l'impresario. Firmai la scrittura, e gli promisi d'essere pronta a
partire fra dieci giorni.
XXXV.
«--Se potessi ancora appassionarmi di qualche cosa! Dare uno scopo
alla mia vita!
«Non fu un'idea fuggevole, un pretesto a cui mi fossi aggrappata per
allontanarmi da quella casa piena di dolorosi, di strazianti ricordi.
Era un bisogno istintivo della mia anima, che si rivelava
istintivamente, dinanzi alla squallida prospettiva d'una vita
senz'affetti.
«Perchè realmente avevo ancora una vita dinanzi a me. Ero giovane, ero
forte; e le lunghe sofferenze morali non avevano punto alterata la mia
salute, non avevano forse neppure accorciata d'un giorno la mia
esistenza.
«Ero dimagrata, perchè, tutta assorta ne' miei dolori, avevo respinto
il cibo ed il sonno, avevo faticato giorno e notte. Avevo il sistema
nervoso eccitato, perchè mi ero lasciata indebolire.
«Ma senza queste cause materiali e dirette, c'era in me tanta
robustezza da sopportare il dolore morale sotto tutte le sue forme, da
provarlo in tutta la sua intensità senza soccombere.
«Questo io lo sentivo con un senso di vero sgomento. Sentivo in me
tanta potenza di vita, e mi domandavo: «Che farne?»
«La sera stessa mi misi al pianoforte; passai una quantità di musica.
Dalle più vaporose fantasie nordiche, alle più soavi melodie italiane,
andai cercando con ansia un'emozione.
«E ne trovai; e piansi. Ma non erano emozioni d'artista. Era l'aria
prediletta dal povero babbo che mi strappava le lagrime. Era uno
spartito che mi aveva insegnato Gualfardo, che mi rapiva in una serie
di cari e dolorosi pensieri. Erano ancora quei due affetti, ancora
quelle due memorie del mio passato. Ma là dove quegli affetti non si
legavano pel vincolo misterioso d'una rimembranza, la musica mi
lasciava fredda.
«Prendevo un pezzo irto di difficoltà musicali, cominciavo a cantarlo
con tutte le finezze, con tutte le sfumature d'una interpretazione
intelligente, ma tosto pensavo che Gualfardo non era più là per dirmi
col suo volto impassibile: «Brava Fulvia!» e respingevo la musica
dicendo: «Oh! che m'importa?»
«Domandavo a Rossini, a Bellini, a Verdi le loro melodie più
appassionate. Cominciavo a cantarle con tutto lo slancio, con tutta
l'anima; ma pensavo che i cari occhi del babbo non erano più là per
empirsi di lagrime, e respingevo la musica dicendo: «Oh! che
m'importa?»
«No. L'arte non bastava a riempiere il vuoto del mio cuore. Sentivo il
bisogno non solo d'amare, ma anche d'essere amata.
«--Lo fui tanto! pensavo. Tre grandi affetti erano concentrati su di
me. Quello del babbo, di Gualfardo, di Max...
«Max! Era la prima volta che il mio pensiero si rivolgeva a lui dopo
la mia grande sciagura. Oh come era lontano omai dal mio cuore! Come
la conoscenza di Welfard, in tutta la gloria del suo nobile carattere,
aveva cancellata l'impressione romanzesca di quell'amore avventuroso.
«Rimasi assorta nel pensiero di Max. Lo rivedevo in tutta la sua
maschia bellezza, nell'espansiva impetuosità del suo carattere, ne'
suoi entusiasmi, nelle sue giovanili imprudenze. Era una bella,
splendida immagine, una cara memoria; ma non era più un'aspirazione.
Potevo ancora pensare:
«--Oh! se Gualfardo avesse quelle qualità!--Ma non potevo amarle in un
altro. Vedevo che Max era più affascinante, più splendido
all'apparenza; ma sentivo che Gualfardo valeva di più; e lo collocavo
più in alto, più in alto.
«Ma Gualfardo non mi amava più; mi aveva abbandonata per sempre. Che
potevo sperare da lui? Non ero stata io stessa a respingerlo? E per
amore di Max?
«Oh mio Dio! Che era mai avvenuto di quella passione entusiasta che mi
aveva indotta a sacrificare il nobile fidanzato che da tanto tempo mi
amava, per acquistare il diritto di amare Max?
«Ricordavo il mio trasporto di quella sera fatale in cui avevo preso
la risoluzione d'accettare la scrittura per l'America, e di sciogliere
il mio impegno con Welfard, per essere libera di scriver follie in un
epistolario sentimentale con Max.
«Stupido sogno da romanzo! Era svanito prima che avessi finito la mia
confessione a Gualfardo. Ed omai, ripensando a quei due amori che
s'erano disputato a lungo il mio cuore, ripetevo con amarezza un verso
altre volte citatomi da Massimo: -Il ben ch'è mio davvero, è il ben
che sparve!-
«Presi le lettere di Max, belle, poetiche, eleganti, appassionate,
strane, e mi posi a leggerle pensando:
«Se potessi amarlo ancora! Chi può dire quanto possa sopra un cuore
entusiasta l'ascendente dell'ingegno?
«Mentre ero assorta così, la mia serva entrò in camera per portarmi il
pranzo.
«Al vedermi allo scrittoio con tante lettere intorno, si fermò alzando
il capo ed aprendo la bocca nell'atto di chi si ricorda
improvvisamente d'una cosa; poi disse:
«--A proposito di lettere; ce ne sono molte, che sono venute quando
lei non aveva mente ad occuparsene. Vuole che gliele porti?
«Pensai da quanto tempo non avevo più scritto a Max; e che certo fra
quelle lettere ce ne dovevano essere di sue; ed accettai di vedere
quella corrispondenza arretrata.
«Passai tutte quelle buste chiuse, cercai sugli indirizzi la brutta
scrittura di Max. C'era infatti una lettera sua. Nell'aprirla tornavo
a dire tra me: «Se potessi amarlo ancora!» e la mia mano tremava. E le
forme vaghe di vaghe speranze alate sembravano delinearsi più e più
nel vuoto infinito.
«Quell'epistola era abbastanza breve perchè io possa riportarla qui
per intero:
«Fulvia!
«Dicono che un uomo affetto da spinite, quando è seduto, crede di
poter camminare come chicchessia.
«Lo stesso è accaduto a me. Credevo di poter ancora amare e mi sono
ingannato. L'amore per me può essere tutt'al più, come voi dicevate,
un episodio tempestoso.
«Ho lungamente lottato fra la ripugnanza ad ingannarvi, e la paura di
darvi un dolore.
«Perdonatemi e compiangetemi! Darei dieci anni della mia vita per
sapervi felice.
«Spero per voi nel tempo, nella lontananza, e più più ancora
nell'effetto morale che la mia condotta deve fare sul vostro animo.
«Perdonatemi!
«MAX.»
«Ed io ammiravo la sua anima appassionata! Bruciai ad una ad una
quelle lettere belle, poetiche, eleganti, passionate, strane; poi
bruciai quell'ultima che era soltanto strana.
«E nel vuoto, le forme vaghe delle vaghe speranze alate svanirono per
sempre.
XXXVI.
«Massimo,
«Ho scritte queste memorie durante il mio soggiorno in America; e le
ho scritte per voi.
«Esse non sono un rimprovero; non sono una risposta alla vostra felice
trovata o similitudine, o non so più che figura rettorica, sulla
-spinite-.
«Sono una specie d'espiazione pe' miei piccoli e grandi errori, pe'
dolori che ho procurati ad altri, per lo spreco che ho fatto della mia
fede, delle mie speranze, della mia mente e del mio cuore.
«Voi che siete scrittore, correggetele dove non vanno; poi pubblicate
queste confidenze. Nella loro semplice verità, senza voli poetici e
senza colpi di scena, hanno tuttavia un non so che di romanzo, e le
signore le leggeranno. Le fanciulle, che nei lunghi ozii di una vita
frivola e disappensata, suggono il veleno delle aspirazioni vaporose,
e le spose solitarie, che, nel -terra a terra- della vita domestica,
prendono a noia la placida continuità di quei dolci affetti, e sognano
i voli lirici delle passioni da romanzo, leggeranno la storia di una
povera sognatrice, ed impareranno che tutto codesto passa e vanisce.
«Giunta al fine di quella mia vita giovanile, io mi rivolsi a
guardarla in questo lungo e dettagliato esame; e posso dir loro, posso
giurarlo sull'anima mia, che due sole immagini, due soli affetti, due
soli ricordi, sopravvivono nel mio cuore e m'inspirano un sincero
rimpianto. Gli affetti calmi, serii, legittimi del mio babbo e di
Welfard; gli affetti domestici, la famiglia. La prosa--tanto poetica
nella sua verità!
«Per ogni cuore che le mie memorie convinceranno, per ogni imprudenza
che faranno evitare, la mia anima dolente si sentirà perdonato un
errore. Questo vi lascio come il mio testamento, Massimo. E lo lascio
a voi, perchè voi solo potete riempirne le lacune, ed attestarne la
verità. Ve lo lascio come testamento, perchè voglio morire. È la
triste fine, la catastrofe del mio romanzo.
«È una risoluzione tranquilla e maturata, non è l'esaltazione d'un
grande dolore.
«È trascorso quasi un anno dalla morte del babbo, dal distacco di
Gualfardo e dal vostro attacco di spinite retorica. Vedete dunque che
ho avuto tempo a riflettere.
«Ma non solo ho riflettuto del tempo; furono anzi il tempo e
l'esperienza della mia nuova situazione che mi hanno condotta grado
grado dalla noia della vita alla sfiducia, all'aspirazione della
morte.
«Ero partita da Torino sul finire di novembre. Dovevo imbarcarmi a
Genova. Vi giunsi due giorni prima della partenza del bastimento, il
26 novembre, e presi alloggio all'albergo della Ville.
«Dovete ricordarvi quella data e quell'insegna.
«Stavo alla finestra della mia camera la sera del mio arrivo, quando
vidi entrare nel cortile una carrozza da nolo, da cui scendeste voi,
con una signora.
«Avevo presso di me una cameriera dell'albergo che mi prestava qualche
servizio da toletta. La chiamai alla finestra, ed additandovi le
domandai:
«--Chi sono quei signori?
«--Sono due sposi lombardi.
«Non interrogai di più. Avevo anch'io indovinato che eravate un marito
ed una moglie. Del resto che m'importava omai?
«La spinite vi aveva accordato una tregua sulla via del Municipio.
«Tuttavia codesto mi diede un disinganno retrospettivo.
«O voi progettavate già quel matrimonio quando dicevate d'amarmi; e
tutta la vostra lealtà ch'io ammiravo non era che una finzione.
«O quella nuova simpatia era nata dopo il vostro attacco di spinite
(la lettera che me lo annunciava era in data del 24 ottobre), e vi era
bastato un mese per dimenticar me, innamorarvi di un'altra, rinunciare
alle vostre prevenzioni contro il matrimonio, sposarla, ed imprendere
il viaggio da nozze.
«Dunque, quelle vostre passioni impetuose, ch'io aveva preferito al
serio amore di Welfard, non erano che fuochi di paglia, splendenti, ma
fuggevoli e senza calore.
«Quella scoperta distruggeva anche il passato. O mi avevate amata
leggermente, o non mi avevate amata mai.
«Non stetti a fare altri commenti. Non m'informai di null'altro, non
cercai più di vedervi.
* * * * *
(Nota di Max.--Ero stanco, disgustato di me e della mia vita, dopo
aver scritto a Fulvia quell'ultimo biglietto.--Quell'amore
contrastato, che avevo combattuto in me stesso per rispetto all'onestà
di lei, mi aveva fatto riflettere ai pericoli de' miei amori, a slanci
impetuosi e fuggevoli.--Era tempo di mettermi al sodo. Avevo
trent'anni. Se Fulvia fosse stata libera avrei sposato lei. Ma era
vincolata ad un altro, e voleva condannarmi pel resto de' miei giorni
alla parte burlesca d'un amante epistolare.--Ne sposai un'altra).
* * * * *
«Il giorno 28 m'imbarcai.
«Durante il viaggio di mare, di cui m'ero fatta un'idea delle più
poetiche, stetti sempre male.--Tutte le passeggiere, e molti
passeggieri soffrivano come me. Sembrava un ospitale di colerosi.
«Non eravamo in pensiero che di quanto ci convenisse mangiare e bere,
e del come dovessimo coricarci per soffrir meno.
«Quelle continue preoccupazioni della vita materiale sopivano tutte le
mie facoltà contemplative.
«Non mi sono mai assorta sul ponte al chiaro di luna ad ammirare
l'immensità del cielo e del mare. Per soffrir meno bisognava sdraiarsi
prima di cominciare la digestione. Ed io levandomi da tavola correvo
alla mia cabina, e mi mettevo a letto.
«Giunsi in America magra, debole e spoetizzata.
«Ebbi subito a studiare lo spartito che dovevo cantare. Però la voce
si ristabilì presto, e quando andai in iscena ebbi un grande successo.
«Ma la corda dell'ambizione s'era spezzata nel mio cuore con quella
dell'amore. Non c'è ombra di egoismo nel mio carattere. La gloria di
cui nessuno gode per me, mi è indifferente.
«Que' serii -yankee- che mi facevano la corte, e mi parlavano d'amore,
mi sembravano una goffa parodia del mio bel Gualfardo.
«Mi provai a ricevere un poco, e ad andare in società. Ma dove erano
riuniti due uomini, era sicuro che s'udiva presto parlare d'affari. Mi
annoiai a morte.
«E tuttavia il ritorno in Europa non mi sorrideva. Sentivo di esservi
omai straniera, perchè nessun affetto mi vi richiamava.
«E poi avevo lo spavento di trovare Welfard ammogliato. Io avevo agito
male con lui; si credeva tradito. Aveva ragione d'essersi allontanato
da me. Ed omai erano trascorsi molti mesi dalla nostra separazione. Se
si fosse ammogliato, io non avrei avuto nessuna ragione di biasimarlo;
ma sentivo che non avrei avuto il coraggio di sopportarlo.
«Mi domandavo continuamente:
«A che serve la mia vita? A chi sono utile? A chi sono cara? Chi posso
amare? Per chi studio e lavoro?
«E sentivo il vuoto, l'inutilità della mia esistenza, e mi facevo
sempre più misantropa, e desideravo di morire.
«Per lunghi mesi ho agitato a mio modo la grande questione di Amleto:
-Essere o non essere-.
«E decisi di -non essere più-.
«Ma, dietro la pace e la solennità della morte, mi apparvero le cento
figure goffe e pettegole delle cronache dei giornali, coi loro
commenti indiscreti ed il loro biasimo pedante.
«Allora tentai un'ultima prova. Feci toletta come una civettuola; mi
studiai di esser bella e di piacere, e mi -slanciai- nel mondo decisa
di innamorarmi, se fosse possibile.
«Imposi a me stessa di prestare attenzione a quanti mi corteggiavano
per sorprendere il primo barlume di preferenza.
«Scontrai un uomo d'ingegno, che aveva viaggiato molto. Era bello;
parlava bene; aveva uno spirito acuto, ed una voce appassionata. Era
poeta, e mi dedicò dei versi belli di quella tranquilla poesia della
verità e del sentimento, a cui s'inspira la letteratura inglese. Mi
corteggiava, senza affettazione, senza chiasso.
«Mi lasciai corteggiare; feci delle chiacchere sentimentali, cercai di
esaltarmi; ma dopo alcuni giorni mi accorsi che sprecavo tempo e
fatica. Ero perfettamente fredda.
«Rinunciai tosto a quella commedia inutile. Più tardi mi accorsi che
il bel poeta mi amava realmente, e soffriva del mio strano procedere.
«Allora mi rimproverai d'essere stata egoista; compresi che non avevo
diritto di giuocare coi sentimenti d'un altro per misurare i miei; di
lusingare un cuore confidente, dacchè non potevo più amare che la
memoria del mio perduto Gualfardo.
«Oh! a me sì che s'attaglia veramente la parabola della spinite!
«Una volta più mi sentii sola, inutile, finita; ed ho deciso di
morire.
«Ma voglio evitare tuttoquanto può avere di drammatico il suicidio
d'una signora. Nella morte cerco il fine d'una vita insoffribile, e
non il rimpianto del mondo. Voglio che nessuno possa sospettare nella
mia morte un suicidio. Se un cadavere rimane alla curiosità degli
uomini, essi strapperanno alle sue viscere fredde il segreto che l'ha
ucciso.»
XXXVII.
Qui finivano le memorie di Fulvia che ricevetti in un piego da
Chamounix il giorno 20 agosto. Ad esse erano aggiunte le poche righe
seguenti in data di Chamounix.
«Dopo averci pensato a lungo, ho trovato.
«Giunsi a Torino il giorno tre d'agosto dopo otto mesi di assenza.
Avevo il mio progetto già fatto.
«Rividi alcuni conoscenti, alpinisti valenti ed appassionati.
«Manifestai una smania irresistibile di salire sul Monte Bianco. Li
pregai di trovarmi una compagnia, di dirigermi nelle spese da farsi,
ecc.
«Questa stranezza parve assai naturale in una signora giunta or ora
dall'America, dove gli originali ed i -touristes- sono produzioni del
suolo.
«Pochi giorni dopo mi annunciarono che due giovani alpinisti, loro
amici, si disponevano a salire sul Monte Bianco, alla metà d'agosto.
Essi erano già nella prossimità di Chamounix.
«Telegrafammo interrogandoli se mi volessero per compagna.
Accettarono. Li raggiunsi qui a Chamounix ieri a sera. Oggi mi occupai
di tutte le provviste necessarie alla salita. Ho degli stivali con
ventisei chiodetti, appuntati come diamanti. Ho dei bastoni ferrati,
dei veli verdi, degli occhiali imbottiti; tutto un carico di roba per
preservare la vita.
«Chi potrebbe dire che io vado a morire?
«Eppure così è. Troverò un crepaccio che m'inghiotta, una valanga che
mi travolga; ruinerò da un precipizio; mi getterò a capo fitto in una
gola; dove sono tanti i pericoli, s'incontra la morte ad ogni passo;
il suicidio è facile e segreto. Da quella gita non tornerò.
«Ho domandato di Gualfardo; non è più a Torino. Dov'è? Non ne so
nulla. Non lo vedrò mai più.
«Ho preso meco le sue lettere; tutte le sue lettere, ed il suo ultimo
biglietto che mi annunciava la morte del babbo. Quelle lettere che mi
parevano tanto fredde, e che ora mi sono tanto care. Esse
riscalderanno il mio povero cuore gelato tra le nevi del Monte Bianco.
«Non imposterò queste carte per voi se non al momento di partire per
la grande ascensione, da cui non tornerò più. Quando le riceverete
avrò già cessato di vivere.
«Cambiate i nomi, e poi pubblicate le mie memorie. Ma non questa
lettera. Non tradite per ora il segreto della mia morte.»
«FULVIA.»
XXXVIII.
Il piego delle memorie di Fulvia mi era giunto la mattina del 20
agosto. Ero nel mio studio. Lo apersi; ma appena mi accorsi che era
cosa estranea agli affari, malgrado la viva curiosità che m'inspirava,
lo misi da parte. Ero sovraccarico di lavoro; da otto giorni avevo
molto trascurato il mio studio, per occuparmi quasi esclusivamente
della mia camera nuziale, dove, dopo nove mesi e qualche giorno di
matrimonio, un bel bambino faceva echeggiare in suono di pianto la sua
voce robusta.
Era la prima gioia viva che avessi provata dopo il mio matrimonio.
Quel vagito potente aveva rimosso qualche cosa in fondo al mio cuore.
Avevo abbracciato mia moglie con un senso di profonda riconoscenza.
Poi era venuto il battesimo, poi le congratulazioni, la ricerca della
nutrice, il suo arrivo in casa, le disposizioni da prendere, le
raccomandazioni, e finalmente la partenza del bimbo colla nutrice,
avvenuta quella mattina stessa di buon'ora.
Mia moglie aveva superata felicemente quella prima crisi materna.
Tutto era ritornato in calma nella mia casa, ed io ero tornato allo
studio, ansioso di riguadagnare il tempo perduto.
Ero contento, di quella contentezza senza trasporto, che si riscontra
nei matrimonii dove non manca nè l'agiatezza, nè la salute, nè la
gioventù, nè la pace. Se l'amore vi avesse posta la sua scintilla
ardente e luminosa, sarei stato felice; così non ero che contento. Ma
ero contento e lavoravo; lavoravo già per mio figlio. Uscendo dallo
studio alle cinque, passai a salutare mia moglie che stava ancora in
camera, poi andai a pranzo, e quand'ebbi preso il caffè e licenziata
la cameriera, mi adagiai comodamente in una poltrona presso il
balcone, ed apersi il manoscritto di Fulvia, di cui avevo riconosciuto
la scrittura fin dalla busta, dicendo tra me:
«--Se avessi sposato Fulvia, questi giorni avrei pranzato nella sua
camera, sopra un tavolino piccolo piccolo, accanto al suo letto.
Quella lettura mi trasportava, mi commoveva, m'irritava volta a volta,
m'interessava sempre.--Molte volte rilessi un periodo che mi
riguardava, e rimasi assorto cogli occhi fissi alle finestre della
casa di contro, pensando con un misto di gioia e di rimpianto, quanto
ero stato amato.
L'incontro inavvertito di Fulvia a Genova durante il mio viaggio di
nozze, mi vendicò un momento di tutti i sarcasmi ch'ella aveva
lanciati alla mia povera metafora della spinite.
Ma la sua poca curiosità riguardo al mio matrimonio e quelle parole:
-M'ero accorto che eravate un marito ed una moglie-, le quali, senza
parere, avevano un fondo di canzonatura, mi irritarono al sommo grado.
Così quella lettura procedette lenta; avevo acceso il lume da un
pezzo, ed il mio orologio sonava le dieci e mezzo, quando giunsi
all'ultima pagina a cui era incollata la lettera, fredda, amara,
disillusa come il pensiero del suicidio.
Benchè fossi da otto giorni, quello che Fulvia soleva chiamare
derisoriamente, -un buon uomo ammogliato con prole-, tutto il mio
sangue ribollì al leggere quella lettera, come il sangue di un
giovinotto.
Mi alzai, presi il cappello in furia come se dovessi andare di quel
passo sul Monte Bianco a trattenere Fulvia sull'orlo d'un precipizio.
Al momento d'uscire m'accorsi che ignoravo completamente dove andassi.
Allora pensai a confrontare le date. Ma tra la mia grande agitazione,
tra l'abitudine di Fulvia di non precisarle, non mi riuscì di
comprendere perfettamente da quanti giorni quella lettera fosse
scritta.
Una cosa però era sicura. Che Fulvia non voleva impostarla che al
momento d'imprendere la salita; e però, se il piego era giunto a me,
Fulvia era partita al tempo stesso per la sua triste destinazione; ed
a quell'ora..... Un brivido mi corse nelle vene.
Questa volta uscii di corsa sapendo perfettamente dove andare. Al mio
-club- si ricevevano moltissimi giornali, e c'erano degli alpinisti
appassionati che raccoglievano tutte le notizie di ascensioni
pericolose.
Ma nulla di notevole, e sopratutto nessuna disgrazia aveva
accompagnato le ultime gite al Monte Bianco.
Questo non mi calmò. Conoscevo il carattere di Fulvia. Profondamente
onesta, era incapace di avermi scritto una cosa che doveva
addolorarmi, senza essere ben decisa a quanto annunciava.
D'altra parte la lentezza e la calma con cui aveva presa quella
risoluzione, la freddezza con cui ne parlava, provavano la sua
profonda delusione, lo sconforto che le era entrato nel cuore.
Fulvia, malgrado le angoscie del dubbio, che sono l'eterno tormento
dell'umano pensiero, era profondamente religiosa. Il materialismo,--che
per lei era la mortalità dell'anima, il nulla,--le faceva orrore.
Tuttavia la sua religione non poteva averla trattenuta dal passo
fatale che mi annunciava. Altre volte avevamo parlato del suicidio.
Ella non lo credeva una colpa, in una persona che non è utile a
nessuno sulla terra.
«--È un atto di coraggio, mi diceva. Quelli che chiamano il suicidio
una viltà non possono esserne convinti. Mi sembrano certe mamme che
dicono ai loro bimbi: «Badate a non far capricci, perchè codesto fa
diventar brutti.»--Essi dicono alle masse: «Se qualcuno di voi si
uccide, il mondo lo chiama vile.» Ma è un inganno pietoso che gettano
dall'alto della loro sapienza a noi ignoranti, per impedirci di
ucciderci. L'attaccamento alla vita e il terrore dell'ignoto sono due
istinti possenti in noi. Anche i più entusiasti credenti provano un
senso di ribrezzo istintivo al momento di rinunciare al loro modo di
essere attuale, sebbene credano con certezza che continueranno ad
esistere sotto forme migliori. Ci vuol dunque del coraggio per
superare tutte codeste ripugnanze e rinunciare volontariamente alla
vita.»
Questi brani di discorsi sconnessi, queste opinioni avventate, mi
tornavano in mente orlati a nero come tanti documenti funebri,
comprovanti la morte di Fulvia.
Ed intanto andavo come un matto per Milano. Entravo nei teatri senza
pensarci, arrivavo in platea coll'occhio fisso e i capelli ritti, ed a
mezzo d'un pezzo musicale, o d'una scena drammatica che teneva
l'uditorio affascinato, urtavo dieci persone per raggiungere un
conoscente, a cui domandavo con affanno:
--Non sai che sia avvenuta qualche disgrazia sul Monte Bianco?
Il pubblico mi zittiva; e l'interrogato mi tastava il polso fingendo
di prendermi la mano, e mi offriva di accompagnarmi a casa, con quella
voce carezzevole, che teniamo tutti in serbo per parlare ai malati ed
ai matti.
Non so quante volte mi ricondussero così, ed io tornai sempre ad
uscire, con quell'idea insistente come una mania, finchè trovai tutto
chiuso, caffè, teatri, clubs, e neppur l'ombra d'un individuo nelle
strade a cui domandare le ultime notizie del Monte Bianco.
Suonavano le quattro del mattino, quando traversando, forse per la
decima volta, la galleria, mi trovai ad un tratto possessore di
quest'idea:
Andare a Chamounix!
Di là Fulvia aveva scritto pochi giorni innanzi. Di là era partita per
la sua ascensione funesta. Là potrei immancabilmente sapere le
circostanze dolorose della sua fine.
Corsi a casa per prendere del denaro.
La cameriera era alzata.
«--La signora è inquieta, mi disse. S'è coricata, ma non volle dormire
finchè ella fosse tornato.
In quel momento ero col pensiero a centomila leghe da mia moglie. Non
mi sentivo in istato di sopportarne la presenza, che non mancherebbe
di essere accompagnata da un importuno interrogatorio. Risposi alla
cameriera:
«--Dille che un affare urgentissimo m'ha trattenuto fuori finora, e
che debbo uscir subito ancora, perchè sono aspettato da un mio
cliente. Che vado in campagna con lui per esaminare dei documenti, e
resterò fuori alcuni giorni.
Ed entrai nel mio studio, presi del denaro in fretta, e senza portar
meco neppur un goletto, uscii di nuovo.
«--Max! mi gridò mia moglie dal suo letto udendomi passare nel
corridoio.
Nel lampo d'un pensiero comparai la Fulvia passionata ed entusiasta a
quella comoda moglie che si limitava a chiamarmi dalle sue tepide
lenzuola, senza che l'annuncio della mia partenza le desse la forza
d'infilare le pianelle. Ed il cadavere gelato fra i crepacci del Monte
Bianco mi parve meno freddo di mia moglie. Tuttavia entrai, la baciai
in fretta e le dissi:
«--Mi tocca partire; non moverti, potresti infreddarti, addio.
E via a precipizio.
Partii col primo treno. Mi cacciai in un angolo del convoglio e
rilessi tutto il manoscritto di Fulvia, senza risentire più il menomo
senso di amarezza o di risentimento.
Ora che sapevo a che fine l'aveva condotta il mio amore, sentivo la
sua superiorità ed i miei torti.
Povera Fulvia! quanto mi amava! e come nobilmente m'amava! Perchè non
avevo saputo renderle quell'amore passionato ch'ella sognava e che
meritava tanto. Contenderla al suo fidanzato, al suo dovere, a lei
stessa? Povera Fulvia! Come sarei stato felice con lei! E sospiravo
sul mio stato presente; e quei sospiri la vendicavano.
Non tenni conto del tempo, dei cambiamenti di treno, delle fermate, di
nulla.
Non avevo che un pensiero: «Fulvia.» E lo elaborai per tutto il
viaggio. Non attendevo che una parola: «Chamounix.»
Finalmente, quando Dio volle, senza saper come, mi trovai arrivato.
Scesi all'albergo, e per prima cosa m'informai se non erano accadute
disgrazie nelle ultime salite al Monte Bianco.
--No, nessuna disgrazia.
Là almeno non mi credevano pazzo. La domanda era naturale. Potevo
avere un fratello, un babbo, un figlio alpinista, di cui mi mancassero
notizie.
--Ma dal principio del mese non c'erano state ascensioni?
--Sì, parecchie.
--Non avevano veduta una signora?
--Una signora? Sì, più d'una.
--E... non era perita quella signora sul Monte Bianco?
--No. L'albergatore non lo credeva. Non s'era parlato di una
disgrazia.
--Le guide! Volli vedere le guide.
Ne furono chiamate parecchie. Due avevano accompagnata una carovana in
cui erano delle signore. Ma nessuna era rimasta vittima.
Volli dare i connotati di Fulvia; ma non si ricordavano. Mi risposero
dei sì e dei no contradditorii.
Ma forse Fulvia s'era vestita da uomo. Non l'aveva scritto; ma poteva
averlo fatto. Rilessi il brano della lettera dove accennava di volo al
suo equipaggio da alpinista.
Non mi diceva nulla. Quegli oggetti potevano servire con entrambi i
costumi.
Il tempo era delizioso per una salita, e le guide, che s'erano credute
chiamate per una buona giornata, s'annoiarono di trovare soltanto un
importuno interrogatore. Mi risposero di mala voglia, e con un'aria di
canzonatura male dissimulata.
Una cosa era certa; che non si contava nessuna vittima nelle
ascensioni di tutto il mese.
Fulvia ha cangiato progetto, pensai. Trovandosi in paesi sconosciuti,
tra i villaggi, dove il giornalismo non è là a raccogliere i fatti di
ogni giorno per alimentare la sua cronaca indiscreta, avrà trovato
modo di finire la sua vita senza esporsi ad essere salvata dalla
generosità de' suoi compagni di viaggio.
Questo pensiero mi scoraggiò. Dove, come scoprirla?
Partii per Torino. Appena arrivato mi feci condurre in via Roma al n.
10. Ma dal novembre antecedente quell'alloggio era stato licenziato da
Fulvia, che aveva venduto il mobiglio, ed era partita per l'America.
Nei pochi giorni che era stata a Torino al suo ritorno, era stata ad
un albergo. Ma quale? E che cosa avrei potuto saperne? Non era
supponibile che avesse fatte delle confidenze all'albergatore.
Inoltre aveva scritto a me da Chamounix. Il suo nuovo progetto adunque
non poteva essere nato che là. La mia gita a Torino era stata
perfettamente insensata. Un istante mi venne l'idea di ricorrere agli
uffici di questura. Ma mi parve di oltraggiare la memoria di Fulvia,
che aveva voluto circondare di tanto mistero la sua morte.
Qualunque sia l'impeto che ci spinge ad una corsa precipitosa,
qualunque sia l'esito ed i sentimenti che ne riportiamo, si finisce
sempre per tornare a casa.
Tra andare, venire, interrogare, almanaccare, piangere in segreto,
disperarmi, ero stato fuori sette giorni.
La mattina dell'ottavo, triste, irritato, disgustato del mio passato e
del mio presente, con un profondo tedio nell'anima, ripresi alla
stazione di Porta Nuova il treno per Milano.
XXXIX.
Giunsi a Milano il 30 agosto a mezzodì, con un caldo soffocante, un
sole infuocato.
Nello stato d'animo in cui mi trovavo non potevo sopportare il
pensiero di accogliere il tranquillo -benvenuto- di mia moglie.
Avevo una chiave del mio studio, dove potevo entrare per una porta
attigua a quella dell'alloggio. Mi rifugiai nel mio studio senza
entrare in casa.
A quell'ora i commessi erano a colazione.
Sedetti allo scrittoio su cui erano disposte in ordine di data le
lettere venute durante la mia assenza.
Tra quelle soprascritte non ne vidi che una. Una trammezzo a tutte,
che era giunta tre giorni innanzi.
Una lettera di Fulvia!
Un freddo sudore m'imperlava la fronte in quell'ardente meriggio
d'agosto.
Una lettera di Fulvia! Era viva; ricuperata dopo l'agonia di quei
giorni in cui l'avevo creduta morta, ed avevo pensato a lei con tutto
l'amore che giustifica la inviolabile solennità della tomba; era viva
e mi scriveva.... Ed io era un buon uomo ammogliato con prole!
Mi sentivo sull'orlo di un precipizio; un precipizio verdeggiante,
attraente come quelli cui sognava Fulvia sul Monte Bianco. Volsi un
pensiero di compianto a mia moglie... ed apersi e lessi la lettera.
«Massimo,
«Non v'impaurite. Non è dall'altro mondo che vi scrivo. No; è da
questo mondo bello, dalla terra verdeggiante, dal cielo azzurro,
dall'aria pura e serena, da questo mondo di luce, in cui si aspira la
vita e la felicità, in cui si ama e si è amati!»
Posai la lettera e mi alzai a passeggiare nello studio facendomi aria
coll'istruttoria d'un processo civile. La gioia mi soffocava. Neppure
nei più bei giorni passati, Fulvia non mi aveva mai scritto con tanto
trasporto.
La dolcezza acre ed inebriante del pomo di Eva mi saliva alla gola, e
mi dava alla testa.
O lettore, lettore!.... Tornai a leggere.
«Avete ricevuto il piego colle mie memorie? Oh Massimo! Erano cattive
le ultime pagine delle mie memorie; perdonatemi, avevo il freddo nel
cuore.»
Ed io in quel momento ci avevo un incendio!
«Non fu una commedia, vedete. Sapete pure che io non mento. Allora
volevo realmente morire. Non speravo più che l'amore potesse farmi
rivivere, ed adorare la vita. Oh come sono, come voglio essere felice!
«Avevo il freddo nel cuore, ed ero decisa a morire. Ma per verità la
mia inesperienza m'aveva fatto credere la cosa più facile che non
fosse in realtà. Trovai a Chamounix un capo delle guide, a cui le
guide ch'egli mi assegnò si resero in certo modo responsabili della
mia persona. Poi delle corde, catena inesorabile di sicurezza, con cui
debbono legarsi insieme guide e viaggiatori nei punti in cui il suolo
è più pericoloso.
«Ad ogni modo, pensavo che troverei sempre una gola spalancata, o
quanto meno un ripido declivio per lasciarmi precipitare in un momento
di libertà. Le stesse cautele mi guarentivano la certezza dei
pericoli. Soltanto decisi di compiere l'ascensione, di godere ancora
quell'ultimo solenne spettacolo, e di studiare la via, di scegliere
coraggiosamente il mio punto, e di lasciarmi precipitare soltanto
nella discesa, quando mi fossi ben accertata che la caduta sarebbe
mortale.
«Nulla mi spaventava di più che l'idea d'esser rialzata, mezzo gelata,
colle gambe rotte, per passare anni ed anni di dolorosa inedia,
sopravvivendo miseramente a me stessa.
«I due compagni di viaggio che avevo trovati a Chamounix erano due
capi scarichi. Non avevano nessuna individualità. Uno -posava-, e
l'altro l'imitava. Erano di quelle persone nulle, che si praticano,
che si chiamano oneste, perchè in ogni occorrenza possono mostrar la
fedina criminale, e provare che non hanno mai avuto maglia a partire
colla giustizia; ma non valgono la pena di essere studiati più di
così.
«Tuttavia, ero raccomandata ad essi, dovevamo fare la salita insieme,
erano volgarmente cortesi, e di buon umore, e si stabilirono tra noi
quei rapporti di apparente cordialità che erano inevitabili in quelle
circostanze.
«Partimmo animati da un vero entusiasmo.--Quando alla Pietra della
Scala vidi che si passavano le corde per legarci tutti insieme colle
nostre guide prima d'entrare nel ghiacciaio dei Bossons, incominciai a
domandarmi seriamente, come era possibile di precipitare in un abisso
con quelle precauzioni. Quest'idea mi preoccupò pel resto del viaggio
fino ai Grand-Mulets. Avevo traversato ponti di neve larghi appena
come il piede di un uomo; avevo costeggiato precipizi di cui non si
vedeva il fondo; ma le guide erano là colla corda tesa. Se il ponte
fragile si fosse spezzato sotto un urto violento del mio piede, se
avessi scivolato entro la gola spalancata d'un precipizio, avrebbero
tirato la corda, m'avrebbero tenuta sospesa, e sarei stata salva.
«Ai Grand-Mulets trovammo una specie di casupola dove entrammo, per
mangiare e riposarci. Non dovevamo riprendere la grande salita che
dopo la mezzanotte.
«All'entrare in quella capanna indietreggiai spaventata. Credetti
vedere uno spettro. Era una grande figura d'uomo colle gambe nascoste
entro immensi stivali che salivano sino al ginocchio, un ampio
soprabito a lungo pelo che dissimulava le forme del corpo;--ed uno di
quegli orribili -passa-montagne- di lana scura, che usano i
viaggiatori di professione nei lunghi viaggi di notte, gli copriva
intieramente il capo ed il volto.
«I miei compagni di viaggio non ne fecero meraviglia.
«--Qui è il luogo delle stranezze, mi dissero. I -touristes- sono
tutti stravaganti, e quando non lo sono vogliono parerlo.
«Quello strano personaggio era accompagnato da due guide.
«--Il signore sale al Monte Bianco? domandò quello fra i miei compagni
che -posava- per edificazione dell'altro.
«L'interrogato guardò una delle sue guide, che rispose per lui:
«--Il signore non parla che tedesco. È stato già sul Monte Bianco; ne
discende.
«I miei compagni non sapevano il tedesco e rinunciarono a conversare
collo straniero. Si disposero a mangiare; ma, sia l'agitazione della
salita che si sta per imprendere, sia il freddo intenso, non si può
mangiare a quell'altezza. Il loro appetito non fece onore alla
straordinaria potenza di stomaco di cui s'erano vantati.
«In compenso bevvero enormemente.
«Quanto a me non ero preoccupata che dalla mia grande idea, e dissi:
«--Non comprendo come possano avvenire disgrazie sul Monte Bianco,
dacchè, appena il suolo è pericoloso, i viaggiatori si legano colle
corde di sicurezza.
«Allora tra i miei compagni e le guide si fecero ad enumerarmi una
schiera di vittime, quali scoperte sotto una valanga che le aveva
sepolte, quali scivolate da un'altura vertiginosa, e trovate
agghiacciate sopra una sporgenza del monte.
«--Si trovano dunque sempre i cadaveri? domandai.
«--Quasi sempre, rispose una guida.
«--Ed allora?
«--Allora si frugano, si cerca dalle loro carte di sapere il loro
nome, si annuncia il fatto; i giornali lo pubblicano, e, se hanno una
famiglia, ne viene informata. E la guida compiacente proseguiva a
narrare di una signora venuta tre anni innanzi dal fondo
dell'Inghilterra a cercare il cadavere di suo figlio, per portarlo a
giacere eternamente nella tomba di famiglia accanto a suo padre.
«--Ma quello è stato un suicidio--soggiunse.
«--Un suicidio!--esclamai.--Come lo sapete?
«--Dalle carte che si trovarono sul cadavere.
«Era un bel giovane. Ricco come Rotschild e nobile come un re. S'era
messo in testa d'essere un gran genio musicale, ed era venuto in
Italia per studiare. Quella primavera aveva compiuto la sua opera, che
credeva un miracolo. Egli ne aveva parlato tanto; aveva creato una
grande aspettazione, si figurava di diventare da un giorno all'altro
un grand'uomo. Invece la sua opera era caduta. Allora aveva voluto
morire; era salito sul Monte Bianco, e giunto al grande
altipiano,--mentre guide e viaggiatori si riposavano facendo
colazione,--egli si era allontanato verso sinistra, dalla parte delle
Roccie Rosse, e si era precipitato in un crepaccio, da cui fu tratto a
grande stento cadavere, stecchito, come una massa di ghiaccio.--Tutto
questo mi disse la guida in un lungo racconto.
«Un altro aveva avuto prima di me l'idea del suicidio sul Monte
Bianco. Non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
«Questo contrariava il mio progetto. Io non avevo pensato al
ritrovamento ed allo spoglio del cadavere. Contavo rimanere sepolta
tra quei ghiacci eterni, e, come vi dissi, avevo portato meco le
lettere di Gualfardo, l'unica cosa che amassi ancora sulla terra,
perchè fossero eternamente con me.
«Le avevo riunite in un piego, e, non so per quale sfogo dell'anima,
in quel momento d'emozione suprema, ci avevo scritto:
«Gualfardo! Per quanto t'ho amato, per quanto ho sofferto, perdonami
di non renderti questi ultimi preziosi ricordi, perdonami di
seppellirli con me fra quei ghiacchi eterni, da cui ti volgerò il mio
ultimo pensiero; dove morendo per te, ti benedirò pel bene che hai
fatto al mio povero babbo, pel male ch'io t'ho fatto, pel tuo nobile
cuore. Perdonami, Gualfardo, perdonami. T'ho amato troppo tardi, ma
t'ho amato fino a morire per te.»
«Quel piego era accuratamente avvolto in una busta di tela cerata e
suggellato. Se lo trovavano su di me, la mia dichiarazione scoprirebbe
il mio segreto, e tutto quanto avevo fatto per evitare la pubblicità
indiscreta ed oltraggiosa, diverrebbe inutile.
«Era necessario ch'io mi privassi di quelle lettere, che le rendessi a
Gualfardo. Sulla sua discrezione potevo contare.
«Ma come fare? Affidarle a' miei compagni di viaggio o alle guide, era
quanto dire che volevo morire; essi mi veglierebbero, desterebbero
l'allarme intorno a me. Era ancora la pubblicità, ed una pubblicità
vergognosa, che svelerebbe il mio progetto prima che fosse compiuto, e
lo impedirebbe.
«A quelle somme altezze, ed in quelle supreme circostanze, ebbi
un'audacia che non avrei avuta mai nella vita d'ogni giorno. Pensai a
quello straniero che parlava soltanto il tedesco, e scendeva già dal
gran monte.
«I miei compagni, dopo aver bevuto assai più che non avessero
mangiato, s'erano distesi sui loro materassi e dormivano. Delle guide,
alcune dormivano pure, altre passeggiavano fuori della capanna, forse
attratte dallo splendido orizzonte che il crepuscolo avvolgeva ne'
suoi raggi fiammanti.
«Mi accostai risolutamente allo straniero, e gli dissi in tedesco:
«--Signore, sono una donna sola, ed ho bisogno di un uomo d'onore.
Posso contare su di voi?
«--Contate, mi rispose.
«Non era che una parola, ma il tuono con cui era detta era più
rassicurante d'un giuramento; e, cosa strana, la voce di quell'ignoto
mi parve commossa.
«Ma la stranezza del luogo, il pericolo cui andavamo incontro, la mia
stessa esaltazione che doveva esser vicina al delirio per avermi
indotta a quel passo, giustificavano a' miei occhi la sua emozione.
«Io soggiunsi, sempre nella bella lingua di Welfard che parlavo con
amore perchè l'avevo imparata da lui:
«--Quando si va incontro ad una salita pericolosa come quella a cui mi
dispongo, bisogna prevedere tutto, anche il peggio. Potrebbe darsi che
mi cogliesse una disgrazia, che non tornassi più. Non ci avevo pensato
prima. Ho meco un piego che non mi appartiene. Vorreste farlo avere a
Torino al Consolato Tedesco perchè lo mandi alla persona che deve
riceverlo, e ch'io non so dove si trovi?
«Così dicendo porgevo il prezioso piego.
«--Non ha indirizzo;--osservò l'incognito; e la sua voce era così
fioca e tremante, che pareva sul punto di svenire.
«Quella faticosa salita lo aveva sfinito.
«--Non ho meco una matita per scriverlo. Ma dirò l'indirizzo a voi, e
voi lo metterete.
«Ma all'atto di pronunciare così, davanti ad uno sconosciuto, quel
nome tanto caro, di staccarmi da quelle lettere senza averle di mia
mano dirette a lui, mille diffidenze mi sorsero in cuore;--ed
esclamai:
«--Oh se potessi scriverlo!
«Lo straniero aperse il suo soprabito, trasse un portafogli, ne levò
una matita e me la porse.
«Quell'ultima esclamazione, quasi involontaria, m'era sfuggita in
italiano. Non la rivolgevo a lui, ma a me stessa; non avevo cercato di
farmi comprendere.
«Come mai mi aveva compresa, egli che non conosceva l'italiano?
«In tutt'altro momento questa contraddizione mi avrebbe colpita. Ma
nell'esaltazione di quell'ora non ci pensai.
«Presi quella matita e scrissi sul mio piego:
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