Torna al proposito. Ascolta, Mortella. Consentimi d’affrontare la cosa
con franchezza. È il mio dovere omai. Sono io che ho accolto qui tua
madre e il tuo padrigno; sono io che t’ho trattenuta qui, che t’ho
impedito d’andartene e di fare una follia inutile; sono io che in queste
settimane ho vigilato per evitare ogni urto increscioso, ogni eccesso
odioso. Non ho dunque dubitato di addossarmi un carico, per quel che
accade, per quel che può accadere; né mi sottraggo.
-Mortella.-
È giusto.
-Giana.-
Comprendo e rispetto la tua passione sacra. C’è stata sempre intorno a
te, palese o dissimulata, un’aria di compatimento.
-Mortella.-
Ah, credi?
-Giana.-
Non t’offendo. Voglio dire che il tuo dolore e gli atti del tuo dolore
sembrano talvolta aver qualcosa di maniaco, qualcosa di delirante. Io
stessa talvolta ti ho trattata come una piccola inferma. Nessuno ha mai
voluto andare al fondo della tua pena. D’altronde, tu ti sei chiusa, ti
sei messa in disparte a covare il tuo male. E c’è nella tua natura una
fierezza e un disdegno che non conciliano la confidenza. Non hai un poco
allontanato da te perfino tuo fratello?
-Mortella.-
Povero Bandino!
-Giana.-
Ma io quest’angoscia che t’opprime non la considero come una malattia,
come una mania inguaribile. Parlo anzi alla tua ragione, invoco la tua
ragione.
-Mortella.-
Povera ragione!
-Giana.-
Hai tanto scavato in te che è andata al fondo.
-Mortella.-
È il suo luogo.
-Giana.-
Bene. È il suo luogo, e il luogo della causa. V’è una causa.
-Mortella.-
La causa pende.
-Giana.-
Ancóra enigmi! Sorge da tutta te un’accusa, la figura d’un’accusa.
-Mortella.-
Più d’una, forse.
-Giana.-
E v’è una prova, dunque.
-Mortella.-
V’è un mondo ove la prova non ha significato né esistenza.
-Giana.-
Non nel nostro.
-Mortella.-
Non nel vostro.
-Giana.-
Bisogna dunque che tu esca dall’occulto. Non puoi più prolungare la
reticenza. Non t’è più lecito di tacere, di sfuggire...
-Mortella.-
Non sfuggo.
-Giana.-
Bene. Bisogna dunque che finalmente si venga al giudizio, da coscienza a
coscienza. Non è possibile, né per te, né per tua madre, né per
l’accusato, né per me stessa che vi ospito -- e lo dico non per far
pesare la parola, ma semplicemente perché porto il nome di Bandino,
perché mi chiamo Giana Guinigi e conduco la casa e ho qualche anno più
di te -- non è possibile trascinare senza fine questa miseria.
-Mortella.-
È giusto. Oggi è la vigilia.
-Giana.-
Il tuo padrigno, in una condizione tanto difficile, non poteva mostrare
più tatto, più delicatezza, più longanimità. Lo devi riconoscere.
-Mortella.-
È pieghevole, anche lui, certo.
-Giana.-
A tutti i tuoi sgarbi ha sempre risposto con la più indulgente bontà.
Non ha lasciato passare mai una stilla della sua amarezza né in una
parola né in un sorriso. Veramente, l’ho ammirato; e troppe volte mi son
sentita a disagio, come in fallo d’ospitalità. Ora, te lo confesso,
questo disagio m’è divenuto intollerabile. L’afflizione di tua madre mi
abbatte.
-Mortella.-
Povera mamma!
Ella è abbandonata su una poltrona, raccolta in sé, quasi che il
ribrezzo della febbre la riprenda, poggiata la gota a un
braccio, guardando di sotto alle palpebre che battono come se la
pupilla fosse ferita a ogni momento. Le sue brevi parole hanno
un suono indefinibile, che non è d’ironia, che non è di pietà;
sembrano venire da quel luogo profondo «dove non si sente neppur
battere il cuore».
La cognata, per andare sino al termine, non vi s’arresta, non le
interpreta. Parla, parla, in una specie di vertigine fredda; e
la sua voce si falsa, ed ella medesima ne sente la falsità ma
non può rimetterla nel tono giusto.
-Giana.-
Comprendo e rispetto il tuo sentimento, lo ripeto, in quel che v’è di
fedele e d’inaccessibile. Comprendo che il tuo ritorno nella casa della
tua memoria l’abbia esaltato, e che all’approssimarsi dell’anniversario
doloroso ti sanguini il cuore. Ma ho vinto l’esitazione perché mi sembra
che appunto in rispetto di quella memoria, appunto in suffragio di
quell’anima, si debba superare questo male.
-Mortella.-
Sì, sì.
Ora ha una voce da nulla, una voce di piccolo essere schiacciato
che non sa più respirare: qualcosa come quel soffio
d’assentimento inconsapevole ch’esce dalle labbra della gente
disperata dinanzi alla consolazione vana, al consiglio non
compreso, al rimprovero non udito. È là, su la poltrona,
rannicchiata, quasi senza forma, come una cosa a nulla, come una
veste smessa.
-Giana.-
Ti domando dunque di confermarmi il tuo consenso al colloquio necessario
che deve dissipare ogni ombra, che deve sciogliere ogni nodo. Non si può
tener prigione la vita in una rete d’enigmi, né tenerla sospesa sopra il
fascino d’uno specchio appannato. È vero? Siamo d’accordo?
-Mortella.-
Sì, sì.
-Giana.-
C’è oggi, mi pare, una presenza che non ci opprime, come tu pretendi, ma
ci soccorre, c’incoraggia, ci sollecita. Se quell’anima abita ancóra la
casa, come tu credi, non può non compiangere questo stato continuo
d’inquietudine, d’inimicizia, d’angoscia. Ho udito parlare della sua
infinita bontà da quel medesimo che i tuoi sospetti vorrebbero far
colpevole...
-Mortella.-
Oh Dio!
È come il lamento fioco di chi agonizza, di chi si sente
abbandonare dalla forza e da ogni soccorso umano.
-Giana.-
Se il rassegnarti alfine alle esigenze della vita, alle convenienze
della vita comune è pel tuo cuore un sacrificio, fa il sacrifizio alla
memoria di quella bontà. Pensa. È domani il terzo anniversario. Saremo
tutti là, riuniti, in una preghiera unanime. E poi sarà la pace, sarà
l’armonia nella casa rinnovata, sarà una vita nuova anche per te che ti
consumi, per tuo fratello che si snerva...
-Mortella.-
Oh Dio, Dio!
Si solleva lentamente, col viso scomposto, con gli occhi
sbarrati e fissi davanti a sé, reggendosi le tempie con le due
mani, tenuta da un orrore che par entrato nel luogo delle sue
ossa.
Che ho fatto? Che sono divenuta? Perché ho dovuto conoscere anche
questo?
-Giana.-
Mortella!
-Mortella.-
Non sono ancóra stroncata abbastanza, rotta, calpesta? Non basta ancóra?
Nessun respiro, nessuna tregua, nessun riparo, nessun aiuto: niente. E
questa atrocità è la vita, la vita che pareva così fresca in me, la vita
che ho tanto rimpianta per uno che l’ha perduta, per uno che non l’ha
più!
-Giana.-
Mortella!
-Mortella.-
Ah, ho freddo. Non aver paura se mi metto a battere i denti. Che cosa si
può fare? Non aver paura se ti guardo con questi occhi. Non li so più
chiudere. Bisogna che qualcuno me li suggelli.
-Giana.-
Che hai? Che hai ora?
-Mortella.-
Vivo: questo ho: sono viva. E se un’altra mai conoscesse qualcosa di
simile a quel che io ho conosciuto, certo morrebbe, certo renderebbe
l’anima senza sangue e senza parola. Ma io vivo, e non ho più nulla di
ciò che fa vivere una povera creatura. Non ho più nulla da credere,
nulla da sperare, nulla da salvare. E, fin per credere che sono in
terra, bisognerà che io la morda, la terra, che io me n’empia la bocca,
che io la mastichi...
-Giana.-
Ma che hai? T’è entrata la febbre? Vaneggi?
-Mortella.-
Ah, no, non mi toccare. Ma nascondimi quei fiori, nascondimi quelle
foglie...
-Giana.-
Sei pazza. Comincio a credere anch’io che sei veramente pazza, Mortella.
-Mortella.-
Ebbene, io ti dico una cosa incredibile. Non sono ancóra pazza.
Guardami.
S’è levata in piedi, dominando il suo sgomento, soccorsa da una
improvvisa onda di forza. Contro a lei la cognata è già
un’avversaria senza maschera.
-Giana.-
Ti guardo.
-Mortella.-
Alzo la testa, bisogna che io alzi bene la testa per non curvarmi a un
tratto come una piccola vecchia senza età e senza nome. Ora so che in
uno sguardo umano si può vivere vent’anni, cinquant’anni, un tempo
d’ignominia indefinito...
-Giana.-
Ma che intendi dire? Io non sono longanime come Gherardo Ismera.
Sappilo. Io affronto le piccole vecchie camuffate da sfingi minacciose,
e le domo.
-Mortella.-
Con che? con la menzogna a due facce, che sembra essere e non è?
-Giana.-
Le domo, ti dico.
-Mortella.-
Con che? con l’ipocrisia accorta che fa le sue miscele di bene e di
male, di falsità e di verità, di veleno e d’unguento, per eccitare sé e
per intormentire gli altri?
-Giana.-
Ah, che mi fanno gli altri? e che m’importa degli altri? Ti proibisco...
-Mortella.-
Che cosa? di scandalizzarmi che la causa del marito di mia madre sia
oggi perorata dalla nuora con una eloquenza che sa quasi di pulpito e
odora quasi di santità?
-Giana.-
Che insolenza! Come osi parlare di veleno tu che ne schizzi a ogni
momento e contro tutti, tu che sei pronta sempre a mordere la mano che
ti accarezza?
-Mortella.-
«Perché mi accarezzi?» Questa è una domanda che tu hai udita da me più
d’una volta. E io ho sempre lasciato le mie mani giù, penzoloni. Ho
diffidato sempre.
-Giana.-
Non ti vantare della tua ingratitudine e della tua malvagità. Ho
sopportato tutti i tuoi capricci e tutte le tue stranezze con una buona
grazia che non meritavi. T’ho lasciata provare e riprovare la mia
pazienza con eccessi intollerabili. Ora basta. Sei tu che mi costringi a
ricordarmi che v’è, di nome e di fatto, una padrona qui.
-Mortella.-
Come chi compera, non come chi impone, non come chi dispone. E tu non
condurrai domattina per la mano il tuo pellegrino penitente a
inginocchiarsi su la lapide, a camminare sul morto con i ginocchi mutati
in calcagna divote. No.
-Giana.-
Ti prego, ti prego; non mi trascinare a dire e a fare quel che poi a
tutt’e due troppo rincrescerebbe. Non mi conosci. Bada. Quando prendo
nel mio pugno la mia volontà, sono come quei rissatori che non ripongono
il ferro se non hanno colpito a fondo.
-Mortella.-
Ferro per ferro, son pronta a misurarmi, pronta a tutto. Guardami. V’è
un giudice più alto di me, che non son nulla ma non mai serva dovunque e
comunque tu sii padrona. V’è un giudice più santo di me; e hai osato
invocarlo per coprire una cosa inconfessabile.
-Giana.-
Hai il colore della morte. Muori del tuo veleno.
-Mortella.-
Sì, sono tutta di gelo. Ma so che non si può morire d’orrore, giacché
sono in piedi. Hai osato offrire in suffragio di quell’anima una nuova
ignominia dell’ospite spietato!
-Giana.-
Che altro vuoi ora insinuare?
-Mortella.-
La pace, l’armonia, la vita nuova per tener caldo all’onta!
-Giana.-
Ti debbo scrollare, dunque? ti debbo tirar per forza dalla gola
quest’altra malvagità?
Furente, ella fa l’atto di prendere per le spalle la cognata che
si scosta, bianca piuttosto come una larva che come una
creatura.
-Mortella.-
Non mi toccare. Bada! Toccheresti la morte.
-Giana.-
Di’ tutto, dunque. Parla! Voglio.
-Mortella.-
Mi reggo la mascella, non il cuore. Con l’ospite...
La voce le si dirompe nel gran tremito.
-Giana.-
Ebbene?
-Mortella.-
Con l’ospite non è di nuovo entrato un amante?
Ha parlato basso, con una voce dirotta dal tremore dei denti.
Anche l’altra si sbianca, ma tutto il rilievo della sua bellezza
s’indura come il volto del tiranno che non può colpire perché
non ha sotto la mano né arme né carnefice. Entrambe riempiono
d’ansito la pausa.
-Giana.-
È una domanda perfida? è un sospetto? un laccio teso?
-Mortella.-
Una certezza.
-Giana.-
Certezza di quel mondo ove la prova non esiste e non conta?
-Mortella.-
Ah, ti basti che so, ti basti che ho udito, ti basti che ho veduto.
-Giana.-
Dove? come?
È protesa verso l’accusatrice, che non la guarda più, fissa allo
spettacolo della sua propria miseria.
-Mortella.-
Orrore! Orrore! La vita sofferta ritorna, ripete sé stessa, imita i suoi
stessi spaventi? Il destino atroce recita la stessa parte due volte?
Tutto sarà come fu? Ma chi mi può rispondere una parola, prima che io
muoia?
-Giana.-
Rispondi ora a me. Dove? come?
-Mortella.-
E un giorno mi pareva d’esser vicina al segreto dell’amore!
-Giana.-
Dove? come?
-Mortella.-
Ah, non il tuo, non il tuo.
-Giana.-
Rispondi. Voglio.
Imperiosa, l’incalza, l’afferra per i polsi.
-Mortella.-
Tutto ho udito, tutto ho veduto.
-Giana.-
Come? dove? Non sai. Ti smarrisci. Allucinata sempre, ubriaca d’infamie
sognate.
-Mortella.-
Lasciami! Ho ribrezzo di te, di me anche. Ho spiato, ho seguìto, ho
ascoltato. So tutti i luoghi nascosti, conosco tutti gli angoli, tutte
le ombre. Iersera... Ah, lasciami!
-Giana.-
No. Di’. Vergógnati.
-Mortella.-
Dov’eri iersera con lui? In fondo alla scala dei Delfini, lungo il muro
delle Cariatidi...
-Giana.-
Vergógnati.
-Mortella.-
Sì, mi vergogno. Questo avete fatto di me. Ho spavento del sangue che mi
rimane. Si giunge a questo, si conosce questo, si diventa così; e non si
finisce mai di morire!
-Giana.-
Hai sognato, hai sognato. Intendi?
-Mortella.-
Lasciami!
-Giana.-
Hai sognato, hai delirato, malvagia folle. E tu mi giurerai...
-Mortella.-
Lasciami! Lasciami!
Sono a viso a viso, alito contro alito, come in una lotta
selvaggia. Mortella si svincola.
Ecco Bandino.
Il fratello entra. Giana si scrolla e rovescia indietro il capo,
con un piccolo riso convulso nei denti splendidi.
-Bandino.-
Che c’è? Che avete? Giana! Mortella! Che c’è?
-Mortella.-
Nulla, nulla, Bandino. Non ti sbigottire. Giana voleva a forza che io
andassi con lei per farmi incontrare col signor Ismera, e tentava di
trascinarmi... Io non volevo.
-Bandino.-
Non avevi già consentito?
-Mortella.-
Sì. Ma perché devo andare a cercarlo? Preferisco riceverlo qui, come ho
già detto a nostra madre, tanto più che veramente non mi sento ancora
bene ed è meglio che non mi stanchi.
-Bandino.-
Certo, sorellina. Hai ragione. Non ti pare, Giana, amor mio?
-Giana.-
Ma sì, ma sì. Non insisto. Non facevo mica sul serio... Facevo per
gioco.
-Mortella.-
Tu sai, Bandino: le piace di giocare e d’aizzare...
Il giovine guarda la sua donna innamoratamente.
-Bandino.-
Come sei strana in questa luce!
-Mortella.-
Non è vero?
-Giana.-
Strana in che?
-Bandino.-
Se Riccardo Wagner ti vedesse ora, riconoscerebbe il viso vivo d’una di
quelle Figlie del Reno che nuotano nella sua musica.
-Giana.-
Voglinda? Flossilde?
I nomi delle Ondine sembrano quasi fatti minacciosi dal suo riso
tagliente.
-Bandino.-
Tutt’e tre.
-Mortella.-
E anche l’Oro.
-Giana.-
Addio, Mortella, a più tardi!
-Mortella.-
Nella vita nuova.
Botta e risposta sembrano avere ancóra un tintinno d’armi.
-Bandino.-
Te ne vai, Giana? Resta ancóra un poco! Non senti come questa camera è
dolce? Mi piace tanto. Non si sa se abbia muri o fronde, cortine o erbe
marine.
-Giana.-
Bimbo, bimbo, ora non è più tempo d’indugiarsi. La vita precipita.
-Bandino.-
Vieni, verso le sette, giù nella Cappella. Sonerò il Ricercare su
l’organo. Ma vorrei vederti anche prima. Dove vai?
-Giana.-
Non so.
La segue con gli occhi mentre ella esce col suo passo
ondeggiante. La sorella lo prende per la mano.
-Mortella.-
Come l’ami!
-Bandino.-
Ah, non posso dire s’io ne goda o ne soffra. Vedi. Perché
quell’ondeggiamento del suo corpo su que’ suoi piedi flessibili qualche
volta mi può far tanto male? Quando la considero, sento che la sua
bellezza m’adombra ma non ne ho riposo. M’affatica e m’affanna, come se
per non perderla io dovessi compirla e non sapessi in che modo.
-Mortella.-
Tanto l’ami?
Ella si lascia cadere su i cuscini, senza abbandonare la mano;
ed egli le si siede ai piedi. Ella lo interroga con un’ansia mal
frenata.
Dimmi.
-Bandino.-
L’amo, sorellina, ma anche te molto.
-Mortella.-
Non potresti vivere senza di lei? Dimmi.
-Bandino.-
Sei gelosa?
-Mortella.-
Non t’imagini la tua vita in un altro modo, ridivenuta solitaria,
restituita alla musica e alla malinconia?
-Bandino.-
Ma perché?
-Mortella.-
Se se n’andasse, se partisse, mettiamo,
-Bandino.-
Perché? Come potrebbe?
-Mortella.-
Non ti sembra estranea, distante?
-Bandino.-
La serro tra le mie braccia.
-Mortella.-
È sterile.
-Bandino.-
Ma che dici? E ne arrossisci.
-Mortella.-
Se morisse, mettiamo.
-Bandino.-
Ah, no, no! Sparirei, morirei.
-Mortella.-
Così l’ami?
-Bandino.-
Non esser gelosa. Così.
-Mortella.-
Hai ragione. Voler amare significa prepararsi alla morte. Così anche è
il mio amore. E ho compassione di te. Ah, perché la tua mano non ha
forza abbastanza?
Gli palpa la mano.
-Bandino.-
Non senti? L’ho di ferro articolato come una manopola.
-Mortella.-
Per la tastiera.
-Bandino.-
Ma di che parli insomma?
Egli è agitato e impaziente, sotto i fantasmi inafferrabili
ch’ella sembra creare soffiando nei brandelli della sua propria
anima.
-Mortella.-
Ho una notizia, una cara notizia per te. Ho riveduto il nostro padre. Mi
sono assopita per qualche minuto, con la testa su le sue ginocchia.
Quanto ti somigliava! La tua voce è chiara, la sua era velata, ma la
stessa. E non aveva se non un pizzico di cenere su le tempie.
-Bandino.-
Vuoi farmi piangere?
-Mortella.-
No, fratello, no. Neppure una goccia, neppure una. M’ha parlato anzi di
te così: «Tu credi che sia debole? Ma non ti ricordi come si faceva
forte quando voleva portarmi dal letto su la poltrona o dalla poltrona
sul letto, mentre Gherardo in un canto, voltato di schiena, disinfettava
la siringa per l’iniezione? Diceva: -- Piano, piano, babbo. Mettimi
questo braccio intorno al collo, appòggiati bene su la mia spalla. Non
aver paura. Lasciati pur andare con tutto il tuo peso. Ti reggo, ti
reggo benissimo. Non aver paura di serrarmi la nuca; lascia penzolare le
gambe. Abbandònati. Ecco, ti sollevo, ti porto. Sei più leggero di
ieri».
-Bandino.-
Sorella mia, perché mi strazii?
-Mortella.-
Sì, chiamami così. Non voglio da te altro nome. Il mio, voglio che sia
dimenticato. Fratello mio dolce! Il cuore mi trabocca se ti chiamo così.
Fratello! Tu sei il mio fratello.
-Bandino.-
Non hai dunque più rancore contro di me? Mi perdoni?
-Mortella.-
Prendiamoci per le mani. Anche tu, se t’ho detto qualche parola amara,
anche tu perdonami.
-Bandino.-
Ah, mi pareva d’averti perduta, e ti ritrovo!
-Mortella.-
Devi ritrovarmi. Non dubitarne. Sii certo che ti attendo.
-Bandino.-
Dove?
-Mortella.-
Non posso dirtelo ancóra. Se tu lo sapessi, forse correresti prima di
me. E bisogna che io ti risparmii.
-Bandino.-
Sorella, povera sorella, perché ti smarrisci?
-Mortella.-
Credi che vaneggio? Ma ho qui un pensiero più diritto d’una lama nuda,
più acuto d’un coltello. Se gli dovessi assimigliare qualcosa, gli
assimiglierei quella misericordia dal manico d’oro, quella di Francesco
Guinigi il Ghibellino, che nostro padre aveva tanto in pregio.
-Bandino.-
Chi può avercela rubata?
-Mortella.-
Io lo so.
-Bandino.-
Fosse vero! Che darei per riaverla!
-Mortella.-
Che ne faresti? Sapresti servirtene all’occasione?
-Bandino.-
È una reliquia.
-Mortella.-
Non vi sono reliquie che uccidono? Più tardi, con te, voglio entrare in
quella stanza, voglio toccare con te tutte le reliquie e inginocchiarmi
con te sul suo inginocchiatoio, fratello e sorella, accosto accosto.
Vuoi?
-Bandino.-
Sì.
-Mortella.-
Là, soltanto là ho potuto fissare il pensiero che mi veniva dal mio
abisso e decidere quel che è giusto.
-Bandino.-
Che cosa?
-Mortella.-
Qualcosa si deve fare.
-Bandino.-
Che cosa?
Egli è tremante d’angoscia e anelante.
-Mortella.-
Tal cosa che bisogni o farla o patirla.
-Bandino.-
Ah, sorella, sorella, tu mi spaventi. Credevo che tutto fosse finito.
-Mortella.-
Così mi risponderesti se ti chiamassi, se ti gettassi il mio grido?
-Bandino.-
Temo di comprendere. Mi perdo.
-Mortella.-
Temi! Sempre la stessa parola. Chi ci mise al mondo, si sbagliò. Sei tu
che hai un’anima di fanciulla, e io ho il cuore maschio.
-Bandino.-
Che vuoi da me? Parla.
Si leva in piedi, sbiancato, fremente. Anch’ella si leva, sul
punto d’essere trascinata dalla sua passione. In quel punto,
sollevando la portiera, la madre si mostra.
-Mortella.-
No. Bisogna che io ti risparmi. Io posso quel che tu non potresti. Ma la
vita non ti risparmierà. Guarda. Ecco nostra madre. Ringraziala.
-Bandino.-
Mamma, Mortella non sta ancóra bene.
-Costanza.-
Venivo a chiedere...
-Mortella.-
È l’ora? Il signor Ismera è dietro la porta? Entri.
-Bandino.-
Mamma, Mortella è ancóra agitata.
-Mortella.-
Non gli credere. Sono riposata. Ho dormito. Sto meglio. Non ho più
febbre. Bisogna troncare gli indugi. Giana dice che la vita precipita.
Il fratello ha uno scatto d’insofferenza.
-Bandino.-
Bene, bene. Sia. Così non si può più vivere.
-Mortella.-
Il signor Ismera è là?
-Costanza.-
Non è là. Aspetta d’essere avvisato.
Ella parla con una voce tarda e affranta, con qualcosa di
contratto e d’intento nel viso, come se portasse dentro di sé il
fascino d’un invincibile terrore.
-Mortella.-
Bandino, vuoi andare ad avvisarlo? Vuoi condurlo tu stesso?
-Bandino.-
Bene. Sia. Vado.
Esce, a capo chino, corrucciato.
-Mortella.-
Veramente avresti dovuto tu condurmelo, mamma, giacché t’è imposto il
cómpito di assecondare il destino.
-Costanza.-
Figlia, figlia, non so più se sia bene, non so se sia male. Non so quel
che dev’esser fatto, non so quel che dev’essere impedito. Ho pregato
Dio, ho frugato il mio cuore in tutti i versi, ho cercato di districare
la mia volontà dal viluppo dei dubbi mortali, di tutto il mio sangue che
mi faceva velo, mi sono vuotata come il ferito per terra si vuota di
sangue, quasi ogni mattina mi sono svegliata di soprassalto credendomi
caduta in fondo a non so che ruina da non so che altezza e alla sera più
d’una volta m’è parso d’esser ricaduta con gli occhi aperti ancor giù,
ancor più basso. Figlia, figlia, e niente mi vale, e niente mi conta!
Vedi, non devo avere negli occhi che lo sguardo fisso dello spavento, lo
sguardo di chi non può se non riconoscere l’atrocità della forza che lo
schiaccia senza scampo.
Che ho fatto? Che cosa accade? che altra sciagura si prepara? che
desolazione si rinnova? che abominazione ritorna? Non so più, non
distinguo più. Non so quel che farò per tentare di salvarmi. Non so quel
che farò per finire di perdermi. Sono presa al petto, sono presa al
capo, tutta un dolore, trafitta dai miei stessi gridi che ricaccio
dentro serrando i denti, messa in brandelli e viva come una preda
lasciata lì dalla bestia già sazia. T’invoco, t’imploro; e che parole
vorrei intendere da te, che aiuto potrei da te ricevere, non lo so
neppur concepire.
-Mortella.-
Mamma, davanti a te, in questo momento non posso che rimanere
silenziosa.
-Costanza.-
Tremo, non sto in piedi, mi pare che le ossa mi si disgiungano. Non puoi
capire. S’egli ora entra qui, se resta con te, se vi parlate, non credo,
non credo che potrò sopportare l’attesa. Il cuore mi si schianterà. Non
puoi capire. È peggio, è assai peggio che quando bambina ti dovettero
operare e udivo bollire nel mio cervello l’acqua in cui si
sterilizzavano i ferri del chirurgo, e il tettuccio di tortura era là
con i suoi congegni e le sue ruote, e il tuo povero piccolo viso già
spariva sotto la maschera di garza... Tu non ti ricordi, tu non sai. Ma
è peggio, è peggio.
-Mortella.-
Come? Perché? Non sta per entrare qui l’ospite senza macchia che mi
dimostrerà la mia ingiustizia e mi costringerà a chinare la fronte,
forse a cadere in ginocchio, forse a baciargli le mani? Non eri sicura
di questo? Non ne sei più sicura? Non me lo mandi qui a un colloquio di
assoluzione e di pace?
-Costanza.-
Ah, non ragiono, non ragiono. Tremo. Non so che viso ho; ma tutta la mia
vita in me è bianca di terrore. E come non ho più lacrime, credo che non
ho più sangue. Ti prego, ti prego! Non lo vedere, non gli parlare.
Rinunzia. Ti supplico! Abbi pietà di me.
-Mortella.-
Ma chi me l’ha proposto? Ma chi me l’ha chiesto, anzi imposto?
-Costanza.-
Mi ricredo, mi pento. Sono un’insensata. Siamo tutti insensati. No, non
bisogna. Che bene ne può venire? Basta guardarti. Basta respirare
quest’aria, respirare questa luce, sentirti vivere, sentir vivere queste
cose intorno a te. No, non è possibile. Ti supplico. Me ne vado. Lo
porterò via. Non ci vedrai più, né me, né lui. Stanotte stessa partirò,
lo farò partire. Prima dell’alba saremo lontani, al confine del mondo.
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