lascive e sfuggenti, ora prossime come
minacce, ora lontane come larve, simili a quella e simili tra loro nelle
maschere nelle attitudini nelle fogge, suscitando con le lor simiglianze
il sogno dell'enorme Vizio invisibile dalle cento visibili teste; ché le
loro teste coperte dai larghi cappelli sorgevano su i lunghi fòderi dei
corpi come su i lunghi colli della bestia di Lerna.
Ma altre tettoie erano cangiate in ginecei dalle donne legittime, dalle
floride figliuolanze, perfino dalle nutrici e dai pedagoghi. La famiglia
palpitante vigilava il portentoso uccello concepito nel suo seno,
asciugava le care gocciole della fronte geniale, si turava con le molte
mani i molti orecchi allo strepito prenunziatore del prodigio, contava
nel grembo l'oro imaginario del premio giusto, spingeva lo strumento
della nova felicità verso il campo dell'aratura, soffiava e risoffiava
le sue speranze nella viadana o nell'olona insensibile, poi respingeva
lo stupendo aratro nel ricovero, quivi deplorava l'inclemenza del cielo
e l'incostanza degli stantuffi.
-- Il vento gira. Quarta a ponente -- disse Paolo Tarsis. -- Soffia per
colpi; vuole attacco per attacco. Io parto. E tu?
Egli aveva riconosciuto di lontano il passo ondeggiante d'Isabella
Inghirami. E lo stringeva un'ansietà simile al terrore. E, senza
indagare la causa, voleva ancóra evitare come aveva fino allora evitato
l'incontro della sua amica col suo amico.
-- E tu, Giulio?
-- Sùbito dopo di te.
-- Hai mutata l'elica?
-- L'ho mutata.
-- Sei pronto?
-- Pronto.
-- A rivederci in alto.
-- Spero che ti raggiungerò.
Si strinsero la mano; e stavano per separarsi, andando ciascuno al suo
cómpito: che era di superare il compagno, tutti gli altri e sé stesso.
Ma Paolo Tarsis seguì l'emulo per qualche passo; lo salutò ancora una
volta.
Sembrava ch'egli volesse riempirsi il cuore di quel gran sentimento
virile, inebriarsi di quella pienezza, sentire il pregio di quel dono a
lui fatto dalla sorte robusta. Quasi tutte le amicizie umane sono
fondate su la ragion leonina; ove l'uno prende più di quel che dona,
l'altro fa atto d'offerta e d'abnegazione, si sottomette e si umilia,
imita e consente, è tiranneggiato e protetto. Ma la loro amicizia era
fatta di due stature eguali, di due pari potenze, di due libertà e di
due fedeltà indomabili. Ciascuno misurava dal valore dell'altro il suo
valore, riconosceva dalla tempra dell'altro la sua tempra, sapeva che il
più difficile posto poteva esser tenuto a vicenda e che il più crudo
avversario non poteva prevalere nella sostituzione. Quante volte l'uno
aveva vegliato sul sonno dell'altro, per turno, in notti d'insidie, con
le armi al fianco! E nulla più dolce e più grave di quella veglia, in
cui a volta a volta era parso dalle grandi costellazioni australi creato
pel dormente un destino più profondo.
Ora nell'occhio del compagno era una domanda assidua che non scendeva
alle labbra: «In quali mani sei per rimettere la tua vita? Da quali
unghie lucenti lascerai disfare la tua durezza?»
Egli l'aveva seguito, s'era indugiato per dare a quella domanda la sua
risposta: «Ti ricordi, tu di quel bùttero che per bravata, il giorno
della merca, nella tenuta dei Cesarini, da solo legava insieme le
quattro zampe al giovenco e lo sollevava da terra? Così io faccio della
bestia oscura che cresceva dentro di me e minacciava di soverchiarmi. La
lego e la sollevo, e poi la marchio per la sua servitù. E mi scrollo, e
li do la mano, e ce ne andiamo per la nostra conquista liberi». Ma il
compagno, oppresso da una improvvisa tristezza, non aveva voltato il
capo.
Giulio Cambiaso a traverso la cortina udiva la voce d'Isabella
Inghirami, ricca di toni di dissonanze di passaggi di sbalzi di
spezzature come un canto incantevole, ora bassa ora soprana, ora
infantile, quasi leziosa, ora maschia, quasi violenta, a volta a volta
squillante e roca, ineguale e ambigua come certe voci rotte dalla
conturbazione della pubertà: qualcosa di straordinariamente vivo ed
insolito, qualcosa d'inverosimile, che lo attirava e lo irritava a un
tempo. Egli stesso allora prese l'elica per le due pale e impresse il
moto. Il rombo fece tremare le tavole, agitò la cortina, sollevò la
polvere. Tra i lembi palpitanti apparve un volto bruno come l'oliva, e
si sporse. Il vento sconvolse le rose di seta sul cappello tessalico,
offese le lunghe ciglia che si chiusero su gli occhi chiari e
sbigottiti.
-- Si guardi, La prego, signorina! -- egli gridò, con un gesto brusco. --
Non rimanga là!
Vana non indietreggiò ma avanzò guizzando fra i lembi che garrivano.
-- C'è pericolo?
-- Se il legno dell'elica si rompe o si scheggia, la forza del più
piccolo frammento scagliato è incalcolabile.
Ella spalancò i grandi occhi pallidi come gli opali d'acqua. I meccanici
la guardavano, tenendo con le braccia nerastre e untuose le traverse
della fusoliera. Una striscia obliqua di sole, come già nelle aule
ducali di Mantova, penetrava per una fenditura della parete rivelando il
nervo d'un'ala, brillando nelle sàrtie d'acciaio, nei quattro metalli
del motore bianco giallo rosso bruno.
-- Può accadere? E se l'elica si rompe mentre si vola?
Ella aveva la voce un poco tremula; e le pareva che la paglia del suo
cappello inghirlandato risonasse come il bronzo d'una campana.
-- Preghi il Cielo che questo non m'accada mai -- rispose il timoniere
celeste.
Egli era come in un intervallo della realtà, dinanzi a quella creatura
quasi sconosciuta, in una condizione dello spirito simile
all'indeterminato ricordarsi.
-- La morte dunque è sempre là?
-- Là e dovunque.
-- Là più che dovunque.
-- È la compagna d'ogni gioco che valga la pena d'esser giocato.
-- È orribile.
A un tratto il motore s'arrestò; le pieghe della cortina ebbero pace; la
polvere decadde; i muscoli nelle braccia fosche s'allentarono; l'elica
divina non fu se non un'asse verticale dipinta di colore d'aria. Il
silenzio parve uccidere un grande essere fantastico che riempisse di sé
tutto lo spazio chiuso, una specie di grande angelo abbagliante che si
fosse dibattuto sotto le travi e abbattuto e spento in terra come un
cencio terreo. E la striscia di sole fu triste, come nella stanza
ducale; e apparvero le cose tristi ed eloquenti: le brande di ferro
chiuse, onde pendevano i lenzuoli gualciti, le coperte di lana bigia; le
rozze scarpe arrossate e polverose; i vecchi abiti appesi ai chiodi,
quasi afflosciati da una squallida stanchezza; e qua e là le scatole di
latta, i pezzi di carta, gli stracci, una catinella, una spugna, un
fiasco vuoto.
-- Sia prudente -- disse Vana abbassando la voce che tuttavia era tremula,
quasi supplichevole, d'una supplicazione inopportuna.
-- La prudenza non vale. Soli valgono l'istinto il coraggio e la sorte.
-- Il Suo amico....
Ella s'interruppe; poi riprese, rapida.
-- Il Suo amico Tarsis parte prima di Lei?
-- I meccanici trasportano già l'apparecchio sul campo di slancio.
-- È troppo ardito.
-- Non bisogna mai tremare per lui.
-- Perché?
-- Non si sa perché certi uomini nascano al pericolo, che li fa immuni.
-- Crede questo?
-- Certo.
-- Anche per sé?
-- Anche per me. A Madura, nell'ombra della pagoda di Vichnou, un
indovino dalla testa rasa, masticando le foglie chiare del betel, ci
presagì che, avendo vissuto della stessa vita, moriremo della stessa
morte.
-- Crede al presagio?
-- Certo.
-- E perché sorride?
-- Perché ora mi ricordo....
-- Di che si ricorda?
S'udiva giungere dagli steccati il clamore della moltitudine, ora
prossimo ora lontano. Il cavallo d'un cavalleggere nitrì. Il galoppo
d'una pattuglia risonò sordamente su la brughiera.
-- Giovanni, è pieno? -- domandò Giulio Cambiaso all'uomo che versava
l'essenza nel serbatoio.
Aveva quasi forzata la sua attenzione verso quella realtà, come per
vincere l'indefinibile sentimento di assenza e di distanza ond'era
occupata la profondità della sua vita. Egli rivedeva le chiostre della
pagoda, le piscine gremite di torsi ignudi e di teste rase, il popolo
d'iddii di dèmoni di nimostri scolpito nelle lunghe logge cupe, nei
tabernacoli nelle nicchie nei pilastri, lordato dagli escrementi dei
pipistrelli innumerevoli. Riudiva il mugghio dei buoi, il barrito degli
elefanti che s'inginocchiavano nel loro fimo.
-- Manca poco -- rispose l'uomo, estraendo la piccola canna introdotta nel
fóro del serbatoio per misurare la quantità.
-- Sia pieno, fino al tappo.
L'uomo, ritto sopra una capra, col volto lucido di sudore, riprese a
versare pianamente l'essenza dal vaso cubico nell'imbuto avvolto in un
filtro di tela giallastra. Come la striscia di sole passava a
quell'altezza, si vedeva il liquido colare tra le dita ferme luccicando.
-- Di che si ricorda? Dica! -- soggiunse Vana con timida insistenza,
arrossendo lievemente sotto il cappello tessalico.
-- Mi ricordo che, mentre l'indovino proferiva il presagio profumato dal
gengivario, una giovane Indiana dalle pastoie d'argento era presso il
banco di un mercante; e si volse verso di noi.
Egli affisava in lei uno sguardo di sogno, un sorriso smarrito.
-- Olivigna, se bene lisciata con la radice della curcuma, aveva quella
purità di lineamenti che è propria delle più delicate miniature
indo-persiane dove la Bella s'inchina a bevere l'anima della rosa mentre
passa il Cavaliere in drappi d'oro sul palafreno di color cilestrino
balzano da tre. Come Le somigliava!
-- Oh no!
-- Se chiudo gli occhi, la rivedo viva. Se li apro, la rivedo più viva.
-- Oh no!
-- Oggi è senza gioielli; allora n'era carica, per la festa sacra.
Comperava dal mercante il croco purpureo, la mandorla dell'areca ridotta
in polvere, la ghirlanda di rose gialle.
-- Oh no! Quelle che porto?
Ne aveva d'arida seta intorno al cappello, di fresco roseto alla
cintura.
-- Quelle. Ma erano per l'offerta, erano per gli idoli. Udimmo il
tintinno dei cerchi d'argento alle caviglie, quando si mosse per andare
verso le due grandi statue levigate di diorite già mezzo sepolte sotto i
fiori. Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che
riflettevano i suoi piedi nudi. Lesto mi chinai per raccoglierla, ma la
devota fu più lesta di me.
-- Eccola -- disse Vana spiccando una rosa gialla dalla sua cintola
azzurra come l'oltramarino smortito nei fondi delle lunette sacre.
E la porse all'evocatore. E si stupì che quella parola e quel gesto si
fossero partiti dallo spirito misterioso ond'era piena, da un indicibile
spirito di ricordanza e di ritornanza suscitato senza causa. Ma quando
vide la sua rosa all'occhiello di quell'uomo quasi sconosciuto, voleva
soggiungere: «No, no! Ho fatto per gioco; non so perché l'ho fatto. Me
la renda. La getti. Sono una piccola sciocca».
E tuttavia si piaceva e s'indugiava nella finzione; come sua sorella,
come ogni donna viva, si piaceva d'entrare e d'intrattenersi in un
simulacro insolito di sé, in una forma imaginaria di esistenza. Per
prolungare l'incanto voleva soggiungere: «E poi? Dove andò l'Indiana
dalle pastoie d'argento, ch'era fine come le miniature? che fece del suo
croco, della sua polvere, della sua ghirlanda?» Ella sentiva il colore
olivigno del suo proprio volto, la linea ovale della sua propria
finezza; imaginava il freddo delle lastre polite sotto le piante dei
suoi piedi nudi; intravedeva qualcosa di vago, come una speranza e una
paura senza oggetto, come un evento senza tempo, come una enormità
nascosta che somigliava quegli enormi idoli di pietra nascosti dai
fiori. Né meno fantastica le pareva la sua presenza tra le cose
presenti. Prima di guizzare tra i lembi della cortina, la sua figura era
forse più dissimile da quella alzata presso il banco del mercante nella
pagoda di Vichnou che da quella alzata presso il congegno dedàleo nella
tettoia piena di rombo?
I suoi pensieri si sfogliavano sul suo cuore come si sfogliava lungo le
pieghe della sua gonna la rosa vicina dell'altra ch'ella aveva colta
dalla cintola col gesto inconsiderato. «È possibile che anch'io me ne
ricordi? Si sogna sempre. Perché sono qui? Anche questo è sogno.
Isabella mi cerca, Aldo mi cerca. Sono stata presa nel vento dell'elica
come una festuca. Nessuno m'ha vista. Ah, mi so nascondere da voi. Sono
lontana, sono lontana! Un grande amore improvviso? Qualche volta l'amore
si parte dall'estremità della terra, a piedi nudi, per portare una rosa.
È il fratello di Paolo. Ha i denti piccoli e puri come quelli d'un
bimbo. Non voglio più piangere. Mi potrei consolare? Qualche volta nasce
un soffio e ci porta il nostro vero destino. Che direbbe Paolo? e
Isabella? Ci sarà una pena anche per loro. Forse già m'ama. Sono
sciocca. Ma come tutto questo sarebbe strano! Ora parte, ora vola, ora
se ne va nell'aria, se ne va con la mia rosa gialla nel cielo; la rosa
si sfoglia, le foglie cadono, chi sa dove; e tutto finisce, tutto è
dimenticato. Un giorno riceverò un libro di miniature.... Ah, forse
Paolo è già partito. Non bisogna temere per lui. Perché? Moriranno della
stessa morte! Non è dolce Paolo per Isabella in questi giorni, oh no.
Che m'importa? Che mi giova? Non voglio più sapere, non voglio più
vedere. Ha gli occhi lionati. Che penserà di me? Sono venuta da Madura,
con l'indovino che mastica le foglie di betel.... Ah, non è vero. Il mio
cuore non è qui. Per andarmene, gli stringerò la mano? Dopo, mi
cercherà? Mi vorrà rivedere? La luce mi fa male, la folla mi fa male.
Potrei rimaner qui, sedermi su una di quelle brande per aspettarlo, con
un libro di miniature.... Vanina vana, piccola Indiana impastoiata!»
Così i suoi pensieri lievi si sfogliavano sul suo cuore; ma dentro
persisteva l'inquietudine cruda come un'angoscia, che l'aveva spinta in
quel luogo ignoto come in un rifugio. «Ah, mi so nascondere da voi. Sono
lontana, sono lontana!» Ella era separata dai suoi carnefici; sfuggiva
alle tratte della tortura; riprendeva respiro in una specie di aura
fortunosa che forse era per trarla più lungi ancóra. E tra la sua pena e
la sua maraviglia, tra la sua paura e la sua speranza, tra il suo
ricordo e il suo presentimento s'insinuava una specie di piacere
vendicativo quando ella vedeva negli occhi lionati accendersi un
bagliore di fosforo e brillare i piccoli denti bianchi nel fulvo della
barba simile al rame dorato che si sdora. E soltanto quel piacere era
certo, ché tutto il resto era confuso. Ed ella sentiva in sé la sua
giovinezza come una immortalità.
-- Una rosa perduta, una rosa ritrovata! Chi La manda a me? Veramente
viene di Madura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un
fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio
destino. Lo porterò in alto, in alto. Le prometto che lo porterò oggi a
un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi.
-- Oh no!
-- Non me l'offre per questo? Non per questo la Sua cintura è azzurra?
Dal minimo cerchio al massimo cerchio dello stesso colore.
Egli era animato da una ebrezza inconsueta, e da un sorriso ammirabile
che temperava la sua energia e la sua malinconia. Sembrava che
l'apparizione improvvisa di quella creatura sognata e sognante
risvegliasse in lui una musica di gloria onde il mondo sorgeva splendido
fervido libero come non mai. La sua diffidenza e il suo dispregio lo
abbandonavano. Tutta la sua anima era avvolta intorno a una nuova
fatalità e n'era rischiarata ma la nascondeva, come un velo ricco
intorno a una lampada notturna. Qual genio aveva condotto verso di lui
quella creatura ch'era la sorella della donna che il suo amico amava? in
virtù di quale armonia segreta?
-- Pronti pel campo! -- comandò egli ai suoi uomini, e assicurò la rosa a
sommo del suo petto.
Il grande angelo abbagliante si dibatteva ancora sotto le travi? La
tettoia era in quel punto piena di turbine e di fragore; ché l'elica
aveva ripreso i suoi giri, non più legno visibile ma astro d'aria
nell'aria. E i meccanici ne provavano la forza, avendo legato la
fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un palo; e
il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Àrdea prigioniera
fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la
freccia dell'indice.
-- Pronti -- rispose al comando una voce fedele.
E l'elica s'arrestò; l'Àrdea fu sciolta, cessato il battito del suo
cuore settemplice. Afferrandola per le traverse del corpo e per le
cèntine delle ali, gli uomini si accinsero a spingerla verso il campo di
slancio. Le tende scorrevoli si aprirono; una opulenta luce bionda fluì,
come venuta dall'oro delle più lontane mèssi italiche. Un cumulo di nubi
apparve, alpe ariosa d'ambra e di neve. Il clamore della moltitudine
dava il fiotto marino alla pianura selvaggia. Un uomo era nel cielo,
fragile e invitto, con tutto il busto emergente dal dosso dell'airone,
disegnato contro la vasta bianchezza. Primi i due occhi chiari lo
riconobbero.
Come l'aquila nella valle arenosa non balza a volo ma parte con rapido
passo, corre accompagnando la corsa con un crescente fremito di penne,
si separa dalla sua propria ombra salendo con debole erta, alfine si
libra su la vastità dell'ali rimontando il filo del vento: prima gli
artigli segnano impronte profonde, dopo a grado a grado più lievi,
sinché sembrano appena scalfire la sabbia, e l'ultima traccia è
invisibile: così la macchina su le sue tre ruote leggère correndo nel
fumo azzurrigno, quasi che l'erbe secche della brughiera le ardessero
sotto, lasciava la terra.
Rapidamente s'inalzò. Alla manovra del timone d'altura beccheggiò
fuggendo i mulinelli che sorgevano dal calore del suolo per aggirarla in
piccole volute. Affrontò il vento; e aveva l'oscillazione del gabbiano
quando rimonta, simile a quella dell'acrobata su la corda tesa.
S'inchinò verso la prima mèta nella virata, si raddrizzò; diritta e
veloce a saetta percorse la linea verde della pioppaia di Ghedi;
sorpassò i casali, contrastando ai rìfoli, orzeggiando di continuo;
entrò nel riverbero candido delle nuvole, fu bella come la figura del
dio solare di Edfu, come l'emblema sospeso su le porte dei templi
egizii, tutt'ala.
Giulio Cambiaso non aveva mai sentita così piena la concordanza fra la
sua macchina e il suo scheletro, fra la sua volontà addestrata e quella
forza congegnata, tra il suo moto istintivo e quel moto meccanico. Dalla
pala dell'elica al taglio del governale, tutta la membratura volante gli
era come un prolungamento e un ampliamento della sua stessa vita. Quando
si curvava su la leva a manovrare contro un colpo un salto un buffo,
quando inchinava il corpo verso l'interno del circolo nel veleggio
roteante per muovere con la pressione dell'anca il congegno inteso a
inflettere la velatura estrema, quando nell'andare all'orza manteneva
l'equilibrio con un bilanciamento infallibile intorno al centro di
stabilità e trovava a volta a volta il modo di trasporre l'asse del
volo, egli credeva esser congiunto ai suoi due bianchi trapezii con
nessi vivi come i muscoli pettorali degli avvoltoi che avea veduto
piombarsi dalle rocce del Mokattam o aggirarsi su l'acquitrino di Sakha.
«Fratello, fratello, siamo solitarii, siamo liberi, siamo lontani dalla
terra tormentosa!» pensava Paolo Tarsis che, avendo già compiuto il
primo giro, veniva sopravvento al suo compagno per raggiungerlo. «Non
voglio più esser triste, non voglio più divorarmi il cuore, non voglio
più nasconderti il mio supplizio. Ho bisogno di chiamarti, di gittarti
il mio grido, di riudire la tua voce nel volo. Se tu vinci, io vinco. Se
io vinco, tu vinci. Com'è virile il cielo, oggi!»
Egli lasciava dietro di sé la turbolenza della sua passione, il riso
agitante d'Isabella, lo sguardo febrile e ostile dell'adolescente, la
vanità delle amiche, la stupidità degli accompagnatori, tutto quello
stuolo intruso che l'aveva assalito e oppresso. Ritrovava il suo
silenzio, il suo deserto, il suo cómpito.
-- Àrdea!
Mille e mille voci conclamavano il bel nome laziale. Dalle tribune,
dagli steccati, dai carri fermi su la strada di Calvisano, su la strada
di Montichiari, su i crocicchi delle strade candide, dai grappoli umani
appesi agli alberi di confine, dai mucchi nereggianti su i colmigni
delle cascine, dall'immensa moltitudine di fronti alzate verso le vie
divine, dall'innumerabile meraviglia saliva il clamore come un tuono o
come un fiotto intermessi.
-- Àrdea!
Paolo Tarsis raggiungeva il compagno, gli passava a portata di voce, era
preso nel vortice dell'elica gemella, sbandava, rullava, guizzava fuor
della rotta, scivolava con la velocità del vespiere, piombava a un
tratto come l'astore, risaliva quasi verticalmente come il germano,
mostrava contro il fulgore le nervature delle sue tele, virava intorno
all'asta della mèta così stretto da radere con l'ala inflessa la punta
della fiamma ondeggiante. Egli aveva gittato verso il compagno il grido
di riconoscimento e di allarme, consueto a entrambi nelle scorrerie
nelle cacce nei bivacchi. Gli era giunto? La risposta s'era perduta nel
rombo?
-- Àrdea!
La folla iterava il clamore inebriandosi a quel gioco grazioso e
terribile, a quella gara di eleganza e di ardire, a quella disfida
allegra tra due volatori della medesima specie. In un golfo ceruleo
lunato tra cumuli d'ambra, apparvero entrambi inseguendosi come due
cicogne prima della cova librate su le lunghe ali rettilinee; poi si
persero bianchi nella vasta bianchezza. E, suscitati dall'esempio, altri
si lanciarono, altri si levarono, s'inseguirono. Tutte le tettoie
rombarono e soffiarono, gonfie di procella come le case di Eolo.
Trascinati a braccia sul campo, trattenuti dalle braccia muscolose,
rapiti infine dall'astro violento dell'elica, i velìvoli partivano l'un
dopo l'altro a conquistare il cielo magnifico, taluni giallicci come i
capovaccai, taluni rossastri come i fiamminghi, taluni cinerognoli come
le gru. Scoccavano come i silvani, volteggiavano come i rapaci,
strisciavano come le gralle. Nello strepito imitavano da lungi
l'applauso come i colombi, il tintinno come i cigni, la raffica come le
aquile. Tutte le forze del sogno gonfiavano il cuore dei Terrestri
rivolti all'Assunzione dell'Uomo. L'anima immensa aveva valicato il
secolo, accelerato il tempo, profondato la vista nel futuro, inaugurato
la novissima età. Il cielo era divenuto il suo terzo regno, non conquiso
col travaglio dei macigni titanici ma col fulmine fatto schiavo.
E il cielo viveva come la moltitudine, come quella ebro di maraviglia e
di gioia, di superbia e di terrore, di violenza e d'infinito. Era uno di
quei sublimi cieli d'Italia che rinnovano in un'ora le trasfigurazioni
secolari degli artefici operate nelle volte dei palagi e nelle cupole
dei templi, creano e distruggono tutte le imagini della grandezza,
conciliano l'argentea voluttà del Veronese e la terribilità pietrosa del
Buonarroto. Le nuvole erano un'architettura e una stirpe, una materia
foggiata dallo statuario e dal fìgulo, una gerarchia di angeli, una
genia di mostri, un paradiso di fiori. Sorgevano dai monti, si
adeguavano alle colline, si laceravano alle cime dei pioppi. Simili a
trombe d'acqua lattescente, vibravano di luce in sommo come le sensitive
trasparenze degli esseri marini abitate dall'inquietudine di un fuoco
spirtale. Simili alla carne giunonia nel punto della metamorfosi che
ingannò il Lapite reso folle dal nettare, s'irradiavano d'un sangue
improvviso; poi sùbito si coprivano di macchie smorticce come le squame
caduche dalla pelle infetta di lebbra. Simili a un'argilla diafana sul
tagliere d'un vasaio che la foggiasse con dita invisibili, prendevano la
forma dell'urna; e un'ansa nasceva dal fianco, docile s'incurvava
appiccandosi al labbro, nel vano includeva l'azzurro, e tutto lo sparso
azzurro intorno non era come quel poco. Altre simigliavano altre figure
altre creature altre favole altre arti. Il mondo dei miti e dei sogni
rioccupava la cavità del cielo, evocato dal nuovo sogno e dal nuovo
mito.
Allora fu visto uno dei grandi uccelli dedàlei inchinarsi verso terra,
risollevarsi, sbandare, nella virata bassa urtare contro il suolo,
restare immobile su l'ala infranta con alzata l'ala intatta senza il
battito dell'agonia, esanime avanzo di vergelle e di canape, lordo di
olio nero. L'uomo balzò dai rottami, si scrollò, guardò la sua mano
sanguinante, e sorrise.
Allora fu visto un altro velìvolo, come quei rapaci notturni che
abbarbagliati dal sole cozzano contro l'ostacolo e tramortiscono,
precipitarsi contro lo steccato, abbatterlo per un lungo tratto fra alte
strida, capovolgersi con tutte le tele lacere, tutti i nervi recisi,
tutte le ossature stronche, silenzioso dopo lo stroscio in un cerchio
d'orrore, muto sfasciume sul suo cuore di metallo ancor caldo e fumante.
La folla sbigottita e avida fiutò il cadavere, non apparendo dell'uomo
se non le gambe prese nei fili d'acciaio aggrovigliati. Ma quegli fu
tratto dall'intrico, fu dissepolto, fu rimesso in piedi. Pallidissimo,
vacillò, si ripiegò, mozzò tra i denti il ruggito dello spasimo, sotto
le dita che lo palpavano. Aveva il femore in frantumi. Due soldati lo
trasportarono sopra una delle tavole abbattute dal cozzo, supino con gli
occhi verso le nubi. L'ombra d'un volo vittorioso passò su la sua
disperazione.
Allora fu visto di sùbito apprendersi ad altre ali il fuoco senza
colore, che non appariva nel giorno se non pel rapido annerirsi e
involarsi della tela su per le nervature di faggio e di frassino già
crepitanti come sermenti. Divampava nella rapidità l'incendio,
scoppiando le fiamme dalle valvole semiaperte. Come una grande falarica
avvolta di stracci intrisi in olio incendiario, scagliata dalla corda
della balista, l'ordegno percosse la terra con tale impeto che vi
s'addentrò. Esplose nell'urto il serbatoio inondando la carcassa
schiantata e l'uomo vivo. La fusoliera ardeva come un brulotto. Nella
coda simile alla cocca del quadrello, erette le timoniere stridivano.
E allora fu visto l'uomo vivo avviluppato dal fuoco senza colore
rotolarsi su l'erbe arsicce con una furia così selvaggia che il suo
cranio dirompeva il suolo friabile. La folla urlò, presa alle viscere
non dalla pietà pel morituro ma dalla frenesia del giuoco mortale. Un
altro uomo, che volava nella nube, con un colpo temerario del timone
d'altura calò giù a piombo come l'avvoltoio sul pasto; a poche braccia
da terra si librò seguendo lo strazio dell'affocato che ancóra
s'avvolgeva sopra sé stesso invincibilmente; si sporse alquanto per
riconoscerlo; lo guardò spento arrestarsi; rapido s'impennò, risalì per
l'aria, s'inazzurrò nell'ombra, si dorò nel sole, continuò la sua rotta.
Lo raggiunse l'urlo della folla in delirio.
-- Tarsis! Tarsis!
Il soffocatore della vampa era sorto in piedi, nericcio, fumido, oleoso,
coi capelli strinati, con le vesti incarbonite, con le mani cotte,
atrocemente vivo. A duecento metri da lui, del suo ordegno distrutto non
rimaneva se non il motore arroventato fra i tubi contorti e divelti.
Egli guardò le sue mani che avevano strozzato il fuoco ribelle.
Un delirio crudele venò di rosso i mille e mille e mille occhi levati
verso il convesso circo celeste. La cruenta gioia circense rifluì nei
precordii ansiosi. Un sùbito aumento di vita estuò sotto l'imminenza
della morte. Le ali dell'uomo parvero non più fendere il cielo
insensibile ma l'anima oceanica della specie, gonfiata come una marea
sino alla linea del più alto volo. Gli elementi asserviti, le forze
naturali sottomesse, le divinità constrette erano pronti sempre a
insorgere per lacerare, per annientare il fragile tiranno, come quelle
belve prigioni che si scagliano contro il domatore se a pena egli batta
le palpebre o distolga la punta dello sguardo. La lotta era incessante,
il pericolo era onnipresente. Come l'Ortìa sanguinaria dell'antica
Tauride, l'Ignoto non stava assiso ma ritto in piedi su l'ara esigendo i
sacrifizii umani. Le vittime osavano guardarlo con pupille inflessibili,
fino al limite del Buio. Che erano mai al paragone i giuochi
dell'anfiteatro? L'uomo non più andava alle fiere nell'arena angusta, ma
alle macchine micidiali su le vie della terra del mare e del cielo; e il
pollice riverso era di continuo sopra lui. Un'ombra tragica e una luce
tragica a volta a volta oscuravano e irraggiavano lo spazio.
-- Tarsis! Tarsis!
L'Àrdea continuava la sua rotta, girava le mète nel decimoquinto giro.
Il Latino era per ritogliere il primato al Barbaro. Nella calca efimera
e indistinta le radici eterne della stirpe fremettero. Tutti i cuori
furono alati per sostenere il volo eroico. Tutte le gole riverse
gittarono al prode il suo nome come un soffio sonante che incitasse la
rapidità. Gli comandarono di vincere.
-- Tarsis!
Egli sosteneva il volo con la sua pazienza, incitava la rapidità con la
sua febbre. A quando a quando, contro la nuvola o contro l'azzurro, il
suo busto emergente appariva proteso come per l'istinto di acuirsi, di
sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del fuso e del
dardo. E gli occhi più perspicaci o i meglio armati scorgevano il suo
capo scoperto, a cui il vento aveva rapito il camaglio; scorgevano il
suo viso affilato, onde pareva esalarsi l'ardore dello sforzo come di
fra le alette dei cilindri il calore dell'attrito, quel viso fatto quasi
di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto
i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei
muscoli palesi.
-- Tarsis!
Egli era omai solo. Il cielo ridiveniva deserto. Qua e là sul campo i
velìvoli s'atterravano: si posavano come migratori affaticati, cadevano
sul fianco o sul rostro come falchi feriti. Una luce fulva, lo splendore
distante delle biade mature, si spandeva su la brughiera selvaggia.
L'abete degli steccati brillava come oro forbitissimo. Le mura delle
cascine, le facce delle chiese e delle ville, i culmini dei campanili e
delle torri in lontananza ardevano. Le ombre delle mète, delle travi,
delle antenne s'allungavano.
Egli era solo: non vedeva più nulla, se non l'astro vorticoso
dell'elica; non udiva più nulla. se non il palpito eguale del motore, la
settupla consonanza. -- Dov'era il suo compagno? che gli era accaduto?
quale cagione l'aveva costretto a discendere? -- Percepì una pausa in un
cilindro, un'altra pausa in un altro, poi più pause intermesse; e il
cuore gli si serrò, e gli parve di farsi esangue come se le sue arterie
si vuotassero nei tubi metallici. -- La sorte lo tradiva d'improvviso? --
Orzò di punta, contro un rìfolo; manovrò di gran forza, radendo contro
strettamente quanto più poteva; girò la mèta penultima virando a pochi
pollici dal pennone; di tutta la sua volontà fece un dardo inflessibile,
fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro, tutto ferro
asta punta e cocca; tracciò con l'animo sino al traguardo una linea più
diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia.
Quando l'animo che aveva trapassato i sensi rientrò nel cuore, egli potè
udire con l'orecchio pacato il lavoro dei cilindri ridivenuto unisono,
il palpito energico ed esatto. Per istinto, come se il suo compagno
fosse là, modulò la voce gutturale ch'era il segno del contento nel loro
gergo bizzarro di tenda e di ventura appreso dalle bestie domesticate e
dai linguaggi barbarici. Rise in sé solo, pensando come in quel punto
dovesse agitarsi l'enorme pomo d'Adamo su e giù nella gola secca di John
Howland. Gli tornò nella memoria lo strano riso dell'ornitologo amico
degli avvoltoi, simile a quel rumore di tabella che fanno col becco le
cicogne: «-Alis non tarsis-». Vagò per pensieri involontarii e informi,
come se d'un tratto la sua attenzione si fosse dispersa, come se
l'evento avesse perduto ogni valore. Poi ebbe il petto traversato
dall'imagine d'Isabella: rivide il viso di fàscino e di periglio sotto
la larga falda ornata dell'airone bianco a lunghe piume tremule, rivide
il gioco dei ginocchi nella gonna cinerina che con l'arte di due pieghe
inesplicabili imitava due ali chiuse. Fu pieno d'ebrezza e di vendetta.
Ancóra un giorno d'attesa!
Subitamente l'intervallo si chiuse; il nucleo della forza si ricompose.
Di nuovo egli sentì che le sue vertebre armavano tutto il congegno e che
l'ossatura delle ali simile all'omero tubulare dell'uccello era
penetrata dall'aria stessa dei suoi polmoni. Di nuovo gli si creò nei
sensi l'illusione di essere non un uomo in una macchina ma un sol corpo
e un solo equilibrio. Una novità incredibile accompagnò tutti i suoi
moti. Egli volò su la sua gioia. Una intera stirpe fu nuova e gioiosa in
lui.
-- Àrdea! Tarsis!
Scorse issato su l'albero dei segnali il disco che segnava la sua
vittoria. Udì salire il fiotto marino. Guardò: intravide la massa grigia
della folla, pallida di facce, irta di mani. Se bene volasse a calata
per girare la mèta, gli parve di alzarsi vertiginosamente per superare
un culmine immobile. S'inchinò, virò, passò, in un tuono di trionfo, in
uno sprazzo di fulgori, bianco e lieve, sfavillante di rame e d'acciaio,
sonante di fremito, messaggero della più vasta vita.
Allora, mentre il vittorioso proseguiva la sua rotta per superare la sua
vittoria così che ogni speranza di rivincita nel vinto fosse vana, su
l'albero dei segnali apparvero i due triangoli neri che nominavano
Giulio Cambiaso, e il quadro bipartito bianco e rosso che indicava la
gara del più alto volo.
Durava tuttavia nella moltitudine la violenta fluttuazione che succede
alla tempesta. Nell'anima immensa ferveva e luceva il solco eroico
lasciato da colui ch'era scomparso anche una volta tra ombra e luce per
cercar di porre ancor più lontano la sua erma nell'intentato. L'ansia
era ancóra aspettante. L'annunzio della nuova prova era una promessa
magnifica e tremenda sospesa nel vespero. Quando il compagno di Paolo
Tarsis montò su l'Àrdea per partire, ogni tumulto cadde. L'elica rombò
nel silenzio.
«La rosa di Madura, la rosa ritrovata! È la prima volta che porto un
fiore nel cielo. Dove sarà la piccola Indiana olivigna? Forse mi guarda,
forse ha paura, forse la sua dolce anima trema nella sua cintola
azzurra, sotto il cappello inghirlandato. Che strana visita! La rivedrò
quando sarò disceso? la incontrerò più tardi? Paolo troverà ancóra un
pretesto per tenermi lontano.... La rosa gialla di Madura! La porterò in
alto, in alto».
Il polo del cielo era sgombro, in forma di orbe, come veduto dall'arena
di un anfiteatro, cupola incurvata su l'ordine dei pilastri e degli
archi. I portici colossali delle nubi lo sostenevano, domato l'incendio.
Uno spirito misterioso inspirava le figure informi che su i fastigi
s'allungavano s'inchinavano si rovesciavano come la Notte e l'Aurora su
i sepolcri medicei, come nel volume della Sistina i Profeti e le
Sibille. Sparivano la città di legno e le sue piccole cose, ma le grandi
s'ingrandivano con l'ombra e con l'ansia. Ora la Nike su la colonna
romana era grandissima.
«La porterò a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le
nubi». E l'Àrdea girò con largo giro intorno al bronzo verde. L'ala
rettilinea fu bella come l'ala solare consacrata dal culto egizio. Il
popolo, che aveva tratto la dea sul carro e ridato al vento il peplo
dorico, sentì la duplice bellezza e gridò la prima sillaba dell'inno
senza lira. Incominciava per lui un'atroce gioia.
A onde, a cerchi l'Àrdea saliva. D'onda in onda, di cerchio in cerchio
il rombo si faceva più fievole; d'attimo in attimo perdeva ogni
violenza: fu come il battito della maciulla su l'aia, fu come il ronzio
d'uno sciame nell'arnie, fu come i rumori agresti che cullano i sogni,
fu come i canti che lontanano, come i canti che lontanando aprono
l'infinito della tristezza e del desiderio; parve inazzurrarsi come la
macchina, come l'uomo; s'ammutolì, non fu più nulla; non poté più essere
udito se non da quel solo.
La folla era protesa in ascolto, con l'anima nelle pupille, trattenendo
il respiro. E la diminuzione graduale del suono creava in lei un
sentimento della lontananza così profondo che la sua vista n'era illusa.
L'uomo sembrava già assunto in un'altezza incalcolabile, interamente
disgiunto dalla sua specie, solo come nessuno mai fu solo, fragile come
nessuno mai fu fragile, di là dalla vita come il trapassato. Lo spavento
dell'ignoto incavò tutti i petti.
«Non più! Non più!» diceva lo spavento. «Ancóra! Ancóra!» diceva lo
spasimo avido d'un altro spasimo.
«Non più! Sei già troppo alto. Dài la vertigine».
«Ancóra! Sali! Tocca almeno l'orlo di quella nube».
«Non più! Un soffio può ucciderti, un nulla: un filo che si spezza, una
scintilla che s'interrompe».
«Ancóra! Non cedere! Dove tu sei, fu già un altro uomo. Bisogna che tu
superi il punto, che tu conquisti un cielo nuovo».
«Non più! Ecco, precipiti».
«Ancóra! La morte ti ammira».
E un urlo di tutti i petti ventò verso l'intrepido; ché su l'albero
attrezzato biancheggiava il segno di gloria. L'Àrdea fendeva un cielo
nuovo.
«Non più! Hai vinto».
«Ancóra! Stravinci».
Lo spasimo della folla era come la pulsazione incessante d'una febbre
unanime, che si comunicasse all'aria insensibile e giungesse fino a
quell'ali d'uomo. L'unanimità sublime e selvaggia era come un elemento
che si mescesse all'elemento e ne alterasse la natura e ne facesse come
un modo di vita inopinato. Il cielo fu come un destino imminente.
«Ancóra! Ancóra!»
Pareva che la legge delusa non potesse più esser vendicata, che di là
dal limite il pericolo fosse scomparso, che per eccesso d'ardire l'uomo
divenisse immune e impune. Omai l'ordegno non era se non una freccia
sospesa per incanto nel cielo impallidito. L'attimo era eterno. Nessuna
parola poteva esser detta. La moltitudine respirava nella favola come se
là, dove s'affisavano le miriadi delle sue pupille, fosse per
risplendere una nuova costellazione.
-- Discende! Discende!
Il fascino fu rotto. Fu detta quella parola, prima a bassa voce poi con
clamore ineguale.
-- Discende!
Si vedeva la freccia ingrandirsi, rapidamente ridivenire congegno alato.
Qualcosa di lucido e d'opaco, a volta a volta luccichìo lieve ed ombra
indistinta, solcava l'aria sott'essa. Forse tal fu la prima penna caduta
dall'òmero d'Icaro sul mare.
Una voce di terrore gridò:
-- L'elica! Una pala dell'elica!
E il terrore si propagò per tutta la folla, non da voce a voce ma da
carne a carne. Come si scolorava la nube, la folla si scolorò,
irriconoscibile: un solo pallore occhiuto, col bianco d'innumerevoli
occhi nelle orbite sbarrate, fiso alla sorte dell'uomo.
-- Cade!
Le voci, i rumori avevano un innaturale rimbombo, non nell'aria ma
nell'anima.
-- Cade! Cade!
E nessuno più gridò, nessuno più respirò. Tutta quell'umana angoscia
ebbe una sola faccia convulsa, un solo sguardo seguace: vide le ali
dell'uomo oscillare, inchinarsi dall'una all'altra banda come in un
rullìo folle; vide ai colpi del timone la lunga fusoliera impennarsi,
beccheggiare, per alcuni attimi adeguare i piani nella librazione della
discesa, dare in un baleno la speranza della salvezza, poi d'improvviso
precipitare innanzi, senza più sostegno piombare con la velocità del
peso morto, urtare la terra con uno schianto che nel silenzio cavo
dell'anima parve un tuono.
Grido non partì, gesto non si levò. Per alcuni attimi, tutto fu immoto,
tutto somigliò a quel fascio di tele e di verghe, a quel mucchio
biancastro, a quel gran lenzuolo funerario, che distava dieci passi
dalla base della colonna romana. Non la luce del vespero ma la luce
dell'evento rischiarava le genti e le cose. La pianura ebbe un aspetto
oceanico, le nubi furono come un ciclo di mondi, il cielo fu come il
diamante impenetrabile. Il dominio delle forze eterne fu restituito.
Poi s'udì il galoppo dei cavalli accorrenti. Poi di sopra gli steccati
la folla si rovesciò sul campo, avida di vedere il sangue, di guardare
la carne lacera. Poi, su la folla che già ridivenuta selvaggia
s'incalzava e si batteva per lo spettacolo atroce, stettero la colonna e
la statua solitarie, due creature immortali dell'artefice efimero, che
armavano di bellezza l'orgoglio invitto dell'uomo. Le ali di bronzo
testimoniarono per le ali di lino.
-- È morto? Respira? È schiacciato? Ha il cranio aperto? stronche le
gambe? rotta la schiena?
Le domande lugubri comunicavano l'orrore agognato. Respinta dai
cavalleggeri la folla ondeggiava, tumultuava. Le bestie crinite
scalpitavano, sbuffavano, col sudore su i fianchi, con la schiuma nei
freni. Per vedere, i più avidi si chinavano sotto le pance dei cavalli,
s'insinuavano tra le groppe, restavano stretti fra sprone e sprone.
Come i rottami furono rimossi, districate le sàrtie, sollevate le tele,
apparve il corpo esanime dell'eroe. L'occipite aderiva alla massa del
motore per modo che i sette cilindri irti d'alette gli facevano una
sorta di raggiera spaventosa, lorda di terra e d'erba sanguigne. Gli
occhi leonini erano aperti e fissi; la bocca era intatta e tranquilla,
senza contrattura alcuna, senza traccia d'ambascia, coi suoi puri denti
di giovine veltro nel fulvo della barba fine come lanugine. L'arteria
della tempia, recisa da un filo d'acciaio con la nettezza d'un colpo di
rasoio, versava un rivo purpureo che riempiva l'orecchio, il collo, la
clavicola, le cellette sottostanti del radiatore contorto, un pugno
semichiuso. Chinandosi un medico sul petto per ascoltare il cuore che
non batteva più, sentì contro la guancia prona il fresco d'una foglia di
rosa.
-- Tarsis! Tarsis!
Un nuovo fremito corse allora la folla ebra e costernata quasi che la
doglia del compagno superstite s'irradiasse in lei. S'udiva distinto,
nell'alta quiete del vespero, approssimarsi il rombo del volatore
infaticabile che girava la mèta.
La sera su tutte le strade era come una sera di battaglia. L'apparizione
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