Forse che sì forse che no
Gabriele D'Annunzio
FORSE CHE SI FORSE
CHE NO -- ROMANZO
DI GABRIELE D'ANNUNZIO.
PRESSO I FRATELLI TREVES IN MILANO. MCMX.
17.º migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA.
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.-
Copyright by Fratelli Treves, 1910.
Tip. Fratelli Treves.
A FRANCESCO COSELSCHI
È DEDICATO QUESTO LIBRO
-DE AMICITIA-
LIBRO PRIMO.
-- Forse -- rispondeva la donna, quasi protendendo il sorriso contro il
vento eroico della rapidità, nel battito del suo gran velo ora grigio
ora argentino come i salici della pianura fuggente.
-- Non forse. Bisogna che sia, bisogna che sia! È orribile quel che fate,
Isabella: non ha alcuna scusa, alcuna discolpa. È una crudeltà quasi
brutale, un'offesa atroce al corpo e all'anima, un disconoscimento
inumano dell'amore e d'ogni bellezza e d'ogni gentilezza dell'amore,
Isabella. Che volete voi fare di me? Volete rendermi ancor più disperato
e più folle?
-- Forse -- rispondeva la donna, aguzzando il suo sorriso che il velo
pareva confondere e quasi fumeggiare nei mobili riflessi, di sotto alle
due ali ferrugigne che le coprivano gli orecchi inserite nel suo
cappello a guisa d'elmetto intessuto d'una paglia larga e forte come
trùcioli di frassino.
-- Ah, se l'amore fosse una creatura viva e avesse gli occhi, potreste
voi guardarlo senza vergognarvi?
-- Non lo guardo.
-- Mi amate?
-- Non so.
-- Vi prendete gioco di me?
-- Tutto è gioco.
Il furore gonfiò il petto dell'uomo chino sul volante della sua rossa
macchina precipitosa che correva l'antica strada romana con un rombo
guerresco simile al rullo d'un vasto tamburo metallico.
-- Siete capace di metter la vita per ultima posta?
-- Capace di tutto.
Parve guizzarle tra i denti e il bianco degli occhi l'acutezza del
sorriso formidabile come il baleno d'un'arme a doppio taglio. Con la
destra il furibondo afferrò la leva, accelerò la corsa come nell'ardore
d'una gara mortale, sentì pulsare nel suo proprio cuore la violenza del
congegno esatto. Il vento gli mozzava le parole su le labbra arsicce.
-- Ora ho la vostra vita nelle mie mani come questo cerchio.
-- Sì.
-- Posso distruggerla.
-- Sì.
-- Posso in un attimo scagliarla nella polvere, schiacciarla contro le
pietre, fare di voi e di me un solo mucchio sanguinoso.
-- Sì.
Protesa ella ripeteva la sillaba sibilante, con un misto d'irrisione e
di voluttà selvaggia. E veramente l'uno e l'altro sangue si
rinforzavano, balzavano; l'uno contro l'altro parevano ardere ed
esplodere come l'essenza accesa dal magnete nel motore celato dal lungo
cofano.
-- La morte, la morte!
Non sbigottita ma ebra, ella mirava l'imagine di lui nel fanale mediano,
ch'era come un teschio orecchiuto, costrutto di tre metalli: mirava
nella spera convessa del rame il capo rimpicciolito, ingrossato il basso
del corpo, la mano sinistra enorme su la guida dello sterzo. Percotendo
il sole nella spera, il foco divorava la faccia; e dell'imagine allora
non appariva a lei se non il mostruoso torace decapitato e il pugno
gigantesco nel guanto rossastro.
-- Mi tenterai e mi deluderai ancóra?
-- Forse.
-- Vedi quel carro, laggiù?
-- Lo vedo.
Le parole erano come faville fulminee che si partissero non dalla bocca
senza respiro ma dall'apice del cuore lottante. Il vento le rapiva e le
mesceva all'immenso vortice di polvere alzato nella traccia spaventosa.
Parevano non avere la figura del suono ma quella dell'ardore, disumanate
dalla brevità nella luce, dalla solitudine nello spazio.
-- Chiudi gli occhi, dammi le labbra.
-- No.
-- Mordimi, e chiudi gli occhi.
-- No.
-- Moriamo.
-- Eccomi.
Combattevano senza toccarsi ma invasi dallo stesso delirio che agita gli
amanti acri d'odio carnale sul letto scosso, quando il desiderio e la
distruzione, la voluttà e lo strazio sono una sola febbre. Il mondo non
fu se non polvere dietro di loro; le forze si alternarono e si
confusero. La donna era separata sul suo sedile, né sfiorava pur col
gomito il compagno; ma soffriva e gioiva come se i due pugni dominatori
non reggessero il cerchio, ben lei tenessero presa per gli òmeri
squassandola. E trasposta era in lui l'illusione medesima, ché egli
sentiva sotto le sue mani nella potenza dell'impulso grandeggiare il
palpito della creatura agognata. Ed entrambi, come nella mischia ignuda,
avevano il viso cocente ma nella schiena il brivido gelido.
-- Non temi?
-- Non temo.
Ella guardava la morte e non credeva alla morte. Vide l'ombra d'un
pioppo su la via splendida; distinse sul ciglio erboso il fiore intatto
del vento, il labile globo di piuma sul gambo sottile; si contrasse,
divenuta un solo istinto vitale dalla nuca al tallone, imitando il
guizzo delle rondini vive che sfioravano il cofano pieno di fremito. E
non mai aveva conosciuto la sua propria forma come in quel punto, non
mai nel suo letto, non mai nel suo bagno, non mai davanti al suo
specchio: le lunghe gambe lisce come quelle dei chiari Crocifissi
d'argento levigate da mille e mille labbra pie; l'esiguità delle
ginocchia agevoli in cui era il segreto del passo ammirabile; le piccole
mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali, dall'ossatura
palese di sotto i muscoli smilzi; e le braccia non molli ma salde che
pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una
ghirlanda rinnovata a ogni alba; e chiuse nei guanti flosci le magre
mani fino alle unghie screziate di bianco, sensibili come il cuore
purpureo, ricche di un'arte più misteriosa che i segni scritti nelle
palme; e tutto il calore diffuso sotto la pelle come una stagione
dorata, e l'inquietudine delle vene, e l'odore profondo.
«No, non moriamo. Il cuore ti trema. Il tuo furore è vano. Godi e soffri
di me. Non sono mai stata così forte e così desiderabile».
I suoi pensieri nascevano dal suo brivido. Ed ella portava sotto le due
ali basse il suo viso di dèmone non come una maschera di carne ma come
la sommità stessa della sua anima accesa nel vento sonoro e velata di
fallacia.
-- Isabella! Isabella!
Simile al cavallo nervoso che sente dinanzi all'ostacolo mancare il
coraggio del cavaliere ed è certo che non andrà dall'altra parte, ella
sentiva l'esitazione nei pugni del guidatore; e già misurava con
l'occhio lo spazio tra il carro e il canale ove le ninfee
biancheggiavano. Un grido involontario le sfuggì quando una rondine urtò
contro i bugni del radiatore camuso uccidendosi.
-- Paura?
-- Per la rondine.
-- Vuoi?
-- Sia.
-- Isabella!
Allora ella guardò il viso raso del compagno, non nella spera di rame ma
nel rombo del pericolo al suo fianco: il viso bronzino, disseccato e
indurito su le ossa evidenti, chiuso fino al mento come da una sorta di
camaglio; onde sporgeva carnosa la bocca quasi fosse gonfia di sete e di
disperazione. Poi guardò innanzi a sé. Subitamente l'orrore le arrestò
il palpito, ché il carro era là, carico di tronchi immani che si
protendevano oltre le corna delle due coppie di buoi aggiogate. L'ultimo
battito delle palpebre afferrò netta la forma degli strati legnosi nel
taglio dei fusti. Poi ella chiuse gli occhi: fu scossa dalla violenza
dello sterzo, udì gli urli dei bovari e un muggito lùgubre come se la
macchina micidiale passasse sopra le bestie stritolate. Aprì gli occhi:
qualcosa di verde, di candido, di fresco le entrò nelle pupille. La
macchina correva, muggendo dalla sua sirena, lungo il margine erboso del
canale ove le ninfee galleggiavano innumerevoli. Dietro, il vortice
della polvere nascondeva il passo della morte. E un repentino riso
stridette per entro l'ondeggiamento del velo, sotto le ali dell'elmetto,
su la faccia incolume e invitta.
Era un riso involontario, un convulso riso femineo, che le riempiva di
lacrime il cavo degli occhi, la piegava a mezzo del corpo e pareva fosse
per spezzarla in ogni sussulto. Ma ella diede alla sua debolezza e al
suo male l'apparenza dello scherno vittorioso.
-- La morte! La morte! -- singhiozzò nella gola stridula. -- L'ultima
posta! Avete ucciso una rondine e prestato un muggito di spavento a
quattro buoi troppo placidi.
Ella non poteva domare quel riso che le si partiva dalle viscere, dal
più profondo di sé, dall'ignoto abisso della sua sostanza, con un suono
inimitabile che pur sembrava falso alla sua anima e a quella di chi
l'udiva. E il compagno taceva, senza guardarla, oppresso da un'angoscia
annodata come un rancore inerte, che gli impediva di raccogliere
l'irrisione e di volgerla in lieve allegrezza.
-- Tutto è gioco -- disse.
Moderava la corsa. Ora la strada era solitaria; e tutta la pianura in
quel punto era una solitudine lontana come una ricordanza musicale,
fatta di segni e d'intervalli costanti; ché gli argini verdi, e
sovr'essi le pallide vie diritte, e i canali molli, i filari di salci di
pioppi di gelsi, tutte le linee consentivano a quella dell'orizzonte, in
concorde lentezza si prolungavano verso l'infinito. E il regno era del
cielo inoccupato; ché qualcosa d'aereo, per tante quiete acque
specchianti, alleviava la terra come i grandi occhi allèviano il volto
umano.
Sopra la pulsazione del motore e sopra il riso della donna, che parevan
salire dalla stessa meccanica inconsapevolezza, egli percepiva il
silenzio senza confine. E da quella chiara libertà del cielo sgombro, e
da tutte quelle bianche liste ricorrenti per la verdura, e dal balenare
delle rondini sul fiso sguardo degli stagni, gli si compose l'imagine
del suo volo. E imaginò di condurre non la rapidità che striscia ma
quella che si solleva; imaginò di ritrovarsi nella lunga fusoliera che
formava il corpo del suo congegno dedàleo tra i due vasti trapezii
costrutti di frassino d'acciaio e di tela, dietro il ventaglio tremendo
dei cilindri irti d'alette, di là dai quali girava una forza indicibile
come l'aria: l'elica dalle curvature divine.
La donna aveva soffocato il riso, che di tratto in tratto rinasceva come
un singulto infantile.
-- Credo che siamo folli, Paolo -- disse con una voce che si posò sul
cuore dell'uomo come una mano cauta in atto d'imprigionare qualcosa che
sia per fuggirsi.
Egli rivide, in un lampo, Isabella Inghirami sotto la tettoia che
crepitava alla pioggia primaverile, là, fra i rotoli dei fili d'acciaio,
fra le lunghe verghe di legno, fra i mucchi dei trucioli, negli stridori
della sega, nei gemiti della lima, nei colpi del martello, mentre una
tacita febbre umana pareva quasi raggiare intorno al grande airone
inanimato che aveva già la tela tesa su le cèntine delle sue ali. Ah
perché d'improvviso quell'opera delicata e misteriosa come il lavoro dei
liutai, fatta di pazienza di passione di coraggio, e di eterno sogno e
di antica favola, perché era divenuta una incerta carcassa al paragone
della somma di vita accorsa da tutti i punti dell'Universo e adunata
meravigliosamente su quel volto quasi esangue i cui sùbiti rossori
commovevano come gli accenti sublimi dell'eloquenza e come le grida dei
fanciulli? Quanto ingegno teso e ostinato, quanta accortezza e
destrezza, quante prove e riprove nel trovare i modi delle legature,
delle giunture, degli innesti! E per qual segreto, a un tratto, ecco, le
fragili falangi di quelle dita ripiegate all'angolo di quella bocca
socchiusa potevano assumere un valore che aboliva tutto l'acume della
ricerca e tutta la gioia dell'invenzione? Egli rivide la visitatrice,
poggiata senza peso il gomito contro una costa della fusoliera, presso
il timone verticale, sotto una sàrtia rigida d'acciaio, con la mano
senza guanto fra la gota e il mento a reggere il viso chino
nell'attitudine dell'ascolto, sembrando l'ombra del cappello alato
raccogliere l'astuzia molteplice e la seduzione sagace di Mercurio
imberbe.
-- Ancóra pensate male di me, Paolo? O sognate il volo di domani?
Gli parve che in lei corresse un lieve fremito.
-- Penso -- rispose -- a quel giorno che entraste per la prima volta nel
mio piccolo cantiere sul prato di Settefonti.
-- Me ne ricordo.
Ella risentì gli sguardi timidi e diffidenti degli artieri, il fresco
d'una larga gocciola caduta dalla tettoia su la sua mano ignuda, il
fruscìo dei trucioli all'orlo della sua gonna, il dolore alla caviglia
impigliata in un filo d'acciaio, l'odore della vernice e della pioggia,
l'ansia dissimulata del suo cuore sotto il suo artificio.
-- Entraste, come chi apre una porta e comanda a un estraneo: «Lascia
tutto e vieni con me». E non dubita dell'obbedienza.
-- Sapevo -- ella disse -- una parola bella e strana come un nome di maga,
che significa: «Vieni-con-me». E non me ne ricordo più.
-- Il vostro vero nome.
-- Per voi o per tutti?
Subitamente egli patì la bruciatura profonda, senza comprendere, senza
riflettere. Or come con una qualunque parola quella voce poteva far
tanto male? Come poteva con un solo accento rimescolare tante cose
torbide, rappresentare l'oscurità del passato inesplorabile e
l'incertezza del domani impuro?
In una carne ch'egli desiderava si converse per lui tutto il desiderio
del mondo; e l'immensità della vita e del sogno fu ristretta in un
grembo caldo.
Egli la guardò. Così con un colpo di stecca iroso il modellatore
scancella nella creta l'effigie, la ragguaglia alla massa informe. Egli
agognò ch'ella più non avesse quelle palpebre, quella bocca, quella
gola, ch'ella più non fosse qual'era. E rievocò il duro carro, i lunghi
tronchi protesi all'urto senza scampo.
-- Ah se l'amore, che offendete e abbassate così forsennatamente, si
vendicasse di voi e vi torturasse come mi torturate! Se un giorno voi
non poteste più dormire né sorridere né piangere!
-- L'amore, l'amore! -- sospirò ella abbandonando in dietro il capo,
socchiudendo i cigli, rilasciando le braccia e le mani come chi
illanguidisce, con la bocca avida, quasi a bere tutto il filtro
dell'estate dalla tazza riversa del cielo coronata di foglie. -- Se
sapeste come amo l'amore, Paolo!
Proferì queste parole inchinando il viso velato verso il compagno, con
un accento ch'era simile a un sapore e a un sentore segreti, quasi che
la voce per giungere alle labbra avesse attraversato la più profonda
sensualità. Egli impallidì. Fu diminuito; fu rotto come un sermento che
debba esser gettato nella fiamma con altri mille. Per lui il desiderio
era quell'elezione irrevocabile che di quelle due braccia faceva il
luogo unico della luce e del respiro. Ma il desiderio di lei era senza
cerchio, senza limite, senza tempo come il male dell'essere e la
malinconia della terra?
-- L'amore è il dono -- disse egli.
-- È l'attesa -- disse ella.
-- Non l'indugio perverso. A ogni ora voi siete per donarvi e vi
rattenete, siete per concedervi e vi negate. Fin da quel giorno, sotto
la tettoia, girando intorno alle ali morte, simulaste nel passo i
movimenti della voluttà.
-- I vostri occhi sono malati.
Egli la rivedeva ondoleggiare intorno al grande apparecchio aereo, con
la pieghevolezza quasi fluida delle malvage murene prigioniere
nell'aquario.
-- Perché vi lamentate sempre come un bambino capriccioso, voi che mi
piaceste soltanto come l'amico del pericolo? Pensate che io sono il
vostro più gran pericolo, Tarsis. L'amore che io amo è quello che non si
stanca di ripetere: «Fammi più male, fammi sempre più male». Non eviterò
mai nessuna pena, né a voi né a me. Fuggite, giacché avete le ali,
giacché studiate il vento.
Ella non sorrideva; ma sembrava che s'appoggiasse su ogni parola come
per comunicare a ciascuna il suo proprio peso, il peso della sua potenza
e della sua imperfezione e di tutto l'ignoto ch'ella portava dentro. E
gli stridi delle rondini su per gli stagni le fendevano l'anima come il
diamante fende il vetro, e dubbio è qual dei due strida.
-- Amico, amico, -- ella proruppe, di sùbito invasa da uno scoraggiamento
ansioso, quasi che la corsa rallentata e il giorno declinante le
diminuissero il respiro -- no, non m'ascoltate, non mi rispondete. Non
parlate più, non voglio più parlare. Non vi farò mai tanto male quanto
ne fa a me la più piccola di quelle foglie, e tutto questo cielo!
Divine erano la dolcezza e la tristezza del giorno su la pace della
pianura ove le ombre e le acque e l'arte agreste avean composta una
ordinanza tanto semplice che pareva condotta secondo il flauto di tre
note tagliato nella canna palustre. I salci spogli, con una lieve
ghirlanda di frondi in sommo, miravano negli stagni riflesso un aspetto
tanto socievole che pareva si fosser già tenuti per mano e allora allor
disgiunti dopo una danza serena. E tanto eran fresche le ninfee nei
canali che la donna credeva sentirne l'umidità intorno ai suoi propri
occhi arsi.
-- Aldo e Vana saranno ancóra molto in dietro? -- domandò ella con
un'ansia oscura che non si placava.
-- Ci raggiungeranno.
-- Andiamo! Andiamo!
Paolo Tarsis accelerò la corsa. Il vortice di polvere, il rombo
guerresco, l'ululo della sirena respinsero la mite e straziante melodia.
Apparivano in lontananza le mura rossastre, i baluardi saglienti, le
torri quadrangolari della città forte.
-- Mia sorella non vi piaceva più di me, prima? -- disse ella ancóra, con
un tono acre di provocazione, sollevando gli angoli della bocca a fiore
delle gencive nel sorriso irritato e come sospeso sopra un poco di
sangue roseo.
-- Non volevate più parlare, Isabella.
Una inquietudine intollerabile agitava la donna, come s'ella dovesse
dire e fare qualche cosa che sola in quel punto era consentanea a sé e
al tutto ma non potesse né dire né far quella, anzi la contrariasse con
ogni pensiero, con ogni parola, con ogni movimento e perfino col polso,
col respiro. E stava curva come sotto la tempesta, come per comprimere
la sua vita e opporsi a un salire subitaneo di onde ch'ella non sapeva
se recassero il bisogno di ridere o di piangere. E, provando un dolor
sordo alle scapole, propagava ella medesima quel dolore fino alle dita
dei suoi piedi e delle sue mani, con la pietà d'esso dolore. Ed ecco, la
stanchezza la occupava come il nero peso d'un sonnifero e le dava una
voglia accorata di piegare il capo su la spalla del compagno e di
dimenticarsi in un letargo senza fine. Ed ecco, tutte le forze del suo
desiderio con tutte le imagini della voluttà le balzavano dentro e
rotavano in una vertigine di delirio.
-- È il più lungo giorno! -- esclamò, come chi si risvegli nel sussulto
dei ricordarsi. -- Oggi è il più lungo giorno, è il solstizio d'estate.
Non lo sapete?
E per alcuni attimi aspettò che la mano sinistra del compagno lasciasse
il volante e la toccasse, nella speranza impetuosa che una novità
nascesse da quel tocco. E tutta la sua anima si dibatteva sbigottita con
un fremito innumerevole come se tutte quelle rondini vive fossero prese
in una rete sola e nel terrore si rompessero le penne.
Contratto egli taceva, intento a dominare sé stesso, la sua macchina
fida e infida. Ed ella volle guardarlo deformato nel rame del fanale; e
più parole crudeli trovò per ferirlo, e non ne scelse alcuna ma le
contenne e n'accrebbe il suo rancore. E cercò qualche altra cosa da
opporre a quel male, da gettare a quella specie d'insana fame che
distruggeva in lei l'intera massa della vita vissuta e non le lasciava
su la lingua se non un gusto di sangue e di polvere.
Allora le ingiurie rauche e i pugni tesi dei cozzoni di cavalli le
raddrizzarono in un sussulto energico le reni indolenzite.
-- Avanti! Non vi fermate! Avanti!
La mandra scalpitava sprangava s'impennava intorno alla macchina
fragorosa: lunghe criniere, lunghe code arrossate dall'intemperie; teste
montonine con la favilla bianca dello spavento nell'angolo dell'occhio;
poledri villosi come orsatti, su le alte gambe gracili; e l'urto degli
zoccoli, e l'onda delle groppe, e l'odor selvaggio nel soffocante
nuvolo.
-- Muoio di sete -- ella disse, quando il tumulto e il clamore furono
superati. -- Ho sete di quell'acqua verde; ho voglia d'inginocchiarmi sul
margine e di tuffare il viso tra due ninfee.
Ella sollevò il velo, mostrò il viso nudo. Egli si volse a guardarla,
con qualcosa di cavo nel petto, ch'era come l'impronta di quella nudità
sempre nuova. Ella si prendeva le labbra tra i denti alternamente,
inumidendole d'una stilla tratta con uno sforzo penoso dal fondo della
gola. E i suoi occhi parevano aver perduta la pupilla, erano senza
centro, pieni d'un tremolìo chiaro di forze che scaturivano dal buio
come il gorgóglio delle dure polle nel letto delle fontane; e il segno
nero nell'orlo della pàlpebra inferiore, segnato dall'arte mattutina,
persisteva netto rilevando l'inumana chiarità delle iridi, allargando la
larga orbita, appassionando la bellezza per la volontà di farsi più
acuta.
-- Ah, che cielo! Non lo vedete?
Era pallido il cielo, quasi candido, con un'apparenza eguale, eppure per
ovunque variato come una mescolanza indefinita di ardori che salissero
dalla terra e scendessero dal sommo, come una fluttuazione continua di
cose diafane e sensibili che quella faccia riversa ricevesse su i cigli
e con un battito di cigli rimandasse fino ai limiti del silenzio.
-- Che faremo?
La sua ansia le diceva che il suo destino era sospeso nella luce del più
lungo giorno. Ella aveva dinanzi a sé l'imagine della sua felicità
riversa come la sua faccia nell'atto di mordere il dolore come un frutto
maturo che la bagnasse di succo vermiglio. E non sapeva se volesse
continuare senza termine quella corsa o se volesse fare una sosta in una
solitudine sconosciuta. Il pensiero involontario incurvava la sua spalla
secondo la forma del braccio maschile.
-- Aspetteremo Vana e Aldo sotto la porta?
Appariva una esedra rossa su un prato sparso di gelsi ove pascolavano
cavalli bai. Dinanzi erano le mura della città fendute di feritoie.
-- Paolo, Paolo, -- disse ella abbandonandosi perdutamente a quell'ansia
ch'ella non dominava più -- vi prego, fermiamoci a vedere la Reggia.
Bisogna ch'io la veda. È la Reggia d'Isabella. Sarà ancóra aperta a
quest'ora? Voglio, voglio entrare a qualunque costo. Vi prego! Bisogna
che oggi io la veda. Fatemi questo dono!
Il suo meraviglioso tormento e il suo furore di voluttà e la sua
riluttanza e il suo orgoglio e la sua stanchezza e la sua sete ora a un
tratto si dissolvevano e si confondevano in una visione allucinante
dell'amore su la ruina. Ella guardò l'inchinato sole per fermarlo col
suo vóto.
-- È la Reggia d'Isabella. Bisogna ch'io la veda.
-- Forse è tardi.
-- Non è tardi.
-- Son passate le sei.
-- Il giorno dura fino alle nove, oggi.
-- Il custode non ci aprirà.
-- Bisogna che apra. Voglio.
-- Proviamo.
-- Sono certa. Voglio.
La macchina s'arrestò alla porta. I doganieri s'appressarono. Nel rombo
assordante, ella chinò verso di loro la sua faccia che ardeva tra le due
ali come illuminata dall'ispirazione. Anelava.
-- Dov'è la Reggia?
Un di loro attonito indicò la via. Taciturna e quasi deserta era la
città distesa nella sua palude e nella sua tristezza. Le memorie la
empivano d'un silenzio che le rondini laceravano con le strida e
traevano a lembi nei loro piccoli artigli pel cielo argentino.
-- E Vana? E Aldo?
-- Certo, giunti alla porta, domanderanno se siamo passati.
-- Domanderanno? Ecco la piazza!
La piazza era solitaria e lunga, fra palagi e torri e moli sacre, con
grandi ombre respiranti in una storia di magnificenza, di gentilezza, di
lussuria, di tradimento e di uccisione. Le rondini vi gettavano un
clamore quasi deliro. La Reggia era chiusa. E parve alla creatura
febrile che chiuso vi fosse il suo più profondo destino. Ella balzò a
terra, anelante; e, simile alla figlia scacciata che ritorna in demenza,
si pose a battere l'imposta coi due pugni chiusi.
-- Ma che furia! Isabella, vi farete male alle dita. Certo, così
spaventerete il custode che rifiuterà di lasciar entrare a quest'ora una
piccola folle polverosa.
Paolo rideva, rapito tuttavia da quella vitalità volubile, da quella
diversità d'aspetti e d'accenti, da quell'ardore e da quel tumulto che
del luogo ov'ella era sembravano fare il punto più sensibile
dell'Universo.
-- C'è il campanello -- disse una voce timida. Ed entrambi soltanto allora
si accorsero che dietro i due sedili emergeva, di mezzo a un cumulo di
cerchioni sovrapposti, il meccanico trasfigurato dalla polvere in un
busto di gesso parlante.
L'impaziente si maravigliò, poi rise. Cercò il campanello, tirò con
tutta la forza. Il tintinno si propagò nell'ignoto. S'udì un passo, un
borbottio, uno scrocco di chiave; l'imposta s'aprì; il custode apparve
su la soglia. Barbato e canuto, era la figura volgare del Tempo senza
clessidra né falce. Non gli diede agio d'aprir bocca ella, ma sùbito lo
avvolse nella sua implorazione irresistibile.
-- Lasciateci entrare! Siamo di passaggio. Ripartiamo prima di notte. Non
torneremo forse mai più. Vi prego, vi prego! Nessuno vede, nulla può
accadere. Lasciate che entriamo, per un'occhiata almeno! Mi chiamo
Isabella.
Più di quella grazia infantile e di quella calda voce supplichevole e di
quel nome dominante valse l'offerta del compagno. Il Tempo sorrise nella
barba gialliccia, e si scansò.
Allora ella si tolse il velo, si tolse il mantello; e tanta fu la luce
de' suoi giovani occhi che per qualche attimo ella sembrò vestita di
quella sola. Ma, quando ella si mise per la vasta scala, Paolo Tarsis
udì in sé i colpi sordi del suo cuore come se la portasse su le sue
braccia: pesante? leggera? Anche il corpo di lei era ingannevole, quasi
duplice, come dissimulato e rivelato in una perpetua vicenda. Ecco, ella
saliva di grado in grado con una pieghevolezza che pareva allungarle
ancor più le gambe, attenuarle i fianchi, assottigliarle la cintura; era
magra, snella, veloce, come un giovinetto allenato alla corsa. Ecco,
ella si soffermava sul ripiano traendo un gran respiro; e l'occhio a un
tratto si stupiva nello scoprire la larghezza delle sue spalle, la
profondità del suo torace, la potenza delle sue reni, la rettitudine
della sua ossatura su i piedi non piccoli ma dal fiosso arcuato così che
si equilibravano sul calcagno e sul pollice come quelli della Libica
michelangiolesca.
Si soffermò ella; poi fece qualche passo verso la prima sala. Il gioco
dei suoi ginocchi creava nella sua gonna una specie di eleganza
interiore, una grazia alterna che di dentro animava ogni piega. Ancóra
si soffermò, senza più traccia di sorriso e d'allegrezza, come oppressa
da un presentimento troppo grave, con le palpebre basse. L'amico era
poco discosto, occupato da un'angoscia che pareva tutto abolire in lui e
non lasciargli se non la possibilità d'un sol gesto nelle braccia
pendenti ove si addensava l'attesa. Non lo guardava ella ma assisteva
nel suo proprio corpo al fluire e all'adunarsi d'un mistero ch'ella non
dominava e che pure le apparteneva più dell'intima sua midolla.
E all'improvviso dal suo corpo, dalla sua grazia, dalla sua potenza,
dalle pieghe della sua veste, da tutte le linee della sua persona, da
quel ch'era la sua vita e da quel ch'era apposto alla sua vita -- con la
fatalità dell'acqua che va alla china, del vapore che tende all'alto --
si formò qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di
eterno, di consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.
E fu tutto. E si presero per mano, trascolorati, senza parola, vinti da
un amore ch'era più grande del loro amore, come per entrare nella casa
della loro unica anima o delle loro ombre congiunte. La lor felicità
terribile non più si tendeva a mordere il dolore ma ad ascoltare il
grido della bellezza dilaniata e derelitta. Pareti e volte decrepite;
vecchie tele sfondate; tavole e seggiole sgangherate dalle gambe d'oro
misere; tappezzerie lacere accanto a intonachi che si scrostavano, a
mattoni che si sgretolavano; vasti letti pomposi, riflessi da specchi
foschi; impalcature alzate a reggere i soffitti; e l'odore della muffa
risecca e l'odore della calcina fresca; e pel vano d'una finestra due
torri rosse nel cielo, un cigolio di passeri, uno schiamazzo di monelli;
e pel vano d'un'altra una strada deserta, una chiesa senza preghiere, il
picchierellare di due stampelle; e appeso un lampadario a gocciole di
cristallo, e obliqua una striscia di sole sul pavimento; e un altro
lampadario e un'altra striscia, e più triste la cosa lucida che
l'estinta; e ancóra lampadarii in fila, guasti, pencolanti, simili a
fragili scheletri congelati. O desolazione, desolazione senza bellezza!
«Che faremo noi dell'anima nostra?»
-- Un giardino! -- gridò la visitatrice traendo verso la finestra il
compagno, per una sala ampliata dalle imagini dei Fiumi.
Ed entrambi s'affacciarono. Non disgiunsero le mani; stettero in ascolto
come per cogliere vaghe onde di musica.
Era un giardino pensile, chiuso da un gentile portico palladiano a
colonne bine; le quali apparivano più quiete perché quivi duravano in
coppie costanti e, avendo tra i loro fusti un intervallo eguale,
potevano ravvicinarsi nella fedeltà delle lor lunghe ombre. Piante varie
v'erano confuse, arbusti e cespi vi s'affoltavano; ma tutto il verde non
valeva se non per sostenere il languore appassionato di qualche rosa
bianca.
Quando Paolo accostò il suo viso a quello desiderato, così che l'alito
si mescolò all'alito, l'amica si ritrasse e si rivolse e guardò dietro
di sé. Poi fece, sommessa, con la bocca molle:
-- No. Ce n'è un altro, più bello.
Credeva di udire il preludio indistinto d'una musica che tra breve fosse
per irrompere con la veemenza del torrente.
Varcarono una soglia; e li coperse il cupo azzurro d'un cielo notturno
ove i segni zodiacali scintillarono riflettendosi nell'acqua stagnante
degli specchi. Per la finestra saliva il profumo cocente e possente
della magnolia, ebrezza delle costellazioni.
-- Un altro giardino?
Era un triste cortile abbandonato. E i lampadarii di pallido vetro
riapparvero in sale pompose e vuote; e riapparvero i letti insonni; e le
vecchie tele cieche rossicarono e nereggiarono su le mura delle lunghe
gallerie, simili alle pelli bovine tese e appese dai conciatori; e il
coro dei passeri dagli embrici rotti cigolò giù per le armature
sconnesse delle travi, giù pei travicelli attraversati, giù pei graticci
sfondati dei palchi in ruina; e tutto fu ancóra desolazione senza
bellezza.
-- Vana! Aldo e Vana!
Lo sbigottimento spegneva il grido d'Isabella. Vedeva ella venirle
incontro, pel silenzio d'una stanza occupata dall'ombra di un letto
lugubre come un feretro, due creature silenziose e fisse come quelle che
senza pianto dal fondo della loro stessa vita vanno incontro al destino
lacrimabile.
-- Aldo, Vana, siete voi? siete voi?
-- No, Isabella. Siamo noi, nello specchio. Perché tremate così?
-- Noi!
Era un alto cristallo che, in bilico tra due colonnette, rasentava il
pavimento specchiando l'intera persona diritta in piedi. Il fascino
n'emanava come da un parallelogrammo magico.
-- Perché tremate così?
Vinta e riluttante, ella si appressava all'imagine traendo per la mano
il compagno inquieto; entrava nell'ombra funerea del letto; fissa, non
riconosceva il suo sguardo in quegli occhi che la guardavano quasi
nudati, quasi privi di cigli, privi di battito, immensi, più misteriosi
della tomba, misteriosi come la follia.
-- No, no! Ho paura.
Ella balzò lontano, fuggi per le stanze contigue, sotto cieli d'oro e
d'oltremare, sotto cieli dolci come le turchine malate e le dorature
sdorate, sotto pallide ricchezze diffuse e sospese; sotto un silenzio
scolpito e inevitabile.
-- Isabella!
La desolazione si trasfigurava. Si mutavano ora in lembi di melodia
patetici come i gridi del desiderio e dello spasimo le vaghe onde di
musica ondeggianti intorno alle rose bianche dell'orto pensile. La
ruina, liberata dai vestigi della vanità e della miseria intruse,
respirava nell'antica grandezza per tutte le bocche delle sue ferite,
respirava e soffriva e moriva anelante verso il più lungo giorno. Tutti
i segni erano eloquenti, tutti i fantasmi cantavano. Le Vittorie
mostravano l'anima di ferro sotto gli stucchi disgregati, e non più la
corona fronzuta tendevano ma il cerchio di rugginoso ferro. Le Aquile
sublimi abbrancavano i festoni di frutti putrefatti e caduchi.
-- Isabella!
Ella andava andava, esitando tra l'una e l'altra stanza, non sapendo in
quale l'anima sua fosse per trarre un più profondo sospiro. E le stanze
si moltiplicavano; e la bellezza s'avvicendava con la ruina, e la ruina
era più bella della bellezza. E gli occhi si dilatavano per tutto
vedere, per tutto accogliere; e l'intero viso viveva la vita dello
sguardo. E l'anima si ricordava; ché le forme scomparse rinascevano e si
ricomponevano in lei musicalmente, e traeva essa la gioia della
perfezione da ciò ch'era imperfetto, la gioia della pienezza da ciò
ch'era menomato. E il giorno era protratto dal prodigio ma nessun
indugio era concesso; e su ogni soglia il piede si posava temendo il
divieto ma lontana era tuttavia la soglia della sera.
-- C'è in là un altro giardino, -- diceva ella errando -- un altro
giardino.
E, attraverso una grata, apparve una corte ingombra di macerie e d'erbe
fra mura fendute ove rimanevano tracce di ornati dipinti a nodi; e,
oltre le mura, una zona di palude rifulse, e riudito fu lo stridìo delle
rondini, e traudito fu il gracidìo delle rane, nel cielo, nell'acqua, in
un solo ardore indistinto. E la straziante Estate chiamò, tra l'una e
l'altra voce.
-- Non è questo.
Ella vacillava sul pavimento sconnesso, ancor qua e là inverdito dallo
stillicidio; e sopra lei le macchie pluviali scurivano i lacunari
azzurri del soffitto ove un oro più nobile e più solido di tutti gli ori
s'ammassava in volute, in rosoni, in pigne scolpiti con robustezza
romana. Le Sirene s'incurvavano, tra i fogliami sporgenti come le
mammelle dei bei mostri marini, in un fregio di così forte rilievo che
eguagliava la misura dei grandi versi memorabili. Lungo gli stipiti
delle alte finestre le Vittorie tendevano all'estremità dei moncherini i
cerchi di ferro rugginoso.
-- No, Paolo, no! Non qui, non qui! Vi supplico!
Ella sfuggiva alle mani tremanti del compagno. Gli mostrava un viso che
pareva decomporsi e ricomporsi come nella vicenda del terrore e
dell'ebrezza. Ed entrambi, da una soglia all'altra, dalla luce
all'ombra, dall'ombra alla luce, perseguitavano la loro angoscia senza
fine.
-- È questo? -- disse Paolo chinandosi a un davanzale.
Era la squallida memoria d'un altro giardino pensile, ingombro di
ortiche, di rottami, di vecchie docce contorte. Un Tritone sonava la
bùccina su una parete forata e maculata; qualche papavero ardeva qua e
là come una fiammella spersa. Più nere parevano le rondini in un cielo
più lontano.
-- Ci può essere una cosa più triste in terra? -- disse la donna
ritraendosi.
Ricominciava la desolazione: la cappa demolita d'un camino nera di fumo;
una serie di finestre murate; un corridoio cosparso di calcinacci;
un'aula biancastra con su le pareti le tracce del lordume umano e dei
tramezzi sovrapposti; una scala di pietra consunta; e un altro corridoio
simile alla corsia d'un ospedale evacuato; e poi un'altra scala immensa,
discendente fra nicchie deserte a un'orrida porta fatta di assi
sconnesse e di travi traverse, che pur pareva più inespugnabile del
triplice bronzo, inchiodata sopra un varco senza nome.
-- Isabella!
-- Ho paura, ho paura.
Ella aveva in sommo della gola l'atroce pulsazione della sua vita.
Perduta era dentro di sé, fuori di sé.
-- Dove siamo? Si fa sera?
Egli l'aveva ancóra presa per la mano come per condurla; e dentro di sé
e fuori di sé era perduto. Camminavano sul loro stesso tremito, come su
una corda tesa e oscillante.
-- Ah, non posso più!
Chi dei due aveva esalato quell'anelito? Ancor due erano le bocche ma
una era l'ambascia, e le loro due forze confuse non la sostenevano.
-- Non posso più!
D'improvviso rientravano nell'azzurro e nell'oro, riudivano la melodia
dominante, rivedevano splendere il più lungo giorno.
-- Forse, forse, forse....
Verso l'oro e l'azzurro ella aveva levato la faccia; e la sua stessa
anima era diffusa sul suo capo ricca e inestricabile, effigiata nelle
sue mille ambagi. Ella leggeva con gli occhi torbidi la parola
spaventosa inscritta innumerevoli volte, tra le vie dedàlee, nei campi
oltremarini.
-- Forse, forse, forse....
Gli disse quella parola entro la bocca, sotto la lingua; glie la disse
entro la gola, alla sommità del cuore; ché egli le aveva preso con le
dita il mento e con le labbra il fiato, il più profondo fiato, quello
che sanno le vene i sogni i pensieri.
Allora furono due creature che allucinate e riarse per un deserto di
mobili dune giungono col medesimo anelito alla cisterna occulta e
insieme vi discendono, vi si precipitano, si protendono verso l'acqua
che non vedono, nell'angustia si urtano, si dibattono; e ciascuna vuol
bere prima e di più, e sente dietro le sue labbra molli crescere la
rabbia mordace, e l'ombra e l'acqua e il sangue sono al suo delirio un
solo sapore notturno.
Egli bevve il primo sorso, ché un succo divino riempì d'un tratto sino
ai margini il calice nudo; e, per non perderne una stilla, egli reggendo
con le dita il mento pose l'altra mano dietro la nuca, di sotto alle
ali, e tenne il bel capo come si tiene un vaso senza anse. E teneva
forte, serrava troppo forte, inspirando l'istinto alla sua bramosia
l'atto di spremere, il primissimo gesto insorto dalla cecità del nato
d'uomo; ché gli sembrava di nutrire per la prima volta la sua più
profonda innocenza.
Ella si vuotò di dolcezza, si fece tutta vacua e lieve come se un'aria
calda circolasse nella concavità delle sue ossa prive della midolla
insensibile; e un gemito sommesso, quasi una implorazione senza suono,
accompagnava quel miracolo. Ma, quando si sentì distrutta sino al fondo,
volle rinascere; e scosse un poco il capo per allentare la presa e
liberò dalle labbra le labbra e le riattaccò sovrapposte per avere quel
che aveva donato. E la vicenda si fece cruda come una lotta di feritori;
ché l'una e l'altro cercavano giungere qualcosa d'ancor più vivo e
segreto, i precordii, gli spiriti balzanti dell'intima vita. Ed entrambi
sentivano la durezza dei denti nelle gencive che sanguinavano. E
arrossato da una sola piccola goccia era tutto il fiume carnale che
fluiva sul mondo.
Un lento fiume si partiva da loro, generato da quella congiunzione, da
quell'immensità di gioia ch'essi avevano contenuta sino a quel punto
inconsapevoli. Inondava la Reggia, passava per le innumerevoli soglie
ov'era passata la loro angoscia, traeva seco tutti i resti della
bellezza, sboccava nei giardini ch'essi avevano contemplato e in quelli
ch'eran rimasti invisibili, traversava la palude, solcava la pianura, si
perdeva senza foce nell'estate senza confine. E il gemito sommesso,
debole come il fiotto d'un bambino infermo, accompagnava il miracolo;
ché, pur mordendo, la donna non cessò da quella implorazione quasi senza
suono, onde la voluttà pareva soffusa di dolore e velato di pietà il
combattimento.
-- Non più!
-- Ancóra! Ancóra!
-- Non più!
Un gran sobbalzo la distaccò dall'amante. E le sue pàlpebre gravi
battevano per respingere la nube addensata, per riacquistare il lume,
per distinguere il fantasma dalla presenza certa. Era ancóra l'imagine
nello specchio? Era ancóra lo sguardo della follia negli occhi suoi
divenuti estranei? Era il pallore stesso della sua perdizione quello?
Ah, non credeva di poter essere tanto livida!
Era Vana, Vana nel colore della morte ma respirante, appoggiata contro
lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non
possa più serrarli. Era la sua piccola sorella.
E la voce di Vana era quella che parlava, se bene irriconoscibile. Con
affannosa rapidità Vana, senza potere ancor muoversi, disse:
-- Ora viene Aldo.
S'udiva il passo del fratello nella stanza contigua. Lo sforzo della
dissimulazione fu concorde. L'adolescente apparve su la soglia,
corrucciato.
-- Ah, siete qui? Vi troviamo finalmente! Avreste ben potuto aspettarci,
o almeno degnarvi di lasciar detto qualcosa per noi alla Porta Pusterla.
-- Credevamo che tu fossi lì lì per raggiungerci -- rispose Isabella,
domato il turbamento. -- C'era parso di udire la tua cornetta, Aldo. E
abbiamo pur lasciato il custode giù.
-- Sorte, che Vana è indovina! Per tutta la strada non abbiamo fatto che
mangiar polvere.
-- Al momento di partire, non t'ho io proposto d'andare avanti? -- disse
Paolo Tarsis.
-- Ma tu hai una torpedine da corsa e io ho una testuggine di palude.
-- Ottima per questo paese, dunque.
Paolo desiderò di scomparire, di ritrovarsi in qualsiasi parte ma
lontano. In quella falsa gaiezza si risolveva la sua gioia di porpora!
-- Piccolo, via, non mi tener broncio. Sei sempre scontento -- disse
Isabella, morbida, lisciando con l'anulare i fini sopraccigli del
fratello velati come di cipria.
-- Isa, promettimi che vieni con me pel resto della strada e mandi
Morìccica con Paolo.
-- Sì, se vuoi.
-- Voglio, voglio.
-- Ah, come ti vizio!
-- Che hai nei denti?
-- Che ho?
Ella serrò la bocca e di sotto fece scorrere su i denti rapida la
lingua.
-- Anche nel labbro.
-- Che ho?
-- Un po' di sangue.
-- Sangue?
Ella cercava il fazzoletto; e si traeva indietro con moti quasi coperti,
chinando sotto le ali ferrugigne il viso ch'ella credeva di fiamma. Con
una tenerezza accigliata ch'era una crudeltà inconsapevole, il fratello
insisteva da presso; stendeva la mano verso di lei; le prendeva tra il
pollice e l'indice il labbro inferiore; diceva:
-- Hai un piccolo taglio.
Involontariamente Paolo si volse dall'altra parte, con l'atto di
guardare sul camino di marmo rosso lo specchio barocco in una ghirlanda
di Amorini alati, stretto dall'ansia, temendo che su lui apparisse la
medesima traccia. Scorse il capo di Vana alzato verso il labirinto del
soffitto e percosso da un fascio di luce sinistra. Con un colpo sordo
nel cuore, udì l'accento della voce ammirabile nella menzogna. Conobbe
la nuova qualità di quella voce, che diceva:
-- Ah sì, forse, quando son caduta, dianzi laggiù, mettendo il piede in
una buca dell'ammattonato....
Ed ella cercava il fazzoletto per coprirsi la bocca come se le fosse
tutta una ferita cocente.
-- Tieni -- disse Vana porgendole il suo.
Era rimasta col capo levato verso il soffitto, come assorta, come
attenta a udire il custode narrarle l'avventura di Vincenzo Gonzaga, che
illustrava l'emblema parlante; ma non aveva mai distolto dalla sorella
lo sguardo obliquo, quell'iride chiara sì duramente torta nell'angolo
delle pàlpebre. E Paolo vide nel fascio di luce il risalto del bianco,
intenso come smalto, su la stretta faccia olivastra; vide quella mano
tesa. E nella faccia e nella mano era tanta forza d'espressione e
d'illuminazione ch'elle parevano sorpassare la realtà e intagliarsi nel
cielo stesso del fato, come quando il crinale delle Dolomiti solo arde
nei crepuscoli inciso contro tutta l'ombra, e ciascuno dei suoi rilievi
s'addentra nell'anima di chi mira, e vi s'eterna.
-- -Forse che sì forse che no- -- disse l'adolescente con una voce ch'era
già velata dalla malinconia, leggendo il motto inscritto negli
intervalli dello scolpito errore. -- Perché, Isa, tra l'uno e l'altro
-Forse- c'è un ramoscello e non un'ala, non la tua ala, Tarsis? L'ala di
Dedalo o il filo di Arianna. Perché dunque un ramoscello?
-- Non so -- rispose la bocca baciata.
-- Non so -- rispose il costruttore d'ali incatenato alla terra.
-- Perché, Morìccica?
-- Non so -- rispose la vergine oscura che aveva voluto esser macchiata
dalla goccia del sangue voluttuoso.
-- Non so -- rispose a sé medesimo l'adolescente oppresso dei suoi anni
così pochi e così carichi d'ignota pena.
E non sapevano; e in ciascuno era una strana esitanza a uscire da quel
luogo, a volgersi altrove, ad andare avanti o a tornare indietro, come
se dall'alto le liste d'oro si prolungassero in una zona pieghevole che
invisibilmente li circuisse e li annodasse di continuo.
-- Andiamo -- disse Aldo ponendo il braccio sotto quello d'Isabella. -- Io
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