voglio vedere il Paradiso, e nulla più. Quando per la scaletta di tredici gradini il custode li condusse agli scrigni della principessa estense, quando riudirono la rondine stridere nella perla sospesa del giorno, la potenza chimerica della vita li percosse tutti nel mezzo del cuore, quivi fece più crudamente dolere i mali e i sogni inconfessabili. E l'uomo nel rigoglio della virilità esperto d'ogni rischio e d'ogni mèta, immune da ogni paura e da ogni abitudine, armato di diffidenza e di dispregio, che aveva conosciuto giorni innumerevoli in cui la disciplina della sua virtù piantata su le due calcagna gli bastava a vivere, guardò il meraviglioso ingombro del corpo omai promesso e oppose al presentimento della sciagura l'imagine dell'orgia liberatrice, memore del marinaio disceso nel porto per ripartir più leggero domani verso l'Oceano; e gli gonfiò le vene l'impazienza di saziarsi. Non ignara del piacere e bisognosa di gioire soffrendo, smaniosa di sporgersi all'orlo delle tentazioni più terribili, con un cuore timido e temerario, soave e spietato, la donna aspirava intorno a sé l'ardore delle anime simile all'odore sulfureo dell'uragano; e non formava alcun disegno, non si preparava contro l'impreveduto; pesava sul ritmo de' suoi ginocchi la divina bestialità del suo corpo, covava la sua astuzia e la sua lussuria nel suo calore più profondo. Ma la vergine e l'adolescente non avevano difesa contro lo strazio, non contro il profumo della magnolia, non contro la pallidezza della palude, né contro l'estasi dell'aria, pieni entrambi di forze discordi che facevano un cupo tumulto disperdendosi e risollevandosi a ogni soffio intorno un'ombra che forse aveva una sembianza da non poter essere guardata fisamente senza terrore. -- Ecco il mio giardino -- disse Isabella piegandosi sul davanzale, con l'accento medesimo ond'ella avrebbe detto all'inizio d'una confessione impetuosa: «Ecco la mia colpa, ecco la mia gloria». Un'ebrezza perversa si partiva da lei, mista di spontaneità e d'artifizio, espressa ora col viso nudo ora con la maschera, ora con l'affettazione dell'attrice sapiente ora con la più ignara grazia animale. -- Te l'imaginavi così, Aldo? Al fianco di lei si piegava il fratello, cingendole col braccio la cintura, su la pietra calda. -- Guarda, Morìccica. Guardate, Tarsis. Vana e Paolo s'appressarono; ed ella si scansò perché giungessero a scoprire i rosai. Attirò Vana contro sé per sentirla fremere; e sul capo chino di lei fece passare il suo sguardo verso l'amante, uno sguardo che non era un baleno ma qualcosa che pesava, che colava come una materia fusa. E stavano là tutt'e quattro in un gruppo, nel calore, nell'odore, invasi da un intorpidimento leggero che somigliava il principio di un incantesimo. Anche il giardino era intorpidito, quasi imbiutato d'un silenzio pingue come il miele come la cera come la gomma. Era un abbandono e una tristezza che si consumavano in profumo tardo. Gli spiriti dell'olio si sprigionavano dal cociore dello spigo e del rosmarino; le albicocche pendevano mézze nella fronda floscia, qualcuna sfatta, aperta sul nòcciolo, stillante; i rosai non potati avevano sprocchi tanto lunghi e teneri che s'incurvavano sotto una rosa scempia; e la pallida palude vergiliana appariva di là dagli alti gigli tanto ricchi di pòlline che n'eran lordi. -- Quando io vivevo -- disse piano l'incantatrice, col volto quasi vaporato dalla squisitezza del sorriso -- il mio giardino era pieno di pecchie e di camaleonti. Un'ape entrò, sonora. Gli occhi dell'adolescente la seguirono con una meraviglia che rese straordinario il volo. Tutt'e quattro, raccolti nello strombo della finestra, ascoltarono il lungo errante ronzo. Poi si guardarono tra loro fuggevolmente, e videro che tutt'e quattro avevano gli occhi chiari ma diversi, attoniti come se questa simiglianza dissimile scoprissero per la prima volta. -- Ah come sapevo vivere! -- soggiunse Isabella affascinata dal suo gioco stesso. -- Nelle mie piccole stanze, sul margine dei miei stagni pigri, possedevo i sogni delle città famose. Vedete, vedete: quelle del settentrione e quelle del mezzogiorno, le brune e le bionde, le grige e le bianche.... E apparivano nelle lunette le piante dipinte delle città circondate di mura e di torri, bagnate dal mare, attraversate dal fiume, fondate sul monte: Parise e Gerusalemme, Ulma e Lisbona, Berna e Marsilia; e quelle che sono per le imaginazioni degli uomini come gli aromi gli ozii le febbri i filtri le danze: Algeri, Toledo, Messina, Malta, l'egizia Alessandria. -- Isa, Isa, -- sospirava l'adolescente -- perché non siamo stanotte nella vecchia Algeri, su una terrazza bianca, vestiti di seta, con molti cuscini, con molte bevande, con qualcuno che ci canti qualche lunga storia che noi s'ascolti e non s'intenda! -- Taci, taci -- ella disse con l'indice su la bocca, avanzandosi lievemente verso l'altra soglia. -- Ascolta l'ape. L'artefice studiosa era passata nella saletta contigua; e il bombo pareva cambiar tono, farsi più sonoro, come moltiplicato da una tavola armonica, simulando il vibrare della corda bassa. -- Ascolta, che musica! -- Suona la viola bordona -- disse Aldo, sommesso, appressandosi in punta di piedi, tratto dall'istinto mimico dell'adorazione a imitare i modi della sorella. Si sporse dalla soglia l'incantatrice, poggiando le mani all'uno e all'altro stipite; guardò intorno, guardò in alto; poi senza parlare volse la faccia irradiata dal riflesso del tesoro scoperto. E tutti gli occhi chiari intorno ricevettero il grande bagliore. Entravano nella cassa dorata d'un clavicembalo? entravano in una teca votiva lavorata dal principe degli orafi per custodire gli avorii miracolosi dell'arpa di Santa Cecilia? Il bombo dell'ape era come la vibrazione della corda sotto la penna di corvo in una cadenza allungata; ma il silenzio era come il silenzio che vive dentro i reliquiarii. -- Isabella! Isabella! -- ripeteva l'adolescente, abbagliato, leggendo per ovunque il nome della divina Estense. E la sorella con un sorriso di felicità infantile guardava attorno interrogando lo stupore di ognuno, come per una foggia della sua eleganza, come quando metteva una bella veste nuova e chiedeva: «Ti piace? Vi piace? È tutta mia l'invenzione». -- Quando io vivevo -- disse piano -- qui si faceva musica, verso quest'ora. Te ne ricordi, Vanina? -- Io me ne ricordo -- disse Aldo, movendo a vuoto le dita della sinistra come usava lungo il manico del suo violoncello. -- Forse la mia viola da gamba è ancora chiusa là, in quello stipo. Più delicata della filigrana era l'opera del soffitto, intorno all'arme delle due aquile e dei tre gigli d'oro. Alle pareti erano gli stipi per gli strumenti e per le intavolature, e nel legno figurati a tarsia il dolzemele il buonaccordo la viola la virginale l'arpa, e miste alle figure musicali erano strane imagini di palagi e di verzieri come per significare i luoghi inesistenti a cui sul fiume della melodia l'anima anela pur dal più lieto dei soggiorni. E, quivi anche, sopra uno stendardetto era intarsiato il nome soave. -- Certo è là, la tua viola -- assentì l'incantatrice, con gli occhi fissi. -- La vedo bene, Aldo. Ho sempre invidiato quel suo colore rossobruno, pei miei capelli. Ah, se tu potessi mai cavare una nota che gli somigli! E quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco, più trasparenti dell'ambra! E dietro, nel mezzo della cassa, quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale! Il dosso del manico è pallido, levigato dalla tua mano. -- Morìccica, e che bel liuto avevi tu per cantare! -- disse l'adolescente inebriandosi. -- La cassa era costruita come la carena dei navigli a liste di legno alterne, chiare e scure, ma più leggera d'un guscio di noce. E la rosa era traforata così sottilmente che appena appena ci passava un raggio di sole quando la mettevi contro luce perché si leggesse in fondo il nome del famoso liutaio. Stavano essi addossati agli stipi, come immemori, indugiandosi nella misteriosa tregua. Pareva che tutto divenisse musica, per cui la stanza angusta abitata dall'antica anima era congiunta alla lontananza immensurabile. Non il suono delle campane faceva biancheggiare il cielo esausto d'aver sì lungamente risplenduto? S'udiva nelle pause dalla palude salire il primo coro delle rane; e, quasi illuse dalla rispondenza, n'eran bianche le acque. E tutto era bianchezza e lentezza: ancóra i veli della sera vegnente per quella fiumana d'oblio erano indistinti, se bene i salici avessero già nelle capellature un poco d'ombra. -- Questo cielo, Aldo, mi fa ripensare a quella parola che mi mostrasti in una dedica d'un Libro di Cantate, forse dedicato a me quando vivevo. Te ne ricordi? -- Me ne ricordo. «Il cielo stesso come Autore della Musica sia testimonio....» -- Autore della Musica! -- Era un libro di Cantate a voce sola, del Mazzaferrata. E ce n'era una per oggi, una per quest'ora: «-Ove con pié d'argento-». Era rilegato in pergamena impressa, lucida come i cofanetti di pastiglia; e sul rovescio della legatura era scritto a mano: «Doppio ardor mi consuma». E la carta era fragile, molle, consunta nei margini: cominciava a morire per le estremità come le foglie d'autunno. Te ne ricordi? Anche il libro dev'essere nello stipo. Isabella consentiva alla fantasia dell'adolescente con quel suo sorriso durevole, sospeso su la piccola ferita del labbro. -- Vanina, -- ella disse -- perchè non prendi il tuo liuto e non ci canti sotto voce una canzone? -- La canzone di Thibaut de Champagne roy de Navarre: «-Amors me fait commencier Une chanson novelle-....» -- disse Aldo. -- Oppure quella d'Inghilterra, così dolce, su le parole di Ben Jonson il Tragico, quella che finisce: «-O so vhyte, o so soft, o so sweet, so sweet, so sweet is shee!-» A che pensi? Vana esitò, quasi temendo di non aver più la sua voce primiera, quasi credendo di dover parlare per la prima volta con la mutata voce. Poi rispose: -- Mi domandate di cantare, e io pensavo alle parole di quell'altro tuo poeta. «O rondine, sorella rondine, io non so come tu abbia cuore di cantare.... Ti prego di non cantare, almeno per un poco!» Domandiamo una pausa alle rondini, intanto. -- È vero -- disse Isabella. Veramente i gridi delle rondini laceravano l'estasi del più lungo giorno. A tratti, gli stormi passavano dinanzi la finestra come saettamenti disperati. -- Quanto mi piace oggi, Vana, la tua malinconia! -- disse Aldo. -- Anche a me -- disse Isabella. Addossata allo stipo, con la testa appoggiata alle tarsie, con le mani senza guanti abbandonate in giù, con le lunghe ciglia brune socchiuse sopra lo smalto luminoso, Vana aveva il volto di chi sentendosi venir meno rattenga tra i denti la sua propria anima e la gusti. La sua bocca era lievemente convulsa da un sapore simile a quello di certe erbe che masticate forzano i muscoli del sorriso. -- Isa, ti ricordi di quella tavoletta di Cesare da Sesto in quella bella cornice sdorata, che vedemmo a Francoforte? -- disse Aldo. -- È una Santa Caterina d'Alessandria, in un paese di boschi di acque di monti, vestita di verde, elle posa le mani su la ruota dentata del suo martirio. Le estremità delle sue dita smorte sono presso i denti di ferro crudeli. Ma lo spirito musicale di quella pittura ci entrò in cuore. Mi ricordo che tu dicesti: «Le sue dita si posano su la ruota così dolcemente che sembra tócchino i tasti d'un arpicordo». -- È vero. -- Così è Vana oggi. Paolo Tarsis taciturno ascoltava il dialogo fantastico; e l'aspetto e la voce dell'adolescente gli movevano una sorda gelosia, e l'angustia di quella stanza e l'afa del passato e quelle imaginazioni e quelle morbidezze lo soffocavano. Egli a quando a quando vedeva la nuda brughiera lontana, il suo grande airone bianco ricoverato sotto la tettoia di ferro e di assi, le tuniche azzurre de' suoi meccanici occupati intorno al congegno. E dal turbamento, che gli davano i sogni musicali, nascevano le forme delle vaste nuvole che dovevano rendere patetico il cielo della sua vittoria. E, come passava rasente la finestra lo stormo a saetta, egli era percorso da una sorta d'impazienza muscolare e riudiva in sé il sibilo dell'elica. -- Quanto mi piace questo! -- disse Isabella dopo una pausa, come una che abbia morso la polpa d'un frutto e ne lodi la bontà con la bocca bagnata di succo; ché la sua voce rendeva sensuali anche le sottigliezze dell'intelligenza. -- Rimaniamo qui? -- disse Aldo. -- Riprendi possesso del tuo Paradiso? Stanotte avremo la più grande sinfonia di rane che mai si possa udire. Le rane mantovane sono famosissime: superano perfino le ravennati in arte armonica. -- È la notte più breve. -- Io non voglio dormire. Di nuovo egli s'era appressato alla sorella con la grazia d'un paggio, seguito dall'inquietudine di Paolo. Era tanto bello che avanzava di bellezza le due creature del suo sangue. La forma della sua fronte su l'arco dei sopraccigli era simile a quella dei giovini Immortali; e chi la guardava non poteva cessare di guardarla, ché involontariamente risaliva di continuo a quella perfezione. Ond'egli, accorgendosi che di continuo lo sguardo altrui non s'affisava ne' suoi occhi ma più su de' suoi occhi, aveva il sentimento di portare una corona ammirabile; e ne pareva accresciuta la fiamma della sua spiritualità come la leggerezza delle sue movenze. -- Bisogna dunque andare? -- disse Isabella. E rimirò la filigrana del soffitto, ove ancora l'ape dimenticata bombiva come lungh'esse le cellette dell'alveare. E rivide negli scomparti il suo nome, il motto magnanimo, l'Alfa e l'Omega, l'enigmatico numero XXVII, i segni musicali, il candelabro a triangolo, la sigla intrecciata, il mazzo di polizze bianche. -- -Nec spe nec metu-! Ma io spero quel che temo, e temo quel che spero. -- È per te -- disse Aldo -- quel madrigale di Gerolamo Belli d'Argenta che Vana ti canterà: «-L'onde de' miei pensier portano il core Hor ai lidi di speme hor di paura-....» E il sogno ebbe un torbido intervallo. E tutti gli occhi chiari s'incontrarono fuggevolmente. -- Che vuol significare il numero ventisette? -- chiese Vana, che nella confusione del suo spirito si volgeva con un'ansia superstiziosa verso gli indizii e i presagi. -- Non me ne rammento -- rispose Isabella. -- Ma è un numero che forse non dimenticherò più. E guardò il taciturno per ricordargli che il ventisette era la data prossima della gara suprema nella Festa dedàlea. E lo sguardo impose l'attesa, promise: «Dopo»; e fu per lui come l'ondeggiare delle lunghe fiamme in cima alle aste delle mète aeree. -- E il fascio di cartelline? -- chiese Vana. -- Sono le polizzette del gioco di ventura -- rispose Aldo -- quelle che si traggono dall'urna cieca della sorte. -- Bianche? -- Sì, bianche. -- Cedimi questa impresa, Isabella -- disse Vana. -- O non piuttosto quella delle Pause? -- disse Aldo. -- Che è l'impresa delle Pause? -- Quella dei segni musicali su la rigata, che vedi là; ed era la più cara a Isabella. -- Tu che decifri le intavolature, la sai lèggere? L'adolescente si volse e balzò a sedere sul largo davanzale per essere più presso alla cornice ove poggiava il cielo dell'imbotte scolpito ad anelli a rosoni a legacci, ne' cui fondi eran ripetute tutte le imprese fuorché quella delle Pause ricorrente sola nel fregio vaghissimo. -- Se non sbaglio, c'è la chiave di contralto; e poi ci sono i segni dei quattro tempi; e poi i segni di tre pause di valore decrescente: due, una, mezza; e poi un sospiro del valore di una minima; e poi le tre pause in ordine inverso; e infine il segno del ritornello doppio. Tutti i volti erano in su, pensosi; tutti gli occhi chiari scrutavano il cartiglio. -- È la notazione del silenzio -- fece Vana. -- La canzone che non canterai, Morìccica -- fece il fratello ancor seduto sul davanzale, stendendo verso di lei la mano e toccandole la spalla. -- Che strana impresa, e come profonda! Isa, tu l'avevi cara più d'ogni altra, tanto che alla Corte di Ferrara per le feste in onore di Lucrezia Borgia comparisti vestita di una camóra «recamata di quella invenzione di tempi e di pause». -- M'è sempre cara -- fece l'incantatrice. -- È il valore di quel che non dissi non dico non dirò mai. Sorrideva col viso in profilo, metà nella luce e metà nell'ombra. -- Riassumo da oggi l'impresa delle Pause -- ella soggiunse. -- Ora andiamo. Si volse per passare nel camerino attiguo. -- Ma come non l'abbiamo veduta? -- fece con un grido di meraviglia, e s'arrestò. Una piccola porta di marmo era dinanzi a lei, una porta gemmea, trattata anch'essa con ceselli da orafo come quella d'un ciborio, a cui i dischi di nero antico alternati coi tondi candidi in basso rilievo davan qualcosa di funebre quasi che s'aprisse sopra il sepolcro d'una delle «pute» mantovane, forse di Livia, forse di Delia, morta di baci. Un fregio di grifi sovrastava all'architrave; i fondi dei riquadri brillavano di pagliuzze d'oro come incrostati di venturina; e la figura avvolta d'un peplo piegoso, in atto di tenere il flauto di Pan, era la Musica ed era Isabella. Ma chi era, nel basso rilievo sottoposto, la donna ignuda avente sul capo i chiusi volumi, sotto il piede un teschio umano? -- Ecco un'allegoria oscura come l'impresa delle Pause -- disse Aldo inginocchiandosi per indagare l'imagine. -- Tu stessa l'ispirasti a Tullo Lombardo? Ella si chinava con le due mani su le spalle di lui a guardare. -- Ti somiglia -- soggiunse sottovoce il fratello. -- È vero -- ella assentì sommessa. Ed entrambi rimanevano intenti, s'indugiavano. La sorda gelosia rimorse il cuore del taciturno. La figura scolpita a guisa di un cammeo aveva anch'essa le lunghe gambe lisce e l'un ginocchio molto proteso innanzi nell'atto d'incedere con quella maniera espedita che dava tanta pieghevolezza al passo della giovine signora e distendendo la stretta gonna palesava nel gioco alterno il disegno della coscia fino all'anca e l'inflessione del grembo sparente. -- Aldo, Aldo, scacciala! Ella si raddrizzò, si schermì, sentendo il ronzìo dell'ape presso la sua gota. Con un balzo varcò la soglia; e i suoi piccoli gridi sonavano sotto il cielo d'oro, ché l'ape la perseguitava importuna; e le sue mani s'agitavano alla difesa puerile. -- Ahi! M'ha punta! In uno di quei gesti scomposti la pecchia provocata l'aveva punta alla mano manca, nel polpaccio del pollice. -- Mi fa male! Bisogna suggere forte, Aldo! Aldo non rideva più. Ella gli tendeva la mano supina, ed egli pose le labbra su la puntura per medicarla. -- Sì, così. Egli suggeva più forte. -- Basta! Ella rideva d'un riso che a Paolo sconvolto pareva l'eco attenuata di quello già udito lungo il canale delle ninfee dopo il passaggio del carro carico di tronchi. -- Basta. Non mi duole quasi più. Mi brucia un poco soltanto. L'occhio di Vana era cattivo. La sorella empieva della sua ilarità tutta la stanza, trascorrendo intorno con una grazia di movimenti così forte ch'ella sembrava emanare da sé quella stellante ricchezza d'azzurro e d'oro come il pavone apre la sua rota sidèrea. -- Riconosco, riconosco. Non avevo in questi armadii le mie più belle vesti? Non erano tappezzati di velluto crèmisi i miei stipi? Ella aveva scoperto in un angolo del nudo legno un frammento del prezioso drappo. -- Non li ho lasciati qui i miei broccati, i miei rasi, i miei tabì? -- Isabella! Isabella! Aldo leggeva il nome nelle targhette che allacciava il meandro d'ulivo. -- Eri anche allora la più elegante dama d'Italia -- disse egli adulando la giovine donna come soleva. -- Oggi hai per rivali Luisa Merati, Ottavia Santeverino, Doretta Ladinì; allora gareggiavi con Beatrice Sforza, con Renata d'Este, con Lucrezia Borgia. Allora la marchesa di Cotrone ti mandava a chiedere per modello una sbèrnia, come oggi Giacinta Cesi ti manda a chiedere un mantello. Che erano al confronto i grandi corredi d'Ippolita Sforza, di Bianca Maria Sforza e di Leonora d'Aragona? Ma quella Beatrice era veramente la spina del tuo cuore. S'era fatti ottanta quattro vestiti nuovi in due anni! Tu l'anno scorso per le quattro stagioni te ne facesti novantatre. E la Borgia, quando andò sposa ad Alfonso aveva con sé duecento camicie meravigliose! Tu superasti e l'una e l'altra. Chiedevi ai tuoi corrispondenti milanesi e ferraresi notizie minutissime delle due duchesse, in vestiario e in biancheria, per non restar mai indietro. Anche allora tu eri una inventrice di fogge nuove. Tu inventavi le mode. Portasti a Roma quella della carrozza. Avevi il desiderio smanioso delle novità eleganti. Ti raccomandavi ai tuoi fornitori perché cercassero «di cavar de sotto terra qualche cosetta galantissima». Anche allora amavi gli smeraldi, ed eri riuscita a possedere il più bello dell'epoca. A Venezia, a Milano, a Ferrara avevi mediatori con orefici. Non ti contentavi d'aver le più belle gioie ma le volevi squisitamente legate: anelli, collane, cinture, bottoni, braccialetti, catene, frange, sigilli. Il tuo orefice prediletto fu quell'ebreo convertito, di nome Ercole de' Fedeli, che fece lavori di niello e di cesello incomparabili, tra cui forse la famosa spada di Cesare Borgia, ch'è in Casa Caetani, e la cinquedea del marchese di Mantova, ch'è al Louvre. Egli pareva aver bevuto il vino di quattro cent'anni in uno di quei vasi di calcedonio o di diaspro forniti d'oro che la Estense aveva raccolti innumerevoli negli armarii della Grotta in Corte Vecchia. Era ebro di passato ma provava un piacere quasi malsano nel mescolare le cose vive alle cose morte, nel confondere le due eleganze, nel frugare le due intimità. Ella lo secondava, quasi per una volontà d'inesistenza, con le ciglia senza palpito e col sorriso durevole dei ritratti magnetici. -- Ricordami ancóra! -- ella diceva per incitarlo, a ogni intervallo, come s'egli non le narrasse cose nuove ma le risvegliasse la memoria. -- La duchessa di Camerino, Caterina Cibo, faceva fare a Mantova i suoi vestiti sotto la tua sorveglianza come ora Giacinta Cesi non va dalla sarta se tu non l'accompagni. -- Ricordami! -- Nel tuo viaggio di Francia, l'ammirazione per le tue guise fu unanime, come oggi gli occhi delle Parigine ti divorano quando tu esci da un teatro o entri in un salotto ben frequentato. Perfino Francesco I ti chiese qualche veste da donare alle sue donne; e Lucrezia Borgia, la tua rivale, dovette rivolgersi a te per avere un ventaglio di bacchette d'oro con piume nere di struzzo, dopo aver cercato invano d'imitare quella tua «capigliara» a turbante che porti nel ritratto tizianesco. -- Avevo i capelli che ho, castagni? -- Castagni con forti riflessi biondi; e, per averli tanto tempo gonfiati a turbante, ora li serri in due trecce e li giri e li schiacci con le forcine e ti fai una piccola piccola testa che mi piace assai più. -- Belle mani? -- Più belle ora: ti si sono smagrite e allungate. La destra dipinta dal Vecellio, con l'anello nell'indice, ha fini le dita ma un po' grasso il carpo. Per curarle, facevi ricerca delle forbici più sottili e aguzze e delle «lime da ungie» più delicate. E ordinavi i tuoi guanti a Ocagna e a Valenza, i più morbidi e i più odorosi del mondo. -- Perché amavo anche allora i profumi. -- N'eri folle. Li componevi tu stessa. Ambivi il nome di «perfecta perfumera». La tua «compositione» era d'un'eccellenza insuperabile. Tutti imploravano la grazia d'un bussoletto. Ne donavi a re, a regine, a cardinali, a principi, a poeti. E il tuo Federico, quand'era in Francia, non ti chiedeva mai denari senza chiederti profumi e tanto spesso gli uni, credo, quanto gli altri. -- Eri ben tu Federico allora? Ti riconosco. Risero forte entrambi, prendendosi le mani, guardandosi negli occhi splendidi. -- Ma spesso tu mandavi invece di denari un bussoletto, perch'eri piena di debiti. -- Oh no! -- Sì, sì; ne avevi fin sopra ai capelli, affogavi. -- Federico! -- Avevi sempre una voglia pazza di comprare tutto quello che ti piaceva; e poi non potevi pagare. Allora, debiti su debiti. -- Non è vero. -- Perfino con Sua Santità, e poi col Sermoneta, col Chigi.... So tutto. C'è la lettera al Trìssino. «Miseria extrema di dinari.... -- Mi smungeva Federico. .... per non haver ancora restituiti molti ducati tolti in prestito....» -- Federico! -- E mettevi le gioie in pegno. Ridevano come monelli, con una gaiezza irresistibile che travolgeva il sogno, con qualcosa di furbesco nell'angolo dell'occhio, quasi fossero soli, immemori dei due che dal vano della finestra parevano assistere a una scena di mimi. -- E le maschere, le maschere! -- Quali maschere? -- Come le amavi! Ne fabbricavano tante nella tua Ferrara. Ne mandasti cento in dono al Valentino: cento maschere a Cesare Borgia! -- Quanto mi piace questo! -- disse Isabella con un sùbito mutamento di tono, perché aveva sentito dietro di sé l'ostilità dei due spettatori ed era di nuovo pronta a far soffrire. -- Se ne ritrovassi qualcuna dentro gli armadii? -- Una vecchia maschera, una vecchia veste, una vecchia catena. Apri, apri. Ella aperse. Le ributtò il triste odore. -- È pieno di ragnateli -- disse, e richiuse. -- Sono certo i ricami portentosi di quella femminetta greca che avesti da Costanza d'Avalos. E fu l'ultimo sorriso della finzione; ché dall'armadio aperto un soffio di malinconia s'era diffuso, e lo spirito delle Pause, il canto senza parole, l'ardore senza concento. -- Andiamo, andiamo. Ella ripassò per la porta gemmea, ritraversò la cassa dorata del clavicembalo senza tastiera, ridiscese la scaletta di tredici gradini. La seguivano gli altri, in silènzio. I passi risonarono per un lungo andito bianco; poi giù per un'altra scala desolata; poi per l'ombra d'un'aula cinta di nicchie in forma di conche, verdastra come una caverna marina. Una porta stridette su cardini rugginosi; e tutto l'argento del vespero brillò fra le due imposte, per mezzo a un gran ragnatelo lacerato; e su la pietra giacevano un pipistrello nericcio e una lucertola grigiastra, e l'una guizzò via e l'altro prese il volo, come se i due lembi del ragnatelo si fossero di sùbito animati. -- Sempre si rinnova l'incanto? Si sporse nell'aperta loggia l'adolescente con un profondo respiro. -- La bellezza non ha pietà di noi? non ci dà tregua? Tutti respiravano verso il cielo di Vergilio, ricevevano l'immensa pace sul petto in tumulto. -- Il giorno senza fine! Un alito fresco saliva dai salci dalle canne dai giunchi, prossimo come quel d'una bocca silvana che abbia bevuto a gorgate il gelo della fonte senza asciugarsi. -- Che faremo? Che faremo? Erano tutt'e quattro in uno dei poggiuoli inferriati a vista della palude. Dietro di loro taceva nell'abbandono la vasta corte erbosa delle antiche giostre, circondata dalle logge a colonne avvolte che avevano udito il ringhio dei barbareschi. Dinanzi, una sovrana purità si perpetuava come in un mondo immune dall'ombra; e la luce era sonora fino al culmine del cristallo empireo. -- Sorella, sorella, non vedi? non vedi? Un'ansia inane vuotava il cuore dell'adolescente, e poi di sùbito lo gonfiava uno smisurato impeto come se moltitudini di ferrei cavalieri gridando irrompessero dalle profondità per galoppare su tutta la terra. -- Isa, le tue mani sono di perfetto marmo! Meravigliose erano le due mani ignude su la ruggine della ringhiera, levigate nei nodelli, marmoree veramente, come abbandonate dalla vita sanguigna e trasfigurate da un'arte sublime. Ella era una creatura tutta palpitante e anelante di tristezza, di desiderio, di ricordanza, di timore, di promessa, con due mani di statua. -- La puntura ti duole ancóra? -- Mi brucia soltanto. -- Ti sei ferita due volte. Aspèttati la terza ferita. La mano di marmo disegnò un gesto di supplice verso la bellezza della candida sera; poi col dorso appena appena toccò il labbro che non sanguinava più. Il saettìo disperato delle rondini stridì su l'immobile argento. Il capo del fratello s'inclinò verso la spalla diletta. Egli aspettava un dono che non gli era dato, e non sapeva quale; e la voce della sua anima era un alto lamento, se bene si esalasse in piccole parole. -- Che faremo? Mi chiuderete laggiù in una stanza d'albergo, fra poco? Io non voglio dormire. Paolo Tarsis guardava quel volto di giovine iddio decaduto che travagliavano così torbidamente gli affanni umani; e il rancore dei suoi trentacinque anni esperti e indurati si appesantiva dinanzi a quella grazia inquieta come una convalescenza febrile. E ogni attitudine dell'adolescente verso la sorella gli moveva un malessere indefinibile. -- Vieni con me su la brughiera -- disse. -- A vegliare la veglia d'Icaro? -- Ad aspettare l'alba. -- Sotto un'ala del tuo grande airone? -- Alla diana farò un volo di prova. Le prime stelle e le ultime sono propizie a quest'arte. -- Espero è il tuo buon genio? Aldo non guardava il costruttore d'ali ma, col capo presso l'omero della sorella, era fiso nel cielo di Vergilio. Tutto era puro come nella più divina delle ecloghe. Non un soffio moveva le cime delle canne, le vermene dei giunchi, le fiammelle dei papaveri, lo specchio delle acque. Solo il coro delle rane diffondeva il senso del moto in forma di ritmo, simile alla vibrazione della bianchezza. -- Quale altro cielo, se non questo, si chiamerà firmamento? Stasera potresti volare all'infinito. Ah, insegnami! Trasognato egli si volse, e guardò l'uomo: riconobbe l'ossatura della volontà temeraria, la biliosa faccia scarnita dall'ardore di vincere, la pupilla fulminea del predatore, quegli angoli vivi che parevano fatti per fendere come i conii la resistenza, quelle dure mascelle che per contrasto portavano la carne rossa della bocca come un frutto molle in una tenaglia d'acciaio. E uno sgomento subitaneo lo invase, ché non era quegli il suo compagno né il suo maestro. -- T'insegnerò -- disse Paolo Tarsis con l'accento della condiscendenza, come chi risponda a un bimbo che domandi un balocco; e sorrise. L'ombra cadde su le ciglia del trasognato, e gli riempì l'orecchio un confuso rombo, e il cuore gli pulsò contro la gola; ché egli aveva scorto, tra l'uno e l'altro dente di colui che sorrideva, un filo di sangue, un sottilissimo grumo, e un lieve gonfiore lividiccio nel labbro rilevato dal sorriso. -- Aldo, che hai? -- gli domandò Vana. -- Come sei divenuto pallido! L'imagine del bacio selvaggio gli si creò nel lampo della divinazione. -- Sembro pallido? È questa luce. Non ho nulla. Anche voi sembrate così. Non dominava il suo sgomento cieco. Le giunture gli si scioglievano come nel pànico. Si chinò su la ringhiera, e credette che il battito del suo polso risonasse sul ferro come il martello su l'incudine. Lo stormo frenetico delle rondini s'era allontanato perdendosi ai confini della palude, ed egli l'udì tornare verso la loggia come una forza ruinosa e strepitosa che fosse per trascinarlo seco. Negli attimi d'attesa rivide le cose più lontane della sua infanzia. Poi lo scagliamento disperato gli trapassò tutta l'anima tramortita. «Addio! Addio!» ripeteva in sé, ma senza sapere come la parola gli si formasse dentro e gli si staccasse dal cuore; ché non era se non suono interno di gemito, simile a quello inarticolato che la tortura strappa alla carne vile. «Addio! Addio!» E raccolse un po' di forza per ricomporre il suo viso, per dissimulare l'ambascia; si sollevò, si volse come a guardare la desolazione del cortile erboso; fece qualche passo furtivo verso la porta che s'empieva d'ombra. Sentiva pesare entro di sé un pianto accumulato. Il bisogno folle di sfuggire lo prese, lo cacciò tra le pareti ignote, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile ruina. Da prima corse anelante, con un velo su gli occhi, come chi abbia il fuoco appreso alle vesti e più avvampi nell'aura della fuga. Poi le figure superstiti nell'enormità di quella morte escirono dall'ombra e l'assalirono, e s'ingigantirono del suo dolore; e i contorcimenti dei grandi corpi rossastri nelle mura piene di battaglia furono come l'agitazione della sua demenza; e gli squarci e le fenditure e i mucchi furono come i resti del suo crollo; e tutto l'oro scolpito e sospeso e infranto sul suo capo fu come la perdizione del suo sogno ponderoso. Ed egli andava andava, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile ruina. E a tratti, come se soffiasse la ràffica, gli giungeva l'alto canto palustre, lo stridore del saettamento ostinato, la squilla della salutazione angelica, e il gemito stesso della sua propria anima. «Addio! Addio!» Non l'ombra entrava per le finestre ma si creava dentro, ma sorgeva da ogni cavità, occupava i luoghi profondi, s'accumulava come una cenere fosca, s'addensava come una moltitudine tacita. Una porta fu piena di minaccia; una scala fu piena di terrore; un corridoio fu come un abisso. -- Isabella! Isabella! Il nome echeggiò come in una caverna; ma, dopo, la vita del silenzio si moltiplicò, ebbe mille volti sparenti. -- Isabella! Il nome cadde senza risonanza, come qualcosa che s'afflosci. Un chiarore violaceo appariva pel tetto squarciato. Nell'ombra era un aliare molle di nottole. Vene di gelo vi s'insinuavano come se pei crepacci stillasse l'acqua degli stagni. -- Isabella! Smarrito nell'intrico della ruina, egli barcollava su i pavimenti sconnessi, urtava contro le travature cadute, varcava gli usci palpando gli stipiti freddi, rabbrividiva per tutte le ossa appressandosi alle forme ignote. E sopra il terrore l'imagine del bacio selvaggio, l'imagine della voluttà sanguigna, si apriva dentro le sue pupille con l'intermittenza e la violenza dei bagliori in occhi infermi; ché forse egli era passato, ché forse egli passava là dove s'eran congiunte le bocche crudeli. E il mare del pianto gli ondeggiava a sommo del petto fragile, a sommo dell'anima senza limite; e per ricacciare il singhiozzo egli ripeteva quel nome che pur dianzi aveva risonato nel riso come gli acini balzanti d'una collana disciolta. -- Isabella! -- Aldo, Aldo, dove sei? dove sei? Ti sei perduto? Trasaltò egli udendo la voce angosciosa che rispondeva all'orribile angoscia; e si volse; e in fondo all'andito lùgubre scorse un'ombra nell'ombra. -- O Vana! E si corsero incontro; e non parlarono, perché entrambi traboccavano di pianto. E furono soli; e non s'udì alcun altro passo fuorché quello cauto del vecchio. E non si guardarono ma s'abbracciarono disperatamente. Or d'improvviso i Latini si ricordavano della prima ala d'uomo caduta sul Mediterraneo, dell'ala icaria composta con le verghe dell'avellano, con l'omento secco del bue, con le penne maestre degli uccelli rapaci. «Un'ala sul Mare è solitaria» aveva gridato il poeta della stirpe, alle vedette. Chi la raccoglierà? Chi con più forte lega saprà rigiugnere le penne sparse per ritentare il folle volo? D'improvviso i Latini rimemoravano il sogno del Nibbio che visitò in culla il novo Dedalo creatore d'imagini e di macchine, il Prometeo senza supplizio, colui ch'ebbe in sé «la radice e il fiore della volontà perfetta»; e quella culla era ardua come il nido stesso del desiderio sovrumano sospeso nell'Ignoto. E riapparivano per baleni di gloria, su piani su colli su laghi d'Italia bella, altre ali d'uomo invermigliate di sangue temerario, rotte come le ossa, lacere come la carne, immote come la morte, immortali come nell'animo l'avidità del volo. Un Barbaro della Magna aveva osato interrogare l'ombra marina d'Icaro, aveva anch'egli dato alle vermene del vinco la curvatura della vita, aveva coperto l'armatura lieve d'un tessuto più lieve, aveva studiato il vento e ascoltato la parola del Precursore intorno al congegno: «Non gli manca se non l'anima dell'uccello, la quale anima bisogna che sia contraffatta dall'anima dell'omo». Ben egli l'aveva contraffatta librandosi nell'aria con la sua sola forza vigile, volando ogni giorno più a lungo, ogni giorno più in alto, precipitando infine e stampando nell'aspro suolo germanico l'impronta del suo cadavere come l'Ateniese aveva legato all'azzurro dell'onda ellenica il fiore del suo nome. Discepoli eran sorti, avevan raccolto il rottame, avevan ricostruito e raddoppiato il congegno; avevan celato la loro favola in lande solitarie, in contrade di sabbie e di tumuli; avevano ancor macchiato di vermiglio le verghe connesse e la tela tesa. Alla vasta brezza costante dell'Atlantico, non al chiaro ponente meridiano del Mediterraneo, s'era rialzata e aggrandita la speranza della vittoria sul cielo cavo! In un rigido mattino d'inverno, sopra dune ignude in vista d'una baia aperta verso l'Oceano, s'era alfine compiuto il prodigio. Due fratelli silenziosi, figli del placido Ohio, infaticabili nel provare e nel riprovare, per spingere la macchina alata avevano aggiunto la forza di due eliche all'ostinazione dei due cuori. Ora i Latini venivano alla riscossa. Il nuovo strumento pareva esaltare l'uomo sopra il suo fato, dotarlo non soltanto d'un nuovo dominio ma d'un sesto senso. Come il veicolo fulmineo di ferro e di fuoco aveva divorato il tempo e lo spazio, l'ordigno dedàleo trionfava d'entrambi e del peso. A uno a uno la Natura aboliva i suoi divieti. Contro la maschera velata del mistero brillava il viso diamantino del rischio. Il dèmone della gara traeva il combattente sul margine dei più voraci abissi. La morte era una Circe conversa, donna solare che trasfigurava i bruti in eroi con l'ebrezza dei suoi beveraggi. Come quando tutta l'Ellade si moveva per la corona d'oleastro, l'Estate ridiveniva sacra agli agonisti. L'inno aveva principio in ogni grido di moltitudine ma il croscio della celerità lo mozzava alla prima sillaba. L'uomo fu pronto a lottar contro il vento e contro l'emulo nell'aria, non più col disco di bronzo ma con l'ala di canape. Il cielo incurvato su la pianura fu un immenso stadio azzurro, chiuso dalle nubi dai monti dai boschi. La folla trasse allo spettacolo come a un'assunzione della sua specie. Il periglio sembrò l'asse della vita sublime. Tutte le fronti dovettero alzarsi. Il concorso era come a una dieta di guerra. Il luogo aveva l'aspetto dell'arsenale e della cittadella. In lungo ordine le tettoie di travi e di tavole a doppio pendio davano imagine di quelle usate un tempo a ricovero di galere disarmate o racconce. In cima ai pennoni, in cima alle alte mète piramidali, in cima alle torri di vedetta le bandiere e le fiamme multicolori sventolavano come nelle pavesate di gala. E, come gli antichi pavesi delle fanterie di comune, le fronti delle coperture erano dipinte gioiosamente: coi colori delle nazioni, con gli emblemi delle officine, coi nomi dei timonieri celesti. Imagine di eternità incontro a quell'apparato precario, forma di perfetta bellezza sopra quelle linee senz'arte, fra tutto quel legno polito materia insigne colorata dai segreti dei secoli e dagli spiriti della terra, nel mezzo del campo sorgeva alla sommità d'una colonna romana la statua della Vittoria. Liberata dal carcere astruso, fuor del triste museo ingombro di are di plinti e di anfore discesa pei deserti gradi di pietra invasi dall'erba, era venuta non con la sua quadriga trionfale ma con un carro rustico, col plaustro dei coloni di Roma, tratto da sei duri buoi lombardi per la strada che conduce al contado di Vergilio. Le aveva fatto corteggio il popolo prode. Impósta al capitello corinzio involto di acanti corrosi, ora viveva nel cielo come quando il giovanissimo capo e l'omero potente e l'apice dell'ala aquilina coronavano il fastigio del tempio eretto a piè del Cidneo da Flavio Vespasiano fondatore di anfiteatri. Verde come la fronda del lauro, glauca come la foglia dell'oleastro, su la svelta colonna dalle scannellature cupe ella perpetuava il gesto misterioso con le mani dalle dita tronche ove ancor lucevano le tracce dell'oro cesàreo. Non la riconobbero i nuovi agonisti, non la venerarono; ma la temettero come un ostacolo da evitare. Ognun di loro non aveva occhi se non per l'asta attrezzata dei segnali e per gli indizii dei vessilli. -- Che dice il segnale del vento? -- domandò Paolo Tarsis chino presso la sua macchina a esaminare la tensione dei fili d'acciaio, mentre il capo dei suoi meccanici finiva d'intonare il motore ed egli prestava l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza. -- Più di dieci metri al secondo -- rispose Giulio Cambiaso scorgendo su la tabella del semaforo il disco bianco accanto al quadro nero e al rosso. -- Non si vola. S'udiva il clamore della folla impaziente di là dagli steccati. -- Tentiamo? -- disse Paolo Tarsis. E venne al limitare della tettoia; guardò la palpitazione delle fiamme in cima delle aste, scrutò lo spazio con l'occhio del cacciatore e del marinaio. Soffiava su la brughiera un vento fresco di tra ponente e ostro, in un cielo grandioso come quei cieli di battaglie navali dove le forme delle nuvole sono eroiche al pari delle prue e degli stendardi. Sotto gli enormi cumuli raggianti s'incupiva l'azzurro dei monti verso il Garda, in fondo i poggi leni imitavano il lineamento del mare, s'inargentava la cortina interminabile dei pioppi al limite della campagna di Ghedi. La vastità dell'aria era deserta e muta, non interrotta né da un volo né da un richiamo d'uccelli. Attendeva l'uomo. -- Il vento sta per cedere -- disse Paolo. -- Tenterò oggi di battere Edgard Howland nella durata, nella velocità e nell'altezza. -- Anch'io -- disse Giulio Cambiaso. Si guardarono negli occhi leali sorridendo, emuli e fratelli. La loro fraternità vigeva già dalla prima giovinezza, nata sul ponte d'una nave da guerra, nei primi anni del servizio, quando a ogni primavera credevano essi venuto alfine il tempo di puntare i cannoni delle torri corazzate contro un bersaglio che non fosse quello delle gare di tiro nella rada di Gaeta. S'era cementata nell'inferno dei battelli sottomarini, entro il chiuso scafo ove non è per l'uomo altro posto che il posto di manovra o di combattimento, tra i fumi dell'olio bruciato, tra i vapori della benzina, tra i miscugli d'idrogeno e d'ossigeno svolti dagli accumulatori elettrici, nel pericolo assiduo dello scoppio, nella tenebra improvvisa causata dal corto circuito, nella lotta costante dell'attenzione contro il tossico sonnifero dell'anidride carbonica, nel silenzio sostenuto per ore lunghe come giorni con l'occhio fiso ai quadranti indicatori, con l'orecchio teso al linguaggio metallico degli apparecchi di misura e di governo. Ben quivi entrambi avevano cominciato ad acquistare il senso della terza dimensione manovrando i timoni orizzontali e correggendo per innumerevoli esperienze l'instabilità nel verso dell'asse, che a ogni più lieve causa drizza lo scafo per prua fuori dell'acqua o lo piega a dar di becco nel fondo. Insofferenti di disciplina esterna, aspiranti a un'azione più libera, insieme avevano rinunziato il servizio. Insieme avevano intrapreso un lungo viaggio di anni nell'Estremo Oriente, attraversato la Corea, la China, la Mongolia, girando la Muraglia, ascendendo monti, risalendo fiumi, valicando steppe, soggiornando alla ventura nelle città dell'interno e della costa; poi per le Filippine, per l'arcipelago di Sulu, per l'Australia compiuto il periplo delle isole nello stretto di Torres studiando gli Aborigeni; poi per la Tasmania, per l'India, per l'Arabia, raggiunto l'Egitto. Avevano domandato all'animo e al corpo tutto quel che potevano dare e oltre: la risolutezza era divenuta in entrambi un istinto servito dalla rapidità del pensiero; la resistenza era divenuta come l'osso del dorso. Avevano fatto la pelle al freddo e al caldo, usando abiti leggeri tanto sopra le aspre nevi coreane quanto sotto le fiamme tropicali di Mindanao. Avevano sopportato quattro giorni di digiuno con un cammino quatriduano di cento trenta miglia nell'Altai deserto; percorso in trentadue ore circa ottanta miglia a piedi, nell'isola di Negros, per raggiungere in tempo su la costa una lancia spagnuola che, partita, non sarebbe tornata se non dopo un mese e mezzo. Avevano cavalcato nelle steppe diciotto ore su le ventiquattro, e continuato così per settimane senza stancarsi. D'avventura in avventura, di lotta in lotta, avevano acquistato la destrezza che moltiplica le forze con la sagacia nell'adoperarle, soccorsa dalla scienza anatomica del corpo animale nell'assestare i colpi. Uno di loro in un tempio indico aveva potuto alzare una gravissima pietra, sol per un certo suo modo di equilibrarla. Il medesimo aveva reso le sue mani tanto pieghevoli che, essendo incatenato in Luzon, era riuscito a farle scorrere per gli anelli di ferro; e tanto forti che la pressione delle dita poteva dare novantotto libbre inglesi nel misuratore e spezzare l'ulna più robusta. Ma quante volte, sazii di stampare la volontà e il calcagno su le dure vie terrestri, avevano risognato il sogno sottomarino, rivissuta la vita silenziosa nell'elemento profondo! Quante volte, dinanzi agli spettacoli più nuovi, avevano ripensato gli attimi incomparabili della manovra di battaglia: il battello emerso, lo scroscio dell'onda in coperta, lo strepito dei motori a scoppio e le sùbite vampe fra le pareti metalliche; poi la sola torricella di comando emersa e il dorso a fior d'acqua, in vedetta; poi emersa la sola sommità della torre coi suoi cristalli più alti, in agguato; poi tutto lo scafo immerso, con solo fuor d'acqua il lungo tubo del cleptoscopio armato del portentoso occhio vitreo; alfine, l'immersione totale, accertata la rotta, corretta la mira, pronto il siluro nella camera di prua; la corsa fatale nel silenzio subacqueo, il lancio segreto contro la carena gigantesca! Un giorno per caso, al Cairo, in vicinanza d'un ammazzatoio publico, s'erano abbattuti in un uomo singolare dal capo fasciato d'una benda leggera di lino; il quale teneva fissi al cielo fiammeggiante due occhi immuni dal barbaglio, quasi fossero forniti della terza pàlpebra, per osservare il volo dei corvi, dei nibbii e degli avvoltoi che roteavano a grande altezza. Era un augure forsennato? Era un ornitologo deliberato di rapire ai rapaci il segreto del volo senza remeggio. Si chiamava Léon Dorne. Per qualche tempo l'avevano avuto compagno sapiente e fervente della loro nuova ricerca. I due manovratori di battelli sommergibili avevan rivolto il senso statico delle tre dimensioni verso il cielo. -- -Alis non tarsis- -- diceva l'ornitologo implume, facendo il bisticcio sul cognome di Paolo. Posatoi rupestri del Mokattam, pregni di splendore come gli alabastri delle meschite, dove nel mattino gli avvoltoi fulvi s'indugiano al sole che dissecchi la rugiada su le lunghe remiganti disgiunte e curano i fusti teneri delle penne nascenti e a quando a quando starnazzano per esercitar le giunture e, nel sentire il soffio, di sùbito si gettano giù abbassandosi per un tratto di frombola senza batter l'ali e partono di primo volo e salgono al sommo e poi discendono col becco al vento e s'aggirano spiando tutta la contrada e si sospendono nell'aria immobili e poi risalgono e poi ridiscendono, senza mai batter l'ali! Specchi della Palude Mareotide, coperti d'ampie ninfee natanti che sorgono all'improvviso con uno strepito simile a quello dei cigni; e sono i pellicani dall'occhio scarlatto, i gravi pellicani dal sacco gutturale venato come le dàlie; e s'ode il lor grido rauco simile al raglio, e lo schiocco delle larghe palme che si posano su l'isolotto di melma, e di nuovo lo strepito più forte pel più alto volo quand'essi ripiegano il collo tra gli omeri come gli aironi e alzandosi contro il vento cangiano la gravità palustre nella più ardua grazia e non remano ma veleggiano sopra le nubi! Immense lande liquide dei Barari, folte di canne e di tamerici sul pattume salmastro, interrotte da cumuli di mattoni e di cocci che sono le ruine obliate delle città regie senza nome divenute nido innumerevole alle dinastie delle mèropi; ove su le grandi assemblee degli acquatici volteggia il grifone indagando le ripe se qualche carogna di bufalo vi approdi portato dai canali, mentre a quando a quando capovaccai e corvi trapassano in voli veementi con ombre di morte come tratti dalla fame sagace verso un campo ignoto di carneficina ai , . 1 2 3 , 4 , 5 , 6 . ' 7 ' ' , 8 , , 9 10 , 11 ' 12 ' , 13 ' ; 14 ' . 15 , ' 16 , , , 17 ' ' 18 ' ; , 19 ' ; ' 20 , 21 . ' 22 , , 23 , ' ' , 24 25 ' 26 . 27 28 - - - - , 29 ' ' ' ' 30 : « , » . 31 32 ' , 33 ' , , 34 ' ' 35 . 36 37 - - ' , ? 38 39 , 40 , . 41 42 - - , . , . 43 44 ' ; 45 . ; 46 ' , 47 , 48 . ' , , ' , 49 50 . 51 52 , ' 53 . 54 . ' 55 ; 56 , , 57 , ; 58 ' ; 59 60 ' . 61 62 - - - - ' , 63 - - 64 . 65 66 ' , . ' 67 . 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