l'ondeggiare degli ultimi papaveri e delle alte avene. -- Oggi io sono il
savio duca.
E disparve nel profondo corridoio mortuario.
-- Che segreto? che segreto? -- ripeteva Isabella sbigottita, entrando nel
buio dietro i guizzi rossastri della torcia fumosa.
Tutti rabbrividivano, ché il gelo sotterraneo si faceva sempre più
crudo.
-- Lunella, hai freddo? hai paura?
La bimba si stringeva sempre più al braccio di Vana. L'orrore della
tenebra la percosse. Ella s'arrestò di sùbito. Pontando i piedi, tentava
di trascinare indietro la sorella.
-- No, no, non voglio andare!
-- Vieni, vieni, piccola. Non aver paura.
-- Non voglio.
-- Vieni. Guarda com'è bello!
Erano nella vasta tomba partita in quattro tribune e sorretta da immani
pilastri tagliati nel medesimo tufo che cavato formava la volta. Le
casse cinerarie biancicavano su lo zoccolo intorno sporgente; e le
figure adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco,
le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace,
con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma su per i
pilastri, ma su per la volta, ma su per le pareti una misteriosa vita
serpeggiava s'intricava s'aggrovigliava, una vita di silenzio e di
ribrezzo, vegetale e animale, tòrtile e pènsile, informe e multiforme, a
cui gli sbattimenti intermessi della fiaccola parevan dare aspetto
innumerevole di scaglie e d'ali, moto indistinto di palpito e di
respiro.
-- Forbicicchia, Forbicicchia, non aver paura. Guarda! -- gridò Aldo
sollevando il braccio con tutta la sua forza e percotendo con la torcia
il viluppo strano.
Due ali aguzze sbatterono, una cosa floscia strise, si rappigliò, si
raggricchiò, ma non venne a terra.
-- I pipistrelli! I pipistrelli!
E Forbicicchia e Morìccica e Isa, tutt'e tre, gridarono, si serrarono,
si scansarono.
-- Lasciali! Lasciali! Non li aizzare! Se volano, ci tagliano.
-- Non si staccano. Muoiono, ma non si staccano.
Aldo teneva la torcia levata. E appariva, per tutto, il prodigio di
sotterra. Dalle fenditure e dalle crepe le radiche degli antichi lecci
eran penetrate diramandosi e moltiplicandosi; avevano occupato con le
lor mille e mille barbe e barbucole tutta quanta la volta, rigirato i
pilastri, conquistato gli spartimenti fino allo zoccolo, in guisa di
reti e di graticci tessuti di corde strambe; e per l'umidità accagliata
sul tufo inserendo le minutissime fibre dentro gli screpoli cercavano
ovunque l'umore dell'ombra. Spessi come i ragnateli in una soffitta,
ciondolavano dalle radiche i pipistrelli nerastri, attaccati coi piedi
di dietro, fasciati dalle membrane grinze, solo sporgendo il muso e gli
orecchi tra la commettitura dell'ali. E tanto eran tenaci che parevan
fare con le radiche una sola vita mostruosa, come se gli alberi
fogliassero sotterra quel fogliame floscio e v'incominciassero a formare
gli occhi per guatare nel sepolcro.
-- Non sì staccano. Si lasciano schiacciare, si lasciano sbruciacchiare,
ma non si staccano -- bramiva Aldo seguitando a percuotere con la torcia
gli ostinati, invaso da una specie di frenesia crudele. -- Muoiono, ma
non si staccano.
Morivano dibattendo l'ali, stridendo. Si raggruppavano, si
raggrinzivano, pesti, arsi, con un puzzo di strinato, con un sibilo di
vessiche sgonfie; ma restavano appesi pe' loro uncini alle radiche.
-- Giù, giù, uno almeno, uno almeno!
Vana, Lunella, Isabella non più parevano sbigottite ma s'erano disgiunte
per seguire quel folle gioco; e, prese dal contagio, accompagnavano la
distruzione con le loro voci rotte. Per arrivare alla volta,
l'affocatore si drizzava con tutta la persona, sobbalzava e trasaltava
come in una danza incomposta. Le faville crosciavano intorno al suo capo
veemente. Egli sapeva evitarle. I suoi occhi lampeggiavano a quando a
quando, nella luce rossa e fumosa, verso Isa che per istinto secondava
coi moti involontarii l'insania del fratello.
-- Non uno! Non uno!
Subitamente, a una percossa più cruda, la fiaccola si spense. Tutto il
sepolcro fu nero.
Lunella gittò un grido acutissimo di terrore, senza muoversi, impietrita
per alcuni attimi.
-- Vanina! Vanina!
La fiaccola era a terra, accusata dalla moccolaia ancor rossa. Pareva
che l'insania roteasse nella tenebra.
-- Vanina! Isa!
A un tratto, Paolo si sentì toccare. La sua mano fu afferrata, fu
premuta da due labbra fredde, perdutamente.
-- Isa!
Come nel più lungo giorno, come sotto l'azzurro e l'oro intersecati
dalla parola spaventosa, Isabella aveva ceduto intera la bocca al bacio
selvaggio. Aveva sentito all'improvviso le dita tremanti palparla,
prenderla pel mento e per la nuca, tenerla forte. Aveva sentito una sete
mortale aspirarle il più profondo fiato, come allora. Nel primo istante,
nella cecità della brama, avviluppata dall'irresistibile fiamma, aveva
ceduto intera la bocca, quel che nella bocca aveva di più nudo e di più
occulto.
Non era il bacio dell'amante! Era un bacio di frode e di perdizione. Se
n'accorse essa, si dibatté, respinse la violenza, con un fremito che i
pianti disperati di Lunella copersero.
E tutto durò qualche istante, e fu eterno, sotterra.
Su la strada delle Moie, dove per la continua pioggia notturna la
polvere era divenuta melma simile al mattaione nel color cupo di cenere,
la Città di vento e di macigno apparve crucciosa e minacciosa nel cielo
piorno.
Paolo Tarsis la guardò mormorando:
-- Addio. Non tornerò più mai alle tue porte.
Vana gli era vicina. Aveva quella povera faccia stravolta ch'egli
conosceva bene per averla già veduta al lume delle fiammelle funeree.
S'erano fermati per un lieve guasto alla macchina. Erano discesi, mentre
il meccanico lavorava nel cofano aperto. Aldo e Isabella li precedevano,
diretti alle Pomarance e ai Lagoni. Ora non pioveva; ma i nuvoli acquosi
aggravavano tutta la Val di Cècina sino alla Maremma trista, fra le cime
vaporate di Castelnuovo e quelle di Campiglia.
-- Mai più? Non tornerete mai più? Non vi vedrò mai più?
Novamente l'orrore dei presagi la riempiva di visioni e di grida; ma le
grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia
appena udibile.
-- Anche voi, povera piccola buona, non avete abbastanza sofferto?
Ricomincereste a vivere giorni come questi? Tutto è preferibile a
quest'inferno.
Ella disse, non creatura di carne ma spirito d'angoscia abbrancato
all'amore:
-- Tutto è preferibile all'assenza, all'esservi lontana, all'essere
dimenticata. Non vedervi è peggio della morte. Io rimpiangerò
quest'inferno.
Egli avrebbe voluto chiuderle la bocca, porle su la bocca la mano
ch'ella aveva premuta nel sepolcro.
-- Vana, Vana, che farò io se mi parlate così? dove ritroverò il mio
coraggio?
Ella volgeva il suo sguardo di supplicazione a tutte le cose; ella
prendeva il suo cuore e l'opponeva allo spazio, l'opponeva al tempo;
prendeva il suo dolore e sbarrava la strada, murava l'orizzonte, serrava
ogni varco.
-- Perché mi avete tratta fuori da quel buio? Ora tutta la terra è vuota
sotto di me, e non ho se non la volontà di sprofondarmi. In quell'attimo
di demenza, quando cercavo la vostra mano, la cercavo come si cerca
qualcosa che ci farà morire. Ero certa che non poteva esserci più nulla,
dopo. Ero certa. Pensavo: «Ecco, tutto il male che porto sta per
cessare. Ora tutto finisce. Non ci sarà più nulla. La luce non tornerà
più. Non vedrò più nessun viso terribile». Vi giuro che questo avevo
nell'anima, in quell'attimo, che questa era la mia demenza. E non so
dire, non so dire; ma ieri mi sembrò che la luce mi profanasse, che
qualcuno mi avesse disseppellita e rigettata nella vita come in una di
queste pozzanghere, con la faccia nel fango.
Ella parlava con bassissima voce, come allora là dove il silenzio era
suggellato. Egli riceveva ogni parola come un aumento di dolore, come
una pena che entrasse nella sua pena e la dilatasse e risollevasse dal
fondo qualcuna delle forze che un tempo avevano fatta la bellezza della
sua guerra. Gli pareva di riudirla nella sua solitudine di quella notte,
con qualcosa di quella sua potenza e di quella sua pietà. Il pianto che
colava sotto quella voce senza inumidirla, gli pareva quello ch'ella
aveva pianto dentro di lui innanzi al compagno esanime, quello che tanto
gli era stato dolce nell'arido lutto. Una commozione dileguata gli si
riadunava dentro: egli la sentiva crescere fino alla pienezza. E, come
per una fenditura irreparabile, una fuga era in lui continua, una fuga
dell'intima sua sostanza, quasi che di continuo il suo sangue, le ossa
del suo petto, gli organi stessi del suo respiro divenuti un solo
miscuglio fluido e affannoso lo abbandonassero, se ne andassero,
seguissero una traccia, un cammino: la corsa di quei due già fuori della
vista, già scomparsi nella caligine.
-- È la seconda volta che io sopravvivo a quel punto della mia vita, che
mi pareva il supremo. E non so morire, come non ho saputo essere quella
che tace e s'immola accanto a colui che ignora e non cura. Non so morire
e non so vivere, e neppur so più dove io sia. Ma dove posso essere se
non in colui che amo? Lasciatemi, lasciatemi dire questa parola,
lasciatemela dire, per la prima volta, per l'ultima volta, senza
speranza e senza vergogna. Non so come si sia separata dal mio cuore, a
un tratto, e sia salita, e sia uscita. Vi amo, vi amo.
Ella chiudeva gli occhi, come se le ciglia prendessero fuoco da quella
parola; chiudeva gli occhi, levava il mento, alzava il suo stretto viso
olivigno fasciato dal velo come da una benda; mostrava un viso di cieca
e di sorda, un viso di creatura chiusa in sé stessa, che non vede e non
ode e non abbandona quel che ha afferrato con tutta la forza dell'anima
come con le due branche, non l'abbandona, non lo lenta, sinché non ne
sia uccisa, non ne muoia.
-- Vi amo.
Egli la guardò con uno sgomento che lo rapiva come dinanzi a
un'incarnazione mistica; guardò quella parola che non sonava come un
suono ma si foggiava come un'effigie, si stampava come un'impronta, si
faceva figura umana in sigillo d'eternità. E la medesima parola gli
apparve impressa nell'altro volto, nel volto consanguineo, ch'egli aveva
avuto accosto su per la medesima erta nella vampa del solleone. «Mi ami?
mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il
tuo desiderio? Diménticati, diménticati....» E seppe quel ch'egli
perdeva, ma non temette quel che l'attendeva. Un presentimento gli
ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse
potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua
sorte.
-- Come risponderò? -- disse egli; e Vana sentì nella voce maschia un
tremito che per lei tremò sopra tutta la solitudine. -- Come potrò io
separare dal mio cuore la sola parola che dovrebbe esser detta?
Con gli occhi sbarrati ella fu cieca un'altra volta, fu senza lume come
chi sta per perdere i sensi e per piombare a terra. Il mondo roteò
intorno a lei come il vortice intorno al naufrago sommerso. -- Qual'era,
qual'era quella sola parola? la medesima ch'ella aveva osato proferire?
-- Il baleno dell'illusione bastò ad atterrarla. La paura della felicità
fu infinitamente più grande che la paura dello strazio e della morte.
Ella attese che la gioia la folgorasse. La voce si tacque.
-- Addio? -- gridò allora ella senza grido. -- È questa la parola? Addio?
-- Vana, cara cara piccola sorella, ho dentro di me il silenzio di
quell'ora, il silenzio che respirammo davanti al mio compagno disteso,
quando voi poneste il fascio delle rose su i piedi congiunti. Vivrete
sempre dentro di me con quel silenzio che è la più profonda pausa della
mia vita. Non vi mescolerò mai alle cose torbide e crudeli. Vi difenderò
pur contro me stesso. «Io sono la fidanzata segreta di colui che è là,
dietro quelle cortine, senza vita.» Come potrei violare il mistero di
quella notte? Piangeste il pianto che io non potevo piangere. Ma è
rimasto su voi non so che bagliore, qualche cosa che riluce soltanto per
me, qualche cosa che non deve più spegnersi: quell'ultimo sorriso che
voi raccoglieste.
Ella ascoltava, con gli occhi verso la terra, verso la cinerea melma
solcata dai carri; e non sentiva la tenerezza di quella voce, ma
soltanto sentiva com'egli la separasse da lui, com'egli ponesse
irreparabilmente tra loro quel sorriso quelle rose e quell'Ombra.
-- Per ciò non so che darei per vedervi sorridere, piccola buona. Quando
guardo un cielo piovoso come questo, con qualche sprazzo che sfugge tra
i nuvoli, ho sempre l'ansia di vedere apparire l'arcobaleno, quello che
al domani mi apparve nel volo più alto, come il suo segno. Quando guardo
la vostra pena ho un desiderio infinito del vostro sorriso; che è vostro
e che per me è anche l'ultimo suo. Voi siete l'imagine della mia parte
di bontà di fedeltà e di purezza, che la sorte m'aveva data e poi m'ha
tolta; siete il ricordo di quella limpida gioia che il mio compagno ha
portata con sé nel buio e non riavrò più mai. Ah, se potessi liberarvi
dal male, proteggervi da ogni sciagura, essere il vostro fratello
vigilante e distante!
Ella ascoltava, con gli occhi verso le selci aguzze, verso la
carreggiata tortuosa, verso i cumuli di creta ove le rosure dell'acqua
si disponevano come le nervature nelle foglie macere o come le rughe e
le grinze nelle zampe enormi dei pachidermi schiaccianti. In tutte le
cose s'addensava una tristezza tetra, una pesantezza brutale, una
inimicizia inerte. «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede
che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino.» Ah, certo, ella
non sapeva che tanto potesse pesare una rosa! E, sapendo che la crudeltà
può rendere felice, non sapeva che la dolcezza potesse di tanto
accrescere un male già insostenibile.
«Distante!» Aveva bene udito? Egli non parlava più: camminava al fianco
di lei, ridivenuto silenzioso, a capo chino. Ella udì il suono del passo
sul suolo molliccio. Attese ch'egli parlasse ancóra. L'intervallo si
prolungava. Entrambi calpestavano il silenzio. Ma per lei la parola
ultima si moltiplicò in ogni orma, si sparse nella solitudine, raggiunse
l'orizzonte, fu lo spazio, fu l'immensità, fu ogni cosa lontana e
inaccessa. L'ululo della sirena lacerò l'aria grigia. Entrambi
sobbalzarono e si volsero.
-- Il meccanico avverte che la macchina è pronta -- egli disse.
E s'accorsero che, invece di discendere a valle, erano risaliti a monte.
-- Siamo tornati verso Volterra -- egli disse. Ella disse, amara e
violenta:
-- Verso la maledizione, verso la dannazione.
Sostarono, prima di rifare il cammino. Guardarono la Città funesta de'
cui peccati troppe volte Iddio trasse vendetta col ferro col fuoco con
la fame e con la pestilenza. Mentre in basso l'aria era morta, lei
percoteva la sua bufera eterna; ché i cipressi di sotto la Rocca
svettavano, i lecci di sotto il Castello tumultuavano. La fuga delle
nuvole testimoniava la saldezza delle mura, delle torri, delle porte,
che tra fumo e grumo ritenevano indelebili i colori dell'arsione e della
strage. La torre del Pretorio annerita dal solfo che soffocò Pecorino e
il Barlettano gittati in piazza su le picche e le corsesche; l'immane
prua di mattone appuntata a levante dallo smugnitore Gualtieri fatto
tiranno; la porta a Selci spalancata dai consanguinei dei fuorusciti ai
mercenarii di Federico Montefeltro; la porta all'Arco che serrò tra
valva e valva Bocchino Belforte scavalcato dal figlio d'Inghiramo
Inghirami e infunato come belva; la porta di San Francesco dai tre merli
ignudi onde penzolò impiccato il tamburino del Maramaldo; il bastione di
Docciola ove a scherno di Fabrizio notte e dì miagolarono i gatti
infissi negli spiedi lunghi; il Mastio fortificato d'ingiustizia e di
dolore, che disfece la bellezza di Caterina Picchena premuta dallo
spettro sanguinoso del paggio; le case munite, dalle cui finestre
grandinarono le pietre pugnerecce moltiplicate da quella che Luisa
Minucci scagliò al fante invece di pane; ogni casa, ogni torre, ogni
muro, ogni porta issava un fantasma di virtù, d'eccidio, di rapina o di
tradimento. «Sacco! Sacco!» Notte e dì, senza tregua, la ràffica vi
simulava il selvaggio urlo che tante volte aveva agghiacciato il cuore
della Città funesta: «Sacco! Sacco!»
-- Addio, Volterra -- sospirò Paolo Tarsis, oppresso dalla forza di
passione e di destinazione ch'esprimevano i macigni squadrati e
collegati sul monte precipite.
-- Chi sa! Chi sa! -- disse Vana, ridivenuta intorta e nascosta. -- Forse
ci tornerete, a cercare ancóra una volta invano la ghirlanda di rose
gialle.
Si voltarono, rifecero il cammino verso la macchina che rombava su la
via aspettando di riprendere la corsa.
-- Forse che sì forse che no -- soggiunse, piano, con un sorriso che
poteva anche esser l'ultimo, la fidanzata dell'Ombra.
Egli patì silenziosamente la trafittura. Non parlò più. Fu intento agli
ignoti disegni che gli nascevano dall'angoscia e scomparivano pel
cammino ov'egli s'affrettava piegato sul volante per raggiungere quella
che aveva sospeso il suo amore tra la sentenza del Laberinto e l'enigma
delle Pause.
Alle Moie i fumaiuoli rossi e neri fumigarono tra i cipressi. La Cècina
luccicò nelle ghiare, dietro le file dei pioppi. Le biancane desolate
s'avvicendarono coi macchioni aspri. Dileguò il colle delle Pomarance
coperto dai lastroni d'arenaria cavernosa, tutto scavi e risalti. Monte
Cèrboli apparve inerpicato su per la sua rupe conica di gabbro. Le ripe
incenerite della Possera biancicarono, come il tristo ruscello ove
Filippo Argenti ingozza il fango. L'odore sulfureo, la nebbia del
bollore, il sibilo e il rugghio annunziarono la valle infernale.
-- Come hanno corso! -- disse Vana discendendo nello spiazzo. -- Sono già
entrati nell'inferno.
Involontariamente Paolo affrettava il passo, avanzando la guida che li
conduceva. Un fumo denso candido caldo a un tratto li avviluppò, li
accecò, li soffocò. Si arrestarono brancolando. Si presero per le mani,
non più scorgendo il suolo dove posavano. Un fragore di vulcano
rimbombava per tutta la pendice del monte. Colpi improvvisi di vento
abbattevano i nugoli del vapore, li sparpagliavano, li spazzavano,
scoprendo i bulicami bui, i cumuli di ceneraccio e di sassi, i getti
d'acqua e di fango. I nugoli si riaddensavano, palpitavano intorno alle
buche, si laceravano ai castelli di travi, alle gigantesche trivelle, ai
tubi di ferro per ovunque diramati, ora proni ora irti, in intrichi
rugginosi e ruggenti.
-- È l'inferno.
Giravano per la lorda pozza. L'acqua, simile a una broda bigia, viscosa,
untuosa, bolliva levando bolle simili a vesciche involute di belletta,
che a ogni scoppio schizzavano falde di fango contro le ripe tinte di
giallo e di sanguigno. Bolliva e soffiava come se per entro vi salisse
l'ànsito e il gorgoglio dei dannati fitti nel limo, come se nel fondo vi
s'agitasse la mischia perpetua degli iracondi. Di tratto in tratto una
bolla vi si gonfiava smisuratamente, con la violenza di una scaturigine:
pareva fosse per rompersi e per iscagliare tra spruzzi e schiume un
groppo di genti fangose che a brano a brano si troncassero e
dilacerassero. Un getto di vapore con un sibilo assordante vinceva ogni
altro strepito. Il fetore del solfo riempiva la vasta nebbia estuante.
-- È l'inferno. Dove sono? si sono perduti?
Giravano di proda in proda, di bulicame in bulicame, e non udivano le
loro parole nel fragore che le copriva, nel vento che le rapiva, nel
fumo che le affiochiva. Vacillavano su le pomici nere e rosse, su
l'alberese calcinato, su i crepacci del loto misto di tritumi e di
croste. Non un filo d'erba, non uno sterpo, non uno stecco su le ripe
dolenti. Il suolo sgrigliava sfarinandosi, sgretolava tritandosi sotto i
piedi come i rosticci del ferro colati dalle fornaci, come la carbonella
cenerosa avanzata dai forni. A quando a quando da uno spiracolo terragno
un soffio torrido li investiva, con l'anelito d'un torace immane che il
macigno gravasse. Un rigagnolo di sangue fumido attraversava il passo:
era tinto dallo scolo d'uno strato di rubrica, dopo la pioggia dirotta.
Una ràffica repente schiacciava il vapore contro il suolo, lo ricacciava
nelle pozze, lo addensava negli anfratti del monte. Tutto si confondeva
nella nebbia crassa.
-- Si sono perduti? Chiamateli! Chiamateli!
Allora, l'una contro l'altro, avvolti dal fumo che nascondeva ogni cosa
e anche la loro angoscia frapponendosi tra i loro volti, essi
chiamavano, chiamavano. Rispondeva il sibilo dei soffioni, il gorgòglio
dei bulicami, il rugghio dell'ira sommersa. Di là da un ripùtido
bollente, di là da un turbine di vapori che s'avvallava per una lacca
smorticcia, la voce del fratello rispose finalmente.
Videro su per la ripa avvicinarsi le ombre indistinte, traudirono parole
interrotte.
Come Paolo per entro alla lacerazione del nugolo basso moveva incontro
girando la proda solforosa, Vana gli abbrancò il braccio e lo trattenne.
Lo trattenne con un guizzo di forza.
-- Addio -- gemette; poi gli si abbandonò addosso, come esanime.
Aldo era là, Isabella era là, spiriti esciti dalla bufera infernale.
-- È svenuta?
Non intendevano quel che dicevano. Il vento li fasciava di fumo, empiva
di fumo i loro occhi, le loro bocche. Per farsi intendere gridavano.
Gittavano un clamore confuso intorno al corpo inerte. Tutta l'ira
sommersa soffiava e rugghiava intorno a loro.
Per trarla fuori da quell'inferno, Aldo e Paolo sollevarono di peso la
creatura che non vedeva più, che non udiva più, che non aveva se non una
parola impressa sul suo stretto viso olivigno fascialo dal velo come da
una benda sacra.
La portarono a traverso la nebbia, di proda in proda, di bulicame in
bulicame, giù per la lorda pozza. Una pioggia fredda e greve si riversò
sul bollore che parve fumigar più forte. Essi credettero andare verso
nuovi tormenti e nuovi tormentati, come in un sogno d'oltremondo. Più
forte rimbombava il fragore dietro i loro passi incerti. Tutte le genti
fangose doloravano.
-- Vana! Vana!
La sorella accosto accosto seguiva il trasporto. Con le sue mani e col
lembo del suo velo, curvandosi, ella cercava di difendere dalla pioggia
il viso esangue.
-- Vana!
Curvandosi fin su la gola, a quando a quando ella gridava il nome, con
uno spavento che le cresceva di traccia in traccia. E curva attendeva
che le lunghe ciglia ripalpitassero.
LIBRO TERZO.
-- Che orrore! Che orrore! -- disse Orietta Malispini ritraendo
graziosamente la sua bocca, piccola rotonda e rossa come una corbezzola,
dietro il gran mazzo di mammole doppie ch'ella portava appuntato molto
in alto, a sinistra del collo, contro la gota, quasi grande come la sua
faccia. -- Io non ho dormito tutta la notte.
-- Ah, io confesso che mi piacerebbe d'essere amata così -- disse Adimara
Adimari, con un lungo brivido che parve correre anche su per la sua
giacca di chinchilla tanto squisitamente accordata alle due perle grige
e tiepide del suo sguardo.
-- Compresa la catastrofe? -- chiese Dorothy Hamilton, con quell'accento
strambo che dava qualcosa di buffo a ogni sua parola, accavalciando una
gamba su l'altra mascolinamente e scotendo la cenere della sua sigaretta
di tabacco bruno.
-- La catastrofe ma con salvazione.
-- Con Salvatore.... Serra di Lubriano, dei Lancieri di Novara.
-- Dolly, sei insopportabile.
-- Io sono certa che se Driade potesse risuscitare dalle sue ceneri, si
metterebbe a riamare disperatamente il suo assassino -- disse Novella
Aldobrandeschi senza cessare di toccar sé stessa con quei suoi gesti
carezzevoli, ora strisciandosi il manicotto di martora sotto il mento,
ora premendosi su le labbra qualcuno degli amuleti che portava in fascio
appesi alla lunga catena, ora lisciandosi con le dita il ginocchio che
tondeggiava sotto il velluto della gonna color tanè come i suoi
caldissimi occhi. -- Non ho ragione, Vana?
-- Ma non so di chi parli -- disse Vana Lunati, che s'era scossa udendo il
suo nome.
-- Tu caschi sempre dalle nuvole, Vanina! -- fece Simonetta Cesi, ridendo
con quella sua larga bocca dagli angoli rilevati, che all'ombra della
capellatura fulva e indocile l'assomigliava a una faunella coronata di
pino.
-- Passione nascosta. Tutti i segni.
-- Per chi? per chi?
-- Passione non corrisposta. Ahi, ahi!
-- Come quella del pastore di Fondi?
-- Non vedete che è diventata uno stecco?
-- E ogni giorno più scura.
-- Con nessuna di voi si confida?
-- Con me, no.
-- E neppure con me.
-- Con me, niente.
-- E con me, niente affatto.
-- Quanto siete sciocche! -- disse Vana con un riso impaziente. -- Non sono
stata sempre così?
-- La Vergine del Cilizio.
Tutto era odio e oltranza e constrizione, dentro di lei. Ella era là,
seduta nella poltrona bassa, accanto alla sua tazza di tè, accanto alle
paste e alle confetture che l'ospite le aveva accumulate sopra un
deschetto, nella fragranza dei fiori sparsi per ovunque, nel tepore
blando, nel suo grazioso abito di casimir nero a cui un poco d'oro un
poco di blu e una striscia sottile di zibellino davano un'impronta che
rivelava il gusto d'Isabella Inghirami; ma la sua anima nascosta non
respirava se non nel più arido orrore. Turbini di forza nascevano dentro
di lei, roteavano, si dissolvevano. Una certezza le sovrastava evidente
come le cose che vedeva, come le cose che poteva toccare, «Dunque, è
vero. Non c'è dubbio. È vero, è proprio vero» ripeteva dentro di sé con
la continuità di chi, nel primo urto della sciagura, spera tuttavia che
una voce risponda: «No, non è vero. Hai sognato. Rientra in te». Ed ella
medesima, in fatti, si sforzava di sfuggire a quella certezza; piegava
la sua attenzione verso le lievi amiche, verso la futilità della vita;
beveva un sorso di tè, sorrideva a Simonetta; imaginava di essere come
una di loro, contenta del suo bel vestito, occupata specialmente
dall'attesa del gran ballo ch'era per dare Ortensia Serristori, con un
peccato di gola per i pistacchi tostati e salati, con un fidanzato molto
ricco o con un amoretto molto dispettoso. E pensava: «Come siete felici,
come siete felici! Ci vuole così poco per essere felice! Se io ora
potessi levarmi quest'orribile male, se potessi prendere una cartina di
qualche cosa come quando ho l'emicrania e liberarmene, se potessi
scrollare da me quest'incubo, sarei felice anch'io. Stasera canterei,
domani ballerei. Ridiventerei bella come nella miniatura persiana.
Proprio stamani ho ricevuto un vestito da ballo, delizioso. Volete che
ve lo descriva, per farvi un poco di rabbia? Mia sorella non è stata mai
tanto generosa con me....» Irresistibile come la frana, una massa
compatta di dolore si rovesciava sopra i suoi pensieri incoerenti,
schiacciava tutto, seppelliva tutto. Una volontà disperata di nuocere vi
risorgeva per entro, accompagnata da un balenìo d'imagini violente. «Ah
no, no, non posso tacere. Accada qualunque cosa, bisogna che io gli dica
tutto, bisogna ch'egli sappia l'infamia. E se li uccide?» Ella volgeva
su le sue amiche quegli occhi subitamente sbarrati che le faceva ridere
o maravigliare. Era tutta chiara e gaia, in quel pomeriggio di Marzo, la
stanza ove Simonetta Cesi le aveva radunate a prendere il tè per la
festa del suo nome. Era parata con quelle tappezzerie d'Olanda, in
velluto di lino, ove l'arte di Agata Wegerif imita la varietà dei marmi
venati e vergolati come i broccatelli i cipollini i pavonazzetti, e
sopra vi compone con le vecchie figure geometriche novissimi ritmi di
fregi. Ovunque, su i mobili di lacca precisi e nervuti, le rose i
garofani i giacinti le orchidee sorgevano da snelli vasi di maiolica
ricchi di colature intense come smalti. E, in quell'acuta armonia
moderna, le piccole sfingi nubili avevano una grazia di gatte che sieno
per diventare tigri, una dolcezza di giovini fiere pronte a ruzzare e a
graffiare, una golosità di tutto nelle bocche zuccherine che parlavano
della passione selvaggia.
-- Non conosci dunque il fatto di Fondi, Vana? -- insistette Novella
Aldobrandeschi, curiosa di scoprire il sentimento della sua amica
olivastra su quella vendetta d'amore che eccitava il suo vecchissimo
sangue maremmano. -- No?
-- Racconta, racconta! -- fece Orietta, piegando la gota su le sue mammole
intiepidite e disponendosi alla delizia di sbigottirsi un'altra volta,
quasi con due facce gemelle, con una di carne e una di fiori.
-- Ah le parole di lui! -- fece l'Adimari in rapimento. -- «Se mi schiacci
le ossa dentro ci trovi te sola; se mi tagli le vene, te sola; se mi
spacchi il cervello, te sola; se mi apri il cuore, te, te sola, sempre
te, in tutto me, a vita e a morte!»
-- Mi meraviglio che ragazze «per bene» stieno a sentire di queste
enormità nefande! -- disse Dolly Hamilton imitando la smorfia e il tono
d'un catone da circo equestre, mentre soffiava il fumo dal suo nasino
volto all'in su. -- Volete voi perdere diffinitivamente il vostro
«reputation»?
Ella pronunziò l'ultima parola, nella sua lingua, con una buffoneria
così seria che le altre non poterono trattenersi dal ridere.
-- Simonetta, -- gridò Novella irritata -- mandala via, che vada a
pattinare.
Dolly tracannò d'un fiato una tazza di tè già fredda e mise un'altra
sigaretta nel bocchino d'ambra, imperturbabile.
-- Che fondo di tragedia è Fondi! -- disse Bianca Nerli. -- Mio padre ci fu
quando cacciava nelle Paludi Pontine. Un piano di fossi e di macchie
pantanose, un lago morticcio, una città bassa con due cinte di muraglie,
la miseria e la febbre alle porte....
-- Il pastore feroce aveva ventidue anni -- disse Novella. -- La vittima ne
aveva ventuno. Si chiamava Driade di Sarro.
-- Che nome strano!
-- Era bellissima e intrepida.
-- Imagina che, dopo il primo tentativo di ratto, si provvide d'una
rivoltella, e si esercitava contro i tronchi delle roveri.
-- Non passava giorno ch'egli non la perseguitasse e non la minacciasse.
-- Era un ossesso d'amore. Si faceva esorcizzare dagli stregoni. Beveva i
filtri d'erbe, che non lo guarivano. Chiara t'ha ripetuto le parole del
suo male. Perduta ogni speranza, non potendo più vivere, egli non pensò
che a vendicarsi.
-- Ascolta, ascolta.
-- L'altra sera, la Driade con una sorellina di undici anni, con un
piccolo cugino di tredici e con la zia ottantenne, dormiva in una
capanna del suo campo, distante da Fondi alcune miglia. Era tardi quando
arrivò a cavallo un fratello di lei, un giovanetto, che scorse un'ombra
presso la porta e riconobbe il pastore. Questi gli tirò due colpi di
fucile per freddarlo: il primo andò a vuoto, il secondo uccise il cane.
-- Imagina ch'egli aveva assicurata la porta di fuori con funi e con
traverse perché di dentro non si potesse aprire; e la capanna, fatta di
fascine e di falasco, non aveva se non quell'apertura, poco più larga
d'una feritoia.
-- Il fratello illeso fuggì di galoppo per andare a chiamare in aiuto
certi suoi parenti che dormivano in un'altra capanna distante due
miglia.
-- Allora il pastore, nella notte, chiamò a gran voce l'amata. «Driade,
svégliati! Sono io. Fuoco per fuoco!»
-- E appiccò il fuoco ai quattro lati della capanna.
-- Fu un attimo, tutto arse, tutto fu una sola vampa.
-- E il pastore cantò!
-- Si mise a cantare una canzone d'amore, una disperata, e a saltare
intorno al rogo ardente, mentre veniva per la macchia troppo tardi il
soccorso.
-- Tra il pianto dei bambini e il rantolo della vecchia, riconosceva il
grido della giovine contro la porta sbarrata; e rispondeva col canto.
-- Poi cantò al rugghio delle fiamme, perché nessuno più pianse, nessuno
più gridò. Le quattro vittime caddero ai piedi della porta e ci
restarono, a incarbonirsi, in un mucchio.
-- Orribile! Orribile!
Vana aveva piegato il viso fin sul braccio convulsamente. Le narratrici
eccitate e inorridite si protendevano verso di lei, un poco anelanti
nella gara dell'atrocità, con gli occhi lustri, con le gote accese in
sommo come dal riflesso dell'incendio, ma Dolly tendeva il capo
commiserandole dai suoi occhi beffardi, lunghi e stretti come quelli che
guardano di dietro le fessure della bautta.
-- All'alba, le ossa calcinate furono raccolte tra la cenere e avvolte in
un pannolino, poi furono trasportate a Fondi, per la macchia, dalla
scorta.
-- A mezza macchia, il pastore si fece innanzi solo, con la sua
doppietta, e intimò che il fardello gli fosse consegnato.
-- Ah, sono certa, sono certa che avrebbe riconosciuto, che avrebbe
sentito nel mucchio le ossa della sua Driade!
-- Gli furono puntate al petto le canne delle carabine.
-- Allora si gettò sul giumento che portava la soma funebre, riuscì ad
abbrancarla; e, senza una parola né un grido, stramazzò su quella
crivellato dal piombo, su quella spirò, restò.
-- Vana, Vana, che ti sembra?
Le fanciulle palpitavano, a quell'apparizione ferina dell'amore
implacabile, come un roseto all'annunzio dell'uragano, inconsapevoli del
loro mistero che portava in sé tutte le sorti. Ciascuna credeva sentire
su la sua morbidezza una mano cruda, ciascuna era una preda e una
vittima. E palpitavano, offerte alla passione che doveva devastarle.
Vana disse, alzandosi, con un viso di morta:
-- C'è un'aria che sóffoca, qui. Apri una finestra, Simonetta.
L'odore più acuto era quello dei rami di lilla bianchi. Per la finestra
aperta apparve un cielo di primavera, verde come l'acquamarina, sparso
di bioccoli rosei.
-- Son tornate le rondini! -- gridò Simonetta.
-- Dove? dove?
-- Le vedi?
-- N'è passato un branchetto.
Tutte accorsero, col fremito della primavera nel cuore turbato. Si
sporsero dal davanzale, urtando fra loro le falde e le piume dei
cappelli.
-- Io non vedo nulla.
Era un tempo umido e dolco. Il calore s'esalava dalle gote accese.
Ciascuna sentiva a traverso la gonna le gambe dell'altra.
-- La luna nuova! -- gridò Orietta Malispini, come se avesse scoperto un
miracolo. -- È a sinistra. Fortuna a tutte!
-- Dov'è? dov'è?
Si scorgeva appena, nel cielo verdino, tanto era esigua, simile a
un'armilla spezzata.
-- Ecco le rondini! -- gridò Simonetta. -- Ripassano. Attente!
Allora, spinta dall'onda terribile del suo cuore, anche Vana si sporse
insinuando tra quei corpi freschi e sani la sua magrezza cocente, le sue
ossa bruciate nelle midolle, come un fastello di stipa tra floridi rami
di mandorlo.
-- Le vedo, le vedo -- disse Adimara.
-- Le vedo -- disse Novella.
Portavano a loro il messaggio d'oltremare, il messaggio del principe di
terra lontana, un'allegrezza affannosa, una nova avidità di vivere. Ma
per Vana erano come le saette incarnite nella piaga, che a un tratto
sieno rimosse; erano come un rincrudimento di supplizio. Per lei non
venivano d'oltremare ma dagli stagni di Mantova, dalle crete di
Volterra, dal fondo della sua stessa febbre, della sua stessa
abominazione. Nessuna melodia poteva sconvolgerla a dentro come quel
piccolo strido fuggente. Falde di vita si distaccavano dal passato e le
rotolavano su l'anima enormi come valanghe. Ella era quella medesima
che, addossata allo stipo della Estense, con la testa appoggiata alle
tarsìe, aveva sentito il saettamento del volo trafiggerla da tempia a
tempia e straziare il cielo che s'invergiliava bianco. «O rondine,
sorella rondine, come può esser pieno di primavera il tuo cuore? Il tuo
è leggero come la foglia appena nata, il mio è in me come un tizzo
consunto.... Dove tu voli non ti seguirò, finché tu ti rammenti, finché
io non mi scordi». Le parole del poeta ritornavano.
E, come se anche un accento della vita lontana con le parole e con le
rondini ritornasse, Orietta pregò cingendole la cintura col braccio e
accostandola al suo viso di mammole:
-- Vanina, Vanina, perché non ci canti una canzone, prima che ce ne
andiamo?
-- Oh, sì, cantaci, cantaci!
Ella scoteva il capo, lasciandosi sorreggere.
-- Una cosa sola!
-- Una cosa breve breve!
-- T'accompagna Novella.
-- Perché tuo fratello non è venuto?
-- Aveva promesso di venire.
-- S'è fatto preziosissimo il bell'Aldo.
-- Via, sii buona, Vanina!
-- Una sola cosa!
-- Un piccolo -lied- di Schumann.
-- -Frühlingslied-, Vanina.
-- -Frühlingslust-, Vanina.
-- -Frühlingsgruss-, Vanina.
-- -Frühlingsfahrt-, Vanina.
-- -Frühlingsbotschaft-, Vanina.
Ella si lasciava sorreggere e sospingere da tutte quelle mani
carezzevoli e supplichevoli verso il pianoforte. Tutte quelle bocche di
vergini, forse già baciate, forse non baciate ancóra, le facevano
intorno una specie di litania primaverile ripetendo il suo dolce nome
accanto alla parola barbarica. Come la voglia di ruzzare era sempre
pronta a svegliarsi, la litania divenne un coro bizzarro appoggiato sul
frullo della prima sillaba.
-- -Frühlingsnacht-, Vanina.
Ella si lasciava cullare e blandire con un'aria di bambina malata e
pietosa di sé, che a un tratto le ammollì il viso olivastro. Pareva
dicesse: «Tenetemi così, non mi lasciate più andare, cullatemi finché
questo male non mi lasci, finché io non ridivenga fresca come voi,
finché io non vi rassomigli!»
-- Novella, siediti.
Esse ora si agitavano, intorno alla lunga coda del pianoforte di lacca
bianca su cui erano dipinti leggeri festoni di edera legati con nodi
d'oro. Sfogliavano i quaderni delle canzoni, cercavano.
-- Questa.
-- No, questa.
-- Questa e più appassionata.
-- Questa è più triste.
-- Oh questa quanto mi piace!
-- Non ho voce oggi -- diceva la cantatrice, con un languore compiacente,
mentre le dita di Novella scorrevano su la tastiera intente a legare, ad
annodare le note con la stessa grazia ond'ella usava in continui gesti
toccare sé stessa.
-- Canta sottovoce.
Tutte tacquero, percorse da un lieve fremito, quando videro disegnarsi
in lei l'attitudine nota, quando la videro intessere le mani dietro il
dorso, portare il peso del corpo su la gamba destra, avanzare un poco la
sinistra, piegare appena il ginocchio, sollevare lo scarno viso da cui
il canto sembrava erompere come la polla che balza più in alto quanto
più è costretta. «-Ueber'm Garten-....»
Fievoli furono le prime note, come un'esca che con pena s'accenda. Poi
subitamente la voce divampò, tutto il petto ne arse. Il canto fu come la
sonorità stessa dell'anima palesata fuori della bocca dolorosa. Ella
cantava come se cantasse per l'ultima volta, come se si accomiatasse da
quella corona di giovinezze e dalla sua propria giovinezza abbrancata
dal destino. Cantava come la martire prima del supplizio, come quella a
cui l'aveva assomigliata il fratello, prima d'esser legata alla ruota
lacerante. Diceva addio alle sue eguali, addio alla dolce vita, addio
alla primavera ricondotta nel cielo dalle rondini. Diceva: «Vedete come
sono! Sono come voi, sono giovinetta come voi: quando eravate nella
vostra culla, anch'io ero nella mia. Mia madre era dolce per me. Siamo
cresciute insieme, abbiamo mescolato i nostri giuochi, i nostri gridi,
le nostre risa, anche i nostri pianti. Vedete com'è puro il bianco dei
miei occhi, come i capelli son fitti intorno alla mia fronte, su la mia
nuca! Una purità era in me, una forza era in me, tutt'e due grandi.
Questa voce era in me per cantare alla vita la mia melodia. Vedete come
sono! Intatta. Nessuno mi ha toccata ancóra, nessuno mi ha baciata. Non
ho avuta la mia parte né d'amore né di gioia. Quando m'inginocchiavo
davanti a Lunella per chiedergli una delle sue imagini bianche, mi
sentivo simile a lei. E una cosa orribile fu svelata a me che non ero se
non una creatura ignara e inoffensiva. Qualcuno m'ha afferrata per i
capelli, e mi ha sbattuta, e mi ha costretta a guardare quel che non si
può guardare senza perdere le palpebre, senza che gli occhi rimangano
nudi per sempre. Vedete come sono! Sono come voi, e non saprete mai
tutte insieme, se vivrete cent'anni, tante cose quante io ne ho sapute
in un giorno, in una notte, in un'ora, in un attimo. Uno sguardo mi ha
maturata, una parola mi ha invecchiata, un silenzio mi ha fatta
decrepita. Non sono più buona a vivere. Quando scenderò le scale, non
saprò dove andrò, quel che farò. Vorrei cantare così forte che la grande
vena mi scoppiasse e io cadessi tra le vostre braccia e fossi portata da
voi là sopra il letto bianco di Simonetta, e ricoperta di questi fiori;
perché c'è un male in me, che non mi perdona, e non so quel che io farò
ma so che non potrò fare se non qualcosa di male. Non mi lasciate al mio
demonio! Perché, perché m'avete raccontata la vendetta del pastore? Come
l'invidio! Non soffre più. Non ha lasciato nulla del suo amore e del suo
furore in terra, null'altro che un po' di cenere. Non soffre più. È in
pace. Vedete come sono! E forse io canto come lui per l'ultima volta,
intorno a un fuoco spaventoso. Ah, non mi lasciate uscire di qui, non mi
lasciate tornare in quella casa, dove tutto brucia, tutto avvelena,
tutto macchia. Tenetemi con voi, tra queste cose bianche. Credevo che
non ce ne fossero più, nel mondo. Circondatemi come dianzi, serratemi in
mezzo a voi, rifatemi quale ero, fate che io non sappia quello che so,
toglietemi dall'orrore! Se mi lasciate andare, non mi vedrete più. Se me
ne vado, qualcosa di male accadrà. Debbo dirvi addio? Vi do questo canto
come il commiato? Ah, e sono come voi tanto giovine, e nessuno m'ha
toccata ancóra, e avrei potuto essere tanto dolce, tanto fedele; e ho
baciato il mio amore una sola volta, ma su la mano, ma nel buio di
sotterra....» Altre parole correvano nel suo canto, queste erano dentro
di lei, da lei non dette né udite: queste erano il silenzio in cui
risonava il suo canto, erano lo spirito delle Pause. E inconsapevolmente
le ascoltatrici commosse lo respiravano.
Non più esse chiedevano, non più sceglievano le canzoni. Ella medesima
sfogliava con la mano febrile il quaderno sospeso su la tastiera,
indicava a Novella la pagina, senza intervallo passava da un grido di
amore a un grido di dolore, da un anelito per la vita a una invocazione
della morte. Esse tutte s'abbandonavano al rapimento, si protendevano
verso la potenza, in attitudini che sembravano palesare il rilievo della
loro verità nascosto fino a quel punto dalla grazia fallace. Poggiavano
la gota su la palma, il cubito sul ginocchio, annodavano le due mani e
le ponevano presso il mento, col gesto di chi supplica, rovesciavano in
dietro il capo e schiudevano all'aria le labbra come chi ha il petto
scavato dall'ambascia. I loro volti erano mutati, come spogli di ciò che
li adornava, non ricchi se non di ciò che esprimevano: volti di angeli
neutri, sospesi tra l'inquietudine della lor natura incompiuta e la
divinazione di tutte le possibilità. Sentivano esse in confuso che
quella voce era la voce d'una vita simile alla loro ma giunta con uno
sforzo di pena in un cammino ignoto al culmine dell'erta per ove esse
salivano e tentata di precipitarsi dalla parte dell'ombra. Sentivano in
confuso lo strazio del commiato, alenando nel silenzio delle parole non
dette. E quell'oceano amaro che ondeggia in tutte le creature viventi
fra culla e tomba e in tutte s'adegua all'altezza del ciglio, lo
sentivano presso a traboccare, e lo contenevano.
Ma la cantatrice voltò la pagina con un atto quasi rude; e, come la
pagina si rialzava, la calcò sul quaderno col pollice prono. Disse:
-- L'ultima.
Un poco si scrollò, inarcando le reni: parve più diritta. S'asciugò col
fazzoletto la bocca ch'era ardente come quella ove schiuma l'ansia
sibillina dei vaticinii. Poi riprese la sua attitudine. S'era fatta
l'ombra nella stanza. Le candele del leggìo la rischiaravano sotto il
mento. Un gran ramo bianco di lilla, alzato da un lungo stelo di vetro
opalino, le sovrastava come il gonfalone della sua primavera. La sua
persona pareva la figura inversa dell'arte di Lunella, nera sul bianco
della cassa armonica. Tali la videro le eguali, per non più
dimenticarla.
E l'ultima canzone fu la più breve: una melodia composta su le piccole
parole d'un grande dolore, larga e grave come un corale; la cui brevità
pareva prolungarsi in una infinita eco. «-Anfangs wollt' ich fast
verzagen-....»
«Ah, ma solamente non mi domandate come, non mi domandate come!» diceva
anche il silenzio delle Pause.
Tutte erano fise in lei. Ed ella, che fino a quel punto aveva fisato il
suo demonio, le guardò; a una a una le guardò, lasciò impressa in
ciascuna la sua imagine. E un lieve tremito salì nella sua voce. «-Aber
fragt mich nur nicht wie-....»
Allora il pianto traboccò, all'improvviso, perché il pianto era già
all'altezza del ciglio. Fu Adimara quella che prima pianse; e la seconda
fu Simonetta; e le altre sùbito s'abbandonarono. E l'ultima nota restò
nella gola formata dal groppo, perché un singhiozzo soffocato aveva
rotto il silenzio delle lacrime. E tutte allora si levarono e
s'appressarono a Vana, e la strinsero, e piansero sopra di lei; e non
sapevano perché piangessero.
-- Vanina, Vanina, perché ci fai piangere?
Ella sentì che l'abbandonavano, che il commiato era dato, che ciascuna
aveva le sue forze e le sue sorti, che laggiù c'era una scala da
scendere, poi c'era la strada, la casa, la notte ignota.
-- Perfino tu, Dolly! -- fece Orietta Malispini asciugandosi la gota
presso quell'altro suo viso di mammole già affloscite.
-- Oh, io no -- disse Dorothy Hamilton voltandosi per accendere la
sigaretta a una candela del leggìo ove la pagina dell'ultima canzone
portava il segno del pollice che l'aveva calcata. -- È tardi, vergini
folli, è tardi. E certo io sarò tanto picchiata che il mio naso
diventerà camuso o aquilino, con grande rammarico del mio flebile Willie
Willow. Dovevo scortare a pranzo le famose spalle della genitrice, dagli
Aieta!
-- E io in Casa Rucellai per le otto! -- disse Novella Aldobrandeschi
riprendendo i guanti e il manicotto frettolosa.
E ciascuna allora si ricordò della sua sera.
-- Addio, Simonetta.
-- Addio, amore.
-- Grazie ancóra dei tuoi giacinti, Mara. Grazie delle tue orchidee,
Novella.
-- Scendi con noi, Vanina?
-- Io ho giù la mia -Fraülein- che m'aspetta in vettura dalle sei!
-- Andiamo, andiamo.
Si baciavano, si scontravano urtandosi con le falde dei cappelli o
ritraevano vivamente le mani per non incrociarle; e ridevano, con le
ciglia ancóra umide.
-- Addio, Simonetta -- disse anche Vana all'ospite abbracciandola.
La fulva faunella coronata di pino ruppe un rametto di lilla, lo mise
nella mano della cantatrice e su la mano posò le labbra, con una
gentilezza infantile.
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