Ella giunse con uno di quei suoi movimenti aerosi che la facevano pur
sempre assomigliare a Ornìtio, con la bocca splendida a traverso il
velo, con l'impeto e con la grazia in ogni piega delle sue vesti.
-- Aini, Aini, sono qui. Dormivi?
Egli non s'era levato, non le era andato incontro, non l'aveva di sùbito
avviluppata nel suo desiderio inesausto, non le aveva sollevato il velo
con la mano impaziente per divorarle le labbra, non l'aveva abbattuta
sul tappeto ancor tutta anelante, come un violatore micidiale,
rinnovandole quella paura che la faceva gioire più d'ogni dolcezza.
Perché? S'era addormentato aspettandola? era stordito dal sonno?
Ancóra col barbaglio dell'aria aperta, non lo vedeva bene sul divano
immerso nell'ombra. Rapidamente si tolse il velo e il cappello; poi,
sfilandosi i guanti, si avvicinò, si chinò verso lui muto. Non più
abbagliata, scorse d'improvviso gli immobili occhi che la guardavano; e
gittò un piccolo grido.
-- Ah, Paolo! Mi vuoi spaventare?
Era come in quel giorno marino, come quando ella aveva raccolta presso
il davanzale la rondinella loquace.
-- No, no. Lo sai che ho paura. Non mi guardare così!
Ella indietreggiava, con un riso convulso, come quando aveva lasciato
cadere dalle mani tremanti la tiepida prigioniera.
-- Perché mi fai questo? Lo sai che non voglio. Non voglio che tu mi
guardi così, Paolo.
E il riso già somigliava al singhiozzo, come allora.
Ella indietreggiava, ma egli non si levò. Una parola vituperosa, quella
che svergogna la femmina da conio, risonò cruda fra le quattro pareti. E
poi si fece una pausa, come dopo un colpo che atterra.
-- Che hai detto?
Atterrata ella non era ancóra; ma certo qualcosa di lei era piombata a
terra, se bene ella restasse in piedi. Le sue gambe s'agghiacciavano; il
suo cuore pareva come retrocesso verso la schiena, come aderente alle
vertebre, vuotato di sangue. Aveva traudito?
La parola di vituperio risonò la seconda volta, più cruda.
-- Impazzisci?
-- No. Nettamente dico quel che sei.
E per la terza volta l'ingiuria percosse la donna sul viso.
-- Ora vattene.
Egli si levò, minaccioso.
-- Impazzisci? -- ripetè ella, con la voce che le si rompeva tra le
mascelle come sconnesse.
-- Vattene, se non vuoi che io ti getti su la strada.
-- Paolo! Paolo!
In un baleno ella aveva compreso. Aveva la colpa nelle midolle, che
gridava contro di lei. La sua faccia pareva distrutta, simile a un pugno
di cenere. Non una vena in lei, che non fosse vuota; non una giuntura,
che non si snodasse; non un muscolo, che non tremasse sotto la pelle
abbandonata dal calore. Era stroncata, era perduta, era un fasciume da
gettare sul lastrico, veramente. E una forza pronta proruppe dal suo
profondo per salvarla, una forza che le rimise il cuore nel mezzo del
petto, che le riempì le vene, che le rannodò le giunture, che le rassodò
i muscoli, che le ricolorò la faccia, che le concitò la voce: la forza
viva e invitta della menzogna, più potente che i nervi i tendini e il
sangue. L'uomo, che l'aveva annientata, la vide moltiplicarsi come un
mostro che schiacciato rinasca e si rigonfi e si dirami in più tentacoli
tenaci.
-- Che pazzia t'ha preso, così, a un tratto? di che t'hanno abbeverato
per farti così bruto? Mi ingiurii, mi scacci; e credi che non sia
necessario dire una qualunque ragione! Sei un insensato. Ho pietà di te.
Lo sdegno esalava dalla sua attitudine, ardeva nella sua parola. Senza
grido, quasi pacato, egli confermò:
-- Ho detto quel che sei. E nessuna della tua specie ti eguaglia
nell'impudenza. Non vale che io parli.
-- Esigo che tu parli.
-- Quel che hai fatto, lo sai bene.
-- Mi sono data a te senza misura. È il mio torto!
Ella era là, discosta, in piedi; ed egli voleva ancor più separarla da
sé, respingerla nell'abominazione, vederla scomparire. Ed ella era
ancóra là, per lui, come la sola cosa viva nell'Universo, la sola cosa
alzata sul suo varco. E v'era per lui un solo varco, un solo cammino, un
solo orizzonte: ed ella glielo serrava. E sentiva di non poterla
abbattere, se non per giacerle sopra, per distruggersi in lei.
Disse, con parole aride e rapide che gli passavan tra i denti come i
carboni accesi tra le dita di chi li raccoglie scottandosi per evitare
l'incendio:
-- Tanto la misura t'è ignota, che hai un amante perfino in casa tua, hai
pervertito perfino chi ti vive accanto, sotto gli occhi delle tue
piccole sorelle....
Ella balzò, gridò d'indignazione irrefrenabile.
-- Ah vile, folle e vile! Come osi di gettarmi in faccia questo dubbio
mostruoso?
-- Non è dubbio, è certezza.
-- Folle e vile!
-- Il dubbio tu stessa ti sei piaciuta di suscitarlo, di eccitarlo, per
la frenesia malvagia delle torture, quante volte, con quanti modi
ambigui! Tu lo sai. Io me ne ricordo. Porto le bruciature. Ma pensavo
che tu ti eccitassi col fantasma della colpa, per una delle tue tante
perversioni crudeli. Non credevo possibile la duplicità in una creatura
che ogni giorno si torce urla agonizza nelle mie braccia e ogni giorno
mi chiede di più e si dona con più furore....
-- Tu stesso mi difendi. Con questo mi difendi tu stesso, dimostri tu
stesso la tua demenza.
-- «Capace di tutto!» Ti ricordi? ti ricordi su la via di Mantova? Questo
mi rispondesti, questo mi dichiarasti. E promettevi il dolore e
l'obbrobrio con le parole oscure, e minacciavi tutto il male. Ah,
t'avessi scagliata nella polvere, avessi schiacciato me e te contro quei
tronchi, avessi annientata la tua perfidia e la mia sciagura!
Ella era fissa. Qualcosa come un flutto dell'anima saliva di dentro e
velava la sua sfrontatezza. La sua menzogna ora pesava alla sua
passione. La necessità della discolpa la umiliava. Quell'uomo doloroso e
iroso, simile ad ogni altro uomo nella rampogna nel dispregio e nel
castigo, le sembrava ottuso e tardo. Ella avrebbe voluto rispondere: «È
vero. Mi ricordo. Anche dissi: -- L'amore che io amo è quello che non si
stanca di ripetere: Fammi più male, fammi sempre più male. -- Ah, perché
voi siete come tutti gli altri? perché la vostra gelosia è così cieca, è
così ferina? Vi amo sino alla morte. Questo è certo. Se voi ora
veramente aveste la forza di scacciarmi o di fuggire, io non saprei
continuare a vivere. Quel che di me più vi brucia e vi crucia, la mia
carne, si disseccherebbe, non si nutrendo se non della vostra. Eppure,
la colpa di cui mi accusate, io l'ho commessa; e vorrei non discolparmi.
L'ho commessa per amore dell'amore, perché non è vero che la perfezione
dell'amore sia nella congiunzione di due; e questo gli uomini sanno ma
non osano confessare. L'amore, come tutte le potenze divine, non si
esalta veramente se non nella trinità. E questa non è una dottrina
perversa, non è un gioco di perfidia, in me, ma è un verbo testimoniato
col martirio, col più dolente sangue del petto. Un tale amore disdegna
la felicità per un bene ignoto ma infinitamente più alto, verso cui
l'anima si tende di continuo rapita dal più puro dei dolori, che è il
dolore disperato; mentre la coppia richiede il giogo e n'è gravata
sempre, e n'è curvata verso la polvere o verso la gleba, e forse è
inevitabile che la guidi il bifolco avaro. Ah, quando finalmente
l'amante non sarà più lo stupido nemico ma il fratello pensoso e
voluttuoso? Lo so, lo so: voi non potrete mai comprendere. Vi sarà più
facile toccare le stelle nel volo, che avvicinarvi al mio mistero.
Nessuna parola e nessuna lagrima varrà mai a persuadervi che non ho
ceduto al vizio deforme ma a questo senso divino del patimento, ch'io
porto in me. Non ho cercato né ho dato il piacere; ma ho presa nella mia
mano tremante un'altra mano tremante per scendere a trovare il fondo
dell'abisso, o forse del tempio sotterraneo. Non ho fatto opera di carne
ma di triste iniziazione. E anche per voi, taciturno che non parlate se
non ad offendere o a delirare, anche per voi io sono una scienza: non
sono una felicità né sono una sciagura ma una scienza severa.»
A capo chino, assorta, ella fece qualche passo verso il divano: vi si
abbandonò quasi prona, e si coprì la faccia con le palme. Quella sua
pallida nuca, pudenda come il sesso, e le sue spalle piane, l'incavo
delle sue reni, la sua cintura, e il suo fianco e la sua lunga coscia
obliqua e in parte fuor della gonna rappresa i fusoli delle gambe
apparivano. Ella era assorta nelle sue penose ambagi in cui la sua anima
avviluppava la sua novità invece di liberarla; ma turbava intanto con la
sua groppa il maschio.
-- Taci? -- diceva egli ottusamente, dominando la voglia orribile di
gettarsi addosso a lei e di straziarla. -- Ora taci? Confessi?
La violenza contenuta di lui la affaticava, quelle domande roche la
stancavano come un clamore importuno. Ella lasciava fuggire da sé la
forza della menzogna. L'eloquenza della difesa le diveniva
intollerabile. Prona, quasi in un'attitudine d'invito al desiderio, ella
comprimeva l'enormità della sua vita segreta così cupa di onde cozzanti
che di continuo si frangevano e schiumavano al limitare d'un antro in
fondo a cui stava nascosta la Sirena dell'inaudito carme.
-- Da quanto dura l'infamia?
Ella aveva commiserazione di lui che tanto in quel punto somigliava a un
altro uomo, a un altro amante; il quale, credendosi ingannato, l'aveva
assalita quasi con le stesse domande, quasi con gli stessi gesti.
-- Forse già, prima d'incontrarmi e di tentarmi, tu l'avevi corrotto. Già
a Mantova, quel giorno, c'era nelle sue affettazioni qualcosa di
lubrico....
Ella non poteva sopportare quella rampogna acre non di collera ma di mal
dissimulata bramosìa, quella doglia angusta come ogni doglia carnale,
come un bruciore, come una slogatura, come un taglio. Ancóra una volta
ella vedeva l'uomo diminuito, trasformato in noiosa belva; vedeva
l'Amore chino su quattro piedi e privo della bella fronte. «Ah, non mi
dire le ingiurie che tu diresti a qualunque altra donna per
svergognarla! Ma dimmi una parola ch'entri in me quale sono, che tocchi
me quale sono, e che mi agiti e che mi sconvolga e che tragga dal mio
profondo questa mia forza ignota di cui sono inferma, questa mia novità
nascosta di cui ho la febbre come d'un germe che sia per isvilupparsi e
per cangiarmi. Dimmi quella parola; o taci, e flagellami!» E la fronte
del fratello, e l'ardua malinconia di quelle pupille così perspicaci, e
quelle labbra così cupide e così scontente, e tutte quelle linee di
pensiero e di divinazione, e tutte quelle vampe di precocità terribile
emergevano in contrasto con la brutale oppressura che le toglieva
perfino l'energia di mentire. Ella non ascoltava più, ma udiva nella
voce il ruggito soffocato del desiderio.
-- Non rispondi?
Egli a un tratto l'aveva presa per le spalle e la squassava. Ella
rimaneva inerte, aspettando. Egli la lasciò, indietreggiò, con un gran
fremito:
-- Vattene, -- disse -- vattene. Non voglio ucciderti.
Ella si levò e disse:
-- Vado.
Erano l'una di fronte all'altro. Ella non lo guardava ma sapeva che
tutta la vita di lui era protesa verso una fatalità a cui nessuna forza
né umana né divina avrebbe potuto opporsi.
-- Vado.
Si volse per raccogliere i guanti, il cappello, il velo.
-- Addio.
L'addio le restò tra i denti. Il maschio già s'era precipitato sopra
lei, l'aveva atterrata, era caduto in un viluppo. E col pugno la
percoteva sul viso, su le braccia, sul petto, ruggendo la parola
vituperosa.
Ella non gridava né si difendeva, ma a ogni colpo gemeva un gemito
sommesso, quasi una implorazione senza suono, che somigliava il gemito
ond'ella aveva accompagnato il miracolo del primo bacio, debole come il
fiotto d'un bambino infermo. Sentì il noto sapore dolciastro nella sua
bocca, e non d'una sola stilla; e poi sentì l'altra bocca schiacciarla,
più pesante del pugno, e i colpi cessare, e le mani passare a un'altra
violenza, e la carne penetrare la carne come il ferro che sventra. E
nella lividezza del crepuscolo, in fondo a quella stanza d'amore, tra le
quattro pareti ch'erano quattro testimonii di silenzio e d'ombra, fu la
mischia feroce di due nemici legati per il mezzo del corpo, fu l'ànsito
crescente nel collo gonfio di arterie da recidere, fu lo squasso
rabbioso di chi si sforza strappare dall'infimo le più rosse radici
della vita e scagliarle di là dal limite imposto allo spasimo degli
uomini.
L'uno urlò come se in lui si compiesse lo strappo atrocissimo; si
sollevò, poi ricadde. L'altra si scrollò, con un rantolo che si ruppe in
un pianto più disumano dell'urlo. Ed entrambi rimasero abbattuti sul
pavimento, nel barlume violaceo, sentendosi ancor vivi entrambi e lordi,
ma con qualcosa di esanime fra loro, con i resti di un oscuro assassinio
fra i loro corpi disgiunti. Ed ella non cessava di piangere.
Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra
s'addensava nelle pieghe delle tende, negli angoli, sotto le porte; il
rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto.
Ed ella non cessava di piangere.
Il suo pianto era come il pianto di Lunella, era come il torrente,
strabocchevole, senza freno. I singulti precipitati parevano soffocarla;
nelle lacrime tutto il suo viso pareva stemperarsi.
Ed egli si trascinò sul tappeto, carponi, per un tratto. La prima
squilla della salutazione angelica giunse nell'ombra che s'incupiva. Ed
egli s'arrestò, perché uno scroscio di pianto più alto gli ritolse la
forza, lo rifece spoglia vuota e miserabile.
-- Isabella! -- chiamò egli tremando in tutte le ossa.
Ella non cessava di piangere. Egli s'alzò in piedi, brancolò su la
parete. Uno sprazzo di luce rischiarò la stanza. E allora egli vide la
donna atterrata e devastata raggrupparsi in sé stessa, rannicchiarsi
come una povera bestia sbigottita, incrociare le braccia sul volto,
nascondersi. E il cuore gli si divise.
-- Isabella!
Le s'inginocchiò accanto, cercò di sollevarla di sotto alle braccia
ch'ella teneva ostinatamente incrociate sul volto, scoprì la bocca piena
di sangue e di lacrime.
-- Perdonami, perdonami! -- proruppe disperato. -- È vero, è vero: sono
folle e sono vile. È vero. Perdonami, perdonami. Isabella!
Era folle di rimorso, di pietà e di passione. Tremando le disgiunse le
braccia; e scoprì i segni delle percosse, scoprì tutto quel povero viso
disfatto che impregnavano le lacrime come se dalla palpebra le si
fossero diffuse sotto la pelle.
-- Mi perdoni? Mi perdoni?
Egli si torceva d'angoscia, tendendole le mani, premendo quelle mani su
la sua voce supplichevole ch'era l'anima sua stessa divelta.
-- Mi perdoni?
E da quel dissolvimento nel pianto, da quelle povere gote solcate e
péste, da quel mento che pareva smagrito nella lugubre ora, da tutta la
persona menomata e come annodata nella doglia, anche una volta si formò
qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di eterno, di
consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.
E fu tutto. E rimasero prostrati, l'una contro l'altro, là dove avevano
commesso l'oscuro assassinio, prostrati senza parola, vinti da un amore
ch'era più grande del loro amore e che forse tornava dal luogo della
bellezza dilaniata e derelitta.
-- Mi ami? -- chiese egli, con un soffio in cui spirò l'intera sua vita.
Ella gli si piegò addosso con una di quelle sue dedizioni a cui nulla
resisteva, con una di quelle sue fluidità ond'ella eguagliava la veste
bagnata che aderisce alle membra, l'olio versato che assume la forma
della lampada ove si acquieta e risplende.
-- Alzati, -- egli pregò -- vieni. Lascia che io ti porti.
Più sommessamente egli pregò:
-- Lascia che io ti spogli, che io ti lavi.
Ella disse:
-- È tardi. Bisogna che vada.
Alzandosi, ebbe un lieve deliquio. Come rinvenne, guardò intorno
stupefatta e sospettosa; scrutò tutti gli angoli. Poi, con un modo
insolito, quasi ella fosse divenuta un'altra o trasognasse:
-- Stasera bisogna che vada via presto. Bisogna che rientri presto a
casa. Potrei rimaner chiusa fuori. Oggi è venerdì. Non avrei dovuto
uscire. Troverò chiusa la porta. Rimarrò su la strada. Non mi lasceranno
più rientrare. Certo mi spiano. Certo ora sanno che io sono qui. Non
farò più in tempo. Mi lasceranno fuori....
Le sue parole divenivano incoerenti. Pareva che una paura occulta
dissolvesse i suoi pensieri.
-- Isabella, che dici? Come possono lasciarti fuori? Chi?
Rapidamente ella rispose:
-- Lo Sciacallo. Mio padre e lo Sciacallo.
Poi si scosse; battè più volte le palpebre, per fugare da sé un'aura che
l'agitava; si premette col dorso della mano la bocca, e guardò il dorso
su cui rimaneva una traccia sanguigna. Egli moriva d'angoscia, di
vergogna e di tenerezza guardando il piccolo viso disfatto, le palpebre
gonfie e rosse, la bocca ferita.
-- Isabella! -- chiamò come si chiama per risvegliare qualcuno.
-- Sono qui -- ella rispose.
-- Mi pareva che dicessi cose strane.
-- Che dicevo?
-- Vieni. Lascia che io ti spogli, che io ti lavi. Rimani qui con me. Ti
supplico! Ripòsati accanto a me. Non te n'andare. È impossibile che noi
ci separiamo stasera.
-- Bisogna che io vada. M'aspettano.
-- Di qui puoi avvertire Chiaretta. Non te n'andare, non mi lasciare
stasera, Isabella.
Egli l'accarezzava perdutamente. Ella si persuase, si lasciò trarre
nella stanza attigua. E per qualche istante l'illusione li avvolse.
Credettero di essere in una delle loro sere di festa segreta, quando le
stanze erano piene di fiori, quando pranzavano a una piccola tavola
coperta di delicatezze, quando ella si svestiva per rimaner nuda sotto
una di quelle lunghissime sciarpe di garza colorate ora da uno Gnomo ora
da un Silfo.
Egli uscì per dare gli ordini alla donna abile e discreta che accudiva
al servizio. Rientrando, trovò Isabella che si guardava nello specchio
minutamente i segni dei colpi nella faccia. Ella aveva su la fronte una
lunga scalfittura rossa; un'altra scalfittura sul collo, sotto
l'orecchio destro; un gonfiore nerastro al labbro di sopra, e qua e là
lividure che cominciavano a scurirsi. Sorrise nello specchio, senza
volgersi; e la contrattura le fece dolere il labbro.
-- Che dirò, se mi domandano?
Poi si volse e soggiunse:
-- Vana non mi domanderà. Indovinerà. Si levò, ansiosa.
-- Bisogna che avverta Chiaretta.
Dopo aver parlato, s'indugiò dinanzi all'apparecchio con la gota
inclinata sul nero imbuto, in ascolto. E sbarrava gli occhi fisa alla
sua ansia. Disse:
-- Ho fatto male a restare.
Egli vedeva in lei qualcosa d'insolito.
-- Ma perché sei tanto inquieta?
Non era l'inquietudine ch'egli le conosceva, era un'altra; che si
manifestava in cominciamenti di gesti, in piccoli guizzi di muscoli, in
fuggevoli sguardi, i quali non le appartenevano. Tra le linee del viso,
già alterate dalla violenza e dal pianto, le si moveva a quando a quando
una linea quasi impercettibile, apparente e sparente, che le era
estranea. Egli la guardava, senza sapere perché, con un'attenzione
infaticabile.
-- Lascia che io ti aiuti a spogliarti.
Come ella gli voltava le spalle per lasciarsi sganciare, disse
all'improvviso con una gravità senz'amarezza:
-- Vana m'ha accusata a te.
-- No. T'inganni.
-- Vana è stata da te oggi.
-- T'inganni.
-- Povera piccola dolce!
Una tristezza e una pietà infinite erano nel suo accento. E la carne di
lui, nello scoprire quella nudità, conobbe un tremito nuovo.
Egli l'aveva veduta triste, gaia, tenera, lasciva, irata, crudele;
l'aveva veduta in tutti gli aspetti, ma non mai in quello. Era come una
gravità rassegnata, pacata, e intenta.
-- Vedi? -- ella disse, guardandosi sul braccio una macchia scura come
d'inchiostro. -- Il mio vero sangue è nero.
Ella aveva sfilate le braccia dalle maniche, quelle braccia non molli ma
salde che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita
come una ghirlanda rinnovata a ogni alba. Nude le larghe spalle
emergevano, e le piccole mammelle sul petto largo come il petto delle
Muse vocali, dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi. L'orlo
della camicia era squisito di scollo e di ricamo, il busto connesso
aveva la tenuità e la perfezione d'un calice florale, ingegnosi e
preziosi di fibbie e di nodi erano i legàccioli che di là si partivano a
rattenere le calze, tutti gli invòlucri partecipavano dell'intima grazia
e sembravano arricchirsi e affinarsi quanto più s'avvicinavano alla
pelle; ma ora cadevano come ingombri morbidi, disdicevoli a quel corpo
come a una statua severa, quasi respinti da una severità superba che
ingrandiva e poliva ogni rilievo a simiglianza del sasso. Quando, tolta
la scarpa, ella fece macchinalmente il gesto consueto tirando la punta
della calza rimasta aderente all'unghia del pollice, egli ne fu attonito
come d'una piccola maniera femminina che contrastasse a quella potenza.
In ginocchio, sguainò egli stesso le lunghe gambe lisce. E così ella fu
tutta nuda, senza sorridere.
-- Ora vattene -- disse.
Ricomparve nella stanza ov'era preparata la piccola tavola, portando una
di quelle tuniche a mille pieghe che, quando erano vedove del suo corpo,
si ristringevano a guisa di corde bene attorte e, quando ella vi
s'insinuava agilmente per la testa, s'aprivano a guisa di ventagli
numerosi. Quella era d'un nero blu ramificata di verde, con la fimbria
stampata in sanguigno d'un fregio di polpi al modo fenicio.
-- I garofani di Boccadarno? -- disse vedendo su la mensa angusta i grandi
fiori scapigliati color d'ardesia.
S'era riacceso in lui il fuoco torbido.
Ella mangiava interrottamente, qualche volta con una voracità subitanea,
qualche volta con una ripugnanza penosa. Aveva su la fronte la
scalfittura rossa, sul braccio la chiazza fosca, nel labbro il gonfiore
livido. Ed il silenzio era interrotto a quando a quando da un clamore di
popolo, che veniva da un anfiteatro vicino.
-- Ti ricordi della sera che ti fidanzai? Ti chiamavo Madschnun. Ti
raccontavo la storia della gazzella liberata, ti parlavo del mio
giardino di gelsomini. Te ne ricordi?
-- Sì -- egli rispondeva, con quel suo viso che non aveva se non il colore
dell'osso in cui era sculto.
-- Poi ti parlai di Vana, della passione di Vana. Poi ti parlai del
piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, ch'ella m'aveva
offerto a Mantova, nella stanza del Labirinto, per asciugare il sangue
del primo bacio. Te ne ricordi?
-- Sì -- rispondeva egli con un sordo tonfo nel petto, riudendo dentro di
sé la voce infiammata della vergine olivastra, come portatagli da una
ràffica di tempesta.
-- Ah, perché dunque non è venuta col suo piccolo fazzoletto e non me
l'ha offerto un'altra volta per asciugare la mia bocca che ha sanguinato
sotto il tuo pugno, Aini?
Senza sarcasmo, senz'amarezza, senza rancore ella parlava, e senza
sorriso; ma con quella gravità rassegnata, pacata, e intenta. Egli non
aveva fatto tanto sforzo quando in Luzon, stretto dalle catene e
infiacchito dal digiuno, s'era proposto di fissare i suoi carnefici
senza batter ciglio.
-- Domattina non ci sarà più sangue; ma andrò, e le dirò: «Guardami la
bocca, piccola sorella cara. Non è stato il bacio di colui che ami.» E
la bacerò, perché tu non potrai più baciarmi, Aini.
Egli non osava interromperla, se bene soffrisse un supplizio
insoffribile. Ella aveva preso uno dei grandi garofani e lo teneva pel
gambo, posato su la tovaglia sparsa di frutti, di confetture, di vini
chiari, di cristalli, di argenti. E qualcosa come il rombo d'una
fatalità ritornante era nell'aria chiusa. Ed egli rivedeva quel viso
d'allora, il viso sfrontato e convulso, stretto ermeticamente fra le
trecce dense, con la luce dorata nella gola e nell'irrisione, il viso
della tentatrice frenetica. Ma ben più misterioso era quello che ora gli
stava dinanzi, quello segnato dai colpi dell'assassino ch'egli non aveva
potuto reprimere, quello ch'egli aveva percosso e accarezzato e che né
la percossa né la carezza avevano avvicinato a lui. Fragile era tuttavia
ma remoto, infinito, alto su una profondità dove non era dato discendere
a lui ch'era disceso nel fondo del mare.
-- Forse l'ho io separata da te? T'ho preso a lei? E come avrei potuto
prenderti se tu non fossi stato già mio? Certo, quella sera, alla
marina, ti parvi orribile quando ti parlai dell'amore di mia sorella. Ti
ricondussi verso di lei, e le dissi: «Fa dunque ch'egli t'ami.» Ti parvi
orribile. Ma chi può mai giudicare l'amore? e chi può dire il termine
della voluttà e il termine del tormento e dove il male cessi d'essere il
male e dove il bene cessi d'essere il bene, e per che modo una nuova
vergogna crei un amore nuovo, e di che cosa debba vivere l'amore per
piacere alla morte? Come fate voi a condannare e ad assolvere? Nulla è
certo fuorché la crudeltà e la fame del cuore, e il sangue e le lacrime,
e la fine di tutto; e neppure si sa quale sia il tempo di piangere. Ma
forse c'è ancora da scoprire qualche dolore più lontano. Il mio lo
conosci?
Era ella in un di quei momenti in cui pareva estrarre sé medesima dal
suo blocco e occupare l'aria come una creatura del Titano, come il
ginocchio come l'òmero come il cubito come il seno dell'Aurora la
occupano.
-- Ah vieni! -- disse alzandosi e prendendo per mano l'amato. -- Voglio
ancóra tenerti fra le braccia.
Lo trasse nell'altra stanza, verso il gran letto verde che sapeva i loro
delirii e i loro sonni, voluttuosi come gli amplessi, e i loro risvegli
balzanti di desiderio sempre novello.
-- Vieni. Conoscimi, prima di lasciarmi. Respirami. Cercami. È la nostra
caverna verde. Pensa che siamo sotto l'oceano, che l'oceano ci nasconde,
che nessun'altra cosa ci tocca. Metti il tuo dolore contro il mio
dolore. Ah, non senti, non senti che il mio è più grande? Non senti come
il mio sangue aumenta, come le mie vene si gonfiano, come le mie ossa si
rinforzano? Mi sembra che non so qual essere meraviglioso voglia nascere
da me. Lo senti? Ti riesce d'abbracciarlo? Ah non tu stanotte, non tu
puoi tenermi fra le tue braccia; ma io ti terrò.
Veramente ella gli sembrava ingigantita e tale che la sua carezza non
potesse percorrerla. Veramente ella era come l'Aurora, scolpita nel
masso della doglia umana e sol cinta sotto le mammelle della zona che è
come quel cerchio che divide in giorno e in notte la sfera del mondo,
non vergine ma sterile e affaticata dall'ansia perpetua della maternità
inespressa.
-- Conoscimi -- ella diceva -- conoscimi, prima che io mi separi da te,
prima che tu mi lasci. Metti la tua pena contro la mia pena. Tenta di
scuotermi e di sollevarmi per sentire il peso di quel che dentro mi pesa
più della mia carne. Fammi sanguinare ancóra, se non sai ancóra di che
sa il mio sangue. Fammi ancóra male, amor mio dolce, fammi sempre più
male finché tu mi somigli; perché in nulla possiamo somigliarci se non
nella crudeltà ma tu non puoi eguagliarmi nel patirla. Ricòrdati del mio
pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi
colpi....
Una disperazione frenetica empiva l'uomo, a cui nessuna carezza valeva
perché ella si sentisse conosciuta. Forse ella non gli diceva quelle
parole se non per fargli sentire la sua solitudine. E di tratto in
tratto nel silenzio notturno, come una implorazione di ciechi, saliva il
clamore della folla rinchiusa.
-- Eccomi. Prendimi quale sono, almeno una volta. Prendi me, me e non la
forma del tuo delirio. Che almeno una volta io sia tutta tua, che almeno
una volta tu mi possegga!
Egli le suggellò la bocca per soffocarle la voce; egli le prese con le
labbra il fiato, il più profondo fiato, quello che sanno le vene i sogni
i pensieri; egli le prese con le dita il mento e con l'altra mano la
nuca, come la prima volta, e la tenne e bevve sinché non venne alla sua
saliva il sapore dei precordii.
E delirarono, fuori del tempo, fuori del mondo. Tentarono di ritessere
con le loro fibre vive una trama più stretta, tentarono di fare con le
loro due vite una morte che fosse simile a un'altra vita. Non
s'arrestarono se non per sentire l'anima spezzarsi a traverso la carne,
credendo che ciascuno fosse per rapirne in sé la metà dolorosa.
Sperarono di assaporarla nella saliva, nel sangue, nelle lacrime, nel
sudore, nella semenza. Ricaddero, si risollevarono.
Ella diceva:
-- Conoscimi.
Ella diceva:
-- Cercami. Raggiungimi.
Ella disse alfine:
-- Uccidimi.
E invano. Ricaddero, estenuati.
Egli rimase giù, come esanime. Ella si risollevò sul gomito,
implacabile; e guardò le mura, ascoltò la notte, palpitò d'aspettazione.
Tutto era silenzio. Il clamore dell'anfiteatro era cessato. L'orecchio
vigile percepì il gemitìo d'una cannella nel piccolo giardino. Seguendo
quel suono, il cuore si riempiva d'un'onda penosa, traboccava e poi si
vuotava.
-- Che ascolti? -- mormorò il giacente, senz'aprire gli occhi.
Ella lo guardò. Egli giaceva sul fianco sinistro, riverso il capo,
sottoposto il pugno e il polso alla gota, piegato una gamba sotto
l'altra distesa e disteso il braccio lungh'esso quel fianco sino alla
coscia nervosa, simile a un Tebano che non avesse sciolto l'enigma
ferale ma avesse provato la mammella e la branca della Sfinge. Non aveva
le sue armi accanto a sé, era inerme e spoglio; appariva tuttavia della
razza guerriera, della specie espedita, col ventre depresso tra le
costole e il pube, con le clavicole risentite ond'emergeva il collo
asciutto, con l'omero prominente e liscio come il ciòttolo, col torace
saldo come il corbame della carena, con i piedi magri che palesavano le
cinque corde. Nessuna mollezza: abolito tutto ciò che è molle, fuorché
il frutto della bocca; ma contrapposizione ed equilibrio di forze come
nell'architettura dorica, proporzione nella solidità. Il teschio
traspariva di sotto alla màcie ben modellato dal divino vasaio; l'occhio
era incastrato sotto l'arco del sopracciglio, come una virtù
inflessibile; la fronte non aveva se non una sola ruga ma verticale,
nella linea delle cose confitte, ma fiera come una cicatrice inveterata;
il naso di retto profilo era nettissimo, come le cose che separano.
Ella lo guardava disgiunto da sé, eppure ossa delle sue ossa, carne
della sua carne; lo guardava solitario, serrato con tutto il congegno
delle membra intorno al selvaggio dolore, eppure indissolubile.
Era l'ultima notte, l'ultima volta? Palpitò in tutte le fibre,
chinandosi sul corpo vinto; e con la voce delle sue viscere anelò:
-- Si muore?
E non seppe perché così dicesse; ed egli non rispose, ma si stirò come
chi rende lo spirito.
E in lei lo spirito si confuse. Un senso confuso di duplicità era nel
suo corpo. Ella si sforzava all'attenzione, ma non udiva più il rumore
dell'acqua né altro rumore conoscibile. Il silenzio viveva ingannevole,
traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per
riconoscerli. A un tratto le parve di riudire il passo della notte di
Volterra, quel passo continuo e indistinto che l'aveva empita di
spavento.
Gittò un urlo:
-- Vana!
Vide nell'ombra dell'uscio la figura bianca della sorella, coi capelli
sciolti come in quella notte, col bianco degli occhi balenante come in
quella notte; che la fisava, premendosi con una mano il costato.
-- Vana! Come sei qui? Come sei entrata? Vana!
Ella balzò dal letto, verso di lei che scompariva. Passò la soglia,
traversò la stanza attigua, chiamandola. Si trovò nel buio e nel
terrore.
-- Paolo!
Egli accorse. La raccolse, la portò su i guanciali, la tenne fra le
braccia.
-- Non l'hai veduta?
Le mascelle tanto le tremavano ch'ella formava a stento le parole.
-- Sei allucinata. Isabella, Isabella, non aver paura, non tremare così.
Egli stesso non dominava il suo cieco sgomento.
-- Era Vana, era proprio Vana. L'ho veduta. Stavo per toccarla. È
fuggita. Va a vedere.... Forse e là.
-- Tu deliri.
Egli le palpava le tempie per sentire se ardessero. Cercava di placarla.
Ella gemeva:
-- Tienimi. Stringimi.
Non era più la grande creatura titanica, non era più l'Aurora. Era una
povera creatura tremante che si rannicchiava contro il petto di lui
bisognosa di rifugio e di protezione.
-- Ho freddo.
Seguitava a battere i denti. Nella stanza, con l'avanzar della notte, il
calore diminuiva.
-- Coprimi. Ho freddo.
Egli la coperse. Ella gli si avviticchiava, aderiva tutta a lui così che
parve fosse venuta nella sua carne la forza delle ventose e delle spire.
Si lamentava talvolta, con quel suo fiotto di fanciullo infermo.
-- Ahi! -- gemeva, perché le lividure le dolevano, perché ora il suo
dolore era fatto di tanti piccoli dolori.
Ma a poco a poco da quel viluppo un lento bene si generava come
dall'innesto quando s'appiglia e la pianta innestata sparge le vene con
l'altra e un medesimo succo le addolcisce e nutre.
-- Ahi! -- ella gemeva; ma non era più il lamento puerile.
Era l'allarme del desiderio assalitore. E il sangue aumentava, e le vene
si gonfiavano, e le ossa si rinforzavano. Ed ella ridiveniva grande e
potente. E anche una volta ritentavano essi di fare con le loro due vite
una morte che fosse simile a un'altra vita.
Ella diceva:
-- Si muore.
Ma non sapeva di ripetere una parola già detta, e forse detta verso un
altro mistero.
E ricaddero, e si risollevarono. E la notte si consumava. E ricaddero
come per non più rialzarsi. Il sonno bestiale piombò su i loro corpi
schiumanti, li schiacciò. E per gli interstizii degli scuri entrava il
giorno, prima pallido, poi raggiante. E i colpi all'improvviso battuti
sopra l'uscio del corridoio non ruppero quel sonno ch'era veramente il
fratello del nero dèmone.
Sentendosi scuotere, la misera si svegliò con un sobbalzo; e urlò di
nuovo terrore perché credette di vedere al suo capezzale la femmina dai
capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi
albini, la femmina che portava l'odore sinistro nel grembiule rigato, la
cucitrice del lenzuolo ov'ella aveva trovato quel sonno.
Non era, ancóra non era.
Era la donna discreta che, non udendo alcuna risposta al suo battere,
aveva osato entrare per risvegliarla.
-- Signora, signora, c'è Chiaretta. Dice che ha bisogno di vederLa
subito.
La misera non riesciva a scrollare da sé il letargo.
-- Chiaretta! -- balbettò ricadendo sul guanciale. -- Che vuoi?
-- Si svegli, signora, si svegli! -- insisteva la donna.
Paolo aveva aperto gli occhi e nell'ombra incerta, ove ardeva ancóra la
lampada velata ed entravano per gli interstizii i raggi del mattino,
aveva sentito quell'aura misteriosa che accompagna la sventura. Sùbito
fu in piedi, indossò una veste, uscì nel corridoio, vide Chiaretta
stravolta e singhiozzante.
-- Che accade?
-- La signorina....
-- Vana?
Da prima ella non poté continuare ma fece il gesto orribile, il gesto
che non lascia dubbio né scampo. Dopo, sotto le domande ansiose, trovò
la forza di narrare con parole confuse e interrotte: la scoperta
lugubre, la finestra spalancata, la salma irrigidita.... La voce di
nuovo le mancò perché scorse tra i lembi della tenda un viso ch'era come
quello di laggiù. Isabella aveva traudito, aveva compreso.
Allora lavare e vestire quel cadavere virgineo non sarebbe stato così
triste sforzo come fu per quel corpo vivente, ancor madido di sudore,
ancóra schiumoso di voluttà, vergognoso di macchie crudeli, rotto dal
lungo martirio dell'orgia; che l'orrore squassava di continuo a modo di
una branca protesa a scuotere per la nuca una vittima tramortita ed a
finirla senza farla sanguinare.
Poi fu la luce spietata del giorno, fu il sole sul lastrico, poi fu
l'arrivo dinanzi la porta socchiusa a lutto, fu la scala salita quasi
con le ginocchia, fu su la soglia la vista del padre ignominioso e della
matrigna feroce sopraggiunti al bottino probabile, più oltre fu
l'incontro degli intrusi in nome della legge, più oltre fu tutta
l'abominazione e tutta la desolazione.
E non fu mai silenzio.
Seguirono giorni in cui la vita veramente parve una storia raccontata da
un ubriaco, rossa di furia e di onta. Ovunque la volontà del dolore
cercò uno scampo, ovunque trovò una via senza uscita, una muraglia
cieca, un'insidia coperta. Nella sera di Mantova il bisogno folle di
sfuggire aveva cacciato l'adolescente tra le pareti ignote, di soglia in
soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile
ruina: ogni porta, piena di minaccia; ogni scala, piena di terrore; ogni
corridoio, come un abisso. Tale non egli soltanto ma ciascun superstite,
non nel Palagio del Sogno d'estate ma nel nesso e nel flesso degli
eventi e delle sorti, nella distretta degli impedimenti e delle
necessità, nel segreto del suo proprio spirito e nella contingenza dei
casi manifesti. Ogni proposito d'azione sembrava trarre dietro dì sé il
fantasma d'un delitto.
E in un'ora più nera di qualunque altra, Paolo Tarsis credette ricevere
il messaggio del compagno fedele oltre la morte. Da una lontananza
infinita gli tornavano nel cuore antiche parole ben note: «Ma più da
presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci insieme l'uno con l'altro,
possiamo godere del pianto di morte!» Non egli le rivolgeva al compagno;
ma il compagno a lui le rivolgeva. Il vóto della triste fidanzata
divenne anche il suo vóto: «Verrò, fra poco verrò.»
S'avvicinava l'anniversario eroico. Già correva il nono mese dal giorno
del lutto. Il popolo di Brescia, apprestandosi alla nuova festa dedàlea,
aveva decretato di porre un segno in memoria del caduto, su la pianura
sottoposta al suo immenso stadio azzurro. Dopo le gare, la statua della
Vittoria sul carro rustico, sul plaustro dei coloni di Roma tratto dai
sei buoi lombardi, era tornata nella sua cella a piè del Cidneo; ma la
colonna romana dalle scannellature profonde era rimasta alzata nel mezzo
del campo, col suo capitello corinzio involto di acanti corrosi, vedova
del simulacro. Per decreto del popolo prode una statua novissima, fusa
nel bronzo fornito dall'erario civico, doveva sostituire l'antica e
rimanervi in perpetuo a commemorazione dell'eroe ligure.
Ora l'opera, allogata allo statuario bolognese Iacopo Caracci, era già
pronta nella bottega del fonditore. L'artista aveva fatto di cera due
esemplari, essendo l'un bronzo destinato a sorgere su la brughiera
bresciana e l'altro su la rupe di Àrdea per vóto di tutti i comuni del
Lazio. Ora sollecitava Paolo Tarsis perché assistesse al getto.
Da più giorni il costruttore d'ali incatenato alla terra non respirava
più ma ansava sotto l'incubo assiduo. Si preparò rapidamente alla corsa,
con uno scrollo di sollievo, tanto era il bisogno di essere altrove, di
fuggire i fantasmi, di respirare con violenza il mattino.
Era un mattino d'aprile, ma il viaggio fu lugubre. Le montagne
s'infoscavano fasciate di nuvole. Soffiava per tutto l'Apennino un vento
diaccio. Due volte egli fermò la macchina per tornare indietro,
perplesso: due volte vinse il presentimento che lo mordeva.
A Bologna, tanto crebbe la sua angoscia che non poté placarla se non
tentando di riudire la voce della povera anima lontana. Attese
lungamente nell'ufficio delle comunicazioni. Il rombo del suo cuore
empiva la cabina ottusa. L'apparecchio era pieno d'un balbettio
incomprensibile, ed egli gittava nell'imbuto nero la sua ansietà
inutilmente.
Più tardi, andò nella bottega del fonditore. Piovigginava. Sotto la
vasta tettoia il forno fusorio era già acceso. Il fumo si spandeva per
le travature, strisciava su i cumuli di terra, su i mucchi di mattoni
refrattarii, su le crepe le croste le buche delle muraglie. E il ricordo
dell'inferno di Monte Cèrboli gli passò nello spirito.
Iacopo Caracci lo condusse su pel margine d'una fossa piena d'ombra ove
si movevano i manovali taciturni. Di sotto alle catene alle funi agli
uncini dei paranchi, per mezzo ai fasci di stipa alle portantine dei
crogiuoli alle corbe di metallo bruto, lo condusse verso quella delle
due cere non ancóra rivestita della tonaca di terra.
Il volatore palpitò e s'illuminò. Una forma possente s'ergeva dinanzi a
lui con l'ali aperte. Era Dedalo? era Icaro? era il Dèmone del folle
volo umano? Non era l'artefice ateniese, il fabro della falsa vacca, né
era il suo figlio incauto; perché il corpo gagliardo, fra le due età,
rivelava il vigore adulto, giunto alla perfezione del crescere,
compiuto. Pareva che uno degli Schiavi michelangioleschi, un di quei
quattro che il Titano lasciò sbozzati nei blocchi e il nepote Lionardo
offerse al duca Cosimo, alfine con un colpo di spalla e un colpo di
ginocchio si fosse sprigionato dall'aspra ganga e col nerbo delle
braccia franche avesse imbracciato due ali per le guigge al modo di due
grandi clìpei e con tutto lo scatto delle congiunte gambe pontando i
piedi spiccasse il volo.
«Àrdea!» Il vincitore di Brescia riudì entro di sé il grido della
moltitudine, riebbe un brivido di quell'ebrezza quando una intera stirpe
fu nuova e gioiosa in lui; rivisse gli attimi sublimi quando il pilota
invisibile gli era tra l'una e l'altra ala come uno spirito del vento,
quando il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più
oltre, quando non la Nike soltanto ma tutta la gloria di sua gente era
alzata su la colonna di Roma.
Non poteva quell'impeto di uno e di tutti essere espresso in simulacro
con più alto stile. Fortemente egli lo disse all'artefice commosso; che
anche nell'aspetto somigliava al Buonarroti, con una testa camusa di
Sileno barbato su un piccolo corpo arido come un viluppo di corde da
balestra.
Ma il metallo tardava a struggersi; la fornace ardeva con poco alito. Il
bagno non era ancor pronto, né il canale; i manovali lavoravano ancóra
nella fossa fusoria. Il maestro di getto, guardando il cielo
piovigginoso e fiutando il vento come un veleggiatore alla panna,
determinò per l'operazione un'ora tarda della notte. Paolo Tarsis uscì
ma promise di ritornare.
Vagò nella sera sciroccosa, per la città malinconica, sotto i portici
eguali. «Compagno, compagno, ti ritrovo!» diceva egli allo spirito della
statua alata e all'imagine viva del fratel suo. Se bene una parte
dell'anima gli fosse penosamente protesa verso l'orrore lontano, egli
aveva dalla lontananza e dalla mutazione un senso involontario di
libertà. Gli sembrava che una sera d'amicizia tornasse a lui dopo tante
sere torbide e inquiete. Il ricordo gli palpitava dentro come un cuore
ridivenuto duplice, gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti
dell'essere caro, glielo faceva vivo come quando insieme avevano
osservato dal limitare della tettoia i segnali del vento e compianto il
pollame testardo e irriso la millanteria bracata e fatto il proposito
sorridendosi emuli dagli occhi leali. Egli lo sentiva in sé come nelle
lor grandi ore di silenzio, quando l'uno e l'altro erano una sola
armonia operosa; lo sentiva rivivere più frescamente che se gli
camminasse al fianco per quel portico solitario; se ne sentiva occupato
come se fino a quel punto lo avesse tenuto nascosto e lo avesse nutrito
delle sue vene e lasciato respirare pe' suoi polmoni, soffrire e gioire
coi suoi precordii, sognare con la sua tristezza, attendere con la sua
pazienza, sperare con la sua fede. «Compagno, compagno, ti ritrovo.
Credevi tu che ci saremmo ricongiunti dopo tanta mia perdizione? Credevi
tu che avremmo ripreso insieme il volo come in quel giorno quando ti
venni sopravvento per raggiungerti e nel vortice dell'elica ti gittai il
nostro grido di richiamo e di allarme? Se tu vinci, io vinco. Se io
vinco, tu vinci. Così pensavo io, così tu pensavi. Ora, vedi?, ci hanno
fatto due statue gemelle, ci hanno dato il fuoco e il metallo; e saranno
fuse l'una dopo l'altra nella stessa fornace, per la tua vittoria e per
la mia vittoria, per la tua memoria e per la mia memoria. Come
potrebbero nell'anniversario incidere il tuo nome senza incidere il mio?
Come potrei non tentare la grandezza del nostro sogno più disperato, per
te, per me, innanzi quel giorno? Tutto questo tempo di viltà e di
delirio, io t'ho tenuto addormentato nel mio profondo, t'ho lasciato
sognare sotto il mio male. Nelle pause dell'orribile rombo ascoltavo il
tuo respiro. E talvolta mi pareva intendere la tua voce che indicava la
rotta. Te ne ricordi? -- Ponente una quarta a libeccio! -- »
E vide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle
dell'Incastro, la chiostra dei monti latini, e una colonna dorica
rigettata dal mare di Circe e portata lassù a forza di buoi e piantata
nella cittadella e sópravi imposto il bronzo sacrificale e trionfale. E
imaginò un volo infinito, sopra un'onda che come quella del Lete gli
toglieva ogni memoria della riva di giù. « -- Anch'io. -- Ti ricordi di
questa parola detta sorridendo? È la parola di tutti quelli che amano, è
la parola del grande amore. Tu me la dicesti, con gli occhi negli occhi.
Quanto ho dovuto patire e di quali mali, prima di potertela ripetere! Ma
era necessario che così fosse. Per ciò non rimpiango l'immensa forza che
ho consumata nella sterilità. Era necessario che così la consumassi
perché io potessi riaverla da te nell'ora segnata dalla doppia sentenza.
Siamo superstiziosi, come tutti quelli che giocano i giochi terribili.
L'indovino di Madura! Quella che di tanto lontano ti portò la rosa del
presagio, tu lo sai, ha rifatto il suo viaggio. Tutte le rose della sua
cintura te le portò e te le posò su i piedi congiunti. E prima di
rimettersi nel cammino del ritorno, tu lo sai, ha rinfrescato i suoi
piedi nudi col fresco delle stesse rose! Ti amava. Era veramente la tua
fidanzata segreta. Ma, quaggiù, dove avrebbe potuto ella cercarti se non
in me che ti nascondevo? Ti amava. Lo sai. Avendo nel suo piccolo cuore
una forza sovrumana, la sorte non le ha concesso se non di essere un
presagio e un annunzio. È la nostra sorella dell'altra riva. È la
rondine della nostra primavera.»
Pareva che il fiato dell'amicizia addolcisse e serenasse il suo dolore,
per quell'umida e tiepida sera d'aprile ove la vecchia città di mattone
fumigava con le sue torri come torchi spenti nei suoi chiostri senza
fine contigui. «E io? non sono più nulla per te, Aini?» disse allora una
bocca sanguinosa. «Ricòrdati del mio pianto come io mi ricorderò della
parola che accompagnava i tuoi colpi....» E il tormento ricominciò, più
fiero.
Egli salì in una vettura e si fece ricondurre all'albergo, sperando di
trovare qualche notizia, un dispaccio di risposta. Nulla. Un carrozzone
pomposo come un feretro entrava con rimbombo nell'atrio portando una
sola viaggiatrice: una piccola vecchia grinza e adunca, che lo guardò
con due occhi di gufo. Sotto il colonnato egli rivide la tavola dove
s'era seduto con Isabella nella breve sosta, in quel pomeriggio di
giugno. Un facchino aveva lasciato là uno strofinaccio; le sedie di
vimini vuote stavano intorno a guardarlo.
Dopo pranzo, uscì di nuovo per le vie non sapendo come ingannare la sua
ansia. Sotto un portico violentemente illuminato udì un clamore di
folla, uno scroscio di applausi. Alle mura e alle colonne pendevano
imagini di pugilatori giganteschi in atto di combattere, seminudi, coi
pugni armati di guanti enormi. Entrò in una vasta sala gremita, afosa di
mille petti anelanti. Sopra un palco recinto di corde, un bianco e un
negro combattevano, assistiti dall'arbitro. Ma non era un combattimento,
era una carneficina disgustosa. Il bianco, già ridotto un cencio
sanguinante, aveva le labbra lacere, il naso pesto, le palpebre gonfie,
tutto il ceffo disfatto; ma resisteva tuttavia con un coraggio inumano,
sputando nel sangue ingiurie atroci contro il suo carnefice. Il negro
ghignava dalla larga fauce piena di denti d'oro, e senza pietà scagliava
contro la mascella dell'avversario il pugno infallibile. Facilmente egli
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