Contemplazione della morte
GABRIELE D'ANNUNZIO
CONTEMPLAZIONE
DELLA MORTE
FRATELLI TREVES EDITORI
MILANO • MCMXII
-Seconda Edizione- (4.º a 7.º migliaio).
-Proprietà letteraria.
Riservati tutti i diritti.-
Copyright by Fratelli Treves, 1912.
Tip. Treves.
MESSAGGIO.
-A MARIO PELOSINI DI PISA.-
-Mio giovine amico, per quella foglia di lauro che mi coglieste su
la fresca tomba di Barga pensando al mio lontano dolore, io vi mando
questo libello dalla Landa oceanica dove tante volte a sera il mio
ricordo e il mio desiderio cercarono una simiglianza del paese di
sabbia e di ragia disteso lungo il mar pisano.-
-Ben so come profondamente nel vostro petto fedele voi custodiate la
luce dell'ora in cui per la prima volta, sconosciuto e atteso, varcaste
la soglia della casa ch'io m'ebbi un tempo alla foce dell'Arno tra i
ginepri arsicci e le baglie marine. Eravate quasi fanciullo, -generosus
puer-, ebro di poesia, tremante di riconoscenza e d'amore; e la divina
virtù dell'entusiasmo ardeva in voi così candidamente ch'io mi credetti
riveder me stesso giovinetto nell'atto di accostarmi a un puro spirito,
ora esulato dalla terra, che molto amai e molto ascoltai. La casa era
tanto prossima al frangente che dalla finestra non si vedeva se non il
flutto, come da un'alta prora. E mi piacque che intorno a quel nostro
primo dialogo non paresse stagnare la quiete domestica ma spirare quasi
la libertà d'una navigazione avventurosa. -Anchoras praecide-. Credo
che tal fosse il mio primo insegnamento. E ci accomiatammo, secondo il
costume di coloro che non si riposano su alcuna certezza o promessa,
come se non dovessimo rivederci più mai.-
-Di lontano, non ebbi da voi se non sobrie testimonianze d'un amore
sempre più forte e d'una fede sempre più tenace. Cosicché, pensando al
prato sublime che sta tra il Camposanto e il Battistero o alla funebre
spiaggia tra il Serchio e l'Arno, posso senza discordanza pensare a voi
prediletto tra i pochissimi che sanno amarmi come solo voglio essere
amato.-
-Ecco che riprendo in queste pagine una contemplazione già iniziata
nella solitudine di quel Gombo ove vidi in una sera di luglio approdare
il corpo naufrago del Poeta che s'elesse Antigone e vegliai la salma
colcata a fianco della vergine regia, tra l'uno e l'altra sorgendo il
fiore «inespugnabile» nomato pancrazio.-
-Poi che non val la possa-
-della Vita a comprendere tanta-
-bellezza, ecco la Morte-
-che braccia più vaste possiede-
-e silenzii più intenti-
-e rapidità più sicura;-
-ecco la Morte, e l'Arte-
-che è la sua sorella eternale...-
-Ma, di qua d'Arno, nella selva spessa che va sino al Calambrone, in
un meriggio dello stesso luglio, portai il pensiero della fine su i
miei piedi nudi come una fiera porta la sua fame o la sua vigilanza.
Il demone del rischio mi aveva detto: «Va e gioisci. Beviti le musiche
degli uccelli e dei vènti, abbàgliati delle luci, inèbriati degli
odori. Una vipera ti ucciderà». Andai, e cercai la mia vipera. Portavo
leggeri sandali di sparto legati ai malleoli con corregge sottili.
Tanto era l'attesa che, quando mi sentii mordere la prima volta, non
potei trattenere il grido. E farmi pallido in quell'aria affocata mi
pareva una sorta di voluttà eroica. Guardai. Non era se non la puntura
d'una spina: il sangue gocciolava, e tutte le vene del piede erano
gonfie per lo sforzo del camminare nella sabbia ardente come la brace
o su gli aghi arroventati come gli schisti del Deserto. «Non ancóra,»
E seguitai, senza guardare a terra, entrando sempre nel più folto. E
a ogni puntura dicevo: «Ecco». E non era se non un aculeo più acerbo.
E ogni goccia di sangue mi pareva più preziosa. E tutti i miei sensi
divenivano soprannaturali, perché creavano una natura più potente e più
bella. Vedevo fumare dai cespugli l'aroma, la vita del pino brillare di
sotto la scaglia come la porpora nel murice, l'esiguo triangolo chiaro
nella coccola del ginepro significare il mistero d'un dio verde il cui
baleno era la lucertola guizzante. E seguitai, seguitai, sanguinando,
ma senza trovare la mia vipera. Se i miei piedi erano gonfii e dolenti,
il mio capo era perspicuo e lieve come nel santo digiuno.-
-Un'allegoria è nascosta in ogni figura del mondo; e giova, secondo
la sentenza di san Gregorio, «lo intendimento delle allegorie ridurre
ad esercizio di moralitade». Sotto il più alto fervore, sotto la più
profonda conturbazione del mio spirito la mia ferinità persiste,
o giovine amico. E voi comprenderete perché, tornando dall'aver
contemplato in ginocchio la beatitudine del Cristiano sul letto
candido, io abbia palpato in ginocchio le mammelle numerose della Diana
Efesia sotto la specie brutale.-
-Or qual bellezza doveva essere in quel Santo, se pareva che la morte
le convenisse!-
-Bisogna credere che sempre e in ogni luogo lo spirito dell'uomo
sia l'iddio verace dell'uomo e che le imagini mitiche o incarnate
della divinità non sieno se non i modi che conducono a riconoscere
sol quello: sol quello -che non si può nominare e a cui non si può
disobbedire-. Gran tempo io diffidai del Galileo come d'un nemico,
per una provvidenza che nel nemico pone la salute del forte. Pur non
temendo il «dio senza muscoli», non m'avvenne di guardarlo negli occhi.
Nella prima giornata di questo Quatriduo si narra come il sùbito pianto
del vecchio me lo facesse presente. Ora a volte Egli se ne va davanti
me, cammina sopra queste acque come sopra il mar di Tiberiade. Ieri si
presentò su la riva e mi disse: «Getta la rete». E quel giovine dalla
sindone che ora è il mio compagno, del quale si parla nella terza
giornata di questo Quatriduo, si precipitò nel mare «perciocché egli
era nudo, -erat enim nudus-». Questi sarà il mio mediatore affinché il
Figlio dell'Uomo mi conduca a riconoscere compiutamente il mio intimo
Signore. Così, dopo aver cantato tutti gli iddii, canterò il mio dio
verace. E vi manderò il libro di Taigete come lo spirital fratello del
libro di Alcione composto là dove non era altra croce se non quella
degli staggi sospesa su la fiumana in un miracol d'oro. Ed è grazia
della sorte che questo novo canto s'alzi dall'estremo Occidente ove
«per cento milia perigli» era giunto l'ardore dell'Ulisse dantesco.
E il dio voglia che, di continuo tendendo l'orecchio, riesca io a
cogliere il ritmo della grande onda occidentale per mescolare con esso
la mia anima italica.-
-Ma qual è il Redentore che voi aspettate, che aspettano i vostri
eguali? Forse un nuovo sentimento sacro riempie freschi occhi che
non conosco, che non vedrò mai. Talvolta, se ascolto, mi par d'udire
pensieri ascendere come l'argento e il cristallo di quel vasto coro
infantile che saliva dallo Stadio nella Città subalpina. Qualcuno
scrolla e sfonda porte lontane; e par mi giunga lo strepito indistinto.
Qualcuno reca in sé tutta una stirpe occulta e bramosa, che chiede di
nascere. E chi sale contro a me, dall'altro declivio del secolo, in
silenzio? Colui che io ho annunziato?-
-Ieri, su l'Atlantico, una imaginazione mi venne dal ripensare che in
Tespia il simulacro di Amore era un sasso greggio. Anche ripensavo a
quegli zòani primitivi che aveano le gambe congiunte l'una all'altra
e congiunte le braccia lungo i fianchi sino alle cosce. E consideravo
la potenza commossa dell'artefice che primo disgiunse le gambe del dio
rude e primo atteggiò al gesto le braccia. Per ciò guardo e interrogo
le mani dei giovani pensosi, se sien capaci di tagliare il sasso
greggio di Tespia. Taluno ha l'aria di aver dormito in un tempio e di
non voler parlare. E la sua faccia par piena di segni e di segreti come
la palma della mano.-
-Ma non sempre indarno io ho masticata la foglia del lauro, come gli
indovini, pur temendo gli indovinamenti del mio cuore.-
-E vengono verso me fantasmi che non si generano dai miei sogni.-
E che può mai essere per me il rinascere, se «io nacqui ogni mattina»?
Ora la cosa non è più tra me e l'alba.-
-E ora so che il dio verace è quello a cui non si può disobbedire,
quello contro cui non si può commettere peccato. E quello io debbo
trovare e conoscere.-
-E la qualità della mia fede è tale che, quando apro il volume della
Comedia, io credo aver Dante visitato in carne e in ispirito i tre
regni.-
-E io, il quale volli un tempo essere un Maestro, ora so come nulla di
ciò che è veramente vivo e divino possa essere insegnato.-
-E io, che più d'una volta respinsi l'ingiuria, ora comprendo la
parola del Crisostomo: «che niuno non può essere offeso, se non da sé
medesimo».-
-E io ricevo ora la forza di tutti i miei errori vinti e di tutti i
miei mali superati, come quel cavaliere del romanzo carolingio, il
quale ereditava il potere di quanti uomini e mostri abbattesse la sua
lancia.-
-E so che gli occhi lontani di quelli che piansero e piangono su i miei
errori e su i miei mali non possono essere né puri né profondi.-
-E chi prende e soppesa taluna delle mie opere, consideri una delle
tante mie parole che il tumulto impedì d'intendere: «I figli miei
concetti nell'ebrezza -- -come delitti sacri alla dimane-....»-
-E chi mi ama sappia che di ogni mia dimora distrutta io ho sempre
potuto serbare la pietra che porta inciso l'enigma della mia libertà:
«-Chi 'l tenerà legato?-»-
-E chi mi segue sappia che perfino nella mia nave piena di sozii
l'istinto implacabile della liberazione mi spinse più d'una volta a
gittarmi solo in mare come il poeta di Metimna ma senza ricorrere al
delfino salvatore.-
-E non vorrò mai esser prigioniero, neppure della gloria.-
-E non vorrò mai riconoscere i miei limiti.-
-E non vacillerò mai dinanzi alla necessità del mio spirito e alla
cicuta.-
-E non farò mai sosta alle incrociate delle mie vie.-
-E serberò fresca la vena inestinguibile del mio riso pur nella
peggiore tristezza.-
-E dico che l'elemento del mio dio è il futuro.-
-E dico che ciò ch'io non sono, domani altri sarà per mia virtù.-
-O giovine amico, ciascuno di questi pensieri non è se non il tema d'un
inno e non può esser condotto a compimento se non dal ritmo eroico. E
credo avere accresciuto il numero delle mie corde dopo questi funerali,
come il costruttore di città, avendo imparato la melodia dei Lidii
nelle esequie fatte a Tantalo da essi Lidii, aggiunse tre corde alle
quattro della lira.-
-Ma pur saprei soffiare su ciascuno come il fanciullo su la lanugine
del cardo argentino, per astringermi di considerare nella mia memoria
quel poco di sole che impallidiva su quel poco di paglia davanti alla
porta del mio malato e quel poco di vetro rotto che vi luceva come
lacrime o rugiada.-
-Il silenzio era un inno senza voce.-
-Tale potrebbe essere allora il mio silenzio. Ma quegli che sale contro
a me, dall'altro declivio, quando m'incontrerà e gitterà il suo grido?-
-O mio giovine amico, talvolta la giovinezza mi chiama dalle viscere
della Città come la sirena dall'abisso; e accorro, ansioso, alla
mia maraviglia e alla mia perdizione. Amo cercare nel traffico e
nell'ignominia della via gli occhi dell'Ignoto, gli occhi fissi che
mi sfidano, gli occhi obliqui che mi sfuggono, sotto il rombo senza
pensiero. Ho su la lingua la cenere dei miei sogni, e la mastico per
non esserne strozzato.-
-La penultima sera d'aprile ebbi nella via un compagno ventenne: un
volto imberbe modellato dal pollice ferreo del Destino come quello
del Beethoven; un cuore chiuso in cui forse sonavano le quattro note
spaventose della Sinfonia Quinta. Andavamo a paro, oppressi da uno di
quei cieli d'uragano bassi e rossastri, sotto i quali Parigi sembra
schiumare e fumigare come un bulicame enorme. La carta dei giornali,
ond'era invasa tutta la città, pareva elettrica come quando esce
tesa dai cilindri della cartiera nei giorni secchi scoppiettando di
scintille. Il bandito famoso era morto laggiù, nella casa diroccata e
arsa, dopo l'assedio feroce e ridevole, gittando l'ingiuria suprema
fuor del suo capo forato da dodici palle. E, mentre era celebrato
nei fogli l'eroismo degli assediatori coperto di materassi, l'atroce
parola plebea pareva fosse per rimaner sospesa su l'immensa adunazione
dei tetti sicuri, fino al crollo totale. Tutto lo spazio era pieno di
violenta morte, di bellezza torbida, e di non so che travagli, e di non
so che presagi, come se il Futuro si chinasse dalla nuvola ferrugigna
a soffiarci sul viso il suo polline ben più potente che il vivo solfo
della Landa pinosa. E ci pareva d'entrare in ogni via come il soldato
entra nella trincea, ed ogni via ci pareva chiusa come i vicoli ciechi,
e ci pareva di sfondarla con la volontà senza gesto. E un branco di
bagasce, contro un muro infetto dalla lebbrosìa degli affissi, ci
guatò di sotto ai grandi cappelli piumati, con qualcosa di selvaggio
negli occhi pesti e nelle labbra dipinte, simili a menadi sfatte di un
Dioniso tavernaio. E più in là, dietro una vetrina piena di dolciumi
stantii e di sciroppi inaciditi, scorgemmo la Parca Atropo. E più in
là, dentro una meschina bottega d'oriolaio, intravedemmo un Saturno
barbato e scerpellato che mangiava un lungo rocchio di salsiccia
figliale, tra orologi morti e decomposti.-
-Come il mio compagno povero abitava nel sobborgo, per aspettare l'ora
del treno entrammo in un piccolo Caffè; e ci sedemmo l'uno accanto
all'altro davanti a una lastra di marmo su cui la traccia lasciata da
una sottocoppa sporca disegnava il circolo dell'eternità. E il luogo
ignobile s'empì del nostro tumulto inespresso, come una conca è piena
di rombo oceanico che solo un orecchio aderente ode. E, quando il
tavoleggiante accese sul nostro capo il becco del gas, vidi la bocca
del mio compagno simile alla bocca dei mutoli che vogliono parlare;
e forse era piena della parola nuova, o forse soltanto di saliva
angosciosa. E guardai anche quel chiarore su le sue mani pallide,
pensando al sasso di Tespia. E non mai ebbi così grande il sentimento
d'un dio ignoto che divorasse un'anima gonfia.-
-«Bisogna che ci separiamo e che poi ci ritroviamo». Tornai indietro
solo, verso la febbre notturna; e alzavo di tratto in tratto gli occhi
al volto indistinto che dalla nuvola si chinava verso me come quelle
strigi gotiche dalle gronde delle cattedrali. E, passando per una via
angusta, di colpo la bertuccia d'un merciaiuolo ambulante mi saltò
su le spalle. E tutto il lastrico sonò di risa e di motti plebei. E
l'ingiuria lugubre dell'uomo dal capo forato era sospesa nel crepuscolo
pregno d'una forza senza nome. Ma il mio compagno ventenne, traballando
laggiù nel treno tardo, udiva forse Amfione preludiare sopra un mucchio
di calcinacci.-
-Ora bisogna che anche noi ci separiamo e poi ci ritroviamo, mio
giovine amico.-
-Addio.-
Dalle Lande, maggio 1912.
-G. d'A.-
ALLA MEMORIA
DI
GIOVANNI PASCOLI
E DI
ADOLPHE BERMOND.
VII APRILE MCMXII
Anche una volta il mondo par diminuito di valore. Quando un grande
poeta volge la fronte verso l'Eternità, la mano pia che gli chiude gli
occhi sembra suggellare sotto le esangui palpebre la più luminosa parte
della bellezza terrena. Penso che Maria dolce sorella, la tessitrice
dalle mani d'oro, a cui Giovanni chiamato dai suoi morti chiedeva un
giorno in una tenue ode divina il «funebre panno», abbia compiuto pur
quell'officio, ella che è virile in pietà come Caterina da Siena. E chi
allora fu di lei più certo che nel cari occhi abbuiati dalla pressura
scompariva anche l'allegrezza dell'aprile presente?
Fantasma tu giungi,
tu parti mistero.
Venisti, o di lungi?
ché lega già il pero,
fiorisce il cotogno
là giù.
Se imagino i suoi occhi nell'ultima ora e se imagino le rondini
all'Osservanza «quelle dal petto rosso e quelle dal petto bianco»
traversanti pel vano della finestra nel cielo di Pasqua, mi torna alla
memoria una sua parola d'or quindici anni, in cui -- non so perché --
parvemi veder riflesso il baleno del balestruccio come in un marmo
nero levigato. Parlava egli alle volatrici nella favella francescana,
e diceva: «Vorrei avere tutto il dì, mentre sto curvo sui libri, negli
occhi intenti ad altro, la vertigine d'ombra del vostro volo!» Oggi
riodo gli stridi delle sue compagne sotto le grondaie lontane, e vedo
in que' suoi occhi -intenti ad altro- la vertigine d'ombra. Quella
parola ch'egli credeva dire per la sua vita, egli la diceva per la
sua morte; e io non sapevo che, fra tante di cui sono immemore, mi
fosse penetrata così a dentro e si fosse accresciuta di questa funebre
bellezza.
Ieri un caso volgare e ammirabile mi diede il modo di assistere
continuamente col pensiero il mio amico nella sua agonia. E più tardi,
per una rispondenza misteriosa, potetti ascoltare la musica infinita
che la sera faceva intorno al suo silenzio.
Lo credevo quasi guarito, o almeno fuor d'ogni pericolo. Notizie
recenti mi assicuravano ch'egli fosse per tornare alle sue consuetudini
cotidiane e per riprendere il lavoro disegnato. Venerdì notte, cedendo
alla svogliatezza primaverile, lasciai a mezzo la mia pagina; e mi misi
a sfogliare qualche libro di figure. Mi venne fatto di scorrere la
raccolta delle acqueforti pascoliane di Vico Viganò. Per confrontare
il ritratto inciso del poeta con una imagine d'esattezza fotografica,
cercai il volume illustrato dell'-Inno a Roma- credendo che ci fosse.
La memoria m'ingannava: non c'era. Ma mi soffermai su l'impronta
dell'ascia sepolcrale romana; e rilessi i bellissimi esametri.
-Ascia, teque eadem magnae devovit in oris-
-omnibus Italiae, dein toto condidit orbe...-
Anche una volta l'evocatore delle auguste forze scomparse aboliva
nel mio spirito l'errore del tempo. Riconoscevo a quel dilatato
respiro del mio sogno uno dei più alti suoi doni; perché certe sue
evocazioni dell'antico si avvicinano ai limiti della magia. Qualcosa di
magico è nella potenza repentina onde un grande poeta s'impadronisce
dell'anima nostra. A un tratto l'immensa notte oceanica s'empiva de'
suoi fantasmi. Il numero del suo verso si prolungava in una lontananza
solenne, fin là dove la parola dell'inno vedico pareva la sua stessa
eco ripercossa dall'invisibile confino. «Ciò ch'io ti prendo, o Terra,
racquisterai presto. Possa io, o pura, non ferire alcuna tua parte
vitale, non il cuor tuo».
-Roma sed exsistens e sulco pura cruento-
-sacravit Terrae Matri, qua laeserat et qua-
-esset per gentes omnes laesura, bipennem.-
La notte era tranquilla ma non serena, con istelle forse infauste,
prese in avvolgimenti di veli e di crini. L'acqua dell'insenata non
aveva quasi respiro, ma di là dalle dune e dalle selve l'Oceano senza
sonno faceva il suo rombo. Nondimeno questa quiete comunicava con quel
tumulto, e la sabbia di quella riva tormentosa era simile alla sabbia
di questa che si taceva. Così talvolta, nella più agitata angoscia, un
meandro profondo della nostra coscienza rimane in pace. E dove dunque
era per approdare l'Ulisse dell'-Ultimo viaggio?- su questa o su quella
riva?
Ora mi chiedo con turbamento perché di tratto in tratto il mio spirito
interrompesse il suo fantasiare per cercar di rinvenire in sé l'aspetto
mortale del poeta. Non mi pareva di ritrovarlo nell'acquaforte
dell'artista lombardo, né sapevo dove cercarne un'imagine precisa. E,
se chiudevo gli occhi e mi sforzavo di ricomporne le linee sul fondo
buio, il volto indistinto si dissolveva in bagliori. Allora mi ricordai
d'avergli detto un giorno: «Se tu avessi il viso tutto raso e se tu non
sorridessi, somiglieresti a Piero de' Medici com'è scolpito da Mino».
Ma in verità egli non s'era mai lasciato guardare da me fisamente.
La nostra amicizia soffriva d'una strana timidezza che non potemmo
mai vincere perché i nostri incontri furono sempre troppo brevi. Era
un'amicizia «di terra lontana» come l'amore di Gianfré Rudel, e per ciò
forse la più delicata e la più gentile che sia stata mai tra emuli. Si
alimentava di messaggi e di piccoli doni. Da prima egli temeva che la
sua rusticità e la sua parsimonia mi dispiacessero, come io temevo che
gli increscesse la mia diretta discendenza dalla brigata spendereccia.
Egli forse pensava che qualcosa di vero ci dovesse pur essere in fondo
alle dicerie della cialtronaglia. Un giorno lo colpì la schiettezza del
mio riso dinanzi a certe sue esitazioni; e allora gli parve di potermi
offrire l'ospitalità nella sua casa di Castelvecchio, poiché l'acqua
il pane e le frutta erano il mio regime consueto di «operaio della
parola». Ma la sorte volle ch'io non conoscessi il sapore del pane
intriso rimenato e foggiato a crocette, secondo l'usanza di Romagna,
dalle mani di Giovanni e di Maria. Spesso, alla buona stagione, eravamo
vicini; e vedevamo entrambi, al levarci, la Pania e il Monte forato.
Ma non avemmo agio né forse voglia di visitarci, perché ci sembrava
pur sempre che qualcosa delle nostre persone facesse ingombro alla
familiarità dei nostri spiriti. Di Boccadarno io gli mandai un di
que' coltelli ingegnosi che hanno nel manico tutti gli arnesi del
giardiniere, dalle cesoie al potaiolo. Di Versilia gli mandai un'ode
curvata in ghirlanda con l'arte mia più leggera.
Ma come c'incontrammo la prima volta? A Roma, per insidia. Già ci
amavamo da tempo; e avevamo scambiato molti messaggi affettuosi e
quelle lodi acute, d'artiere ad artiere, che s'inseriscono alla cima
dello spirito e fanno dimenticare la grossezza dei solenni tangheri
i quali oggi in Italia giudicano di poesia. Trovandosi in Roma, egli
certo desiderava di vedermi; ma, nel momento di porre ad effetto il suo
proposito, la timidezza lo arrestava; né i nostri amici riescivano a
persuaderlo, né io riescivo a scovarlo in alcun luogo. Allora Adolfo
de Bosis, il principe del silenzio, il nobilissimo signore di quel
-Convito- che fu «presame d'amistade» fra i pochi deliberati d'opporsi
alla nuova barbarie ond'era minacciata la terra latina, ricorse a un
grazioso stratagemma. Me lo condusse di buon'ora, all'improvviso, nella
mia casa, dandogli ad intendere che lo conducesse a veder una statua
di Calliope ritrovata nel limo del Tevere la sera innanzi, divinamente
levigata da secoli d'acqua. Io era in giorni di splendida miseria,
abitando nell'antica selleria dei Borghese, tra Ripetta e il Palazzo,
tra il fiume torbo e quel «gran clavicembalo d'argento» celebrato
in un sonetto dell'adolescenza. La vuota selleria principesca era di
così smisurata grandezza che rammentava la sala padovana del Palazzo
della Ragione, se bene mancasse non giustamente in su l'ingresso la
pietra del vitupèro «lapis vituperii et cessionis bonorum». In tanta
vastità io non avevo se non un letto senza fusto, un pianoforte a
coda, una panca da tenebre, il gesso del Torso di Belvedere, e la
gioia del respirar grandemente. Come Adolfo spinse alla soglia il poeta
delle -Myricae- e mi chiamò al soccorso, balzai mezzo vestito. E due
confusioni si abbracciarono senza guardarsi. L'ingannatore rideva nel
vederci così vergognosi mentre tuttavia ci tenevamo per mano. Poi ci
sedemmo su la panca, felici, senza far molte parole, nessuno di noi
temendo il silenzio che è sì soave quando il cuore si colma. Eravamo
sani e resistenti entrambi, sentivamo la nostra purità nel divino
amore della poesia, preparati alla disciplina e alla solitudine. L'uno
promettendo di superar l'altro, eravamo certi di non iscoprir mai su
i nostri volti «il livido color della petraia». Una potenza oscura
si accumulava nelle nostre profondità: egli doveva ancóra comporre
i -Poemi conviviali- e io dovevo ancóra cantare le -Laudi-. O bel
mattino in sul principio della state, quando Roma ha gli occhi chiari
di Minerva che nutre a sua simiglianza i pensieri degli uomini! Entrava
il sole pe' cancelli delle finestre, e il romore del ponte frequente,
che pareva l'antico «assiduo murmure» del Tevere. Ma il fiume sacro non
aveva parlato ancóra a traverso il bronzo dell'inno, non aveva ancor
chiamato l'anima dei forti gridando:
-Heus, rostro navis qui terram scinditis unco,-
-quam detraxistis navi iam reddite proram-
-atque in me longos infindite vomere sulcos-
-usque ad coeruleum, iuvenes, maris aequor, et ultra.-
-Est operae!-
La grandiosità del Torso erculeo bastava a riempiere le mie mura;
perché era quel terribile frammento titanico presso cui Michelangelo
decrepito e quasi cieco si faceva condurre per palparlo. (Or potevan
dunque le sue mani toccare un marmo senza riscolpirlo intero?) Avevamo
dinanzi ai nostri occhi un esemplare sovrano e quasi direi il cànone
eroico; ma ignoravo quale di noi due ne fosse tócco più a dentro. Se
avessimo potuto saperlo, forse avremmo conosciuto la nostra misura.
Come gli guardai le mani, delle quali sono sempre curioso, egli
le ritrasse con un atto quasi fanciullesco. Io volevo osservare le
dita che avevano foggiato l'odicina per le due sorelle e i madrigali
dell'-Ultima passeggiata-. Allora sorridendo gli ripetei i primi versi
del -Contrasto-:
Io prendo un po' di silice e di quarzo:
lo fondo; aspiro; e soffio poi di lena:
ve' la fiala, come un dì di marzo,
azzurra e grigia, torbida e serena!
Con quelle stesse mani che aveva nascoste, egli fece un gesto di
disdegno potente. Sentii quanto vi fosse di virile in colui che passava
tra le umili mirici per salire verso la rupe scabra. E poi parlammo
d'Odisseo e della predizione di Tiresia.
Questo fu il nostro primo incontro. E l'ultimo fu nella sua casa
bolognese dell'Osservanza, qualche settimana prima della mia partenza
per l'ultima avventura: triste commiato di chi era per farsi fuoruscito
a chi restava legato dalla catena scolastica.
Tutto il giorno m'ero lasciato condurre dalla mia malinconia nei luoghi
ove ella più potesse gravarmi. M'ero indugiato su la piazza solitaria
che la tomba di Rolandino fa pensosa, e quella dei Foscherari, degna
d'un cantore, sotto i suoi archetti verdi, alzata sopra le sue
colonne simili al coro delle Muse nel numero. Ed ero entrato nel
tempio domenicano di rosso mattone: tra il sepolcro bianconero di
Taddeo Pepoli e il monumento di Re Enzio avevo sentito soffiare su me
l'ambascia dell'Olifante senza più suono.
Va, ma non giunge. È un brusìo d'ombre vane
ch'ode Re Enzio, quale in foglie secche
notturna fa la pioggia e il vento.
E m'ero poi smarrito nel sacro laberinto di San Stefano, nella Basilica
delle sette chiese. Misteri ed imagini per ogni dove, e il colore
del fumo e il colore del grumo. Sanguigno e fumoso il chiostro, e
sopravi l'ombra della torre quadrata, e nell'ombra il pozzo tra le
due colonne, la carrucola di legno consunta, che non stride più; e fra
gli interstizii dell'ammattonato l'erba umile, e intorno intorno, ai
davanzali delle finestre alte, i vasi di basilico. E poi nell'altro
cortile, fra il cotto, la grande tazza di pietra, il fonte senz'acqua
ove nessuno si battezza più; e il tabernacolo d'oro luccicante
a traverso i vetri appannati; e nel vano della finestra, su una
colonnetta, il Gallo che canta; e, da presso, il Vescovo colcato nel
marmo sepolcrale, che il canto non risveglia più; e, dietro l'altare
irto di candelabri ferrei, le rudi arche di granito che l'ascia
mistica tagliò nel sangue pietrificato dei Martiri; e la luce che passa
nell'abside per gli alabastri fulvi come quel miele amaro di cui si
nutriva il Battezzatore.
Perché oggi, della Città ove per fato si spengono i nostri grandi
poeti, non vedo se non quella piazza mortuaria e quel laberinto
cristiano? In quella piazza vuol ripassare il mio dolore seguendo il
feretro del mio fratello, e nel più profondo dei sette luoghi, nel
settimo, nella Confessione sotterranea, vuole accompagnarlo e deporlo.
Bologna non ha oggi per me se non quella faccia misteriosa, se non
quella bocca piena di freddo alito e di sublime silenzio.
Chi potrà dire quando e dove sien nate le figure che a un tratto
sorgono dalla parte spessa e opaca di noi e ci appariscono turbandoci?
Gli eventi più ricchi accadono in noi assai prima che l'anima se
n'accorga. E, quando noi cominciamo ad aprire gli occhi sul visibile,
già eravamo da tempo aderenti all'invisibile. Oggi mi sembra che
quel pellegrinaggio meditativo non fosse veramente una preparazione
spirituale alla visita ch'io era per fare ma fosse già la visita, e
che nessuna delle parole ch'io dissi poi valesse quelle che andando io
diceva al mio compagno senza carne.
Ma, quando mi ritrovai nella strada, pensai a quella creatura divina
che sempre m'era parso dovesse stargli nella casa a conforto, sola
quella, con la sua lampada e co' suoi libri. Qualora le Città nobili
usassero far doni ai poeti, che mai avrebbe potuto donare Bologna
all'estremo Omeride se non la testa dell'Athena Lemnia? Sembra escita
da certe visioni tumultuose dei -Poemi conviviali-, sembra una duratura
bellezza provata dalla strage e dall'incendio, un frammento dissepolto
di sotto alle rovine d'un antico assedio. Ha il viso e il collo
chiazzati di ferrugigno, come ingrommati di sangue vetustissimo; e
sotto il collo, nello sterno e nella clavicola, è come infoscata dal
fuoco che appiccarono al tempio i saccheggiatori corazzati di bronzo.
E troppo tardi mi ricordai d'avergliene promessa l'impronta. Sapevo che
n'era stato tratto il gesso, ma per notizia vaga; e i custodi del Museo
civico non seppero darmi alcun ragguaglio. Tuttavia, non potendo per
allora portargli l'imagine, quanto di me gli diedi con la meditazione
ch'io feci dinanzi al cippo, nella grande sala deserta, ove come la sua
poesia quella forma sovrana era sola tra ruderi e cocci mediocri.
Salii dunque all'Osservanza con qualche fiore. Ero così pieno di
pensieri che non ritrovo nella memoria l'aspetto delle cose, perché le
guardai con occhio disattento. Non entravo in una casa ma in un'anima
che pareva volersi fare per me ancor più bella. Se la vita non mi
avesse dato altro che quell'alta ora di amicizia, pur la stimerei
generosa e mi direi contento d'aver vissuto in mezzo agli uomini. Della
nostra timidezza non si mostrò se non un'ombra, sul principio, quando,
guardandolo io, egli mosse il capo in non so qual modo sfuggente e
batté le palpebre come per cancellare la lesione crudele degli anni e
spandere sul suo volto appesito gli spiriti alacri dell'amore. Volevo
dirgli: «Non ti peritare, fratello. Vedi quanto anch'io sono leso. Ma
oggi la carne miserabile non c'ingombra; e io qui respiro la più pura
essenza della tua poesia. Tu hai l'aspetto della tua forza immortale;
e non è fatto dalle tue labbra il sorriso della tua tristezza. Siediti
ancóra accanto a me, come quella volta su la panca da tenebre. Siamo
due pazienti artieri. Quanto abbiamo travagliato e quanto sopportato,
da quel mattino di Roma! Non tentò taluno di far verghe de' miei
allori per batterti, flagelli de' tuoi lauri per flagellarmi? Ma chi
prevarrà contro la nostra pazienza e contro la nostra fede? Bastava
che di tratto in tratto, di sopra allo schiamazzo, ci dessimo la voce.
Ora siediti. Non t'ho mai amato come oggi. Faccio una breve sosta; e
poi riprendo il mio cammino, lasciando dietro di me tutti i miei beni
vani».
Mi sedetti su la sua sedia, dinanzi alla sua tavola. Le sue carte, le
sue penne, i suoi inchiostri erano là. Tutto era semplice ed usuale,
come in una qualunque stanza di chi abbia un cómpito modesto. Ma un
sentore di sapienza pareva impregnare ogni oggetto, e le mura e il
soffitto e il pavimento, come se la qualità stessa di quel cervello
maschio si fosse appresa al luogo del lavoro. Non so in che modo
significar tal mistero. Un'aria singolare è nella fucina, anche quando
non rugge il fuoco; perché gli arnesi, gli ordegni, tutti gli strumenti
fabrili, anche non maneggiati, quivi esprimono con la loro forma la lor
destinazione e quasi direi suggeriscono la potenza a cui serviranno.
Nello studio d'uno scultore fecondo la quantità della creta, le
armature, i modelli, le forme cave, gli abbozzi coperti dai teli molli,
le cere da sbavare, i bronzi da rinettare, gli scarpelli, le lime,
i bossoli, gli odori stessi delle materie plastiche rappresentano
lo sforzo del creatore. Ebbene, qualcosa di simile mi pareva fosse
presente in quella piccola stanza tranquilla e ordinata, ove certo le
mani di Maria avevan dato pace alle pagine scorse: qualcosa che oserei
chiamare la presenza del dèmone tecnico.
In nessun laboratorio d'uomo di lettere m'era avvenuto di sentire la
maestria quasi come un potere senza limiti. Penso che nessun artefice
moderno abbia posseduto l'arte sua come Giovanni Pascoli la possedeva.
La sua esperienza era infinita, la sua destrezza era infallibile,
ogni sua invenzione era un profondo ritrovamento. Nessuno meglio di
lui sapeva e dimostrava come l'arte non sia se non una magìa pratica.
«Insegnami qualche segreto» gli dissi a voce bassa. E volevo soltanto
farlo sorridere; ma, in verità, un'ombra di superstizione era sul mio
sentimento.
Egli prese un'altra sedia e venne a sedermisi accanto, dinanzi
alla tavola. Parlammo di qualche recente opera. Le sue mani, quando
soppesavano i volumi, erano una tremenda bilancia. Dal vigore di certi
suoi giudizii ebbi la riprova che il suo spirito era tuttora immune
da qualunque debolezza. La sua stima era severa come la sua arte.
Mescolando egli un che d'amaro al suo discorso, io gli dissi: «Se
hai tempo, va alla Pinacoteca e cerca d'una tela del Francia, dove
un Santo Stefano porta sopra un suo libro tre pietre, in segno della
lapidazione. Metti tre pietre sopra ogni tuo nuovo libro e datti pace».
Egli rispose col suo riso arguto: «Ma quello stolto dello struzzolo
m'ingolla il libro e le pietre».
Non più sembrava timido; anzi indovinavo in lui non so che tenerezza
protettrice e il desiderio contenuto di chiedermi ch'io gli parlassi
de' miei guai. Io era bene il suo fratello minore, ed egli pareva
cercasse il modo di sopportare il mio carico. Mi ricordo d'una bella
parola antica ch'egli mi ripetette con una maravigliosa nobiltà:
«Acciocché tu più cose possa, più ne sostieni». Questa parola oggi la
scrivo sul muro della casa straniera, e considero d'averla ricevuta da
lui per testamento.
Poi fece l'atto d'alzarsi, mi prese per mano e mi disse: «Vieni ora a
vedere la cameretta che ho per te, quando tu la voglia». Un candore
infantile ardeva in lui; e il primo verso del sonetto di Francesco
Petrarca mi sonava nella memoria. Era una piccola stanza chiara, quasi
una cella di minorita, con un di que' letticciuoli che persuadono
a serbare una sola attitudine per tutta la durata del sonno. Come
rispondendo alla domanda sommessa che gli avevo fatta dinanzi alla sua
tavola prodigiosa, mi mormorò in un orecchio: «Quando sarai qui, allora
sì che t'insegnerò un segreto». Lietamente gli dissi: «Non potrò venire
se prima non abbia uccisi tutti quei mostri che sai. Mi bisogna ancora
andare alla guerra». Ahimè, era egli in pace? Non lo travagliava di
continuo la stessa abondanza del suo amore?
Si volse per passare nello stretto andito, mostrandomi le spalle. Si
creò nell'aria uno di quegli attimi di silenzio che serrano il capo di
un uomo come in un masso di ghiaccio diafano. E guardai la persona del
mio amico con occhi divenuti straordinariamente lucidi; e la pietà mi
strinse, che ha talvolta il pugno sì crudele. Pareva egli portasse alle
spalle tutto il peso della sua tristezza, tutta l'oppressione delle sue
miserie. La fronte augusta s'era celata, e non si vedeva contro il muro
biancastro se non l'ingombro corporale vestito di panni che il lungo
uso aveva fatto quasi dolenti, non rimaneva là se non la soma greve ove
s'intossica la vita che non è se non il levame della morte.
Volle accompagnarmi fin su la strada, se bene io m'opponessi. La sua
salute era già minacciata, già dubbioso era il suo passo. Cadeva su noi
una di quelle sere emiliane, umide e cinericce, che sembrano generarsi
laggiù, tra la foce del Reno e la bocca del Po di Goro, nella grande
palude salmastra. Soffiava su noi un vento ambiguo, che pareva dolce e
poi a un tratto ci dava il brivido con una folata fredda. La vettura
m'attendeva poco discosto, coperta e nera, con i due cavalli che mal
reggevano la lor fatica su le gambe arcate. Non parlavamo più. C'era
intorno a noi una specie di silenzio soffice.
E c'era appena, qua e là, lo strano
vocìo di gridi piccoli e selvaggi...
Ma udivamo anche le nostre péste «né vicine né lontane.» L'uno chiamò
il nome dell'altro nell'addio. Ci abbracciammo. Come sul viale il vento
rinforzava ed egli pareva infreddolito dentro il bavero, gli dissi:
«Va, va, rientra. Non restar qui». Si voltò per andare; e i cavalli
avevan messo le radici, tanto stentarono a muoversi. Sicché ebbi tempo
di seguirlo con lo sguardo e con l'angoscia fino alla porta. Ed ecco,
lo stesso silenzio repentino della umile stanza mi serrò il capo nello
stesso ghiaccio trasparente. E, come egli fu alla soglia, si voltò
ancóra e levò il braccio verso me a risalutarmi. Da quel fagotto di
panni stracchi s'alzò il braccio possente che su per l'erta aveva
brandito la «piccozza d'acciar ceruleo».
Una voce d'eroe, quella voce omerica ch'egli aveva tradotto con sì rude
efficacia, mi scoppiò dentro e franse il gelo.
Datosi un colpo nel petto, al suo cuore drizzò la parola:
-- Cuore, sopporta! ben altro tu hai sopportato più cane!
E non per me, ma per lui. Vedevo, come quel braccio levato, sorgere
dall'intimo di quell'uomo casalingo e cauteloso la costanza d'una virtù
virile, la durezza d'una vita fatta di disciplina, di coraggio e di
dominato dolore. Il suo orgoglio s'era formato a poco a poco nel fondo
della sua solitudine come il diamante nell'oscurità della terra. «Da
me, da solo, solo con l'anima...» Egli s'era fatto degno d'incontrarsi
con Achille e con Elena, e di parlare su la tomba terribile di Dante.
Ancóra non so come sia trapassato; ma voglio esser certo che, s'egli
talvolta nella vita pianse in disparte, non si velò di lacrime nel
fisare la morte. Forse escì dalla sua bocca qualche bella e semplice
parola, prima che la lingua gli si annodasse dietro i denti e che lo
spirito gli si sciogliesse nel gran ritmo.
Aveva già dato tutto il meglio di sé, o serbava nel cavo della mano
ancóra qualche ferace semenza? Che importa? Certo, mille e mille
ancóra speravano in lui. Agguagliandosi alla linea dell'orizzonte,
egli avrebbe potuto dire verso i suoi fedeli: «Io vi mostro la morte
compitrice, la morte che per i vivi diviene incitazione e promissione.»
E costoro nell'acciaio della sua ascia sepolcrale potrebbero veder
riflesse le stelle dell'Orsa.
XI APRILE MCMXII
Non so se nella vertigine d'ombra, quando tutto ritorna per poi
dileguarsi, io gli sia apparito. Sembra che le cose obliate e gli
esseri più lontani e gli eventi più remoti e perfino i frantumi dei
non interpretati sogni abbiano grazia nell'agonia dell'uomo. Se questo
è vero, forse il fiore della mia amicizia ondeggiò nel suo crepuscolo
come quel tenue ramo ch'io colsi e curvai per lui tra l'Alpe e il
Mare, o forse come quel salso giglio della solitudine che pensando ad
Antigone io mandai alla sua sorella immacolata.
Un'accelerazione della sorte volle ch'io l'assistessi con lo spirito
nelle sue ultime ore fino al suo transito. La notte del venerdì,
m'ero beato della sua poesia e l'avevo imaginato convalescente. La
mattina ch'è innanzi al Resurresso, mentre mi disponevo all'opera, ebbi
d'improvviso l'annunzio funebre. Qualcuno, dalla patria, mi chiedeva
una parola per la morte del poeta! E il poeta non era spirato ancóra,
anzi aveva ancóra da superare un lungo patimento. Ma l'inopportuno, pur
violando la gentilezza umana, secondava una congiuntura misteriosa a
cui debbo una delle più profonde ore di mia vita. Credetti il transito
avvenuto la sera del Venerdì Santo e già deposta la salma sul letto
mortuario. E dove poteva Maria aver alzato quel letto se non nella
stanza delle vigilie, nell'angusta fucina del grande artiere, tra le
mura riarse dalla vampa del cervello maschio? Ero certo di questo; e
per tutta la mattina il mio pensiero non cessò un attimo dall'insistere
nel luogo lontano che cercavo di ricostruire con lo sforzo della
memoria. E a poco a poco la mia coscienza entrò in quello stato che
precede il canto.
Ora avevo nella Landa un altro amico sospeso da più settimane tra la
vita e la morte, condannato irremissibilmente. Era il mio ospite, lo
straniero affabile da cui ebbi la casa tranquilla su la duna, dove
abito da due anni.
Non ricordo se Gioviano Pontano nel suo capitolo -De tolerando exilio-
e Pietro Alcionio nella sua giudiziosa dissertazione impressa dal
Mencken in -Analecta de calamitate litteratorum- pongano tra le delizie
del fuoruscito volontario o involontario il delicato sapore dell'amistà
contratta oltremonte ed oltremare. Ma certo l'aroma della résina verso
sera e la fragranza delle ginestre sotto vento a levata di sole non mi
ricrearono mai quanto certi brevi colloquii con quel mirabile vecchio
che sarebbe stato carissimo al cantore di Paolo Uccello, s'ei l'avesse
conosciuto.
Si chiamava Adolphe Bermond, nato su la Garonna, nella città vinosa
ch'ebbe per sindaco il gran savio Michel de Montaigne reduce da Roma e
per consigliere quel candido e invitto Etienne de la Boëtie imitatore
del Petrarca e traduttore dell'Ariosto. Aveva quasi ottant'anni; e,
quando lo conobbi la prima volta, mi parve d'averlo già veduto tra le
diecimila creature scolpite o dipinte nella cattedrale di Chartres.
Aveva nel volto la tenuità la spiritualità e non so qual trasparenza
luminosa, che lo assimigliavano alle imagini delle vetriere e delle
porte sante.
Venne in un pomeriggio di gennaio, a marea bassa, quando la spiaggia
è liscia e sparsa d'incerte figure e scritture nericce al modo di
quelle lapidi terragne cancellate dai piedi e dalle ginocchia dei
fedeli. Scendeva dalla Cappella di Nostra Donna dell'Imbocco e aveva
seco il libro del cristiano, legato di cuoio bruno, che anch'esso era
liscio e lustro d'assiduità come il dosso d'un messale. Entrò nella
stanza con un passo alacre e lieve, ché la grande età non l'aveva punto
aggravato; e sùbito sentii ch'egli entrava anche nel mio gradimento.
Tutto il suo viso era illuminato d'una fresca ingenuità che pareva
mutasse le grinze da tristi solchi senili in vivaci segni espressivi,
immuni dalla vecchiezza come le rughe delle arene, delle conchiglie,
delle selci. I suoi occhi erano più chiari di quel cielo invernale, più
pallidi dell'acqua intorno al banco di sabbia scoperto; e il sorriso
vi pullulava di continuo dall'intimo. La sua voce era ancor bella,
misurata da giuste cadenze; e la consuetudine delle preghiere senza
suono faceva sì che le parole sembrassero disegnate dalle labbra prima
d'esser proferite.
Come s'accostò alla mia tavola, scorse spiegata su le carte l'imagine
intiera della Santa Sindone. Come volse gli occhi in giro, vide le
pareti interamente coperte delle più diverse imagini di San Sebastiano,
sul leggìo d'un armònio la -Matthäus-Passion- del Bach, sul marmo del
camino i gessi delle quindici statuette di piagnoni appartenenti al
sepolcro del duca Jean de Berry, su l'assito alcuni frammenti della
grande Rosa di Reims, in un angolo una delle Virtù che Michel Colombe
scolpì per la tomba di Francesco II duca di Bretagna. Non dimenticherò
mai il leggero tremito del suo mento e quel misto di stupefazione e
di gratulazione, che dava alla sua vecchiaia non so che fervore di
giovinezza. Una fiammata allegra di pino e di pigne favellava su gli
alari, con lo scroscio e il friggìo della résina.
Componevo nella lingua cara a Ser Brunetto il -Mistero di San
Sebastiano-, ed avevo già compiuta la scena tra il Santo e gli Schiavi
sotto la volta magica ove brillano i sette fuochi planetari, quando gli
infelici e gli infermi domandano che il novo dio si manifesti per segni
nel Confessore.
-Esclaves, esclaves, oui, coeurs-
-épaissis!-
Il vecchio si chinò esitante su le pagine tormentate. V'eran quasi,
in verità, le tracce d'una lotta sanguinosa, tanto l'inchiostro rosso
delle didascalie e le cancellature violente e gli emistichii più volte
riscritti e i margini tempestati di richiami facevano ardua ed aspra la
carta. «Anche l'arte, come la vita, è una milizia» egli disse «e chi dà
più di sangue riceve più di grazia.»
Quella parola sùbito mi toccò, tanto la rendeva religiosa l'accento.
Allora gli parlai della mia opera, con un ardore che lo sbigottiva
e lo rapiva. In quel servitore di Dio, a cui la carne pesava così
poco, ritrovavo non so che affinità con la disciplina ascetica
a cui m'ero costretto per giorni e per notti. Anch'egli era una
sostanza infinitamente vibrante, un amore attivo e indefesso. La sua
comprensione era pronta come il gesto della mano che riceve e serra
quel che le è offerto. Talvolta, nella pausa, mi pareva di veder
discendere il mio pensiero in lui come un anello gettato in un'acqua
limpida, sino al fondo, e quetarsi.
Sincero e puro, non dubitò della mia sincerità e della mia purità.
Cattolico ferventissimo, dedito a tutte le pratiche della divozione,
non fu turbato da alcuna inquietudine, non fu punto da alcuno scrupolo.
Mi sentiva ardere, e questo gli bastava. Non sapeva imaginare un poeta
senza dio, né un dio diverso dal suo. Chi mai restava solo con me
nelle mie notti? Certo egli credeva che fosse in me lo spirito medesimo
ond'era nata quella figurina della Rosa di Reims, che chinandosi aveva
raccolta e teneva ora fra le sue dita magre.
Mi pregò di leggergli una scena del Mistero. Volli leggergli quella
ch'era ancor calda del travaglio e non ancor distaccata dalle mie
viscere.
-A toi, nous venons tous à toi,-
-Seigneur!-
Gli schiavi accorrevano verso il guaritore. La lamentazione si
prolungava per gli anditi tortuosi. Gli infermi apparivano, portati
a braccia dai parenti, agitati, illuminati di speranza. Gridavano
i loro mali, le loro piaghe, le loro angosce. Chiedevano d'essere
sanati, d'essere liberati. Chiamavano a testimonianza quelli di loro
che nascondevano nelle pieghe del saio i rotoli delle Scritture,
perché quelli conoscevano i miracoli operati dal dio novello. Ed
ecco, tutte le guarigioni erano noverate, l'una dopo l'altra: il
lebbroso era mondo, il paralitico camminava, il cieco vedeva, il
lunatico e l'ossesso avevano pace, l'idropico era alleviato delle
sue acque, il figlio della vedova di Naim sorgeva dalla sua bara.
Ma un dei leggitori di rotoli ripensava il miracolo più profondo,
ripensava il cadavere quatriduano, e gridava: «Ti sovvenga di Lazaro!»
E l'incredulità di Didimo era addotta. Didimo voleva vedere le ossa
disgiunte ricongiungersi e favellare. Il Cristo gli aveva risposto: «Le
ossa disgiunte io te le mostrerò ricongiunte. Vieni a Betania, Didimo,
vieni con me. Gli occhi di Lazaro vuotati della putredine, io te li
mostrerò pieni di visione. Vieni con me, Didimo. Le labbra imputridite
su i denti di Lazaro, le vedrai muovere, le udirai favellare. Vieni
a Betania, Didimo, se vuoi vedere e udire, vieni con me.» Queste
testimonianze adducevano gli schiavi, per volere il segno. E allora
Sebastiano balzava a ghermire con mano terribile l'anima dei miseri.
Egli medesimo evocava il Risuscitato, sembrava con la sua voce far
presente il miracolo nell'ombra calda di aneliti. Come il pargolo
nelle fasce, il cadavere era avvolto nelle bende. «Lazaro vieni fuori!»
Primo, fuor della pietra, sorgeva il ginocchio...
-Le genou surgit le premier.-
M'interruppi, perché avevo sentito il vecchio sussultare e levarsi.
Egli era in piedi davanti a me, sconvolto, senza colore, affannoso.
Era l'uomo di fede, il servo di Dio, lo spettatore ideale a cui si
manifestava il mio poema con le virtù della musica e dell'apparizione.
Ebro, imaginai dietro di lui una moltitudine che gli somigliasse. E non
volli dargli tregua. Anche la mia parola fu come il tizzo che incendia
la stoppia quando rinforza il vento.
Ora gli schiavi chiedevano di vedere almeno l'effigie. «Poiché tu
hai abbattuto tutti gli iddii di sangue e di fango, alza dinanzi a
noi l'effigie del dio novo, che possiamo conoscerlo, che possiamo
adorarlo!» Sapevano essi ch'Egli soleva apparire ai discepoli. Non
era Egli apparso al Confessore? «Il suo volto è celato, il suo corpo è
velato.» Un'angoscia mortale serrava il petto di Sebastiano, illividiva
le sue labbra, fiaccava le sue giunture. Implacabili erano i súpplici,
inappagate le pupille della carne loro. Eglino volevano la presenza del
dio novo. «Non ha più corpo; sangue più non ha. Ha dato il suo corpo
e il suo sangue per le creature.» Ma i segreti leggitori dei rotoli
sapevano che col suo corpo e col suo sangue era apparso ai discepoli,
sapevano ch'Egli aveva lor mostro le mani e il costato, e ch'essi
avevan veduto le lividure, e che Didimo aveva posto il dito entro la
piaga, e che dopo Egli aveva rotto il pane e mangiatolo, aveva anche
mangiato un pezzo di pesce abbrustolito. «Come potresti amarlo di tanto
amore? Come potresti chiudere gli occhi, essere così smorto e in tutte
le vene tremare di tanto amore, se tu non avessi mai conosciuta la sua
faccia? Tu tremi.» Flutto vermiglio non mai sgorgò da gola recisa né
onda di lacrime da dolor colmo, come allora dal petto santo scoppiava
l'angoscia. «Tremo perché su l'anima mia porto peso d'obbrobrio. L'han
percosso coi pugni, l'hanno schiaffeggiato, gli hanno sputato addosso.
La sua faccia è contraffatta. Gli sputi e il sangue gli colano per
le gote. Tutti i denti gli tentennano nella bocca enfia. E le sue
palpebre, e i suoi occhi, ahimè!»
Credo che in quel punto la voce mi si spegnesse, perché mi si serrava
la gola. E allora un sentimento mai provato mi scrollò le radici
dell'essere, perché a un tratto udii il suono d'un pianto umano che
non avevo udito mai, tra quelle quattro mura deserte e lontanissime da
ogni rumor del secolo udii il profondo singhiozzo del «consumato Amore»
che cantò Jacopone, scorsi le medesime lacrime che avevano rigato il
viso di Francesco in ginocchio dinanzi al Crocifisso di San Damiano o
errante intorno alle mura della Porziuncola.
O secca anima mia,
che non puoi lacrimare!
Non mi mossi. Poteva quel pianto essere consolato o interrotto? E quale
parola poteva esser detta, che valesse in dolcezza una sola di quelle
lacrime? E, in verità, qual cosa avrei potuto trovare dentro di me più
bella di quella «nuditate d'amore» che mi si mostrava all'improvviso in
un vecchio già inchinato verso la tomba? E come potrei ora significare
la qualità di quel pianto «pieno di consolanza?» Il Beato ha espressa
la legge dell'ineffabile.
Quello ch'è non si può dire,
puossi dir quel che non è.
E un rammarico simile al rimorso m'assale, mentre ne scrivo. E avrei
serbato il dono nel mio segreto, se il mio amico elevato dalla sua
santa morte alla condizione di mistero glorioso non mi sorridesse oggi
a traverso quella visiera di cristallo. Ma potrà comprendere soltanto
colui che fra mille canti sa distinguere la melodia nata dal cuore
della Terra e tra le parole dei Vangeli la parola che per vero esci
dalle labbra di Gesù e resta in eterno piena del suo soffio vivente.
Fino a quell'ora io aveva udito gli uomini piangere in un altro modo,
e li avevo veduti confinati e fissi nel luogo delle loro lacrime come
il ferito giace nella pozza del suo sangue, e me medesimo dalla pietà
ristretto e quasi prigione di miseria. Il pianto di quel cristiano
pareva sonare su la malinconia del mondo; e il Volto illividito dalle
gotate, lordo di sputi e di sangue, pareva impresso nel pallido cielo
come nel pannolino della Veronica ma per me in non so che maniera
indefinita e futura. E, quando uscimmo, il silenzio dell'immensa Landa,
con le sue miriadi di tronchi dissanguati dal ferro del resiniere, con
le innumerevoli sue piaghe di continuo rinfrescate e allargate, con
il perpetuo suo gemito aulente, era come il silenzio d'una moltitudine
dolorosa che non si lagna perché accetta il suo cómpito e la sua pena.
E io compresi quella parola d'avvenire, che dice come la natura sia
per trasformarsi a poco a poco in cerchio spirituale e il tutto sia per
sublimarsi in anima.
Chi anche ha parlato di «membra mistiche dell'uomo»? In qualche ora
sembra che noi non riconosciamo taluno degli atti più consueti della
nostra vita corporale. Come camminavamo, l'uno a fianco dell'altro, sul
sordo sentiero coperto dagli aghi dei pini? Non v'era divario tra il
passo del vecchio e il mio, perché il nostro passo non era delle nostre
ossa, dei nostri muscoli, dei nostri tendini. Se bene andassimo davanti
a noi, io aveva in me il sentimento di volgere indietro quel che più
di me ferveva, come la face trasportata rovescia la cima della sua
fiamma. Gli occhi del mio amico erano appena rasciutti; e il luogo, ove
il «consumato Amore» aveva pianto, e l'evento avverato erano già come
avvolti in un velo di memoria, i cui lembi ondeggiavano verso la mia
più fresca infanzia. La commozione ancor mi teneva tutto, la realtà non
soltanto era recente ma presente ancóra; e pure una parte di me faceva
uno sforzo ansioso per ricordarsi di non so che altro, per raffigurarsi
non so che cosa di più profondo e di più dolce. Ma può l'attesa avere
la figura della rimembranza?
Non parlavamo. Di tratto in tratto io lo guardavo con l'angolo
dell'occhio; e mi stupivo che un viso di tanta vecchiaia, lavato dalle
lacrime, mi rammentasse per la sua espressione certi episodii patetici
della fanciullezza: uno tra gli altri. Un giorno avevo fatto piangere
la mia cara sorella Anna, per un capriccio crudele; e poi l'avevo
racconsolata, sbigottito, perché ella era tanto sensibile che quando le
accadeva di piangere, anche per una cosa lieve, pareva l'avesse colpita
una sciagura irreparabile ed ella fosse per stemprarsi nel suo dolore.
Vedendomi così pentito e afflitto, ella si sforzava di raffrenare il
singulto e di rasciugarsi le guance. E mi ricordo che io la presi per
mano e la condussi per una rèdola, tra due campi di lino; e avevamo con
noi il nostro cane paziente ch'era stato la causa del litigio. E di
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