«-Welfard Herbert. Raccomandata al Consolato Tedesco in Italia.-
«Egli prese il piego senza parlare, e s'avviò per uscire dalla
capanna. Io mi spaventai, e trattenendolo esclamai angosciosamente:
«--Sul vostro onore....
«--Sul mio onore, l'avrà; rispose con voce tremante; poi senza
voltarsi uscì.
«Allora, priva di quelle lettere che mi ero avvezza a stringermi sul
cuore come un ricordo di lui, come parte del mio passato, mi sentii
sola; sola in faccia alla morte. Ero seduta accanto alla tavola. Mi
nascosi il volto tra le braccia, e piansi amaramente.
«Rimasi a lungo così, immersa nel mio dolore.
«Ad un tratto sentii prendermi alla vita e mi alzai spaventata.
«Ma un braccio energico mi trattenne, mentre una voce ben nota, troppo
nota, e profondamente commossa mi diceva:
«--Fulvia, perdonatemi!
«Era lo sconosciuto che aveva deposto il suo orribile
-passa-montagne-; era Gualfardo.
«Era Gualfardo inginocchiato accanto a me. Gli ultimi raggi del
crepuscolo entrando per una stretta finestra segnavano una striscia
nell'oscurità della capanna, e rischiaravano il suo volto. Vidi quei
begli occhi che mi guardavano con infinito amore, ed erano pieni di
lagrime.
«--Welfard! mormorai. E mi strinsi al cuore la sua bella testa, e le
nostre labbra si cercarono, e piangemmo insieme.
«--Mia Fulvia; mia amante; mia sposa; susurrava Gualfardo stringendomi
le mani. Dimmi che vivrai, che vivrai per amarmi; per esser mia; per
non lasciarmi mai più.
«--Ma tu, Welfard, potrai tu perdonarmi il mio torto, potrai tu amarmi
ancora?
«--Oh cara, mi rispose col dolce accento passionato de' nostri primi
abboccamenti del collegio, non sai che t'ho amata sempre? Non sai che
neppure un'ora ho dubitato della tua onestà? Era il tuo cuore che mi
sfuggiva; ma io sapevo che tornerebbe; ed ho lasciato tempo al tuo
cuore di tornare a me. Quei due giorni fatali che passasti a Milano,
io non t'ho abbandonata un momento. Ti vidi uscire dallo scalo. Ti
udii dire alla contralto:
«--Povera me! Se qualcuno mi vedesse!
«--Fu allora che mi nacque un sospetto; perdonami, Fulvia; ti amavo...
E presi anch'io una carrozza di piazza, e seguii quella che ti
conduceva. E scesi allo stesso albergo, e presi la camera accanto alla
tua; e traverso la porta ti ho vegliata sempre. Ho vedute le tue
impazienze, le tue lagrime. Ho udita la tua conversazione con Giorgio,
e la terribile confessione del tuo amore per Guiscardi. T'ho veduta
con lui... Ho sofferto, Fulvia; ho molto sofferto. Ma partii di là, ti
seguii a Milano colla certezza che, se non mi amavi più, non avevi
cessato d'esser buona ed onesta. Ti ricordi che quando volesti farmi
la tua confessione, io ti risposi:
«--So tutto!
«--Te ne ricordi? Poi vidi la lotta che si agitava nel tuo cuore,
quando una fatalità dolorosa e cara ci tenne per tanti giorni
strettamente uniti al letto del povero babbo. Un istante mi parve che
tu mi amassi ancora, e fu con tutta la sincerità del mio cuore che ti
dissi:
«--Vuoi essere mia sposa domani?
«--Tu trovasti una scusa; respingesti l'offerta. Sentii che m'ero
ingannato.
«--Allora mi ritirai colla morte nel cuore, e non pensai che a
combinare coll'impresario per farti riavere la scrittura di
Nuova-York, per allontanarti dai luoghi che ti ricordavano la dolorosa
perdita del povero babbo.
«--Ma dopo la tua partenza, Torino mi riescì insopportabile.
«--Lasciai le mie lezioni, lasciai tutto; ti seguii in America, dove
ottenni di dirigere l'orchestra d'un teatro secondario; e vissi vicino
a te, e ti vidi, Fulvia; e la tua cameriera, che avevo saputo
guadagnare, m'introdusse nelle tue stanze tutte le sere in cui per
combinazione al mio teatro era riposo, mentre al tuo cantavi.
«--Sì, Fulvia; rinunciavo alla gioia di vederti, per sedermi al tuo
scrittoio, nella tua poltrona, ed al lume della tua lampada, in
quell'atmosfera piena di te, leggere, a misura che le avevi scritte,
le tue memorie.
«--Allora conobbi i miei torti, Fulvia, ed il tuo amore; il tuo nobile
e generoso amore.
«--Avrei voluto correre a' tuoi piedi e ridomandarti piangendo quella
dolce promessa che la mia stupida freddezza t'aveva indotta a
ritogliermi. Ma ero povero allora; non avevo più posizione; avevo
lasciato tutto per seguirti. Era necessario ch'io mi rifacessi una
rendita sufficiente per offrirti il mio appoggio.
«--Scrissi subito; ma ci volle del tempo, e quando mi fu offerto il
posto di direttore d'orchestra in uno dei primi teatri di Vienna, tu
eri partita da due giorni.
«--Partii subito anch'io, ma, sbarcato a Genova, dovetti fare una
corsa a Milano, per firmare il contratto che mi assicurava un avvenire
degno di te.
«--Allora, felice del tuo amore, e della mia posizione, corsi a
Torino. La tua cameriera m'aveva detto a che albergo contavi
discendere. Vi accorsi. Anche di là eri partita. Interrogai i pochi
conoscenti che avevamo comuni, e dopo un giorno di ricerche inquiete,
seppi che eri stata pochi giorni a Torino, che eri triste ed
abbattuta, ed eri ripartita per Chamounix diretta al Monte Bianco.
«--Avevo letto le ultime pagine del tuo giornale, in cui esprimevi
l'idea triste del suicidio. Un dubbio crudele mi strinse il cuore.
«--T'inseguii a precipizio. Giunsi a Chamounix avant'ieri. Credendomi
già in ritardo, domandai soltanto se non erano accadute disgrazie, e
tosto impresi la salita sperando di raggiungerti qui, o al Grande
Altipiano... Mi ero vestito in modo da non esser conosciuto per
risparmiarti una sorpresa forse fatale al tuo animo esaltato.
«--Oh! se tu sapessi, Fulvia, che angoscie mi straziarono il cuore a
misura che salivo in quei deserti di ghiaccio. In ogni voragine mi
sembrava di vedere un lembo delle tue vesti, di scoprire una traccia
di sangue. Non ho sentito il freddo, non ho provato la menoma
vertigine, non ho avvertito pericoli, non ho pensato che a te.
«--Ma quando scendevo disperato, cupo, deciso ad esaurire fin l'ultimo
passo per trovarti, od a morire con te, lo spirito del povero babbo ti
ha condotta in questa capanna. Egli è qui tra noi, ci ascolta e ci
vede, Fulvia. Oggi come allora, te lo domando dal fondo del cuore:
«Vuoi essere mia sposa? Vuoi lasciare la tua carriera, il tuo paese, e
non vivere che per me? ed essere mia?»
«In quella sorpresa di gioia e d'amore il mio cuore lungamente
oppresso si era sciolto, ed avevo pianto come la più miserabile delle
donne. Era un pianto dolcissimo che mi faceva tanto bene. Non avevo
detto una parola per interrompere il mesto racconto del mio bel
Gualfardo. Lo ascoltavo, inebriata e felice di essere amata così;
profondamente addolorata di averlo tanto male giudicato e compreso.
Soltanto a quell'ultima soave preghiera esclamai tra i singhiozzi:
«--Oh! Gualfardo, io non sono degna di te.
«--Non dirlo, cara, riprese colla sua generosa bontà. Tu mi hai
giudicato per quello che mi mostrai. Avevi ragione, povera Fulvia. Tu
eri ardente come il tuo bel sole d'Italia, ed io ero tedesco come un
soldatino di piombo.--È vero; ho avuto torto; non ho saputo adattarmi
al tuo carattere, alle tue aspirazioni; ma, credilo, ti amavo con
tutta l'anima. Dimmi che mi perdoni!
«I miei compagni di viaggio, chiamati dalle guide, si destarono,
scesero dai loro materassi, e si disposero alla gran salita. Quanto a
me, che m'importava omai del Monte Bianco, e di tutti i ghiacciai
della terra? Quel ghiaccio che mi aveva pesato sul cuore, che m'aveva
resa infelice e colpevole, era sciolto. La vita mi sorrideva come una
promessa d'amore. Ero felice. Che potevo cercare più in alto?
«Ridiscesi colla gioia nell'anima quel tratto di monte che avevo
salito in tanta desolazione. Con che spavento trattenni fin il respiro
nel passaggio della -congiunzione-, quando le guide raccomandarono il
silenzio, perchè anche il più lieve spostamento d'aria prodotto da un
suono potrebbe staccare un masso di ghiaccio, una valanga, e
seppellirvi il nostro avvenire, il nostro amore, la nostra felicità!
«Dove prima vedevo quasi l'impossibilità di morire, ora tremavo ad
ogni passo; volevo vivere, e paventavo per due vite.
«Oggi siamo rimasti a Chamounix per passeggiare insieme, per dirci e
ripeterci la storia dei nostri passati dolori. Siamo andati
passeggiando fino a metà strada da Argentières. Ho detto a Welfard che
vi ho spedito le mie memorie; ed ora, mentre egli fuma accanto a me,
vi ho scritto l'esito felice ed inaspettato del mio prosaico romanzo.
«Noi ci sposeremo fra otto giorni a Torino, e partiremo subito per
Vienna. Non vi vedrò forse mai più. Perdonatemi d'avervi cagionato un
dolore, forse un rimorso, coll'ultima mia lettera. Ora è passato, come
passa tutto. Come il nostro folle amore, come la freddezza di Welfard,
come la mia disperanza. Addio, Max. Siate felice come me, nella sola
gioia che non passa, che resiste al tempo ed agli eventi, l'amore
della famiglia.
«FULVIA.»
Mi asciugai una lagrima, e corsi in camera di mia moglie che
abbracciai con trasporto.
--Che hai? mi disse. Sei agitato...
--Ho che ti amo. Che sono felice d'esser sposo e padre; vuoi che
andiamo domani a vedere il nostro bambino dalla nutrice?
FINE
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