Non ricordo. -Mortella.- Si lava le mani in un bacile, con le braccia nude sino al gomito, dopo aver preparato per Alfonso l’acquetta perugina. Dietro la testa di lei si vede riflesso in uno specchio tondo il marito malato (troppo giovine, troppo gracile, troppo bello, come Bandino) che è fatto passeggiare con le grucce perché il moto accresca l’effetto del tossico. -Giana.- Sei strana, Mortella. -Mortella.- M’imagino d’aver veduto in uno specchio quelle altre due mani, fuori delle maniche rimboccate, lavarsi in una bacinella col medesimo gesto, così agevoli, così bianche. -Giana.- Mi sgomenti. Troppo sei strana. -Mortella.- È un sogno che ho fatto. -Giana.- Più ti guardo, meno ti scopro. -Mortella.- Eppure son meno buia di te. -Giana.- Ma forse meno distante da me ch’io non sia da me stessa. -Mortella.- Tu sei una donna. -Giana.- Tu hai preso il velo. -Mortella.- Il passato è il mio chiostro. -Giana.- Quando ero come te, ero una specie di creatura insensata che si sbigottiva e tremava dei suoi propri sogni credendo che dell’infezione d’un solo si potesse infermare e perire. -Mortella.- Il mio è in quello specchio che t’ho detto. -Giana.- E dov’è lo specchio? -Mortella.- In fondo al corridoio vetrato, su una parete della sala gialla, di contro all’uscio socchiuso della camera attigua dov’è un letto deserto fra uno scaffale di libri e un inginocchiatoio liscio, che stiantano quando qualcuno apre le persiane della finestra senza tende... Ha parlato con una voce quasi interiore, eguale, fissando lo sguardo dinanzi a sé. -Giana.- Così parlano le veggenti. -Mortella.- Infatti veggo. -Giana.- Sembri malata, piccola dolce. -Mortella.- Non sono dolce io. Perché m’accarezzi? -Giana.- M’intenerisci. Lasciami mettere le dita nei tuoi capelli, per trovare il tuo male. -Mortella.- Io lascio le mie mani giù. Vedi. -Giana.- Tu diffidi di me, e forse mi detesti. Lo sento. Ma io ti voglio bene, e m’affliggo di saperti infelice. -Mortella.- Se ti riuscisse di trovare il mio male, tu ci ficcheresti le unghie dentro per irritarlo. -Giana.- Credi? -Mortella.- Ti sento già sveglia, vigilante. Hai le narici inquiete come se fiutassi nell’aria quell’odore amaro che deve piacerti. -Giana.- Tutta la Guinigia ha questo odore amaro. -Mortella.- Dove fu pianto, là si piangerà. Entra Bandino, angosciato e supplichevole. -Bandino.- Ebbene? Aspettavo che tu risalissi, Giana. Ero in gran pena. Che dice Mortella? -Giana.- Guardala. -Bandino.- Ah, niente di buono. Sorellina, sorellina selvaggia, perché sei tanto accigliata? Come puoi essere così dura, tu che sei così tenera quando vuoi? Ti supplico, ti supplico. -Mortella.- Tutto è già detto. -Bandino.- Vuoi che m’inginocchi? Giana si siede, curvandosi innanzi, poggiando il mento sul dorso della mano, il gomito sul ginocchio; e rimane fissa, col suo pensiero attivo dietro la sua fronte impenetrabile. -Mortella.- No, Bandino. Non mi parlare come a una bimba capricciosa. E tu stesso parla come un uomo. Lascia per un poco la tua grazia. Non si tratta di farmi sorridere; e, veramente, i sotterfugi sono da ragazzi. Sei tu che hai accompagnata la mamma qui, senz’avvertire nessuno. -Bandino.- Pensavo che la sorpresa non ti sarebbe tanto sgradita. -Mortella.- Non ti servire delle solite formole. Non è proprio il caso. Non si tratta di convenienza o di consuetudine. La verità non cambia, per lo meno la mia. -Bandino.- Ma non si tratta neppure di un’estranea. Si tratta di mia madre, che è anche la tua. -Mortella.- E di suo marito, credo. -Bandino.- Ma... -Mortella.- Rispondi franco. Hai condotto qui anche lui? -Bandino.- Non in casa ancóra. -Mortella.- E dove? Perché ti pèriti? S’aspetta la notte per introdurlo di nascosto nella casa ch’egli conosce tanto bene? C’è ancóra troppa luce? E quale camera gli assegni? Quella laggiù, in fondo al corridoio vetrato? Mi sembra d’aver sentito che l’uscio s’è aperto da sé, che le persiane si sono spalancate da sé, che qualcuno ha sprimacciato le materasse e sbacchettato la coltre. -Bandino.- Mortella, Mortella! -Mortella.- Non è vero? Dici che non è vero? Eppure ho sentito tutta la notte sbacchettare come alle Tenebre della Settimana Santa. Tu no? -Bandino.- Ah, demente! -Mortella.- Avresti avuto paura. -Bandino.- Ma che vuoi dunque? Dillo: che cosa si deve fare per placarti? -Mortella.- Non ti disperare così. Io non ho nulla da volere, nulla da imporre. Io non son nulla. C’è qui Giana. Non siete tutti d’accordo? Io voglio umiliarmi: vi chieggo perdono d’avere una memoria tanto tenace. Non minaccio di mettermi a traverso la soglia per impedire l’ingresso o per farmi passar sopra. L’ho già detto. Me ne vado. Vi tolgo l’ingombro. La fine del giorno è bella, e c’è laggiù qualche viottola che non ho riveduta ancora... -Bandino.- Che demenza è la tua? Ricusi anche di vedere tua madre, lei soltanto? Ti sembra di non averla fatta piangere ancóra abbastanza? -Mortella.- È vero: sono la figlia malvagia. Tu sei il figliuolo esemplare. Ora la chiusa ambascia le fiacca la voce anche nell’ironia. -Bandino.- Memoria per memoria, la mia rimonta più lontano. L’amore non giudica. Io non oserei giudicarla, né dire una parola dubbia contro qualunque de’ suoi atti. Se la guardo, il cuore mi si fonde. -Mortella.- Il mio si serra. -Bandino.- Vuoi insomma impedirle di vivere? -Mortella.- Ma io ho vissuto e vivo nella morte, e non sapevo che fosse tanto profonda. -Bandino.- Bambina! Tu che condanni e colpisci, che sai tu dunque della vita? È ben più profonda ancóra, e più difficile. -Mortella.- Non più d’un Corale, non più d’una Fuga, per te. Ecco che tu riesci a farmi sorridere, e mi togli ogni tentazione di gridare. In quel tuo vecchio organo restaurato non hai «per la gravità» che giochi di flauto. Forse dovrai aggiungere un registro. Dio ti guardi, fratello mio bendato, e Giana ti conduca per mano nei nostri viali che odorano d’amaro sempre. Io voglio pregare per te. Voglio esser sola per avere compassione di me alfine, e anche di te, anche di nostra madre disconosciuta, anche del pellegrino penitente... Ecco che la madre appare all’uscio, pallidissima. Giana la vede prima degli altri e si alza facendo qualche passo verso di lei in atto di accoglienza. -Giana.- Signora... Bandino sobbalza e si volge. -Bandino.- Oh, mamma! Egli le va incontro affettuosamente. Vieni, vieni. Di’: ti senti un poco meglio? Mortella resta in piedi, senza fare un passo, contenendo la commozione che si rivela in un tremito visibile. -Giana.- È sofferente, signora? La prego, si segga. -Costanza.- Grazie. Domando perdono. Non è che una visita molto breve. -Giana.- Mi rincrescerebbe. La sua cortesia è misurata e guardinga. Ma le tre creature del medesimo sangue sembrano avvolte da un turbine di dolore che d’attimo in attimo s’acceleri. Quelle prime parole scambiate sono vuote d’ogni vita, destituìte d’ogni peso, incerte; ma ora la bocca della madre pare gonfiarsi come le vene del cuore per colorare di tutta sé la dimanda ch’ella rivolge alla figlia immobile. -Costanza.- Non mi abbracci, Mortella? -Mortella.- Mamma, perdonami se ti faccio pena. Darei tutto per sottrarmi a questo momento. Ella è sbiancata, vacillante; e il suo povero mento trema a ogni sillaba proferita. La madre l’avviluppa dal capo ai piedi in uno sguardo che le scoppia dalla pupilla come la potenza d’una fonte che, smarrita sotterra, sia di sùbito ritrovata e riaperta. -Costanza.- Non vuoi? -Mortella.- Forse entrando hai sentito qualcuna delle mie parole. -Costanza.- Non ho sentito che i colpi del mio cuore, figlia. -Mortella.- Il mio non lo reggo più, tanto è pesante. -Costanza.- Ma come sei cresciuta! Lascia che ti guardi. Mi sembra che non ti ho fatta così. S’avvicina e la considera, con un’attenzione trepidante. Tanto sei mutata in questi pochi anni! Ma sei bella, sei forse più bella. Hai gli occhi più grandi, molto più grandi. Allora l’iride intorno alla pupilla ti brillava come la scaglia di ferro intorno alla calamita. C’è troppa tristezza, troppa; e la volontà di non piangere, e l’ostinazione di soffrire. Non ti voltare. Guardami. Ti si sono infoltite le sopracciglia. Ti si sono scuriti i capelli. Non li portavi così allora. Ah, riconosco quel ritroso che avevi su la tempia destra. Ti tieni diritta in un altro modo, hai un altro modo di stare in piedi... C’è in te una forza che non t’ho fatta. Hai diciannove anni! Ed è come se per diciannove anni non t’avessi conosciuta. Lascia ch’io ti riprenda in me, ch’io ti porti ancóra! Mortella! Le sue braccia si tendono in un gesto irresistibile. -Mortella.- No, mamma, non bisogna. -Costanza.- Non bisogna? -Mortella.- Ho pensato contro di te. -Costanza.- Mi rinneghi? -Mortella.- Oh, compiangimi. Non so, non so più. Soffro. -Costanza.- Non voglio più che tu soffra. Non ho che tenerezza per te. Son qui per riaverti. -Mortella.- Tutto di te mi fa male. -Costanza.- O povera, povera! Come questa parola ha potuto staccarsi dal tuo cuore umano? -Mortella.- Bisogna che il coraggio di dirla io l’abbia trovato in una profondità dove non si sente neppure battere il cuore, mamma. -Costanza.- Che voce! Non è quella che t’ho fatta. Dove si forma? Più giù del cuore, lo so: di sotto alla radice contorta della vita, a quella che non si può strappare senza che tutto smotti. Sa più di sangue che di pianto. Ma è pur sempre il nostro stesso sangue che più s’esaspera contro di noi e più ci travaglia. -Mortella.- Ti prego, ti supplico. Permettimi di andar via. Temo che a un tratto mi manchi la forza di soffocare quel che mi si rivolta, quel che mi urla dentro. -Costanza.- Bene, lacerami. Ti porto come una cicatrice che duole; ma lacerami, straziami un’altra volta, se dev’essere che tu mi nasca un’altra volta dal mio peggior dolore. -Mortella.- Dal mio, dal mio sono rinata, dal mio; e come, e con che anima, tu non lo sai. -Costanza.- Cotest’anima è il mio sgomento. -Mortella.- Se lo sapessi... -Costanza.- Bene, ch’io lo sappia. Sono venuta qui per ascoltare, per essere interrogata, per rispondere. Sono qui perché mi sieno palesati i miei falli, perché mi sia mostrata la mia onta a viso a viso. Non ho più orgoglio. Vedi: non ho esitato davanti all’umiliazione di apparire come un’intrusa, come un’importuna. -Bandino.- Mamma! -Costanza.- È così. Non ero annunziata, non aspettata, non desiderata se non da questo povero figliuolo che tuttavia si ricorda d’aver dormito su le mie ginocchia. -Bandino.- Di questo e d’ogni altra cosa buona, e di niente altro, in quest’ora e sempre. Egli è in piedi, un poco indietro, appoggiato allo spigolo d’una tavola, trascolorato sotto le continue onde di commozione che lo scrollano. A quella testimonianza di fede, la mare fugacemente si reca la mano alla fronte, al petto, ai due lati, e infine alle labbra; poi la distende verso il figlio e si volge verso lui irradiata per un attimo, sembrando avere unito il segno della croce al segno del bacio. La nuora s’è fatta in disparte, verso il vestibolo. Sta seduta presso la cassa d’un alloro tagliato in forma di palla, e guarda a quando a quando il tramonto violaceo fumare sul giardino quadrato ove le mura bronzine dei carpini e dei tassi vanno sempre più annerandosi. -Costanza.- Ecco, da lui ricevo il condóno se sono in colpa. Non mi respinge; mi accetta, mi assolve. E la sua compagna, per voler essere d’un sentimento e d’un pensiero con lui, sembra che con lui consenta. Non ho più orgoglio. Lo vedi. L’orgoglio non mi tien luogo di vita; e io non so più vivere in questa pena che ha l’aspetto della vergogna, in questa specie di proscrizione spietata che mi separa dall’anima mia stessa. Ora tu sei che mi sbandisci, tu sola. Te sola vedo levata contro di me, armata contro di me, ostinata nel rinnegarmi... -Mortella.- Oh, non dire così! -Costanza.- Potrei dire: «Che il sangue parli al sangue». Invece non parlo come una madre ma come una donna. Ci vuole una potenza terribile per essere madre. Parlo come una povera donna a te che hai il viso d’una creatura piena di passione e di conoscenza, quel viso che un tempo era fino al mento nei capelli lisci, appena una mandorla tenera nel suo guscio socchiuso, qui, fra le mie due mani... -Mortella.- Ho adorato ogni vena delle tue mani. Lo sai. -Costanza.- Ora tanto sono contaminate, che non possono più toccarti? Eppure vorrei tenerti come allora, prenderti e tenerti ferma davanti alla mia pena, e dirti: «Eccoti. Finalmente ti ho, ti guardo. Stasera ti ho tratta dal buio che per tanto tempo mi t’ha nascosta. Parlami, senza esitazione, senza compassione. Sono pronta a prendere su me quel che v’ha di peggio. Scoprimi la verità. E poi, se è necessario, addio». -Mortella.- Ho più paura di guardarti così che di morire. Per restare in piedi davanti a te, per reggermi e per ascoltarti, consumo più forza che non ne abbia consumata in tre anni a sostenere la mia disperazione. Non resisto a quel che ti trema intorno alle labbra mentre ti lagni, non posso veder palpitare il tuo petto senza che la mia volontà si strugga. -Costanza.- M’ami dunque ancóra? È un grido contenuto, ma partito dalle viscere profonde. -Mortella.- È il sangue che paventa il sangue, è la carne che teme la carne. Così è, anche se tu non lo dici; ed è una cosa mortale. È orribile sentire che la nostra voce ora passa tra i nostri denti. Se parlo, ferisco. Se interrogo, lacero. Se rispondi, mi strazii. -Costanza.- Che importa, purché qualcosa si salvi? La forza non è nell’accanimento; la forza è nell’amore. La mia volontà d’amore è tutto. I miei errori non son nulla. -Mortella.- Dio t’intenda! Che bisogno hai dunque d’essere assolta? Tutto è cancellato, tutto è dimenticato. Nessuna cenere è tanto grave che non possa essere dispersa ai quattro venti. Tu sei salva, sei salva in te, e sei salva nei tuoi prossimi. Non rimane se non il mio male. Io non ho che quello; e perché me lo volete togliere? Non potreste. Nessuno potrebbe. Fa parte ornai delle mie ossa e delle mie vene, è la mia midolla e il mio polso. La prima sera che qui fu riaccesa la prima lampada, io misi la mia mano contro la luce per iscoprirlo a traverso la palma rossa. Era là, più mio che l’anima. Avresti potuto leggerlo. -Costanza.- È disumano il tuo male. Ti piega in due. Sei tanto giovine. -Mortella.- Giovine sono? -Costanza.- Tanto viva, e t’affanni sotto un peso lùgubre. -Mortella.- E chi lo porterebbe se io non lo portassi? Lasciatemi dunque andare, e non vedrete più me, né il carico. Ma, se mi costringete a rimanere, non so quel che farò: so che non potrò fare se non qualcosa di male. Ho abbastanza sofferto per osar tutto. -Costanza.- Ah, veramente, la mia povera ragione si perde. È dunque una legge di morte che vuoi imporre a chi non è colpevole se non di continuare a vivere? Mi rinfacci l’onta di non essermi immolata sul rogo? -Mortella.- Non morte, non onta, e neppure tutte queste parole. Non si osa dire ciò che importa. E la coscienza è una piaga che non guarisce mai e che tuttavia lascia vivere. Io ho supplicato perché mi fosse concesso di tacere e di partire. Non domando se non questo. So la mia vita. Considera che io sia già passata dalla parte della notte. Imagina che io vada ai miei sponsali. È d’aprile, e ci saranno le stelle. Ma non mi chiedere quel che non avresti la forza di udire, e non pretendere ch’io getti il mio cuore sotto le calcagna dell’ospite atroce che sta per ritornare. -Costanza.- Ah, ecco il tuo odio! Ti soffoca. -Mortella.- No. Lo respiro. -Costanza.- Che t’ha fatto? Non puoi perdonargli d’avermi stesa la mano quando tutte le sciagure mi serravano ed ero rimasta sola a dibattermi e tu già ingiusta e oscura ti drizzavi contro di me sconvolta! -Mortella.- Sconvolta, veramente. Tu lo dici. Che ero io divenuta? Non t’accorgevi di me. Eppure avevo già gli occhi grandi e attenti, e la scaglia di ferro nell’iride. Quante cose ti son cadute dalla memoria! -Costanza.- E a te? e a te? -Mortella.- Nessuna, nessuna. Di tutto mi ricordo, e non io sola, ma un altro si ricorda in me; e con che tenacia! -Costanza.- Non ti ricordi dunque che l’adoravi? -Mortella.- Chi? -Costanza.- Quegli che detesti. -Mortella.- Ah, come puoi dir questo? -Costanza.- Quando parlava, tu pendevi dalle sue labbra. Quando era per giungere, non contenevi la tua impazienza. Spiavi il suo arrivo dal Belvedere. Ti precipitavi per le scalee a incontrarlo. -Mortella.- Non è vero. -Costanza.- Sapevi che gli piacevano le violette di marzo, e passavi ore e ore a cercargliene nel lecceto. Glie ne chiudevi tra le pagine dei libri, glie ne posavi sul davanzale, glie ne mettevi sotto il tovagliuolo, perfino dentro i guanti. -Mortella.- Non è vero, non è vero. -Costanza.- Come! Tuo fratello è qui che può dirlo. Certo, Bandino si rammenta che ti canzonava per quel tuo intercalare intraposto a ogni specie di discorsi: «E ora, via, mi racconti una bella storia». Ella tenta di raddolcirsi fino a simulare il sorriso d’una volta, quasi speri di disarmarla. Ma la fiamma cupa, che subitamente era salita alla faccia dell’avversaria, si spegne in un pallore d’ira repressa. -Mortella.- Non è vero. Che fanciullaggini! È là, un poco piegata innanzi, palpitante, con un bagliore quasi bieco nell’occhio, con l’aria selvaggia di chi sia per balzare e si trattenga. Giana s’è alzata, s’è appressata alquanto; e segue con attenzione la vicenda. Qualcosa di ardente e di pugnace sembra aguzzare il suo viso misterioso, quasi che nell’aria ella respiri un rischio incognito. La sera già cala sul giardino simmetrico ove gli orli di bossolo disegnati sono già neri come una tarsìa di ebano. Si vede sul rigido muro di càrpini persistere una lunga e stretta lama di luce sulfurea. Una nuvola color di piombo pende a mezzo del cielo, gravida di pioggia. L’ombra invade a poco a poco la sala, occupa l’una e l’altra abside, riempie le nicchie. Non ti fidare, mamma. Non varcare il limite. Puoi tendermi un laccio così tristo per cercare di pigliarmi! Come quel povero sorriso deve averti fatto male dentro! -Costanza.- Per disarmarti, non giova neppure spremersi dal cuore l’ultima goccia di dolcezza. -Mortella.- Oh, la tua dolcezza! Mi ricolmi le mani di violette perché le tenda, perché ne offra ancóra, perché ne sparga la soglia? Dio guarisca le mie mani! Io non ho voluto dire stasera nessuna parola che potesse tentare l’ombra; e tu non dubiti di tentarla. Ma se, invece dell’ospite che deve rientrare, a un tratto apparisse quello di sotterra? -Costanza.- Mortella! Mi fai paura. -Mortella.- Non ti fidare. Non basta non nominarlo, non basta passarlo sotto silenzio, perché non esista, perché non sia presente. Abita ancóra qui, abita qui sempre; e, se tu vieni, non puoi venire se non per visitarlo. Ecco che la sua anima riempie tutto il vuoto. -Costanza.- Dio mio, Dio mio! -Mortella.- È un’anima che ha tuttora un viso. Guarda. Ha ripreso il suo viso di carne, la sua bocca di bontà, i suoi occhi di sogno, la sua fronte di poesia. È dietro di te, è vicino a te. Eccolo. Balza verso il fratello tremante, e gli prende il capo fra le mani. -Costanza.- Ah, non mi spaventare, Mortella. Per pietà! Divento pazza. Indietreggia rabbrividendo, e si volta, bianca di terrore. -Mortella.- Eccolo. Guardalo. Il fratello ha barcollato, s’è piegato su le ginocchia. L’hai dimenticato? Riconoscilo. Non è lui vivo? La madre leva le braccia come chi batte l’aria prima di stramazzare. Il destino stesso potrebbe ingannarcisi. La madre rompe in singhiozzi e si abbandona perdutamente sul figlio inginocchiato; mentre Mortella si volge coprendosi la faccia con ambo le mani, ma senza piangere. Con uno sforzo Bandino si alza a sorreggere la dolorosa. Pieno di desolata tenerezza, cingendola col braccio, appressando la gota alla gota, la conduce via pianamente. Giana si avvicina alla cognata, le tocca una spalla, poi la prende ai polsi per scoprirle la faccia. -Giana.- Piangi? Nell’ombra, le palpa con le dita la gota per sentire se le lacrime vi scorrano. -Mortella.- No, non piango. Bisogna che io serbi la mia faccia al sorriso avvenire. Perdonami, Giana, tutte queste cose penose e odiose. Non ti darò più noia. Sono io che opprimo tutti, che separo tutti. Non c’è posto per me qui. Ecco la sera. Senti? Un’altra acquata, ma più blanda. Ascolta. Piove su i bossoli e su i càrpini. Ora sì che si respira l’odore amaro. E sembra che la primavera si stemperi e il mondo vapori. Come sarebbe allegra la Rondine se mi vedesse arrivare d’improvviso all’Olmatello più fradicia di lei! A che pensi, Notturna? -Giana.- Penso al tuo enigma, e a quello specchio dove tu scopristi quelle due mani. -Mortella.- Come io sia partita, va, staccalo dalla parete, prendilo e portalo nella tua camera. -Giana.- Tutto può diventare strumento di magìa. -Mortella.- Pazzia e magìa hanno grande somiglianza. -Giana.- Forse è vero. -Mortella.- L’una e l’altra fanno escire l’anima di sé stessa. -Giana.- L’amore anche, il martirio anche. -Mortella.- E non bisogna piangere. Una lacrima non versata può diventare un pensiero magico che c’illuminerà nella via profonda. -Giana.- Questo dev’essere vero. Io, quando piangevo, piangevo sempre a capo chino per lasciar gocciolare le lacrime senza che mi rigassero le gote e facessero solco. Ora me le terrò dentro, le nuove, se si formano. -Mortella.- Così me ne vado senza paura all’ignoto. -Giana.- Aspettalo, piuttosto. Una pausa. Tutta la casa è silenziosa, come senza respiro. Non s’ode se non il romore eguale della pioggia primaverile sul giardino nerissimo. -Mortella.- Ascolta: ti domando d’essere una buona sorella per me, in questo momento, in estremo. Sembra di nuovo sopraffatta dalla commozione. -Giana.- Cara piccola sorella, amo la tua faccia, il tuo soffio, la tua passione, il tuo delirio; e amo anche il tuo destino, se non lo soffochi. Non essere diffidente. Dimmi dunque. Mortella a un tratto sobbalza. -Mortella.- Giana, Giana! Chi è la? Afferra il braccio della cognata indietreggiando. -Giana.- Dove? Dio mio! Che vedi? -Mortella.- Ho veduto qualcosa come un’ombra d’uomo, là, dietro la fontana morta. -Giana.- Non mi far paura. Sei allucinata. -Mortella.- Ma no, ma no: c’è qualcuno là. L’una si serra all’altra, comunicandosi lo sbigottimento. -Giana.- Chi è là? Gherardo Ismera sale i gradini e apparisce al limitare del vestibolo. -Mortella.- È un uomo, un uomo vivo. Lo riconosce, e trattiene a stento il grido, distaccandosi da Giana, indietreggiando ancóra. Ah, è lui, è lui! L’ospite si scopre il capo e s’avanza a traverso il vestibolo. È padrone di sé, nella sua semplice cortesia; ma qualche accento della sua voce tradisce il suo turbamento dominato. -Gherardo Ismera.- Mi perdoni, signora, se entro così. Sono io, Gherardo Ismera. Giravo nel parco, aspettando mia moglie. S’è fatto tardi. È venuto il rovescio. Cercavo d’un domestico. Mi perdoni se mi sono ardito... Posso domandarle se Costanza sia ancóra qui? Scorge Mortella che, diritta nell’ombra, tiene gli occhi sbarrati su lui. Oh, Mortella! La mamma... Udendo da quella voce nominare il suo nome, ella perde ogni dominio di sé. L’interrompe con una violenza subitanea, come forsennata. La collera le strozza la parola. Ella è là diritta, con la testa alzata, coi pugni chiusi, fosca e ardente. -Mortella.- No, no, non voglio! Non voglio che nominiate il mio nome, né l’altro davanti a me. Non voglio che voi abbiate ancóra codesta voce falsa per osare di rivolgervi a me, per tentare di ravvicinarvi. Ancóra una volta ingannerete tutti, e non me. Vi odio, vi odio. Voglio almeno gettarvi in viso, prima d’andarmene, il mio odio e il mio dispregio, con tutte le mie forze. Avete aspettato la notte, prima d’entrare, come se veniste per saccheggiar la casa un’altra volta... -Giana.- Mortella! -Mortella.- Non è vero? Guardalo. Guardagli le mani. Da quanto tempo giravate attorno? Le pietre non gridavano? Ma grideranno. Quando ho scoperto la vostra ombra, avevate l’aria di qualcuno che porti una salma... È un peso che doventa ogni giorno più grave, finché schiaccia. -Giana.- Mortella, ti prego, ti prego. Calmati. -Mortella.- Siete entrato per sorpresa. Rimarrete. Lo so. So codest’arte. Non iscacciato, ma onorato. Non ve n’andrete più. Mio padre sarà seppellito una seconda volta, e la tavola sarà apparecchiata ogni sera per l’ospite inesorabile. -Giana.- Ti prego, Mortella! Non è bene... -Mortella.- Ah, non è bene! Tu mi preghi... Ella s’interrompe un istante e si cangia subitamente. La furia ostile l’abbandona; la voce perde ogni rudezza; la sua stessa persona sembra ripiegarsi. E nondimeno qualcosa di più sinistro le balena fra i cigli. Mio fratello m’implora, mia madre mi supplica. Ecco che la grazia entra in me. Voglio esser docile, quel che si dice «un sennino d’oro». Si ritrae a poco a poco verso l’uscio che è dietro a lei. Il sarcasmo le torce la bocca, ma una espressione indicibilmente infantile contrasta col suo volto convulso. Padre d’anima, stasera troverete sotto il tovagliolo un mazzolino di quelle violette, e forse un altro sotto il capezzale. Sta bene così? Tutto sta molto bene così... E poi mi racconterete ancóra una bella storia. Si trova su la soglia, si dilegua nell’oscurità, simile a una larva. -Giana.- Veramente, è come forsennata. Mi fa paura. Or ora non aveva un viso di pazza? e il modo, e l’accento, e lo sguardo della manìa? -Gherardo Ismera.- È una strana creatura, non senza potenza e bellezza. Sarebbe gran peccato se si perdesse. Ma non respira se non nelle finzioni che le nascono dentro, e ognuna in lei pare accompagnata come da un sentimento di necessità. Dal giorno che ho cessato di raccontarle qualche «bella storia», deve averne raccontata una a sé medesima, troppo cupa, e poi dev’essersi messa disperatamente a viverla. Parla con una sorta di malinconia pacata e lucida, con una sicurezza grave, con qualcosa d’un artefice che abbia un suo modo risoluto di prendere la materia della vita e di trattarla da sobrio maestro. -Giana.- È questa la cagione del suo male? -Gherardo Ismera.- Per qualche tempo ho seguito con grande attenzione la piccola anima misteriosa. È piena di figure confuse che domandano uno spirito che le distingua. Era allora in lei un bisogno così ardente d’esser compresa e di comprendere, che certe volte il suo fervore somigliava a quegli uccelli che si precipitano contro i cristalli del faro e si rompono le penne senza chiudere gli occhi. . 1 2 - . - 3 4 , , 5 . 6 ( , 7 , , ) 8 . 9 10 - . - 11 12 , . 13 14 - . - 15 16 , 17 , , 18 , . 19 20 - . - 21 22 . . 23 24 - . - 25 26 . 27 28 - . - 29 30 , . 31 32 - . - 33 34 . 35 36 - . - 37 38 . 39 40 - . - 41 42 . 43 44 - . - 45 46 . 47 48 - . - 49 50 . 51 52 - . - 53 54 , 55 56 . 57 58 - . - 59 60 . 61 62 - . - 63 64 ? 65 66 - . - 67 68 , , 69 70 , 71 . . . 72 73 , , 74 . 75 76 - . - 77 78 . 79 80 - . - 81 82 . 83 84 - . - 85 86 , . 87 88 - . - 89 90 . ? 91 92 - . - 93 94 . , 95 . 96 97 - . - 98 99 . . 100 101 - . - 102 103 , . . , 104 . 105 106 - . - 107 108 , 109 . 110 111 - . - 112 113 ? 114 115 - . - 116 117 , . 118 . 119 120 - . - 121 122 . 123 124 - . - 125 126 , . 127 128 , . 129 130 - . - 131 132 ? , . . 133 ? 134 135 - . - 136 137 . 138 139 - . - 140 141 , . , , 142 ? 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