l'ondeggiare degli ultimi papaveri e delle alte avene. -- Oggi io sono il savio duca. E disparve nel profondo corridoio mortuario. -- Che segreto? che segreto? -- ripeteva Isabella sbigottita, entrando nel buio dietro i guizzi rossastri della torcia fumosa. Tutti rabbrividivano, ché il gelo sotterraneo si faceva sempre più crudo. -- Lunella, hai freddo? hai paura? La bimba si stringeva sempre più al braccio di Vana. L'orrore della tenebra la percosse. Ella s'arrestò di sùbito. Pontando i piedi, tentava di trascinare indietro la sorella. -- No, no, non voglio andare! -- Vieni, vieni, piccola. Non aver paura. -- Non voglio. -- Vieni. Guarda com'è bello! Erano nella vasta tomba partita in quattro tribune e sorretta da immani pilastri tagliati nel medesimo tufo che cavato formava la volta. Le casse cinerarie biancicavano su lo zoccolo intorno sporgente; e le figure adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma su per i pilastri, ma su per la volta, ma su per le pareti una misteriosa vita serpeggiava s'intricava s'aggrovigliava, una vita di silenzio e di ribrezzo, vegetale e animale, tòrtile e pènsile, informe e multiforme, a cui gli sbattimenti intermessi della fiaccola parevan dare aspetto innumerevole di scaglie e d'ali, moto indistinto di palpito e di respiro. -- Forbicicchia, Forbicicchia, non aver paura. Guarda! -- gridò Aldo sollevando il braccio con tutta la sua forza e percotendo con la torcia il viluppo strano. Due ali aguzze sbatterono, una cosa floscia strise, si rappigliò, si raggricchiò, ma non venne a terra. -- I pipistrelli! I pipistrelli! E Forbicicchia e Morìccica e Isa, tutt'e tre, gridarono, si serrarono, si scansarono. -- Lasciali! Lasciali! Non li aizzare! Se volano, ci tagliano. -- Non si staccano. Muoiono, ma non si staccano. Aldo teneva la torcia levata. E appariva, per tutto, il prodigio di sotterra. Dalle fenditure e dalle crepe le radiche degli antichi lecci eran penetrate diramandosi e moltiplicandosi; avevano occupato con le lor mille e mille barbe e barbucole tutta quanta la volta, rigirato i pilastri, conquistato gli spartimenti fino allo zoccolo, in guisa di reti e di graticci tessuti di corde strambe; e per l'umidità accagliata sul tufo inserendo le minutissime fibre dentro gli screpoli cercavano ovunque l'umore dell'ombra. Spessi come i ragnateli in una soffitta, ciondolavano dalle radiche i pipistrelli nerastri, attaccati coi piedi di dietro, fasciati dalle membrane grinze, solo sporgendo il muso e gli orecchi tra la commettitura dell'ali. E tanto eran tenaci che parevan fare con le radiche una sola vita mostruosa, come se gli alberi fogliassero sotterra quel fogliame floscio e v'incominciassero a formare gli occhi per guatare nel sepolcro. -- Non sì staccano. Si lasciano schiacciare, si lasciano sbruciacchiare, ma non si staccano -- bramiva Aldo seguitando a percuotere con la torcia gli ostinati, invaso da una specie di frenesia crudele. -- Muoiono, ma non si staccano. Morivano dibattendo l'ali, stridendo. Si raggruppavano, si raggrinzivano, pesti, arsi, con un puzzo di strinato, con un sibilo di vessiche sgonfie; ma restavano appesi pe' loro uncini alle radiche. -- Giù, giù, uno almeno, uno almeno! Vana, Lunella, Isabella non più parevano sbigottite ma s'erano disgiunte per seguire quel folle gioco; e, prese dal contagio, accompagnavano la distruzione con le loro voci rotte. Per arrivare alla volta, l'affocatore si drizzava con tutta la persona, sobbalzava e trasaltava come in una danza incomposta. Le faville crosciavano intorno al suo capo veemente. Egli sapeva evitarle. I suoi occhi lampeggiavano a quando a quando, nella luce rossa e fumosa, verso Isa che per istinto secondava coi moti involontarii l'insania del fratello. -- Non uno! Non uno! Subitamente, a una percossa più cruda, la fiaccola si spense. Tutto il sepolcro fu nero. Lunella gittò un grido acutissimo di terrore, senza muoversi, impietrita per alcuni attimi. -- Vanina! Vanina! La fiaccola era a terra, accusata dalla moccolaia ancor rossa. Pareva che l'insania roteasse nella tenebra. -- Vanina! Isa! A un tratto, Paolo si sentì toccare. La sua mano fu afferrata, fu premuta da due labbra fredde, perdutamente. -- Isa! Come nel più lungo giorno, come sotto l'azzurro e l'oro intersecati dalla parola spaventosa, Isabella aveva ceduto intera la bocca al bacio selvaggio. Aveva sentito all'improvviso le dita tremanti palparla, prenderla pel mento e per la nuca, tenerla forte. Aveva sentito una sete mortale aspirarle il più profondo fiato, come allora. Nel primo istante, nella cecità della brama, avviluppata dall'irresistibile fiamma, aveva ceduto intera la bocca, quel che nella bocca aveva di più nudo e di più occulto. Non era il bacio dell'amante! Era un bacio di frode e di perdizione. Se n'accorse essa, si dibatté, respinse la violenza, con un fremito che i pianti disperati di Lunella copersero. E tutto durò qualche istante, e fu eterno, sotterra. Su la strada delle Moie, dove per la continua pioggia notturna la polvere era divenuta melma simile al mattaione nel color cupo di cenere, la Città di vento e di macigno apparve crucciosa e minacciosa nel cielo piorno. Paolo Tarsis la guardò mormorando: -- Addio. Non tornerò più mai alle tue porte. Vana gli era vicina. Aveva quella povera faccia stravolta ch'egli conosceva bene per averla già veduta al lume delle fiammelle funeree. S'erano fermati per un lieve guasto alla macchina. Erano discesi, mentre il meccanico lavorava nel cofano aperto. Aldo e Isabella li precedevano, diretti alle Pomarance e ai Lagoni. Ora non pioveva; ma i nuvoli acquosi aggravavano tutta la Val di Cècina sino alla Maremma trista, fra le cime vaporate di Castelnuovo e quelle di Campiglia. -- Mai più? Non tornerete mai più? Non vi vedrò mai più? Novamente l'orrore dei presagi la riempiva di visioni e di grida; ma le grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena udibile. -- Anche voi, povera piccola buona, non avete abbastanza sofferto? Ricomincereste a vivere giorni come questi? Tutto è preferibile a quest'inferno. Ella disse, non creatura di carne ma spirito d'angoscia abbrancato all'amore: -- Tutto è preferibile all'assenza, all'esservi lontana, all'essere dimenticata. Non vedervi è peggio della morte. Io rimpiangerò quest'inferno. Egli avrebbe voluto chiuderle la bocca, porle su la bocca la mano ch'ella aveva premuta nel sepolcro. -- Vana, Vana, che farò io se mi parlate così? dove ritroverò il mio coraggio? Ella volgeva il suo sguardo di supplicazione a tutte le cose; ella prendeva il suo cuore e l'opponeva allo spazio, l'opponeva al tempo; prendeva il suo dolore e sbarrava la strada, murava l'orizzonte, serrava ogni varco. -- Perché mi avete tratta fuori da quel buio? Ora tutta la terra è vuota sotto di me, e non ho se non la volontà di sprofondarmi. In quell'attimo di demenza, quando cercavo la vostra mano, la cercavo come si cerca qualcosa che ci farà morire. Ero certa che non poteva esserci più nulla, dopo. Ero certa. Pensavo: «Ecco, tutto il male che porto sta per cessare. Ora tutto finisce. Non ci sarà più nulla. La luce non tornerà più. Non vedrò più nessun viso terribile». Vi giuro che questo avevo nell'anima, in quell'attimo, che questa era la mia demenza. E non so dire, non so dire; ma ieri mi sembrò che la luce mi profanasse, che qualcuno mi avesse disseppellita e rigettata nella vita come in una di queste pozzanghere, con la faccia nel fango. Ella parlava con bassissima voce, come allora là dove il silenzio era suggellato. Egli riceveva ogni parola come un aumento di dolore, come una pena che entrasse nella sua pena e la dilatasse e risollevasse dal fondo qualcuna delle forze che un tempo avevano fatta la bellezza della sua guerra. Gli pareva di riudirla nella sua solitudine di quella notte, con qualcosa di quella sua potenza e di quella sua pietà. Il pianto che colava sotto quella voce senza inumidirla, gli pareva quello ch'ella aveva pianto dentro di lui innanzi al compagno esanime, quello che tanto gli era stato dolce nell'arido lutto. Una commozione dileguata gli si riadunava dentro: egli la sentiva crescere fino alla pienezza. E, come per una fenditura irreparabile, una fuga era in lui continua, una fuga dell'intima sua sostanza, quasi che di continuo il suo sangue, le ossa del suo petto, gli organi stessi del suo respiro divenuti un solo miscuglio fluido e affannoso lo abbandonassero, se ne andassero, seguissero una traccia, un cammino: la corsa di quei due già fuori della vista, già scomparsi nella caligine. -- È la seconda volta che io sopravvivo a quel punto della mia vita, che mi pareva il supremo. E non so morire, come non ho saputo essere quella che tace e s'immola accanto a colui che ignora e non cura. Non so morire e non so vivere, e neppur so più dove io sia. Ma dove posso essere se non in colui che amo? Lasciatemi, lasciatemi dire questa parola, lasciatemela dire, per la prima volta, per l'ultima volta, senza speranza e senza vergogna. Non so come si sia separata dal mio cuore, a un tratto, e sia salita, e sia uscita. Vi amo, vi amo. Ella chiudeva gli occhi, come se le ciglia prendessero fuoco da quella parola; chiudeva gli occhi, levava il mento, alzava il suo stretto viso olivigno fasciato dal velo come da una benda; mostrava un viso di cieca e di sorda, un viso di creatura chiusa in sé stessa, che non vede e non ode e non abbandona quel che ha afferrato con tutta la forza dell'anima come con le due branche, non l'abbandona, non lo lenta, sinché non ne sia uccisa, non ne muoia. -- Vi amo. Egli la guardò con uno sgomento che lo rapiva come dinanzi a un'incarnazione mistica; guardò quella parola che non sonava come un suono ma si foggiava come un'effigie, si stampava come un'impronta, si faceva figura umana in sigillo d'eternità. E la medesima parola gli apparve impressa nell'altro volto, nel volto consanguineo, ch'egli aveva avuto accosto su per la medesima erta nella vampa del solleone. «Mi ami? mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati, diménticati....» E seppe quel ch'egli perdeva, ma non temette quel che l'attendeva. Un presentimento gli ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua sorte. -- Come risponderò? -- disse egli; e Vana sentì nella voce maschia un tremito che per lei tremò sopra tutta la solitudine. -- Come potrò io separare dal mio cuore la sola parola che dovrebbe esser detta? Con gli occhi sbarrati ella fu cieca un'altra volta, fu senza lume come chi sta per perdere i sensi e per piombare a terra. Il mondo roteò intorno a lei come il vortice intorno al naufrago sommerso. -- Qual'era, qual'era quella sola parola? la medesima ch'ella aveva osato proferire? -- Il baleno dell'illusione bastò ad atterrarla. La paura della felicità fu infinitamente più grande che la paura dello strazio e della morte. Ella attese che la gioia la folgorasse. La voce si tacque. -- Addio? -- gridò allora ella senza grido. -- È questa la parola? Addio? -- Vana, cara cara piccola sorella, ho dentro di me il silenzio di quell'ora, il silenzio che respirammo davanti al mio compagno disteso, quando voi poneste il fascio delle rose su i piedi congiunti. Vivrete sempre dentro di me con quel silenzio che è la più profonda pausa della mia vita. Non vi mescolerò mai alle cose torbide e crudeli. Vi difenderò pur contro me stesso. «Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine, senza vita.» Come potrei violare il mistero di quella notte? Piangeste il pianto che io non potevo piangere. Ma è rimasto su voi non so che bagliore, qualche cosa che riluce soltanto per me, qualche cosa che non deve più spegnersi: quell'ultimo sorriso che voi raccoglieste. Ella ascoltava, con gli occhi verso la terra, verso la cinerea melma solcata dai carri; e non sentiva la tenerezza di quella voce, ma soltanto sentiva com'egli la separasse da lui, com'egli ponesse irreparabilmente tra loro quel sorriso quelle rose e quell'Ombra. -- Per ciò non so che darei per vedervi sorridere, piccola buona. Quando guardo un cielo piovoso come questo, con qualche sprazzo che sfugge tra i nuvoli, ho sempre l'ansia di vedere apparire l'arcobaleno, quello che al domani mi apparve nel volo più alto, come il suo segno. Quando guardo la vostra pena ho un desiderio infinito del vostro sorriso; che è vostro e che per me è anche l'ultimo suo. Voi siete l'imagine della mia parte di bontà di fedeltà e di purezza, che la sorte m'aveva data e poi m'ha tolta; siete il ricordo di quella limpida gioia che il mio compagno ha portata con sé nel buio e non riavrò più mai. Ah, se potessi liberarvi dal male, proteggervi da ogni sciagura, essere il vostro fratello vigilante e distante! Ella ascoltava, con gli occhi verso le selci aguzze, verso la carreggiata tortuosa, verso i cumuli di creta ove le rosure dell'acqua si disponevano come le nervature nelle foglie macere o come le rughe e le grinze nelle zampe enormi dei pachidermi schiaccianti. In tutte le cose s'addensava una tristezza tetra, una pesantezza brutale, una inimicizia inerte. «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino.» Ah, certo, ella non sapeva che tanto potesse pesare una rosa! E, sapendo che la crudeltà può rendere felice, non sapeva che la dolcezza potesse di tanto accrescere un male già insostenibile. «Distante!» Aveva bene udito? Egli non parlava più: camminava al fianco di lei, ridivenuto silenzioso, a capo chino. Ella udì il suono del passo sul suolo molliccio. Attese ch'egli parlasse ancóra. L'intervallo si prolungava. Entrambi calpestavano il silenzio. Ma per lei la parola ultima si moltiplicò in ogni orma, si sparse nella solitudine, raggiunse l'orizzonte, fu lo spazio, fu l'immensità, fu ogni cosa lontana e inaccessa. L'ululo della sirena lacerò l'aria grigia. Entrambi sobbalzarono e si volsero. -- Il meccanico avverte che la macchina è pronta -- egli disse. E s'accorsero che, invece di discendere a valle, erano risaliti a monte. -- Siamo tornati verso Volterra -- egli disse. Ella disse, amara e violenta: -- Verso la maledizione, verso la dannazione. Sostarono, prima di rifare il cammino. Guardarono la Città funesta de' cui peccati troppe volte Iddio trasse vendetta col ferro col fuoco con la fame e con la pestilenza. Mentre in basso l'aria era morta, lei percoteva la sua bufera eterna; ché i cipressi di sotto la Rocca svettavano, i lecci di sotto il Castello tumultuavano. La fuga delle nuvole testimoniava la saldezza delle mura, delle torri, delle porte, che tra fumo e grumo ritenevano indelebili i colori dell'arsione e della strage. La torre del Pretorio annerita dal solfo che soffocò Pecorino e il Barlettano gittati in piazza su le picche e le corsesche; l'immane prua di mattone appuntata a levante dallo smugnitore Gualtieri fatto tiranno; la porta a Selci spalancata dai consanguinei dei fuorusciti ai mercenarii di Federico Montefeltro; la porta all'Arco che serrò tra valva e valva Bocchino Belforte scavalcato dal figlio d'Inghiramo Inghirami e infunato come belva; la porta di San Francesco dai tre merli ignudi onde penzolò impiccato il tamburino del Maramaldo; il bastione di Docciola ove a scherno di Fabrizio notte e dì miagolarono i gatti infissi negli spiedi lunghi; il Mastio fortificato d'ingiustizia e di dolore, che disfece la bellezza di Caterina Picchena premuta dallo spettro sanguinoso del paggio; le case munite, dalle cui finestre grandinarono le pietre pugnerecce moltiplicate da quella che Luisa Minucci scagliò al fante invece di pane; ogni casa, ogni torre, ogni muro, ogni porta issava un fantasma di virtù, d'eccidio, di rapina o di tradimento. «Sacco! Sacco!» Notte e dì, senza tregua, la ràffica vi simulava il selvaggio urlo che tante volte aveva agghiacciato il cuore della Città funesta: «Sacco! Sacco!» -- Addio, Volterra -- sospirò Paolo Tarsis, oppresso dalla forza di passione e di destinazione ch'esprimevano i macigni squadrati e collegati sul monte precipite. -- Chi sa! Chi sa! -- disse Vana, ridivenuta intorta e nascosta. -- Forse ci tornerete, a cercare ancóra una volta invano la ghirlanda di rose gialle. Si voltarono, rifecero il cammino verso la macchina che rombava su la via aspettando di riprendere la corsa. -- Forse che sì forse che no -- soggiunse, piano, con un sorriso che poteva anche esser l'ultimo, la fidanzata dell'Ombra. Egli patì silenziosamente la trafittura. Non parlò più. Fu intento agli ignoti disegni che gli nascevano dall'angoscia e scomparivano pel cammino ov'egli s'affrettava piegato sul volante per raggiungere quella che aveva sospeso il suo amore tra la sentenza del Laberinto e l'enigma delle Pause. Alle Moie i fumaiuoli rossi e neri fumigarono tra i cipressi. La Cècina luccicò nelle ghiare, dietro le file dei pioppi. Le biancane desolate s'avvicendarono coi macchioni aspri. Dileguò il colle delle Pomarance coperto dai lastroni d'arenaria cavernosa, tutto scavi e risalti. Monte Cèrboli apparve inerpicato su per la sua rupe conica di gabbro. Le ripe incenerite della Possera biancicarono, come il tristo ruscello ove Filippo Argenti ingozza il fango. L'odore sulfureo, la nebbia del bollore, il sibilo e il rugghio annunziarono la valle infernale. -- Come hanno corso! -- disse Vana discendendo nello spiazzo. -- Sono già entrati nell'inferno. Involontariamente Paolo affrettava il passo, avanzando la guida che li conduceva. Un fumo denso candido caldo a un tratto li avviluppò, li accecò, li soffocò. Si arrestarono brancolando. Si presero per le mani, non più scorgendo il suolo dove posavano. Un fragore di vulcano rimbombava per tutta la pendice del monte. Colpi improvvisi di vento abbattevano i nugoli del vapore, li sparpagliavano, li spazzavano, scoprendo i bulicami bui, i cumuli di ceneraccio e di sassi, i getti d'acqua e di fango. I nugoli si riaddensavano, palpitavano intorno alle buche, si laceravano ai castelli di travi, alle gigantesche trivelle, ai tubi di ferro per ovunque diramati, ora proni ora irti, in intrichi rugginosi e ruggenti. -- È l'inferno. Giravano per la lorda pozza. L'acqua, simile a una broda bigia, viscosa, untuosa, bolliva levando bolle simili a vesciche involute di belletta, che a ogni scoppio schizzavano falde di fango contro le ripe tinte di giallo e di sanguigno. Bolliva e soffiava come se per entro vi salisse l'ànsito e il gorgoglio dei dannati fitti nel limo, come se nel fondo vi s'agitasse la mischia perpetua degli iracondi. Di tratto in tratto una bolla vi si gonfiava smisuratamente, con la violenza di una scaturigine: pareva fosse per rompersi e per iscagliare tra spruzzi e schiume un groppo di genti fangose che a brano a brano si troncassero e dilacerassero. Un getto di vapore con un sibilo assordante vinceva ogni altro strepito. Il fetore del solfo riempiva la vasta nebbia estuante. -- È l'inferno. Dove sono? si sono perduti? Giravano di proda in proda, di bulicame in bulicame, e non udivano le loro parole nel fragore che le copriva, nel vento che le rapiva, nel fumo che le affiochiva. Vacillavano su le pomici nere e rosse, su l'alberese calcinato, su i crepacci del loto misto di tritumi e di croste. Non un filo d'erba, non uno sterpo, non uno stecco su le ripe dolenti. Il suolo sgrigliava sfarinandosi, sgretolava tritandosi sotto i piedi come i rosticci del ferro colati dalle fornaci, come la carbonella cenerosa avanzata dai forni. A quando a quando da uno spiracolo terragno un soffio torrido li investiva, con l'anelito d'un torace immane che il macigno gravasse. Un rigagnolo di sangue fumido attraversava il passo: era tinto dallo scolo d'uno strato di rubrica, dopo la pioggia dirotta. Una ràffica repente schiacciava il vapore contro il suolo, lo ricacciava nelle pozze, lo addensava negli anfratti del monte. Tutto si confondeva nella nebbia crassa. -- Si sono perduti? Chiamateli! Chiamateli! Allora, l'una contro l'altro, avvolti dal fumo che nascondeva ogni cosa e anche la loro angoscia frapponendosi tra i loro volti, essi chiamavano, chiamavano. Rispondeva il sibilo dei soffioni, il gorgòglio dei bulicami, il rugghio dell'ira sommersa. Di là da un ripùtido bollente, di là da un turbine di vapori che s'avvallava per una lacca smorticcia, la voce del fratello rispose finalmente. Videro su per la ripa avvicinarsi le ombre indistinte, traudirono parole interrotte. Come Paolo per entro alla lacerazione del nugolo basso moveva incontro girando la proda solforosa, Vana gli abbrancò il braccio e lo trattenne. Lo trattenne con un guizzo di forza. -- Addio -- gemette; poi gli si abbandonò addosso, come esanime. Aldo era là, Isabella era là, spiriti esciti dalla bufera infernale. -- È svenuta? Non intendevano quel che dicevano. Il vento li fasciava di fumo, empiva di fumo i loro occhi, le loro bocche. Per farsi intendere gridavano. Gittavano un clamore confuso intorno al corpo inerte. Tutta l'ira sommersa soffiava e rugghiava intorno a loro. Per trarla fuori da quell'inferno, Aldo e Paolo sollevarono di peso la creatura che non vedeva più, che non udiva più, che non aveva se non una parola impressa sul suo stretto viso olivigno fascialo dal velo come da una benda sacra. La portarono a traverso la nebbia, di proda in proda, di bulicame in bulicame, giù per la lorda pozza. Una pioggia fredda e greve si riversò sul bollore che parve fumigar più forte. Essi credettero andare verso nuovi tormenti e nuovi tormentati, come in un sogno d'oltremondo. Più forte rimbombava il fragore dietro i loro passi incerti. Tutte le genti fangose doloravano. -- Vana! Vana! La sorella accosto accosto seguiva il trasporto. Con le sue mani e col lembo del suo velo, curvandosi, ella cercava di difendere dalla pioggia il viso esangue. -- Vana! Curvandosi fin su la gola, a quando a quando ella gridava il nome, con uno spavento che le cresceva di traccia in traccia. E curva attendeva che le lunghe ciglia ripalpitassero. LIBRO TERZO. -- Che orrore! Che orrore! -- disse Orietta Malispini ritraendo graziosamente la sua bocca, piccola rotonda e rossa come una corbezzola, dietro il gran mazzo di mammole doppie ch'ella portava appuntato molto in alto, a sinistra del collo, contro la gota, quasi grande come la sua faccia. -- Io non ho dormito tutta la notte. -- Ah, io confesso che mi piacerebbe d'essere amata così -- disse Adimara Adimari, con un lungo brivido che parve correre anche su per la sua giacca di chinchilla tanto squisitamente accordata alle due perle grige e tiepide del suo sguardo. -- Compresa la catastrofe? -- chiese Dorothy Hamilton, con quell'accento strambo che dava qualcosa di buffo a ogni sua parola, accavalciando una gamba su l'altra mascolinamente e scotendo la cenere della sua sigaretta di tabacco bruno. -- La catastrofe ma con salvazione. -- Con Salvatore.... Serra di Lubriano, dei Lancieri di Novara. -- Dolly, sei insopportabile. -- Io sono certa che se Driade potesse risuscitare dalle sue ceneri, si metterebbe a riamare disperatamente il suo assassino -- disse Novella Aldobrandeschi senza cessare di toccar sé stessa con quei suoi gesti carezzevoli, ora strisciandosi il manicotto di martora sotto il mento, ora premendosi su le labbra qualcuno degli amuleti che portava in fascio appesi alla lunga catena, ora lisciandosi con le dita il ginocchio che tondeggiava sotto il velluto della gonna color tanè come i suoi caldissimi occhi. -- Non ho ragione, Vana? -- Ma non so di chi parli -- disse Vana Lunati, che s'era scossa udendo il suo nome. -- Tu caschi sempre dalle nuvole, Vanina! -- fece Simonetta Cesi, ridendo con quella sua larga bocca dagli angoli rilevati, che all'ombra della capellatura fulva e indocile l'assomigliava a una faunella coronata di pino. -- Passione nascosta. Tutti i segni. -- Per chi? per chi? -- Passione non corrisposta. Ahi, ahi! -- Come quella del pastore di Fondi? -- Non vedete che è diventata uno stecco? -- E ogni giorno più scura. -- Con nessuna di voi si confida? -- Con me, no. -- E neppure con me. -- Con me, niente. -- E con me, niente affatto. -- Quanto siete sciocche! -- disse Vana con un riso impaziente. -- Non sono stata sempre così? -- La Vergine del Cilizio. Tutto era odio e oltranza e constrizione, dentro di lei. Ella era là, seduta nella poltrona bassa, accanto alla sua tazza di tè, accanto alle paste e alle confetture che l'ospite le aveva accumulate sopra un deschetto, nella fragranza dei fiori sparsi per ovunque, nel tepore blando, nel suo grazioso abito di casimir nero a cui un poco d'oro un poco di blu e una striscia sottile di zibellino davano un'impronta che rivelava il gusto d'Isabella Inghirami; ma la sua anima nascosta non respirava se non nel più arido orrore. Turbini di forza nascevano dentro di lei, roteavano, si dissolvevano. Una certezza le sovrastava evidente come le cose che vedeva, come le cose che poteva toccare, «Dunque, è vero. Non c'è dubbio. È vero, è proprio vero» ripeteva dentro di sé con la continuità di chi, nel primo urto della sciagura, spera tuttavia che una voce risponda: «No, non è vero. Hai sognato. Rientra in te». Ed ella medesima, in fatti, si sforzava di sfuggire a quella certezza; piegava la sua attenzione verso le lievi amiche, verso la futilità della vita; beveva un sorso di tè, sorrideva a Simonetta; imaginava di essere come una di loro, contenta del suo bel vestito, occupata specialmente dall'attesa del gran ballo ch'era per dare Ortensia Serristori, con un peccato di gola per i pistacchi tostati e salati, con un fidanzato molto ricco o con un amoretto molto dispettoso. E pensava: «Come siete felici, come siete felici! Ci vuole così poco per essere felice! Se io ora potessi levarmi quest'orribile male, se potessi prendere una cartina di qualche cosa come quando ho l'emicrania e liberarmene, se potessi scrollare da me quest'incubo, sarei felice anch'io. Stasera canterei, domani ballerei. Ridiventerei bella come nella miniatura persiana. Proprio stamani ho ricevuto un vestito da ballo, delizioso. Volete che ve lo descriva, per farvi un poco di rabbia? Mia sorella non è stata mai tanto generosa con me....» Irresistibile come la frana, una massa compatta di dolore si rovesciava sopra i suoi pensieri incoerenti, schiacciava tutto, seppelliva tutto. Una volontà disperata di nuocere vi risorgeva per entro, accompagnata da un balenìo d'imagini violente. «Ah no, no, non posso tacere. Accada qualunque cosa, bisogna che io gli dica tutto, bisogna ch'egli sappia l'infamia. E se li uccide?» Ella volgeva su le sue amiche quegli occhi subitamente sbarrati che le faceva ridere o maravigliare. Era tutta chiara e gaia, in quel pomeriggio di Marzo, la stanza ove Simonetta Cesi le aveva radunate a prendere il tè per la festa del suo nome. Era parata con quelle tappezzerie d'Olanda, in velluto di lino, ove l'arte di Agata Wegerif imita la varietà dei marmi venati e vergolati come i broccatelli i cipollini i pavonazzetti, e sopra vi compone con le vecchie figure geometriche novissimi ritmi di fregi. Ovunque, su i mobili di lacca precisi e nervuti, le rose i garofani i giacinti le orchidee sorgevano da snelli vasi di maiolica ricchi di colature intense come smalti. E, in quell'acuta armonia moderna, le piccole sfingi nubili avevano una grazia di gatte che sieno per diventare tigri, una dolcezza di giovini fiere pronte a ruzzare e a graffiare, una golosità di tutto nelle bocche zuccherine che parlavano della passione selvaggia. -- Non conosci dunque il fatto di Fondi, Vana? -- insistette Novella Aldobrandeschi, curiosa di scoprire il sentimento della sua amica olivastra su quella vendetta d'amore che eccitava il suo vecchissimo sangue maremmano. -- No? -- Racconta, racconta! -- fece Orietta, piegando la gota su le sue mammole intiepidite e disponendosi alla delizia di sbigottirsi un'altra volta, quasi con due facce gemelle, con una di carne e una di fiori. -- Ah le parole di lui! -- fece l'Adimari in rapimento. -- «Se mi schiacci le ossa dentro ci trovi te sola; se mi tagli le vene, te sola; se mi spacchi il cervello, te sola; se mi apri il cuore, te, te sola, sempre te, in tutto me, a vita e a morte!» -- Mi meraviglio che ragazze «per bene» stieno a sentire di queste enormità nefande! -- disse Dolly Hamilton imitando la smorfia e il tono d'un catone da circo equestre, mentre soffiava il fumo dal suo nasino volto all'in su. -- Volete voi perdere diffinitivamente il vostro «reputation»? Ella pronunziò l'ultima parola, nella sua lingua, con una buffoneria così seria che le altre non poterono trattenersi dal ridere. -- Simonetta, -- gridò Novella irritata -- mandala via, che vada a pattinare. Dolly tracannò d'un fiato una tazza di tè già fredda e mise un'altra sigaretta nel bocchino d'ambra, imperturbabile. -- Che fondo di tragedia è Fondi! -- disse Bianca Nerli. -- Mio padre ci fu quando cacciava nelle Paludi Pontine. Un piano di fossi e di macchie pantanose, un lago morticcio, una città bassa con due cinte di muraglie, la miseria e la febbre alle porte.... -- Il pastore feroce aveva ventidue anni -- disse Novella. -- La vittima ne aveva ventuno. Si chiamava Driade di Sarro. -- Che nome strano! -- Era bellissima e intrepida. -- Imagina che, dopo il primo tentativo di ratto, si provvide d'una rivoltella, e si esercitava contro i tronchi delle roveri. -- Non passava giorno ch'egli non la perseguitasse e non la minacciasse. -- Era un ossesso d'amore. Si faceva esorcizzare dagli stregoni. Beveva i filtri d'erbe, che non lo guarivano. Chiara t'ha ripetuto le parole del suo male. Perduta ogni speranza, non potendo più vivere, egli non pensò che a vendicarsi. -- Ascolta, ascolta. -- L'altra sera, la Driade con una sorellina di undici anni, con un piccolo cugino di tredici e con la zia ottantenne, dormiva in una capanna del suo campo, distante da Fondi alcune miglia. Era tardi quando arrivò a cavallo un fratello di lei, un giovanetto, che scorse un'ombra presso la porta e riconobbe il pastore. Questi gli tirò due colpi di fucile per freddarlo: il primo andò a vuoto, il secondo uccise il cane. -- Imagina ch'egli aveva assicurata la porta di fuori con funi e con traverse perché di dentro non si potesse aprire; e la capanna, fatta di fascine e di falasco, non aveva se non quell'apertura, poco più larga d'una feritoia. -- Il fratello illeso fuggì di galoppo per andare a chiamare in aiuto certi suoi parenti che dormivano in un'altra capanna distante due miglia. -- Allora il pastore, nella notte, chiamò a gran voce l'amata. «Driade, svégliati! Sono io. Fuoco per fuoco!» -- E appiccò il fuoco ai quattro lati della capanna. -- Fu un attimo, tutto arse, tutto fu una sola vampa. -- E il pastore cantò! -- Si mise a cantare una canzone d'amore, una disperata, e a saltare intorno al rogo ardente, mentre veniva per la macchia troppo tardi il soccorso. -- Tra il pianto dei bambini e il rantolo della vecchia, riconosceva il grido della giovine contro la porta sbarrata; e rispondeva col canto. -- Poi cantò al rugghio delle fiamme, perché nessuno più pianse, nessuno più gridò. Le quattro vittime caddero ai piedi della porta e ci restarono, a incarbonirsi, in un mucchio. -- Orribile! Orribile! Vana aveva piegato il viso fin sul braccio convulsamente. Le narratrici eccitate e inorridite si protendevano verso di lei, un poco anelanti nella gara dell'atrocità, con gli occhi lustri, con le gote accese in sommo come dal riflesso dell'incendio, ma Dolly tendeva il capo commiserandole dai suoi occhi beffardi, lunghi e stretti come quelli che guardano di dietro le fessure della bautta. -- All'alba, le ossa calcinate furono raccolte tra la cenere e avvolte in un pannolino, poi furono trasportate a Fondi, per la macchia, dalla scorta. -- A mezza macchia, il pastore si fece innanzi solo, con la sua doppietta, e intimò che il fardello gli fosse consegnato. -- Ah, sono certa, sono certa che avrebbe riconosciuto, che avrebbe sentito nel mucchio le ossa della sua Driade! -- Gli furono puntate al petto le canne delle carabine. -- Allora si gettò sul giumento che portava la soma funebre, riuscì ad abbrancarla; e, senza una parola né un grido, stramazzò su quella crivellato dal piombo, su quella spirò, restò. -- Vana, Vana, che ti sembra? Le fanciulle palpitavano, a quell'apparizione ferina dell'amore implacabile, come un roseto all'annunzio dell'uragano, inconsapevoli del loro mistero che portava in sé tutte le sorti. Ciascuna credeva sentire su la sua morbidezza una mano cruda, ciascuna era una preda e una vittima. E palpitavano, offerte alla passione che doveva devastarle. Vana disse, alzandosi, con un viso di morta: -- C'è un'aria che sóffoca, qui. Apri una finestra, Simonetta. L'odore più acuto era quello dei rami di lilla bianchi. Per la finestra aperta apparve un cielo di primavera, verde come l'acquamarina, sparso di bioccoli rosei. -- Son tornate le rondini! -- gridò Simonetta. -- Dove? dove? -- Le vedi? -- N'è passato un branchetto. Tutte accorsero, col fremito della primavera nel cuore turbato. Si sporsero dal davanzale, urtando fra loro le falde e le piume dei cappelli. -- Io non vedo nulla. Era un tempo umido e dolco. Il calore s'esalava dalle gote accese. Ciascuna sentiva a traverso la gonna le gambe dell'altra. -- La luna nuova! -- gridò Orietta Malispini, come se avesse scoperto un miracolo. -- È a sinistra. Fortuna a tutte! -- Dov'è? dov'è? Si scorgeva appena, nel cielo verdino, tanto era esigua, simile a un'armilla spezzata. -- Ecco le rondini! -- gridò Simonetta. -- Ripassano. Attente! Allora, spinta dall'onda terribile del suo cuore, anche Vana si sporse insinuando tra quei corpi freschi e sani la sua magrezza cocente, le sue ossa bruciate nelle midolle, come un fastello di stipa tra floridi rami di mandorlo. -- Le vedo, le vedo -- disse Adimara. -- Le vedo -- disse Novella. Portavano a loro il messaggio d'oltremare, il messaggio del principe di terra lontana, un'allegrezza affannosa, una nova avidità di vivere. Ma per Vana erano come le saette incarnite nella piaga, che a un tratto sieno rimosse; erano come un rincrudimento di supplizio. Per lei non venivano d'oltremare ma dagli stagni di Mantova, dalle crete di Volterra, dal fondo della sua stessa febbre, della sua stessa abominazione. Nessuna melodia poteva sconvolgerla a dentro come quel piccolo strido fuggente. Falde di vita si distaccavano dal passato e le rotolavano su l'anima enormi come valanghe. Ella era quella medesima che, addossata allo stipo della Estense, con la testa appoggiata alle tarsìe, aveva sentito il saettamento del volo trafiggerla da tempia a tempia e straziare il cielo che s'invergiliava bianco. «O rondine, sorella rondine, come può esser pieno di primavera il tuo cuore? Il tuo è leggero come la foglia appena nata, il mio è in me come un tizzo consunto.... Dove tu voli non ti seguirò, finché tu ti rammenti, finché io non mi scordi». Le parole del poeta ritornavano. E, come se anche un accento della vita lontana con le parole e con le rondini ritornasse, Orietta pregò cingendole la cintura col braccio e accostandola al suo viso di mammole: -- Vanina, Vanina, perché non ci canti una canzone, prima che ce ne andiamo? -- Oh, sì, cantaci, cantaci! Ella scoteva il capo, lasciandosi sorreggere. -- Una cosa sola! -- Una cosa breve breve! -- T'accompagna Novella. -- Perché tuo fratello non è venuto? -- Aveva promesso di venire. -- S'è fatto preziosissimo il bell'Aldo. -- Via, sii buona, Vanina! -- Una sola cosa! -- Un piccolo -lied- di Schumann. -- -Frühlingslied-, Vanina. -- -Frühlingslust-, Vanina. -- -Frühlingsgruss-, Vanina. -- -Frühlingsfahrt-, Vanina. -- -Frühlingsbotschaft-, Vanina. Ella si lasciava sorreggere e sospingere da tutte quelle mani carezzevoli e supplichevoli verso il pianoforte. Tutte quelle bocche di vergini, forse già baciate, forse non baciate ancóra, le facevano intorno una specie di litania primaverile ripetendo il suo dolce nome accanto alla parola barbarica. Come la voglia di ruzzare era sempre pronta a svegliarsi, la litania divenne un coro bizzarro appoggiato sul frullo della prima sillaba. -- -Frühlingsnacht-, Vanina. Ella si lasciava cullare e blandire con un'aria di bambina malata e pietosa di sé, che a un tratto le ammollì il viso olivastro. Pareva dicesse: «Tenetemi così, non mi lasciate più andare, cullatemi finché questo male non mi lasci, finché io non ridivenga fresca come voi, finché io non vi rassomigli!» -- Novella, siediti. Esse ora si agitavano, intorno alla lunga coda del pianoforte di lacca bianca su cui erano dipinti leggeri festoni di edera legati con nodi d'oro. Sfogliavano i quaderni delle canzoni, cercavano. -- Questa. -- No, questa. -- Questa e più appassionata. -- Questa è più triste. -- Oh questa quanto mi piace! -- Non ho voce oggi -- diceva la cantatrice, con un languore compiacente, mentre le dita di Novella scorrevano su la tastiera intente a legare, ad annodare le note con la stessa grazia ond'ella usava in continui gesti toccare sé stessa. -- Canta sottovoce. Tutte tacquero, percorse da un lieve fremito, quando videro disegnarsi in lei l'attitudine nota, quando la videro intessere le mani dietro il dorso, portare il peso del corpo su la gamba destra, avanzare un poco la sinistra, piegare appena il ginocchio, sollevare lo scarno viso da cui il canto sembrava erompere come la polla che balza più in alto quanto più è costretta. «-Ueber'm Garten-....» Fievoli furono le prime note, come un'esca che con pena s'accenda. Poi subitamente la voce divampò, tutto il petto ne arse. Il canto fu come la sonorità stessa dell'anima palesata fuori della bocca dolorosa. Ella cantava come se cantasse per l'ultima volta, come se si accomiatasse da quella corona di giovinezze e dalla sua propria giovinezza abbrancata dal destino. Cantava come la martire prima del supplizio, come quella a cui l'aveva assomigliata il fratello, prima d'esser legata alla ruota lacerante. Diceva addio alle sue eguali, addio alla dolce vita, addio alla primavera ricondotta nel cielo dalle rondini. Diceva: «Vedete come sono! Sono come voi, sono giovinetta come voi: quando eravate nella vostra culla, anch'io ero nella mia. Mia madre era dolce per me. Siamo cresciute insieme, abbiamo mescolato i nostri giuochi, i nostri gridi, le nostre risa, anche i nostri pianti. Vedete com'è puro il bianco dei miei occhi, come i capelli son fitti intorno alla mia fronte, su la mia nuca! Una purità era in me, una forza era in me, tutt'e due grandi. Questa voce era in me per cantare alla vita la mia melodia. Vedete come sono! Intatta. Nessuno mi ha toccata ancóra, nessuno mi ha baciata. Non ho avuta la mia parte né d'amore né di gioia. Quando m'inginocchiavo davanti a Lunella per chiedergli una delle sue imagini bianche, mi sentivo simile a lei. E una cosa orribile fu svelata a me che non ero se non una creatura ignara e inoffensiva. Qualcuno m'ha afferrata per i capelli, e mi ha sbattuta, e mi ha costretta a guardare quel che non si può guardare senza perdere le palpebre, senza che gli occhi rimangano nudi per sempre. Vedete come sono! Sono come voi, e non saprete mai tutte insieme, se vivrete cent'anni, tante cose quante io ne ho sapute in un giorno, in una notte, in un'ora, in un attimo. Uno sguardo mi ha maturata, una parola mi ha invecchiata, un silenzio mi ha fatta decrepita. Non sono più buona a vivere. Quando scenderò le scale, non saprò dove andrò, quel che farò. Vorrei cantare così forte che la grande vena mi scoppiasse e io cadessi tra le vostre braccia e fossi portata da voi là sopra il letto bianco di Simonetta, e ricoperta di questi fiori; perché c'è un male in me, che non mi perdona, e non so quel che io farò ma so che non potrò fare se non qualcosa di male. Non mi lasciate al mio demonio! Perché, perché m'avete raccontata la vendetta del pastore? Come l'invidio! Non soffre più. Non ha lasciato nulla del suo amore e del suo furore in terra, null'altro che un po' di cenere. Non soffre più. È in pace. Vedete come sono! E forse io canto come lui per l'ultima volta, intorno a un fuoco spaventoso. Ah, non mi lasciate uscire di qui, non mi lasciate tornare in quella casa, dove tutto brucia, tutto avvelena, tutto macchia. Tenetemi con voi, tra queste cose bianche. Credevo che non ce ne fossero più, nel mondo. Circondatemi come dianzi, serratemi in mezzo a voi, rifatemi quale ero, fate che io non sappia quello che so, toglietemi dall'orrore! Se mi lasciate andare, non mi vedrete più. Se me ne vado, qualcosa di male accadrà. Debbo dirvi addio? Vi do questo canto come il commiato? Ah, e sono come voi tanto giovine, e nessuno m'ha toccata ancóra, e avrei potuto essere tanto dolce, tanto fedele; e ho baciato il mio amore una sola volta, ma su la mano, ma nel buio di sotterra....» Altre parole correvano nel suo canto, queste erano dentro di lei, da lei non dette né udite: queste erano il silenzio in cui risonava il suo canto, erano lo spirito delle Pause. E inconsapevolmente le ascoltatrici commosse lo respiravano. Non più esse chiedevano, non più sceglievano le canzoni. Ella medesima sfogliava con la mano febrile il quaderno sospeso su la tastiera, indicava a Novella la pagina, senza intervallo passava da un grido di amore a un grido di dolore, da un anelito per la vita a una invocazione della morte. Esse tutte s'abbandonavano al rapimento, si protendevano verso la potenza, in attitudini che sembravano palesare il rilievo della loro verità nascosto fino a quel punto dalla grazia fallace. Poggiavano la gota su la palma, il cubito sul ginocchio, annodavano le due mani e le ponevano presso il mento, col gesto di chi supplica, rovesciavano in dietro il capo e schiudevano all'aria le labbra come chi ha il petto scavato dall'ambascia. I loro volti erano mutati, come spogli di ciò che li adornava, non ricchi se non di ciò che esprimevano: volti di angeli neutri, sospesi tra l'inquietudine della lor natura incompiuta e la divinazione di tutte le possibilità. Sentivano esse in confuso che quella voce era la voce d'una vita simile alla loro ma giunta con uno sforzo di pena in un cammino ignoto al culmine dell'erta per ove esse salivano e tentata di precipitarsi dalla parte dell'ombra. Sentivano in confuso lo strazio del commiato, alenando nel silenzio delle parole non dette. E quell'oceano amaro che ondeggia in tutte le creature viventi fra culla e tomba e in tutte s'adegua all'altezza del ciglio, lo sentivano presso a traboccare, e lo contenevano. Ma la cantatrice voltò la pagina con un atto quasi rude; e, come la pagina si rialzava, la calcò sul quaderno col pollice prono. Disse: -- L'ultima. Un poco si scrollò, inarcando le reni: parve più diritta. S'asciugò col fazzoletto la bocca ch'era ardente come quella ove schiuma l'ansia sibillina dei vaticinii. Poi riprese la sua attitudine. S'era fatta l'ombra nella stanza. Le candele del leggìo la rischiaravano sotto il mento. Un gran ramo bianco di lilla, alzato da un lungo stelo di vetro opalino, le sovrastava come il gonfalone della sua primavera. La sua persona pareva la figura inversa dell'arte di Lunella, nera sul bianco della cassa armonica. Tali la videro le eguali, per non più dimenticarla. E l'ultima canzone fu la più breve: una melodia composta su le piccole parole d'un grande dolore, larga e grave come un corale; la cui brevità pareva prolungarsi in una infinita eco. «-Anfangs wollt' ich fast verzagen-....» «Ah, ma solamente non mi domandate come, non mi domandate come!» diceva anche il silenzio delle Pause. Tutte erano fise in lei. Ed ella, che fino a quel punto aveva fisato il suo demonio, le guardò; a una a una le guardò, lasciò impressa in ciascuna la sua imagine. E un lieve tremito salì nella sua voce. «-Aber fragt mich nur nicht wie-....» Allora il pianto traboccò, all'improvviso, perché il pianto era già all'altezza del ciglio. Fu Adimara quella che prima pianse; e la seconda fu Simonetta; e le altre sùbito s'abbandonarono. E l'ultima nota restò nella gola formata dal groppo, perché un singhiozzo soffocato aveva rotto il silenzio delle lacrime. E tutte allora si levarono e s'appressarono a Vana, e la strinsero, e piansero sopra di lei; e non sapevano perché piangessero. -- Vanina, Vanina, perché ci fai piangere? Ella sentì che l'abbandonavano, che il commiato era dato, che ciascuna aveva le sue forze e le sue sorti, che laggiù c'era una scala da scendere, poi c'era la strada, la casa, la notte ignota. -- Perfino tu, Dolly! -- fece Orietta Malispini asciugandosi la gota presso quell'altro suo viso di mammole già affloscite. -- Oh, io no -- disse Dorothy Hamilton voltandosi per accendere la sigaretta a una candela del leggìo ove la pagina dell'ultima canzone portava il segno del pollice che l'aveva calcata. -- È tardi, vergini folli, è tardi. E certo io sarò tanto picchiata che il mio naso diventerà camuso o aquilino, con grande rammarico del mio flebile Willie Willow. Dovevo scortare a pranzo le famose spalle della genitrice, dagli Aieta! -- E io in Casa Rucellai per le otto! -- disse Novella Aldobrandeschi riprendendo i guanti e il manicotto frettolosa. E ciascuna allora si ricordò della sua sera. -- Addio, Simonetta. -- Addio, amore. -- Grazie ancóra dei tuoi giacinti, Mara. Grazie delle tue orchidee, Novella. -- Scendi con noi, Vanina? -- Io ho giù la mia -Fraülein- che m'aspetta in vettura dalle sei! -- Andiamo, andiamo. Si baciavano, si scontravano urtandosi con le falde dei cappelli o ritraevano vivamente le mani per non incrociarle; e ridevano, con le ciglia ancóra umide. -- Addio, Simonetta -- disse anche Vana all'ospite abbracciandola. La fulva faunella coronata di pino ruppe un rametto di lilla, lo mise nella mano della cantatrice e su la mano posò le labbra, con una gentilezza infantile. ' . - - 1 . 2 3 . 4 5 - - ? ? - - , 6 . 7 8 , 9 . 10 11 - - , ? ? 12 13 . ' 14 . ' . , 15 . 16 17 - - , , ! 18 19 - - , , . . 20 21 - - . 22 23 - - . 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