e corretta, una bussola rovescia fornita d'una carta marina su cui era
segnata la giacitura degli atterraggi utili, costantemente orientata
dall'ago. In fine aveva detto al capo dei suoi uomini, a quel Giovanni
artiere prediletto da Giulio Cambiaso: «Domattina, alla diana, farò un
altro volo di prova.» Sembrava che per lui su la rupe di Àrdea vigesse
la -conscia virtus- di Turno. Non andava alla morte ma all'impresa
mortale munitissimo.
In quei giorni operosi di rado aveva rotto il silenzio, se non per
indicare per insegnare per comandare; ma spesso parlava col suo
compagno. «Credevi tu che ci saremmo ricongiunti?» Il ricordo gli
palpitava dentro assiduo come un cuore ridivenuto duplice, gli rendeva
gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere caro, glielo faceva vivo e
presente come quando lassù reduci dai peripli e dalle spedizioni avevano
costruito insieme con ardentissima pazienza i primi apparecchi e avevano
tentato i primi voli.
Ben quella era l'ora propizia, l'ora di Espero, quando equilibrandosi
tra le ali leggere si gittavano a valle dal posatoio rupestre o
imitavano il veleggio dei grandi rapaci. Ben era un'ora come quella, una
serenità intenta e piena di nume, quando un di loro era riuscito a
raggiungere per la prima volta, col bianco airone già quasi compiuto, il
piano che sta alla riva destra del Numico, là dove i Latini alzarono il
tumulo arborato e lo dedicarono a Enea fatto Dio Indìgete dopo che il
fiume con le sue acque ebbe purgato e lavato in lui ogni cosa mortale e
non lasciato se non l'ottima parte.
Il superstite non sentiva in sé vivere se non l'ottima parte,
contemplando i luoghi sacri e deserti, nella sua vigilia d'eroe, nella
sua ultima sera. Tutto era grande e dolce come se l'Indìgete sorridesse
nell'aria senza mutamento. Tutte le cose erano semplici e grandi ma
contenute in una chiostra che non le diminuiva, come nei due versi del
padre Ennio sono raccolti i dodici Dei sommi di Roma. Pareva che dal
lido laurente sino al castro d'Invio rinascessero gli antichi lauri
moltiplicati da quello che il re Latino serbava nei penetrali insigne, a
cui s'appese lo sciame fatidico. Il carme delle origini era per ovunque
diffuso. Non più cantava Circe ai telai delle frodi, né s'udiva la turba
degli uomini imbestiati ululare come quando sotto il monte dell'erbe
veleggiarono in salvo le navi d'Enea; ma sola cantava la figliuola di
Giano il suo divino dolore, come il cigno canta i versi della morte,
divenuta «vana ne' lievi venti.»
Calava la sera. A una a una, intorno a Espero, le stelle sgorgavano. Un
pastore conduceva la greggia non forse all'ovile ma all'Oracolo di
Fauno, laggiù, nel bosco sacro ove tra la mefite ch'esala e la fonte che
suona l'antichissimo nume delle genti italiche, colcato sotto le pelli
delle pecore offerte, ancor dorme vaticinando per sogni nel silenzio
notturno.
Il superstite non abbandonò la rude casa di legno e di ferro, ove le sue
vaste ali biancheggiavano. Fece apprestare il letto da campo, quel
medesimo ove egli aveva composto il corpo del compagno avvolto nella
rascia rossa. Ricoverò i suoi meccanici nell'officina attigua; diede gli
ordini per la diana; rimase solo col Pensiero dominante.
Il silenzio era come quando la Città guerriera dei Rutuli dormiva
intorno alla reggia di Turno, erma su le sue rupi che come le mura
apparivano opera d'uomo, covando i sepolcri dei suoi morti. Non s'udiva
se non il croscio dell'Incastro a valle, continuo come il tempo. Un cane
uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada di Anzio. Su i
Monti Lanuvini brillava l'Orsa. Era come una notte nota che ritornasse
nel giro degli anni, di molto molto lontano.
Il superstite camminò fino alla colonna che doveva sostenere il bronzo.
Il monolito ancóra giaceva al suolo ma rialzato alquanto da fasci di
frasca ch'erano come i guanciali sotto il dormente. Egli vi sedette; e,
pensando all'opra che nell'ora ferveva intorno alla statua lontana,
respirò nell'anima stessa del fuoco e nell'anima del fratel suo. Aveva
già lo statuario gittato nel bacino l'anello?
Rientrò nella tettoia. S'appressò alla gabbia di papiro che pendeva
dalla trave. L'airone lo sentì e si scosse. Era uno dei due aironi
tutelari che Giulio Cambiaso amava e curava, nei giorni della gaiezza.
Per gioco egli s'era piaciuto di deificarli coi nomi di due antenati
mitici del primissimo Lazio: Dauno e Pilumno. Erano come i Penati nella
casa di legno e di ferro. Scomparso l'uno, triste e meditabondo
sopravviveva Dauno nella sua carcere egizia.
-- Se potessi trovarti un posto nella fusoliera, ti porterei con me,
povero solo! -- gli disse Paolo Tarsis sorridendo, mentre gli sonavano in
fondo all'orecchio le modulazioni strambe che Giulio inventava per
parlare ai due vecchi Penati candidi dai piedi olivastri. -- Proteggi
intanto il mio penultimo sonno breve. Domani dormirò assai più
lungamente.
Si bagnò; poi si coricò nel letto da campo come quando essi vivevano
sotto la tenda. La medesima suppellettile ingegnosa, alle comodità e
alle necessità, era sparsa intorno, di metallo, d'osso, di bosso, di
tela, di gomma.
-- La mia statua è fusa -- disse, pensando che il rito del fuoco s'era
compiuto.
Vide la forma traboccare, la leva abbassarsi, il turo chiudere la bocca
rigurgitante, il metallo incandescente fermarsi e sùbito incupirsi nella
creta e nel mattone. S'addormentò.
Albeggiava su i Monti Albani, quando si levò. I suoi meccanici
credettero che Giulio Cambiaso fosse ritornato, tanto fu insolitamente
allegra la voce dei comandi. Sùbito la tettoia fu piena di rombo. Le
tavole tremarono, la polvere si sparse, l'airone si sbatté. Egli
prestava l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza. I sette
cilindri non erano più disposti a ventaglio ma a raggiera, irti d'alette
intagliate nella massa stessa dell'acciaio. La nuova elica tirava a
meraviglia, astro d'aria nell'aria. I meccanici ancóra una volta ne
provarono la forza, avendo legato la fusoliera con un canapo a un
misuratore metallico e questo a un palo; e il canapo si tendeva allo
sforzo come se la grande Àrdea prigioniera fosse impaziente d'involarsi;
e un uomo inginocchiato osservava la freccia dell'indice.
-- Pronti? -- chiese il superstite.
-- Pronti -- rispose la voce fedele.
E l'elica s'arrestò. L'Àrdea fu sciolta, fermo il battito del
settemplice cuore raggiato.
-- Dauno, -- disse il volatore appressandosi alla gabbia di papiro ove
l'airone bianco era molto inquieto -- Dauno, voglio liberare anche te, in
questo bel mattino d'aprile. Forse in qualche stagno Pilumno t'aspetta.
Distaccò la gabbia, mentre gli uomini afferrando la macchina per le
traverse del corpo e per le cèntine delle ali si accingevano a spingerla
verso lo spiazzo. Posò la gabbia a terra e l'aprì. Sorridendo si ricordò
della parola vergiliana di Niso.
-- -Daune,- -- disse -- -nunc ipsa vocat res. Hac iter est.-
Ma il triste prigioniero pareva non credere alla libertà che gli era
offerta.
-- -Daune, hac iter est!- -- gli gridò il liberatore incitandolo.
L'airone ruppe lo stupore, mise fuori della carcere le lunghe zampe
nericce; corse per un tratto come su i trampoli; poi, ripiegando con
grazia il collo tra gli omeri e confondendo le lunghe piume
dell'occipite con quelle della schiena, si librò a volo nel mattino.
Egli lo seguiva con lo sguardo.
-- Dove vai? di là dal Numico? di là dal tumulo d'Enea? verso Laurento?
Scenderai su lo stagno di Ostia? Dauno! Dauno!
Un'ala di malinconia gli batté su l'anima, vedendo scomparire l'ultimo
dei Penati nel cielo di primavera. Tutto era nuziale. Il mare, le
spiagge, le valli, i poggi, i monti erano quali Canente li guardò con i
suoi occhi limpidi e li incantò con i suoi carmi leni, prima del dolore,
prima del pianto e del sangue, prima che la figlia crudele del Sole
dicesse al principe saturnio studioso di cavalli: «O bellissimo, e non
ti riavrà colei che canta.»
-- -Hac iter est.-
E guardò il Tirreno d'Ulisse e d'Enea, ch'era chiaro e dolce come in un
giorno alcionio. In breve fu pronto. Non si tradì innanzi agli uomini
con nessuna parola, con nessun gesto. Egli stesso prese l'elica per le
due pale e impresse il moto. Ascoltò il tono. Salì sul suo sedile;
s'accomodò alla manovra, tranquillo.
-- Lascia!
Al modo dell'airone liberato, il velìvolo corse per un tratto sul suo
fumo azzurrigno, poi si levò a gran volo, rapidamente s'inalzò, filò
verso il mare. «Ponente una quarta a libeccio.» Gli artieri e i pastori
lo videro seguire dall'alto il corso dell'Incastro, oltrepassare la
foce, salire salire ancóra, colorarsi d'aria, farsi esile come Dauno,
perdersi nell'immensità.
-- Vedrete che va a finire in Sardegna -- disse ridendo il più giovine.
-- Non mi meraviglierei.
Erano allegri, senza dubbii, senza paure. Soltanto Giovanni, raccattando
la gabbia vuota, scoteva il capo.
Il volatore non vedeva più se non acque acque acque in una infinita e
chiara solitudine, senza turbamento, senza mutamento, in cui gli pareva
esser sospeso e immobile su le sue ali adeguate. Era la grande serenità
alcionia, come nei giorni favolosi del solstizio iemale; era l'albasia
mattutina, senza soffio, senza flutto. Come quella quiete aboliva la
rapidità, così quel silenzio aboliva il romore. Il moto dei congegni non
aveva risonanza ma era simile al moto del cuore e delle arterie, che
l'uomo non ode quando egli è in armonia con sé e con l'Universo. Il
superstite non più aveva il sentimento del sopravvivere ma del
trapassare. Non vedeva a faccia a faccia il suo pilota, come già
nell'apparire dell'arcobaleno, ma era egli medesimo quel pilota; e la
sua anima era la guida della sua anima, e la sua mente era la luce della
sua mente; e le sue mani, che nel lavoro avevano conservata la loro
nuova bianchezza e ch'egli aveva lasciate ignude, gli parevano anch'esse
una forma della vita ideale; ed egli aveva persa la memoria della riva
di giù ma non di quel viaggio, ché egli si ricordava di averlo compiuto.
Un repentino fulgore percosse tutta la faccia del mare come la bacchetta
del musico percote la pelle del timpano con un sol colpo fiero. Egli si
volse, e la sua gota fu d'oro. Le ali risplendettero con tutte le
nervature palesi; i metalli scintillarono; una via abbagliante segnò le
acque. Era il Sole.
L'estasi letèa cessò. Le mani del timoniere si rinnervarono e
riappresero l'arte. Egli scorse una nave che gli intersecava la rotta
navigando a ostro levante; la raggiunse, in calata verso il clamore che
saliva dai marinai e dai passeggeri assembrati in coperta; sorpassò, si
risollevò. Il tono della raggiera ignita era pieno ed eguale; l'astro
mordace dell'elica trivellava l'aria infaticabilmente; l'equilibrio tra
ala ed ala, tra becco e coda era costante. La lieve brezza di ponente
spirava senza colpi né salti ne nodi; il mare mutava colore qua e là,
simile a un drappo broccato. Ma ora il silenzio era pieno del rombo, che
il volatore ascoltava di continuo nell'attesa della prima pausa. La
solitudine era tutta d'acqua e d'aria, senza una vela, senza un filo di
fumo, senza una linea di terra. Gli parve di percepire una pausa nella
raggiera, poi un'altra, poi più altre intermesse. Vigilò il suo cuore,
con un sorriso nella mente: il ritmo interno s'era accelerato. «Che
farci se l'Àrdea in questa bonaccia rimanesse a galla per qualche tempo?
Dovrei attendere o cercare di colarla a fondo?» Il tono ridiveniva
pieno. Il vento rinfrescava; il soffio intaccava l'acqua e la copriva di
squame; appariva lontano una zona sempre più cupa. Egli cominciò a
manovrare con attenzione più acuta. «Compagno, compagno, sarà una bella
morte! Se calcolo il tempo e la velocità, ho già percorso circa settanta
miglia marine. Sono in mezzo al Tirreno. Ho una bella tomba profonda. Ti
ricordi, all'isola del Tino, alla Maddalena, quando chiusi nello
scafandro scendevamo verso gli orti delle Sirene?» Gli ritornava in
tutto il corpo quella gioia nuova, l'insolita leggerezza, come se il
senso della gravità fosse abolito pur sotto l'enorme peso; gli ritornava
singolarmente una strana divinità nelle mani che sole rimanevan nude in
contatto con l'acqua e potevan toccare e raccogliere per entro alla
tremula alba opalina le corolle veggenti e le mostruose fami fiorite.
«Fra quanto tempo il palombaro ridiscenderà nell'abisso per trovare la
Sirena che non trovò mai?»
E il tempo passava, e il tempo passava. E un'altra nave apparve,
navigandogli incontro diretta a levante, verso la costa d'Italia. E la
vide sotto di sé come un chiaro guscio distinto da una piumetta di fumo.
Il clamore gli giunse appena appena. Egli volava a grande altezza, e la
rapidità gli sferzava il viso entro il camaglio.
E intorno alla sua immobile aspettazione della morte incominciava
un'ansia confusa che ora pareva speranza e ora pareva rammarico e ora
pareva terrore. L'astro mordace dell'elica trivellava l'aria salsa
infaticabilmente. Egli aveva già percorso più di cento miglia marine.
«La morte poteva divenire la vita? il giorno d'immolazione divenire
giorno di trasfigurazione?»
Egli guardava di tratto in tratto le sue mani alla manovra, le sue mani
nude come quelle che sporgevano dallo scafandro; e gli pareva che
vivessero con una straordinaria potenza. Erano là, infaticabili come le
due pale dell'elica, senza tremare, senza tentare, senza fallire. Il
tono della raggiera ignita era pieno e gagliardo. Il Sole dietro di lui
salendo per l'erta feriva le ali ma non creava l'ombra. La grande Àrdea
di metallo di legno e di canape era immune dall'ombra, come sparente,
come inesistente, come cosa della riva di là, come segno spettrale. Ma
in quelle due mani le ossa i muscoli i tendini i nervi erano tesi a
un'opera disperata di vita, erano furenti di vita come quelle che
brandiscono l'arme alla suprema difesa, come quelle che s'aggrappano al
bordo del battello o alla scheggia dello scoglio nel naufragio.
E il cuore gli tremò d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima
volta moveva l'essere umano.
I minuti scoccavano, l'un dopo l'altro, come le scintille
dell'accensione. La luce e l'azzurro e l'onda fuggivano di continuo.
Quel ch'era insperato poteva esser raggiunto! Egli vedeva a faccia a
faccia il suo pilota, come in quell'altro giorno funebre quando gli
aveva chiesto: «Tu vuoi? Tu vuoi?»
E il cuore gli tremò perché v'era rinata la volontà di vivere, la
volontà di vivere per vincere.
Che poteva esser mai laggiù, in fondo alla linea dell'acqua, quella
lunga nuvola azzurra? una catena di monti? la terra? Egli guardò le sue
mani terribili. E sentì tutto il suo corpo proteso come per l'istinto di
acuirsi, di sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del
fuso e del dardo. E sentì le sue pupille appuntate all'apparizione
lontana con una intensità che moltiplicava il senso per prodigio.
Era la terra! Era la terra!
E il suo amore del fratello e il suo dolore e il suo ardore furono il
Sole dietro a sé, sopra a sé, furono una presenza raggiante, una
immortalità incitatrice.
Era la vita! Era la vita!
Tale quel sogno sognato con tutto il peso della carne sanguigna, con la
faccia addentrata nell'origliere come la fame nella mangiatoia, col
sudore che stilla, con le pieghe dei lenzuoli che lasciano nella pelle
impronte come di percosse; e tale il suo sogno, tale il prodigio
sostenuto con la tensione di tutte le fibre, con la durezza di tutte le
ossa. E il tempo passava; e la raggiera irta rombava in ritmo; e l'astro
dell'elica trivellava il cielo.
Era la vittoria! Era la vittoria!
E come allora e assai più, di tutta la sua volontà egli fece un dardo
inflessibile, fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano
soliferro, tutto ferro asta punta e cocca: un ferro che vedeva come
nessuno mai vide, un ferro che udiva come nessuno mai udì.
Udì in basso un lieve scricchiolìo, udì qualcosa cadere d'accanto al suo
piede sinistro. Al calore, s'accorse che s'era spezzata o distaccata la
tavoletta d'alluminio contrapposta al tubo di scarico, e che il getto
dei gas infiammati lo investiva senza riparo. Ma vedeva la terra; la
vedeva ingrandirsi, avvicinarsi di continuo, co' suoi monti, co' suoi
poggi, con le sue macchie, con le sue spiagge. Il vento ora l'assaliva a
colpi, a buffi, a rìfoli, a ràffiche.
Lottò, contrastò, assalto per assalto. Scorse e traverso l'onda eguale,
sotto di lui, una flottiglia di battelli sottomarini che navigavano con
lo scafo immerso, in manovra di battaglia. Comprese che Terranova, il
Capo Figari, Porto Cervo, Caprera, la Maddalena gli erano a tramontana e
ch'egli aveva tenuta la rotta più verso libeccio. Ma non virò, non la
mutò. Anche una volta egli aveva tracciato con l'animo una linea più
diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia. La
costa era là, deserta sterile e dorata; nella sua bassura, propizia
all'atterraggio. Scorse una muraglia informe di fichidindia; scorse più
lungi in un seno verdiccio un armento presso una capanna conica. Scoprì
in una calanca una lista di sabbione, contro una macchia cupa forse di
ginepri, forse di lentischi. La scelse per atterrarsi. S'atterrò nel
sogno e nel prodigio, sicuro e lieve, dismemorato e inconsapevole, quasi
al frangente dell'onda.
Non clamore, non tuono di trionfo; non moltitudine pallida di facce,
irta di mani. Silenzio selvaggio, erma gloria; e il mattino ancor
fresco; e il respiro del mare fanciullo che le braccia piegate della
terra cullavano; e la parola della segreta nutrice che sa la vita e la
morte e ciò che deve nascere e ciò che non può morire e il tempo di
tutto. «Figlio, non v'è dio se non sei tu quello.»
Egli restò attonito e intento per alcuni istanti. Poi fece l'atto di
balzare su la sabbia; ma lo spasimo della bruciatura profonda gli
strappò un grido, lo trattenne. Allora discese cauto, cercando intorno
un sostegno. Sedette sul lido solitario; e si pose a distaccare dal
piede incotto i resti del cuoio incarbonito. Come aveva esausta la forza
e non sosteneva lo strazio, scivolò fino alla riva; e tenne il piede
immerso nel mare.
-OPERE di GABRIELE D'ANNUNZIO-
=Prose scelte= L. 4
ROMANZI
=Il Piacere= 5 --
=L'Innocente= 4 --
=Trionfo della Morte= 5 --
=Le Vergini delle Rocce= 5 --
=Il Fuoco= 5 --
=Le Novelle della Pescara=4 --
=Forse che sì forse che no= 5 --
POESIE
=Canto novo; Intermezzo= 4 --
=L'Isottéo; la Chimera=4 --
=Poema paradisiaco; Odi navali= 4 --
=La Canzone di Garibaldi:= La Notte di Caprera 1 50
=In morte di Giuseppe Verdi.= Canzone 1 --
=Nel primo centenario della nascita di Vittore
Hugo= -- MDCCCII-MCMII -- ode-- 50
=Elegie romane= 3 50
=Laudi= del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi
-Vol. I:- Laus Vitæ. Legato in finta pergamena 8 --
-- Legato in vera pergamena 12 --
-Vol. II:- Elettra -- Alcione. Legato in finta
pergamena10 --
-- Legato in vera pergamena 14 --
Edizione economica delle -Laudi-:
=Laus Vitæ=4 --
=Elettra= 3 50
=Alcione= 3 50
=L'Allegoria dell'Autunno=1 --
DRAMI
=Francesca da Rimini= 7 50
-- Legata in pergamena con fregi i nastri12 --
-- Edizione economica4 --
=La Figlia di Iorio=, tragedia in tre atti 4 --
-- Legata in pelle, stile Cinquecento 10 --
=La Fiaccola sotto il moggio=, tragedia 4 --
-- Legata in pelle, stile antico10 --
=La Città morta=, tragedia in cinque atti4 --
=La Gioconda=, tragedia in quattro atti 4 --
=La Gloria=, tragedia in cinque atti 4 --
=I Sogni delle Stagioni=
Sogno d'un mattino di primavera 2 --
Sogno d'un tramonto d'autunno 2 --
=Più che l'amore=, tragedia moderna4 --
=La Nave=, tragedia in un prologo e tre episodi5 --
=Fedra=, tragedia in tre atti5 --
-In preparazione:-
=Poesie scelte.=
=Le faville del maglio.=
=La madre folle=, romanzo.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così
come le grafie alternative (battè/batté, bramosia/bramosìa,
gorgoglio/gorgòglio/gorgóglio e simili), correggendo senza annotazione
minimi errori tipografici.
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