avrebbe potuto con un urto nello stomaco abbatterlo in modo che non si
rialzasse più; ma pareva ch'egli avesse un vecchio rancore da sfogare,
una lunga vendetta da compiere. Il bianco era omai stremato di forze; ed
egli lo teneva in piedi, come se giocasse con un fantoccio, rimettendolo
a piombo per la rapidità dei colpi alterni a destra e a sinistra. Tutto
il palco era sparso di sangue. Le viscere della folla urlarono: -- Basta!
Basta! -- I denti d'oro brillavano nel ghigno scimmiesco. Le guardie
intervennero.
Paolo Tarsis, che pure tante volte s'era appassionato a quegli
spettacoli, fuggì sconvolto, col cuore in gola. Si ricordava del giorno
in cui egli e il compagno avevano assistito, in Sidney, dai gradi d'un
immenso stadio capace di ventimila spettatori, sotto la giovine luce, al
pugilato supremo fra il negro Jack Johnson e Tommy Burns il Canadese,
finito in carneficina anche quello. Come entrò nell'ombra, all'estremo
del portico, due o tre bagasce in agguato lo sollecitarono. Da un Caffè
fumoso veniva un coro ignobile accompagnato da uno stridìo di mandolini
e di chitarre. Un chiarore verdognolo, dalla vetrina d'una Farmacia, non
rischiarava se non le tracce dei piedi umidicci su le lastre. Ed era una
notte d'aprile.
«Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota -- quando io abbia
passata la linea.» Egli ripeteva al suo disgusto e al suo rimorso le
parole del poeta d'-In memoriam- care all'amico, mentre andava verso la
bottega del fonditore.
Iacopo Caracci lo attendeva presso il forno.
-- Ebbene?
-- Il metallo si comincia a muovere.
Rimasero l'uno accanto all'altro, taciturni. Lo statuario aveva tra le
dita una pallottola di cera bruna e la brancicava di continuo. Il forno
ruggiva da tutti i forami splendendo. Il mastro ficcò in una buca una
lunga verga adunca e tentò il bacino. La verga ritratta ardeva
incandescente nella mano quasi incombustibile, e tutta la persona
s'avvampava al riverbero. Due manovali stillanti di sudore issarono
l'ultima corba di metallo bruto e a uno a uno fecero calare i masselli
nell'ardore che abbrusticava le braccia villose. Il forno crepitò e
crosciò nelle sue armature ferrate, mentre per lo spiracolo del tirante
si vide lampeggiare il migliaccio liquefatto.
-- Pronti? -- chiese il Caracci, un poco pallido, lasciando cadere la cera
ammollita dal pollice e dall'indice in cui aveva constretta la sua
irrequietudine.
Gli operai carponi spargevano stipa accesa nel canale interposto tra la
parete della fornace e l'entrata della forma, per asciugar la terra
fresca. Un di loro teneva già in pugno il mandriano che doveva
percuotere la spina e sprigionare il bronzo liquido. Il mastro era
salito in piedi sul tavolone che attraversava la fossa fusoria.
-- Do? -- chiese l'uomo in atto di vibrare il palo di ferro.
Allora parve a Paolo Tarsis che l'aria ripalpitasse d'un'ansietà
religiosa come nell'attesa del miracolo. Egli respirò nell'anima stessa
del fuoco e nell'anima del fratel suo. Il primo urto del ferro gli
risonò nell'osso del petto. Una vena furente e fulgente si precipitò pel
varco, più divina delle divine meteore. E non era la colata del metallo
strutto che soffiava e stridiva nei rami di gitto a riempire il cavo
della statua bella, ma era la bellezza e l'immortalità d'una seconda
vita che perpetuava l'ideale imagine fraterna e esaltava il superstite
in una subitanea purificazione. Quando la forma fu piena e la leva
s'abbassò e il turo chiuse la bocca rigurgitante e il metallo superfluo
s'incupì nel fermarsi, egli sentì che il rito del fuoco s'era compiuto
dentro di lui e che la parola del rito non poteva essere se non quella
del compagno: «Anch'io.»
Si volse a Iacopo Caracci e lo vide ancor pallido sotto la maschera di
polvere e di fuliggine; e s'accorse ch'entrambi erano su l'orlo della
fossa fusoria e che egli stesso portava le vestigia ignee sul viso.
-- Quando la mia? -- domandò allo statuario.
Questi sùbito comprese che la domanda alludeva alla seconda fusione.
-- Fra due settimane.
-- E il metallo?
-- C'è già, e buono. Venga a vedere.
L'artefice lo condusse dove i masselli erano accumulati.
-- Io non so se potrò tornare -- gli disse Paolo Tarsis. -- Ma mi prometta
che mi avvertirà.
-- Sicuramente.
-- Le affido un pegno che m'è preziosissimo. Le mani che hanno modellato
una tale opera sono certo mani sicure.
Un fervore così virile riscaldava quella voce, che il costruttore di
statue guardando il costruttore d'ali conobbe anche una volta come il
dolore non sia se non creazione. Egli sentiva che in colui era per
crearsi un grande evento. Parve che in quel punto il genio dell'amicizia
toccasse entrambi. Disse con semplicità:
-- Do la mia fede.
-- Non sorrida della mia superstizione. Le affido questo anello: non vale
se non per la data che v'è incisa. Quando il bronzo dell'altra statua
sarà liquefatto, lo getti nel bacino.
Era un povero cerchietto d'ottone, tolto alla martingala del cavallo che
impennandosi aveva ricevuto in pieno petto il lungo coltello del
juramentado, nell'isola di Sulu.
-- Sarà fatto -- disse il postremo discepolo di Michelangelo.
-- Ora mi lasci rivedere la cera.
Andarono laggiù, in fondo, nel buio. Un giovinetto nero di fuliggine
rischiarava il passo tra gli ingombri con un pezzo di torcia. Il ricordo
di Aldo nel sepolcreto etrusco traversò lo spirito di Paolo Tarsis, con
una ràffica di cose torbide e crudeli.
-- Alza la tua torcia! -- disse Iacopo Caracci al manovale.
E pel color bruno la statua pareva già fusa nel bronzo, pontata su i
piedi dai tendini tesi per iscoccar di terra, con le due ali imbracciate
come due vasti clìpei, col volto ardentemente riverso a divorare il
cielo.
S'accomiatarono, come due che legava una promessa misteriosa. Nel
passare lungo la fossa fusoria, Paolo vide il metallo superfluo rimasto
nel rigagnolo murato. Si chinò per raccogliere un colaticcio che
sopravanzava all'orlo di mattone, credendolo già freddo: ma si scottò le
dita. Allora il giovinetto fuligginoso lo prese con una tanaglia, lo
tuffò in una secchia ove strise; poi l'offerse. Aveva la forma d'una
mano.
Era notte alta, ma la nuvola qua e là rotta scopriva le stelle fioche.
La luna nascosta diffondeva un albore simile all'alba, giù pei lunghi
chiostri solitarii. Che faceva Isabella? Non dormiva: aveva ucciso il
sonno. Né egli sperava di chiudere gli occhi.
Soltanto li chiuse al mattino. Gli sembrava d'aver vegliato il suo
compagno una seconda volta. Non aveva pianto col pianto di Vana, ma
aveva compiuto il rito del fuoco.
Quando si svegliò, era tardi: non era giunta notizia alcuna. Diede gli
ordini al meccanico per la partenza. Uscì per andare all'ufficio delle
comunicazioni. La piazza ancor umida di pioggia splendeva al sole di
aprile come se tutta consentisse alla grazia della sua Fontana; la
terracotta della vecchia città sembrava perdere il fosco e il sanguigno,
tingersi di rosa novella. Egli ebbe un desiderio disperato di riudire la
voce che gli faceva tanto male.
Ansioso entrò nella cabina imbottita come quelle stanze atte a spegnere
il clamore dei supplizii. Prima udì nell'apparecchio il rombo come d'un
tràino che si dilegui, poi al suo chiamare udì Isabella rispondere.
-- Isabella, sei tu?
-- No, no, non sono.
-- Sì, sei tu. Riconosco la voce. Mi senti?
-- Oh, sempre quel passo.
-- Quale passo? Che dici?
-- Non so, non so. Ho la testa così debole! La testa mi va via.... E poi
viene quella donna, che me la prende.
-- Isabella! Quale donna?
-- Quella del grembiale rigato.
Egli ebbe il gelo in tutte le ossa. A traverso la distanza, su da quella
bocca nera e insensibile, il soffio della follia gli ventò sul viso e
l'agghiacciò.
-- Isabella, ascolta!
-- Dove sei? Sei a Mantova? Ah, non dovevi andare.
-- Non sai che sono qui? Aspettami. Parto sùbito.
-- Non dovevi guardare in quello specchio. Ho paura, ho paura.
-- Isabella, ascolta! Mi senti? Parto sùbito. Non vuoi vedermi?
-- Ah, come potrei vederti ora, dopo che ho fatto questo?
Ella soggiunse debolmente, come se parlasse a sé:
-- Dove sono stata stanotte?
Egli aveva creduto che, di là dalla miseria di quel risveglio improvviso
nella stanza verde, non potesse la vita dargli nulla di peggio. Ma in
tutto il passato nulla eguagliava d'atrocità quell'angoscia soffocata da
quell'angustia, quegli impeti di soccorso troncati da quel novo
strumento di tortura che avvicinava e separava a un tempo, che giocava
con l'illusione della presenza e con la realità dello spazio.
-- Dove sei stata? Sei uscita? Quando?
-- No, mai. Non sono uscita mai; ma....
-- Parla!
-- La senti che cammina sempre?
-- Isabella, Isabella, parto sùbito. Fra tre ore sono con te. Vieni
laggiù, da noi.
-- Come posso? Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto....
Una voce estranea interruppe bruscamente la comunicazione, fra uno
scampanellìo assordante. Quando egli uscì dalla cabina, tutti si volsero
a guardarlo, tanto il suo aspetto era miserabile.
Non respirava più. Gli pareva che non avrebbe più potuto respirare se
non in quella bocca disseccata dall'aridità della follìa. Sospingeva la
macchina col suo cuore, su per l'erta, intentissimo ai ritmi di tutti i
congegni, sapendo che la sorte era congiunta allo scocco d'una
scintilla, al distacco d'un filo. Era a pochi chilometri dal Covigliaio,
nell'Apennino, quando s'accorse che il motore non pulsava più. Egli
stesso non aveva più palpito. Il meccanico scosse il capo e corrugò le
sopracciglia, indovinando il guasto al magnete. Ogni tentativo fu vano.
Rimasero fermi su la strada, nella solitudine.
Come passava una vettura di posta, Paolo si fece portare fino al
Covigliaio per chiedere aiuto. Eran quasi le cinque; e la sua ansietà
s'aggravava di presentimenti funesti. Tornò indietro con un meccanico
addetto all'albergo. Dopo un'ora di lavoro la macchina ricominciò a
camminare. Percorso un chilometro appena, si fermò: stette là, su la
strada solitaria, ammasso pesante e inerte, con l'aspetto ottuso dei
bruti caparbii, resistendo a ogni stimolo, a ogni industria. E la
disperazione prese l'uomo.
Il tempo era lentissimo. Il giorno si consumava. Una grande serenità
pendeva su la montagna deserta. Tutte le cime si doravano e le ombre si
facevano quasi rosee. La luna insensibile, d'una delicatezza quasi
carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, saliva di dietro un
culmine ch'era simile a un òmero che ritenesse il lembo d'una tenue
tunica violetta. Ed egli ripensò il plenilunio d'agosto su la marina
pisana, la bianca terrazza coronata d'oleandri, la danza degli
orizzonti, il mimo dell'ape. Dov'era, che faceva in quell'ora Isabella?
Andava forse al nascondiglio? E lo trovava chiuso!
Il tempo fluiva, la luce diminuiva. Gli sforzi per sanare il congegno
infermo erano vanissimi. In che modo avrebbe potuto egli giungere alla
città? Omai la speranza di riaccordare il motore era perduta. Stava in
ascolto per distinguere un indizio lontano, per scoprire se qualche
veicolo si avvicinasse; quando in fatti udì nel valico il rombo ben
noto.
Si credette salvo. Riconobbe la macchina di Maffeo della Genga, carica
di donne velate e incappucciate. Era un'allegra compagnia. Com'egli
domandò soccorso, da prima gli fu dato il meccanico perché col suo
facesse un ultimo tentativo. Poi, come cadeva la sera, gli fu offerto
d'incastrarsi fra i posti occupati.
Ripartirono lasciando su la strada la carcassa inànime. Dal Covigliaio
mandarono buoi a tirarla. Filarono su Firenze senz'altri indugi. La
montagna era tutta violacea. Faceva freddo. La compagnia si rattristava,
serrata e silenziosa. Paolo sentiva che ogni minuto aveva un'importanza
incalcolabile e ch'egli correva verso una catastrofe oscura. Certo, ogni
minuto aveva il suo peso; e nei pressi di Pratolino ne andaron perduti
dieci per accendere i fanali mal pronti. Eran passate le otto quando
entrarono in città. Paolo fu deposto alla porta del suo rifugio d'amore.
Ringraziò breve: aprì il primo cancello, fece per entrare. Ma un
domestico dell'appartamento di sopra venne giù per le scale come se lo
aspettasse e dovesse dirgli qualcosa.
Si scusò; poi su la soglia, a bassa voce, gli disse:
-- Dianzi, potevan essere circa le otto, abbiamo sentito sonare il Suo
campanello e battere alla Sua porta con insistenza. Poco dopo, un uomo è
salito su per le scale e con malo modo ha incominciato a battere alla
nostra porta gridando: «Aprite! Siamo agenti di polizia. Questa donna
non appartiene a questa casa? Aprite, o gettiamo giù l'uscio.» E
seguitava a picchiare coi calci e coi pugni imbestiato. La mia padrona
sbigottita non voleva che io aprissi. Allora mi son fatto al finestrino,
e ho veduto giù per le scale appoggiata alla ringhiera una signora alta,
snella, che m'è parso di riconoscere per quella ch'è solita venire qui
da Lei. Un altro uomo era accanto alla signora, che sembrava impietrita.
Al mio diniego, la guardia insisteva. Persuaso finalmente che noi non si
voleva aprire e che la signora non apparteneva alla nostra casa, egli è
disceso con l'altro e ha ripreso lo strepito qui alla Sua porta. Ho
udito confusamente la signora disperarsi e dire con la voce soffocata:
«Lasciatemi! Lasciatemi! Non sono quella.» Non potevo far nulla per
soccorrerla perché Mrs. Culmer sbigottita m'impediva di uscire. Ma,
nell'affacciarmi per un attimo alla finestra, ho veduto la signora
salire in una vettura pubblica che aspettava su la via e andarsene
accompagnata dai due uomini seduti l'uno a fianco e l'altro di fronte.
Nell'oscurità non ho potuto scorgere il numero della vettura; ma, un
momento prima che la signora montasse, avevo chiesto al vetturino: «Dove
avete presa quella signora?» e m'è parso ch'egli mi abbia risposto: «In
Piazza d'Azeglio.» Saranno dieci minuti, appena, che ho visto la vettura
scomparire in fondo alla via. S'Ella fosse arrivata dieci minuti prima,
l'avrebbe trovata ancóra qui!
Il primo impeto fu di correre in fondo alla via. Ma, dopo qualche passo,
Paolo riconobbe l'inutilità dell'inseguimento senza tracce. Rientrò. Si
precipitò al telefono. Non poté ottenere la comunicazione perché di
laggiù nessuno rispondeva. Egli cercava di tenere in pugno la sua
volontà e di non perdere la lucidezza; ma le più strane imaginazioni
assalivano il suo cervello. Che mai poteva essere accaduto? Com'era ella
capitata in mano delle due guardie? L'avevano trovata forse vaneggiante
per la strada e avevano tentato di ricondurla? Ella stessa aveva dato
l'indirizzo segreto? E perché le guardie con quell'insistenza e con
quella brutalità pretendevano di entrare nella casa di Mrs. Culmer? O
forse si trattava di una estorsione tentata da due sconosciuti che, per
compierla, simulavano di essere due agenti di polizia? E dove dunque
portavano la misera? Che facevano di lei?
Ecco che l'orrore nella cabina cupa non era l'estremo; né l'estremo era
pur quello, certo.
«Bisogna trovarla; bisogna sapere» diceva egli disperandosi sotto i
lampi sinistri di tutte le imaginazioni. Il profumo del gelsomino di
Volterra emanava dalla stanza verde. La tunica nerazzurra era sospesa
alla lettiera, con le sue mille pieghe richiuse, come una corda attorta.
Allora gli ritornarono nella memoria le parole strane ch'ella aveva
balbettate, l'ultima sera, prima di spogliarsi: «Non mi lasceranno più
rientrare. Certo mi spìano. Certo ora sanno che io sono qui.... Lo
Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo.» Poteva essere che quei due
avessero tramato l'infamia?
Raccolse il suo coraggio; si dispose a uscire; si preparò a tutto. Prima
d'ogni altra ricerca, bisognava andare alla Questura, nel caso che i due
uomini fossero veramente due guardie e potessero averla condotta
nell'asilo di vergogna. Andò. Sentì l'odore singolare che, con quello
dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in terra. Un
affaccendamento misterioso agitava le sale, gli anditi; i campanelli
tintinnivano di continuo; s'udiva qualcuno singhiozzare e implorare,
dietro un uscio. Un ceffo giallognolo sotto la visiera d'un chepì faceva
pensare che veramente la Natura ha fatto del volto umano il suo luogo
più orrido.
Fu ricevuto da un ispettore cortese, quasi con unzione. La Questura
ignorava tutto. Nessun ordine era stato dato. Nessun rapporto era
pervenuto. Nessuna signora era stata condotta in camera di sicurezza.
Inoltre era da escludersi che quelle due persone fossero veri agenti,
considerato il contegno brutale d'una di loro. Gli agenti, come si sa,
per penetrare in una casa chiusa, adoperano altri metodi: non la
violenza ma la scaltrezza, non la forza ma lo stratagemma. Ad ogni modo
l'ispettore cortese prometteva di mettersi subito all'opera per chiarire
il mistero.
Mancava un quarto d'ora alle undici. Cresceva la notte. Che fare? Che
pensare? Come attendere? Si trattava forse d'un sequestro di persona?
compiuto da chi? per mandato di chi? a qual fine? E le parole della
povera trasognante, balbettate di sotto il labbro gonfio, di sotto la
genciva sanguinolenta, gli sonavano sempre sul sospetto: «Lo Sciacallo.
Mio padre e lo Sciacallo.»
Risolse di andare al Borgo degli Albizzi. Il palagio era chiuso,
impenetrabile nelle commettiture delle sue bugne di pietra forte. Non
appariva nessun lume alle finestre. Nessun indizio di vita esciva da
quel masso di solidità, di silenzio e d'ombra. Al suono del campanello,
nessuno rispose. Egli persistette, risoluto a qualunque audacia.
Finalmente nella finestra del mezzanino, sopra il portone, apparve il
portinaio mormorando:
-- Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.
-- La signora non è rientrata?
-- Non c'è nessuno.
-- Ma la signora oggi c'era.
-- Ora non c'è.
-- Dov'è andata?
-- Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.
La finestra si rabbuiò. La porta, con le sue formelle e i suoi chiodi,
era incrollabile. La mole di pietra taceva deserta.
Egli tornò alla Questura: l'ispettore aveva fatto ricerche in tutti i
posti della città, inutilmente. Tornò alla casa di Mrs. Culmer; svegliò
il domestico; lo interrogò ancóra, con più acume, con più pazienza.
Dalle risposte, un dubbio crudelissimo cominciò a straziarlo.
Tentò di nuovo il telefono. Nessuno rispondeva. Gli parve di udire
squillare il campanello nel buio del palazzo abbandonato. Dov'era ella?
dov'era? dove la trascinavano?
Non pensò di coricarsi, d'aspettare il giorno nell'immobilità. Uscì di
nuovo, per la terza volta, vincendo la ripugnanza, penetrò nell'antro
poliziesco. Nessuna notizia. Come più cresceva la notte, il luogo
diveniva più lugubre. Nel silenzio, pareva che sola una pentola putrida
bollisse.
Era stanco, era digiuno, ma non trovava requie. Ripassò pel Borgo degli
Albizzi, spiò le finestre, interrogò la pietra, sussultò a ogni rumore
di ruote o di passi. Spinto dalla frenesia del tormento, andò vagando in
quella Piazza d'Azeglio nominata dal domestico, intorno a quel giardino
pubblico dove la sera si pongono in agguato le meretrici. Leggeri velli
aerei scorrevano su le cime degli alberi, bianchi di luna. Nel silenzio
non s'udiva se non l'urto dello zoccolo di qualche cavallo da troppe ore
fermo su le sue quattro zampe indolenzite. Egli interrogò i due o tre
vetturini che sonnecchiavano in serpe. Non seppero dirgli nulla; non
seppero se non soffiargli in viso i loro fiati fetidi di zozza.
Alfine, non reggendo più alla nausea e alla fatica, rientrò nella sua
vera casa, in quella dov'era venuta Vana a rivelare la cosa mostruosa.
«Ho divinato, ho veduto, ho udito.»
Non dormì. Si mondò di tanta infezione e di tanto fango. Ritornò
nell'altra casa, al mattino. L'ispettore cortese aveva promesso di
mandargli un uomo di polizia per recar notizie e per raccogliere la
testimonianza del domestico di Mrs. Culmer. Egli era omai rassegnato a
patire tutte le onte, come un supplizio che è inevitabile ma che deve
avere la sua fine. «Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota --
quando io abbia passato la linea.»
Il delegato sopraggiunse: una figura ambigua, lividiccia, viscida, con
una fronte sfuggente, con un mento sfuggente, con occhi fuggevoli. Era
la mutazione umana dell'anguilla d'Aristotele, né maschio né femmina,
nata da quella sua gran madre universale Putredine.
Sùbito disse:
-- La signora è in casa, è da ieri sera nel suo palazzo. L'ispettore
stamani, appena aperto il portone, ha interrogato il portinaio e lo ha
costretto a dire la verità. La signora fu ricondotta iersera verso le
dieci da due uomini, dei quali uno si dichiarò agente di polizia e nel
riconsegnare la signora stese un verbale. Nessun rapporto però è giunto
e non si sa ancóra quel che sia accaduto. Ora, s'Ella permette,
interrogherò il domestico.
Il domestico scese e ripeté il racconto. Ma fu accertato che, avanti il
suo accorrere, una donna di servizio aveva avuto con la presunta guardia
il primo scambio di parole.
Venne la donna. Era grassa e placida, con piccoli occhi porcini. Mentre
cianciava ella aveva dietro di sé il divano ove nell'ora del vituperio
Isabella s'era abbandonata quasi prona prendendosi la faccia tra le
palme. Egli la rivedeva là, contro i cuscini, con la sua pallida nuca
impudica, con le sue spalle piane, con le sue reni falcate, con la sua
lunga coscia obliqua, con le gambe fuor della gonna nelle guaine lucide.
E, come la donna cianciava, l'avventura si faceva più orribile; il
dubbio crudelissimo diveniva certezza. E gli parve che la parola
vituperosa a un tratto riecheggiasse nella stanza, ove sul tappeto
brillava una lunga spada di sole.
Egli rifaceva il cammino. -- La vettura publica giunse con le tre
persone. Uno dei due uomini, un giovine magro con un abito grigio a
righe, dopo aver sonato e picchiato alla porta di giù, salì e cominciò a
strepitare dinanzi alla porta di Mrs. Culmer. Dal suo contegno appariva
ch'egli avesse sorpresa nella piazza quella sconosciuta e l'avesse
creduta un'adescatrice di passanti! Chiestole l'indirizzo, egli l'aveva
ricondotta là credendo che quella casa fosse una specie di ritrovo
galante. S'adirava e strepitava perché credeva che «la padrona» si
rifiutasse di aprire per evitar perquisizioni pericolose. Per ciò
gridava: «Questa donna non appartiene a questa casa? Chiamate la
padrona. Fateci parlare con la padrona.» Tutte maniere significative. E
la donna dava un indizio ancor più grave. La guardia si rivolgeva alla
sconosciuta e le domandava: «Ma che facevate voi, nel tal luogo, che
facevate?» La testimone però non si ricordava del luogo nominato; ma
anch'ella credeva fosse quella piazza.
Allora la bipede anguilla, evitando sempre di guardare gli occhi chiari,
disse:
-- Mi sembra che la cosa si vada illuminando. È probabile che si tratti
veramente d'una guardia. La guardia deve aver trovata la signora in
Piazza d'Azeglio, che appunto verso sera è mal frequentata nell'ombra
del giardino. Colpito dal contegno strano, ha commesso l'errore....
Faremo le ricerche. Sapremo tutta la verità.
Paolo udiva la parola di vituperio risonare nella stanza, una volta, due
volte, tre volte; e, dopo ciascuna volta, una pausa come dopo un colpo
che atterra. Rivedeva quella faccia distrutta, simile a un pugno di
cenere. Poi risentiva soffiare su sé la feroce insània, rivedeva sé
nell'atto di percuotere l'atterrata sul viso su le braccia sul petto,
ruggendo l'ingiuria.
Poteva il destino schiacciare la povera creatura con un calcagno più
lurido? Quale invenzione mai poteva eguagliare quella realtà? L'ultimo
urto per abbattere quella ragione vacillante era stato dato dal caso con
una sapienza degna della più lenta premeditazione. E l'ultima voce,
udita a traverso la nera distanza, non pareva avere annunziato
l'infamia? «Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto....» L'avevano presa
per un'adescatrice di passanti in un giardino publico. Certo, nel
terrore, ella aveva dato l'indirizzo della casa d'amore, sperando di
trovare il rifugio e la difesa. E l'avevano ricondotta a quella casa
come a un postribolo, come per essere restituita al luogo del suo
mestiere immondo! E la porta era chiusa. Battuta dai pugni e dai calci,
era rimasta chiusa.
Paolo guardava la striscia di sole sul tappeto, attonito. La vita era
veramente quale gli era apparsa nella caligine piovigginosa, l'altra
notte, sotto il portico, tra la carneficina e l'oscenità, tra il Caffè e
la Farmacia. Per giungere a questo egli aveva costruito le sue ali?
Uscì. Si soffermò a piè della scala; guardò il ferro della ringhiera e i
gradini di marmo bianco. «Vale la pena di colare a picco, se non per
altro, per non aver più in fondo alle pupille quella fiammella
giallastra che iersera illuminava la scala e che è la cosa più lugubre
della terra, più lugubre del vomito fetido di un avvoltoio dopo la
morte, o Vana beata, martire salva!»
Rientrò nella casa vera, in quella dove l'imagine di Giulio Cambiaso era
chiusa nella custodia di lutto. «I minuti di Pratolino, la sosta per
accendere i fanali! Ecco i giochi della vita. Ma, dal momento in cui la
vettura col triste carico si mosse, dove fu condotta la povera creatura?
dove fu trascinata, sino al momento in cui forse disse il suo vero nome
e diede l'indirizzo della sua casa vera e vi fu deposta?»
Un solo uomo in quella sciagura poteva aiutarlo: il dottore. L'aveva
incontrato poche volte, aveva scambiato con lui poche parole; ma aveva
sùbito sentito, in quella struttura quadra, in quella mano larga,
qualcosa di saldo, di leale, di generoso: una bontà lucida e virile, una
energia misurata, un intelletto vigile. Lo cercò, lo trovò. Non lo trovò
soltanto in presenza, lo trovò in anima.
Aveva già visitato la demente; appariva triste e perplesso, poiché non
conosceva l'episodio della cattura se non nel ritorno dell'infelice
accompagnata dai due sconosciuti e riconsegnata al portinaio. Né Paolo
aveva cuore di confessargli la sua miseria e la sua insània.
-- L'ho trovata -- disse il dottore -- non nel suo appartamento ma in una
piccola stanza del mezzanino, in una specie di sottoscala, dov'ella si
rifugiò iersera come in una tana, risoluta a non più uscirne. Il
fratello e la sorellina sono a Volterra. Ora la povera creatura sa che
il padre e la matrigna si sono già stabiliti nel palazzo. Per aver
soltanto intraveduto la nemica a cui dà il nome di Sciacallo, ella ha
gittato tali grida di terrore che, dianzi, la gente era assembrata sotto
la finestra.
Paolo appariva così contraffatto che il medico s'arrestò.
-- Continui -- disse egli, come se non fosse sotto la parola ma sotto il
ferro operatorio. -- Continui, prego.
-- Per quanto io abbia cercato di persuaderla, non m'è riuscito di trarla
fuori dalla sua tana dove non c'è che il nudo muro, una vecchia branda e
qualche sedia sconnessa. Il delirio è violento, e non so ancóra
determinarne tutte le cause. Dianzi, alle mie persuasioni rispondeva:
«Non posso, non posso più uscire di qui. Le guardie mi arrestano, mi
portano alle Murate. Sono scritta nel libro della Questura. Non sa,
dottore, chi sono io? non lo sa? Prima c'era uno solo nel mondo, che lo
sapeva e lo diceva. Ora quest'uno è andato e m'ha scritto nel Libro. Le
guardie mi conoscono. Tutti mi conoscono. Come vuole che io esca di qui?
Non mi chiamo più Isabella Inghirami. Sa, dottore, come mi chiamo io?
Vada, scenda nella via, lo domandi al primo che passa. Come vuole che io
esca di qui, con questa bocca? Non vede come mi sanguina? Prima fu una
piccola goccia, una piccola piccola goccia. Vana la vide, Vanina la
vide, e m'asciugò; con un piccolo fazzoletto m'asciugò, e poi lo serbò;
serbò la macchiolina rossa, e aspettò. Ora, vede?, ora non faccio che
leccare il mio sangue, e mai non stagna. Chi m'ha pestata così? Quello,
sempre quello, quello che m'ha scritta nel Libro....»
-- Continui, prego.
-- Ma, signore. Ella sta male.
-- No, dottore. Continui.
-- Ora, in realtà, l'inferma ha le stìmate nella bocca. Le gencive
sanguinano intorno ai denti, le labbra sono arse e screpolate, tutti i
muscoli del viso sono stravolti. E certo è questa la più intensa delle
sue idee deliranti; ma ve n'è qualche altra, forse più tormentosa e di
natura più grave, di cui non so scoprire l'origine.
-- Dica, dica. Quale?
-- Forse Ella può illuminarmi. L'inferma, a intervalli, crede di sentire
qualcuno che cammina sotto il suo cranio, un passo concitato che suona
dietro l'osso della sua fronte; e il suo terrore di quel supplizio e
dell'eternità di quel supplizio è tale che non si può assistere
all'accesso senza profondo strazio. Né gli intervalli le danno riposo,
perché è di continuo nello sgomento e nell'attesa di riudire il passo.
Se parla, si arresta per ascoltare. Quando l'ode avvicinarsi, si curva
tutta sopra sé stessa, e rompe in supplicazioni confuse che non son
riuscito a intendere, così forte il terrore le fa tremare le mascelle.
Ma una volta ha detto, sotto voce, con un accento infantile: «Bisogna
andare andare, mettersi in cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa
dove....» E mi sembra che in questo delirio entri per qualche parte la
sorellina; perché a un certo punto è balzata in piedi, con una
eccitazione spaventosa, gridando: «Ah no, questo no! Mi porta via
Lunella, mi si prende Lunella! Ah, questo no! Non me la togliere! Dove
la porti? dove la trascini? non vedi? è piccola, non può seguirti....
Lasciala! Perché mi fai questo? Non vedi come sono? Non posso farti più
male. Tu mi cammini sopra, tu mi passi sopra. Sono diventata la tua
via....»
Paolo si stringeva le tempie fra le mani, e accennava di non poter più
udire. L'insonnio, il digiuno, la stanchezza, la violenza delle
commozioni finalmente rompevano la sua forza. Le tempie gli si
spezzavano. Lo spasimo corporale attutì l'altro dolore. Egli non poté
fare altro che distendersi e rimanere lunghe ore nell'immobilità e nel
buio.
E questo fu il primo giorno dell'ultima prova.
Il secondo giorno, dopo una notte in cui l'insonnio e l'incubo si
alternarono, egli rivide il dottore. Il delirio della demente era
cresciuto. Non era stato ancóra possibile trarla dalla tana senza
provocare una resistenza pericolosa. Il padre e lo Sciacallo, che a
vicenda custodivano l'adito, avevano espresso il loro pensiero su la
necessità di chiudere l'inferma in una Casa di salute. D'entrambi, e
della feroce cupidigia ch'essi celavano sotto la sollecitudine, il
dottore fece un ritratto spietato. Il proposito fermo d'impedire il
delitto, a qualunque costo, ridiede all'agitato la pacatezza esteriore.
-- Che cosa posso io fare per salvarla? -- dimandò egli. -- Crede che le
gioverebbe rivedermi?
Il medico rimase perplesso.
-- Parli senz'alcun riguardo. Non mi risparmi, La prego.
-- Quando l'inferma evita di dire il nome di quegli che la fa sanguinare,
-- rispose con tristezza e con pietà l'uomo dalla larga mano -- qual nome
essa tace?
-- Il mio. È vero.
Un silenzio penoso piombò su entrambi.
-- Che accadde dall'ora in cui essa uscì sola all'ora in cui rientrò
accompagnata dai due sconosciuti? -- chiese il medico guardando
dirittamente gli occhi chiari. -- Può dirmelo?
Paolo raccontò quanto sapeva, senz'alcuna omissione.
-- Ora comprendo molte cose -- disse il medico -- e tra le altre questa, la
più grave. L'inferma è convinta che fu presa per vendetta di «quell'uno»
e che, quando dagli uomini fu battuto alla porta, quegli era dentro e
udiva gli oltraggi e godeva della vergogna, e non aprì. Paolo balzò in
piedi tremando per tutte le membra.
-- Mi odia, dunque.
-- Noto che d'ora in ora l'avversione diviene più acre e assume forme più
crude. Stamani, nell'accesso, per la prima volta ha proferito sillaba
per sillaba la parola infame che la marchiò, secondo essa dice.
Paolo non sopportava quegli occhi limpidi che lo guardavano; né poteva
gridare la sua discolpa. Ma accoglieva la fatalità del male che la
misera gli faceva e nell'amore e nella demenza e nella morte. E tacque;
e specchiò la sua solitudine nel suo duro silenzio come in una lastra di
marmo nero.
Nel terzo giorno ricomparve l'uomo sgusciante dalla voce dolciastra e
dagli occhi fuggevoli. Veniva ad esporgli il risultato delle sue nuove
pratiche.
Restò sempre in piedi, parlò sommesso.
-- Nel pomeriggio di martedì, verso le sei, la signora fu vista su la
scalinata di San Firenze. L'indicazione della Piazza d'Azeglio, data per
errore del domestico o per inganno del vetturino, era falsa e forviò le
ricerche. Tutta l'avventura si svolse su la Piazza di San Firenze fra le
sei e le sette e mezzo circa. Dopo avere esitato, in preda a
un'agitazione palese, la signora entrò nella piccola porta che mette
nella cappella. Quando ne uscì, prese una vettura e diede l'indirizzo di
Borgo degli Albizzi. A mezza strada si pentì e ordinò di tornare
indietro. Si fermò di nuovo dinanzi alla Chiesa, ed entrò per la stessa
porta. Quando ne uscì la seconda volta, era già buio. Come dava in
ismanie, un uomo alto e magro si avvicinò a parlarle. L'uomo chiamò un
suo compagno, dichiarandosi agente di polizia. Ed entrambi fecero salire
la signora in un'altra vettura e la condussero là dove accadde la scena
raccontata dal domestico di Mrs. Culmer. Pochi minuti prima delle otto e
mezzo, i due uomini fecero di nuovo salire la signora nella vettura e la
condussero in giro, senza meta, aspettando che si rivelasse e desse una
indicazione certa. Come passavano per la piazza Beccaria, si fermarono
dinanzi al Caffè. Discesero; si sedettero a una tavola. La signora bevve
qualcosa; anch'essi bevvero. Quanto tempo rimasero là? Uno d'essi, il
magro, diceva: «Non la lascio se non la porto a casa, se non scopro chi
sia e dove abiti.» Sembra che finalmente, verso le dieci, la signora
abbia dato l'indirizzo di Borgo degli Albizzi. I due ve la condussero.
Il magro (poiché l'altro taceva sempre) dichiarandosi agente, fece
firmare al portiere una carta, un piccolo pezzo qualunque di carta. La
signora smaniosa disparve su per le scale. I due accompagnatori si
allontanarono. Le ricerche minutissime, compiute per trovare tra gli
agenti l'uomo indicato, son riuscite vane. Nessun rapporto fu presentato
al Questore. Io penso che l'uomo sia un qualche malfattore temerario che
abbia tentato un ricatto. Le ricerche tuttavia continueranno.
E il delegato se ne andò, con la solita aria cerimoniosa e strisciante.
Paolo Tarsis vide il Caffè ignobile; vide Isabella Inghirami -- la
creatura di tutte le grazie e di tutte le eleganze, la grande farfalla
crepuscolare che aveva vinto di levità tutte le aure dell'Estate, quella
medesima che aveva potuto d'improvviso estrarre sé dal suo masso come
una statua severa e assomigliarsi alla grande Aurora michelangiolesca --
la vide seduta tra i due ceffi, dinanzi a un bicchiere impuro dov'ella
bagnava le labbra riarse....
E il quarto giorno fu il giorno di Tamar.
Prima il dottore domandò:
-- Può dirmi qualcosa della femmina dal grembiule rigato?
-- Non comprendo.
-- L'inferma a quando a quando vede una femmina rossiccia e albina con un
grembiule rigato «che odora di quell'odore». Rifiuta di coricarsi perché
dice che le hanno messo nel letto il lenzuolo cucito da colei, il
lenzuolo di tre ferzi. Non conosce nulla, degli ultimi tempi, che possa
illuminarmi?
-- Nulla.
Tacquero per un poco, pensosi.
-- E l'odio? -- chiese Paolo Tarsis. -- Aumenta?
-- «E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande.» Ha una Bibbia?
-- L'ho.
E Paolo cercò la Bibbia e la diede al medico.
-- Ogni giorno porta un nuovo atteggiamento misterioso -- disse il medico.
-- Iersera essa ebbe una tregua fra due tempeste. La tremenda
irrequietudine del corpo cessò per un tratto. Consentì a sedersi. Aveva
rifiutato il cibo ostinatamente. Era d'un pallore e d'un'emaciazione
mortali. I sussulti, gli sguardi, i sobbalzi erano placati. Solo
persisteva il gesto perpetuo di premersi le stìmate della bocca. Stette
fisa alquanto; poi recitò con un accento inatteso un versetto della
Bibbia: questo.
Cercò nel Secondo Libro di Samuele, e lesse:
-- «E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande; perciocché l'odio che le
portava era maggiore che l'amore che le aveva portato. Ed egli le disse:
Lèvati, vattene via.» Io allora bruscamente le domandai: Chi è Amnon?
Rispose: «Quegli che mi cacciò e serrò l'uscio dietro a me,» Poi divagò
oscuramente. C'è dentro di lei un travaglio così fiero che, per
contenerlo, non le bastano le sue forze umane. Nella più torbida delle
sue tempeste dà prova d'una incredibile potenza di costrizione. Sento di
continuo il suo sforzo intorno a un nucleo profondo della sua coscienza,
su cui essa poggia e preme con tutta sé come per impedirgli d'insorgere
e di manifestarsi.
Restò in pensiero, col libro tra le mani, con l'indice intromesso tra le
pagine, nel luogo di Samuele. Egli aveva la maniera dei grandi
confessori, dei grandi maneggiatori d'anime: tentava il segreto, con una
tentazione quasi inavvertita; poi aspettava in silenzio ma facendo
imperiosamente pesare nel silenzio tutte le cose non espresse.
Dopo un lungo intervallo. Paolo domandò:
-- Aldo, il fratello, non la vede? non ha cercato di vederla?
-- Credo che sia malato a Volterra. Né, se venisse, lascerei che la
vedesse. Per ora sono costretto a prescrivere il più rigoroso
isolamento. La difendo così anche contro il padre, e contro quell'altra.
Successe una nuova pausa.
-- E Isabella non ha mai chiesto di lui? -- domandò Paolo, con una voce
ch'egli credeva aver chiarito prima di emetterla e che usciva colorata
del suo cupo sangue come quel rigagnolo fumido dei bulicami volterrani
arrossato dalla rubrica dopo la pioggia dirotta.
-- Non ho finito di raccontarle la storia di Amnon -- rispose il medico,
riaprendo il libro. -- L'inferma delirava interrottamente, sotto
un'imagine dominante. Non ho mai veduto le linee del volto umano
decomporsi e ricomporsi come quelle. La sua forma espressiva sembra una
materia in fusione, una materia condannata a una metamorfosi che si
travagli e non si compia. D'improvviso, dopo una specie di lungo
soliloquio incompreso, con una chiarezza che sbigottiva lei medesima nel
dire, disse: «Eppure, la colpa di cui m'accusate, io l'ho commessa; e
non debbo discolparmi.» Allora io ripetei la mia domanda guardandola
nelle pupille: «Chi è Amnon?» Ebbe uno di quei sorrisi indicibili che
sono nelle sue stìmate direi quasi un raggio d'ombra, assai più
misterioso del raggio di luce che si vede nelle rappresentazioni della
stìmate sante. Poi recitò lenta un altro versetto, traendolo dalla sua
memoria come dal fuoco: «E Amnon era in grande ansietà, fino a
infermare, per amor di Tamar sua sorella.» Allora io ripetei la mia
domanda incalzandola: «Ma dunque Amnon chi è?» Balzò in piedi con uno di
quegli impeti che la fanno somigliare a un turbine di cenere e di brace,
gridando: «Mio fratello! Mio fratello!»
E il quinto giorno fu il giorno della ricordanza.
La demente aveva chiesto a Chiaretta la vecchia scatola armonica dal
pettine d'acciaio; il suo scarabillo. Ella s'insanguinava le dita contro
le punte del cilindro, come a sei anni. Stava accosciata e china a
ricevere l'aura della doppia aletta, ad ascoltare la voce piccola e
infinita che saliva dal fondo della sua infanzia.
-- È strano -- disse il dottore a Paolo. -- Quel tintinno la placa,
interrompe anche il suono del passo che le cammina sopra. Stamani
diceva: «Chiamatemi Lunella, rendetemi la mia Forbicicchia, che venga e
porti con sé Tiapa e le sue forbici e stia qui e intagli per me qualche
figuretta, e si viva insieme tutt'e tre, e lo scarabillo suoni sempre
suoni sempre!»
Paolo la rivide apparire su la terrazza, seminuda nella sciarpa lunare,
con la stella cilestrina in mezzo alla fronte, recando la cosa ignota
avviluppata nel pezzo di stoffa.
-- Profittando di questa specie d'incantesimo che la tiene, e del suo
desiderio di Lunella, son riuscito a persuaderla di lasciarsi ricondurre
a Volterra.
-- A Volterra?
-- Ho ben considerato. È impossibile ch'essa rimanga qui, in queste
condizioni. Deve tutto temere dal padre e dallo Sciacallo. La più
assidua vigilanza non basta. Ora la villa murata di San Girolamo non
soltanto è ottima per quiete e per solitudine ma ha il vantaggio d'esser
prossima a una Casa di cura, che è diretta da un uomo d'alto ingegno e
di profonda coscienza, e di rigidissima disciplina, nel quale io posso
pienamente confidare. Inoltre so che il padre non si oppone a questo
trasporto. E non bisogna dimenticare che purtroppo la sua autorità è
avvalorata dalla legge, e che conviene per ciò traccheggiare con lui.
Non frappongo indugio. Preparo la partenza per domani.
Fino a quel punto Paolo non aveva ancóra avuto il sentimento finale del
distacco, dello strappo, della separazione ineluttabile. Quel trasporto
gli parve il vero trànsito dell'anima. Non rivide il giardino di
gelsomini cantato da Hafiz, ma la Reggia della Follia e il sepolcreto.
Poi si ricordò dell'antilope ferita, dai grandi occhi teneri come gli
occhi di Leila.
Per commiato, la sera volle tornare nel nascondiglio, entrare nella
caverna verde. La scala era lugubre, rischiarata dalla fiammella
giallastra accesa sul pianerottolo; era come quella ove rimasero le
macchie del sangue non lavate, dopo il delitto; era deserta e tacita, ma
per lui risonava dei colpi dati alla porta dallo sconosciuto. Nelle
stanze le cose cominciarono a vivere contro i suoi sensi con tanta forza
ch'egli temette il contagio della demenza. Furono come Isabella, come la
bellezza viva d'Isabella, come le sue trecce, come la sua nuca, come le
sue braccia, come le sue spalle, come il suo petto, come le sue
ginocchia, come le sue caviglie. Tutte si rianimarono, si umanarono,
assunsero un aspetto patetico e consapevole. Isabella era per ovunque.
S'egli si moveva, la sentiva, la toccava, aveva da lei nei precordii
quei sordi tonfi, quei rossi terrori, onde l'approssimarsi della voluttà
era come l'approssimarsi dell'annientamento. I ricordi, in così breve
spazio, si fecero di carne e d'ossa, camminarono verso di lui su quattro
branche, lo soffocarono con un respiro grave come quello delle fiere.
Poi combatterono, poi si divorarono tra loro; e rimasero vivi i più
selvaggi, e infuriarono. «Ricordati del mio pianto come io mi ricorderò
della parola che accompagnava i tuoi colpi.»
E il sesto giorno fu il giorno del vituperio.
L'ispettore cortese fece sapere a Paolo Tarsis ch'egli aveva alcune
notizie da comunicargli, di natura molto delicata, intorno al mistero
della notte orrenda. «Che c'è di nuovo? che c'è ancóra di più tristo?»
si domandò il superstite ch'era già pronto al suo viaggio.
Isabella forse in quell'ora viaggiava per Volterra, a traverso le crete
della Valdera, a traverso le biancane sterili; vedeva di là dalla
collina gessosa riapparire all'improvviso su la sommità del monte come
su l'orlo d'un girone dantesco il lungo lineamento murato e turrito, la
Città di vento e di macigno.
Come per accompagnarla fino ai tre cipressi, fino ai tre patiboli
confitti sul poggio calvo, egli passò per la piazza di San Firenze prima
di andare al colloquio incerto. La piccola porta, per ove ella era
entrata, s'apriva sotto una finestra difesa da ferri robusti. L'andito
era bianco, con le pareti coperte di lapidi e di stemmi. Appesa in alto
era una lunga scala di legno; altre due lunghe scale eran poggiate sul
pavimento, simili a quelle dei crocifissori. Un pergamo di legno scuro
era abbandonalo a fianco dell'uscio.
Tutte quelle cose, ch'egli vedeva per la prima volta, si misero a vivere
in lui come se anch'esse fossero impregnate della vita d'Isabella. Il
cuore gli si gonfiò d'una pietà disperata, quand'egli scopri nell'ombra
la piletta dell'acqua santa. Vi luceva poc'acqua, dove forse la povera
folle aveva intinte le dita per segnarsi, col gesto della consuetudine.
Camminò sopra una pietra sepolcrale, per un breve corridoio ingombro di
armadii neri. Entrò nella cappella; guardò le lastre nere e bianche del
pavimento ov'ella s'era inginocchiata, dinanzi ai balaustri di marmo che
chiudono lo spazio dell'altare; guardò con occhi intentissimi. Gli
aspetti delle cose gli si stampavano nel dolore, a uno a uno, senza
sovrapporsi.
«Che fece nella lunga sosta? rimase in ginocchio? si sedette? pregò?
sapeva ancóra pregare? e quale fu la sua preghiera?» Egli guardava,
guardava; e gli occhi si dilatavano per tutto vedere, per tutto
accogliere, e l'intero viso viveva la vita dello sguardo, come nell'ora
di Mantova, come là dove tutti i segni erano eloquenti e tutti i
fantasmi cantavano.
Sotto la cupola, nell'altare dedicato alla Vergine, una corona di cuori
votivi cingeva l'imagine santa. Due lampade d'argento ardevano ai lati.
E da un lato e dall'altro erano due porte chiuse, in mezzo a' cui
battenti splendevano due cuori d'oro in fiamma; e su l'una e su l'altra
porta era l'iscrizione: -Reliquiae sanctorum-. Alla parete destra, un
confessionale; un altro, alla sinistra; e presso, due panche. «Su quale
restò seduta?»
Gli parve d'indovinare scegliendo, e sedette su quella. Sentiva l'ombra
scendere dal lucernario. Vedeva, a traverso il cancello, la Chiesa
bianca sostenuta dagli alti pilastri di pietra serena. Vedeva di là
dalla cappella gli anditi oscuri, ingombri di stalli di armadii di
confessionali. Una donna quasi cenciosa passò, e lo guardò con due occhi
di febbre, pieni d'infinita miseria. Gli tese la mano cava, senza
dimanda. Prese l'elemosina, senza grazie; e scomparve nell'ombra
trascinandosi come se avesse le reni spezzate.
E sul passo della mendicante, mentre l'ombra scendeva più grave dal
lucernario, gli apparve in un attimo Isabella, simile a un turbine di
cenere e di brace, con le stìmate nella bocca.
S'alzò, temendo le allucinazioni; attraversò il corridoio; escì su la
piazza. I fanali erano già accesi. La massa petrosa del Bargello
occupava il cielo argentino. Il campanile azzurro della Badia attendeva
che alla sua punta si accendesse la prima stella. Una fila di vetture
stava lungo il marciapiede, coi cavalli stanchi e tristi, coi vetturini
sdraiati in attitudini di ubriachi o di mentecatti. «Quale di quelle
portò la povera folle, seduta tra i due accompagnatori?»
Per la via del Proconsolo, pel Duomo, nel chiaro e tiepido argento della
sera d'aprile, andò al luogo di vergogna. Risentì l'odore indefinibile
che, con quello dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in
terra. Pensò all'ignota femmina dal grembiale rigato.
Entrando nella stanza dove l'ispettore cortese lo attendeva, fu come il
torturato che passa da una muda in un'altra per l'estrema sevizia.
Di dietro il cristallo insensibile degli occhiali d'oro, l'uomo zelante
disse con rapida precisione:
-- Dopo ricerche minute e discrete, ho potuto stabilire che nessuno dei
due sconosciuti era agente di polizia. Si tratta di due sozii, d'una
vera coppia criminale. L'uomo magro, il violento, è un certo Stefano
Feri, una canaglia della più bassa specie, sfruttatore di bagasce,
ricattatore e ladro. Il grasso, soprannominato Il Canonico, è un certo
Beppe della Luzza, abbiettissimo tra gli abbietti, che Dante avrebbe
messo alla pioggia di fuoco in compagnia di quell'altro canonico de'
Mozzi.
E l'uomo si compiacque della vereconda allusione dantesca, con un
sottile sorriso che traversò la visiera di cristallo.
-- Entrambi, sozii, sono di continuo in cerca di affari loschi. Come si
trovavano su la piazza, quella sera? La piazza di San Firenze, la sera,
è il ritrovo della marmaglia intanata nelle vie e nei vicoli che si
diramano dietro il Tempio e dietro il Tribunale. Là presso è anche una
specie di Caffè bordello. I due procaccianti vi hanno il loro recapito.
Ora, a qual fine si accostarono? Non è da pensare che fossero mossi
dalla pietà, vedendo la signora smaniosa. La vedevano per la prima
volta? Avevano premeditato il colpo? L'indirizzo fu dato dalla signora,
o già lo conoscevano? Volevano tentare un ricatto? in quale forma?
L'uomo seguitò ad accumulare le interrogazioni con crescente effetto
oratorio, al modo di Cicerone contro Vatinio, polito poliziotto ornato
di tutte lettere, invero ammirabile. Contenne la voce in un tono quasi
patetico, quando giunse all'ultima ch'egli gravò di un dubbio turpe:
-- E che fecero della disgraziata vittima nella troppo lunga ora, tra la
partenza dalla Sua casa e l'arrivo al palazzo di Borgo degli Albizzi?
Con tutti i mezzi, se Le aggrada, conosceremo la verità.
Paolo Tarsis indugiò qualche attimo, prima di rimettersi in piedi.
Dispensò dalla ricerca; ringraziò; uscì. Il mondo gli appariva come una
cloaca immensa. Ogni bellezza, ogni gentilezza era distrutta. Il volto
dell'Amore era osceno come quello d'un pagliaccio vinoso. Egli vedeva la
divina Isabella Inghirami seduta tra il ruffiano e il sodomita, dinanzi
a un bicchiere sudicio, nel Caffè male odorante. La parola di vituperio,
il destino l'aveva raccolta per adempierla.
E questo fu il sesto giorno dell'ultima prova.
E il settimo giorno l'Ulisside drizzò al suo cuore la parola d'Ulisse:
«Cuore, sopporta. Ben altro tu hai sopportato più cane!» E si scrollò, e
prese la sua via. E la sua volontà e il suo dolore furono una sola
tempra.
Il dì venti d'aprile, verso sera, Paolo Tarsis ebbe dallo statuario il
messaggio promesso. I fuochi erano accesi, sotto la tettoia del
fonditore. Il metallo si struggeva nel bacino. La statua aspettava per
tutte le sue vene avide il sangue rovente, vestita dalla tonaca di
terra, in fondo alla fossa fusoria. Un altro degli Schiavi
michelangioleschi, con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio, era
per isprigionarsi dall'aspra ganga e per imbracciare le ali come clìpei.
«Dàgli, con la spalla col ginocchio e col pugno, dàgli forte, dà la
buona stratta come la stratta della morte; ché il vento gira al largo e
ridonda, e risona come il bronzo sonante, nel battito del mare.»
Sotto la sua tettoia ardeatina, anch'egli aveva acceso i suoi fuochi.
Tutto il giorno aveva lavorato intorno al suo grande airone, in
silenzio, con i suoi meccanici, portando anch'egli la tunica azzurra,
non temendo per le mani che gli s'eran fatte troppo bianche, tenendo ben
celato il suo disegno e il suo proposito. «Ponente una quarta a
libeccio!» Non si trattava già d'approdare all'altra riva ma di
naufragare al largo, alla massima distanza dalla spiaggia d'Enea. Per
ciò egli aveva atteso a rinforzare i suoi congegni: aveva mutato il
motore, il serbatoio, l'elica; con molta industria aveva sospesa sul suo
capo, nel suo posto di timoniere, lontana dalla perturbazione del ferro
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